EMILIO ZOLA POLEMISTA.

Son ritornato con piacere in quella bella stanza al terzo piano, in via di Boulogne, tutta ordinata e nitida, nella quale il principe dei veristi lavora da anni alla gran tela dei Rougon-Macquart, e prepara prede da sbranare alle platee furibonde, e bandisce il verbo del naturalismo, stroncando avversarii, incoraggiando discepoli, ribattendo censure; oggi alle prese con Victor Hugo, domani col Gambetta, ora con la repubblica, ora con l'Accademia, ora col romanticismo, ora con la religione; assalito da cento parti, pronto su cento breccie, in un atteggiamento minaccioso di avanguardia del ventesimo secolo, di giorno in giorno più testardo, più sdegnoso e più intrepido. Guardando quella stanza così raccolta e quieta, prima che egli entrasse, pensavo alle tempeste che si erano scatenate da quel silenzio per il mondo dell'arte, e al gridìo enorme che avrebbe fatto tremare quelle pareti se fossero risonate là per un momento le voci di tutti coloro che disputano dell'autore dell'Assommoir, nel solo giro d'un'ora, da Cadice a Pietroburgo, per levarlo alle stelle o per trascinarlo nella polvere. E considerando quanto egli aveva pensato e scritto e lottato, in soli tre anni, dall'ultima volta che l'avevo visto, seduto a quello stesso tavolino su cui appoggiavo le mani, mi sentivo preso da un sentimento d'ammirazione. Sono ammirabili, infatti, comunque si giudichi l'ingegno e l'animo loro, e degni di profondo rispetto, questi grandi lavoratori, che sacrificano all'arte la pace, la salute, i piaceri della gioventù, e tutte le intense e varie facoltà di godere la vita, di cui è dotata la loro natura potente; e l'avvicinarli, il parlar con loro dà sempre una scossa salutare al sangue, e fortifica l'anima e i nervi. E bisogna convenire che ha lavorato e che lavora questo terribile Zola! E più si ammira quando si considera la natura del lavoro suo; in cui non appare solamente la forza, ma lo sforzo, e quasi un'ostinazione superba della volontà; lavoro minuto e difficile di analisi e di descrizione, di stile e di lingua, necessariamente preceduto da una lunga serie d'osservazioni e d'indagini pazienti sul Vero. D'onde piglia l'impulso a un'operosità così costante e così faticosa? Egli è una strana natura, veramente. Pare che sia divorato dall'ambizione della gloria, e pare nello stesso tempo che non senta e non goda quella che s'è acquistata. Vive da sè, nella sua casa silenziosa, appartato dal mondo, come un vero certosino dell'arte, in mezzo alla grande Parigi che parla di lui come d'un personaggio lontano e quasi fantastico; e non interrompe il suo lavoro solitario di artista che per assalire o per difendersi fieramente, come un uomo disconosciuto e scontento, senza profferir mai una frase o una parola che riveli un sentimento lieto della fama a cui è salito, e della fortuna che lo accompagna. Dalla povertà, da una vita d'umiliazioni e di lotte disperate, è giunto alla gloria e ad una agiatezza splendida; ma non si è mutato d'animo, non s'è riconciliato col mondo, e par che abbia la società umana in gran dispitto, come Farinata l'inferno. Senza dubbio, egli deve aver molto sofferto. Lo disse, non è gran tempo, a un amico, il quale gli rimprovera la violenza delle sue critiche: — Ah! voi non sapete quello che m'hanno fatto soffrire! — E forse egli è ancora realmente in credito col mondo. Di qui la sua mancanza d'espansività affettuosa, e non so che di cupo e di diffidente ch'è in lui. Gentile coi visitatori, sembra però che il suo sguardo indagatore scopra sempre nell'animo di chi lo loda qualche piccola ipocrisia e qualche piccola perfidia; e che di momento in momento debba alzarsi in piedi e dire agli ammiratori che gli fanno corona: — Finiamo la commedia: siete una fitta d'impostori che, uscendo di qui, lacererete il mio nome. — Ed è raro che la lode si rifletta sul suo viso in un'espressione di compiacenza. Nei suoi scritti può trasparir l'orgoglio; ma non traspare punto la vanità dalla sua persona. E tale è nella vita. Austero, sobrio, alieno dai piaceri materiali e frivoli, — senza figli, — vive con sua moglie, come dice egli stesso, en bon camarade, e non ha l'animo occupato da alcuna grande passione, eccetto quella dell'arte, che è sostenuta e vivificata in lui da un immenso amore, o piuttosto da un irresistibile bisogno del lavoro. Questo gli è nello stesso tempo fatica, riposo, compenso, conforto; a questo dice di dovere, più che all'ingegno, tutto quel che ha ottenuto; e ne è altero. Lui fortunato, così potente verista nell'arte, e così forte idealista nella vita.

***

Nella sua stanza, in questi ultimi tre anni, si sono moltiplicati i quadri e i ninnoli costosi, come le edizioni dei suoi romanzi. Tre anni sono, infatti, egli era agiato, ed oggi è ricco. È uno degli scrittori francesi che fecero fortuna più rapidamente, dopo averla per più lungo tempo aspettata. La pioggia d'oro cominciò coll'Assommoir, il quale solo, tra romanzo e dramma, gli fruttò un capitale, oltre all'impulso enorme che diede allo spaccio di tutti gli altri suoi libri; ed ora i dilettanti di finanza letteraria fanno il conto che egli cammini a grandi passi verso il milionetto, non ostante che si sia soffermato per farsi fabbricare una bella casa a Médan, dove passa quasi tutto l'anno. Dice egli stesso che non ha più bisogno di lavorare per il denaro, e se ne vanta francamente. Il denaro è l'indipendenza e la dignità degli scrittori; i quali, quando o non potevano o sdegnavano di trarre la vita dalle fatiche del proprio ingegno, erano lacchè di principi, cacciatori spudorati di pensioni, e affamati leccazampe di tutti i ciuchi blasonati e danarosi. Sprezza il denaro, egli dice, solamente il catonismo ipocrita degl'impotenti. E certo il desiderio ardente della ricchezza è in Francia (dove la ricchezza può conseguirsi) un potentissimo sprone all'operosità degli artisti. La possibilità e la speranza di arricchire in pochi anni, e di trovarsi poi in grado di lavorare a bell'agio e meglio intorno a soggetti più liberamente scelti e più profondamente meditati, accendono negli scrittori quella stessa febbre di lavoro e d'ardimento che centuplica le forze della gente d'affari in tutti i paesi; ed è fuor di dubbio che noi dobbiamo a quella febbre un grande numero d'opere bellissime, e non pochi capolavori, che la sola forza della ispirazione artistica, non sostenuta da una attività disperata, non sarebbe bastata a produrre. La ricchezza è la grande allettatrice di quasi tutti gli scrittori francesi. Giovani, lavorano per giungere all'agiatezza e all'indipendenza; quando hanno ottenuto l'una e l'altra, persistono a lavorar ardentemente, sia perchè ne hanno contratto l'abitudine irresistibile, sia perchè, crescendo in loro, con gli anni, l'amore degli agi e la sollecitudine del decoro signorile, sentono il bisogno d'arrotondare le rendite. Ed è ancora da aggiungersi a queste ragioni d'operosità, se non una singolare attitudine dei francesi al lavoro, il continuo e vario stimolo che deve dar loro la vita calda e ricca e diversa d'una enorme città intellettuale; e il fatto incontrastabile che una città siffatta, non ostante le sue esigenze e le sue tentazioni, è per la sua stessa grandezza più favorevole d'una città piccola al lavoro continuo e raccolto, per la ragione medesima che è più facile rimaner padroni dei propri pensieri in mezzo a una grande folla che in un cerchio di quindici conoscenti. Là non esiste, fra colleghi letterarii, la flânerie occasionata dagl'incontri fortuiti, che piglia tanta parte del nostro tempo anche nelle città più grandi; gli amici, per incontrarsi, si devono cercare per la posta; in ogni convegno è prefissata l'ora della separazione; la molteplicità delle faccende costringe alla pedanteria nell'orario; la furia della vita non lascia tempo alla rêverie che sfibra l'animo, come dice il Goethe, e fiacca le forze dell'intelligenza; gli inevitabili doveri sociali a cui si deve sacrificare una parte della sera, obbligano al lavoro mattutino, più fresco e più salutare del notturno; i visitatori importuni sono respinti senza riguardi; e tutto va di carriera, e ognuno difende accanitamente il suo tempo e la sua libertà di lavoro. E uno di quelli che la difendono più accanitamente è lo Zola. Il quale vive solitario anche per questa ragione: che avendo combattuto acerbamente molte opinioni stabilite, e ferito amor proprii, e sollevato ire ed inimicizie, si troverebbe costretto, frequentando la società letteraria, a una lotta continua; e mancante com'è del vero e proprio «spirito parigino» che è un'arma terribile nelle dispute dei salotti e dei circoli, egli sente che non ce la potrebbe in nessun modo con le lingue indiavolate, coi fulminei motteggiatori, che gli cascherebbero addosso da ogni parte. Per ciò se ne sta rinchiuso nella sua officina, spendendo in lavoro tutta la vitalità che risparmia in battaglie di conversazione, le quali darebbero troppo facile vittoria ai suoi nemici. Victor Hugo, che malgrado la sua corte, vive in una specie di solitudine intellettuale, fuori della letteratura vivente, è il leone; Emilio Zola è l'orso. E vivono l'uno e l'altro in regioni non meno lontane e diverse fra loro che quelle abitate dalle due fiere formidabili che simboleggiano.

***

Mentre stavo in questi pensieri, egli comparve, pallido e coi capelli irti, vestito di un farsettone di maglia scura, stretto alla vita, senza cravatta, con le scarpe di panno nero; uno strano vestimento, tra di lottatore e d'operaio. Mi fece un'impressione inaspettata, diversa dalla prima volta. Mi parve assai più piccolo di statura e più esile. Ha messo un po' di ventre; ma è notevolmente dimagrato nel viso. Era smorto e aveva l'aria triste. E forse a cagione della tristezza la sua accoglienza fu più affettuosa di quello che si soglia aspettare da lui. Sedette accanto al suo tavolo da lavoro, coperto di giornali e di lettere non ancora aperte, e alle solite domande sulla salute, rispose, con un accento non meno triste del suo aspetto, che non stava bene.

Poi soggiunse:

— Voi sapete che ho avuto la disgrazia di perdere mia madre.

E gli si empirono gli occhi di lacrime. Dopo qualche momento di silenzio, ricordò la morte del Flaubert, la quale pure era stata un gran dolore per lui. Il Flaubert era suo maestro e suo amico. Egli l'aveva conosciuto e amato fin dai principii della sua carriera. La perdita dei genitori letterarii è particolarmente triste per gli scrittori che s'avanzano per una via ardita, piena di pericoli: il soldato sente più dolorosamente la morte del suo capo, quando combatte all'avanguardia.

— Questo è stato un duro anno per me — disse sospirando —; un anno nero veramente, che mi peserà sul capo per un pezzo.

E riparlò del suo antico proposito di fare un viaggio in Italia, anzi di venirsi a stabilire per qualche tempo fra noi, in una città del mezzogiorno. Da molto tempo si sente stanco e ha gran bisogno di riposo. Vorrebbe venire in Italia, senza che lo sapesse nessuno, fuorchè un piccolo numero di amici, per poter vivere raccolto e quieto nel suo cantuccio; non perchè sia selvaggio, e non ami la gente che va a lui, mossa da un sentimento di simpatia; ma perchè non sa jouer le prince, e davanti a tre persone con cui non abbia dimestichezza, perde la sua libertà di spirito. Ma per quanto dica, son persuaso che il suo viaggio in Italia non sarà mai altro che un proponimento. E d'altra parte, quanto s'inganna se crede di venir qui a vivere in pace! Il giorno dopo l'arrivo avrebbe un assembramento di veristi davanti all'albergo, e sarebbe costretto a esporre la teoria del naturalismo dalla finestra.

— Ho bisogno di riposo.... — ripetè con tristezza —; non posso più lavorare come una volta.

— Eppure, — gli osservai, — oltre a tutto il resto, riempite ogni settimana quattro colonne del Figaro. Noi siamo meravigliati della vostra operosità.

— No, no, — rispose, scrollando il capo, — credetelo a me, non lavoro più come una volta; non sono più quello di prima. Non ho ancora potuto rimettermi al mio romanzo. Per scrivere, vedete, bisogna aver dello spazio e dell'aria davanti a sè, bisogna credere alla vita.

Mi fecero tristezza queste parole, tanto più perchè non erano smentite dal suo aspetto.

Credette per qualche tempo d'aver una malattia di cuore; i medici lo disingannarono; ma nondimeno egli sente sempre in sè qualcosa di sordo e d'inquietante, che gl'impedisce il lavoro, e lo volge alle previsioni nere. Ora avrebbe un disegno. Continuare a scrivere per il Figaro finchè ce l'obbliga l'impegno assunto; poi uscire dal giornalismo, sdarsi interamente, e per sempre dalla polemica, e consacrare tutto il suo tempo e tutte le sue forze ai romanzi, curando insieme la raccolta e la pubblicazione dei suoi scritti sparsi; i quali tra novelle, ritratti e critica, formerebbero otto volumi, e ne uscirebbe uno ogni tre mesi. Terminata la storia dei Rougon-Macquart, alla quale mancano ancora undici romanzi, farebbe un'edizione definitiva di tutti e venti i volumi, collegandoli meglio fra loro (pensiero che deve essergli venuto in seguito a uno studio arguto e diligentissimo fatto da uno scrittore francese sulle contraddizioni cronologiche e sociali della sua storia); e poi si darebbe tutto al teatro, che è sempre il suo pensiero dominante. Riguardo al primo romanzo che pubblicherà ora, egli è ancora incerto fra tre idee. Dapprima voleva scrivere Un peintre à Paris; romanzo che abbraccierebbe la vita artistica e la vita letteraria, raccontando le lotte e le avventure di un giovane di genio, o di parecchi, venuti dalla provincia a Parigi a cercar la gloria e la fortuna; ma poichè per trattar questo argomento, dovrebbe fare un viaggio in Provenza, terra natale dei suoi personaggi, a raccogliere notizie e ispirazioni, intende di lasciarlo da parte per ora. Vorrebbe scrivere un romanzo del genere della Page d'amour, ma in un altro campo sociale, di cui il soggetto sarebbe il dolore, la bontà, la forza e il coraggio nella sventura, e gli affetti gentili e profondi; — ma teme che un lavoro di questa natura, nello stato di animo in cui si trova al presente, rimescolerebbe troppo dolorosamente il suo cuore. Propende quindi per un terzo romanzo, del quale m'aveva già parlato tre anni or sono, che avrebbe per campo «i grandi magazzini» di Parigi, come il Louvre e il Bon Marché; e per argomento la lotta del grande commercio col piccolo, dei milioni coi cento mila franchi. Questo farà più probabilmente; e perciò comincierà tra poco le sue visite e i suoi studi minuti di romanziere esperimentale; passerà delle ore e delle ore in mezzo al via vai e al rimescolìo rumoroso dei «magazzini» enormi, a raccoglier colori per le descrizioni e motti per i dialoghi, e a cercar tipi e avventure locali, interrogando commessi e ragionieri, con la sua amorosa pazienza di musaicista, come fece nei mercati e nelle botteghe dei salumai per scrivere il Ventre di Parigi, e nei lavatoi e all'ospedale per far l'Assommoir. Ma subito non ci si può mettere: non riuscirebbe a far nulla.

Gli domandai se gli seguiva spesso, anche nel suo stato abituale, di non poter far nulla.

— Ah che tasto toccate! — rispose. — Ci son dei giorni in cui mi pare d'essere finito, non per quel giorno, ma per sempre; giorni in cui son come morto. Mi metto al tavolino la mattina per tempo, senz'aver coscienza del mio stato, e al momento di ripigliare il filo del romanzo, mi sento nella testa un vuoto e un silenzio da far paura. Personaggi, luoghi, scene, avvenimenti, tutto s'è come agghiacciato dentro a una nebbia oscura, in cui mi sembra che non riescirò mai più a far penetrare un raggio di sole. E allora resto qui delle ore, colla testa sopra una mano e gli occhi fissi alla finestra come uno smemorato. E poi.... mi pigliano degli scoraggiamenti terribili anche riguardo all'arte mia.

— Come! — gli dissi, — voi, che percorrete una via così nettamente e profondamente tracciata, che lavorate con un metodo così rigoroso, e di cui parete tanto sicuro, andate soggetto voi pure allo scoraggiamento e al dubbio della vostra arte?

— Se ci vado soggetto! — rispose. — Ma chi non ci va soggetto? Ci sono due soli artisti in questo secolo, un pittore e un poeta, i quali non hanno mai sospettato una volta, neppure alla lontana, il primo di poter sbagliare una pennellata, l'altro di poter scrivere un cattivo verso; e sono il Coubert e Victor Hugo. Io trovo orribile oggi quello che ho fatto ieri — infallibilmente. Se voglio tirar innanzi a lavorare di buon animo e con qualche illusione di far bene, bisogna che non mi volti mai indietro. Per questo, terminato un libro, non me ne occupo più; e non solo sfuggo l'occasione di parlarne, ma faccio uno sforzo continuo per dimenticarlo. Guardate: io non rileggo mai, assolutamente mai, una pagina dei miei libri, se non son costretto a leggerla, come m'accade qualche volta, per scansare una ripetizione in quello che sto scrivendo. Ebbene, quando rileggo qualche cosa, faccio compassione a me stesso, ma una compassione, vedete, da levarmi il pianto dal cuore.

— Ma per che cosa?

— Ma per il pensiero, per la condotta, per lo stile, per la lingua, per tutto. Credete voi che se non vivessi in questo dubbio continuo di me stesso, se non mi tormentassi l'anima come faccio, avrei il colore che ho, e mi troverei nello stato di salute in cui mi trovo? Guardate le mie mani. Pare che io abbia il delirium tremens. E non bevo che acqua!

E dopo un po' soggiunse:

— M'ammazzo a lavorare, e non riesco a far quello che voglio; sono un uomo malcontento, ecco tutto.

Il suo tormento principale è lo stile e la lingua, com'era negli ultimi anni per il Flaubert, che urlava sopra una frase ribelle. — Noi — egli dice — siamo scrittori troppo nervosi. Il nostro stile è uno stile di spolvero, tutto bellezze grosse e patenti, frasi fatte e cadenze obbligate. A furia di voler cesellare, brunire, ricamare e dipingere, e pretender dalle parole l'odore delle cose, e ingegnarci di rendere tutti i suoni, ci siamo formati un linguaggio convenzionale, un gergo letterario nostro proprio, tutto stelleggiato e ingioiellato d'immagini, tutto tremolante di pennacchietti e di frangie, che non potrà piacere a lungo perchè non è la bellezza, ma la moda, non è la forza, ma lo sforzo; che anzi invecchierà immancabilmente, e riuscirà intollerabile alle generazioni future. Invece di parlare, insomma, trilliamo e facciamo delle fioriture. Invece di descrivere le cose, come diceva il Goethe, vogliamo troppo descrivere i loro effetti; e siamo arrivati in quest'arte a un grado di raffinamento puerile, assolutamente. Non è più l'arte, sono i ghiottumi, i tornagusti dell'arte. Siamo in piena decadenza di stile, ecco la cosa. — Ora lo Zola, dallo stesso principio che lo spinse a semplificare il romanzo, e a renderlo quanto più è possibile conforme alla semplicità del vero, e quasi all'andamento ordinario della vita, è condotto logicamente a fare il medesimo sopra lo stile; cioè a ridurre la forma alla sua semplicità massima, ritornando alla lingua secca, come egli dice, alla frase netta, allo stile logico, parco d'epiteti, sfrascato, che sia panno e non trina, e vesta strettamente il pensiero, senza pieghette e senza svolazzi: uno stile di cui tutto il valore consista nella evidenza, ottenuta con una parsimonia e una proprietà rigorosa della parola. Sogna, insomma, una prosa, come l'aveva in capo il Leopardi, e come la definì, senza averla mai scritta, il Giordani; vorrebbe, cioè «scrivere in modo che l'arte non si mostri, preoccupato dal solo scopo che le cose dette appariscano chiarissime e credibili, e che il pensiero passi per mezzo della parola con quella facile prestezza e limpidezza che dai limpidi cristalli ci pervengono all'occhio le specie degli oggetti posti al di là; non frapporsi mai, neppure passando, fra il lettore e l'argomento; risalire, in una parola, alla nudità tersa degli scrittori del gran secolo, serbando inalterato il sentimento ed il pensiero nuovo». In questa direzione egli vorrebbe aprire una nuova via. È una grande ambizione. E non si può negare certamente ch'egli abbia un concetto netto di quello che vuole. La giovinezza sempre fresca dello stile del Voltaire, e la solidità e la nitidezza marmorea di quello del Pascal, lo innamorano; e se bastasse, per dar corpo al suo ideale di forma, la potenza tecnica di scrittore, non c'è dubbio che ci riuscirebbe senza grande fatica. Ma la difficoltà massima sta in ciò: che questo rinnovamento dello stile ch'egli ha nel capo, richiederebbe inesorabilmente un accrescimento enorme nella ricchezza e nella intensità del pensiero. Perchè qual è lo scrittore di romanzi che potrebbe resistere a un tale denudamento? A che cosa si ridurrebbe un romanzo del tempo che corre, spogliato di tutto ciò che egli chiama pompons e falbalas della forma? E specialmente il romanzo dello Zola così profusamente descrittivo, e affollato d'immagini? Per rimaner saldo e palpabile, dovrebbe avere doppia ossatura e doppia carne. Può scrivere con quella meravigliosa austerità di stile il Pascal, che condensa in un periodo una lunga e profonda meditazione; ma come può farlo uno scrittore, di cui la facoltà principale è appunto quella di saper presentare con una evidenza straordinaria ogni più sfuggevole aspetto di ogni più piccola cosa? E quale scrittore avrà il coraggio di affrontare il gusto dominante con una maniera di stile, di cui la perfezione faticosissima rimarrebbe indubitatamente incompresa, o parrebbe freddezza, sbiaditura, miseria? Questo è il grande struggicuore dello Zola, e gli durerà, credo, per tutta la vita. Egli dice che non riesce a liberarsi dal suo vecchio stile e a impadronirsi del nuovo, perchè ha troppo fitto nell'ossa, come tutta la sua generazione, il veleno del romanticismo. Da giovane, dice, mi sono addossato anch'io il carico del frasario romantico, e cogli anni mi s'è mutato in gobba. Ma nell'intimo della sua coscienza, egli sente certamente che non è questa la ragione che gl'impedisce di porre in atto la sua idea: sente che gli manca anzitutto la fede nelle proprie forze; o piuttosto sente che non potrebbe riuscire se non a una condizione a cui non vorrà piegarsi mai certamente: di fare un romanzo solo coi materiali che gli bastano ora per due, e di lavorarci attorno tre anni invece di otto mesi, e di rinunziare alla soddisfazione dei grandi successi immediati.

Per liberarsi da questa sua spina dello stile, tornò a parlare dell'Italia. L'Italia e la Russia sono i due paesi che gli dimostrano maggior simpatia; ed egli vi si rifugia col pensiero ogni volta che si sente stanco della guerra che gli si fa in patria. Ecco una cosa che i nemici arrabbiati dello Zola non possono masticare. — Che cos'è questa toquade — ci domandano — che vi prese per lo Zola, voialtri italiani? S'ha da vedere anche i vostri Ministri dell'istruzione pubblica menare il turibolo davanti all'autore di Nana! — Alludono alla lettera del De Sanctis, che fece un po' di scandalo. Certo che è un caso letterario notevole la grandissima diffusione dei romanzi dello Zola in Italia, dove una sola delle due traduzioni dell'Assommoir ebbe più spaccio di qualunque libro italiano più popolare; dove tutti i suoi romanzi sono tradotti e, quel ch'è più raro, tradotti tutti accuratamente, e parecchi benissimo; dove si può dire, anzi, che si deve allo Zola il fatto nuovissimo d'una vera gara letteraria di traduttori colti e coscienziosi, alla quale il pubblico tenne dietro curiosamente. Si direbbe che c'entra po' in questa grande simpatia l'origine italiana dello scrittore e il carattere particolare del suo ingegno, per quello che ha di discordante e quasi di opposto allo spirito generale degli scrittori parigini. È incredibile la quantità di giornali che egli riceve dal nostro paese, fin dalle più lontane provincie meridionali; fra cui dei giornaletti sconosciuti, dei quali mi fece molta meraviglia udirgli ripetere i titoli, con uno sforzo visibilissimo delle labbra. — Je tâche d'être poli avec tout le monde, disse; ossia di rispondere a tutti. Se non ci riesce, non è per difetto di buon volere. Riceve tanti giornali che, a furia di provarsi a leggere, è arrivato ormai a capire alla meglio l'Italiano, e intende di continuar l'esercizio. E infatti dev'esser gradevole e facile imparare una lingua studiandola nelle proprie lodi, in modo da godere in ogni difficoltà risolta una doppia soddisfazione. Ma non lesse soltanto gli scritti che lo riguardavano; quindi gli rimase nel capo un guazzabuglio di nomi di romanzieri, di poeti e di giornalisti, dei quali volle saper qualche cosa singolarmente; e stette a sentir le informazioni con una certa curiosità, mista di stupore, come si starebbe a sentire chi ci mettesse al corrente della letteratura patagona. — Et notre brave Cameroni? — domandò; — quello è davvero una fontana a getto continuo! — Si mostrò molto soddisfatto delle due traduzioni dell'Assommoir. Credeva però che quella del Petrocchi fosse in patois, e si rallegrò di sentire che non è più in dialetto quella traduzione di quello che lo sia l'Assommoir originale, poichè i modi e i vocaboli fiorentini che vi sono sparsi, non le tolgono di essere tutta intelligibile da un capo all'altro d'Italia. Disse poi d'aver ricevuto una lettera di Cesare Cantù; e questo non me l'aspettavo. Gli scrisse per domandargli informazioni intorno a suo padre, che egli credeva essere uno Zola che prese parte nelle cospirazioni carbonaresche del 21. Sorrise per la prima volta quando gli dissi: — Vedete; voi non potreste immaginare lo strano effetto che farebbero in Italia questi due nomi accoppiati: Cesare Cantù e Emilio Zola — collaboratori, per esempio, in un romanzo intitolato Satin. — Non aveva però cognizione della fama vastissima dello storico lombardo, e diede segno di gradire singolarmente la lettera, quando seppe bene da chi veniva. Poi domandò bruscamente:

— Perchè non fate un romanzo?

Guardai il pendolo per non abusare del suo tempo; ma era presto: potevo rimanere.

— È una vergogna per noi — riprese lo Zola — non studiare la lingua e la letteratura italiana, perchè ne potremmo ricavare un vantaggio grande, oltre che pel rimanente, per lo stile, ed anche per la lingua nostra. I nostri grandi scrittori del buon secolo, e molti del secolo scorso, la studiavano. Non ci sarà mai critica larga e feconda in Francia fin che non ci dedicheremo coscienziosamente allo studio delle letterature straniere. La nostra critica teatrale, per esempio, è quella che pecca di più da questo lato. Non si parla che del teatro francese, si vede ogni cosa da una parte sola. Quando i nostri critici dicono: il teatro, intendono il nostro. Si dovrebbero intender tutti. Pare che per loro non esista un teatro tedesco, un teatro inglese, un teatro italiano, un teatro spagnuolo. Merci. E che teatri sono! Così nel resto. È inutile. Bisogna rompere il tetto e spalancare porte e finestre, e far entrare dell'aria. Se avessi tempo, vedete, vorrei fondare un giornale, il quale non desse che una piccolissima parte alla politica, che è la nostra peste, e non avesse altro ufficio che di seguire passo a passo, fedelissimamente, il movimento letterario degli altri paesi, rendendo conto d'ogni pubblicazione che si facesse a Madrid come a Pietroburgo, a Roma come a Stoccolma, con una critica largamente espositiva e imparziale, ma piuttosto benevola che severa, chiunque fosse l'autore e qualunque la scuola; in modo da far penetrare in Francia il maggior numero possibile di scrittori stranieri. Questo ci vorrebbe per noi. Ma come potrei farlo? Basta un giornale ad assorbir la vita d'un uomo.

Nondimeno, secondo lui, s'è già fatto un gran passo in Francia, dal 70 in poi, nello studio delle letterature straniere. Oltre che si traduce un assai maggior numero di libri che per il passato, e che non par più una cosa dell'altro mondo, come una volta pareva, che un giornale francese s'occupi d'uno scrittore straniero, se anche non è famoso nel mondo; è fuor di dubbio che molti libri inglesi, italiani e tedeschi sono letti in Francia, ora, nel testo originale. Ed è cresciuta mirabilmente anche la vendita dei libri francesi. Lo Zola, così a un di grosso, crede che sia triplicata. Dodici edizioni d'un libro, che erano già un gran che, non sono più oggigiorno che un mediocre successo librario. E i poeti, in ispecie, hanno torto di lagnarsi. D'un volume di versi, in qualsiasi condizione pubblicato, si esitano immancabilmente mille esemplari. E si è migliorata pure la condizione degli scrittori rispetto agli editori: c'è più buona fede e più fiducia reciproca. Non è gran tempo che essi si trattavano a vicenda, e con molto chiasso, di scrocconi e di ladri.

Improvvisamente mi fece una grande sorpresa.

— Sapete — disse — ho letto i Promessi Sposi.

Avvicinai la seggiola.

Mi parve che titubasse un poco a esprimere la sua opinione, sia perchè non l'avesse netta, sia perchè, sospettando la mia, cercasse i termini per urtarla il più leggermente che poteva.

— Prima di tutto — disse — debbo confessare che ho letto la traduzione francese, e che ho poca fede nelle traduzioni. Credo che la migliore sciupi gran parte, e forse la più viva parte di qualunque lavoro, e specialmente di un lavoro originale. Perciò i Promessi Sposi non mi fecero l'impressione che m'aspettavo. Che so io? Il romanzo, nel suo complesso, mi parve troppo fedelmente lucidato dai romanzi di Walter Scott. Non mi son fatto un concetto preciso del suo valore. Certo però che ci sono delle parti, e molte, che serbano anche nella traduzione una bellezza e una potenza meravigliosa; squarci d'un realismo magistrale, nei quali si rivelano insieme la forza d'un grande pittore e quella d'un pensatore vasto e profondo: la storia della peste specialmente, che avrebbe innamorato il Flaubert, col quale il Manzoni ha molti punti di somiglianza....

Quello che lo colpì più d'ogni cosa, insomma, fu la descrizione, e di tutte le descrizioni, quella che gli rimase impressa più profondamente, tanto che ne ricorda tutti i particolari, è la scena che si presenta improvvisamente allo sguardo di Renzo, quando s'affaccia alla porta del lazzaretto, dopo la sua lunga e avventurosa pellegrinazione a traverso a Milano. Quelle compagnie di malati che entrano, quegli appestati accovacciati pei fossi, quelle faccie stupidite, quei visi sghignazzanti, quei pazzi che raccontano le loro immaginazioni ai moribondi, quel cantare alto e continuo di gente già trasfigurata dal morbo, quel brulichìo immenso e miserabile, e particolarmente quel cavallaccio sfrenato, che fende la folla in mezzo all'urlìo dei monatti, montato da un frenetico che gli tempesta il collo di pugni, e dispare in un nuvolo di polvere, sono un quadro, egli dice, che gli rimarrà davanti agli occhi per tutta la vita. Non disse altro, e non me ne stupii. Per quanto ingegno e accorgimento critico egli abbia, è impossibile che, per ora, gusti e giudichi rettamente un'opera pensata, sentita e condotta così diversamente dalle sue. Egli è ancora troppo caldo dell'ispirazione propria, troppo eccitato dalla battaglia, troppo immerso con tutte le facoltà nei suoi studi altrettanto profondi che rigorosamente circoscritti, e troppo vivente, non dico nella letteratura del suo tempo, ma in quella della sua giornata. Lo Zola rileggerà i Promessi Sposi in pace, fuori del campo di battaglia, come il Voltaire rilesse l'Ariosto, e cangierà di parere, come il Voltaire. Gli mancavano d'altra parte, per ora, gli elementi necessarii ad un critico per poter giudicare del valore intrinseco d'una grande opera letteraria. Rimase stupito udendo che i Promessi Sposi furono scritti nel primo quarto del secolo, e che il Manzoni, pure seguendo l'esempio del Walter Scott nel suo romanzo, fu nella letteratura italiana un novatore, il quale, ai suoi tempi, fece «parte da sè stesso»; un miscredente delle scuole, come lo definì il genero apologista, un Volteriano dell'arte, un loico del buon senso; iniziatore d'una riforma letteraria che bandì l'estrinseco, il convenzionale, il falso nel pensiero, nel sentimento, nello stile, nella lingua; e che la sua apparizione nella letteratura italiana, sollevò ben altre tempeste e diede l'impulso a un ben più largo e nuovo movimento d'idee che non abbia fatto lui, per ora, nella letteratura francese. Finì col dire che l'avrebbe riletto in italiano, e mostrò curiosità di conoscere le tragedie, per aver inteso qualcosa di quella maniera libera e tranquilla di condurre l'azione e di sceneggiare, che si deve accordare mirabilmente con le sue idee.

Di qui ricascò a parlare della sua stanchezza intellettuale, che lo rattristava:

— Ma chi mai — gli dissi — leggendo i vostri articoli, sospetterebbe che siete stanco?

— Capisco: non ve n'accorgete; ma è perchè ci metto uno sforzo doppio che per il passato, appunto per nascondere la stanchezza.

— E poi — disse dopo qualche momento di riflessione, — sono stanco sopratutto della polemica, che mi attira tanti odî. È un'impresa che schiaccia le mie forze, e schiaccerebbe le forze di chi che sia, quella di fare nello stesso tempo il novatore e il demolitore. Io mi trovo in una condizione disgraziata. Vedete Victor Hugo. Certo, nel suo grande cammino trionfale egli è stato spinto innanzi dalla forza immensa delle simpatie e degli entusiasmi della nazione; ma aveva il vantaggio di non esser costretto a combattere a corpo a corpo. Una legione di devoti e di fanatici gli andava innanzi sgombrando la strada a colpi di spada e d'accetta, e gli faceva largo intorno, gli lasciava un grande spazio d'aria libera, nel quale egli procedeva serenamente, tutto assorto nella propria ispirazione. Io, invece, debbo far tutto, ossia fare e disfare. Ed è quello che non vogliono perdonarmi. — Badate a scrivere dei romanzi — mi dicono; — lavorate sul vostro, e lasciate in pace gli altri sul proprio: create senza distruggere. — E perchè ciò, dal momento che essi tirano a distruggermi, e non creano? Perchè non credono ch'io sia in buona fede; perchè credono ch'io critichi, non per convinzione, ma per passione; non per abbattere delle scuole che credo false e dannose al progresso dell'arte e del pensiero, ma per sbarazzarmi di rivali che credo incomodi. Credono che io odii delle persone, mentre non combatto che dei principii. Vogliono ad ogni costo che sia egoismo di bottegaio quello che è coscienza d'artista. Questo è quello che mi affligge. Che cosa ne pensate?

Credetti di dovergli dire quello che sinceramente credevo, cioè che fuori di Parigi, fra noi, per esempio, si faceva generalmente un giudizio assai diverso della sua critica. — Troviamo nei vostri articoli della violenza, ma non dell'odio. Se ci fosse odio, ci sarebbe del veleno, e questo non l'avete. Ci paiono critiche di testa, vi direbbe un maestro di canto, e non critiche di petto; colpi di mazza, non colpi di stile; che è molto diverso. E chi volete che creda che coi successi enormi che ottenete, possiate attaccare per gelosia letteraria, fra gli altri, degli avversari mille miglia lontani dal vostro campo, e quasi sconosciuti fra noi? Del resto, voi potete sempre rispondere che non avete ancora detto contro gli altri la metà di quello che si disse contro di voi.

— Ah! — esclamò — di quello che si disse contro di me non ne potete avere un'idea, voi che vivete lontano da Parigi. Io mi diedi a scrivere sul Figaro per non troncare tutt'a un tratto la mia «campagna critica» dopo la rottura col Voltaire; chè m'avrebbero creduto smarrito d'animo e ridotto all'impotenza. Ma sapete perchè ho scelto il Figaro? Il Figaro, prima di tutto, contro cui si fa tanto gridare, non è mica peggio degli altri giornali, sotto nessun aspetto. La sua disgrazia è che tutti i torti della stampa che ha dei torti, si fanno ricadere sulla sua testa; lui è lo scandalo, lui è il morbo della nazione, lui raccoglie in sè tutti i vizi, tutte le magagne, tutte le brutture del giornalismo francese. È destinato che sia il capro emissario, e s'intende che se non ci fosse il Figaro, non ci sarebbe che una stampa purissima e santissima: sta bene. Ma questo non monta. Sono collaboratore del Figaro, ma non l'ho sposato. Io non so quello che ci scrivano; so che ci scrivo quello che voglio. Ho scelto il Figaro per questa ragione: che essendo un giornale diffusissimo per tutta la Francia e fra ogni ceto di gente, volevo cercare, scrivendoci, se ci fosse modo di distruggere quella specie di leggenda odiosa e ridicola che s'è formata sulla mia povera persona. Una vera leggenda, vi dico. Quelli che l'hanno creata e divulgata, i critici e giornalisti, non ci credevano: s'intende benissimo: sono maligni, ma non imbecilli. Il grande pubblico, però, l'ha bevuta. Per questo grande pubblico io sono un uomo senza coscienza, senza legge, senza pudore, senza affetti; uno speculatore d'immoralità, un sacco di vizi, un bevitore di sangue, un'anima perduta. Credono che io sguazzi veramente in tutte le sozzure, come qualche personaggio dei miei romanzi, e non solamente nelle sozzure morali. Un égoutier, infine. Un uomo da velarsi gli occhi e da turarsi il naso, passandogli accanto. Ebbene, io dissi tra me: je suis un brave homme, après tout (non c'è vanità a dichiararlo, non è vero?); mi sento un cervello sano nel capo e un cuore onesto nel petto; vediamo se, scrivendo in un giornale che va per le mani di tutti, provandomi a dirvi le mie ragioni con la maggior pacatezza possibile, e a esprimervi i miei sentimenti con la mia abituale sincerità, mi riesce di raddrizzare l'opinione storta della gente. Prima ancora ch'io scrivessi, al semplice annunzio della mia collaborazione, i buoni borghesi, gli onesti abbonati rimasero atterriti. Ma come! Lo Zola scrive nel Figaro? Saremo costretti ad asciugarci la prosa di questo matto pervertito e scandaloso, e a nascondere il giornale alle nostre famiglie? Credevano in buona fede che ad ogni periodo io buttassi fuori un'oscenità stomachevole o sputassi sopra un sentimento gentile o lacerassi un nome onorato. Ora io so che molti hanno espresso una grande meraviglia dopo letti i primi articoli. In fin dei conti, hanno detto, tutto ben considerato, è un uomo — presso a poco — come gli altri. Avrà torto, ma ragiona; ragionerà male, ma par persuaso di quello che dice. Porcherie non ne scrive; critica, ma non insulta; è un capo originale, ma non è un pazzo da catena. Non è lo Zola che ci avevano dato ad intendere. — Ora questo è già qualche cosa, ma è poco più di nulla. Per uno che si ricrede, cento altri del pecorame immenso continuano a credere. Voi non potete immaginare quanto sia difficile in Francia lo sradicare un pregiudizio. Una leggenda calunniosa s'è formata sopra di me: ebbene, ho quarant'anni, posso viverne ancora altri venti, ma son sicuro di non vederne la fine, di quella leggenda. E questo m'addolora.

E disse le ultime parole con un accento di vero rammarico.

— Pensate però — gli osservai — che la leggenda non è uscita di Francia, e che noi, lontani, vi giudichiamo diversamente. I lettori sensati, che conoscono tutte le vostre opere, e che tengono dietro a tutte le manifestazioni dei vostri principii artistici, spassionatamente, e senza cocciutaggini scolastiche, sono persuasi che quello che si può trovare d'eccessivo, sotto certi aspetti, in alcuni dei vostri romanzi, è conseguenza logica del concetto fondamentale che avete dell'arte, non predilezione per il brutto, per il tristo e per l'orrido, che derivi da animo malvagio. Certo, l'arte ottimista che sceglie ad un fine consolante i caratteri e gli avvenimenti, e si sforza di alleggerire ai lettori tutte le impressioni ingrate, e di girare intorno, senza attrito, a tutte le opinioni che hanno una radice nell'animo, cattiva facilmente la simpatia agli scrittori. Ma sotto la vostra arte di ferro, noi ammiriamo e amiamo la schiettezza, il coraggio, la devozione ardente e indomabile ad un'idea, che non è possibile che in un'anima nobile. Gli arrabbiati che leggono i vostri romanzi con un occhio solo, non vedono che Lantier, e Bijard, e Pierre Rougon, e Renée; noi li leggiamo con due, e vediamo Miette e Goujet e Lalie ed Hélène e la piccola Jeanne. Ed è l'intensità, non la molteplicità e la diffusione delle manifestazioni del cuore, quella da cui giudichiamo l'intima natura dell'artista. Per me, vedete, Hélène, che dopo aver visto morir la sua creatura senza poter piangere, e quasi chiusa nel suo dolore, getta un urlo improvviso vedendo ai piedi del letto le scarpettine che la povera bimba non si metterà mai più; e il singhiozzo disperato che lacera il petto di Goujet mentre Gervasa, incanutita e convulsa, si sfama sotto i suoi occhi, dovrebbero bastare a giudicar l'uomo quanto un poema d'affetto. E molti la pensano a modo mio.

— Eppure — osservò sorridendo leggermente — dicono che contamino tutto.

— Lo dissero anche del Flaubert. Dopo che aveva lavorato per cinque anni a un romanzo, un critico scrisse che s'era ravvoltolato in una fogna e che l'aveva sporcata.

— E che cosa si dice, in Italia, quando si legge una di codeste critiche?

— Non so.... credo che si continui a leggere il Flaubert.

— Io credo però che sarà utile, a proposito di critiche, un libro d'un nuovo genere, che sto preparando da un pezzo. Man mano che mi cadevano sotto gli occhi, sono andato raccogliendo e ordinando le più grossolane insolenze, i più spropositati vituperii che vennero vomitati contro di me. V'accerto che a leggerli tutti di seguito, come una lunghissima lirica furibonda, fanno un singolare effetto. Li pubblicherò in un volume, con una grande prefazione sulla critica, e intitolerò il volume: Leurs injures. Sarà la mia apologia.

Questo è il suo chiodo fisso; per quanto faccia, bisogna sempre che torni a batterci su. Il suo grande tormento è d'essere male giudicato come uomo. E questo tormento, possono averlo celato, ma lo provarono certamente tutti gli artisti, anche i più incuranti e sdegnosi del mondo, e i più gloriosi, quando il loro carattere morale fu denigrato. Poichè si può ben amare disperatamente la gloria, ma non si può averne un godimento pieno e sereno, se non si sente che insieme all'artista è stimato l'uomo, suo padre e suo giudice, e depositario del suo onore. Prima si ambisce la gloria pur che sia; poi quella tal gloria — senza ombra e senza turbamenti; — ossia la stima e l'affetto, che sono il calore della sua luce. Il che i nemici cercan di togliere, quando non riescono a toglier altro, poichè è una grande consolazione dell'amor proprio, dovendo dire che un tale è un grande artista, poter soggiungere subito dopo che è un birbante.

— Mah! — esclamò poi lo Zola — quando lavoro dimentico tutto.

— Dateci presto il nuovo romanzo — dissi.

— Mi ci potrei mettere subito — rispose — se ci fossi già preparato. Ma ho bisogno di viver prima lungo tempo coi miei personaggi, e siccome questo non è un lavoro da tavolino, che m'obblighi a star lì cogli occhi sulla carta, così basta anche una leggera preoccupazione dell'animo a distrarmene. Ho bisogno di pigliare i miei personaggi ad uno ad uno, e poi a due a due, e così avanti, e di farmeli andare e venire per la testa, di notte, passeggiando, desinando, ora strappando una parola a uno, ora cogliendo a volo un gesto d'un altro, ora scoprendo il secreto di un terzo; e di abituarmi a viver con loro fino al punto di voltarmi in tronco, quando mi sento un fruscìo alle spalle, quasi con la sicurezza di sorprenderne qualcuno in carne ed ossa. Fin che non sono arrivato a questo grado d'illusione, non posso far nulla. Quando poi i personaggi son diventati così vivi e parlanti, e quasi gente di casa mia, il lavoro non m'affatica più; mi metto al romanzo, e lascio che facciano loro, che pensin loro a combinarsi e a trattare insieme le proprie faccende; io cerco d'entrarci il meno possibile, e di restringermi a redigere i verbali. Alle volte mi par d'essere estraneo affatto al mio romanzo. Casi, scene, dialoghi si succedono da sè, e non ho che a mutar qualche parola nel testo che mi si svolge sotto gli occhi. Non è che la descrizione che mi costa sforzo. Ma scrivendo, vedo i luoghi così distintamente, sento i rumori, gli odori, i contatti in una maniera così viva, che anche qui non ho quasi da cercar altro che l'espressione. Rimango tutto stupito, alzando gli occhi, di ritrovarmi nella mia stanza, solo, in una gran quiete, e cerco per dove sono fuggiti i fantasmi che mi stavano affollati intorno un momento prima.

Con tutto ciò m'è parso di indovinare, da qualche sua parola qua e là, che la difficoltà che egli trova a rimettersi ai suoi romanzi, non deriva soltanto dal suo stato presente di salute e d'animo, ma da un sentimento, più forte che non l'abbia mai provato, d'incertezza artistica. Egli conosce il mondo letterario e sè stesso: sa di essere arrivato al punto forse culminante della sua ascensione d'artista, e che di lì non potrà più salire se non facendo un poderosissimo sforzo: o un passo in una via nuova, o un perfezionamento grande sulla via battuta. Perchè è vero quello che disse il Dumas figlio, che il pubblico vuol essere continuamente sorpreso, abbagliato, sbalordito, violato. Ora, dopo l'Assommoir, lo Zola è andato più in là, ma non più in su. I critici assennati non solo non mettono la Page d'amour accanto all'Assommoir, ma la considerano al di sotto della Fortune des Rougon e della Conquête de Plassans. Nana fu un successo più librario che letterario. Si capisce d'altra parte che, per quanto sia grande la sua potenza di scrittore, il genere suo, tutto analitico e descrittivo, è quello in cui l'originalità perde in più breve tempo la freschezza, abituandosi facilmente il pubblico ai procedimenti metodici, di cui può indovinare gli artifizi prima di subirne gli effetti. Al che l'aiutano anche gli imitatori; gl'inetti scoprendo meglio la meccanica, i valenti mostrando che non è difficile impadronirsene. E lo Zola ha ormai un drappello di imitatori che non gli stanno indietro che d'un passo. Perciò io credo che stenti a ricominciare i romanzi, non tanto perchè è stanco, quanto perchè cerca. Mettendosi a scrivere, gli si presentano in folla tutte le forme e le industrie già usate, ed egli vuol liberarsene. Non gli basta più cambiar soggetto, vorrebbe cambiar maniera. Ed anche dall'idea di scrivere un romanzo sulla bontà e sul dolore, per fare un salto da Nana, come scrisse la Page d'amour per fare un contrapposto all'Assommoir, traspare già il bisogno che egli sente di rinnovellarsi come traspare, più che da tutto, dal suo proposito di dedicarsi intieramente al teatro.

Parlò da ultimo a proposito di teatro, del dramma ricavato da Nana, che deve rappresentarsi tra poco. Dell'Assommoir non fu contento: fu un eccellente affare finanziario, una magra soddisfazione artistica: non era più il suo Assommoir. È più soddisfatto del dramma ricavato dall'ultimo romanzo. Si è dovuto transigere colle esigenze della scena, si sottintende. Il carattere della protagonista è stato un po' attenuato, e il linguaggio passato allo staccio. Ma, nell'insieme, il dramma è più fedele al romanzo, ossia più naturalistico. C'è più distinzione e più discrezione. Ma per questo appunto dubita della riuscita.

Infine tornò ancora una volta al suo ideale: terminare i romanzi, non impicciarsi più di polemica, lavorare riposatamente per il teatro nella sua casa tranquilla di Médan, non vedendo che pochi amici.... Ma per far questo — soggiunse rattristandosi — bisogna sentirsi sani e giovani, e sopratutto non aver dolori. L'arte non basta a consolare dei grandi dolori.

Pensava a sua madre.

Allora, per distoglierlo da quel pensiero, pensai di saldare un conto che avevo con lui da due anni. — Prima di lasciarvi — gli dissi — debbo giustificarmi d'un grosso errore che ho commesso a vostro riguardo. Ho letto in un libro francese, che parlando d'un articoletto ch'io scrissi sopra di voi nel 1878, diceste: — Ma dove diamine è andato a pescare il De Amicis ch'io avessi due bambini? — Avete tutte le ragioni del mondo di lamentarvi, tanto più che non solo dissi che avevate due bambini, ma aggiunsi che li avevo sentiti gridare. Se voi mi credete un idealista, dovete aver pensato che è spingere un po' troppo in là l'idealismo, quella di regalare dei bimbi — per abbellire il quadro — a chi non solamente non ne ha, ma non ne desidera. L'errore deriva da ciò, che un vostro amico mi disse che li avevate, e che io non avevo una ragione al mondo di non crederci. Quanto all'averli sentiti gridare, mi concederete che è un'immaginazione scusabile, perchè o non si hanno, ed è affar finito, o si hanno, e allora gridano. Ma vedete se son castigato della mia credulità. Sono stato a vedere il Daudet, e ne scriverò qualche cosa. So di sicurissimo che ha due bambine, ne ho visti i ritratti; potete pensare se mi farebbero comodo per il mio quadretto. Ebbene, sono costretto a non nominarle neppure, perchè nessuno mi crederebbe più. Vi prego di considerarvi soddisfatto

Si dichiarò soddisfatto, ridendo; ma subito il suo viso si tornò a velare.

E salutandomi sull'uscio, mi disse con un accento affettuoso, stringendomi la mano:

Vous ne me croyez pas un bandit, n'est-ce pas?

— Ah! non mi conviene — risposi — vivo troppo in vostra compagnia.

E benchè avessi chiuso la conversazione con uno scherzo, me ne andai dolente, proprio, di non aver più trovato lo Zola giovane e contento dell'altra volta.

***

Ecco i grandi artisti. Mentre noi gl'invidiamo di lontano, pensando che sono famosi, potenti, ricchi, e che debbono essere felici, o almeno tutti frementi e splendidi del trionfo, essi son là soli in mezzo ai loro libri, afflitti da dolori che ignoriamo, tormentati da mille dubbi, sfiduciati di sè, incerti dell'avvenire, e rosi nel cuore dalla passione dell'arte propria. Quella coscienza del proprio valore e della propria fama, che noi crediamo una sorgente continua di contentezza, essendo diventata in loro un sentimento abituale, ha reso insensibile il loro amor proprio a tutte le soddisfazioni ordinarie; per il che non hanno che assai di rado delle gioie vive, le quali pure svaniscono di più in più rapidamente. Il sentimento profondo che hanno della vita, per cui l'amano più intensamente, rende a loro più dolorosa la coscienza della precarietà propria, e di tutto; e la paura dell'obblio, che è il loro affanno perpetuo. L'idea della loro fama, del loro nome pronunciato da tutte le bocche, del diritto dato alla moltitudine immensa di giudicarli e di notomizzare brutalmente l'anima loro, li sgomenta qualche volta, come gente condannata a una berlina senza termine. Se vanno tra la gente, sono urtati in mille modi dall'invidia e dall'ignoranza; se vivono da sè, sono sopraffatti e soffocati dalla propria immaginazione. Continuamente combattuti tra gli interessi della vita e la coscienza artistica, tra il bisogno e il furore di imparare, e la necessità e la passione di produrre, tra l'intelligenza che progredisce, mettendo sempre più alta la meta dell'arte, e le forze artistiche che si logorano, scemando la speranza di raggiungere quella meta; circondati d'amici continuamente pericolanti sopra l'altalena della gelosia; minacciati nella salute dall'abuso del lavoro in cui non riescono a moderarsi; dotati d'una malaugurata facoltà di sviscerare sè stessi, che inacerbisce il sentimento di tutti i dolori; condannati, in fine, al primo segno che diano di stanchezza e di decadimento, a sentire da ogni parte la risata trionfale degli emuli, ed il grido insolente delle legioni giovanili che si avanzano.... Poveri grandi artisti! Ha detto bene Alessandro Dumas: Dante dimenticò di mettere questo supplizio in fondo alle bolgie dell'inferno.

EMILIO AUGIER
E ALESSANDRO DUMAS

Un mio amico di Galata mi raccontò, anni sono, il seguente aneddoto.

— Mi trovavo sopra un piroscafo del Lloyd austriaco, in viaggio da Varna a Costantinopoli, in mezzo a una folla di gente che non conoscevo; e m'annoiavo mortalmente; quando, per fortuna, m'occorse di scambiare qualche parola e poi di attaccare conversazione con un viaggiatore francese, che da più d'un'ora stava immobile accanto a me, cogli occhi fissi sui mare. Discorremmo per un pezzo. Non spendeva molte parole, ma parlava bene, in un certo modo stringato e asciutto, e diceva sempre qualche cosa di singolare, che mi costringeva a guardarlo. Andava per la prima volta a Costantinopoli. Mi rivolse delle domande sull'Oriente, molte delle quali mi misero in imbarazzo, e sopra ogni mia risposta faceva un'osservazione, la quale spiegava più chiaramente quello ch'io avevo voluto dire, in modo che, a un certo punto, m'accorsi con grande vergogna che parlavo male. A notte inoltrata lo lasciai per andar a dormire, e per molto tempo non mi potei levar dalla testa la sua figura e i suoi discorsi. Non avrei saputo dire se mi fosse simpatico o no. Mi dava da pensare, desideravo di vederlo per conoscerlo meglio. La mattina dopo, all'alba, si stava per entrare nel Bosforo. Salii sul ponte, ricominciammo a discorrere. La sua conversazione era argutissima e piena di pensieri; ma che so io? Ci sentivo qualche cosa come di secco e di freddo, che mi teneva in là, nel tempo stesso che m'attirava e mi metteva in grande curiosità di sapere chi fosse. S'entrò nel Bosforo, che egli non aveva mai visto. Con mio grande stupore, non diede alcun segno di meraviglia. Stava ritto, impalato contro il parapetto, immobile come una statua, come se avesse visti quei luoghi cento volte. — Che razza d'uomo è costui? — pensavo. Una sola volta, vedendo una moschea bianca sulla riva asiatica, si scosse ed esclamò: Oh quelle jolie bonbonnière! Poi tornò a chiudersi in sè. Passò Buyukdéré, passò Therapia, passò Isthènia, passò Kandilli, e non diede segno di vita. S'arrivò finalmente a Costantinopoli, e continuò a guardare e a tacere. Il bastimento, dopo una breve fermata a Costantinopoli, doveva proseguire per l'Egitto. Il mio incognito andava a veder l'inaugurazione del canale di Suez; io dovevo scendere a Galata. Prima di scendere, gli porsi il mio biglietto di visita; egli mi diede il suo: guardai, c'era scritto: Alexandre Dumas fils. Come si può pensare, feci un atto di meraviglia e di piacere. Egli rimase impassibile. — Au bonheur de vous revoir — mi disse. E mentre io me n'andavo voltandomi indietro per vederlo ancora, egli guardava da un'altra parte col cannocchiale. —

Ho riferito quest'aneddoto perchè l'impressione ricevuta dal mio amico è quella che le opere del Dumas lasciano nella maggior parte dei lettori italiani.

La crudezza con cui esprime certe verità che ci feriscono nel nostro sentimento d'orgoglio umano, la brutalità di chirurgo impassibile con cui mette le mani nelle piaghe che altri suole trattare con pietà delicata, la perspicacia diabolica con cui indovina i segreti più intimi di certe nature mostruosamente inique e corrotte, e quasi la compiacenza feroce con cui li rende; e più di tutto certi tratti indefinibili, che sono nei libri quello che i lampi dell'occhio e i guizzi delle labbra sono nei visi, ci fanno immaginare un uomo rigido e superbo, poco benevolo per i suoi simili, facile alla passione, ma chiuso alla tenerezza, e scettico in fondo; la cui presenza debba agghiacciare la parola in bocca all'ammiratore che gli va incontro con espansione. Anche nei tratti delle sue opere, che ci sembrano riboccanti d'affetto, e che ci commuovono, noi troviamo sempre, esaminandoli, piuttosto l'arte profonda d'un'intelligenza che, indovinando tutte le cause, riesce a ottenere tutti gli effetti, che non il disordine affannoso ed ingenuo che viene dal cuore; e ci piglia il sospetto che egli abbia studiato, come il Goëthe, delle lettere affettuose di sconosciuti, per impararvi il linguaggio dei sentimenti che non provava. Negli stessi suoi scritti d'argomento sociale, diretti a uno scopo generoso e benefico, riconosciamo che v'è largamente tutto ciò che può giovare alla persuasione: chiarezza limpidissima, argomentazione serrata, arte mirabile di presentare le contraddizioni e di valersene, ed eloquenza splendida nell'esporre lo stato delle cose a cui cerca rimedio; ma non quel soffio irresistibile che prorompe dalla pietà ardente e profonda dei dolori e delle ingiustizie, e che vince il cuore prima che la ragione sia vinta. Vi sentiamo fremere più potentemente l'amore artistico della propria idea, che l'amore umano degli oppressi. E quell'apostolato di moralità, di virtù, di dovere, che informa specialmente le sue ultime opere, ci ha piuttosto l'apparenza d'un grande ed onorevole proposito dell'ingegno che intuisce il bene, e se ne fa strumento all'arte; che non la passione intima e schietta d'un'anima che lo ami irresistibilmente. La soddisfazione che ci lasciano nell'animo le opere sue più evidentemente dirette ad un fine a cui anche il nostro cuore e la nostra coscienza consentono, non è mai nè piena ne tranquilla; sempre usciamo dal teatro o chiudiamo il libro con qualche ferita segreta nell'animo; e la nostra immaginazione non ci rappresenta mai, neanche a traverso alle più dolci emozioni provate, un Alessandro Dumas altrettanto amabile che ammirabile.

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Eppure il concetto che ne hanno i suoi amici intimi è assai diverso da quello della più parte de' suoi ammiratori lontani. È un un bon garçon, dicono, senza restrizioni; migliore di suo padre, che nondimeno parve più amabile e fu più amato. Conviene anche dire che è tutt'altro Dumas da quello che fu in giovinezza. Era dissipato, ed ora si vanta d'essere un capo di famiglia esemplare. Della sua vita passata dice egli stesso che non conserva più che i ricordi; e si assicura che fra questi ricordi ce ne sono dei bellissimi, e di molti paesi, e invidiati, e famosi. Ha un sentimento altero di sè; ma non costantemente: solo in certi giorni della settimana, e quando lo stuzzicano. È servizievole con gli amici, dei quali s'asciuga drammi e commedie e romanzi, senza fiatare, ragionando anzi i suoi giudizi in letterine mirabili di stringatezza e di sincerità fraterna, con le quali rivela agli autori i difetti intimi delle opere e le deficienze inconscienti degli ingegni in un modo maestrevolmente scoraggiante. Non pecca d'avarizia, come molti credono, e come forse credeva suo padre quando essendogli stato detto che il figlio scriveva Le père prodigue, soggiunse: — et le fils avare. Non è milionario per gli altri, come disse del padre suo egli medesimo, ma è caritatevole, e soccorre in particolar modo i letterati e gli artisti poveri, ricordandosi d'aver vissuto i suoi primi anni in quella Bohême, che ora brulica a cento gran cubiti sotto i suoi piedi; sebbene non sia facile ingannarlo col pretesto della beneficenza. L'accusarono d'ingratitudine verso suo padre, per qualche parola che gli sfuggì sulla trascuranza in cui fu lasciata la sua prima educazione; ma è un'accusa ingiusta. Egli dichiarò sempre che non s'è sentito qualcosa se non quando s'è paragonato fuori di casa sua. L'apologia che fece del padre nella prefazione al Fils naturel, dove respinge sdegnosamente la lode di coloro che lo mettono al di sopra dell'autore d'Antony, è una delle poche cose in cui si senta veramente palpitare il suo cuore. Egli parla di suo padre ad ogni proposito. Tutti gli aneddoti che possono riuscire ad onore del suo cuore, della sua vita e del suo genio, li ha continuamente sulle labbra, e li abbellisce sovente, e si dice anche che ne inventi. Si sa invece che suo padre era leggermente geloso di questa gloria che gli cresceva in casa, dovuta a facoltà tanto diverse dalle sue. La sera della rappresentazione di Madame Aubray, a un suo amico che gli lodava calorosamente il dramma del figliuolo, rispose di malumore: Sì, bene, c'è dell'osservazione; mais comme théâtre, enfin, qu'est-ce qu'il y a? — Lo difendeva con affetto quando altri gli dava addosso; e quando lo lodavan troppo, s'impazientava. Chi ha conosciuto l'uno e l'altro, pure riconoscendo la generosità splendida del padre, e l'immensa simpatia che ispirava, gli antepone come carattere saldo, come cuore sicuro alla prova, come coscienza, infine, il figliuolo. I suoi antichi compagni di collegio, migliori giudici dei nuovi amici, sono concordi in questo giudizio. Il convittore Dumas, quindicenne, aveva uno sconfinato entusiasmo per il papá. Non ammirava altri e non parlava d'altro. Grazie a lui, tutto il collegio conosceva un mese prima dell'Europa l'intreccio dei drammi e dei romanzi del grand'Alessandro, e ne leggeva dei brani manoscritti sui banchi della scuola, dietro ai vocabolarii. Un giorno che per la partenza improvvisa del Dumas padre dalla Francia, si credette che fosse stato bandito da Luigi Filippo, il figliuolo ne fu desolato; e i colleghi, per consolarlo, rappresentarono nel cortile un dramma improvvisato, nel quale il re dei romanzieri era coronato di gloria, e il re dei borghesi faceva una pessima figura. Ho visto delle lettere scritte in quel tempo dal piccolo Dumas ai suoi compagni, piene di fantocci, di capricci calligrafici e di buffonate; ma cordialmente espansive, e piene d'un sentimento d'amicizia rarissimo nell'adolescenza. Lo strano è che il Dumas, nel collegio, non diede segno nè d'amore allo studio, nè d'ambizione, nè d'ingegno più che ordinario, nemmeno in letteratura. Non solo non era fra i primi, ma neanche fra i secondi. Se aveva un'ambizione, benchè non studiasse, era di diventare un giorno un erudito, e anche più che un erudito, un bibliotecario. Come scrittore si considerava naturalmente assorbito e annientato da suo padre. Viveva in lui e di lui, gli bastava la gloria paterna, gli pareva che ne sarebbe vissuto lietamente e tranquillamente per sempre. E i suoi grandi trionfi erano quando suo padre veniva a visitarlo al collegio, e professori, scolari, assistenti, inservienti, tutti saltavano su, come scossi da una scintilla elettrica, per vedere un momento dalle finestre e dagli spiragli degli usci quel mago, quel colosso, quel glorioso testone scarmigliato, che empiva il mondo della sua fantasia.

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Ora l'antico aspirante bibliotecario è uno degli scrittori francesi più divulgati nel mondo, ed anche uno di quelli di cui Parigi s'occupa più curiosamente, e per la singolarità del suo carattere, e perchè attira l'attenzione pubblica come autore drammatico, come polemista nelle più ardenti quistioni sociali, come amatore dispendioso delle belle arti e come gentiluomo ospitale. Quanto alla sua fortuna, basta dire che in non più di sette anni, ossia dopo il Monsieur Alphonse, che pure è già una commedia della decadenza, il solo teatro gli fruttò poco meno d'un milione, di cui deve la quinta parte all'Étrangère, che non ebbe un grande successo, e alla ripresa del Demi-monde. Oltrechè ha un diritto raguardevole sui cento mila esemplari delle opere di suo padre che si stampano ancora annualmente in Francia per ispanderle a traverso a tutti i continenti. Con tutto ciò non vive sfarzosamente: non ha le manie principesche di suo padre. Sta nell'Avenue de Villiers, dove stanno pure il Meissonier, il Gounod e Sara Bernhardt, in una casa propria, graziosa, ma non splendida, fiancheggiata da un giardino semplicissimo, senz'aiuole e senza sentieri, disposto così perchè la sua Jeannine vi possa scorazzare liberamente; in fondo al quale c'è una casa campagnuola d'Alsazia, ch'egli comprò bell'e fatta all'Esposizione del 1878, per mettervi i quadri che non entravano più nelle sue sale. Nella sua casa non c'è di grandioso che lo spazio. Anch'egli sente quel bisogno d'aria viva, di larga respirazione, di libertà di mosse e di passi, per cui suo padre stava in maniche di camicia dalla mattina alla sera, e riceveva le visite in una toilette da fornaio. Non tiene carrozza: la stessa signora Dumas, quando deve uscire, fa venire modestamente alla porta un umile fiacre inzaccherato, che farebbe fremere l'ombra di suo suocero. La villetta dove vanno a passar l'estate non è più magnifica della casa in città. L'unica ricchezza della casa sono le opere d'arte. Contro alle pareti s'innalzano statue e bassorilievi di grandezza naturale; busti di marmo e bronzi ad ogni angolo; e quadri innumerevoli, fitti, che si toccano dai pavimenti alle vôlte, nelle sale di ricevimento, nelle stanze da letto, nelle stanze d'entrata, sui pianerottoli, per le scale, ammonticchiati sui tavoli, ritti sui cassettoni e sui caminetti, appoggiati alle spalliere delle seggiole, fin nei cantucci più oscuri dove bisogna guardarli col lume, fin sui battenti delle porte: quadri di tutte le grandezze e di tutti i generi, di pittori famosi e di genii divinati da lui, paesaggi, madonne, belle donne nude — belles bêtes, com'egli le chiama, — e paesaggi misteriosi che predilige, e scenette arrischiate che tiene al buio, e caricature d'ogni specie; fra cui brillano qua e là gli acquerelli che regala il Meissonier alle sue figliuole per il giorno onomastico, e i cavallini e le porte orientali del Pasini: tanti quadri per un milionetto e mezzo, a quel che si dice. E più bella di tutte è la sua stanza di studio, dove si fanno riscontro il famoso ritratto di lui, fatto dal Meissonier, e un busto in marmo di sua moglie, bellissimo, in mezzo a una corona di grandi tele; — una vasta stanza a terreno, che dà sul giardino, piena di luce, con un enorme tavolo verde nel mezzo, sparso di penne d'oca spuntate e smozzicate coi denti nella furia del lavoro. Tutta la casa nel suo ricco disordine artistico, nello stesso tempo semplice e pomposo, ha non so che aspetto di grandezza, che ispira rispetto; e v'aggiungono molto le immagini e i ricordi del padre colossale, che vi sono profusi. Sopra un tavolino della sala di studio c'è una collezione di mani di donne, di bronzo e di terra; mani piccolissime e delicatissime di patrizie oziose, mani robuste d'artiste, mani pienotte di belle mondane che debbono aver trattato l'ago prima di portare gli anelli ingemmati; mani che, in altri tempi, han forse palleggiato il cuore di chi le fece modellare; e in mezzo a tutte queste manine, spicca, o piuttosto regna, come la destra d'un sultano, la mano del Dumas padre, quella bella e strana mano, dalle dita delicatissime, che rappresentano, secondo la fisiologia del figliuolo, la finezza delle sensazioni artistiche, e dalla palma larga ed atletica, che esprime la potenza dell'esecuzione. Oltre alla mano, ci sono qua e là delle immagini di quel largo viso di papà possente e sereno; vecchi libri suoi; manoscritti a caratteri di scatola, e la collezione enorme dei suoi volumi legati e dorati, che fanno scintillare della sua gloria un'intera parete. E uscendo dalla sala di studio, si trova in faccia alla porta, in un corridoio semiscuro, sopra un alto piedestallo, un busto enorme del gran romanziere, di marmo bianco come la neve, d'una rassomiglianza da sbalordire, con un sorriso parlante sulle labbra e negli occhi; — il quale, rischiarato com'è da una parte sola, da un raggio che vien dall'alto, — ha una tale apparenza di vita, a vederlo così all'improvviso, che fa l'effetto dell'apparizione d'un fantasma, o piuttosto del padre Dumas in carne ed ossa, risorto allora allora per ricominciare il suo lavoro titanico interrotto da uno sbaglio della morte.

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Qui il Dumas figlio passa le sue mattinate di lavoratore. Prima di giorno è su, d'inverno come d'estate; le lettere che ricevono i suoi amici nella giornata son tutte state scritte al lume della candela, mentre essi dormivano. Lavora di nervo fino a mezzogiorno, e a mezzogiorno la sua giornata di scrittore è finita. Passa il dopo desinare a cavallo nel Bosco di Boulogne, o negli studi dei pittori, e una volta la settimana ha in casa a pranzo una brigata d'amici, la più parte scrittori ed artisti, a cui profonde fra la minestra e le frutta un tesoro di frizzi, d'aneddoti, di epigrammi politici, di giudizi letterari nuovi ed arguti, che girano poi di bocca in bocca, e si spargono pei giornali e pel mondo. In casa sua è uno scampanellìo senza fine: il servitore che porta le imbasciate potrebbe essere sostituito da un automa a movimento perpetuo. Il direttore di teatro s'abbatte sull'uscio nel bohémien senza camicia, il commediografo principiante nello straniero curioso, il giornalista nel pittore, il tipografo nell'attore drammatico spigionato. Ed è poca cosa l'affluenza delle persone in confronto a quella delle lettere, una gran parte delle quali sono dirette a lui come patrocinatore del divorzio, e grande avvocato di tutte le quistioni che si riferiscono alla famiglia, alla donna, all'amore: lettere di malmaritate di tutti i paesi che gli domandano consigli per la separazione; di mogli pericolanti che invocano il soccorso d'un avvertimento paterno; di ragazze di collegio che chiedono suggerimenti intorno alla scelta del marito; di figliuoli illegittimi che gli raccontano la loro storia; di teste matte d'ogni tinta che gli propongono i più strampalati problemi sociali e psicologici; ed egli risponde qualche volta, quando la lettera lo fa pensare, e la risposta è difficile; e altre volte s'impazienta, e butta ogni cosa nel cestino. Così passa la sua vita tra il lavoro, gli amici e l'immenso pubblico sconosciuto, sotto una pioggia di biglietti di visita e di biglietti di banca, incensato, invidiato, seccato, portando con eguale vigore i suoi cinquantasei anni e l'eredità enorme del nome paterno, in mezzo alla grande città che lo ammira e lo maligna e gli chiede pascolo continuamente alla sua curiosità febbrile di regina annoiata.

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La figura del Dumas figlio è una delle più strane e delle più degne di studio che possa desiderare un ritrattista letterario. A primo aspetto, è il Dumas dei ritratti fotografici, che tutti conoscono: molto alto di statura, membruto, ma non grasso, benchè abbia un po' di ventre; anzi di forme piuttosto asciutte e svelte, messe in evidenza da un portamento diritto di soldato; una grossa testa, calva sul davanti, con una corona folta di capelli grigi e crespi, che gli stan tutti tesi all'indietro, come se fossero spinti dal vento; i lineamenti del viso bruno terreo, regolari, ma arditi, e l'occhio grande, chiaro e freddo, di cui lo sguardo fa l'effetto dell'interrogazione d'un giudice mal prevenuto. Di viso somiglia un po' al padre, fuorchè nell'espressione degli occhi, che è meno benigna, per non dir punto, e nel contorno, che è più oblungo. Veste trascuratamente, come l'autore del Montecristo. — Questo è il Dumas del primo aspetto. — Cambia affatto quando apre la bocca; il suo primo sorriso produce una vera meraviglia. — Perdio — esclamai dentro di me — è un negro! — Tutta la parte inferiore del viso, la sporgenza delle labbra, i denti, il mento, sono assolutamente d'un negro: s'indovinerebbe alla prima, non sapendolo, che c'è entrato del sangue nero nella sua famiglia. E non solo nella parte inferiore del viso; c'è qualcosa nella forma allungata del busto e nella struttura delle gambe, e più di tutto negli atteggiamenti, nel modo di distendersi e di contrarsi, e in una certa snodatura strana di tutta la sua persona, che ricorda in un modo singolarissimo i movimenti e le positure feline della razza nera. Mi richiamò alla memoria un ufficiale mulatto degli spahis, che avevo visto all'Esposizione, disteso sopra una panca d'una trattoria. Anche la sua voce ha non so che di inaspettato, d'esotico, che stupisce alle prime parole, come una voce alterata di proposito. Tutta la sua persona, fuor che i piedi piccolissimi, ha qualcosa di rude e di austero, come d'un uomo altrettanto esercitato agli strapazzi del corpo che alle fatiche della mente. L'ingegno è tutto nella fronte ampia e curva, e in quel grande e terribile occhio bigio, che con uno sguardo par che abbia bell'e scrutato, pesato e giudicato il vostro cervello e il vostro cuore, e, quel che è peggio, senza lasciar indovinare la sentenza. E più strano dello sguardo è il riso, o piuttosto la risata. M'avevano detto giustamente che ha conservato il suo riso di monello di quindici anni, se non proprio nell'espressione della fisionomia, almeno nell'atto. Improvvisamente da una gravità accigliata e imperiosa prorompe in uno scoppio di risa, come se avesse inteso la più spropositata sciocchezza, e ridendo, scrolla le spalle, incurva la schiena e si tura la bocca con la mano, come fanno i ragazzi per non farsi scorgere dal maestro: poi si ricompone tutt'a un tratto, come uno scolaro colto in flagranti. E ha dei gesti risoluti e taglienti, come se segnasse la cadenza di certe parlate fulminanti delle scene capitali dei suoi drammi; e tronca bruscamente la gesticolazione per sprofondare le mani nelle tasche, come per dispetto d'essersene troppo servito. È una strana persona, in somma, un misto bizzarro d'artista e di colonnello di cavalleria, di avvocato fiscale e di gentiluomo sans façons, di giovinetto e di vecchio, di parigino e d'africano, che quando s'è visto non desta meno curiosità di quella che s'aveva prima di vederlo, e lascia molto incerti sul sentimento che ispira.

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E la sua maniera di conversare? È difficile ritrarla. Bisogna immaginare una mente aperta da mille parti, che coglie a volo ogni idea propria o d'altri, con una sollecitudine febbrile, per farne nascere una discussione, o almeno un contrasto momentaneo, se altro non è possibile, di sentimenti e d'opinioni; che sopra ogni più sfuggevole argomento vuol formulare un giudizio che colpisca l'immaginazione e si fissi nella memoria; che ad ogni sentimento che altri esprima passando, s'arresta per frugarvi dentro, e non è soddisfatto fin che non l'ha rovesciato; che nota tutto, s'interessa a tutto, e volta e rivolta in mille modi tutte le idee, con una specie di curiosità inquieta, come se sospettasse in ciascuna un tesoro nascosto d'altre idee, che gli si volessero sottrarre; che a proposito d'ogni soggetto, ha pronto un aneddoto nuovo e concettoso, pescato in un pelago immenso di ricordi di gente e di casi infinitamente diversi; che passa da una ad un'altra quistione toccandone rapidissimamente altre dieci, come fa il suonatore sui tasti del pianoforte, e dice su ciascuna una parola che fa venir sulle labbra mille interrogazioni impazienti; che dall'esposizione, per esempio, d'un suo possibile romanzo su Gesù Cristo, intercalata d'interminabili citazioni d'evangeli, d'epistole apostoliche, della bibbia, dei santi padri e dei libri sacri indiani, salta a ragionare dell'Alsazia e della Lorena, per schizzare a tratti da maestro una bizzarra caricatura del principe di Bismarck; il quale lo conduce a fare un pronostico fantastico sull'avvenire del popolo ebreo, dopo aver strozzato in cinque periodi la storia delle sue vicende politiche; da cui scende a trinciare alla svelta una quistione di frenologia; e poi a crivellare d'epigrammi la lettera del Rochefort, pennelleggiando di passata Leone Gambetta; il quale gli rammenta l'Accademia, che gli dà il destro di definire con poche parole colorite e profonde il magistero dello stile del Rénan; al che fa seguire una comparazione minuta e tecnica fra la pittura del Meissonier e quella del Dupré, per trascorrere poi ad una discussione filologica, e ricascar daccapo nella politica. E tutto questo nel giro d'un ora, detto a frasi nette e risolute, a proposizioni scintillanti, che par che gli scattino dalla bocca, serrate l'una all'altra come anelli d'acciaio, interrotte soltanto di tratto in tratto da uno di quei cachinni strani, che muoiono all'improvviso, come recisi d'un colpo, e accompagnate da un continuo e furioso sfruconare di molle nel caminetto, che solleva un nuvolo di cenere e di scintille ad ogni sentenza. Ma come si rivela l'ingegno irresistibilmente drammatico in ogni suo ragionamento! Mentre esponeva il concetto del suo romanzo su Gesù Cristo, per cui doveva citare personaggi e avvenimenti e giudizi, tutto si faceva dialogo e dramma nel suo discorso; d'ogni cosa parlava come se l'avesse vista e sentita; e ragionava delle persone con un tono di famigliarità curiosissimo come se fosse vissuto tra loro, e avesse egli primo e solo scoperto in tutti chi sa che segreti; e faceva, a sostegno delle sue opinioni, delle osservazioni psicologiche sottili e maliziose sopra ciascun carattere, toccandosi un occhio col dito, con l'aria di dire: — Ho indovinato tutto. — Si capiva che quegli avvenimenti l'attraevano più come un grande dramma che come una grande quistione. In fondo la sua idea è quella dello Strauss, benchè basata sopra argomenti ch'egli crede suoi propri; e ciò vuol dire che è già molto lontano dalla professione di fede che fece nell'Homme femme, e che ogni influsso del suo amico Dupanloup è svanito nell'anima sua. La qual cosa non deve stupire, perchè la sua mente s'avanza, retrocede, serpeggia, è sempre in movimento, come il suo corpo, e muta di continuo come il suo viso. Dice egli medesimo che ha bisogno di questo lavorìo incessante del cervello perchè l'inerzia intellettuale lo gitta immediatamente nella tristezza. Quando rimane per qualche tempo in silenzio, gli si vede in viso che rumina dentro al suo pensiero, che cerca qualche cosa da sviscerare e da discutere, e che s'impazienta se non lo trova. Cento espressioni diverse gli passano sulla fronte e negli occhi anche durante una breve conversazione: prima è sereno, poi triste, poi sereno daccapo, poi stizzito, poi pensieroso e inquieto: somiglia al cielo d'Olanda in un giorno d'autunno. Quand'è allegro, gli si vede come un fondo di tristezza a traverso all'allegria; e non è mai tanto triste, da non lasciar capire che la sua tristezza durerà poco. Per ciò si prova qualche incertezza stando con lui; non si sa bene con quale s'abbia a che fare veramente, dei molti Dumas che si manifestano a volta a volta sulla sua faccia, e spariscono. Non dura cinque minuti in stato di riposo: incrocia le braccia sul petto, le scioglie per passarsi una mano sulla fronte, incrocicchia le dita sul cocuzzolo, si tormenta i pollici colle unghie e coi denti, s'abbraccia ora un ginocchio ora l'altro, e si distende e s'incartoccia, rivoltandosi continuamente a destra e a sinistra, che par perseguitato da uno sciame di vespe invisibili. Ogni pensiero che gli spunta nel capo gli dà un riscossone, come una scintilla elettrica, che lo costringe a cambiare atteggiamento. Sembra che l'epigramma mordente, la sentenza arrischiata, il paradosso, la frase brutale con cui mette a nudo il basso interesse che cova sotto il sentimento gentile, rispondano a un suo bisogno fisico più che non siano un'espressione schietta del pensiero e dell'animo suo; e che il parlare in quella forma sia per lui un modo voluto di sfogare non so che irritazione sorda del sangue, che non è sua natura, ma sua malattia, e ch'egli sfogherebbe meglio, se potesse, sbriciolando tutto quello che gli viene alle mani.

Si quetò un poco facendo vedere la sua pinacoteca. Ritto davanti ai suoi paesaggi preferiti, col gomito destro nella mano sinistra, e l'altra mano sul mento, dicendo le immaginazioni che gli destavano in capo certi orizzonti oscuri di campagne solitarie, flagellate dal vento, pareva un altro Dumas: il suo viso si rasserenava, la sua voce si raddolciva, e le parole, invece di scattare, colavano. Si raddolcì specialmente, e mutò quasi aspetto, tratteggiando il carattere nobile e modesto d'un pittore suo amico, grande d'ingegno, ingenuo di modi, semplice come un fanciullo, pieno di cuore e d'entusiasmo, e pure timido, inconsciente del suo valore, facile all'ammirazione di tutto e di tutti, e buono e dolce come un santo in ogni atto e in ogni parola: non si può dire la delicatezza delle espressioni, il buon sorriso di fratello con cui il Dumas ne ritrasse l'indole e ne raccontò la vita. Sempre discorrendo, girò di sala in sala, salì e discese per scale a chiocciola coperte di tappeti, staccò quadri, smosse dei mobili per far vedere le tele mal collocate, camminando sempre a passi rapidi, curvandosi e rialzandosi con la snellezza vigorosa d'un ginastico, e dicendo dinanzi ad ogni quadro una parola vibrata e pittoresca, che lo definiva e lo giudicava. E intanto io dicevo all'orecchio dell'amico che m'accompagnava: — Mi pare d'aver visto dieci Dumas —, ed egli mi rispondeva: — ne vedreste trenta, se restaste con lui tutta la giornata. — E poi si ridiscese in mezzo ai libri, dov'egli ripigliò la sua conversazione saltellante dall'arte alla politica, alla religione, alla storia, ragionando a botte da maestro di scherma e stropicciandosi le mani e la testa con la solita febbre; finchè improvvisamente apparve l'undecimo Dumas, che fu il più geniale e il più artistico di tutti.

Il discorso cadde sulla sua Jeannine, l'unica figliuola che gli rimanga in casa, essendosi maritata poco tempo fa la maggiore, che si chiama Colette. La signorina Jeannine ha tredici anni, ed è cresciuta, in un anno, di sedici centimetri. Fu amabile veramente il Dumas quando si mise a descrivere, com'egli sa descrivere, quella cara grandigliona d'una bambina, venuta su all'improvviso, e rimasta sottile sottile, che spenzolava da ogni parte, nei primi mesi della crescenza, come un fiore dondolato dal vento, sempre con quel bocciuoio di testina bionda ripiegato sopra una spalla, a cagione della tenuità dello stelo, tanto che suo padre doveva rialzarla ogni momento, come un giardiniere amoroso, e rimetterla ritta contro lo spalliera della seggiola, con una carezza sotto il mento. Poi cominciò a raccontare tutti i suoi miracoli di precocità intellettuale, le sue uscite comiche, le sue ragioni di donnina, e certi suoi impeti d'eloquenza fanciullesca contro la tristizia del mondo, con una grazia così affettuosa d'accenti e di gesti, da parer strano che fosse lui proprio quello spietato anatomista dell'anima umana, che immaginò la perfidia della Femme de Claude e l'anima fracida del duca di Septmont. Tutto ad un tratto cessò di parlare, e gli brillò sul viso il più dolce dei suoi sorrisi africani. Mi voltai e vidi la deina della casa, tutta vestita di rosso vivo, alta alta e leggera da smoverla con un soffio, con un visetto di bambola grazioso e ridente, con certi attini di capo da rondinella, e una voce che pareva il mormorio d'un filo d'acqua: un abbozzino di damigella, insomma, ancora tutta odorosa d'infanzia, lunga ed esile come un'ode in versi quinarii. Ma suo padre la presentò come un poema. Ed è infatti il suo amore e la sua alterezza. Essa gli riempie la casa dello svolazzo vermiglio della sua vestina e del suo sfringuellìo di scolaretta, e tempera così l'irrequietezza tormentosa del suo spirito, troppo lucido contemplatore delle verità tristi della vita. Forse noi dobbiamo a lei, o le dovremo, qualche bella scena di commedia e qualche bella pagina di romanzo, che sarà scritta su quel gran tavolo verde, all'eco della sua voce. E se ciò non fosse, le dovremmo almeno questo piacere: di poter mettere una sfumatura color di rosa sopra il ritratto di suo padre.

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Ad Alessandro Dumas figlio fa un contrasto singolarissimo Emilio Augier. Questi è tutto francese, anzi genuinamente parigino, anche d'aspetto. È alto egli pure, benchè un po' meno del Dumas; ha una corporatura possente ed elegante di gentiluomo vissuto fra le armi, e una testa all'Enrico IV; è bello, gaio, buono, sempre d'un umore, e porta la sua celebrità non come un manto, ma come un fiore all'occhiello. Ora non è più l'Augier d'una volta; non perchè sia molto invecchiato, ma perchè s'è quetato. Chi lo conobbe nel suo buon tempo, quando aveva una bella capigliatura nera e inanellata, e le guancie rosee, dice ch'era un uomo veramente seducente; d'un umore non solo allegro, ma gioioso; una natura felice e straripante, piena di quella bella baldanza giovanile, che, invece di offendere, affascina, perchè non nasce da orgoglio, ma da esuberanza di vita e di contentezza. Era il Francesco primo della letteratura, dicono; un'anima ardita, brillante e amorosa; un misto mirabile, come fu detto delle sue commedie, d'esprit et d'âme, d'émotion et de gaîté; amato dagli amici, adorato dalle donne, prediletto dai grandi, cercato e festeggiato da tutti e da per tutto; che portava, dovunque apparisse, un soffio ardente di gioventù e di piacere, e passava la vita in mezzo agli applausi, alle risa, ai baci, agli onori, alle invidie, tutto superando e dominando con la sua gagliarda natura di colosso benigno, alto tanto da poter camminare a traverso a tutti i piaceri e a tutte le miserie del mondo, tenendo sempre la fronte nell'arte.

A un certo punto scomparve dalla festa, e diventò il più raccolto e il più casalingo dei poeti drammatici. Quello che si vede ora è un secondo Augier, a traverso al quale traspare ancora il primo, ma vagamente, come certe scene luminose di teatro dietro a quei teloni sottili che scendono improvvisamente sul palcoscenico, trasportando gli spettatori dal tumulto d'un ballo nel silenzio d'una casa privata. A vederlo ora nel suo bel salotto di via di Clichy, affondato in una grande poltrona, vestito alla diavola, con la sua gran testa calva, rosso nel viso, grasso, con gli occhi un po' rimpiccioliti, e pieni di dolce quiete, con quel sorriso benevolmente canzonatorio, con quei gesti larghi e riposati, ha l'aria d'un buon borghese opulento, d'un buon padre di famiglia che abbia dato un collocamento onesto a tutti i figliuoli, e non faccia più altra parte al mondo che quella di spettatore soddisfatto. Ma s'indovina ancora della forza sotto a quella quietudine di giubilato, e si capisce alla prima che non è la giubilazione d'un segretario invecchiato tra i protocolli, ma il riposo d'un generale d'armata, un po' strapazzato dalle campagne, ma pronto a rimontare a cavallo, se la necessità si presenta o il capriccio lo piglia.

Eppure, nonostante la sua bella testa, c'è non so che nel suo aspetto che non corrisponde intieramente all'immagine che ci formiamo dell'Augier. È lui; ma non tutto. Non si direbbe, vedendolo, che sono opera sua i grandi colpi di scena di Diane, gli slanci terribili di passione di Paul Forestier, la disperazione straziante del Pommeau nelle Lionnes pauvres, e quelle anime dannate del D'Estrigaud e d'Olympe, e tutte quelle scene potenti che mettono i brividi nelle ossa, e nello stesso tempo suscitano e comprimono un'onda di pianto ardente nel cuore. Pare che debba averle scritte un altro Augier, nascosto in lui, che salti su e si manifesti solamente nelle grandi occasioni. Quello che si capisce subito dal suo viso è il signor Poirier, il signor Maréchal, il signor Fourchambault, il signor Adolfo di Beaubourg, il marito di Gabriella, il fratello dell'Avventuriera; sono i suoi padri di famiglia, buoni e galantuomini in fondo, benchè con qualche baco nella coscienza, i suoi giovanotti cavallereschi che vogliono arruolarsi negli zuavi quando scuoprono una macchia nella famiglia, le sue ragazze ricche che cercano l'amore d'un povero, i Piladi affettuosi e devoti dei suoi Oresti imprudenti; ed anche la cura amorosa e paziente con cui ha cesellato i suoi dialoghi, così squisitamente arguti e prettamente francesi, — i suoi bei distici limpidi e facili, — quella schietta vena di poesia che si fa sentire senza farsi vedere, — il buon senso, insomma, il buon gusto e i buoni versi, come gli dissero all'Accademia, — e quell'aura di onestà, di bontà e di gentilezza che spira da un capo all'altro delle sue commedie, siano gaie o tristi o terribili, e che conforta il cuore, come l'eco d'una musica sommessa che ci giunga all'orecchio insieme alle parole dei personaggi.

Quella bella e quasi famigliare spontaneità che è nella sua poesia, è pure nella sua indole e nei suoi modi. Non si può immaginare una garbatezza più amichevole della sua nel ricevere gli sconosciuti. Verrebbe tanto naturale, dopo essere stati un quarto d'ora con lui per la prima volta, di dire al primo incontrato: — Sono stato dall'amico Augier. — L'alterezza non sarebbe in lui che un giusto sentimento di sè; ma per trovargliela, come dicono i suoi amici intimi, bisogna andargliela a cercar coll'uncino proprio in fondo all'anima, sotto a un tesoro di bonarietà e d'indulgenza. Mai al mondo si penserebbe, a sentirlo discorrere così pacatamente, come un buon massaio, di mille bazzecole di casa, voltandosi ogni momento a domandare il parere alla sua signora, bella ancora d'una certa bellezza amorevole e placida, benchè poco meno attempata di lui, che quell'onesto e assennato capo di casa, porta intorno alla testa la gloria più difficile, più invidiata, più smaniosamente e tormentosamente cercata nel campo immenso dell'arte. Egli ama la quiete del suo guscio, i suoi buoni comodi, e come disse nelle sue belle poesie Les pariétaires:

Un foyer où pétille un fagot de genêts,

De la bière, une pipe, et, dessus toute chose,

Des compagnons qu'on aime, avec lesquels on cause

Bien avant dans la nuit, le pied sur les chenets;

e le cenette senza chiasso, la musica del Rossini, i paesaggi del Vatteau, e i buoni incassi dopo i buoni successi, e la gloria, senza dubbio, ma un po' da lontano, senza sentirne i fumi e i clamori. Le commedie che fece con la collaborazione di qualche amico, le immaginò e le discusse quasi sempre accanto al fuoco, coi piedi sugli alari, contento di veder biancheggiare a traverso ai vetri il tetto della casa vicina, carico di neve. La sera, mentre i teatri di Parigi, di Vienna, di Roma, di Londra, di Madrid, risuonano tutti ad un tempo, come accade non di rado, degli applausi provocati dalle sue creazioni, egli è là nel suo cantuccio, insaccato in un giacchettone da padre nobile, che gioca beatamente alle carte con madama Emilio Augier, appassionandosi nei momenti critici, come se giocasse un atto di commedia per partita, secondo l'uso di Ulisse Barbieri. E tutti i suoi gusti sono semplici ad un modo. Fino a due anni fa ebbe la passione delle pipe, e ne possedeva una grande collezione, che andava annerendo amorosamente, tutte ad un tempo, mediante una ripartizione sapientemente regolata dalle sue cure.

Ma benchè paia così tutto di casa, e quasi incurante della sua gloria, sente però gentilissimamente le testimonianze d'ammirazione delle persone più umili, e preferisce appunto quelle soddisfazioni d'amor proprio, alle quali pare che dovrebb'essere più indifferente. Lo rallegra per tutta una serata una bambina di dieci anni che gli dice ingennamente: — Sapete, père Augier, mi piace molto Maître Guérin; — e lo sguardo curioso e affettuoso dello straniero che lo vede per la prima volta gli fa splendere negli occhi una bontà e una contentezza d'artista di vent'anni, accarezzato dalla prima lode. Bisogna vedere con che compiacenza, come se fosse una cosa straordinaria per lui, mostra l'album di fotografie dei Fourchambault, che gli mandò il Pietriboni, e che egli tiene sul tavolino del salotto. — Questi sono capocomici gentili — dice; — in Francia, invece, mi fanno fischiare,... come a Lione. — Ma i fischi di Lione non devono aver turbato menomamente i suoi placidissimi sonni. Egli ha l'aria d'un uomo che non abbia mai sentito certi dispiaceri per una specie di pigrizia del cuore che non voglia scomodarsi nè per le gioie nè per le noie. Una voluttuosa pigrizia è il fondo della sua natura. È strano a dirsi, mentre son là otto volumi di commedie, in ciascuno dei quali son condensati otto romanzi, e che portano tutti l'impronta d'un lavoro accuratissimo d'intreccio e di stile. Eppure è così: non è un lavoratore di istinto. Ogni sua produzione teatrale è stata un gigantesco sforzo della sua volontà contro la sua natura, tanto che anche nel tempo della sua maggiore operosità intellettuale, dovette sempre, per riuscire a fare una commedia, cogliere a volo il momento più favorevole, afferrarvisi con tutte le forze, tremando che gli sfuggisse, e da quel momento lavorare con l'arco dell'osso fino alla fine, senza arrestarsi mai, per mesi e per mesi, di notte e di giorno, mangiando a scappa e fuggi, non vedendo nessuno e non udendo parlar d'altro, come un recluso o un maniaco; poichè sapeva certissimamente che la violenza che avrebbe dovuto fare a sè stesso per rimettersi al lavoro dopo una sola giornata di sosta, sarebbe stata superiore alle sue forze. — Per poter fare una commedia — dice — ho sempre dovuto seppellirmici dentro. — Si stancava; ma quand'era stanco, l'eccitavano il tabacco e la musica. Disteso sopra un canapè, con la testa appoggiata sulla spalliera, e lo sguardo vagabondo dietro ai nuvoli del fumo, mentre le sue sorelle, nella stanza accanto, suonavano sul pianoforte la sua musica prediletta, in uno stato così di mezza ebbrezza e di abbandono, egli fantasticava le più belle scene del Figlio di Giboyer e della Pierre de touche, e quando sentiva l'idea matura, saltava a tavolino e ci rimaneva delle mezze giornate senza alzare la testa. Quando poi aveva terminato, si abbandonava per parecchi mesi a un ozio beato, non turbato neppure dalla lettura della gazzetta, al piacere delle passeggiate senza scopo e delle chiacchierate capricciose e interminabili con gli amici intimi, e cercava continuamente d'illudersi che quel paradiso dovesse durare per sempre; e lo atterriva l'idea di dover presto o tardi ritornare alla catena dell'arte. Senonchè questa maniera di lavorare gli fece danno, specialmente agli occhi, tanto che ora non può più lavorare che la mattina di levata e per non più di due ore. — Nondimeno — egli dice, — provate a lavorare anche due sole ore, ma di seguito, e ogni giorno impreteribilmente; rimarrete meravigliati di quanto avrete fatto in capo a un mese. Una gran parte di lavoro, in quelle grandi sfuriate, va perduta; mentre quel che si fa in due ore, a mente fresca, è tutto lavoro che rimane. — Ma anche nei tempi andati, durante quelle lunghe fatiche non interrotte, egli ebbe sempre un modo quieto e per così dir composto di lavorare. Ha fatto violenza ai suoi nervi piuttosto che al suo ingegno. Ne forçons pas notre talent, è la massima a cui s'è sempre attenuto. Mettendosi a scrivere una commedia non s'è mai proposto di far meglio che pel passato, ad ogni costo, come molti si propongono; ma semplicemente di far bene, senza stimolarsi coi confronti, che turbano sovente e fuorviano. Non volle mai pigliare il suo soggetto con un assalto furioso; ma così, a poco a poco: tender prima l'orecchio ai suoni sparsi ed incerti dell'ispirazione, che sono come un preludio lontano dell'opera; girare lentamente intorno alla idea ancora confusa, per scoprirne l'una dopo l'altra tutte le faccie; tentare e ritentare le difficoltà, senza impazientarsi degli esperimenti inutili; sforzarsi di mantenere la mente serena, per quanto è possibile, anche quando l'animo è agitato; e non arrischiarsi mai in una parte vitale e pericolosa del lavoro prima d'aver preparato coscienziosamente tutti i mezzi necessarii a riuscirvi. — La contemplazione tranquilla del proprio argomento, come diceva il Manzoni. — Così non ha mai molto corretto perchè prima di scrivere ha sempre molto voltato e rivoltato nella mente l'idea, la frase e la parola.

Ma nel corso del lavoro, lo confessa, il suo più potente stimolo è sempre stato l'idea dell'infinita consolazione che avrebbe provato terminando. E scherza sovente su questa sua pigrizia, molto lepidamente. Passò cinquant'anni della sua vita, per esempio, senza aver visto un'aurora. Un giorno finalmente disse a sè stesso: — In questo stato non si può durare. Invecchio. Andarmene senza aver visto uno spettacolo di cui si raccontano tante meraviglie, sarebbe un obbrobrio. Bisogna vedere una aurora. — E si mise a fare delle démarches per procurarsi questa consolazione. Ma fu sempre disgraziato. Salì due volte sul Monte Righi, e ci trovò due volte una nebbia che s'affettava; si levò presto in campagna e fu ricacciato in casa dalla pioggia; fece la sentinella molte volte, come guardia nazionale, nel Bosco di Boulogne, durante l'assedio, nelle prime ore della giornata, e gli toccò sempre un cielo da venerdì santo. Cominciava a disperare della riuscita, e n'era addolorato e avvilito. Finalmente, poche settimane fa, viaggiando per strada ferrata, vide per la prima volta un'aurora. — C'etait joli, en effet; — ma può dire d'essersela guadagnata. Ne fa anche un po' di caricatura di questa pigrizia, qualche volta. Ho riso di cuore dello sguardo compassionevole che diede a un amico, il quale esclamava entusiasticamente: — Ah il lavoro è la gioia, è la vita! —, e dell'accento comico con cui gli domandò: — Ma... lo dite sul serio? — Certo, la tendenza ai dolci ozii che aveva da giovane, gli s'è accresciuta con gli anni. C'è anzi chi crede che non abbia più scritto commedie in versi da un tempo a questa parte, non per altro che per scansare la fatica, come dice Dante, di dir le cose per rima: non fece in versi che il Paul Forestier, per velare di poesia l'audacia della gran scena del terzo atto fra Lea e il suo amante. Dopo aver scritto in versi nove splendide commedie, alle quali deve principalmente la sua gloria letteraria, crede ora che sia meglio scrivere in prosa. A un amico che gli annunziava di voler scrivere una commedia in versi: — no, no — disse, con un'espressione di noia, come se avesse dovuto cercargli le rime lui stesso; — fatela in prosa: on est bien plus libre, allez. — Ma qualunque sia la ragione di questo suo mutamento di gusto, è fuor di dubbio che egli si sente stanco, se non invecchiato di ingegno, e che non è più l'ispirazione impetuosa d'altri tempi, e come un bisogno della mente e del cuore, la forza che lo spinge a creare. Da parecchi anni, ad ogni commedia che fa, dice che sarà l'ultima; e si mise a scrivere i Fourchambault appunto dopo una di queste solenni dichiarazioni. — Come mai? — gli domandò un amico cogliendolo sul fatto, con l'abbozzo delle prime scene fra mano; vuol dire dunque che si ricomincia? — Eh santo Iddio — rispose — che cosa volete? Le spese crescono continuamente.

Ma delle sue ragioni intime d'artista è difficile che parli anche con gli amici più stretti, non per disdegno, ma perchè gli ripugna naturalmente discorrere di sè e delle cose sue come d'affari di Stato. E questa ripugnanza «a servire in tavola l'anima propria,» come diceva il Balzac, si riconosce nelle sue liriche, nelle quali è rarissimo trovare un verso che getti un po' di luce sopra la sua indole e sopra la sua vita, se non sono i versi d'amore che pure non hanno nulla di profondamente individuale; e si riconosce anche in ciò, che di tutti gli autori drammatici francesi, è quello che scrisse meno prefazioni, e che, per quanto l'abbian tormentato gli editori del suo teatro completo, non son riusciti a strappargli un cencio di prosa da attaccare al primo volume. Lo stesso è per gli autografi e per le biografie. A un direttore di giornale che gli chiedeva un autografo per la sua gazzetta illustrata, scrisse: — Non sto bene, vi stringo la mano; — e a un tale che gli domandò notizie per scrivere la sua biografia, rispose: — Son nato nel tal luogo. Ho tanti anni. Non mi è accaduto nulla di straordinario. — Nemmeno i suoi più famigliari son mai riusciti a cavarsi la curiosità di sapere quale sia la commedia per la quale egli sente più tenerezza di padre; benchè abbian ragione di supporre che sia l'Aventurière, la prima commedia in cui rivelò ingegno maturo e sicurezza di sè; commedia tutta sua, brillante di vita da un capo all'altro, e vestita di poesia freschissima; la quale, se non ebbe alla prima un successo eguale alla Cigüe, perchè rappresentata pochi giorni dopo gli avvenimenti di febbraio del 1848, fu però quella che portò il suo nome più alto e gli aprì le porte dell'Istituto. Egli non parla nemmeno di letteratura in generale, se non ci è forzato; e i suoi amici affermano che uno che non lo conoscesse potrebbe fare un viaggio di tre giorni con lui, senza sentire dalla sua bocca una sola parola che desse un sospetto lontano dell'esser suo. Se lo tirano per i capelli a discorrere d'arte, lo fa in un modo tutto suo, con un certo linguaggio pratico, da strapazzo, come un operaio che ragioni del suo mestiere. Non recita il sermoncino preparato, come faceva Gustavo Flaubert, se ne può essere sicuri, e non la piglia tanto dall'alto per dimostrare a un contradditore che il teatro risponde a un istinto dell'uomo: — Oh buon Dio! Guardate i bambini di due anni, che non sanno ancora parlare, e fanno già la commedia con due pezzi di legno. — E poi cambia discorso.

Non è più il parlatore abbondante e caloroso d'una volta: non fa per lo più che ascoltare, e quando ha da dir qualche cosa, se può cavarsela con una mezza parola o con un gesto espressivo, ne par contentissimo. Solo di quando in quando, una o due volte per sera, si anima a poco a poco, svolgendo un aneddoto, e allora spiega un vivacissimo senso comico, molieriano, largo e di buona vena, sostenuto da un buon riso di petto, grasso, che dà gusto a sentirlo, e da una bella voce rotonda di basso baritonale, che empie la sala; e nel calore del discorso, gesticolando come un attore eccitato, alza la sua nobile e poderosa figura di artista, in maniera che par di veder risorgere l'Augier antico, quando declamò quella appassionata apologia del Lamartine all'Accademia. Poi torna a inchiodarsi sulla sua poltrona e a chiudersi nel suo silenzio; e a vederlo così muto, quando passa la sua mano signorile sulla testa calva, cogli occhi fissi alla volta e vagamente sorridenti, si indovina che gli attraversano la mente le platee tumultuose delle prime rappresentazioni, e i banchetti trionfali, e i superbi amori, e tutte le avventure inebbrianti della sua giovinezza di principe.

Anche nel poco che dice, però, con quell'apparenza di trascuratezza, come se il parlare lo faticasse, c'è il pregio che si trova nei dialoghi delle sue commedie: ogni parola ha un valore, ogni menoma cosa è espressa in una forma stretta ed arguta, che rivela l'abitudine di sfrondare il discorso per far più rapida l'azione. Era un divertimento, per esempio, sentire con che brevità e con che efficacia di termini descriveva ad uno ad uno, comicissimamente, gli attori che debbono rappresentare tra poco il suo Mariage d'Olympe al Ginnasio; tra i quali la prima attrice, une drôle de petite tête mauvaise, abbozzata apposta per fare quel serpente di contessa di Puygiron, che avvelena l'aria dove passa; poichè per lui l'attore dev'essere anzi tutto il personaggio fisico che ha da rappresentare, e l'enveloppe physique equivale alla metà dell'ingegno. Ed ha un bell'essere mite e benevolo: si capisce nondimeno che, in altri tempi, doveva essere il malcapitato quello ch'egli pigliava a sforacchiare con la punta dell'epigramma. Sempre lascia trasparire qualche baleno del potente spirito satirico che gli ispirò La langue, quella sfilata di consigli mordacissimi a un avvocato, al quale promette la Francia purchè riesca a parlare quattr'ore di seguito senza sputare. Ma è rarissimo che se ne valga, anche con parsimonia. Non dice male di nessuno, ed è facilissimo alla lode. Gl'intesi fare un caloroso elogio, coll'accento d'una irresistibile sincerità, dell'ingegno del Sardou, e non gli udii esprimere un giudizio crudamente sfavorevole nemmeno sopra i più inetti raffazzonatori di situazioni rubate. Si dice che altre volte tartassasse un po' Victor Hugo, per le sue spacconate rettoriche (e non è cosa da stupire in uno scrittore, com'è lui, di gusto finissimo e di logica rigorosa); ma ciò non gl'impedì di dedicare all'autore delle Orientali una graziosissima poesia, nella quale parlando delle relazioni del poeta con la musa, dice fra le altre cose, qu'il lui fait un enfant chaque fois (diciamo così) qu'il l'embrasse; poesia rimasta inedita, si capisce, a cagione di quell'abbraccio. Il solo con cui stia un poco punta a punta è Alessandro Dumas, l'unico rivale della sua misura; ma lo punzecchia con una certa benevolenza paterna, che dà appunto un sapore lepidissimo ai suoi scherzi; i quali girano d'amico in amico fin che arrivano su quel certo tappeto verde sparso di penne d'oca, da cui ritornano al mittente, per la medesima via, rovesciati con quel garbo che si può capire. In fondo, l'uno tratta l'altro con gentile compatimento, come un bon enfant, un giovane d'ingegno, che promette, e che farà qualche cosa, purchè ci si metta di proposito. Forse il Dumas ride un po' delle «prudenze» dell'Augier, e l'Augier delle «pazzie» del Dumas; ecco tutto. Il grande pubblico però ha maggior simpatia per l'Augier, che non lo piglia mai di punta, e non gli mostra le corna dell'orgoglio, ed ha fama universale di bontà e di placidezza; e il Dumas lo esperimentò varie volte: alla prima rappresentazione dei Fourchambault, per esempio, a cui assisteva in sedia chiusa, in mezzo a molta gente che applaudiva per fargli dispetto; tanto che egli perdette la pazienza e disse forte al direttore Perrin che passava: Eh, monsieur Perrin! Quel beau succès nous faisons à monsieur Augier, n'est-ce pas? — E poi uscendo: — decisamente l'arte è più facile per tutti che per me. — Ma non c'è vero rancore tra loro, nè ci può essere a quell'altezza che hanno raggiunto tutti e due sopra la montagna smisurata dell'arte.

Nè giova far dei confronti. Una sola cosa si può dire senza esitazione, ed è che l'Augier è più puramente e più spontaneamente poeta drammatico. È nato per il teatro, non visse che per il teatro: avrebbe forse, se non scritto, immaginato delle commedie, se fosse nato in un duar della Barberia o in un villaggio dell'estrema Siberia. Tutte le forze dell'ingegno e dell'animo lo spingevano alla poesia drammatica, e vi sarebbe riuscito illustre, anche impiegandovi una minor forza di volontà di quella che v'ha impiegata. Non ha una grande cultura: studiò poco; ma benissimo. I suoi studi circoscritti li fece con passione e con discernimento squisito, in una sola direzione, con un proposito unico, rifuggendo da quella immensa varietà di letture precipitate, che opprime la mente senza lasciarvi un'impronta; lasciando in disparte tutto ciò che era certo di non riuscire ad appropriarsi in maniera da farsene sangue. Tre cose gli occorrevano sopra tutte: vivere, e ha vissuto intensamente in tutte le classi sociali; conoscere il teatro moderno, e se l'è inviscerato; possedere il magistero della lingua letteraria e maneggiare insuperabilmente la lingua familiare; e non c'è da dire se c'è riuscito. Oltre a questi limiti ha fatto poca strada. Non credo che conosca altro che per nebbia le letterature classiche, nonostante le sue traduzioni d'Orazio e le sue imitazioni d'Alceo; e aveva forse ragione quel critico svizzero che per difendere l'Augier dall'accusa di aver copiato Plauto, disse ch'era impossibile che l'avesse letto. Così, fuor della letteratura, diversamente da molti altri, non si curò affatto di raccoglier scienza da portare sul capo come i pennacchi dei cavalli di parata; ha avuto sempre un sovrano disprezzo della dottrina di seconda mano, e non s'è mai lasciato tentare a introdurre nelle sue commedie uno di quei personaggi muffosi e pieni di pretensione, i quali sono incaricati di far capire al pubblico che l'autore ha finto degli studi serii. Tutto quello che ha messo sulle scene è intimamente suo, sinceramente acquistato e profondamente posseduto. Egli non è null'altro che un grande autore drammatico, e tale diventò informandosi principalmente alla bella sentenza che si trova nella sua poesia al Ponsard: — l'immortalità si guadagna meditando sulla bellezza. — Non s'occupò mai d'altra cosa. È uno dei pochissimi francesi, per esempio, — lo dice egli stesso, — che non amò mai la politica; scienza che è tentato di mettere nel primo ordine delle scienze inesatte, tra l'alchimia e l'astrologia giudiziaria, tante volte gli avvenimenti hanno sbugiardato i suoi calcoli più speciosi e i suoi principii più opposti. Una volta se n'occupò non di meno; ma per i suoi fini di autor drammatico. Ha messo un giorno il piede sulla soglia della vita pubblica per studiare il meccanismo e l'ufficio delle istituzioni dello Stato, come un pittore frequenta la clinica per imparare l'anatomia; e gliene rimase un gusto vivo per la medicina sociale, ma senza fargli spinger lo studio più in là che non fosse necessario per la sua arte. Eppure il suo ingegno è così fermo, così equilibrato nelle sue facoltà diverse, così largamente fondato sul buon senso, — su quel buon senso degli uomini di genio, come diceva il Lamennais, che non si deve confondere con quello dei portinai, — che in qualunque disciplina si fosse esercitato, vi avrebbe fatto buona prova. E ne fa testimonianza l'unico suo scritto politico, quel breve studio sulla questione elettorale che pubblicò nel 1864, per proporre il suffragio misto; poche pagine, nelle quali, qualunque sia il valore della sua idea, c'è una cognizione così netta di tutti gli elementi e di tutti gli aspetti della quistione, un ragionamento così fortemente tessuto, e un'esclusione così sapiente d'ogni anche minima intromissione delle sue facoltà artistiche —, intromissione che cresce allettamento, ma toglie efficacia morale agli scritti sociali del Dumas, — da far credere l'autore, a chi non lo conoscesse, un uomo tutto politica e amministrazione, che non abbia fatto un verso in vita sua.

E questo alto buon senso, quest'armonia mirabile dell'immaginazione e del raziocinio, del sentimento poetico e dell'esperienza della vita, che si rivela nelle sue opere letterarie, si rivela in tutti i suoi atti e in tutti i suoi discorsi. Nulla egli perde a conoscerlo in casa dopo averlo applaudito al teatro. Lo si trova sensato e poetico, forte e affettuoso, profondo e semplice in ogni cosa. Non ha figli; ma una corona di nipoti, che lo amano e lo accarezzano come un padre e lo trattano con un misto di famigliarità, di riverenza, di gaiezza e di terrore artistico, carissimo a vedersi. Ha una villa a Croissy, vicino Chatou, in un luogo dove fece lui fabbricar la prima casa e piantare i primi alberi; in grazia di che fu dato il suo nome ad una strada; e dire Emilio Augier fra la gente di quel paese, è come dire padre della patria e imperatore del teatro. Vicino alla sua ci sono le ville delle sue sorelle. Quando ha una commedia da scrivere, o una scena da rivedere per una ripresa, scappa da Parigi col suo scartafaccio, e va a rifugiarsi nella sua palazzina tranquilla, che si specchia nella Senna, in faccia a un antico castello della Dubarry. Di là, tra un atto e l'altro, fa una corsa in casa dei nipoti, i quali festeggiano dal terrazzo ogni sua apparizione, come una nidiata d'ammiratori plaudenti dal palchetto d'un teatro. In questa nidiata ci sono due signorine di sedici anni, Paolo Déroulède, autore dei famosi Chants du soldats, un capitano d'artiglieria decorato della medaglia al valore, e un giovane Guiard, che sarà forse una gloria del teatro francese: un gruppo di belle persone, di belle anime e di begl'ingegni. L'Augier, si capisce, ha una grande simpatia per il suo Paul, saltato su tutt'a un tratto con cinquanta edizioni di un volumetto di liriche. Il giorno che uscirono i suoi Chants du soldat gli disse: — Bravo Paolo! Ora hai finito d'essere mio nipote. — Ma tanto, un po' per affetto e un po' per essere più sicuro del fatto suo, un'occhiatina ai manoscritti di lui, prima della pubblicazione, ce la vorrebbe dare. — Ma com'è possibile? — dice il nipote. — Supponete che egli mi dica: cambia, e ch'io non ne sia persuaso, come si fa a dirgli di no, a uno zio che si chiama Emilio a Croissy, sta bene; ma che si chiama Augier a Parigi? E non si può immaginare la festività cordiale e brillante di quei desinari di famiglia nella sala a terreno della villa Déroulède, quando in mezzo a quella bella corona di teste giovanili, troneggia l'oncle — quell'oncle —, specialmente negli anniversarii dei suoi grandi trionfi drammatici, che i nipoti festeggiano con commediole di occasione scritte dal poeta della Moabite. Per tutta la serata è un alternarsi vivacissimo di frizzi, di aneddoti ameni e di discussioni utili e belle, in cui ai ricordi gloriosi dello zio si mescolano le speranze gloriose dei nipoti; e pare che col suono delle voci allegre e dei bicchieri, si confonda un'eco degli applausi delle platee lontane, e che fra commensale e commensale sporgano il viso i fantasmi di Giboyer, di Guérin, di Fabrice, di Gabrielle, di Philiberte, di Poirier; e che dietro ai vetri della finestra debba comparire da un momento all'altro la larga faccia sorridente e benevola del padre Molière. Amabile e ammirabile famiglia davvero, la quale vi fa benedire mille volte quelle poche pagine bagnate di sudore e di pianto, che vi fruttarono la gioia d'esservi ricevuti come un amico.