PAOLO DÉROULÈDE E LA POESIA PATRIOTTICA.

Riparliamo un po', qualche volta, della nostra vecchia poesia patriottica. Quando lavoriamo nelle nostre stanze di studio, in mezzo a giornali e a lettere d'amici di tutte le parti d'Italia, e a libri che racchiudono tutti gli sforzi e tutte le audacie del pensiero umano; ed esprimendo liberamente il nostro pensiero, che circolerà liberamente da un capo all'altro del paese, godiamo, anche non pensandoci, di respirare l'aria della nostra libertà, e di sentirci dentro il soffio d'una patria grande e potente; noi dovremmo di tratto in tratto rivolgere uno sguardo a cinque o sei volumetti, quasi dimenticati in un angolo della nostra biblioteca, sui quali sono scritti i nomi del Berchet, del Rossetti, del Mameli, del Poerio, del Mercantini; e ricordarci che se l'entusiasmo non può essere più vivo per essi, deve durare almeno la gratitudine. La critica ha sviscerato quei versi con la sua mano gelata e spietata; onde nuove di poesia vi son passate su, e ne hanno sbiaditi i colori; sono invecchiati i metri e le immagini; e non ci paiono più che scintille quelle che erano lingue bianche di fuoco; ma che importa? Quando rileggiamo quelle poesie nel cuore della notte, nel silenzio della nostra stanza, qualche volta saltiamo ancora in piedi, con una fiamma sulla fronte e un singhiozzo nel cuore. Quanti grandi e cari ricordi non ci risvegliano! Quelle vecchie strofe impetuose e sonore, dei giovinetti le hanno pronunciate sui campi di battaglia, per incoraggiarsi a morire; dei feriti le hanno smozzicate fra i denti, mentre i ferri del chirurgo cercavano nelle loro carni palpitanti le schegge della mitraglia tedesca; dei moribondi le hanno balbettate nel delirio dell'agonia; le hanno ripetute mille volte, nell'oscurità delle secrete, i prigionieri di Mantova, dei Piombi e di Castel dell'Ovo; le hanno cantate gli esuli nella miseria; le hanno mormorate i martiri ai piedi dei patiboli; migliaia d'italiani intrepidi le hanno divulgate per tutte le provincie, a rischio della libertà e della vita; migliaia di donne le hanno trascritte in segreto, di notte, col cuore tremante, mentre suonava nella strada il passo del poliziotto straniero; un'intera generazione le ha coperte di baci e bagnate di lacrime e tinte di sangue, quelle vecchie strofe benedette, piene di sdegni, di minaccie e di consolazioni sublimi. Ed anche noi, fanciulli nel quarant'otto, giunti appena in tempo ad assistere al trionfo della nostra rivoluzione, quando quelle poesie sonavano già liberamente per quasi tutta l'Italia, quanto le abbiamo sentite ed amate! Bambini, le abbiamo udite recitare da nostro padre, con gli occhi pieni di pianto; e non le capivamo ancora, che già ci rimescolavano il sangue. Più tardi, le abbiamo divorate sui banchi della scuola, tra la grammatica latina e la grammatica greca, mordendoci le mani dalla rabbia d'amor di patria che ci mettevano nel cuore. Poi le abbiamo declamate per le vie delle nostre città, e dalle finestre delle nostre case, nelle belle notti stellate, trasportandoci col pensiero negli accampamenti dei nostri fratelli, che combattevano nelle pianure di Lombardia o sui monti di Sicilia, addolorati e umiliati di non esser con loro, costretti ad arrestarci ad ogni strofa perchè l'emozione ci strozzava la voce e ci faceva tremare le labbra. Come ci sarebbe parso insensato e miserabile allora chi fosse venuto a farci il pedante sulla forma di quella poesia che ci usciva in grida e in ruggiti dal più profondo dell'anima! Che importava a noi che il Berchet avesse delle frasi barbare e dei versi duri, che la strofa del Rossetti fosse troppo ricca di suoni, che il Mameli fosse ineguale, che il Mercantini fosse negletto, e che il 21 marzo di Alessandro Manzoni rigurgitasse di similitudini? Ognuno di quei versi era un grido uscito dalle viscere della patria; in ogni strofa si sentiva l'eco lontana d'una battaglia; era una poesia sacra, che sollevava il nostro pensiero e il nostro cuore al di sopra di tutte le volgarità della vita; che ci rendeva più affettuosi con la famiglia, più buoni con gli amici, più arditi nei pericoli, più forti contro i nostri piccoli dolori; che entrava persino nei nostri amori d'adolescenti, e vibrava nelle nostre prime parole amorose, e mescolava delle lagrime nobili e virili ai nostri primi baci. Chi non ha adorato il Berchet, per esempio, e baciato cento volte il Romito del Cenisio, e desiderato di vedere una volta il poeta per curvare dinanzi a lui la sua fronte ardente di giovanetto, come dinanzi all'immagine viva della patria armata e insanguinata? Chi di noi, a quindici anni, non s'è sentito uomo, poeta, soldato, capace d'ogni grande sacrifizio e d'ogni ardimento più generoso, leggendo O morte o libertà e la Spigolatrice di Sapri? Quei versi hanno avuto una parte così larga e profonda nella nostra educazione di uomini e di cittadini, che ci pare quasi che saremmo altri da quelli che siamo, se non li avessimo conosciuti; essi si sono confusi nella nostra coscienza con le esortazioni vigorose di nostro padre, coi consigli magnanimi di nostra madre, con tutti gli esempi di virtù e di grandezza che abbiamo ricevuti nella vita; e sono diventati una forza intima della nostra natura. E li dimentichiamo sovente, e per lungo tempo, perchè siamo ancora nell'età in cui le speranze tengono maggior luogo che le memorie, e l'amore del presente soffoca il rimpianto del passato. Ma, avanzando negli anni, quando comincieremo a volgerci indietro, e ad evocare la nostra giovinezza per consolarci della virilità moribonda, allora, nel segreto del nostro cuore, pagheremo intero il nostro debito di gratitudine ai vecchi poeti della patria; tutte quelle poesie gloriose ed amate ci baleneranno alla mente, di lontano, nella nebbia rosea della nostra adolescenza, come una legione di guerrieri scintillanti di ferro; e le ripeteremo ai nostri figliuoli con lo stesso tremito nella voce con cui le hanno dette a noi i nostri padri; e i nostri figliuoli le sentiranno, speriamolo, con lo stesso cuore con cui noi le abbiamo sentite.

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Questi sentimenti deve ravvivare in sè chiunque voglia giudicare rettamente un poeta nazionale straniero, sia il Riga o il Quintana o il Körner o il Déroulède. Ma è quasi inutile avvertirlo. Non c'è uomo che ami la propria patria, il quale leggendo la poesia patriottica, fortemente sentita, d'un poeta straniero, qualunque sia il suo paese e quali che siano i sentimenti che questo paese gl'ispira, non si compenetri a poco a poco, involontariamente, della passione del poeta, e non comprenda quindi e non giustifichi nella sua coscienza tutti quei sentimenti e quei giudizi che ad un lettore freddo possono parere ingiusti, superbi, temerari, e qualche volta anche puerili. Chi non sente nel cuore la poesia patriottica di un popolo straniero, non ha sentito neppure la propria. A costoro è inutile rivolgersi. Perciò noi presentiamo il Déroulède e le sue poesie soltanto a quegli italiani che, amando ardentemente la loro patria, sentono rispetto e simpatia per tutti gli stranieri che amano ardentemente la propria, e capiscono che ognuno ha diritto d'essere altero e violento — ed anche ingiusto — quando difende sua madre. Per costoro è anche superfluo combattere il pregiudizio volgare, secondo il quale la poesia patriottica, perchè tende a muovere dei sentimenti che vibrano in tutti potentemente, o a cui tutti hanno l'animo predisposto, è meno difficile d'ogni altro genere di poesia, e non può dare la misura giusta dell'ingegno di un poeta. Il critico sensato sa misurare l'ingegno del poeta a traverso a tutti i sacrifizi ch'egli ha dovuto fare della devozione estetica, come la chiamava il Berchet, alla devozione civile; indovina il pensiero nel grido; completa da sè la poesia troncata da un colpo di spada; e crede che, appunto quando una nazione è eccitata dall'amor di patria, ed empie il mondo dei suoi clamori, occorra una voce straordinariamente poderosa per far volgere il capo alle moltitudini, un canto singolarmente ispirato per sollevare al di sopra della propria passione dei milioni d'uomini, di cui ciascuno è un poeta. La qual cosa è provata anche da ciò, che non sono più numerosi i poeti patriottici potenti e durevoli, presso qualunque nazione, di quello che siano i poeti eccellenti negli altri campi della poesia. Certo l'amor di patria è un affetto comune; ma è di questo affetto ciò che un grande poeta disse dell'amore: che tutti credono d'averlo provato o di essere atti a provarlo nel massimo grado; mentre le differenze nella facoltà di amare sono tante e tanto grandi fra gli uomini quanto quelle che passano tra loro nell'ordine dell'intelligenza. Non basta infatti unire all'ingegno l'amor di patria, per riuscire poeta patriottico: bisogna sentir questo amore così intensamente, da poterne profondere intorno a sè dei torrenti, e aggiungerne a tutti coloro che credono di non poterne più ricevere, obbligandoli ad accettare il poeta come interprete della loro passione, e a riconoscere in lui un'anima più ardente e più forte e più alta dell'anima loro. Migliaia di poesie patriottiche, nei tempi di ribollimento nazionale, sorgono, si diffondono e scompaiono: non restano che quelle dei poeti ch'ebbero anima e cuore di grandi cittadini, e tempra di soldati, e nerbo d'atleti; i quali o fecero o avrebbero fatto quel che incitavano a fare, e o suggellarono i loro canti col sangue, o li prepararono nell'avversità che fortificò ed innalzò il loro cuore. Il Berchet scrisse i suoi canti sospirando la patria da cui era proscritto; il Rossetti pagò le trenta strofe del suo inno alla Libertà con trent'anni d'esilio; il Mameli e il Körner morirono sul campo di battaglia; Riga sul patibolo. Perciò noi nutriamo per i grandi poeti patriottici un sentimento particolare di riverenza, e consideriamo come uomini intrepidi, che abbiano non meno operato che scritto, anche quelli tra loro che non uscirono dal campo dell'arte; e ce li rappresentiamo nella storia della letteratura, raggruppati in disparte, con una cicatrice sulla fronte e una bandiera nel pugno.

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Che posto occupi tra questi poeti Paolo Déroulède, che tocca ora appena i trentaquattro anni, non si potrebbe dir meglio che con le parole di un critico arguto e dotto, ungherese di nascita, ma tedesco di studi e di simpatie, che ne ragiona di passata in un suo notissimo libro, assai malevolo per la Francia; il che toglie ogni sospetto ch'egli possa peccare di parzialità per il poeta francese — a lui sconosciuto. Il Déroulède, egli dice fra l'altre cose, è uno di quei poeti che non possono nascere che in una nazione vinta. Quasi ogni nazione ebbe nella sua storia un'epoca, in cui un solo pensiero la possedette: il pensiero della lotta e della vendetta. Allora i bimbi si baloccano con le sciabole e coi fucili, i ragazzi fanno ai soldati, i giovani si rallegrano d'aver una vita da spendere per la patria, gli uomini si preparano ai grandi sacrifizi, e i vecchi si dolgono di non essere più atti alle armi. In tali epoche l'egoismo sparisce e vengono alla luce nobilissimi esempi di virtù cittadine. Ogni uomo sente che tutto il suo sangue dev'essere consacrato alla gran lotta e ogni donna riconosce che il primo dei suoi doveri è quello d'accendere il coraggio degli uomini. In questa condizione si trovarono la Spagna nel 1812, la Polonia nel 1830, l'Italia fino al 1866; questo pensiero ha suscitato la potente Germania del 1814; questo pensiero ha fatto sorgere quella scuola di poeti, fra cui i più insigni sono il Rückert, l'Arndt, il Körner, lo Schenckendorf, l'Eichendorff. Non si può dire assolutamente che la nazione francese si trovasse, dopo il 1870, in simili disposizioni; ma Paolo Déroulède è senza dubbio un poeta di quella levatura. Le sue poesie sono le prime di questo genere in Francia. Canzoni bellicose la «grande nazione» ne ha abbastanza, cominciando da quelle del Boileau, che pareva dimenassero la coda davanti al ridicolo Roi Soleil, e venendo fino a quelle, che trovarono in Napoleone primo un più degno oggetto dei loro entusiasmi; nè mancano pure nella letteratura francese poesie che eccitino all'odio e al disprezzo delle nazioni vicine; e forse in questo genere spetta la palma al famoso nous l'avons eu votre Rhin allemand. Ma poesie piene di profondo dolore per le sventure sofferte, di esortazione virile al raccoglimento, al lavoro e alla preparazione, per il gran giorno della resa dei conti; di sentimento del dovere, di spirito di sacrificio, di ferma risoluzione nel proposito di ritemprarsi l'animo e le membra per ritentare una prova suprema, tali poesie son nuove nella letteratura francese. La sola Marsigliese del Rouget de l'Isle s'avvicina a questo genere e sorse del pari in un tempo di sventura nazionale profondamente sentita; ma Paolo Déroulède, il soldato del 1870, è poeta ben più grande del luogotenente d'artiglieria del 1791; poichè nella Marsigliese predominano ancora la declamazione, la millanteria e il reboante, mentre i Chants du soldat, semplici e profondi, esprimono il sentimento, la modestia e la dignità virile. Così dice uno scrittore che bistratta la Francia per cinquecento pagine, negando ai francesi persino lo «spirito» che anche i nemici più accaniti son disposti a riconoscere in loro — indulgentemente.

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Prima d'esaminare la poesia del Déroulède, convien vedere come sia nata; ossia conoscere la parte che prese il poeta nella guerra del 1870: parte piena d'avventure così singolari, che meriterebbero d'essere raccontate se anche si riferissero a un soldato sconosciuto, invece che a uno dei più simpatici tra i giovani poeti della Francia.

Prima del 1870, il Déroulède era studente di legge, e studiava poco: il mal dei versi lo cominciava a tormentare. Una delle sue prime poesie fu una risposta vivace allo zio Emilio Augier, il quale aveva detto in famiglia: — Vedete Paolo! Egli non fa nulla sotto il pretesto che un giorno farà il poeta. — Per l'appunto — rispondeva il Déroulède in alessandrini; — per fare il poeta un giorno ho bisogno di vivere adesso. Non è ancora il tempo di giudicarmi. Lasciate maturare la messe; — piccolo sfogo d'alterezza giovanile che egli si guarderebbe bene dal fare ora che la messe è matura. Nel 1869 scrisse un dramma in un atto, che passò inosservato, ed empì qualche quaderno di poesie; ma non fece nulla di notevole. Cercava ancora se stesso, come suol dirsi; ma si cercava con una tale impazienza, che non si trovava. Era un giovanotto di alta statura, secco, svelto, irrequieto, che sentiva intensamente la vita; pieno di grandi speranze confuse, che gli mettevano il sangue in ribollimento, e lo tenevano come in uno stato d'ebbrezza continua; una di quelle nature esuberanti d'artista, a cui la vita del pensiero non basta; che han bisogno di sfogare nell'azione l'eccesso delle loro forze giovanili, prima d'entrare nell'arte. Agiato com'era di fortuna, egli avrebbe forse corso la cavallina, come molti altri giovani, per parecchi anni, se gli fosse mancata l'occasione di agire; ma l'occasione venne, e non poteva essere nè più grande nè più terribile. Scoppiata appena la guerra, piantò codici e versi, ed entrò nel Corpo delle guardie mobili di Belleville, in cui fu nominato ufficiale. Le sue speranze, però, furono deluse. I tedeschi s'avanzavano in Francia, le battaglie succedevano alle battaglie, e le guardie mobili non si movevano. Ed egli voleva battersi. Perciò rinunziò al grado, s'arrolò negli zuavi, fu destinato al 3º reggimento che faceva parte del Corpo d'esercito del maresciallo Mac-Mahon, lo raggiunse sollecitamente, e fu ancora in tempo a pigliar parte, come semplice soldato, nei due combattimenti di Mouzon e di Bazeille, da cui uscì sano e salvo, col buco d'una palla nei calzoni. Intanto un suo fratello minore, Andrea, di diciassett'anni, che studiava a Parigi, — giovanetto d'indole dolce e d'aspetto gentile, ma tutto ardente d'amor di patria, — si decideva a seguire l'esempio di lui. Si presentava un giorno a sua madre e le diceva di volersi arrolare negli zuavi per andarsi a battere col fratello. Per quanto fosse forte e coraggiosa, sua madre cercò sulle prime di dissuaderlo: era troppo ragazzo, non era abbastanza robusto da reggere alle fatiche, la famiglia aveva già dato un soldato alla Francia. Ma egli insistè, e la madre si arrese; e siccome non c'erano più vestimenta da zuavo nei magazzini militari di Parigi, lo accompagnò lei stessa al gran mercato del Temple, dove, a furia di cercare, raccattando qui una papalina, là una ghetta, fra tutti e due misero insieme il così detto «equipaggiamento», e il giovane potè partire vestito ed armato.

Sua madre l'accompagnò fino al campo.

Qui attinse l'ispirazione Paolo Déroulède per quella mirabile poesia intitolata Le Turco, che comincia con le strofe seguenti:

C'était un enfant, dix-sept ans à peine,

De beaux cheveux blonds et de grands yeux bleus.

De joie et d'amour sa vie était pleine,

Il ne connaissait le mal ni la haine;

Bien aimé de tous, et partout heureux.

C'était un enfant, dix-sept ans à peine,

De beaux cheveux blonds et de grands yeux bleus.

Et l'enfant avait embrassé sa mère.

Et la mère avait béni son enfant.

L'écolier quittait les héros d'Homère;

Car on connaissait la défaite amère,

Et que l'ennemi marchait triomphant.

Et l'enfant avait embrassé sa mère,

Et la mère avait béni son enfant.

Elle prit au front son voile de veuve,

Et l'accompagna jusqu'au régiment.

L'enfant rayonnait sous sa veste neuve;

L'instant de l'adieu fut l'instant d'épreuve:

«Courage, mon fils! — Courage, maman!»

Elle prit au front son voile de veuve.

Et l'accompagna jusqu'au régiment.

Mais lorsque l'armée eut gravi la pente:

«Mon Dieu! disait-elle, ils m'ont pris mon cœur,

«Tant qu'il est parti, mon âme est absente.»

Et l'enfant pensait: «Ma mère est vaillante,

«Et je suis son fils, et je n'ai pas peur.»

Mais lorsque l'armée eut gravi la pente:

«Mon Dieu! disait-elle, ils m'ont pris mon cœur.»

Il viaggio fu pieno di peripezie. La signora Déroulède, già malata, col cuore oppresso, simulando una forza d'animo che le mancava, si recò da Parigi a Reims per strada ferrata, col suo zuavo di diciassette anni. A Reims, saputo che l'esercito del Mac-Mahon era in ritirata verso Sédan, si mise in una carrozzella col figliuolo, e si diresse verso Sédan. Si può immaginare lo stato di quella povera donna, durante quel viaggio lungo e difficile, per strade ingombre di salmerie disordinate e di carri carichi di feriti, tra reggimenti decimati e spossati, in mezzo alla tristezza lugubre d'un esercito sconfitto, che andava incontro a nuove battaglie col presentimento di nuove sventure. A ogni passo, madre e figliuolo domandavano del 3º reggimento zuavi: nessuno sapeva dove fosse. Una volta si trovarono in una grande solitudine, dinnanzi a tre strade, senza indicazione di sorta: la madre, fortunatamente, obbedendo ad una ispirazione del cuore, disse: — Paolo passò di qui; — si misero per quella strada, ed era la giusta. Dopo un altro lungo tratto, si ritrovarono in mezzo ai cariaggi, ai soldati, al disordine: era una divisione del Mac-Mahon; raggiunsero un reggimento di zuavi: era il terzo. Scesero di carrozza, e dopo molto cercare trovarono il povero poeta, seduto sull'orlo di un fosso, che mangiava nella gamella, in mezzo a un crocchio di camerati africani, tra due fasci d'armi. Inteso il proprio nome, saltò su, e si trovò davanti sua madre e suo fratello, di cui non aveva più avuto notizia dal giorno della partenza. Si ritirarono tutti e tre in una piccola osteria di campagna, accanto alla strada; là la signora Déroulède volle che i suoi figliuoli, l'uno stanco dalle marcie, l'altro dalle emozioni, si riposassero; e tutti e due le si addormentarono con la testa sulle ginocchia, come due ragazzi. Allora la madre potè piangere, guardata con rispetto pietoso dagli zuavi, che s'affacciavano alla finestra e allo spiraglio dell'uscio; e, piangendo, prepararsi alla separazione. Il terribile momento non si fece aspettare. Squillarono le trombe, i figliuoli si svegliarono; bisognava dirsi addio; la madre si sentiva schiantare il seno dai singhiozzi; ma fece uno sforzo sovrumano, e non versò che lacrime mute. I saluti furono brevi: — Courage, mon fils!Courage, maman! — come nella poesia. E si separarono. Il reggimento seguitò la sua strada verso Sédan, e la signora Déroulède riprese la via di Reims. Prima di arrivare a Reims, le seguì ancora un caso doloroso. Arrestata da una avanguardia francese, interrogata da un ufficiale, disse il suo nome, e raccontò che era stata ad accompagnare un figliuolo al reggimento, dove già n'aveva un altro. La cosa parve inverosimile: la presero per una spia! Riuscì fortunatamente a liberarsi, e sfinita dalle fatiche, con quell'ultimo colpo di stile nel cuore, arrivò a sera inoltrata a Reims, dove fece appena in tempo a pigliare il treno di Parigi, che era l'ultimo della giornata, e fu l'ultimo per tutta la durata della guerra, poichè la mattina seguente le avanguardie prussiane avevano già tagliata la via della capitale.

I due fratelli furono messi nella medesima compagnia: in pochi giorni tutto il reggimento li conobbe. In una relazione del colonnello è fatto cenno di loro: — Questo bell'esempio di patriottismo dato dalla famiglia Déroulède fu un grande incoraggiamento per i resti del 3.º reggimento zuavi. I due giovani volontari s'attirarono in breve tempo, con la loro abnegazione e il loro valore, l'ammirazione dei vecchi soldati. — Tutt'e due si trovarono alla battaglia di Sédan, pochi giorni dopo l'arrivo d'Andrea. È noto che il 3.º reggimento zuavi fu il solo che riuscì a rompere il cerchio de' Tedeschi in quella giornata, e che dal campo di battaglia si ridusse a Parigi, dove l'assemblea lo dichiarò benemerito della patria. Ma i fratelli Déroulède non poterono salvarsi coi loro compagni. Mentre combattevano in un bosco, a pochi passi di distanza l'uno dall'altro, Andrea si voltò improvvisamente verso il fratello, col viso bianco, e gli disse: — M'hanno fatto male! — e detto appena questo, stramazzò gettando sangue per la bocca. Aveva una palla nel ventre. Paolo accorse, lo prese in braccio, e camminando verso i Tedeschi, lo portò dietro a un piccolo rialto del terreno, dove, deponendolo sull'erba, incespicò e cadde in un fosso; il che vedendo di lontano gli altri soldati, che continuavano ad avanzarsi, credettero che anche lui fosse stato ferito mortalmente. Paolo si rialzò, tagliò una croce rossa nei suoi calzoni di zuavo, l'attaccò sul suo turbante bianco spiegato, e legato questo cencio di bandiera d'ambulanza sulla punta del fucile confitto in terra, pensò a salvare il ferito. C'erano là vicino dei cannoni francesi abbandonati, coi loro cavalli. Paolo tentò di trasportare il ferito sopra un cassone, e di fuggire con le artigliere. Ma mentre lo adagiava, gli sgorgò dalla bocca un'ondata di sangue nero; pareva che morisse; lo ripose in terra; si mise a succhiargli la ferita perchè il sangue non lo soffocasse, lo lavò, gli strinse una fascia intorno ai fianchi;... ma sperava poco di salvarlo. Intanto la battaglia continuava da ogni parte, lontano, confusamente: egli non ne racapezzava nulla. Il terreno intorno era sparso di morti, nessun vivente appariva nè francese nè tedesco. Il primo che passò, dopo un'ora, fu un soldato sassone, che balbettava il francese. S'avvicinò al Déroulède e lo interrogò. Inteso che il ferito era suo fratello, s'impietosì. — Anch'io — disse — ho un fratello nell'esercito. Ah c'est malheureux, c'est malheureux! — E poi soggiunse: — datemi un po' di pan bianco, zuavo; ve lo domando, non come nemico, ma come camerata. — E avuto, il pan bianco, se ne andò, salutando affettuosamente. Il povero Déroulède dovette stare là quattr'ore col fratello moribondo fra le braccia, vedendo di lontano delle figure sinistre di spogliatori di morti vagare per il campo e contaminare con le mani ladre i cadaveri. E cominciava già a disperare. Finalmente passò di galoppo un drappello di dragoni azzurri; vista la bandiera, s'arrestarono; mandarono per un medico; venne poco dopo; — era un medico sassone; — fece trasportare il ferito in un grande opificio, vicino a Sédan; lo adagiò sopra un letto, in una stanza del padrone, ch'era assente, e tentò l'estrazione della palla. Mentre egli operava, una banda tedesca suonava la marcia del Lohengrin nel cortile, e una frotta di soldati prussiani aspettava sulla porta che l'operazione fosse terminata, per entrare nella stanza a vedere un grande ritratto di Federico il grande — di cui s'era sparsa la notizia — appeso proprio sopra il letto in cui era disteso il ferito. Cose che, in un romanzo, parrebbero troppo ingegnosamente combinate. L'operazione, mercè un taglio profondissimo, riuscì. Paolo offrì al medico tedesco il suo orologio. — No, — quegli rispose — sarebbe un pagamento. — Allora accettate il mio pugnale — disse il giovane. Il medico accettò. Tutti e due erano commossi. Il ragazzo era sfinito; ma salvo.

Della capitolazione dell'esercito e dell'Imperatore non sapevano ancor nulla; nemmeno della vittoria dei Tedeschi. Il ferito fu dato alle ambulanze francesi, perchè lo trasportassero nel Belgio: Paolo sperava di poterlo accompagnare, perchè era ancora aggravato; ma fu preso prigioniero, e diviso a forza dal fratello. Fortunatamente, mentre lo conducevano via, un ufficiale prussiano, vedendolo passare così desolato, con la faccia nelle mani, fermò il drappello, e domandò spiegazioni. Intesa la cosa, fu preso da compassione. — Che diavolo! — disse — è una crudeltà separare così due fratelli! — E andò egli stesso a domandare al comandante tedesco di Sédan che il Déroulède potesse accompagnare il ferito nel Belgio. L'ottenne; il Déroulède andò a Bruxelles col fratello. Qui solamente ebbe notizia della catastrofe di Sédan. Andrea fu ricevuto in una casa d'amici; Paolo poteva andarsene. Le autorità belghe gli offrirono la libertà, purchè desse la sua parola di non battersi più contro i Tedeschi; altrimenti, dovevano mandarlo prigioniero in Germania. Egli preferì la prigionia, con la speranza della fuga. Fu quindi mandato per strada ferrata a Berlino, e da Berlino condotto a Breslau, nella Slesia.

Mentre questo accadeva, la sua famiglia stava a Parigi, al buio di tutto, nella trepidazione che si può pensate. Arriva finalmente il 3.º reggimento zuavi. Padre e madre gettarono un grido di gioia, corsero dal colonnello, domandarono dei figliuoli.... Non c'erano. Erano stati visti cadere l'un sull'altro in un fosso, alla battaglia di Sédan; il che voleva dire ch'erano morti. La povera madre rimase fulminata. Portata a casa, le prese un accesso di paralisi da cui non si rimise più; chè anzi s'andò sempre aggravando; e per otto giorni stette tra la morte e la vita, con l'immagine di quei due cadaveri davanti agli occhi, istupidita dal dolore. Per fortuna, prima di passare la frontiera belga, il Déroulède aveva sparso fra contadini e soldati, e buttato a tutte le poste; un gran numero di buste dirette a sua madre, con tre parole dentro, e la firma sua e del fratello. Una di queste buste, dopo otto giorni, arrivò; la signora Déroulède l'aperse con le mani tremanti, animata da un barlume di speranza: c'era scritto — Nous sommes vivants. — Credette d'impazzire...; ma questa gioia immensa non valse a rimetterla dal colpo tremendo che aveva ricevuto. E continuò a vivere miseramente, torturata dalla paralisi che cresceva, e da un'insonnia angosciosa, che avrebbe spezzato i nervi d'un uomo; ma piena di coraggio e, se non rassegnata, preparata ad ogni cosa.

Intanto Paolo Déroulède era prigioniero a Breslau. Qui gli seguì una piccola avventura comica. I prigionieri andavano liberi per la città; ma egli non godette di questa libertà per un pezzo. Il generale tedesco che comandava la fortezza, vecchio soldato burbero, leggeva tutte le lettere prima di spedirle. Era stato qualche tempo a Parigi, conosceva la lingua francese, non si lasciava scappare una parola che potesse urtare un tedesco. Letta la prima lettera del Déroulède, ch'era un po' troppo liberamente patriottica, pensò di dargli un avvertimento. — O la finite — gli disse — o vi caccio in fortezza. — Il Déroulède non la finì. In una seconda lettera diceva fra le altre cose: — ce troupeau de Prussiens. Il generale lo mandò a chiamare e gli disse: — Questa lettera non partirà. Noi siamo une troupe e non un troupeau. — Avete ragione, rispose il prigioniero; — je vois avec plaisir que vous connaissez le français dans toutes ses nuances. — Ah sì? — ribattè il generale; — ebbene, andate in fortezza a studiare le nuances del tedesco. — E lo fece chiudere in fortezza. Dopo qualche giorno uscì, e ricominciò a scrivere; ma nascondendo il suo pensiero sotto una quantità di motti a doppio senso, di bisticci parigini, incomprensibili a un tedesco. Il generale lo rimandò a chiamare, e volle che gli spiegasse il significato nascosto d'ogni frase. — Ma, signor generale, — rispose il Déroulède; — io sono prigioniero; ma non sono obbligato a perfezionarvi nello studio della letteratura francese. — Ed io — replicò il generale, — non sono neppure obbligato a lasciarvi passeggiare liberamente per le strade di Breslau. Andate in fortezza. — E questa volta non si parlò più d'uscire. Ma il prigioniero provvide da sè ai casi suoi. La figliuola del carceriere, che non vedeva di mal occhio quel gran diavolo di zuavo, dal viso di poeta e dai modi di gentiluomo, faceva conversazione con lui per il buco della serratura. Lo zuavo, che aveva in capo il suo disegno di fuga, pensò di valersi della ragazza. A poco a poco, facendosi tradurre in tedesco oggi una parola, domani una frase, senza lasciar trasparire il senso del discorso, riuscì a mettere insieme e a pronunziare correttamente una parlatina in tedesco, che diceva presso a poco: — Sono un ebreo polacco, nato in America, zoppo dalla nascita. Gli ultimi avvenimenti m'hanno chiamato in Germania per far riconoscere la mia inabilità al servizio militare. Torno a Torino dove faccio il professore di lingua francese. — Quando si sentì abbastanza forte su questa sfilata di fandonie, si mise d'accordo con un ufficiale francese delle guardie mobili, anch'egli prigioniero, ma sciolto, a Breslau; costui insaccò un gran pastrano turchino da ebreo polacco, si mise un berrettone d'astrakan, e gli occhiali verdi; si fece dare un permesso per visitare il carcerato; entrò nella fortezza zoppicando — diede i suoi panni al Déroulède; — il Déroulède, zoppicando, uscì dalla cella, passò tranquillamente sotto il naso delle sentinelle, andò alla prima stazione della strada ferrata di Boemia, e saltò sano e salvo sul treno liberatore. Ma c'era ancora un pericolo al passaggio della frontiera austriaca. Discese perciò alla penultima stazione e prese a traverso ai campi per passar la frontiera a piedi. Era notte, nevicava fitto, faceva un freddo da cani. Dopo molto andare, non raccapezzò più dove fosse: passò accanto a un villaggio, offrì del danaro a un contadino perchè l'accompagnasse. Costui accettò; ma era un furfante. Giunto a poca distanza dal confine, vicino a un corpo di guardia prussiano, si fermò e disse al Déroulède: — O mi date il doppio, o vi denuncio alla sentinella. — Il Déroulède, vistosi perduto, gli mise un coltello alla gola, e gli gridò: — O tiri diritto, o t'ammazzo. L'uomo si persuase, lo guidò di là dal confine, e lo accompagnò fino alla prima stazione austriaca. Un treno stava per partire, il Déroulède ci saltò su, e fuggì verso Vienna. Aveva voluto tentar la fuga da Breslau il 29 settembre, anniversario di sua madre, e la fortuna l'aveva aiutato.

Con la fuga di Germania entrò in un'altra serie d'avventure. Attraversò Vienna di notte, prese un biglietto per Milano, e ripartì. Ma per pagare il biglietto dovette spendere gli ultimi resti del suo peculio. Da Vienna a Milano non mangiò che un enorme pane che aveva comprato a Baden, stando rincantucciato in fondo al vagone, quieto quieto, senza attaccar discorso con nessuno, per non tradire il segreto della sua mascherata. Arrivato a Milano, fin dove lo conduceva il biglietto, si trovò nella stazione solo, morto di fame, senza un soldo, senza sapere dove batter del capo. Che cosa fare? Si rivolse a un impiegato, gli espose il caso suo, gli domandò se avrebbe avuto tempo, prima di partire per la Francia, di fare una corsa fino al Consolato di Francia, per domandar dei denari. L'impiegato gli disse che no. — Ma non occorre — soggiunse; — sono stato soldato anch'io, mi so mettere nei vostri panni: provvedo io al vostro viaggio. — E gli diede il biglietto per la Francia. Il Déroulède ebbe appena il tempo di ringraziare il bravo impiegato, ripartì, e il giorno dopo si trovò a Lanslebourg, in compagnia d'altri francesi, scappati pure di Germania, tornati in patria per la stessa strada, travestiti anch'essi bizzarramente, e scannati e affamati come lui. Un caffettiere misericordioso li sfamò gratis. Il Déroulède ripartì per Lione, e da Lione andò a Tours. Appena arrivato a Tours, corse al ministero della guerra per riprender servizio. Mentre aspettava nei corridoi, passò il Gambetta, il quale lo conosceva fin da giovanetto. Questi rimase meravigliato riconoscendo il giovane poeta sotto quello strano travestimento. — Che cosa venite a far qui? — gli domandò, dopo aver inteso la sua storia. — A offrire un'altra volta la pelle, — rispose il Déroulède; — se mi date un incarico per Parigi, dove è il mio reggimento e mia madre, piglio l'impegno d'entrarvi. — Il Gambetta non volle dargli incarichi: era scampato una volta, non doveva mettersi al rischio di farsi ripigliare. — Se volete battervi — gli disse — battetevi sulla Loira; ci sarà abbastanza da fare; io vi nomino capitano. — Il Déroulède non volle accettare che il grado di sottotenente, che aveva già nelle guardie mobili, e siccome voleva battersi davvero, domandò d'entrare nei tiragliatori algerini, — che si battevano a modo suo. Il Gambetta accondiscese, e gli domandò se voleva che facesse pervenire sue notizie a sua madre. Il Déroulède lo pregò di non farlo. — Se mi crede sempre prigioniero, pensava, vive in pace; se sa che sono scappato, capisce che son tornato alla guerra, e ricomincia a vivere in pena. — Buona fortuna, signor tenente! disse il dittatore accommiatandolo. — Ah! la mia fortuna importa poco — rispose il giovane: — è la vostra che ci preme! — E partì subito per Neung. Trovò i suoi tiragliatori algerini al bivacco; assunse il comando della sua squadra, vestito ancora di quella vecchia palandrana d'ebreo polacco, sulla quale, strada facendo, aveva fatto cucire un par di galloni; e prese parte a tutti i combattimenti della retroguardia del generale Chanzy, fino al 1.º gennaio; giorno in cui tutto il 15.º Corpo partì per Dijon, per formare il nuovo esercito del generale Bourbaki.

Qui cominciò il periodo più avventuroso della sua vita di soldato; periodo di cui si potrebbe rintracciare la storia nel suo taccuino lacero e spiegazzato, pieno di schizzi topografici, di nomi di soldati arabi, di brani di relazioni, di appunti sul modo di far la zuppa di cipolle, e d'elenchi di feriti e di morti. In questo periodo pure gli balenarono le prime idee e gli vennero fatti i primi versi di quei famosi Chants du soldat, che pochi anni dopo tutto l'esercito seppe a memoria. A Mirbeau fu ospitato da una povera vecchia, che gli ispirò Le bon gîte, una delle sue più affettuose e più belle poesie. In un altro luogo, durante il bivacco, di notte, pensando a sua madre e a suo fratello, e al giorno che lo avevano raggiunto al reggimento, prima della battaglia di Sédan, scrisse le prime strofe del Petit turco, e notò nel taccuino: Le petit turco à faire. A Rocourt — in una ritirata — una ragazza, che l'aveva baciato prima del combattimento, gli diede un pugno per rifarsi del suo bacio sciupato; e quel pugno, convertito da lui in un morso, diventò celebre nella poesia La belle fille. A Gray ebbe da un'altra ragazza una coccarda di tre colori, alla quale consacrò quei dieci gioielli di strofette che molti considerano come il più grazioso dei suoi canti. In quest'ultimo periodo della guerra conobbe pure quel famoso sergente Hof, che uccise ventisei nemici in ventisei ricognizioni, e che gl'ispirò la poesia intitolata Le sergent, resa poi popolare a Parigi dall'attore Coquelin. E tra una poesia e l'altra prese parte a un gran numero di combattimenti, con la sua squadra di tiragliatori, fra cui c'eran degli arabi e dei negri che lo adoravano e gli eran ardentemente devoti, tanto da portare delle assi sulle spalle per lunghissime marcie per fargli un letto alla tappa; non soldati, ma fratelli e figliuoli suoi, coi quali egli divise il suo pane, e digiunò, e dormì sul ghiaccio, e accese i fuochi del bivacco in quelle terribili notti di gennaio. Con questi soldati si trovò al combattimento di Montbéliard, ch'egli cominciò assalendo e occupando una barricata, e perdendo trenta dei suoi tra morti e feriti, sopra cinquanta a cui comandava: combattimento in cui guadagnò la croce della Legion d'onore. Ma da quel giorno non ci son più appunti sul taccuino: il freddo faceva cader la matita dalle mani assiderate e sanguinanti. Poi vennero i disastri, le nevicate interminabili, le lunghe marcie di notte, i bivacchi che lasciavano il terreno coperto di morti gelati, la perdita di tutte le speranze, lo scompiglio miserando dell'esercito diradato, avvilito, affamato, scalzo, — ridotto a un esercito di spettri —, incalzato spietatamente, con la morte in faccia, alle spalle, sotto i proprii passi e nel proprio cuore. Molte volte il povero Déroulède, mal riparato dal suo vestito di polacco, bucato dalle palle, si lasciò cader nella neve, al termine d'una marcia mortale, e ravvolgendosi nella sua coperta di guardia mobile, nella quale aveva già ravvolto il fratello moribondo a Sédan, s'addormentò con la certezza di non più risvegliarsi. Ma la sua forza d'animo, più che la sua forza fisica, e le cure dei soldati lo tennero in vita fino all'ultimo, — fino al giorno in cui l'esercito del Bourbaki — ultima speranza della Francia — si rifugiò in Isvizzera, fulminato dai cannoni del Manteuffel. Quello fu il momento più desolante della campagna per Paolo Déroulède. Immobile sopra un rialto di terreno vicino al confine, in mezzo ai resti della sua squadra, egli voleva rimanere in Francia a ogni costo, e non si decise ad accompagnare i suoi tiragliatori nella Svizzera che per le esortazioni del suo maggiore, e col patto che questi sarebbe fuggito con lui per andar a cercar la guerra in qualche altro angolo della Francia, appena i loro soldati fossero stati al sicuro.

Fuggirono infatti il Déroulède e il suo maggiore, seguiti da un matto originale di zuavo negro, di nome Mohamed-uld-Mohamed, che si faceva passare per dentista americano, e scendendo lungo la frontiera, arrivarono fino a Tolosa; di dove il Déroulède, solo, corse a Bordeaux, sede del Governo, per offrire la sua vita una terza volta. A Bordeaux sente che è stato stipulato un armistizio, e che un treno carico di bestiami deve partire per Parigi. Butta via il pastrano da ebreo polacco, si traveste da bovaro bordelese, salta sul treno, arriva a Parigi, corre a casa, si getta nelle braccia di suo padre. — Zitto, Paolo, per amor del cielo — gli dice il padre; — abbi pietà della mamma. — Bisognava prepararla a quel colpo. Combinano insieme un lungo giro di discorso per annunziarle la cosa a poco a poco; il padre va su, perde la testa, e dice senza preamboli: — Paolo è arrivato. — Il grido dell'amore e della gioia materna echeggiò in quella casa, solitaria e triste da tanto tempo. Povero Paolo! Egli trovò sua madre molto mutata: aveva i capelli bianchi, le mani tremole, gli occhi infossati, la voce fioca. Ma dentro all'anima era sempre la madre di prima, sorridente nel dolore, non curante di sè, e piena di risoluzione e di forza. Qui il Déroulède seppe che suo fratello, appena guarito dalla sua ferita, era stato mandato da Bruxelles a Ostenda, e di là a Londra, e da Londra a Bordeaux, donde l'avevano inviato in Algeria a vestirsi e ad armarsi al deposito degli zuavi, per ritornar poi alla guerra. Allora lasciò la famiglia e tornò subito a Bordeaux a domandare al Ministero se avrebbe avuto tempo di fare una corsa in Algeria per riprendere suo fratello, prima che scoppiasse la guerra civile: poichè, essendo stato per qualche tempo tra le guardie mobili di Belleville, e avendo visto che umori ribollivano in quella gente, aveva portato nell'animo, per tutta la durata della guerra, la ferma persuasione che qualcosa di terribile sarebbe seguito, se la Germania riusciva vittoriosa. Gli dissero che aveva tempo: andò in Algeria, tornò con suo fratello in Francia, e andarono subito tutti e due a Versailles, dove l'uno entrò in un reggimento di zuavi, l'altro in un reggimento di cacciatori. E così questo demonio di poeta cominciò la sua terza campagna.

La guerra civile era scoppiata. Per il Déroulède, patriotta e repubblicano d'animo generoso, era un dolore aver da combattere contro concittadini. Ma la sua coscienza di francese glie lo imponeva inesorabilmente. — Qualunque francese, — egli pensava, — senta nel cuore la dignità e l'onore della Francia, deve tutto sacrificare per impedire questa vergogna suprema, che la rivolta sia schiacciata dagli stranieri. — Suo fratello, appena riprese le armi, fu costretto a ritirarsi perchè gli si riaperse la ferita. Lui, nominato sottotenente nei cacciatori a piedi, raggiunse immediatamente il 30.º battaglione, ch'era a Neuilly, fra le truppe che combattevano intorno alla porta Maillot. Il principio fu terribile per l'ufficiale, come fu terribile la fine per il cittadino. La disciplina era allentata fra i soldati; molti non volevano battersi; tutti erano stanchi e sfiduciati; i comunardi, dalle case vicine, gl'incitavano alla rivolta con promesse tentatrici o con grida di scherno; non ancora inaspriti dall'ostinazione feroce della resistenza, avevano ripugnanza per una lotta in cui il sentimento del dovere non era infiammato dalla speranza della gloria. Bisognava ragionarli, spingerli al combattimento ad uno ad uno, minacciarli qualche volta, e rischiare, minacciandoli, qualche cosa di peggio che di non essere obbediti. Ma il Déroulède si affezionò a poco a poco i cacciatori come si era affezionati gli algerini, e li condusse a combattere, non inferocendoli ma persuadendoli, e dando per il primo l'esempio della pazienza, della fermezza e dell'audacia. Coi suoi cacciatori combattè davanti alla porta Maillot, entrò dei primi in Parigi, si trovò nella mischia delle strade, e assistette all'orrenda tragedia degli ultimi giorni della Comune. Qui, per testimonianza di tutti, spiegò una generosità eguale al valore. — Son venuto per domare la rivolta, pensava, e non per uccidere dei Francesi, — e perciò salvò la vita a quanti potè, protesse i feriti, difese i prigionieri, restituì alla famiglia dei disgraziati che erano creduti spacciati; tanto che delle donne del popolo gli gridavano: — È dei nostri! — al che egli rispondeva: — No, sono francese. — Si racconta questo perfino: che mentre stava mangiando in un'osteria, tra una barricata ed un'altra, un comunardo, sdegnoso, disse in modo da farsi sentire: — Ça nous tue et ça mange. — Ed egli rispose: — Uccidere è una dolorosa necessità, di cui non ho colpa; mangiare è un bisogno che vuol essere compatito. Mangiate con me, se credete di averne il diritto. — Non accetto il vostro pane — quegli rispose. — Allora accettate due lire, e mangiate per conto vostro. — Non accetto le vostre due lire. — Ho capito — rispose il Déroulède tranquillamente —; preferite di prendermele. Ebbene, siete libero, andate alla barricata più vicina, faremo alle fucilate, voi attaccherete le mie due lire e io cercherò di difenderle. — Il comunardo rispose: — Ci vado — e il Déroulède lo lasciò andare. Per tutta la durata di quella lotta feroce, egli non si bagnò le mani d'altro sangue che del proprio, e fu l'ultimo giorno. La resistenza era agli estremi; poche barricate resistevano ancora, ma furiosamente. Il generale Dumont lo mandò, con una squadra di cacciatori, a pigliare dei cavalli a Belleville. Passando di corsa per un crocicchio, vide in una strada un ufficiale della legione straniera, che faceva alle fucilate, col suo plotone, contro una barricata difesa da tre cannoni, e sormontata dalla bandiera rossa. Vedendo quello spreco inutile di polvere, si fermò, e disse all'ufficiale: — È tempo perso: bisogna pigliar la barricata alla baionetta. — Fatelo — rispose l'ufficiale. — Lo faccio — rispose il Déroulède, e gettato un grido ai suoi soldati, si slanciò all'assalto. I comunardi li lasciarono avvicinare e fecero una scarica all'ultimo momento; il Déroulède, ritto sulla barricata, ricevette a bruciapelo una palla nel gomito, che gli spezzò l'osso, gli staccò l'avambraccio, e gli diede una contrazione orrenda alla mano. Ma la barricata fu presa, e il Déroulède, sostenendo colla mano destra il braccio stritolato, continuò ad avanzarsi, fin che, spossato dalla perdita del sangue, cadde fra le braccia dei suoi soldati. Così finirono per lui le avventure della guerra. Fasciato alla meglio, fu portato a casa, dove rimase tre mesi a letto, col braccio sospeso, curato da sua madre. E in questi tre mesi fece il primo volume dei Chants du soldat, che venne pubblicato verso la fine del 1871.

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In che modo un artista potente sia passato dall'oscurità alla fama, è sempre curioso a sapersi. Quei primi versi il Déroulède li aveva fatti proprio per sfogo dell'animo, agitato da mille ricordi in quella lunga immobilità della convalescenza, durante la quale la mente dell'infermo suole tanto più lavorare quanto sono più inerti le membra; ed era molto lontano dal prevedere, ed anche dallo sperare il successo che ottenne. Tanto è giusta la sentenza dello Schiller: che il vero ingegno è inconscio di sè nelle sue prime manifestazioni, perchè non trova nulla di straordinario — ed è naturale — in ciò che è sempre stato suo, e costituisce, per così dire, la sua intima natura. Nondimeno l'artista era già maturo nel Déroulède. Benchè giovane, infatti, ed esuberante d'ispirazione, capì che non conveniva fare un gros volume de patriotisme, e non pubblicò che una parte delle sue poesie, scelte fra le più brevi e le più spontanee. Un giorno portò il suo scartafaccio all'editore Lévy. Le poesie patriottiche pullulavano da tutte le parti: l'editore ricevette lo scartafaccio con diffidenza, e pregò il poeta di ritornare dopo alcuni giorni. Il poeta ritornò. — Ho letto le vostre poesie — gli disse il Lévy. — Non c'è male. Ma non c'è versi d'amore, non c'è canzonette allegre di bivacco, che sono il genere che piace. Ho paura che il vostro volumetto, scusatemi, annoi un poco. È troppo triste. — Che cosa volete? — gli rispose il Déroulède — ero triste. — Non potreste aggiungervi qualchecosa qua e là — gli domandò l'editore — per renderlo un po' più ameno? — Il Déroulède rispose che non poteva. — Ebbene.... — concluse il Lévy, — quando è così, bisogna che abbiate la bontà di pagare le spese di stampa. — Così fu convenuto. E poco tempo dopo uscì il volume, non preceduto da réclame di sorta, quieto quieto come un povero libro rassegnato a tarlare nelle vetrine. In capo a un mese il Déroulède ripassò dall'editore a chieder notizie: lo trovò tutto sorridente. — Mais ça va, mais ça va, — gli disse, guardandolo curiosamente. In poche settimane si spacciarono dieci edizioni: il volume si divulgò da Parigi nelle provincie, si diffuse fra il popolo e fra i letterati, si sparse nell'esercito, entrò nelle scuole e nelle famiglie, diventò popolare prima che la critica l'avesse preso ad esame. Fra le altre mille poesie patriottiche e guerriere, quelle del Déroulède producevano un'impressione nuova: erano giovanili e gravi ad un tempo, fiere ed affettuose, eccitavano e consolavano, ed educavano; sotto l'amor di patria, vi si sentiva il coraggio; non v'era soltanto l'ardore del cittadino che predica il dovere, ma anche la coscienza del soldato che l'ha compiuto, e che ha acquistato a caro prezzo il diritto di alzar la voce; era una poesia forte e sincera, stata più pensata che scritta, più vissuta che pensata; tutta calda, e piena d'odor di sangue e di polvere, e sonante di ferro, senza gale letterarie, non vestita d'altro che della divisa semplice e succinta sotto a cui aveva palpitato il cuore del poeta, quando glie n'eran balenate le prime idee negli accampamenti. Allora si cominciò a domandare, a cercare chi fosse questo Déroulède, e ben presto le sue avventure di soldato diventarono popolari come le sue poesie, non solo, ma furono ingrandite, come accade sempre, e abbellite di una certa luce vaga di leggenda, che rese più simpatico e fece parer più alto il poeta; e formò un'aureola — ben meritata davvero — sul capo di sua madre.

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Tutti e due i fratelli, dopo la guerra, entrarono nell'esercito, poichè, come diceva il maggiore, la carriera militare era quella in cui un giovane, dopo una grande guerra perduta, poteva rendere più utili servizi al suo paese. Paolo Déroulède fu promosso luogotenente nei cacciatori a piedi, e appena entrato nel battaglione, nonostante il suo splendido successo di poeta, si consacrò tutto ai suoi doveri militari. — Non si può avere il cuore a due cose ad un tempo — disse tra sè; — ho da fare il soldato, devo bandir la poesia. — E la bandì in fatti. Si mise agli studi militari, fece dei corsi scientifici ai sotto uffiziali e ai soldati, tenne delle conferenze, si seppellì fra i regolamenti e i trattati di tattica; e in caserma, e in piazza d'armi, e alle grandi manovre, fu un uffiziale non solo coscienzioso, ma pedante, come uno di quei vecchi troupiers, per cui l'esercito è il mondo. Ma per quanto facesse, la poesia gli tempestava sempre nel cuore; tutte le volte che alla mensa degli ufficiali il discorso cadeva sulla letteratura, un'onda di sangue gli montava al viso, ed era costretto a pregare i colleghi di parlar d'altro, e di lasciarlo in pace; chè se no sarebbe schiattato. E strozzando così la musa col cinturino, servì fino al 1875. In quell'anno, facendo una corsa a cavallo, cadde di sella e si slogò un piede: a questa slogatura dobbiamo il secondo volume dei Chants du soldat. Durante la cura, che fu lunga, potendo occuparsi senza rimorso d'altra cosa che di studi militari, scrisse quattordici nuove poesie, mentre da tutte le parti della Francia, essendosi sparsa la notizia della sua piccola disgrazia, piovevano sul suo letto d'invalido biglietti di visita e condoglianze e buoni augurii. Guarì; ma non così bene da poter ripigliare il servizio, tanto più che la ferita toccata a Belleville gli si faceva risentire ad ogni passaggio di nuvola; e perciò si fece trasferire dall'esercito attivo nella riserva, e tornò a casa sua — ad aspettare il gran giorno. Il secondo volume dei versi ebbe la stessa fortuna del primo; e intanto le edizioni del primo salivano alla sessantina. I Chants du soldats erano diventati il vade mecum d'ogni soldato patriotta; s'imparavano a mente nei collegi, si declamavano nei teatri, si recitavano nei salotti, si ripetevano per le strade: Paolo Déroulède, come disse uno scrittore tedesco, «era divenuto il poeta patentato delle aspirazioni nazionali.» E quando, nel 1877, fu rappresentato all'Odéon un suo dramma in versi intitolato l'Hetman, nel quale, sotto un episodio della storia della Polonia, erano espressi i sentimenti, i propositi e le speranze della Francia, questa rappresentazione — a cui la povera madre del poeta si fece trasportare in lettiga — servì di pretesto a una grande dimostrazione patriottica. Il poeta era celebre ed amato: si colse quell'occasione per tributargli gli onori del trionfo. Accorsero al teatro rappresentanti di tutte le classi, i principi delle arti e delle lettere, i duchi d'Aumale e di Nemours, tutti i generali di Parigi, una legione d'ufficiali di tutte le armi, e una folla enorme; e sebbene il dramma fosse molto al di sotto della lirica, ottenne un successo trionfale. Intanto, anche le sue liriche erano passate sotto i denti della critica; ma per quanto il letterato sia stato discusso, combattuto ed anche straziato, il poeta rimase all'altezza a cui l'aveva sollevato di sbalzo il primo e spontaneo sentimento d'affetto e di gratitudine della nazione. Ora non v'è un cittadino francese che non conosca qualche verso del Déroulède, e che non l'ami come poeta e non lo ammiri come soldato. Quando Victor Hugo lo vide per la prima volta, gli disse: — Il vostro nome ha preceduto in casa mia la vostra persona, e bisogna che abbia fatto del rumore per venir fine a me, perchè oramai non sono più di questo mondo. — E mentre in Francia si leggono per tutto le sue poesie, i vecchi soldati d'Africa, nelle loro caserme d'Algeri, disegnano col carbone sui muri delle camerate il suo profilo caratteristico, con un gran naso aquilino, e dicono ai visitatori: Celui-ci est monsieur Déroulède, le grand parisien, lieutenant des zouaves et avocat, un bon enfant...; mais un rude soldat tout de même.

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Ora vediamo la sua poesia.

Sono trentacinque canti, d'argomento e di metro diverso, che formano tra tutti lo scheletro di un piccolo poema, che potrebbe essere intitolato; La Francia vinta, nel quale s'alternano la narrativa e la lirica, l'ode e la canzonetta, il dialogo e la descrizione, e tutte le ire e tutte le angoscie che possono passare nell'anima d'un cittadino e d'un soldato durante una grande guerra sfortunata, che comincia con l'invasione e termina con la conquista. Finito di leggere, par di vedere un vasto quadro circolare, come un panorama, nel quale, sotto un cielo sinistro, per una sterminata campagna bianca, corrono torrenti neri di soldati, mischie orrende infuriano nelle gole dei monti, ardono villaggi, si sbandano divisioni, fuggono treni d'artiglierie, serpeggiano fiumi di sangue, e sul davanti s'alzano visi trasfigurati di moribondi, con gli occhi rivolti al cielo, che benedicono la patria per cui danno la vita. L'impressione che fa questa poesia sopra di noi italiani, in questo tempo in cui l'amor di patria è, per così dir, tranquillo e quasi nascosto nel nostro cuore, sia perchè son già lontani i ricordi dei grandi avvenimenti nazionali, sia perchè nessun'idea di un pericolo vicino ci scuote, somiglia a quella che farebbe su di un uomo maturo, tutto immerso nel lavoro e negli affetti sereni della famiglia, l'eco d'una musica lontana, che gli rammentasse qualche violenta e disperata passione dei suoi anni giovanili. Via via che procediamo nella lettura, riconosciamo quelle tristezze, quei dolori, quelle indignazioni; esse passarono altre volte per il nostro cuore; le abbiamo espresse con quelle parole, le abbiamo sfogate con quelle grida; e con le medesime ragioni abbiamo cercato di confortare il nostro orgoglio nazionale lacerato. Mutata la lingua, cangiati i Prussiani in Austriaci, quella potrebbe parere poesia scritta dopo Novara o dopo Custoza da un focoso luogotenente dei bersaglieri.

Uno dei sentimenti che il poeta espresse più potentemente è la tristezza lugubre che pesò sull'esercito e sul paese dopo i primi rovesci, e l'umiliazione che divorò l'anima del soldato. Ci ha dei quadretti grigi, con la pioggia all'orizzonte, e un reggimento che passa in disordine, così pieni di malinconia, di stanchezza, di ricordi dolorosi, di presentimenti funesti, che stringono il cuore. Per le vie dei villaggi, in mezzo a una folla immobile e fredda, sfilano in silenzio le compagnie e i battaglioni, dopo molti giorni di combattimenti disastrosi: i soldati col cheppì sugli occhi e il bavero del cappotto rialzato, gli ufficiali col capo basso, i tamburi muti, le bandiere lacere, tutti i visi pallidi e pesti; e si sente lontano il rombo del cannone tedesco. E il borghese spietato e insolente nella sua vigliaccheria d'egoista, dice a mezza voce: — Hanno avuto paura. — Par di sentirseli passare nel cuore, come lame di pugnale, gli sguardi gelidi di quella gente che non ama la patria, ma la vittoria, e che perduta la speranza, nega la compassione. E s'indovinano le lacrime di rabbia che deve aver versato il poeta. Ma non una di queste lacrime è caduta nei suoi versi: il suo amor di patria è più forte del suo orgoglio di soldato: egli respinge con parole tristi l'accusa di viltà, e perdona. Solamente un sorriso amaro gli sfiora le labbra, quando una signora, che guarda dalle finestre della sua villa il fuoco d'un bivacco notturno, e sfoga in parole entusiastiche la sua ammirazione per i turcos, cangia tuono ad un tratto e li chiama ladri e banditi, accorgendosi che bruciano la legna dei suoi boschi. Son pochi cenni qua e là, ma il contrasto occulto di sentimenti che nasce in ogni guerra sfortunata tra chi dà la vita e chi dà il danaro; tra chi mette al disopra d'ogni cosa l'onore e chi antepone a tutto la pace; tra la parte che forma i nervi e quella che forma il grasso flaccido e pigro d'una nazione, è reso magistralmente, con una mestizia grave, cento volte più efficace dello scherno, e più nobile dell'ira.

Ciò non ostante, i più belli dei Chants du soldat son forse certi poemetti di poche strofe, in cui son narrati degli atti eroici, veri quadretti del Détaille e del Neuville, che infiammano il sangue come l'urrà d'un reggimento. In una di queste, una compagnia di cacciatori, che corre all'assalto, sprofonda, a traverso al ghiaccio spezzato, in un fiume, mentre i tedeschi, schierati sulla sponda opposta, coi fucili spianati, intiman la resa. I cacciatori rifiutano, vogliono morire. Ma il capitano ordina d'arrendersi. — Arrendetevi, ragazzi — grida; — non voglio che moriate così; a che serve? Abbassate le armi, non c'è altro da fare. — I cacciatori obbediscono e salgono sulla riva: il capitano riman nel fiume. — Salite, capitano! — gli gridano, tendendogli la corda. — No — quegli risponde —; ho salvato i miei soldati, non me; — e facendo un'atto d'addio, sparisce nell'acqua. In un'altra poesia è un ufficiale ferito al cuore che pianta la sciabola in terra e grida: — Qui voglio essere sotterrato! Onta a chi lascierà il mio corpo al nemico! — e con questo grido ricaccia avanti i suoi soldati, che cominciavano a piegare. In altre è una difesa disperata d'un villaggio, comandata da un prete, che si fa uccidere co' suoi contadini; un trombettiere colpito da una palla, che spira suonando l'ultimo squillo dell'assalto con le labbra stillanti di sangue; uno stormo di zuavi che assale e conquista una batteria coprendo il terreno di cadaveri. Nulla di straordinario nei soggetti; ma l'effetto della poesia è straordinario. Non c'è quasi pittura, si può dire; e si vedono i luoghi, il tempo, il color dell'aria, come in una lunga descrizione, tanto son scelti e resi efficacemente i «particolari tipici,» che fanno indovinare gli altri mille. Non c'è una sola delle frasi convenzionali della solita poesia guerresca, più letteraria che marziale, che gonfia la battaglia per farla terribile. Qui tutto è stato preso dal soldato nella esperienza tremenda del vero; si sente «cantar la polvere»; si sente lo schianto dei rami spezzati dalle palle; si sente gridare, nella notte, da una parte Pour la France! e dall'altra, più lontano, König und Vaterland! nelle tenebre squarciate dai lampi delle fucilate, come se si assistesse al combattimento; e finito di leggere, si rimane come ravvolti in un nuvolo di fumo, coll'orecchio pieno di grida, e l'anima sconvolta dal passaggio della morte.

A queste poesie, in cui non freme che il soldato, succedono altre, in cui parla il figliuolo, l'amico, il fratello, l'amante — affettuosissime, ma di quell'affetto che si dà soltanto nelle anime virili, che è come la grazia della forza, e che soggioga, perchè si sente che viene dalla grandezza, non dalla raffinatezza del cuore. È bello, dopo aver visto un Déroulède a cui si metterebbe una medaglia sul petto, vederne sorgere un altro, a cui si stamperebbe un bacio sul viso. C'è la poesia intitolata: Le bon gîte, di trentadue versi, che non si può legger senza lacrime. Ricorda uno dei più belli episodi del Coscritto del 1813, di Erckmann-Chatrian. Un soldato è ospitato una sera in casa d'una povera vecchia. La vecchia mette tutta la sua legna sul fuoco, ed egli, intenerito, le dice: — Basta, risparmia la tua legna, buona vecchia: io non ho più freddo. — La vecchia apparecchia la tavola con quanto ha di meglio, ed egli le dice: — Non occorre; ho mangiato alla tappa; non ho più fame. — La vecchia gli prepara il letto con le sue lenzuola, e vuol dormire sopra una seggiola, ed egli le dice: — No, buona vecchia, non voglio; dormi tu nel letto; io dormirò sopra la paglia. — E la mattina, partendo, s'accorge che il suo zaino è molto più pesante che la sera innanzi. — Ma perchè tutto questo? — le domanda; — è troppo, buona donna; perchè tutto questo? — Ed essa risponde, sorridendo a traverso alle lagrime: — J'ai mon gars soldat comme toi. — Ma non si può esprimere la semplicità profonda e gentile di quelle quattro strofette e di quei quattro ritornelli, in cui si sente il crepitìo del fuoco e l'odore della tovaglia di bucato e la voce dolce e tremola di quella povera madre, che serve e accarezza in quel soldato sconosciuto il fantasma adorato del figliuolo lontano. In un'altra poesia è un vecchio soldato arabo che raccoglie sulle sue ginocchia un giovane volontario moribondo, il quale, mentre il suo reggimento è macellato, domanda: — Li abbiamo vinti, questa volta, non è vero? — e il vecchio arabo, per non togliere alla sua agonia quel conforto, gli risponde di sì, e continua a dire tristamente, dopo che il ragazzo è già spirato: — Sì, ragazzo mio, li abbiamo vinti. — Un'altra poesia è un inno di riconoscenza al Belgio ospitale, dove le anime sono così serene e gli occhi così dolci, che tutti i dolori e tutti gli odi vi s'assopiscono; un'altra è un ringraziamento al medico che lo cura, al quale dice che è più profonda l'amicizia nel suo cuore che la ferita nelle sue carni; un'altra, la Cocarde, forse la più gentile delle sue poesie gentili, è un ricordo amoroso che manda la fragranza d'un fiore. — Arrivammo al villaggio — dice — dopo tre giorni di marcia, spossati, morti di freddo, avviliti dal presentimento d'un'accoglienza scortese. E cercammo dell'albergo. Ma una ragazza, di sull'uscio di casa sua, ci gridò: — Ah francesi di poca fede! Questo è un giorno di festa per noi. Non siete in Francia? Non siete in casa vostra? Entrate. Noi v'aspettavamo. Avete fatto male a dubitar di noi. — E dicendo questo sorrideva; eppure mi vengon le lacrime agli occhi quando ci penso! E quanto sovente ci penso e come la rivedo! Era accanto a sua madre e aveva una coccarda di tre colori nei capelli. Tutt'a un tratto, pregata da noi, si mise a cantare i nostri canti di guerra. Era la Gloria irata che ci rampognava con la sua voce. Oh la buona e bella francese! Che grande cuore e che begli occhi! Ora voi mi domanderete se la presi io stesso da' suoi capelli questa bella coccarda che porto da tanto tempo sul cuore, annerita dalla polvere e macchiata dal mio sangue. Ah no, non l'avrei mai osato. Tutto pensieroso, parlando a stento, io guardavo quella fronte di bimba, quell'aria di regina, quei tre colori in quei capelli neri, e dicevo tra me con tristezza: — Tutto questo riman qui.... ed io me ne vado! — Squilla la tromba: addio coccarda! addio canzoni! E nondimeno le dissi: — Ah! s'io l'avessi quel bel nastro! — e mi soffermai sull'uscio, tutto tremante. Ed essa allora semplicemente: — Prendete — rispose, — e Dio vi guardi! — Nient'altro che questo, dieci strofette di sei versi; ma in cui si sentono mille cose nobili e belle che non vi son dette, come nel tremito profondo d'una voce cara; una poesia ingenua e fresca che vi va all'anima, come un soffio d'aria profumata che vi porti di lontano le note amorose d'un violoncello.

Poi vengono altre poesie, che si potrebbero chiamare poesie d'assalto, come quella del Berchet per le rivoluzioni di Modena e di Bologna; una tra le quali, intitolata: En avant, non cede in nulla, anche a giudizio di qualche tedesco, al famoso inno: Ho la spada alla mia sinistra, del Körner. Qui il metro s'accorcia, la strofa si serra, il ritornello grida, i versi risonano come spade urtate o echeggiano come squilli di fanfare, pieni d'ira selvaggia e di sprezzo della morte; e tutta la poesia imita la pesta precipitosa d'uno squadrone che rovini a briglia sciolta sopra un quadrato. Genere di poesia difficilissimo, che si riduce ad una serie d'esclamazioni ampollose e chiassose, senza forza, simili alle imprecazioni d'un briaco asmatico, se ogni strofetta non è proprio un grido feroce, che si senta uscito dalle viscere di un soldato che guardò in faccia la morte. E l'efficacia di queste, come di altre poesie del Déroulède, risiede tutta, a mio credere, nella profondità e nella sincerità d'un sentimento particolare, che si potrebbe chiamare appunto il sentimento della morte. I poeti guerrieri di tavolino hanno della morte in battaglia una specie di sentimento artistico, per cui la circondano di un terrore teatrale, o la trattano con una familiarità affettata da eroi spacconi, per i quali sia una celia il morire; e lascian capire che si servono della sua immagine per ottenere certi effetti; per il che non ci fanno mai nè veramente paura, nè veramente coraggio. La morte del Déroulède, invece, è una morte veduta, affrontata, pensata, qualcosa di solenne e di muto, che passa in fondo alle poesie, lentamente, e mette un tremito di riverenza nel cuore. Con quali parole egli esprima questo sentimento non si può dire: son cose che sfuggono nell'analisi, che si sentono tra verso e verso, per tutta la poesia e in nessuna strofa, in certi silenzii piuttosto che in certe frasi, come s'indovina la forza d'animo d'un uomo da una espressione sfuggevole dello sguardo. E son poesie che non fanno parer punto facile il coraggio, come le rodomantate patriottiche dei poeti da poltrona; ma che lo ispirano rappresentandolo grande e tremendo, e suscitando nel cuore le forze da cui nasce e su cui si regge. Si potranno criticare come opere d'arte; ma bisogna dire, leggendole, quello che un poeta francese disse dell'Hetman, dello stesso Déroulède: — Non mi piace; ma vi traluce sotto l'anima d'un eroe, più bella e più potente che la sua poesia.

In altre poesie c'è qualche nota comica, qualche lampo d'ilarità che attraversa la tristezza o il terrore. È comico, per esempio (e come vero!), benchè in fondo commova, quel buon coscritto ignorante, che non capisce nulla nè di patria, nè di guerra, e che lamentandosi col suo capitano d'esser stato chiamato alle armi, dopo avergli detto: — moi je suis vigneron chez nous, chiamando sè stesso le pauvre fils de ma mère, gli domanda ingenuamente:

Mais ne peut-on livrer bataille

Sans que nous allions aux combats?

N'avez-vous pas d'autres soldats?

Ma vigne a besoin qu'on la taille.

Mon père se fait vieux là bas.

Ah! pourquoi diable ai-je la taille?

Ne saurait-on livrer bataille

Sans que nous allions aux combats?

Ed è amenissimo quel vecchio sergente (Le sergent), analfabeta ed eroe, che si giustifica di non aver imparato a leggere,

(L'imprimerie et lui ne se fréquentaient point)

dicendo che la lettura è buona per quei cervelli vuoti, i quali, non avendo nulla in sè,

Puisent là de l'esprit comm'on tire de l'eau,

mentre per gli uomini d'ingegno vero la testa è il migliore dei libri; e che al coscritto, il quale trincando, esclama: — Pour la France et pour vous! — risponde superbamente: — Ça ne fait qu'un. — E più lepido di tutti quel gran marsigliese, tipo degli spacconi vigliacchi, svelto come un cervo e forte come un toro, il quale, mentre gli altri si battono, per fare qualche cosa anche lui per la patria, studia i vari sistemi di fucile. — Che cosa importa — dice — un soldato di più o di meno nell'esercito immenso? La guerra è un duello, in tutti i duelli ci vogliono dei testimoni, ebbene

Nous serons témoins des français de France.

Ma poi, caspita, quando vede che gli eserciti francesi, les gens du nord, par che si facciano battere a bella posta, perde la flemma. — Non rimane proprio più che la Provenza! — esclama. Vengano dunque. Andar noi, non si deve. La Francia sarà ancora troppo felice di trovarci qui nei momenti supremi. Mostriamoci da lontano, come la Speranza,

Et pour rester forts, gardons nous vivants.

E un giorno che gli fan la celia d'annunziare l'apparizione d'una corazzata tedesca nelle acque di Marsiglia,

Le pauvre garçon est pris d'un transport:

De blanc qu'il était, il en devient rouge,

De rouge violet, et de violet.... mort.

Ma la sua idea dominante è l'idea della rivincita: è come il rimbombo continuo d'un cannone lontano, che si sente in mezzo a tutti gli squilli di tromba delle sue poesie. — La rivincita, dice, è la legge dei vinti. È inevitabile. O Francia o Prussia. Il giorno sarà forse lento a giungere; ma giungerà. L'odio è nato, nascerà la forza. Toccherà al falciatore a vedere quando la messe sarà matura. — Dice alla Francia: mille voci ti eccitano, ti consigliano, ti rimproverano. Tu ascoltane una sola perchè hai un solo dovere. — Ma — come dice lo stesso critico, punto favorevole alla Francia, che s'è rammentato da principio, — quest'aspirazione alla rivincita è nel Déroulède un sentimento così virile, meditato e profondo, che non può essere che ammirato, anche da un nemico. Egli non considera la rivincita come un gioco e la strada di Berlino come una passeggiata; ma dice a sè ed ai suoi concittadini che sarà una lotta nella quale una delle due nazioni dovrà forse lasciare la vita, senz'altro conforto che di venderla il più caro possibile. — Perciò, a questo suo proposito va sempre unito il sentimento della necessità di apparecchi immensi e di sacrifizi sovrumani. — Il nostro errore è stato pazzo, dice; che il nostro dolore sia sensato. Ritempriamo la nostra fierezza nei nostri rimorsi. Soyons les artisans virils des fortes tâches. Rinnovelliamo i nostri cuori, non solamente le nostre armi. Prevediamo delle battaglie, senza sognare delle conquiste. Non parliamo dell'avvenire che vendica prima che sia cominciato l'avvenire che ripara. A chi dice: — Sii pronto! — l'altro risponda: — Sii giusto. Siamo tranquilli nei nostri sforzi. — E adombra lo stato e i doveri della Francia in una bella e larga poesia di soggetto biblico, in cui gli Ebrei, caduti sotto il giogo del re di Mesopotamia, mandano dei messaggieri ad Ataniele, nascosto nei burroni d'una foresta, perchè li guidi alla guerra liberatrice; e Ataniele li respinge più volte per il corso di varii anni, perchè non crede ancora il popolo preparato a sacrifizi supremi; e non impugna la spada e non grida: — Siete pronti! — se non quando riconosce che sono anime nuove in corpi ringagliarditi, purgati d'ogni orgoglio stolto, pentiti delle colpe antiche, armati i cuori come le braccia, e preparati alla morte. Questa ardente aspirazione fa sgorgare dal cuore del poeta versi pieni di forza e d'ardimento. — Io aspetto, egli dice; io custodisco nella mia anima francese la mia fede di cittadino e i miei odii di soldato, per il giorno fatale. La mia giovinezza è stata colpita da un dolore che nulla può mitigare. Ma non è il mio dolore che bestemmia, non è neanche il soldato che sogni la gloria. La rivincita è il voto della mia vita e la mia suprema speranza. Io debbo morire sul campo di battaglia ed essere sepolto in terra nemica. — E sempre questa idea si ripresenta, implacabile, e lampeggia da ogni parte, spandendo su tutta la sua poesia un riflesso color di sangue, che fa pensare con un senso di sgomento alla immensità degli eccidii futuri.

Un altro pregio grande di questi canti, che non si trova in nessun'altra raccolta di poesie patriottiche francesi di questi ultimi tempi, è la coraggiosa e qualche volta sdegnosa franchezza con cui il poeta dice ai suoi concittadini delle verità spiacevoli ad intendersi. La gelosia artistica fa dire anche a qualche francese che la poesia del Déroulède deve in gran parte la sua fortuna alle carezze ch'egli prodiga all'orgoglio nazionale. Se ciò fosse vero, avrebbero dovuto ottenere una fortuna molto maggiore le poesie di cento altri. Ma è falsissimo. Senza dubbio egli si sforza in mille modi di tener viva la fede del suo popolo nelle proprie forze. Froeschviller, dice, è l'assalto d'uno contro quattro; Gravelotte e Borny non furono sconfitte; a Champigny, i vivi vendicarono i morti; le glorie come quella di Strasburgo sfuggono ai conquistatori; Parigi cadde superbamente. A quale patriotta si potrebbe negare il diritto di affermare il valore della sua gente? Ma per contro io non so quale altro giovane poeta francese abbia osato lanciare al proprio paese delle parole più terribili. Noi disimpariamo la guerra, dice in una delle sue migliori poesie; — ci sono stati degli eroi; ma un gruppo d'eroi non rifà la razza: è un povero popolo quello in cui i valorosi si contano. E in un altro luogo: — Son tristi tempi quelli in cui la paura medesima, coprendo di grandi parole il basso istinto che la muove, non ha più rossore sulla fronte. E altrove: — Ma come mai siamo decaduti? Scorre ben sempre lo stesso sangue nelle nostre vene; l'aria che noi respiriamo attraversa pur sempre i nostri boschi; le viti dei nostri colli e le messi dei nostri piani sono ben maturate dal sole antico; questo paese così ridente, fertile e vario, atto a tutti i prodotti, aperto a tutte le idee, questo sole possente, quest'acque vive, questo cielo mobile, tutto questo è la Francia! Dove son dunque i francesi? — E non tralascia di flagellare la mania dei suoi concittadini, di gridare al tradimento per scusare le conseguenze di tutte le debolezze e di tutti gli errori. — È così che si perde — dice, descrivendo un corpo di francesi accampati, che non sapevano e non cercavano di sapere dove fosse il nemico; — è così che si perde, per un'orgogliosa leggerezza, il valore d'un paese; è così che la colpa risale implacabilmente dai soldati mal guidati ai capi peggio obbediti; è così che dei pazzi gridano che Dio è ingiusto e che la Francia è stata tradita! — Ed anco quando cerca di scusar la sconfitta, non lo fa coi cavilli irritanti d'un patriotta vanaglorioso e cocciuto; ma nobilmente, con parole dignitose e tristi, che se non inducono la persuasione, ispirano il rispetto, perchè non vengon da orgoglio di soldato, ma da pietà e da affetto di figlio.

E l'affetto di figlio è quello che gl'ispirò i più dolci e insieme i più vigorosi di tutti i suoi versi. Egli non ha parlato di sua madre che nei Nuovi canti; ha aspettato che il suo successo di poeta glie ne desse il diritto, e che la simpatia e la riverenza con cui si pronunciava dal pubblico il nome di lei, gli desse animo a rivolgerle i suoi versi pubblicamente e a gettare quel nome ai propri soldati. Nulla è più naturale in un'anima eletta che il confondere l'affetto di famiglia con l'amor della patria, e il far che l'uno s'illumini e si nobiliti dell'altro. Ma non so qual altro poeta, confondendo quei due sentimenti, abbia congiunto tanta tenerezza con tanta forza, e n'abbia tratto ispirazioni così gagliarde e così gentili ad un tempo. — Si afferma che i tuoi figli hanno compiuto il loro dovere, — dice a sua madre; — ma il dovere che essi hanno compiuto è opera tua; l'onore è dovuto a te. Essi non son partiti per le battaglie furtivamente, come altri fecero, senza l'abbraccio materno, che li avrebbe trattenuti; essi non te l'hanno rubato il sangue delle tue viscere. Sei tu che hai detto loro: — Partite, figliuoli. I soldati della Francia son vinti. Il mio cuore non v'avrebbe concessi alla patria per la conquista; ma ora non è più la conquista, è la difesa. La patria è invasa; io vi do alla patria; partite. Ah perchè non hanno fatto così tutte le madri! Non credano, quelle che dissero ai loro figliuoli: — Non andate a combattere, — che la loro debolezza sia stata pagata in amore. Esse non versarono le lacrime della partenza; ma non conobbero le lacrime del ritorno. E non dicano che tu ci hai dati alla patria perchè ci potevi dare senza dolore, e che sei stata patriotta senz'essere martire. No, non ardiscano dirlo! Io l'ho vista l'angoscia immensa sotto il tuo violento coraggio. I tuoi figliuoli, partendo, ti han portata via l'anima, e tu hai sanguinato delle loro ferite; ed eccoti malata, invecchiata innanzi tempo, paralitica, che non hai più di vivo altro che l'anima nel tuo povero corpo sfinito! E lo presentivi pure quando infondesti nel nostro cuore la forza del tuo; ma come lo presentisti senza paura, ora lo sopporti senza lamento; ed è perciò che tuo figlio può parlare di te con alterezza. — O madri, — dice in un'altra poesia — se i vostri figliuoli crescono senza diventar uomini, o diventan uomini d'istinto pratico, avari del proprio sangue; se nel giorno della prova, la loro carne spaventata ha orrore del pericolo; se quando l'onore li chiama, essi non si trovan là, soldati, ritti in faccia al dovere e in faccia alla morte, — madri, la vostra tenerezza ha deformato quelle anime; — se essi non sanno morire, voi non sapeste creare.

Questa è la poesia del Déroulède. Vi si aggiunga il pregio d'una spontaneità e d'una chiarezza mirabile; una grande abbondanza (non dico ricchezza nel significato francese) di rime; un uso abilissimo del ritornello per ottenere effetti tristi e affettuosi; un misto di linguaggio popolano e soldatesco, adoperato opportunamente, che dà ai dialoghi e ai racconti un colore di verità grandissimo; e qua e là dei versi potenti che saltan su ad un tratto, come lame compresse che si raddrizzino, e gettano scintille su tutta la strofa. Il letterato non vi si mostra se non quanto è strettamente necessario per dare dignità ed efficacia alla parola del soldato. Non vi son forse dieci similitudini in tutti e trentaquattro i canti; non una gambata rettorica; non una strofa in cui l'artista imbizzarrito levi la mano all'uomo sensato; non un verso che porti il fiore all'occhiello; rarissimamente uno dei così detti versi di maniera che il poeta compone senza sentirli; specie di note di testa, a cui si ricorre quando manca il fiato. La veste, o piuttosto la pelle della sua poesia, è tutta tesa e liscia sulla carne salda e colorata dal sangue giovanile che vi circola sotto. Se v'è un difetto che si ripeta in modo da attirare l'attenzione, è una tendenza a una certa simmetria d'immagini, di frasi e di suoni, a una certa regolarità di contrapposti nell'esplicazione del pensiero, che se giova qualche volta alla chiarezza, qualche altra volta scema l'efficacia facendo sospettare l'artificio; tendenza che si manifesta anche di più nella Moabite, in cui alla contrapposizione delle parole comincia a sostituirsi quella dei concetti, e quindi a pullulare l'antitesi. Ma nei canti è un difetto che riesce più sovente a vantaggio che a danno, poichè dà alla poesia un certo andamento rapido e regolare ad un tempo, e come bruscamente cadenzato da un tamburo che suoni la carica, imponendo una frase per passo. Le strofe passano snelle e risolute, spoglie d'ornamenti, come plotoni di soldati in assetto di combattimento, e fanno fuoco e spariscono, incalzate dalle sopravvenienti, senza che vi si noti mai un'incertezza o un principio di disordine. Ma tutto ciò non riguarda che l'esteriorità della forma. Riguardo al valore, se così può dirsi, specifico del verso, alla virtù intima della frase e dello stile poetico, non oso metter parola, e mi son persuaso che è difficilissimo ad un italiano, per quanto conosca la lingua francese, di giudicare rettamente in questa materia. Esponendo a francesi colti il nostro schietto parere sul verso di certi loro poeti, noi andiamo incontro a contraddizioni così imprevedute, che tutti i criterii del nostro giudizio ne rimangono scompigliati. Bisognerebbe conoscere profondamente, e non solo per teoria, ma per pratica, tutte le condizioni severe di cesura, di emisticchio, di iato, di elisione, di accavalcatura, a cui va soggetto il sistema sillabico della loro poesia. Per i verseggiatori dotti, che hanno fatto della versificazione una specie di scienza di contrappunto, per quelli che il Gautier chiamava milionari della rima e gioiellieri della poesia, che cercano mille effetti delicati e difficili nelle ondulazioni della frase, nelle trasposizioni delle parole, nella varietà dei suoni, in una specie di ritmo intimo, che tocca le fibre più segrete a chi ne conosce il magistero, e sfugge ai profani; per costoro i versi del Déroulède sono versi incolti, il suo stile è cascante, la sua forma sovente volgare, e qualche volta barbara affatto. Appena qualche strofa qua e là merita la considerazione d'un sapiente artefice di versi. Che cosa rispondere a queste censure, che si potrebbero ripetere quasi egualmente sulle poesie del Berchet? Saranno giuste; ma è lecito accoglierle con qualche diffidenza, pensando che in tutti i paesi i letterati sono stati sempre particolarmente severi con quelli dei loro confratelli che arrivarono alla fama per una scorciatoia. Una gran parte del successo ottenuto, dicono molti, il Déroulède lo deve all'elevatezza dei suoi sentimenti patriottici, alle sue avventure, al suo carattere, più che al merito intrinseco della sua poesia. A me pare che questa distinzione non sia ragionevole. Ciò che forma un poeta è la congiunzione di parecchie facoltà e doti diverse della mente e dell'animo, alcune ricevute dalla natura, altre dall'educazione: l'ingegno, la coltura, il cuore, il carattere, l'esperienza, la vita; tutto ciò fuso e confuso. Come si può distinguere questi elementi, e separare l'artista dall'uomo, per assegnare a ciascuno la sua parte misurata di merito? Un illustre poeta francese diceva un giorno: certe grandi idee vengono dal carattere. Ma chi potrà riconoscere le idee che vengono dal carattere tra quelle che vengono dall'ingegno? Quando abbia ben sentito distinguere, il lettore, leggendo ed ammirando, tornerà a confondere. Noi non sappiamo se sia trasandata o rozza la forma della poesia del Déroulède: sappiamo che è una poesia nobile, generosa, maschia, feconda, che mette delle lacrime negli occhi e delle fiamme nel cuore. Migliaia di poesie di suoi concittadini, magistralmente ricamate, e piene di perle e di gingilli d'oro, passeranno; i suoi canti semplici e schietti, concepiti in faccia alla morte e scritti colla punta della spada, resteranno; e mentre la critica baderà a notarne i versi scadenti e le frasi neglette, essi continueranno a ritemprare dei caratteri, a formar dei cittadini, a preparare dei valorosi; e la gloria del poeta crescerà con la forza della patria.

***

Ora il Déroulède si è dato al teatro e ha rivelato una singolare potenza drammatica nell'ultimo atto della Moabite. Ma per me il suo teatro è ancora tanto al di sotto della sua poesia lirica, che mi par che si debbano aspettare da lui altri lavori per giudicarlo. Forse egli non ci ha ancor dato la misura intera delle sue forze nemmeno nella lirica, e perchè il poeta possa sollevarsi ancora, può darsi che l'uomo abbia bisogno di ripassare per la prova dell'azione. O fors'anche, come molti altri, egli è nato per dare una sola manifestazione originale e potente del suo ingegno, e l'ha già data. Auguriamogli che questo non sia, e teniamo il giudizio sospeso.

***

V'è però un giudizio che non occorre di sospendere, ed è quello che si riferisce a lui, non poeta, ma uomo. M'immagino che chi ha letto i suoi versi desideri di conoscerlo da vicino. Ma qui comincia l'imbarazzo del ritrattista. A ciascuno di noi è seguito, almeno una volta nella vita, di trovare una persona, di cui le prime parole furono come la rivelazione d'una amicizia d'infanzia o d'una parentela sconosciuta; una persona, alla quale, dopo il primo scambio d'idee e di sentimenti, anche da lontano, ci siamo sentiti avviticchiati come da una simpatia del sangue, tanto che vedendola per la prima volta c'è parso di rivederla e ci siamo meravigliati, nel riandare il nostro passato, di non trovare la immagine sua tra i nostri ricordi più intimi e più lontani. Ebbene, se c'è stato chiesto una volta un giudizio su questa persona, abbiamo titubato a darlo, per timore che la nostra amicizia facesse nascere un sentimento di diffidenza. Ma abbiamo avuto torto. Sfoghiamo tutti continuamente tanti rancori e tanta malevolenza, che una sola cosa ci può far perdonare: l'abbandonarsi qualche volta, senza meschini ritegni, all'espansione dei sentimenti benevoli. E chi potrebbe non abbandonarvisi, parlando del Déroulède, dopo averlo conosciuto? Io lo vedo ancora il bravo e simpatico poeta scendere di carrozza, in una via solitaria di Parigi, e guardata l'insegna d'un albergo, cercare intorno l'amico sconosciuto, il quale lo stava spiando un po' di lontano, per vederlo bene prima d'andargli incontro. Dall'atto con cui chiuse lo sportello della carrozza, riconobbi il braccio che gli era stato spezzato sulla barricata di Belleville, e subito dopo riconobbi il cuore dell'autore del Bon gîte e del Petit turco nel suo abbraccio espansivo ed allegro di soldato e nella sua calda parola d'artista. Era bene quella figura che m'ero immaginata molte volte, socchiudendo i Chants du soldat, e dicendo tra me: — Eppure un giorno t'andrò a scovare, dovunque tu sia, mio caro tenente dei cacciatori, quand'anche l'aggio dell'oro salisse al venti per cento. — Alto come un granatiere della vecchia guardia, asciutto e flessibile come una verga d'acciaio, biondo come un inglese, — il profilo ardito, gli occhi azzurri e pieni di dolcezza, e la bocca risoluta, — vestito con una certa eleganza severa, così, tra soldatesca ed artistica, era proprio lui, il grand avocat et rude soldat, che disegnano sui muri delle caserme i tiragliatori algerini; — signorile d'aspetto, ma con le carni un po' arrozzite dai venti delle aperte campagne, e con la fronte attraversata da una ruga diritta, che è come l'impronta nera delle sventure della patria. Aggiungete, per compiere il ritratto, una voce vibrata e metallica di soldato esercitato al comando, e la più stretta, la più arrabbiata pronuncia parigina che si sia mai sentita sonare dalla chiesa della Maddalena alla piazza della Bastiglia. E che bon enfant, che ammirabile originale nel significato nobile della parola! Parla, con una rapidità che si stenta a capirlo, tre ore di fila, senza che mai il suo discorso si stemperi in chiacchiera; gaio, vivo, fresco, al levarsi da letto come al levarsi da tavola, sempre ad un modo. Racconta le sue avventure più terribili di soldato come racconterebbe delle scappatelle di collegio, con una semplicità amabilissima, colorendo le scene più orrende della guerra d'una certa pietà affettuosa e virile che non si trova se non nelle anime che uniscono all'intrepidità la dolcezza, e in cui il coraggio non nasce da un disprezzo scettico della vita, ma da un sentimento profondo del dovere e da una passione ardente per una grande idea. Da ogni sua parola traspira la bontà e la gentilezza dell'animo. Non gli passa un'ombra sul viso che tradisca un pensiero ch'egli non voglia esprimere, o uno di quei leggerissimi turbamenti dell'animo di cui non si osa dire la cagione. Il suo viso è sempre aperto e trasparente, in modo che gli si legge fin nel più profondo dell'anima. Mai che gli sfugga dalla bocca una parola amara contro a chi che sia o a qualsiasi proposito. Parlando, ha tutti quei gesti simpatici delle persone affettuose ed espansive, e cercano la spalla e il braccio di coloro a cui parlano, ed è carezzevole e festoso come un ragazzo. Gli si può ripetere qualunque più acerba critica dei suoi lavori letterarii, letta od intesa, che il suo viso rimane sereno e ridente come all'udire una lode, tanto è poca cosa in lui l'orgoglio artistico in confronto al sentimento del patriotta. E a sentirlo parlare così precipitosamente, mutando discorso a ogni tratto, si sospetta sulle prime un po' di leggerezza. Ma non si tarda a scoprire un'armonia inalterabile fra tutti i suoi sentimenti e tutte le sue idee, e un fondamento morale solidissimo sotto gli uni e le altre. Per quanto cangi discorso, tutti i suoi discorsi finiscono col ricadere sopra un argomento unico: la sua patria. Egli s'è risolutamente tracciata la via. S'è proposto di consacrare tutte le sue forze al risorgimento del suo paese; non scriverà mai una parola che non sia diretta a quello scopo; drammi, lirica, novelle, polemica, ogni cosa sarà ispirata a quell'idea. Concetti di commedie satiriche gli passano per la mente, e strofe di poesie amorose, e capricci poetici d'ogni natura; egli mette tutto da un lato. Vuole che la sua arte, il suo nome, per quello che valgono, significhino una cosa sola: non facciano che l'ufficio d'una spada e d'una tromba di guerra. Capisce che dovrà sacrificare a questo proponimento molte soddisfazioni d'artista; ma non gliene importa. Per la stessa ragione tiene il suo cuore libero da ogni affetto, fuorchè da quello della sua famiglia, e sottopone tutti i suoi disegni per l'avvenire a una condizione che gli è sempre presente allo spirito: — Se non sarò ucciso. — E ha inflitti nell'aspetto e nei modi qualcosa di singolare, come l'espressione di una leggerezza fisica e morale, simile a quella del viaggiatore che passeggia nelle sale della stazione, dopo aver preso il suo biglietto e spedito i suoi bagagli, sciolto da ogni impiccio, libero da ogni pensiero, preparato a partire al primo momento. Anche quando parla più caldamente dell'arte, della gloria, della famiglia, si capisce che in nessuna di quelle cose ha fondato la sua esistenza, che a nessuna soddisfazione, o speranza di soddisfazione, si lascia andar tutto intero con quell'abbandono cieco delle nature artistiche, nate a godere, che adorano la vita. Eppure in fondo a questo appassionato amor di patria, non ha ombra di chauvinisme. L'odio di cui parla nei suoi canti è un odio di soldato, non d'uomo; la sua avversione per la Prussia non è che un amore rovesciato; le nature come la sua non possono odiare. — Io non odio la Prussia — dice; — amo la Francia. Venero un sincero e ardito patriotta prussiano. Ciascuno deve amare la sua patria. — E così riguardo alle recriminazioni di certi francesi contro l'Italia, ha una sola cosa a dire: — Voi italiani dovevate essere prima di tutto italiani. — Non c'è caso di coglierlo in contraddizione sopra nessun argomento. In arte, in politica, in morale, tutte le sue idee sono concatenate, e tutte ugualmente nette nella sua mente e radicate nella sua coscienza. E di tutto s'è occupato con amore. Bisogna sentire gli studi psicologici che ha fatto sui soldati, i mille ragionamenti che ha messo insieme, le mille industrie ingegnose che ha trovate per metter coraggio ai pusillanimi, per ridurre i ribelli, per far entrare l'idea della patria e del dovere nella testa agl'ignoranti; i piccoli stratagemmi di guerra, da comandante di plotone, che ha escogitati; il lavorìo di cervello che ha fatto per inventare dei piccoli rimedi e dei piccoli comodi per i malati e per i feriti; le storie meravigliose che ha immaginate per rallegrare la fantasia e sostener l'animo dei suoi soldati africani in mezzo alla tristezza dei bivacchi invernali: tanta roba da farne una piccola biblioteca istruttiva ed educativa per un esercito. Così nelle discussioni letterarie, aiutato da una memoria felicissima, ammonta citazioni, osservazioni e confronti con una abbondanza e una furia da sbalordire, esponendo opinioni discutibili, senza dubbio, ma tutte sue, e coscienziosamente meditate, benchè paia che gli sboccino sul momento; e sostenute, se occorre, con una così impetuosa facondia che si rimane prima sopraffatti che persuasi, e ammirando quella sua bella vivacità giovanile, si dimentica che s'ha un'idea contraria da difendere. Ma non è mai tutto letterato, come non è mai tutto soldato: lo spirito lo tien lontano dalla pedanteria, come la gentilezza del cuore e l'educazione squisita dalla petulanza soldatesca. Gentiluomo e buon ragazzo, franchissimo nel dir quel che pensa senza ferir l'amor proprio di nessuno, arrendevole senza affettazione di cortesia, confidente ed affabile con tutti, quando entra lui in un salotto o in un crocchio, par che ci entri una fiatata d'aria viva, che porti il mormorio allegro d'un reggimento accampato. Quella sua parola ardente e colta, quell'entusiasmo di poeta e di zuavo, quell'allegrezza giovanile, quell'aspetto di bontà e di forza, attirano le simpatie di tutti, e disarmano le più accanite gelosie letterarie. A stargli insieme, a sentirlo parlare, ci si sente presi da un grande ardore di lavorare, di muoversi, di fare, andando diritto dinanzi a sè nella vita, come lui, cogli occhi fissi a una meta, senza soffermarsi, senza voltarsi mai nè a sinistra nè a destra, non lasciando un'ora di riposo nè allo spirito nè al corpo, non abbandonando mai l'anima nè a uno scoraggiamento nè a un dubbio. Così egli vive, parte nello studio, parte nella società, passando dalla sua villa solitaria nel salotto affollato della signora Adam, dalla Comédie Française alla caserma de' suoi antichi compagni d'armi, dalla biblioteca al banchetto d'artisti, recitando versi per tutto, provocando e accettando discussioni a qualunque proposito, abbozzando poesie a tavola, fantasticando scene di commedie sulla strada ferrata, studiando l'italiano in carrozza nei giornali comprati sui boulevards, mandando innanzi insieme tre grandi lavori drammatici, leggendo tutto il leggibile, andando da per tutto dove c'è una idea da attingere o una bella emozione da provare. E quando lo si è accompagnato per tutta intera una di queste giornate, e avendolo udito parlare per dieci ore, non gli si è mai sentito dire una parola malevola, nè profferire un giudizio avventato; ma lo si è trovato sempre logico e amorevole, — pronto a sentire le tristezze e le allegrezze di tutti — fermo nei suoi principii come una colonna sul suo piedestallo, vivo che par che abbia un diavolo per capello, e buono fin nel midollo delle ossa, — non si può a meno di ammirarlo e d'amarlo. Egli dà l'idea d'un francese d'un tempo avvenire, — che abbia serbato tutte le buone qualità e perduto tutti i difetti del suo popolo. È impossibile ad un italiano trovare un altro figliuolo della Francia che gli faccia sentire più fortemente di lui la fraternità di sangue che lega le due nazioni «così ben fatte per intendersi» come disse Garibaldi, e «per amarsi» come disse il Manzoni.

Notevoli in special modo sono le sue idee in fatto di poesia. I suoi due poeti preferiti sono il Corneille e il Musset: chi ha letto le sue poesie se ne rende ragione alla prima: il Corneille, perchè è il poeta dell'idea del dovere e dell'onore, dell'eroismo e della gloria, un educatore di caratteri — «il padre del grande coraggio», — il gran soldato dell'arte, nella cui voce si sente lo strepito d'armi d'un esercito e come il soffio stesso dell'immenso petto della patria; il Musset per la vena ricca e fluida dell'ispirazione, per la negligenza piena di grazia, per la poesia facile e chiara che gli zampilla dall'anima come un'acqua argentina da una roccia. Non si può dire però ch'egli abbia imitato chi che sia. Nell'arte, come dice egli medesimo in uno dei suoi drammi, on n'y devient quelqu'un qu'en imitant personne. Il suo studio primo e costante è stato d'esser semplice e chiaro. Perciò s'è proposto di bandire dalla poesia, quanto gli fu possibile, il linguaggio poetico convenzionale. Per me, egli dice, la poesia dovrebb'essere eletta prosa misurata e rimata. Bisogna intendersi, certamente. Tutto si può dire poeticamente senza adoperare una frase che non sia propria del dignitoso e corretto linguaggio parlato. Tutto ciò che si scosta da questo linguaggio, in poesia, può essere bellezza, ricchezza, eleganza, splendore; ma nuoce all'efficacia immediata del sentimento o del pensiero che esprime. Si cerchino pure nei più grandi poeti le strofe più splendide e i versi più potenti: si troverà sempre che sono i più semplici; non solo, ma quelli in cui una idea luminosa o un sentimento sublime sono espressi con le parole più usuali, con la frase che tutti avrebbero adoperato spontaneamente per esprimere quel sentimento o quel pensiero, se l'avessero avuto. La così detta frase poetica non ha che un valore di convenzione, un valore puramente letterario; quindi non il massimo dei valori: la sua potenza non è intima e assoluta, quindi non va dritta all'anima umana; non ci vanno che le espressioni che ne conoscon la via, che son la veste spontanea e necessaria del pensiero nella vita reale, e che — lo vediamo bene — bastano a tutti ed a tutto, e agiscono egualmente su tutti. La poesia — che è una lingua che il mondo intende e che nessuno parla — dovrebbe essere sottoposta, dentro al ritmo, a tutte le condizioni di spontaneità e di logica a cui va soggetto il linguaggio comune; essere tale da far parere, ascoltando il poeta, che quello sia il suo modo naturale di parlare, irresistibile, senza bisogno di sforzo nè d'artifizio. E l'unire così una semplicità nuda ad una spontaneità massima e a una eleganza che consista nel contorno e non nell'ornamento, è ben altrimenti difficile, richiede uno studio assai più rigoroso e un gusto assai più delicato, di quello che occorra per servirsi accortamente d'una immensa collezione di frasi e di modi coniati e faccettati espressamente per essere incastrati nei versi. — Tutto ciò è indiscutibilmente vero riguardo alla poesia popolare, che è quella del Déroulède. Per questo egli dice che studia la lingua della poesia nei grandi prosatori francesi; e impara a far dei versi dal Pascal e dal Bossuet. E cerca costantemente di dare alle sue poesie una forma che le renda facili ad esser ritenute: vuole che ogni pensiero e ogni sentimento sia chiuso in un verso o al più in un distico, in modo da stamparsi nella mente alla prima lettura, e poter esser citato di passata, e diventare, come diceva il Rossetti, ripetuta sentenza; che ciascuna strofa formi un periodo e corrisponda un verso ad ogni proposizione; che tutte le rime si sentano nettamente, e segnino quasi l'accento del pensiero; che tutta la poesia suoni e splenda e sia limpida da un capo all'altro, come una lastra di cristallo. Cerca quello che raccomandava il Voltaire: — Voyez avec quelle simplicité notre Racine s'exprime toujours. Chacun croit, en le lisant, qu' il dirait en prose tout ce que Racine a dit en vers: croyez que tout ce qui ne sera pas aussi clair et aussi simple, ne vaudra rien du tout.

In politica le sue idee sono egualmente nette. È repubblicano, e non ha fede che nella repubblica; ed ha per il popolo quella simpatia affettuosa che nutrono tutte le anime nobili per chi soffre e lavora. Ma non si lascia dominare dal sentimento poetico nei suoi giudizi intorno all'avvenire della società umana. In questo va d'accordo con lo Zola, che se la piglia coi poeti dell'humanitairerie, i quali sognano un avvenire impossibile di prosperità e di pace universale, e credendo di far del bene col mostrare di crederci, non fanno che sciupare le proprie forze per mantenere un'illusione funesta. Io capisco, dice, che predichino contro la guerra coloro che non hanno terre conquistate nè concittadini rubati con la forza, da liberare e da riconquistare con quella medesima forza: le anime generose e dolci hanno sempre sognato un avvenire senza eserciti e senza battaglie. Ma è anche tanto più facile il ritrovare e il ravvivare nell'uomo il sentimento dell'orrore del pericolo, che suscitare o conservare in lui il sentimento del coraggio! Un grande merito della civiltà moderna è d'aver creato degli eserciti nazionali, in cui senza paga, senza bottino, senza speranze, senza interessi positivi di nessuna sorta, migliaia e migliaia di contadini vanno docilmente a farsi uccidere per il loro paese. Anche a me, alla vista di un campo di battaglia, si inumidiscono gli occhi di lacrime; ma son più lacrime di ammirazione che di pietà. Non c'è cosa più nobile del sacrificio, e il sacrificio della vita essendo il più grave a compiersi, mi par che non ci sia nulla al mondo di più ammirabile che questo grande consenso popolare che fa pagar senza rivolta l'imposta del sangue a tutta una nazione, della quale una metà appena sa che cosa sia la patria, e nove decimi non sanno che cosa sia la gloria, e non l'avranno mai. Certo gli umanitari non predicano nè la fiacchezza nè la viltà; quello che essi vogliono non è che si faccia male la guerra; ma che non si faccia più; e a questo voto direi volontieri: così sia. Ma così non sarà mai disgraziatamente.... o fortunatamente forse. Perchè il giorno in cui l'Europa, incivilita come gli umanitari la sognano, avesse perduto quel resto di barbarie che si chiama il coraggio militare, dei veri barbari verrebbero da altri continenti a dimostrarle che è stata imprudente. Ciò che forma ancora la vitalità della nostra vecchia Europa, è che noi sappiamo ancora farci uccidere. Il giorno in cui non vorremmo più che vivere e viver bene: finis nostrum! — Son le opinioni del maresciallo Molke: le riferisco e non le discuto. Ma sono opinioni che non tolgono a chi le professa d'essere umanitario quanto gli umanitari più pacifici, poichè la differenza che passa tra gli uni e gli altri non è, in fondo, differenza di affetti e di desiderii, ma differenza di speranze; e forse non c'è neppur questa: c'è forse in tutti una stessa dolorosa certezza, che gli uni, più forti confessano arditamente, e di cui gli altri, più miti di natura, han bisogno di consolarsi con la fantasia: quistione di veristi e d'idealisti, come nell'arte.

Quanto alla religione, egli ha fatto una dichiarazione esplicita nella prefazione della Moabite: — Sono repubblicano e religioso. — Ma come religioso? E una di quelle domande, si capisce, che non son lecite se non ad un'antica amicizia. Un altro critico del Déroulède cercò di ricavare la definizione del suo sentimento religioso dai suoi versi. Ma il sentimento religioso del poeta non è sempre quello dell'uomo. Nel poeta, eccitato dalla passione, una tendenza del cuore si cangia facilmente in un'affermazione del pensiero: la fede che è nei suoi versi non è sempre tutta nella sua coscienza. Io non so se quella del Déroulède sia fede vera, o quello stato della coscienza comune al maggior numero, nei quale tien luogo della fede una speranza grande e confusa, in cui il pensiero si riposa vagamente; una speranza, intorno alla quale ci s'affollano continuamente mille argomenti favorevoli e contrarii, tra cui, dopo una discussione rapidissima, diamo quasi sempre la preferenza ai favorevoli; speranza che i più piccoli avvenimenti della vita ravvivano e illanguidiscono con una vicenda incessante, e ch'è tenuta viva in special modo dal bisogno che sentiamo tutti di aprire un avvenire infinito, nel nostro pensiero, agli affetti di cui viviamo. Il certo è che nella sua idea della morte c'è qualche cosa d'azzurro e di bianco che rischiara e conforta l'animo. I suoi soldati muoiono «con l'amore nell'anima e col cielo negli occhi.» In tutti i suoi pensieri, in tutte le sue immagini, così nella poesia che nel discorso, c'è come una tendenza ascensionale verso un più spirabil aere, che solleva il cuore e la mente. Si può dissentire da lui su tutto e per tutto, ma, lasciandolo, s'è contenti di aver discusso con lui; ci si sente come una chiarezza intima, che dispone alla bontà e alla gentilezza; e ci pare che si sia allargata la strada per cui camminiamo, e allontanato l'orizzonte che ci si stende dintorno.

Caro e nobile giovane! Mi par sempre di vederlo venir su per la strada della sua villa di Croissy, lungo la Senna, stretto nel suo lungo soprabito soldatesco, e preceduto da due enormi cani levrieri; e di sentirgli fare i suoi esercizi di lingua italiana pronunziando costantemente santò invece di cento, senza il più lontano sospetto di non pronunziar bene. Nel suo piccolo studio, in mezzo a un'elegante collezione di libri, si ritrovano tutti i suoi ricordi più preziosi; i fiori mandati a sua madre dai campi di battaglia, la palla estratta dal petto di suo fratello, i pezzi d'osso caduti dal suo braccio, gli occhiali verdi d'ebreo polacco che servirono a coprire lo scintillamento pericoloso dei suoi occhi di zuavo, nella fuga dalla Germania. Un particolare curioso: il suo avo materno e il suo avo paterno, di cui conserva delle memorie in un quadretto, si trovarono insieme, volontari tutti e due, alla battaglia di Valmy. Il suo studio di poeta è tutto pieno dei suoi ricordi militari; si mette la mano tra i volumi del Corneille, e si trova un trattato di tattica; si sfogliano i suoi scartafacci pieni d'appunti sulla Bibbia, e si scopre la fotografia d'un turcò; si scompongono le sue prove di stampa, e salta fuori una pipetta da soldato. Il luogo è bello e raccolto: dalla finestra si scoprono i tetti di Bougival, dove seguì un combattimento accanito durante l'assedio, e si vedono scivolare i barconi e i vaporini sulla Senna, che in quel punto è silenziosa e verde che par il lago d'un giardino. In quella piccola stanza egli passa la maggior parte del suo tempo, e accanto a sua madre, che sta tutto il giorno in una sala a terreno, distesa sopra un letticciuolo, e rivolta verso la porta da cui si vede il fiume. Non si trovan parole abbastanza pietose e riverenti per esprimere il senso che si prova vedendo per la prima volta quella santa donna, immobile come una statua, e tormentata da continui dolori, ma ancor piena di coraggio, e sempre sorridente coi suoi grandi occhi neri e dolci, in cui pare che si sia rifugiata tutta la sua bell'anima di madre e di martire. Vengono sulle labbra certi versi inediti del suo figliuolo:

Bonjour, maman! O nom sacré!

Premier mot des premiers langages

Qu'à travers le monde et les âges

Le genre humain ait proféré!

Mère est un beau nom, un nom grave;

Mais dans son élan sans entrave

L'autre en dit tant, si simplement:

Bonjour, maman!

Quel che la tiene in vita è il vedere i suoi figliuoli giovani, pieni di speranze, e amati da tutti, che le stanno intorno e le parlano con una venerazione religiosa. Coi suoi grandi occhi amorosi e sorridenti essa segue ogni loro movimento, dice tutto quello che la sua bocca non può dire, consiglia, incoraggia, rasserena: riempie l'anima loro col proprio sguardo. Quanti ricordi si vedono passare in quelle pupille! Tutta la storia dei suoi figli vi si manifesta a lacrime e a lampi dalla rappresentazione di Juan Strenner alla ferita di Sédan, da Breslau ad Algeri, da Algeri alla barricata di Belleville; e tra le varie espressioni di pietà e di tristezza, v'appare sempre un'alterezza serena, che le viene dalla coscienza d'aver dato alla patria tutto quel che poteva, d'aver adempiuto nobilmente tutti i suoi doveri di madre e di cittadina, e d'essere venerabile e sacra. Nei giorni ch'ero là, arrivò da un lungo viaggio in Oriente il suo figliuolo Andrea, capitano d'artiglieria. Li ho veduti più volte tutti e due inginocchiati accanto al letto, con la bocca inchiodata sulle mani tremanti della loro madre; — lo zio Augier, appoggiato alla spalliera del letto, li guardava, muto e commosso; — e una sua sorella suonava il pianoforte per distrarre l'inferma. C'eran tutte le più belle e le più grandi cose umane in quel quadro: l'amor di patria, l'amor materno, l'eroismo, la sventura, la poesia, la gloria; — e tutto pareva anche più bello e più grande, perchè era rischiarato da una speranza immortale. Amabile e gloriosa casa! Non vi si può entrare senza inchinarsi, non si può lasciare senza piangere, non si può ricordare senza benedirla.

FINE.

[ INDICE]

Alfonso Daudet[Pag. 1]
Emilio Zola polemista[51]
Emilio Augier e Alessandro Dumas[107]
L'attore Coquelin[173]
Paolo Déroulède[227]

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Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.

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