VIII.
Fra occupazioni leggiere, fra semplici svaghi, in uno stato di quiete e di abituale serenità, Roberto vide finire la prima settimana. Cominciò non solo ad avvezzarsi a quella vita, ma ad assaporarne i piaceri. Si levava di buon’ora, faceva colazione nel salotto terreno, con l’uscio e le finestre spalancate. Entrava l’aria fresca, entrava il sole vivificante, entrava il cane, entrava la gatta; le galline si affollavano chiocciando e brontolando sulla soglia, poi sguizzavan dentro alla spicciolata. Il padrone distribuiva pane inzuppato nel latte ai quadrupedi, briciole ai volatili; con pochissimo gusto del buon Giuseppe, a cui toccava far scomparire le traccie dell’invasione.
Data una guardata a quanto si andava facendo per risarcire il palazzetto e la cascina, Roberto passeggiava lungamente in giardino, leggendo il giornale, e soffermandosi di quando in quando per odorare un fiore o per osservare una pianta, una chiocciola, un insetto. Desinava a mezzogiorno, faceva un sonnellino, un po’ di merenda, poi vagolava per la campagna fin dopo il tramonto.
Passata così la giornata nella massima pace, la sera andava a veglia al Cavallo Grigio. Vi trovava infallibilmente Galosso e Tomatis, i quali stavano insieme più che potevano, come amici confidentissimi, ma non facevano altro che bisticciarsi.
Il comico ripetersi dei loro contrasti, l’arguzia saporita di certi ragionamenti, la novità stessa del gergo paesano, divertivano molto il giovane signore, a cui spesso pareva d’assistere a una commediola o ad una farsa del buon tempo antico.
Verso la fine della seconda settimana, Roberto mandò Giuseppe in città, con l’ordine di portargli lo schioppo e gli attrezzi venatori, l’occorrente per dipingere all’acquerello, un ottimo violino, che non aveva toccato da anni, e alcune altre cose lasciate nella fretta della partenza e per l’incertezza dell’avvenire.
Desiderando anche di ampliare le sue cognizioni corografiche, comprò un buon cavallino alla fiera di Bornengo; fece rimettere a nuovo un calessino, che aveva appartenuto a suo padre, e cominciò ad andare a diporto per i villaggi e per le cittadelle circonvicine.
Un giorno, fatto attaccare subito dopo il sonnello pomeridiano, trottò allegramente fino a Riverasco, e vi arrivò così accaldato e così impolverato, che decise di non tornare al Fortino per la strada maestra, ma per un’altra meno battuta e assai più ombrosa, che egli credeva di conoscere. Aveva passata la Baraschia sul ponte nuovo, l’avrebbe ripassata sulla chiatta di sant’Antonio, oppure anche a guado.
Ma l’uomo propone e Dio dispone: egli non s’era forse allontanato un mezzo miglio dalla antica cittaduccia, quando si vide impigliato in una rete di straducole tutte strette, dubbie e intricate così che non trovava più la via di uscirne.
Alla fine, dopo una quantità di giri e di rigiri, potè sgusciar fuori da quel laberinto; ma il sole era scomparso, e dopo l’afa e l’ardore insopportabile della giornata, s’ammontavano per aria nuvoloni densi e cenerognoli, che s’infuocavano e si spegnevano ad ogni momento. Sotto quel cielo, la campagna deserta aveva un non so che di lugubre e di sinistro.
Roberto non sentiva un alito all’intorno; per rinfrancarsi, per scacciare certe fantasie che cominciavano a molestarlo, dava ogni poco una forte frustata al cavallo. A un tratto si ricordò, si riscosse: — Perdio! Mauro Venturino, detto il Calabrese, si aggirava per l’appunto in quei luoghi...