XI.
La mattina dopo, Roberto si svegliò assai presto, ma invece di alzarsi, stette ancora un poco in letto a rimuginare su ciò che gli era successo la sera innanzi. Che sera strana! Che moltiplicità di sensazioni! Che matta alternativa di audacie e di timori! No, non si sarebbe mai creduto così instabile, così leggiero! Se il buon chiattaiuolo non gli avesse dato il modo di difendersi, chi sa per qual trafila d’impressioni sarebbe ancora passato prima di giungere a casa! Invece, appena voltate le spalle alla chiatta, s’era sentito pienamente rassicurato e rasserenato. Che galantuomo quel Michele Masino! S’era esibito d’accompagnarlo con tanta spontaneità! Gli aveva offerto così bonariamente di alloggiarlo nella sua casetta! In contraccambio egli non l’aveva neppure ringraziato! Era però sempre a tempo. Quel giorno stesso, riportandogli l’arma, avrebbe cercato di rimediare al mal fatto con l’offerta d’un dono.
Che dono?... Uno schioppo a due canne nuovo e moderno? Ehm! Michele pareva così innamorato del suo vecchio archibuso, che forse non l’avrebbe nemmeno gradito. Un orologio d’argento? Un bel cappello? Dei panni da inverno?... Ma che cappello! Che panni! Denaro. Sicuro, era molto più semplice e più opportuno soccorrerlo di denari sì ch’egli potesse procacciarsi quanto gli mancava.
Ma qui si trovò in un altro imbarazzo: non doveva far le cose con gretteria, ma non voleva neppure mostrarsi troppo largo ed esagerato donatore. Vedeva il chiattaiuolo intascare la sommerella, ridendo sotto i baffi; e, partito lui, dire poi alla figlia: — Poh! quel buon signore deve avere avuto una bella paura! — E magari si fosse limitato a far questa osservazione in famiglia, ma chi sa se non l’avrebbe poi ripetuta ad altre persone, spargendo a suo carico voci punto gloriose. Bisognava andar cauto, e far sì che il compenso fosse adeguato al servizio.
Mentre si vestiva, gli venne un pensiero: — Interrogherò destramente il mio uomo, e mi regolerò secondo le sue risposte.
Scese nel salotto per far colazione.
La posta era arrivata, il giornale era già sulla tavola. Giuseppe entrò col vassoio, e gli domandò come avesse passata la notte.
— Bene — rispose Roberto, servendosi.
— Son contento, ma n’ero sicuro; infatti così ho risposto a chi mi ha chiesto di lei.
— Se c’è stato qualcuno a cercare di me, hai fatto male a non avvertirmi.
— No, non a cercar di lei, ma a domandar sue nuove. Era ancor presto. E poi, si tratta d’una persona che lei non conosce. Perchè qui è un po’ come a Torino: tutti conosciamo il Re e la Corte, ma essi non conoscono noi. I contadini e le contadine...
— Ma com’è possibile che una persona che non ho mai visto...
— Non dico questo: l’avrà vista e anche guardata, perchè merita la pena. E come! L’avrà anche guardata, ma non al Fortino, ch’io sappia. Quand’essa viene, lei è ancor sempre a letto.
— Ma insomma si può saper chi è?
— Sì signore. È una bella ragazza, fresca come una rosa, bianca e linda come il bucato. Infatti la chiamano la Marchesina. Però è figlia d’un pover’uomo, che fa il pescatore e traghetta la gente dall’una all’altra riva di non so più che acqua.
— La Baraschia forse?
— Sarà benissimo.
— E viene qui spesso?
— L’uomo? No signore.
— La ragazza, la ragazza!
— La ragazza sì, di tanto in tanto, a vendere le trote.
— Basta, va pure.
Il servitore ritornò in cucina. Roberto continuò a centellare il suo caffè e latte con gli occhi sul giornale. — Dunque la figlia di Michele veniva al Fortino? Be’, questa era una cosa semplice e ovvia, non c’era da farsene maraviglia... Quella mattina aveva domandato di lui? Sì, ma come? Incidentalmente, mentre spacciava i suoi pesci? Oppure era venuta apposta per sapere com’egli avesse compiuta la gita?... E se mai, era il padre che l’aveva mandata? O non aveva invece ubbidito a un impulso pietoso e gentile?
Giuseppe poi l’aveva chiamata bella. Così per modo di parlare? O perchè era tale davvero?
Tutto questo avrebbe voluto sapere, ma non parendogli conveniente richiamare e interrogare il servitore, guardava fissamente in un punto, e or sorrideva, ora aggrottava le ciglia e increspava la fronte, come chi agita nella mente diversi pensieri.
Intanto Tadò ustolava a destra; la gatta miagolava a sinistra; le galline giravano intorno irrequiete, allungando il collo e arruffando le piume.
Dopo un poco, Roberto s’impazientì, si alzò e, attraversando un altro salotto, si affacciò all’uscio che metteva in giardino. Le rondini, che avevano i nidi sotto il terrazzino, andavano e venivano senza posa, e così vicine ch’egli sentiva nel viso il ventolino delle loro ali.
Si ritrasse subito perchè lo seccavano anche le rondini.
— Sicuro — pensava, risalendo in camera, — compenserò il padre, ma perchè non offrirei un piccolo pegno di gratitudine anche alla figlia? Essa si è pur disturbata per venir a veder se ero incolume!
Frugò in una cassettina ove teneva gli spilloni da cravatta, i bottoni gemelli, gioie e gingilli: vi prese un anellino d’oro, che portava qualche volta nel mignolo, e lo ripose in una scatoletta, fra un po’ di cotone, dicendo tra sè: — È poco, ma pregherò la Marchesina di accettare il buon cuore...
L’idea gli parve così bella e gentile, che per metterla più presto a effetto volle desinar prima del solito.
Quando fu attaccato, montò nel calessino, e non solamente si mise accanto lo schioppo che doveva riportare, ma nascose sotto il cuscino la sua rivoltella, per non trovarsi disarmato al ritorno.
Dal Fortino alla chiatta di sant’Antonio la strada scorre facile e piana in un aperto e benedetto terreno, nel quale i campi e i prati paiono orti e giardini.
Il vago spettacolo campestre, illuminato da un limpido sole, il profumo di verdura e di fiori, la quiete solenne componevano a soave mestizia il cuore di Roberto. Perfino il macchione della Vernea aveva in quell’ora qualche cosa di lieto e di ameno: pareva più fatto per servir di momentaneo nido agli amanti, che per dar ricetto ai banditi.
Arrivato alla chiatta, Roberto smontò. Michele uscì tosto dalla casupola e gli si fece incontro salutando garbatamente, ma senz’ombra di servilità o d’affettazione.
— Ecco — diss’egli, porgendo a Roberto l’orologio e il portafogli: — qui c’è quanto mi ha consegnato ieri sera.
Roberto, a sua volta, gli restituì lo schioppo: poi si guardarono in viso sorridendo, come per confermare la conoscenza.
— Dunque è andata bene? — riprese il chiattaiuolo. — Nessun affronto, nessun dispiacere...
— Niente! — esclamò Roberto. — Non ho visto un’anima. Del resto ero pronto. In grazia vostra...
— Stamattina — interruppe Michele, dopo aver appoggiato lo schioppo a un tronco, — sono passati di qui i carabinieri. Non erano ancora le sei. Io ero seduto là su quell’arginetto e rassettavo un bertovello. Il maresciallo mi vede e mi dice: — Notizie? — Rispondo: — Dove volete che vada a pescarle? Datemene voi, se ne avete. — Ma che le pare? Faccio il chiattaiuolo, io; non la spia e neanche lo sbirro. I birboni tocca a loro a scovarli, che Sua Maestà li paga proprio per questo.
Roberto squadrava il chiattaiuolo e diceva tra sè: — Veste pulitamente, ma nè più nè meno come gli altri campagnuoli: posso, senza soggezione, offrirgli denaro per comprar reti da pesca, munizione da caccia o che altro gli sarà più di piacere.
— Ora — — continuò forte, — mi dovete dire se posso far qualche cosa per voi, qualche cosetta. Parlate pure.
Michele lo considerò un momento e tentennò il capo.
— Scusate — soggiunse Roberto, — ma non avreste per caso un impegno, un debituccio che vi scomoda pagare? Convengo che la domanda è un poco indiscreta...
— Dovevo quindici lire allo speziale di Casaletto e gliele ho date ieri mattina.
— Bene, tanto meglio. Io però non posso dir così. Io ho un obbligo con voi; un obbligo grosso... Posso quasi dire che vi devo la vita.
A queste parole Michele dette in una gran risata.
— Ci vuol altro! Ci vuol altro! Tiri via, non dica fandonie, per carità... La ringrazio tanto, ma... Hm! con l’aiuto di Dio mi guadagno il pane lavorando, e non ho mai chiesto un soldo a nessuno.
Roberto, un po’ sconcertato, volle scusarsi dicendo che non pretendeva di fargli l’elemosina, nè voleva sapere dei fatti suoi, ma il chiattaiuolo alzò la voce:
— Finiamola con queste storie! Sì signore, vivo nei boschi come un orso, ma conosco i miei doveri verso Dio, verso il prossimo e verso me stesso. Dunque non occorre altro.
Vi fu un silenzio. Roberto teneva la mano in tasca e palpava la scatoletta destinata alla ragazza.
— E vostra figlia? — diss’egli finalmente. — Che fa di bello vostra figlia?
— È andata a Riverasco a far le provviste. Qui, come lei vede, non ci sono botteghe e mangiare bisogna.
— Non avete paura che s’incontri nel Calabrese?
Michele pensò un poco, poi contrasse le sopracciglia, dando ai suoi occhi chiari una molto fiera guardatura.
— Il Calabrese sa che Susanna è mia figlia — diss’egli, — e che con me non si scherza.
— Dunque a rivederci — mormorò Roberto, rimontando nel legno e ripigliando le redini.
— A rivederla... Ah, un momento! Scusi tanto, ma lei mi deve ancor cinque soldi: i soldi del passo che non ha pagato ier sera.