XIX.
Il maestro Tomatis entrò nel cortile, lo traversò rapidamente e bussò alla porta del palazzetto.
— Vengo! — gridò Giuseppe dalla cucina.
Tomatis si levò il cappello, si asciugò il cranio col fazzoletto, diede una lunga, una gagliarda soffiata.
— Lei qui? — disse il servitore affacciandosi. — A quest’ora bruciata!
— Vorrei dire una parola al padrone.
— Dunque sa già che è arrivato?
— Non sapevo nemmeno che fosse partito.
— Davvero? Ebbene sì. Domenica mattina gli è venuto lo schiribizzo di andar a passare una settimana in montagna. Dunque non lo aspettavo che sabato sera, invece... Oggi è mercoledì, non è vero?
— Mercoledì o giovedì... Non so più niente; non ho più testa... Basta, son contento che sia tornato. Posso vederlo?
— Credo di sì. È arrivato a mezzodì, si è mutato da capo a piedi, ha desinato, poi è andato un po’ a riposare; ma a quest’ora deve aver fatto il suo sonno. Ehee!... Sente? Vien giù adesso. Ecco qui il suo battistrada.
Tomatis si voltò verso la scala. Tadò scendeva a precipizio, fremendo d’impazienza come al solito. Roberto comparve sul pianerottolo, vide il maestro e gli fece un grazioso saluto.
— Oh, sor Tomatis, che buon vento...
— Buono no! buono no! — brontolò Tomatis, con una crollata di capo.
— Cosa c’è?
— Galosso è a letto, e desidera una sua visita.
— Galosso a letto?!
— Già, da due giorni; ci si è messo dopo una mancanza, una specie di svenimento che lo ha fatto cadere lungo e disteso davanti alla bottega dello speziale. La prima notte è stata cattiva, la seconda pessima; si buttava giù, voleva fuggire, e diceva cose di fuoco, cose da indemoniato, cose che io...
— E che dice il medico?
— Febbre tifoidea benigna.
— E dunque!
— Oh se lei volesse aver la bontà... Scusi, eh! Ambasciator non porta pena...
— Ho capito... Tadò, a casa! Indietro! A cuccia subito!
Tadò faceva il sordo e tirava innanzi, ma Giuseppe lo inseguì nel cortile e lo afferrò per il collare. Roberto e Tomatis si avviarono in fretta in fretta verso Casaletto.
Il buon maestro, tutto trafelato e grondante di sudore, soffiava, gemeva, e di tanto in tanto restava per riprendere e il fiato e il discorso.
— Già, noi corriamo, noi voliamo, ma grazie a Dio non c’è urgenza... Non è un male che il prete ne goda... Tifoidea, non tifo. Questo è il parere del medico... Il qual medico, a dirla schietta, è un vero... veterinario. Del resto Galosso è robusto, forte come un cannone... Ciò che mi spaventa è il delirio. Se lo vedesse! urla come uno spiritato e fa cose fuor d’ogni regola. Alienazione di mente cagionata dalla malattia, si sa, ma pure... Povero diavolo! non ci mancava che questa... Può essere, anzi è probabile che le mie apprensioni siano esagerate... Che se nol fossero... Oh misericordia! Basta, lei vedrà, sentirà...
E Roberto, non sapendo nè che credere nè che pensare, aspettava di vedere e di sentire.
La casa del segretario era nel mezzo del villaggio, e si distingueva tra l’altre per una certa tinta cupa e fantastica: immagine visibile del fantastico umor del padrone.
Mentre Roberto e Tomatis si venivano accostando, la porta si aprì e ne uscì un giovinetto biondo, grasso, impettito; tutto vestito di panno scuriccio, ma senza garbo nè grazia.
— Il medico! — esclamò Tomatis. — Arriviamo proprio a tempo. Dottore, dottore, ci dia le notizie.
— Ammalati ce ne sono parecchi in paese — rispose il dottore, puntando in terra il suo bastoncino; — e tutti piuttosto... ehm!
— Sì, sì, lo sappiamo... Ma Galosso... Come ha trovato il signor Galosso?
— Assai migliora, chi non peggiora.
— Scusi, ma io direi che oggi è meno, molto meno aggravato di ieri.
— La malattia vuol fare il suo corso.
— Ma benignamente, eh? Mantenendosi benigna, come lei mi ha detto e ripetuto.
— Sicuro. Ma badi che la cosa va intesa nel significato relativo non assoluto.
— Come sarebbe a dire?
— Che finchè c’è fiato c’è vita. Riverisco.
Il dottore aveva già scantonato da un poco, che Tomatis guardava ancora da quella parte rodendosi le unghie.
— Ah! — fece poi rabbiosamente — se tu mi ammazzi Galosso... ci riparleremo. E adesso andiamo su, andiamo a fare un po’ di coraggio a quei poverino. Mi raccomando, a volte una parola fa meglio che una medicina.
Pietro Galosso giaceva sulla schiena, in un letto bastardo, in una camera assai sfogata, ma disadorna. Una donnetta smorta e mingherlina, con la gonnella di un colore e la vita di un altro, andava e veniva senza posa, non facendo più rumore di un topolino. Vedendo entrare i due visitatori, rimase un momento come estatica, poi si scosse, avanzò due sedie e sparì.
— Ecco l’illustre infermo! — esclamò Tomatis con un’allegria, una baldanza affatto intempestive. — Ecco l’illustre infermo! Sempre lui, eh! Niente cambiato, niente alterato. Un faccione che pare una luna in quintadecima. Se non fosse il berretto da notte chi direbbe che... Chi direbbe che ha avuta la febbre?
— Se l’ho avuta! — mormorò il povero segretario. — Una febbre da cavallo, a quarantun grado; a quarantadue si crepa...
— Sì, sì, ma adesso è passata — soggiunse Tomatis, mettendosi a sedere. — È passata e non tornerà più. Parliamo d’altro. Che novità?
— Sanguisughe al capo.
— Quando?
— Stasera o domattina.
— Lodato Dio! L’ho detto subito al medico: — O le sanguisughe o un buon salasso. — Ma per persuadere colui ce ne vuole! Speriamo che non sia tardi. Vo’ dire: fortuna che siamo in tempo! La malattia attacca il cervello e ne altera le funzioni, dunque bisogna cercare di sollevare il sistema nervoso e combattere il parossismo. È chiaro come il sole. L’ho detto anche a voi, quando avete cominciato a sentirvi di mala voglia: — Presto un salasso, un emetico, un pediluvio, metodo antico! — Avete voluto fare a modo vostro ed eccovi lì in un fondo di letto.
Galosso ascoltava in silenzio, ma ogni poco chiudeva e riapriva istantaneamente l’occhio sinistro, poi sorrideva con un misto insolito e incomprensibile di mestizia, di rassegnazione, d’ironia. Roberto lo guardava, lo riguardava, e non lo riconosceva più.
La donnetta rientrò pian pianino, in punta di piedi, diede da bere al malato e scivolò via.
— Che roba è?. — ripigliò ruvidamente Tomatis, indicando la tazza rimasta sul comodino. — Limonata? Decotto? Puah! Ecco lì: se mi aveste dato retta quand’era tempo, ora non sareste obbligato a ingollare queste porcherie. Ma non mi vo’ confondere più... siete un testone!
— Oh! — esclamò Roberto, indignato, — ma voi gli parlate in un certo tono...
Il maestro balzò in piedi e andò a guardar dalla finestra; dopo un momento si soffiò il naso una, due, tre volte con un crescendo da far tremare i vetri.
Galosso l’udì, strinse le labbra e ne fece uscire una lunga voce tra il gemito e il grugnito.
— Basta — disse Roberto, — la malattia è superata, presto entrerete in convalescenza...
— Dica in agonia.
— Andiamo, non dite fandonie!
— Ma non me ne importa niente... Oggi a me, domani a te.
Tomatis si riscosse, si riavvicinò prestamente.
— Niente, niente — proseguì il segretario. — Non parlo con voi, parlo col signor Duc. Dicevo?... Ah sì! Dicevo che son bell’e andato. Pazienza!... Facevo il mio bravo conto di vivere ancora qualche annetto, e invece... Facevo il conto senza l’oste, ecco tutto.
Parve colpito dal suono delle ultime parole che gli erano uscite di bocca, guardò con faccia curiosa alle facce degli altri, strizzò l’occhio e susurrò:
— Non parlo mica di Baino...
— Zitto! — interruppe Tomatis angustiato. — Siamo alle solite! Non cominciate a snocciolare scioccherie. Vi potrebbe tornar l’agitazione.
— Che ore sono?
— Cosa v’importa dell’ora? State buono, state quieto...
— Avete un bel dire voi che siete lì, sano come un pesce. Ma... oggi a me, domani a te. Con certe cose non bisogna scherzare. Non scherzar coll’orso, se non vuoi esser morso. Non scherzar con la morte, se non vuoi... se non vuoi... se non vuoi...
Tomatis si voltò a Roberto e gli fece un cenno che voleva dire: — Su, da bravo, mi aiuti un pochino. — Poi esclamò: — A proposito! Non ve l’ho ancor detto? Sor Roberto è stato in montagna.
— In montagna? — ripetè il malato, corrugando la fronte, quasi ignorasse il significato di questa parola. — Perchè in montagna?
— Per divertimento, per mutar aria, non è vero, sor Roberto? Dica cos’ha fatto. Dica dov’è stato.
E Roberto prese a raccontare pianamente la sua gita nella fresca e amena valle della Baraschia; interrotto a ogni poco dal buon Tomatis, che domandava schiarimenti sulle strade, sui villaggi, sugli alberghi, e soggiungeva con studiato entusiasmo:
— Per bacco! Se le strade sono comode, se gli alberghi son buoni, ci voglio andare anche io. Ohe, Galosso, volete che ci andiamo insieme? Vi pago il viaggio... Non tutto, eh, perchè non posso. L’andata, ecco; al ritorno ci penserete voi.
Galosso non rispondeva, ma atteggiava la bocca al sorriso; un sorriso non accompagnato da alcun’altra dimostrazione di letizia, e perciò stranamente gelido e sinistro. Dopo un poco cominciò ad accendersi in viso, a rabbruscarsi, a rabbrividire; a un tratto sobbalzò e si rizzò a sedere sul letto.
— Fermo! — gridò Tomatis. — Cosa c’è adesso? No, no, bisogna star caldo, vedere di non scoprirsi... Tornate sotto, da bravo.
Il malato si mirò dattorno lungamente, smarritamente, poi lasciò ricader la testa sul guanciale e sospirò:
— Ah! me lo creda, signor Duc, sto male, molto male.
— Coraggio! — susurrò Roberto. — Domani andrà meglio.
— Domani, domani, domani!... Intanto oggi tocca a me!... Però l’è dura, alla mia età... Poco fa era qui il parroco... Una predica coi fiocchi: — Bisogna rassegnarsi ai voleri di Dio. Questo in cui viviamo è un gran mondaccio, una valle di lagrime. Ah il paradiso! Oh il paradiso! Uh il paradiso! — L’ho lasciato dire e dire e dire, poi gli ho fatta una domanda, ma una domanda!... Adesso non la ricordo più, ma credete voi che abbia saputo rispondere? Storie! Le cose come non le vedo, non le credo. L’uomo crede quello che può, non quello che vuole... L’eternità!? Ah! reverendo, come vuol che faccia a immaginare una cosa che non ha principio nè fine? Questo gli ho detto, e poi ho fatta la mia domanda, ma che domanda! Va là, t’insegno io a canzonare i moribondi!... Senza peccati no, ma senza birbonate sì. Dunque che inferno! Che paradiso! In purgatorio, se mai... Ricordatevi bene... Candida, Candida!... Porta da bere.
La donna si affacciò subito, sgranando tanto d’occhi.
— Badiamo di non fare imprudenze — disse Roberto.
— Per amor del cielo! — esclamò Tomatis.
— Che imprudenze! — gridò Galosso, dimenandosi come un ossesso. — Niente imprudenze! Io non ho più assaggiato il vino da... da un secolo... Vo’ dire da un mese. E non lo assaggierò mai più. Mai più vino, mai più birra, mai più liquori! Però voglio vedervi ancora una volta col bicchiere in mano. Un’ultima volta! È un piacere, è una carità che mi fate!
— Amen! — disse Tomatis, cedendo. — Accettiamo, ma a patto che il vino sia leggiero: un dito d’un vinetto qualunque, tanto per spegnere la sete...
Quando si vide esaudito, il povero segretario agguantò la sua tazza di decotto, l’alzò, e gridando: — Viva noi! — si sbrodolò allegramente la faccia e la camicia.
Dopo ciò, prese a vociare, a smaniare, ad agitarsi. Ora si rasserenava, gongolava, mostrava di riconoscere gli amici, il luogo dove era; ora si rannuvolava, imprecava e diceva cose vane e contro ragione. Di quando in quando buttava le gambe fuor del letto, come per alzarsi, e i due uomini duravano fatica a rattenerlo.
Candida lo guardava con occhi pieni di tenerezza e di dolore, e non si discostava più: a ogni momento bisognava accomodare il guanciale, rassettare le lenzuola, riadagiare e rinvoltare il delirante, bagnargli la bocca.
La luce veniva mancando. Era l’ora che infiacchisce l’animo ai sani; accora, sbigottisce e abbatte gli infermi.
— Lume! — disse Galosso.
Candida accese una candela ch’era sul cassettone.
— Via! — ripigliò il malato. — Levala via. Non vedi che la combatte il vento? Mettila sul tavolino... Così. E adesso dammi da bere. Mi sento ardere; non ne posso più.
La donna si riaccostò e reggendogli la nuca con una mano, gli mise la tazza alla bocca.
Nella strada passò un branco di bestie scalpitanti; passò un vaccaro che cantava a squarciagola. La campana annunziò solennemente il finire del giorno, e tutta la stanza si empì di onde sonore.
Poi vi fu un silenzio quasi sepolcrale.
Galosso supino, col capo abbandonato, con le ginocchia un po’ sollevate, brancicava nel vuoto e stravolgeva in qua e in là gli occhi spalancati; dopo un poco li fissò sull’uscio semiaperto e disse prima piano, poi forte:
— Avanti!... Avanti!
Gli astanti si voltarono e non videro alcuno.
In un subito il misero balzò a sedere con un viso lieto e premuroso, con le braccia aperte, come a una persona aspettata e desiderata; poi fece cenno a Candida di approssimare una sedia, l’offrì garbatamente all’amico invisibile, e prese a interrogare e a rispondere brevemente, ma sempre con molta significazione di affetto.
A notte chiusa, Roberto e Tomatis si alzarono, offrirono i loro servigi alla donna, e si ingegnarono ancora d’infonder coraggio nel malato con parole di speranza e con atti amorevoli. Galosso continuava a farneticare, dimenando le mani come un predicatore; ma quando li vide avviati, li richiamò e additò loro la sedia con la quale stava parlando.
— Come! — diss’egli con voce ferma e severa. — E a Baino niente? Neanche un saluto al nostro buon Baino, che è venuto a pigliarmi?