XV.

Il cielo si veniva rischiarando languidamente; la nebbietta cenerognola che ricopriva la pianura, mossa da una leggiera brezza che alitava da levante, cominciava a dileguarsi: ma il silenzio era ancor vasto, la quiete solenne.

A un tratto si sentì un colpo, poi un altro; e, dopo un breve intervallo, altri ancora, vicini, lontani, da ogni parte.

La caccia era aperta.

In alto passavano ad ali tese piccole ombre spaventate e fuggenti; altre si spiccavano dagli alberi, frullavano dai cespugli, schizzavano fuori dai solchi.

I cacciatori, a brigatelle, a coppie, o soli, tenevano dietro studiosamente ai loro bracchi, con gli schioppi in pronto.

Il chiarore andava gradatamente crescendo; e alla fine il sole si affacciò all’orizzonte, sfavillante e maestoso, e prese a salire nell’aria pura, sulla distesa dei campi luccicanti di rugiada. La piena luce raddoppiò l’alacrità degli uomini, l’ardore e la ferocia dei cani: si udivano chiamate, fischi, latrati, guaiti, mille voci confuse e indistinte; le schioppettate spesseggiavano, il selvaggiume cadeva o s’involava.

Ma il cielo si faceva smagliante, i raggi cocenti. Via via che il caldo diveniva più intenso, i cacciatori s’inoltravano nei boschi, entravano nelle cascine, nei casolari, cercavano le osterie.

Gli spari diradarono, e verso mezzogiorno cessarono affatto.

I poveri animali che vagolavano sgominati nei campi di stoppie, di trifoglio, di granturco, si posavano, si raccoglievano, si rintanavano; credevano ritornata la pace, e quella non era che un’effimera tregua; credevano l’aspra persecuzione finita, e, ahimè, non faceva che incominciare!

Roberto, uscito di buonissima ora con Giacomo e Tadò, tornò a casa verso le undici con due misere quaglie nella carniera, affamato, assetato e tutto molle di sudore e di guazza.

— Grazie tante — rispose a Giacomo, che gli domandava se volesse cacciare ancora dopo pranzo; — ne ho avuto abbastanza. Va tu, se vuoi, e buon divertimento.

A vero dire egli non aveva mai sentita una gran passione per la caccia: buon esercizio, bel passatempo, ma che non meritava nè diligenza nè fatica. Eh no, non metteva conto di alzarsi sulla prim’alba, e camminare ore ed ore attraverso i solchi, sotto la sferza del sole, per far barbaramente la guerra alle più timide ed innocue bestiole di questo mondo! Innocue? Utili, utili, anzi utilissime, perchè assidue distruggitrici d’insetti. Sicuro! Si ricordava di aver letto, non sapeva più se in un libro o in un giornale, che l’autorità avrebbe dovuto proibire assolutamente la caccia delle quaglie, poichè ognuna di esse vale non meno di cinquanta lire, chè appunto di tanto fa aumentar la raccolta con la sua presenza nei campi. Egli ne aveva preso una coppia, dato all’agricoltura un danno di cento lire: per quel giorno bastava.

E poi voleva anche esser libero di sè; desinare, riposare, e fare una passeggiatina per il fresco fino alla chiatta.

Egli continuava ad andarvi di frequente, vale a dire quasi tutti i giorni; si poneva a sedere accanto a Michele, or sur un arginetto, ora sur un tronco rovesciato, cominciava a parlare di cose diverse e leggiere, faceva cadere il discorso sulle guerre dell’Indipendenza o sulle campagne contro i briganti, e mentre il veterano narrava, contemplava Susanna.

Era un piacere intenso e soave il vedere quella cara e forte creatura andare e venire dalla casupola all’orticello. Ella rispondeva ai suoi saluti, alle sue parole, ma però sempre un po’ alla lontana. Di tanto in tanto volgeva pure gli occhi verso di lui, e lo guardava quasi furtivamente, aggrottando le ciglia. Era compiacimento o era fastidio? Gioiva di vedersi vagheggiata o se ne adontava? Come chiarirsi?... Roberto sentiva in lei qualche cosa che non sapeva spiegare; ma che ora gli piaceva, ora lo indispettiva, e talvolta gli incuteva perfino una certa temenza. Egli l’ammirava per lo più serenamente, come avrebbe ammirato una bella pianta, un bel fiore, ma a volte soffriva nel vederla così franca, così indifferente; avrebbe voluto avere su di lei qualche autorità, qualche potere, e chiamarla, parlarle, tenerla lì non fosse che un momento... Allora, preso da un’impazienza vana e puerile, alzava subitamente la voce, accentuava le parole, ampliava o rafforzava i suoi gesti, s’ingegnava di attirare e di fermare la sua attenzione. Ma Susanna, senza pur mostrarlo, non si lasciava pigliare in nessun modo.

Egli cercava bensì di piacerle, d’entrarle in grazia, di farsela amica, ma ripeteva continuamente a sè stesso che tra loro non ci poteva nè ci doveva essere alcun legame. No, no, invaghirsi di Susanna significava rinunziare alla tranquillità, alla pace di cui godeva in quei giorni, e gettarsi deliberatamente in un pelago d’inquietudini, di delusioni, di arrabbiature, e fors’anche di rimorsi. L’idea di parlarle volgarmente d’amore, destava in lui un senso di viva e sincera ripugnanza, tanto ella pareva riguardata in tutto e di condotta irreprensibile, tanto il suo aspetto attestava il candore dell’animo, un’alta e pacata stima di sè.

— Ma! — pensava pur talora. — Chi sa? L’apparenza inganna. Può darsi benissimo che a Casaletto, a Riverasco, o altrove viva qualche bel giovinotto, padrone del suo cuore e destinato a diventare o prima o poi suo marito. E allora?... Così sia.

E invece di combattere e di respingere il dubbio, lo accoglieva; cercava, raziocinando, di mutarlo in certezza, poi concludeva: — Ecco, così sarebbe finita, e finita nel miglior modo possibile, cioè prima d’incominciare.

Quand’egli, asciugato e rivestito, discese nel salotto da pranzo, trovò sulla tavola, oltre al solito giornale, anche una lettera.

Era quel capo scarico di Renzo Lorenzati che gli chiedeva se non avesse ancor finito di piantar cavoli, e minacciava di capitargli addosso fra breve tempo, con una numerosa, bizzarra e sollazzevole compagnia.

— Già — pensò Roberto, mettendosi subito di cattivo umore, — capacissimo, lui, di arrivarsene qui con Dompè, con Di Pagno, con Domitilla e compagnia bella. Una cara improvvisata. Non ci mancherebbe altro! Non ho nessuna, nessunissima premura di rivederli e di riabbracciarli. Dunque... dunque bisogna risponder subito e in modo da tenerli lontani. Non voglio seccatori, io...

Ci pensò su durante tutto il desinare, e prima e dopo il sonno. Sdegnando ogni menzogna e ogni sotterfugio, e non avendo ragioni da mettere innanzi, decise di manifestare semplicemente e fermamente il suo vivo desiderio di essere lasciato in pace. Andò nello studio e si pose a tavolino.

Scriveva da pochi minuti, quando udì Giovanna chiamar Giacomo, prima a voce alta, poi strillente, poi angosciata.

Si alzò conturbato e si affacciò alla finestra che dava sul cortile. La donna continuava a scalmanarsi; Rocco, Giuseppe, Felice accorrevano per sapere che diavolo avesse.

— Cosa c’è? Cosa c’è? — esclamò anche il padrone. E discese senza aspettar risposta.

Ma come fu in basso, vide Giovanna alzare le braccia e andare incontro al figlio, che veniva dal frutteto, senza troppa fretta, dando dei bei morsi a una mela.

— Cosa fai? — gridò la madre. — Perchè non rispondi?

— Faccio merenda — rispose il giovane. — M’avete chiamato?

— È un’ora che ti chiamo, gnocco! Guarda, guarda come siamo tutti spaventati.

— Per me no! — disse Rocco. — Cos’è stato?

— Ma non hai capito?

— Niente! Nessuno ha capito niente, non è vero, sor Roberto?

— Stavo in pena per lui, ecco — ripigliò Giovanna. — Stavo in pena per questo mammalucco. Adesso mi passa, ma che spavento!... Sapete che son dovuta andare a Casaletto per parlare al mugnaio? Bene; dopo sbrigata la faccenda, mi sono fermata un momentino in piazza con la Marconetta, la Boscarina e Menica Gorla. È così che ho visto passare prima il medico tutto frettoloso, poi il parroco tutto scombussolato. Si seppe subito che correvano ad assistere un cacciatore che si era fatto male in mezzo alla campagna. Lì su quel subito non pensai a niente, ma appena per istrada mi ricordai... Ohi! ohi! quando sono uscita Giacomo voleva andare all’aspetto dei colombacci nel boschetto del Bricco. Sarà andato? Se il moribondo fosse lui? Il dottore e il prete correvano giust’appunto da quella parte... Maria Santissima! Che spavento ho avuto!

— Ma no! — disse Giacomo con un’alzata di spalla. — Prima di tutto ho cambiato idea, e poi... e poi non bisogna aver paura. Certe cose accadono solamente a chi non sa maneggiar l’arma.

— Ma cosa vai cercando? — esclamò Rocco. — Se non sai ancora chi sia il ferito. Giuraddiana!

— Eh, lo immagino! Qualche cacciatore di fuorivia. Tutta gente malpratica...

— E batti lì! Se ti dico... aspetta almeno d’aver sentito il nome...

Allora Felice si offrì di dare una corsa fino al paese per raccogliere informazioni, ma suo padre lo mandò invece a condurre le bestie alla pastura.

Roberto tornò nello studio. Quand’ebbe finito di scrivere, alzò gli occhi verso l’occidente e vide ch’era ormai tardi per andare alla chiatta. Aspettò con impazienza che la cena fosse all’ordine, poi mangiò svogliatamente, rifiutò il caffè, e uscì in fretta e in furia, quasi temesse di mancare ad un appuntamento.

Camminando verso Casaletto, sentiva le ossa gravi e fiaccate dallo strapazzo di quella mattina, e per giunta un fastidio, un’inquietudine, un’apprensione ch’egli attribuiva semplicemente alla lettera di Lorenzati.

— Che rompiscatole! Mi ha guastata tutta la giornata. Eh, ma gli ho scritto di buon inchiostro... E se non basta, riscriverò.

Il vecchio castello di Casaletto torreggiava là a sinistra, tramezzo agli alberi frondosi. La spera del sole rimaneva già dietro: così era tutto contornato da una gran luce vaporosa, che talora con vivissimi raggi penetrava per le feritoie e per le fessure dei muri diruti.

Roberto guardava con la testa per aria, e non si accorgeva che Galosso e Tomatis gli venivano incontro parlando e gesticolando. Quando furono poco distanti, si fermarono e lo salutarono con voce sommessa e in aria compunta.

— Lei sa già tutto? — disse poi il maestro, accostandosi.

— Vi ripeto che non sa niente! — brontolò il segretario.

— Sa già tutto, vi dico; io giudico dalla cera.

— So che è accaduta una disgrazia — disse Roberto.

— Vedete! — esclamò Tomatis trionfante, rivolgendosi all’amico.

— Ma non so chi sia il ferito — soggiunse Roberto.

— Il ferito? — gridò Tomatis. — Poveri noi! Dica pure il morto. Da prima era corsa voce che Baino fosse soltanto ferito, ma poi...

— Baino!? — esclamò Roberto colpito. — L’oste del Cavallo Grigio? Dio santo! ma come mai...

— Baino, Baino, Baino — ripeteva il maestro. — Il nostro povero Baldassare... stamattina... s’è ammazzato stamattina...

Roberto frantese:

— Come! — disse egli. — Un suicidio?

— No, signore — rispose Tomatis: — un caso, un accidente...

— E perchè no? — interruppe Galosso. — Si è ucciso da sè, l’uccisione di sè stesso si chiama suicidio.

— Per amor del cielo! — replicò il maestro. — Suicidio è la morte volontaria che l’uomo dà al proprio corpo. Volontaria, capite! Ora noi sappiamo benissimo che Baino non aveva nessuna, nessunissima volontà di morire.

— Questo lo dite voi, ma... ma in sostanza io non ci vedo chiaro.

— Siamo alle solite! Sospettate sempre di tutto.

— Oh, oh! Come c’entra ora questo discorso? Siete voi che...

— Chetatevi! Finitela! — gridò Roberto con tono autorevole, battendo a terra il bastone.

Il maestro e il segretario si scostarono un poco, mortificati. Continuarono però ad accompagnare il giovane signore, che tornava lentamente a casa.

— Via — disse Roberto dopo un momento, — raccontatemi un po’ meglio come andò il fatto. Ancora non mi è riuscito di raccapezzar niente.

Tomatis fece ancora due passi e mormorò:

— Se vuol sentire quello che so, eccomi pronto a dirglielo.

— Sentiamo.

— Lei sa chi è Stefano Pron?

— No davvero.

— È la guardia campestre. Dunque oggi, un po’ prima del tocco, Stefano Pron traversava il Campaccio; quand’è nel mezzo, vede a poca distanza, a piè d’un gelso, un uomo immobile, in una positura stranissima. Va più direttamente verso di lui, lo riconosce, lo chiama: — Ohe Baino! — Niente. Si accosta, lo tocca: è freddo!... La guardia e tutti quelli che hanno poi visto il cadavere argomentano così: Baino ha voluto arrampicarsi sul gelso, attaccandosi a un certo ramo che gli pendeva sulla testa; non lo potendo arrivare con le mani, ha capovolto lo schioppo e cercato di piegarlo col calcio; i cani erano alzati; un ramoscello si ficcò tra i grilletti, e boum!... Guardi, sor Roberto, la botta è entrata nella fontanella della gola ed è corsa giù fin nel basso ventre; palpando si sente il piombo raccolto, chiuso come in un sacchetto. Brrr! sudo freddo a pensarci...

Non parlarono più per un tratto, fin davanti al portone del Fortino.

— Sentite — disse Roberto, — l’osteria è chiusa; forse non sapete dove passar la serata: volete favorirmi?

Galosso e Tomatis si voltarono subito a lui con quel ringraziare che accetta, e lo seguirono nel salotto terreno.

— Cosa posso offrirvi? — riprese Roberto. — Vino? Liquori?

— Vino no! — esclamò il maestro.

— E neanche liquori! — aggiunse il segretario.

— Prenderemo il caffè; una buona tazza di caffè rimette lo stomaco.

Vi fu un altro silenzio. Tomatis e Galosso giravano gli occhi in qua e in là, fregandosi le ginocchia.

Giuseppe entrò col lume, lo posò sulla tavola e si ritirò.

— Mah! — sospirò Tomatis.

— Povero diavolo! — disse Roberto.

— Ma che sventato, però! — saltò su Galosso. — Che imprudente! Patrito, il più vecchio cacciatore del paese, mi diceva quest’oggi che Baino è sempre stato così; e guai ammonirlo, guai aprir bocca! Dava sulla voce, entrava in bestia...

— Eh via! — fece Tomatis. — Adesso è morto...

— Chi l’avrebbe detto ieri sera? — esclamò Roberto. — Era tranquillo, era allegro... Poveri noi, cos’è mai la vita!

A quelle parole Galosso fece un viso così arcigno e increspò tanto le ciglia che le lagrime, già in pelle in pelle, sgorgarono giù per le gote.

Allora Tomatis si mise a ridere, a ridere d’un riso convulso, d’un riso a scosse che gli faceva saltellare la pancetta come fosse andato di trotto.

— Eh, eh, eh! sor Roberto, lei forse non ricorda più il patto d’amicizia, il patto solenne? Non ricorda più quello che abbiamo giurato? Se uno di noi manca ai vivi, gli altri... eccetera, eccetera. Se fossimo superstiziosi, eh? Dica un po’, se fossimo superstiziosi?...