XXII.
Avanzava un’ora circa di giorno; e Roberto invece di tornare direttamente al Fortino volle passare dal villaggio; aveva bisogno di veder gente, bisogno di parlare con qualcheduno, quasi per persuadersi che non era circondato da una solitudine desolata e senza limiti, che non era rimasto unico superstite sulla terra.
Dietro le sue spalle il cielo si veniva sgombrando pigramente; di fronte, la nuvolaglia biancobigia si spandeva, si riuniva, girava per il campo immenso, trasfigurandosi in mille maniere.
Arrivato al piccolo camposanto di Casaletto, dove riposavano le spoglie mortali di Baino e di Galosso, prima si soffermò, poi si avvicinò pianamente al cancello; questo pareva chiuso e non era; mentre egli vi si appoggiava, come per concentrarsi in sè stesso ed evocare pietosamente le immagini dei suoi due conoscenti, girò, cigolando, sui cardini e si aprì.
— Grazie tante, la non s’incomodi — mormorò Roberto, indietreggiando con un certo ribrezzo. — Un’altra volta se mai... Oggi non rispondo ancora all’invito.
E tirò di lungo.
Sotto il portico del comune, stavano a crocchio le persone più ragguardevoli del paese. Vedendo passare Roberto, lo salutarono garbatamente; e il sindaco gli domandò se veniva per prendere la posta. Il giovane signore crollò il capo.
— Meno male — ripigliò Antonio Luvotto; — perchè manca anche quest’oggi. Niente lettere, niente giornali. Siamo assolutamente al buio di tutto quel che avviene in Italia. Anzi nel mondo. È una cosa incredibile. Il papa potrebbe essere andato tra’ più, e noi...
— E perchè il papa? — interruppe il parroco. — Perchè proprio il papa e non qualche altro? Sì, dico, qualche altro gran potentato?
— Oh bella! Perchè il papa è vecchio.
— Caro mio, la morte non guarda in bocca.
— Vero — osservò un altro; — oggi in figura, domani in sepoltura.
— Evviva l’allegria! — pensò Roberto; e traversata la strada, entrò nella bottega dirimpetto.
Il maestro Tomatis, che stava a chiacchera con la tabaccaina, gli balzò incontro facendogli festa.
— Oh come sono mai contento di rivederla! È un secolo... Bravo! Ma bravo? Cosa desidera? Sigari toscani, romani, Virginia, Cavour... Chieda e domandi, c’è d’ogni ben di Dio. Non è vero, Vittoria? D’ogni ben di Dio. Eh, ma lei non fuma che sigarette! Ciascuno ha i suoi gusti. Bene, bene, faccia la sua compra, poi discorreremo.
E infatti ricominciò appena furono in istrada.
— È venuto a piedi? Oh si vede! Madonna santa, com’è conciato! Deve avere camminato di molto. È stato alla Baraschia? Un mezzo mare, eh? Ha visto la chiatta? Sarà sfasciata, distrutta? No! Meno male, temevo... Sarà armata in va e viene? Nemmeno? Si capisce. Questa è una inondazione; una vera inondazione.
Tacque un momento, poi soggiunse tristamente:
— Ah! se Baino e Galosso avessero almeno potuto veder questo!
— Buona notte — disse Roberto, porgendogli la mano.
— Come? — esclamò il maestro, trattenendolo. — Mi pianta così? È ancor tanto presto. Non ha mica fretta? E dunque? Animo, gradisca un bicchierino. Non sto lontano, sa. Lei vede il Cavallo Grigio?... Bene, un trar di pietra più in là, in faccia alla casa della levatrice.
— Grazie, grazie — ripeteva Roberto, nervoso; — vi prego a dispensarmi. Oggi non me la sento... Oggi è giornataccia.
— Amen! — mormorò Tomatis, non senza un po’ di stizza; — mi permetta almeno d’accompagnarla fino in fondo al paese...
Passata l’ultima casa, il maestro si arrestò e guardò in su.
— Ecco! — esclamò. — A poco a poco il cielo torna sereno.
— Hm! — fece Roberto — mi pare invece che ricominci a spruzzolare.
— Niente, niente! Vedrà domattina. Stia tranquillo... L’inverno è ancora lontano... Lei non pensa mica a partire?
— Per ora no.
— Bene! Lei ha da restar con noi fin dopo l’estate di san Martino.
— Vale a dire?
— Eh! L’estate di san Martino dura tre giorni e un pochino.
— Dunque dovrei restar qui fino alla metà di novembre?
— Bravo! Lei mi capisce per aria, lei! Il nostro affare scade appunto il 14 a sera.
— Il nostro affare?
— Il nostro affare... Cioè il patto, la convenzione...
Nel proferir queste parole la voce del maestro tremava sensibilmente.
Roberto gettò le braccia in aria.
— Oh santo Dio! — gridò. — Ma finiamola una volta. Come fa a prender sul serio queste baggianate? Vergogna! Una persona istruita, un uomo colto, un maestro!
Tomatis aveva fatto un passo addietro, sbarrando tanto d’occhi.
— Oh oh! — fece poi. — Misericordia! Lei piglia fuoco come uno zolfino. Parlo per celia, io, non per davvero. Galosso sì... Galosso aveva perduto tutto il suo spirito, era stato assalito da una fissazione mortale... tanto che Baino gli appariva in visione. Ma io... Oibò! Del resto altro è il parlar di morte, altro è il morire. Diamine! E poi non creda che io provi un gran gusto a rinvangar certe cose. È un discorso che mi va poco a genio, sa.
— E dunque non facciamolo più.
— Non facciamolo più. Così l’intendo. Birba chi manca...
Roberto fece un rapido gesto di saluto, e voltò le spalle.
Tomatis, tacque un momento, poi riaperse la bocca con impeto:
— Sor Roberto...
— Cosa c’è?
— Caso mai non si sentisse bene...
— Grazie a Dio...
— In caso dei casi, mandi a chiamar il dottor Fumero.
— Bene!
— A Bornengo.
— Benissimo!!
— Via del Quartiere, numero 7, piano nobile.
— Ottimamente!!!