III.

Se non che, è accaduta una cosa buffa. La rovina del teatro, rovina materiale procedente dal lungo sfacelo morale, è diventata così manifesta, che il Ministro della istruzione pubblica del regno d'Italia ha chiamato a consulto intorno al letto dell'infermo scrittori e critici dramatici d'ogni parte d'Italia, ma più delle parti settentrionali. Cattivi medici, per dio, che sino a ieri non s'avvidero del male e cantavano l'inno della salute — non quello di Gioacchino Du Bellay, per altro — sulla carogna tutta fracida per la cangrena! Cattivi medici, che sino a ieri si compiacquero del puzzo del moribondo, e affondarono le dita nelle sue piaghe! Ora il Ministro li ha chiamati a Roma per provvedere. E via. Volete che il signor Giacosa salvi il dramma dalla morte? Ma non sono stati gli sciroppi martelliani del signor Giacosa una fra le molte cause del male? Volete che il signor Leone Fortis consigli un rimedio? È strano; perchè il signor Leone Fortis ha portato per dieci anni sopra gli scudi della sua critica sfarfalleggiante Paolo Ferrari in trionfo: or come potrebbe consigliare un empiastro per le piaghe che il contatto di Paolo Ferrari ha aperte nei tessuti del dramma? Volete che il buon Yorick figlio di Yorick ordini un metodo di cura ricostituente? Ma non lo seccate, quel burlone di Yorick! Egli ha la barzelletta pronta e l'umore ilare e una grande provvista di piacevoli facezie nella memoria; e se ne infischia del ministro, delle commissioni e del teatro italiano. Egli è monarchico e avvocato, e lascia la medicina ai repubblicani come il dottor Bertani e il dottor Falleroni.

Lasciateli in pace tutti, questi cerusici improvvisati. Che volete che facciano? Non hanno nemmeno una patente di flebotomia; e portano seco tutto il bagaglio del loro campanilismo, tutta la merce avariata della loro esperienza scenica, tutto il frascume della loro coltura dramatica. Hanno scritto molti martelliani e molte cronache teatrali e hanno udito recitare molte comediole italiane e francesi: hanno già peccato a bastanza: debbono proprio diventare pendagli di forca? È troppo, perchè sono brava gente in fondo e per dieci anni hanno levato sopra le cime dell'entusiasmo la gloria del teatro italiano risorto; e per dieci anni con le trombe alla bocca e col mazzuolo della gran cassa in mano hanno chiamato il popolo all'ammirazione. Deve proprio questa buona gente rimediare alle colpe sue? Deve confessare in conspetto della moltitudine che quel rimbombo di gran cassa e quello strepito di trombe hanno inacerbito il male? Deve il signor Giacosa consigliare un antidoto contro il dolciume dissolvente del medio evo martelliano?

È una pretensione pazza. E poi, a che serve? Questo povero dramma non ha più una goccia di sangue nelle vene; e non ci è virtù medica che possa salvarlo. Emilio Zola consigliò cordiali darwiniani e bistecche scientifiche e clisteri sperimentali; e volle in sostanza dar ad intendere che ci è un talismano capace di salvare il moribondo, un talismano perduto nelle più profonde viscere del palcoscenico e non ritrovato ancora da niuno esploratore dramatico, la verità; e gli parve che, se si popolasse la scena di alberi e di case vere, il dramma rinascerebbe più forte che mai. Vanitas vanitatum! Il teatro è per sè stesso una finzione, o una convenzione, come osservò benissimo il Goncourt, e se ne vola alle altezze dell'Olimpo con la leggenda, coi miti, con tutte le creazioni fantastiche della mente umana. Chi è che pretende di trattenerlo? Forse il signor Giacosa, che ho visto effigiato giorni a dietro sulla coperta d'un libriccino, reggendo i fili d'un teatrino di marionette? Chi è che deve curarlo? Forse Leone Fortis? Ma non ha egli accompagnato al cimitero la salma del Bellotti-Bon? E non gli pareva di accompagnare il cadavere del dramma?

Accennare ai peccati maggiori e ai più profondi mali del teatro moderno non serve; e poi l'ho già fatto: ho già detto che la causa della nostra abiezione dramatica, come di tutta la bella nostra miseria letteraria, sta nel fatto innegabile, che tutti quanti scriviamo siamo un branco di asini. L'arte scenica secondo le consuetudini moderne è, più che altro, un mestiere. Sudicio mestiere, che serve a speculare sul cattivo gusto, sull'ignoranza, sulla pazienza del pubblico, come una volta si speculava sulla dabbenaggine e sulla paura dell'inferno. E non sono io che lo dico; è Sardou in persona, il padre eterno del dramma moderno, del quale Augier è il figliuolo e Dumas lo spirito santo. È il dramma medesimo che lo grida al popolo, stendendo le braccia dall'alto del palco scenico, invocando un qualche messia che discacci i mercatanti dal tempio. Or dove troverà esso questo messia, se il marchese Colombi non glie ne intagli uno dalla carta del Pungolo della domenica? Il Marchese Colombi è famoso per le messiadi, ed è ben capace di sforbiciarne uno per settimana; e i buoni milanesi attendano pazientemente, e si consolino dell'esposizione fallita nell'aspettazione di questo cristo dramatico. Esso si adergerà forse dai tetti della Galleria alle nuvole, e toccherà col capo le sfere armoniose, e spiegherà sul capo della gente un largo Pungolo istoriato di pupazzetti e di critica; e urlerà con una gran voce fatidica:

— «In principio era il caos; e tutte le cose dramatiche roteavano disperse pel gran mare del nulla;

Ed ecco dal fondo del caos balzò un dramma; ed era di Leone Fortis; e il nome suo era Cuore ed arte; e le genti ascoltando lodavano il nome di Leone Fortis;

Ed ecco nacquero di poi nel paese di Francia altre cose; e tutte erano drammi; e il numero ne era senza fine; e furono tripartite in tre tribù;

E la tribù prima si disse di Sardou; e venne dal ventre del Signore, senza genitori mascolini o femminini; e lo spirito del Signore si posò in lui; e benedisse alla sua discendenza, che fu numerosa come le arene del mare;

E la seconda tribù si disse di Dumas; e venne dalla mente del Signore, senza genitori mascolini o femminini; e lo spirito del Signore si posò in lui; e benedisse alla sua discendenza, che fu numerosa come le stelle del cielo;

E la terza tribù si disse di Augier; e venne dai polmoni del Signore, senza genitori mascolini o femminini; e lo spirito del Signore si posò in lui; e benedisse alla sua discendenza, che fu numerosa come le pulci della terra;

Ed ecco i maschi della tribù di Fortis videro le femmine della tribù di Sardou;

E della tribù di Dumas;

E della tribù di Augier;

E fornicarono insieme in conspetto del Signore.

Allora il Signore Iddio disse: Siano questi accoppiamenti fecondi;

E nasca una gran generazione sopra la terra; e tutti abbiano in faccia i segni del peccato; e cantino le lodi del Signore; e scrivano comedie insino che non venga il messia sopra la terra;

E sarà questo messia concepito senza peccato d'amore; e nascerà in una stalla del paese di Milano detta Teatro della compagnia stabile ; e i re magi Fortis, Giacosa e Yorick verranno ad offrirgli oro incenso e mirra; e il profeta Colombi ne annunzierà la venuta agli uomini della terra.»

Tale, pur troppo, è la storia dramatica che i critici insegnano alle turbe, che gli scrittori comici tengono per conto di vangelo. Come volete che l'ammalato guarisca? L'empirismo il ciarlatanismo il campanilismo hanno trovato in tutte le arti, e più in quella del palcoscenico, un letto comodo e ampio ove si sdraiano ruttando gli sbuffi della loro ignoranza. Che ci vuol fare il Ministro della istruzione pubblica? Non ci è stabilimenti di bagni marini, nè ospedali, nè compagnie stabili, nè teatri nazionali che possano giovare alla salute del dramma. Specialmente quando Milano, per dispetto di Roma, manda Leone Fortis a chiedere al Governo una compagnia stabile per uso e consumo suo.

Ho nominato Luigi Bellotti-Bon, la cui morte veramente dramatica deve avere conferito non poco alla determinazione del Ministro di chiamar gente in aiuto del teatro morente. Ma e la catastrofe della compagnia Moro-Lin, che pare proprio il finale d'una bella comedia, dove la lascio? Povero Moro-Lin! Si mosse da Venezia con una compagnia giovine, bene constituita, bene educata, e viaggiò l'Italia diffondendo come un riverbero di luce goldoniana. Pareva che le ultime speranze del nostro teatro comico riposassero in lui; pareva che Giacinto Gallina fosse l'ultimo erede della nostra scarsa sostanza comica. E veramente l'ultimo sano concetto dell'arte dramatica indugiava a perdersi nel gran naufragio di tutti i criteri artistici per virtù di quei veneziani. Il dramma in lingua italiana nelle mani dei ciabattini era andato via via precipitando alla pantomima alla coreografia al funambolismo, infronzolato e gonfiato dalle tendenze predicatorie. Il teatro dialettale si sfasciava miseramente da tutte le parti, da che Piripicchio di su le tavole del teatro Quirino recitava dei vaudevilles travestiti in vernacolo napolitano, da che il Ferravilla e gli altri comici più popolari imprimevano all'arte comica un movimento reazionario e antigoldoniano, soffocando la comedia a benefizio del tipo comico. E in mezzo alla marea montante del cattivo gusto che si compiace di tutte le più sconce e più miserabili operette, che stacca i cavalli dalla carrozza di Sciosciammocca per trascinarla in trionfo, la compagnia Moro-Lin pareva una tavola di salvamento. E vedendola passare acclamata di teatro in teatro, una speranza rinasceva, non forse la comedia dialettale veneziana fosse per ripigliare l'antica via trionfale. Ed ecco: la compagnia, per difetto di mezzi, si scioglie; e il povero Moro-Lin dichiara nei giornali che l'arte scenica in Italia è disperata, e ch'egli pianta il teatro e si butta a un mestiere manuale. Il provvedimento quindi del Ministro può essere indizio di un grande amore alle nostre sorti dramatiche; ma a che vale il coraggio contro la morte? A che valgono le buone intenzioni ministeriali contro la morte? Il meglio forse sarebbe di ordinare a spese dello Stato i funerali del dramma. In quanto agli scrittori e agli attori comici, si potrebbe fare per essi quello che Rabelais sognava per i poeti: una specie di ospizio, ove vivessero lontano dalla gente, di cui a furia di pasticci mal fatti e mal cotti hanno pervertito il gusto. Nelle domeniche poi e nelle altre feste comandate si potrebbe recitare, per sollazzo loro e per penitenza dei molti peccati, il Cuore ed arte di Leone Fortis.

Io, intanto, faccio una confessione: non ho animo d'andare innanzi. La questione del teatro è tanto oscenamente buffa e tanto pietosamente disperata, che non si può a lungo fermarvisi intorno senza molta offesa della carità patria. — Volevo scrivere una pubblica lettera all'onorevole Ferdinando Martini, che dicono, se bene io non lo credo, tutto affannato dietro a più di una comedia, per dissuaderlo da questa pazzia; ma lasciamo correre, e auguriamoci che queste comedie abbiano la sorte delle molte altre cose che l'onorevole Martini comincia. Anche dicono sia prossima ad esser recitata una comediola villereccia di Giovanni Verga. Ritorniamo dunque alla favola pastorale e alle rappresentazioni de' Rozzi? Tanto meglio. Faccia il popolo d'Italia quell'accoglienza che vuole all'Arcadia sperimentale e alla comedia a dialogo indiretto: io voglio, per una volta al meno, fare il Ponzio Pilato; — non, per altro, quello del signor Calvi.

V.
MOLINI A VENTO

Un giornalista morto — La critica dei quadri e delle statue — Il marchese Colombi, la marchesa Colombi e i poeti contemporanei — Le fanfaluche del dottor Verità — Un pazzo glorioso — Il giornale dei cretini e curiosi.