V.

Facciamo ora un pasticcio. Prendiamo alcuni novellatori vari di sesso, di intendimenti e di ingegno; e mescoliamoli.

E cominciamo da un commendatore.


Io sono uno dei più antichi lettori del Barrili. Ho letto l'Olmo e l'Edera molti anni addietro, in un giornale illustrato di Milano, in collegio. Poi, nel collegio medesimo, comprai una volta le Confessioni di fra Gualberto, e furono causa di scandali e di penitenze non poche; poi lessi, via via, Val d'olivi, Capitan Dodero e un altro romanzo, del quale non rammento più il titolo; ma rammento benissimo tutta quanta la tela, e ci era tra le altre cose un diavolo, di cui ritrovai il nome più tardi nella logica aristotelica, ed era Aporema, il sillogismo della contradizione: parlava mezzo in prosa e mezzo in rima. Più tardi, ho seguìto il Barrili da Semiramide all'Undecimo comandamento, e sebbene da queste letture non sia escito tutto ardente di entusiasmo, pure non ho mai ritrovato in quei libri tracce galliche o pappagalliche, come negli altri. Così, nemmeno negli ultimi due romanzi, pubblicati ad un tempo in Milano e in Roma, queste tracce appaiono.

In questi due libri ci è tutto quanto il Barrili, ci è tutto quanto il romantico aperto e schietto, sebbene lievemente corretto dalla pratica della vita borghese; il romantico che, incapace o aborrente dalla intuizione immediata della vita, ripara tra le penombre della storia o tra la nebbia rosata del sentimento. Di più ci è il Barrili dei tempi migliori, il Barrili di dieci e di venti anni addietro. Non più quel pervertimento delle facoltà fantastiche che lo trasse alle stranezze del Merlo Bianco, non più quella posa academica e catedratica che lo condusse alla monotonia fastidiosa del Biancospino. Nell'Anello di Salomone si ritrova quel caldo e simpatico soffio di fantasia storica che alita per le pagine di Semiramide e di Tizio Caio Sempronio. Nella Sirena son rifiorite tutte quelle gentilezze, tutte quelle eleganze, tutte quelle finezze del sentimento che fanno di Val d'olivi un piccolo capolavoro romantico.

L'Anello di Salomone, come appare dal titolo, volge tutto intorno al regno e agli amori del re sapiente, ed è il romanzo del Barrili che si legge più volentieri dopo Come un sogno, sebbene la materia sia per grandissima parte nota, sebbene la favola non sia nè molto artifiziosa nè molto ingegnosa, sebbene tutta quella gente che si move per le pagine del racconto sia circonfusa da un velo di nebbia poetica. Questo romanzo non è propriamente un racconto storico, nel significato romantico della parola: rassomiglia più tosto ai racconti egiziani di Giorgio Ebers. Tuttavia in una cosa ne differisce: l'Ebers è, più che altro, un archeologo e un filologo, che approfitta delle felici disposizioni della sua fantasia per diffondere tra il popolo gli usi e la vita dell'antico Egitto: il Barrili invece è un organismo incompiuto di novelliere e di poeta, che non contento e dispettoso della vita reale, si butta, coll'aiuto dell'archeologia e della filologia, in piena leggenda biblica, tra l'opera gloriosa dell'edifizio del Tempio, tra i caldi amori di Salomone per Abisag Sunamite. Però, io preferisco i romanzi di Ebers, poichè le facoltà imaginative servono assai meglio questo archeologo, che l'archeologia e la filologia e l'esegesi biblica non servano il nostro romanziere. Nell'Anello di Salomone, il Delitzsch o il Justi o il Vigouroux o qualunque altro esegeta moderno molte cose troverebbe a ridire: per esempio, se il Barrili, invece del testo comune, avesse preso un moderno testo critico della poesia biblica, il Cantico dei cantici, quale veramente è, spoglio di ogni affezione afrodisiaca, gli avrebbe senza dubbio consigliato un tipo salomonico più vicino all'umanità e all'animalità. Ma se ci impantaniamo in questa discussione, e in altre dispute esegetiche, non ne caveremo più i piedi: lasciamo dunque in pace l'esegesi, l'archeologia, la filologia; e passiamo oltre senza osservare che il re Salomone del Barrili, quando non è mosso dall'attività d'amore, rassomiglia un poco al re Carlone dei poemi di cavalleria e al re Alboino di Bertoldo, seduto eternamente sopra un trono d'oro che non deve essergli molto soffice, sempre sguainante al sole il cencio dell'autorità e della dignità regia, ma buon diavolaccio in fondo, amico delle belle donne e della buona tavola. Del resto non è una cosa strana, nè il Barrili è il primo che abbia scritto un romanzo intorno alla vita di Salomone. Salomone, come ha colpito ora la fantasia del Barrili, colpì la mente del popolo nel medio evo, e in quel singolare arruffìo di tutte le nozioni umane restò stampato nella memoria universale, e con Virgilio, con Boezio, con alcuni imperatori romani, con alcuni capitani e filosofi greci visse d'una vita nuova ed entrò come fattore principalissimo nella mitologia medievale. La sua vita, i suoi giudizi, la sua sapienza, i suoi amori diventarono materia fantastica e poetica, e informarono molta arte di prosa e di poesia: vi è tutto un poema tedesco intitolato Salaman und Markolf; e da questo, e da altri che intorno a questo e dopo di questo furono composti e si propagarono da per tutto, nacque la favola di Bertoldo, si fermò il tipo di re Alboino, e forse anche quello di re Carlone ne ebbe a sopportare l'influenza.

Ma lasciamo questa materia, perchè il romanzo del Barrili non va considerato con criteri mitologici, o storici, o filologici; il romanzo del Barrili va preso qual è, come una fortunata intuizione fantastica del tipo e della vita ebraica nel tempo dello splendore più grande, come una calda e viva imaginazione orientale, ove si sentono qua e là scaturire con un'abbondanza singolare i fiotti della poesia biblica e balenare i lampi del dramma. È un romanzo che cinquant'anni a dietro avrebbe fatto la fortuna d'uno scrittore; ora, poichè i tempi sono mutati e l'orbita del racconto non è più quella di una volta, esso ha il difetto di tutte le cose nate troppo tardi.


E ora, una femmina. —


La marchesa Colombi non ha la maschilità nervosa di Emma, nè la foga della Serao; è la più tranquilla e la più casalinga di quante donne scrissero e scrivono in prosa. Di solito nella donna la professione dello scrivere turba l'equilibrio della vita; nella marchesa Colombi, no. Per lei l'arte deve essere come un lavoro di ricamo, un passatempo, o uno sfogo di certi tenui ribollimenti dello spirito; poichè in fondo alla sua prosa appare sempre la madre di famiglia amica dell'ordine, amica dell'economia, amica del buon pranzo e del buon fuoco nel caminetto. M'inganno, marchesa, o le cose stanno proprio così come io dico? Una volta in Italia si fece un gran vocìo d'ammirazione intorno a un racconto della marchesa che voleva parere socialista e naturalista, e che s'intitolava In risaia; ma non valeva più degli altri, e la cosa migliore di quel libro era l'intenzione. Dopo, passato quel fortunatissimo quarto d'ora, ella si mise a fabbricar racconti per gli editori di provincia e prosa pei giornali di provincia. La marchesa Colombi rassomiglia in piccolo a Giulio Claretie, il più fecondo costruttore di prosa che sia ora in Francia; anche la marchesa, come il Claretie, per qualunque giornale glie ne chiegga, ha sempre in pronto della copie: non dice di no a nessuno, non si esaurisce mai, non cade mai tanto giù da non farsi leggere volentieri. Io credo che se ella vivesse cento anni, come io le auguro, tra romanzi e articoli di giornale metterebbe insieme la materia di cinquecento volumi; e sarebbero tutti per valore eguali, nè tanto belli da strappar le grida dell'ammirazione, nè tanto brutti da meritarsi troppo acerbe censure dai critici gunaicofagi. Sarebbero tutti come quegli uomini i quali vestono correttamente, ossia non hanno addosso nulla che dia nell'occhio, nè una cravatta troppo vistosa, nè una macchia d'olio sulla falda del vestito. Anche il Tramonto d'un ideale è un libro del quale non si può dir male, quantunque neppure se ne possa dir bene: è una storiella semplice, ove la marchesa ha voluto accostarsi alle temerità sperimentali non senza rammentarsi delle sane e prudenti consuetudini degli ultimi manzoniani; ha voluto ogni tanto toccare in fretta i fianchi gladiatorii dello Zola, senza però dimenticare che Salvatore Farina le tien gli occhi addosso. Così, essendosi forse proposto in principio di fare uno studio serio e analitico della vita campestre, ha finito col rimpastare una delle solite storielle che paiono un paesaggio della Brianza dipinto sopra un piatto di porcellana. Però, le ragazze potranno leggerlo, nelle vacanze, senza danno; e forse anche lo leggeranno volentieri, perchè, come tutti gli altri della marchesa, è correct.

Non tanto, bensì, che qualche sbrendolo rosso non appaia qua e là e che qua e là lo stile non sia macchiato d'olio. Ecco, per esempio, alcune macchie delle prime pagine: «E si finiva a stappare una bottiglia» (pag. 5); «quel nodino (della cravatta) ballonzolava allegramente, come se fosse una parte di lui, vivamente interessata alla sua ilarità» (pag. 6); «vestitura, per vestito, due volte» (pag. 6 e 40); «la vedovanza sarebbe un valore» (pag. 7); «le serve continuavano a mutarsi» (pag. 11); «cucinature» (pag. 16); «e sfibbiando il vestito che mise a nudo il suo petto» (pag. 19); «ed andò a coricarsi col suo male» (pag. 20); «ferito nel suo cuore di padre al riconoscere che Giovanni pareva mortificato» (pag. 40); «dopo averla veduta lei muoversi» (pag. 49); «una bella collaretta, bianca increspata» (pag. 51). Ma tutte queste macchioline sono inezie, in confronto di questa. Sentite che cosa pensi la marchesa del Manzoni e del purismo:

«Avviò colla sua vicina un discorso sulla letteratura; ed essendo classico, purista e puritano, sparlò dei novatori, e fece un lungo elogio dei Promessi Sposi

Il Manzoni classico, il Manzoni autore dell'Adelchi? Il Manzoni purista, il Manzoni che scrisse i Promessi Sposi? Il Manzoni puritano, il Manzoni degl'Inni sacri e della Morale cattolica? Ah! questi poi sono... Come si potrebbe dire, per serbarsi cortesi con una marchesa?


Ultimo, un orso. Udite:


«Darò qualche esempio, che dimostri, come le parentesi aggravano il matrimonio, in quel modo, appunto, che rendon pesante lo stile. Fra mille, ch'io ne so, scelgo le avventure di due sorelle Napolitane: l'Almerinda e la Berenice Scielzo. Nel MDCCCLXV, la seconda era moglie, da poco più di due anni. La prima, invece, si avvicinava alla trentina; aveva, da un pezzo, per marito, il commendatore don Liborio Ruglia, consigliere di cassazione; e, da diciotto mesi, per amante, il cavalier Maurizio della Morte, capitano di cavalleria nel Regio Esercito.»

Così Vittorio Imbriani attacca la sua novella Dio ne scampi dagli Orsenigo, pubblicata in questi ultimi giorni, della quale io amerei meglio tacere, per non mi dare della zappa sui piedi. In fatti, in questo libro io ho predicato con tutte le forze de' miei polmoni e ho inveito e ho bestemmiato contro le consuetudini empiriche e contro l'ignoranza dei nostri raccontatori; ho gridato forte più volte, sino alla piena sazietà dei lettori, che la novella nostra ha bisogno di rientrare nel campo della coltura letteraria scientifica e storica disertato dopo il Manzoni e il Guerrazzi; che i romanzieri moderni debbono specchiarsi nei novellatori antichi e attingere alle fonti boccaccesche molta pura e fresca linfa italiana per lavarsi dalla melma francese; che, fino a che i nostri scrittori di prosa narrativa non escano dalla cerchia angusta e soffocante dello stile zoliano e non imparino la lingua italiana, vedranno tutte le opere del loro intelletto morire miseramente per le scrofole e per la tigna.

Ora dovrei io intonare il canto della vittoria e portare in trionfo sopra lo scudo questa novella di Vittorio Imbriani, la quale non contraddice a nessuno de' miei criteri novellistici; ma veramente è una cosa originale ove il sapore e il colore italiano si sentono dalle prime parole, ove ad ogni momento si sente l'artista conscio di sè e padrone di sè, si sente, in nome di Dio, l'uomo che si propone uno scopo, e per virtù dell'ingegno lo consegue. Tuttavia, come dicevo sopra, questo racconto mi dà la zappa sui piedi, poichè, con tutti i suoi meriti grandi, è un cattivo racconto, e non tanto leggendolo si perde la fede nelle facoltà narratorie di Vittorio Imbriani, quanto nel metodo narrativo che a me pare il migliore. Io dunque, leggendo, da prima dubitavo di aver preso un granchio grossolano rimproverando tanta brava gente d'una santa ignoranza; poi, pianamente, ho veduto che il granchio lo ha preso Vittorio Imbriani.

Egli, infatti, sta fuori del movimento narrativo odierno, e questo suo racconto è più una opera subbiettiva scritta a sfogo d'un desiderio egoistico di diletto, che un romanzo moderno, nel significato usurpato da questo vocabolo dopo Balzac; e non è nemmeno una novella scritta solamente per distrazione o per passatempo della gente. È, nè più nè meno, come quasi tutte le cose di Vittorio Imbriani, una storiella scritta per dispetto. Di chi, non saprei dire; forse appunto della sciatteria universale, forse anche del malumore che contro di lui cova in molti luoghi. Certo il dispetto traspare ad ogni pagina, dall'affettazione d'uno stile mezzo popolare mezzo cortigiano, d'una lingua tra di ciompo moderno e di scrittore cinquecentista, d'una ortografia così faticosa che move al singhiozzo; traspare dalla mancanza quasi assoluta e voluta, e voluta mostrare, del dramma; appare, più chiaramente, da quel continuo infischiarsene del pubblico e del racconto, dal principio alla conclusione, che è questa: «Della sorella dell'Almerinda, Berenice, e di quel che le avvenne, osservandissimi lettori e lettrici, narrerò — un'altra volta, con comodo, quandochessia.»

Ora questo peccato di esagerazione, e di affettazione, non è nuovo in Vittorio Imbriani; e tutti sanno a quali stranezze lo abbia tratto la sua irragionevole manìa di opposizione. Irragionevole, intendiamoci, nella misura e nel modo dell'esplosione, perchè il motivo è quasi sempre giusto. Le facoltà mentali di Vittorio Imbriani non sono bene equilibrate, e non si affaticano tutte insieme con una attività concorde e costante a uno scopo unico; ma son come una scolaresca in vacanza, che va galoppando pei cortili del ginnasio senza governo, e si gitta or qua or là, con altissime grida, e con la violenza d'uno stuolo di cani alla caccia. E proprio l'intelletto dell'Imbriani non è mai giunto a maturità, ed ha tutte le ardenze incomposte e tutti gl'impeti inconsiderati e tutte le esuberanze della gioventù: col crescere degli anni, col crescere della coltura, è rimasto sempre il medesimo, senza potere o volere ascendere mai a quella serena e sublime sfera della sofrosune della moderazione, ove lo spirito umano si libera da tutte le affezioni e da tutte le intemperanze. Egli fa come i giovinetti che sentono il primo afflato del dio, e tentano sè stessi; e prima si gittano a corpo perduto nella poesia, poichè oltre di questa non veggono il porto della salute; poi, in un momento, la piantano in asso, e si abbandonano con le braccia aperte alle tempeste del dramma; onde fuggono sfiduciati o nauseati, per provare altra via; e finalmente si ritraggono, dopo molto consumo di fuoco, al luogo primo onde mossero, per vedere dall'alto, diradate le nebbie delle illusioni prime, che cosa sia da fare.

L'Imbriani ha voluto fare della critica d'erudizione, e ci si è messo con una frenesìa ardente e con un maraviglioso impeto di pazienza ricercatrice, e si è perduto in quisquilie di poco momento; ha voluto fare della lirica, e si è buttato alle braccia di Polinnia con tanta foga di passione, che è miracolo se non l'ha strozzata col suo inno al canape; ha voluto novellare, ed è giunto a tali eccessi di contradizione al gusto e alle abitudini moderne, che la lettura del suo racconto, ove l'ingegno per l'ardore soverchio pare sfavilli ad ogni pagina, è appena sopportabile.