NOTE:

[1.] Pons Aureoli, tredici miglia distante da Bergamo, e trentadue da Milano. Vedi Cluver. Italia antic. tom. I. p. 245. Nel 1703 seguì vicino a questo luogo l'ostinata battaglia di Cassano tra i Francesi e gli Austriaci. L'eccellente relazione del Cavalier Folard, che vi era presente, dà una distintissima idea del terreno. Vedi il Polibio di Folard, tom. III, p. 223, 248.

[2.] Sulla morte di Gallieno vedi Trebellio Pollione nella Stor. Aug. p. 181. Zosimo, l. 1. p. 37. Zonara, l. XII, p. 634. Eutropio, IX. 11. Aurelio Vittore in Epitom. Vittore in Caesarib. Io gli ho confrontati, ed ho fatt'uso di tutti, ma ho principalmente seguitato Aurelio Vittore, il quale par che abbia avute le memorie migliori.

[3.] Alcuni molto capricciosamente lo supponevan bastardo del più giovane dei Gordiani. Altri profittavano della Provincia della Dardania per dedurre l'origine di lui da Dardano, e dagli antichi re di Troia.

[4.] Notoria, dispaccio periodico e ministeriale, che gl'Imperatori ricevevano dai Frumentarj o sieno Agenti sparsi per le Province. Parleremo di questi più sotto.

[5.] Stor. Aug. p. 208. Gallieno descrive l'argenteria, le vesti ec. come amatore e intendente di queste magnifiche bagatelle.

[6.] Giuliano (Orazione I. p. 6) afferma che Claudio acquistò l'Impero in una maniera legittima ed anzi sacra. Ma noi possiam diffidare della parzialità di un congiunto.

[7.] Stor. Aug. p. 203. Sonovi alcune piccole differenze riguardo alle circostanze dell'ultima disfatta e morte di Aureolo.

[8.] Aurelio Vittore in Gallieno. Il popolo altamente chiedeva la condanna di Gallieno. Il Senato decretò che i suoi parenti e domestici fossero precipitati dalle scale Gemonie. Ad un colpevol ministro delle pubbliche entrate furon cavati gli occhi, mentre era sotto l'esame.

[9.] Zonara l. XII. p. 137.

[10.] Zonara in questa occasione fa menzione di Postumo; ma i registri del Senato (Stor. Aug. p. 203) provano che Tetrico era già Imperatore delle Province occidentali.

[11.] La Storia Augusta fa menzione del minor numero e Zonara del maggiore; la vivace fantasia di Montesquieu l'indusse a preferire quest'ultimo.

[12.] Trebell. Pollione nella Stor. Aug. p. 204.

[13.] Stor. Aug, in Claud. Aurelian. e Prob. Zosimo, l. 1. p. 38, 42 Zonara, l. XII. p. 638. Aurel. Vittore in Epitom. Vittor. Junior. in Caesarib. Eutrop. IX 11. Euseb. in Chron.

[14.] Secondo Zonara (l. XII. p. 638.) Claudio avanti la sua morte lo rivestì della porpora; ma questo fatto singolare vien piuttosto contraddetto che confermato dagli Scrittori.

[15.] Vedi la vita di Claudio scritta da Pollione, e le orazion di Mamertino, Eumenio e Giuliano. Vedi parimente i Cesari di Giuliano p. 313. In Giuliano non era adulazione, ma superstizione e vanità.

[16.] Zosimo, l. I p. 42. Pollione (Stor. Aug. p. 207) gli accorda alcune virtù, e dice che fu, come Pertinace, ucciso dagli sfrenati soldati. Secondo Dexippo, egli morì di malattia.

[17.] Teoclio (come vien citato nella Stor. Aug. p. 211) afferma che in un giorno egli uccise con le sue proprie mani quarantotto Sarmati, ed in diverse susseguenti battaglie novecento cinquanta. Questo eroico valore fu ammirato dai soldati, e celebrato nelle rozze loro canzoni, l'intercalare delle quali era mille, mille, mille, occidit.

[18.] Acolio (appresso la Stor. Aug. p. 213) descrive la cerimonia della adozione come fu celebrata in Bisanzio alla presenza dell'Imperatore e de' suoi principali Ministri.

[19.] Stor. Aug. p. 211. Questa laconica lettera è veramente lavoro di un soldato; è piena di frasi e di voci militari, alcune delle quali non possono intendersi senza difficoltà. Ferramenta Samiata sono bene spiegati da Salmasio. La prima di queste voci significa ogni arme offensiva, ed è opposta ad Arma, arme difensiva. L'ultimo significa bene affilate e bene appuntate.

[20.] Zosimo l. I. p. 45.

[21.] Dexippo (nell'Excerpta Legat. p. 12) riferisce tutto il trattato sotto il nome dei Vandali. Aureliano maritò una delle Dame Gote al suo Generale Borioso, ch'era capace di bevere coi Goti e scoprire i loro segreti. Stor. Aug. p. 147.

[22.] Stor. Aug. p. 222. Eutrop. IX. 15. Sesto Rufo. c. 9 Lattanzio de mortibus Persecutorum, c. 9.

[23.] I Valacchi conservano ancora molte tracce della lingua Latina, e si sono sempre gloriati di discendere dai Romani. Sono circondati dai Barbari, ma non mescolati con essi. Vedi una Memoria del Sig. D'Anville sulla Dacia antica nell'Accademia delle iscrizioni, tom. XXX.

[24.] Vedi il primo Capitolo di Giornandes. I Vandali però (c. 22) conservarono una certa indipendenza tra i fiumi Marisia e Crissia (Maros e Keres) che sboccano nel Tibisco.

[25.] Dexippo, p. 7, 22. Zosimo l. I. p. 43. Vopisco in Aureliano nella Stor. Aug. Per quanto questi Storici differiscano nei nomi (Alemanni, Jutungi e Marcomanni) egli è evidente che indicano la stessa nazione e la stessa guerra, ma conviene usar molta cura nel conciliarli e spiegarli.

[26.] Cantoclaro, con la solita sua accuratezza, preferisce di tradurre trecentomila: la sua versione ripugna ugualmente al senso e alla grammatica.

[27.] Possiamo osservare come un esempio di cattivo gusto, che Dexippo applica all'infanteria leggera degli Alemanni i termini tecnici, propri solamente della Greca falange.

[28.] In Dexippo si legge adesso Rhodanus. Il Sig. di Valois molto giudiziosamente cambia la parola in Eridanus.

[29.] L'Imperatore Claudio era certamente in quel numero; ma non sappiamo fin dove si estendesse questo segno di rispetto: se fino a Cesare ed Augusto, deve aver prodotto un superbo formidabile spettacolo quella lunga serie di padroni del mondo.

[30.] Vopisco nella Stor. Aug. p. 210.

[31.] Dexippo mette in lor bocca una prolissa orazione, degna di un Greco sofista.

[32.] Stor. Aug. p. 215.

[33.] Dexippo p. 12.

[34.] Vittore Juniore in Aureliano.

[35.] Vopisco nelle Stor. Aug. p. 216.

[36.] Il piccol fiume o piuttosto torrente del Metauro, vicino a Fano, è divenuto immortale per uno Storico, quale è Livio, ed un poeta, quale è Orazio.

[37.] Se ne fa menzione in una iscrizione trovata in Pesaro. Vedi Gruter. CCLXXVI. 3.

[38.] Alcun penserebbe, dic'egli, che voi foste radunati in una Chiesa Cristiana, e non nel tempio di tutti gli Dei.

[39.] Vopisco nella Stor. Aug. p. 215, 216 fa una lunga descrizione di queste cerimonie, estratta dai Registri del Senato.

[40.] Plinio Stor. nat. III. 5. Per confermare la nostra idea, è da osservarsi, che per lungo tempo il monte Celio fu un bosco di quercie, ed il monte Viminale fu coperto di salci; che nel quarto secolo l'Aventino era un disabitato e solitario ritiro; che fino al tempo di Augusto l'Esquilino rimase un insalubre cimitero; e che le numerose ineguaglianze, osservate dagli antichi nel Quirinale, provano sufficientemente, che non era coperto di fabbriche. Dei Sette Colli, il Capitolino ed il Palatino solamente, con la valli adiacenti, furono la primiera abitazione del popolo Romano. Ma questo soggetto richiederebbe una dissertazione.

[41.] Exspatiantia tecta multas addidere urbes, è l'espressione di Plinio.

[42.] Stor. Aug. p. 222. Lipsio, ed Isacco Vossio hanno di buona voglia adottata questa misura.

[43.] Ved. Nardini Roma antica, l. I. c. 8.

[44.] Tacito Stor. IV. 23.

[45.] Intorno alla muraglia di Aureliano, vedi Vopisco nella Stor. Aug. p. 216, 222. Zosimo, l. I. p. 43. Eutrop. IX 15. Aurel. Vittore in Aureliano, Vittore Juniore in Aureliano, Euseb. Hieronym. e Idazio in Chronic.

[46.] Il suo competitore fu Lolliano o Eliano, se veramente questi due nomi indicano la stessa persona. Ved. Tillemont, tom. III. p. 1177.

[47.] Il carattere che fa di questo Principe Giulio Ateriano (appresso la Stor. Aug. p. 187) merita di esser trascritto, giacchè sembra bello ed imparziale: «Victorino qui post Junium Posthumium Gallias rexit, neminem existimo praeferendum; non in virtute Traianum; non Antoninum in clementia; non in gravitate Nervam; non in gubernando aerario Vespasianum, non in censura totius vitae ac severitate militari Pertinacum vel Severum. Sed omnia haec libido et cupiditas voluptatis mulierariae sic perdidit, ut nemo audeat virtute ejus in litteras mittere, quem constat omnium judicio meruisse puniri».

[48.] Egli rapì la moglie di Attiziano, attuario, o agente dell'esercito. Stor. Aug. p. 186. Aurel. Vittore in Aureliano.

[49.] Pollione assegna ad essa un articolo fra i trenta Tiranni. Stor. Aug. p. 206.

[50.] Pollione nella Stor. Aug. p. 196. Vopisco nella Stor. Aug. p. 220. I due Vittori nelle vite di Gallieno e di Aureliano; Eutropio, IX. 13. Euseb. in Chron. Di tutti questi Scrittori solamente i due ultimi (ma con gran probabilità) pongono la caduta di Tetrico innanzi a quella di Zenobia. Il Sig. di Boze (nell'Accademia delle Iscrizioni tom. XXX) non vorrebbe, e Tillemont (tom. III. p. 1189) non ardisce seguitarli. Io sono stato più sincero dell'uno, e più ardito dell'altro.

[51.] Vittore Juniore in Aurel. Eumenio nomina queste truppe Batavicae; alcuni critici senza alcuna ragione vorrebbero cambiar quella voce in Bagaudicae.

[52.] Eumen. in vel. Panegir. IV. 8.

[53.] Vopisco nella Stor. Aug. p. 246. Autun non fu ristaurata fino al regno di Diocleziano: Ved. Eumenio de restaurandis scholis.

[54.] Quasi tutto quel che si dice dei costumi di Odenato e di Zenobia, è preso dalle loro vite nella Stor. Aug. di Trebellio Pollione. Vedi p. 192, 198.

[55.] Essa non riceveva mai gli abbracciamenti del suo marito che per l'oggetto di aver prole. Se le sue speranze restavan deluse, reiterava il tentativo nel susseguente mese.

[56.] Stor. Aug. p. 192, 193. Zosimo l. I. p. 36. Zonara, l. XII. p. 633. L'ultimo è chiaro e probabile; sono gli altri confusi e inconsistenti. Il testo di Sincello, se non è coretto, è assolutamente inintelligibile.

[57.] Odenato e Zenobia spesso gli mandavano doni di gemme e gioielli, scelte tra le spoglie del nemico, ed esso li riceveva con infinito piacere.

[58.] Sono stati promossi alcuni ingiustissimi sospetti sopra Zenobia, come se stata fosse complice dell'uccisione del marito.

[59.] Stor. Aug. p. 180, 181.

[60.] Vedi nella Stor. Aug. p. 198 la testimonianza che rende Aureliano al di lei merito; e per la conquista dell'Egitto Zosimo l. I, p. 39, 40.

[61.] Timolao, Erenniano e Vaballato. Si suppone che i due primi fosser già morti avanti la guerra. Aureliano concesse all'ultimo di questi una piccola Provincia dell'Armenia col titolo di Re. Esistono tuttora diverse medaglie di lui. Vedi Tillemont, tom. III. p. 1190.

[62.] Zosimo l. I, p. 44.

[63.] Vopisco (nella Stor. Aug. p. 217) ci dà una lettera autentica, ed una dubbia visione di Aureliano. Apollonio di Tiana era nato quasi contemporaneamente a Gesù Cristo. La vita del primo vien riferita dai suoi discepoli in un modo tanto favoloso, che non si può conoscere se fosse un savio, un impostore, od un fanatico.

[64.] Zosimo, l. I. p. 46.

[65.] In un luogo chiamato Immoe, Eutropio, Sesto Ruffo e S. Girolamo fanno solamente menzione di questa prima battaglia.

[66.] Vopisco nella Stor. Aug. p. 217 fa solamente menzione della seconda.

[67.] Zosimo l. I. p. 44, 48. La sua descrizione delle due battaglie è chiara e circostanziata.

[68.] Era 537 miglia distante da Seleucia, e dugentotre dalla più vicina costa della Siria, secondo la relazione di Plinio, che in poche parole (Stor. nat. V. 21) ne porge una eccellente descrizione di Palmira.

[69.] Alcuni viaggiatori Inglesi che partirono da Aleppo, scoprirono le rovine di Palmira verso il fine dell'ultimo secolo. La nostra curiosità è stata poi soddisfatta più splendidamente dai Signori Wood e Dawkins. Per la Storia di Palmira possiam consultare la magistrale dissertazione del Dottor Halley nelle Transazioni Filosofiche, compendio di Lowthorp. vol. III. p. 528.

[70.] Vopisco nella Stor. Aug. p. 218.

[71.] Da una incertissima Cronologia ho procurato di estrarre la data più probabile.

[72.] Stor. Aug. p. 218. Zosimo, l. I. p. 50. Benchè il cammello sia una grave bestia da soma, pure il dromedario, che è della stessa specie o di una specie affine, vien usato dai natii dell'Asia e dell'Affrica in tutte le occasioni che richieggono celerità. Affermano gli Arabi che il dromedario può far tanto cammino in un giorno, quanto ne fanno in otto o dieci giorni i loro cavalli più corridori. Vedi Buffon. Storia nat. tom. XI. p. 122, ed i Viaggi di Shaw, p. 167.

[73.] Pollione nella Stor. Aug. p. 299.

[74.] Vopisco nella Stor. Aug. p. 219. Zosimo, l. I. p. 51.

[75.] Stor. Aug. p. 219.

[76.] Vedi Vopisco nella Stor. Aug. p. 220, 242. Viene osservato, come esempio di lusso, ch'egli avea le finestre di vetro. Era famoso per la forza e per l'appetito, pel coraggio e per la destrezza. Dalla lettera di Aureliano si può giustamente inferire, che Fermo fu l'ultimo dei ribelli, e conseguentemente che Tetrico era già sottomesso.

[77.] Vedi il trionfo di Aureliano descritto da Vopisco. Egli riferisce le particolarità colla sua solita esattezza, ed in questa occasione sono fortunatamente interessanti. Stor. Aug. p. 220.

[78.] Fra le barbare nazioni, le donne hanno spesso combattuto ai fianchi dei loro mariti. Ma è quasi impossibile, che una società di Amazzoni sia mai esistita o nel vecchio o nel nuovo mondo.

[79.] L'uno delle braccae o calzoni era tuttavia considerato in Italia come una gallica e barbara moda. I Romani per altro vi si erano molto avvicinati. Il cingersi le gambe e cosce con fasce o strisce, si prendeva ai tempi di Pompeo e di Orazio, come una prova di malattia, o di effemminatezza. Nel secolo di Traiano l'uso di queste era limitato alle persone ricche e di lusso. Fu a poco a poco adottato dai più vili del popolo. Vedi una curiosa nota del Casaubono, ad Sveton. in August. c. 82.

[80.] Erano i primi, assai probabilmente; i secondi nelle medaglie di Aureliano non indicano (come giudica il dotto Cardinal Noris) che una vittoria orientale.

[81.] L'espressione di Calfurnio (Eglog. l. 50.) «Nullos ducet captiva triumphos» come applicata a Roma, contiene una manifestissima allusione e censura.

[82.] Vopisco nella Stor. Aug. p. 199. Hieronym. in Chron. Prosper. in Chron. Baronio suppone che Zenobio, vescovo di Firenze ai tempi di S. Ambrogio, fosse della famiglia di lei.

[83.] Vopisco nella Stor. Aug. p. 222. Eutropio, IX. 13. Vittore Juniore. Ma Pollione nella Stor. Aug. p. 196 dice che Tetrico fu fatto Censore di tutta l'Italia.

[84.] Stor. Aug. p. 197.

[85.] Vopisco nella Stor. Aug. 222. Zosimo l. I. p. 156. Egli vi collocò le immagini di Belo e del Sole, che portate avea da Palmira. Fu questo dedicato nel quarto anno del suo regno (Euseb. in Chron.), ma fu sicurissimamente cominciato dopo il suo avvenimento al trono.

[86.] Vedi nella Stor. Aug, p. 210. i presagi della fortuna di lui. La sua devozione al Sole apparisce nelle sue lettere, nelle sue medaglie, ed è riferita nei Cesari di Giuliano. Vedi Comment. di Spanemio, p. 109.

[87.] Vopisco nella Stor. Aug. p. 221.

[88.] Stor. Aug. p. 222. Aureliano nomina quei soldati, Hiberi, Riparienses, Castriari, et Dacisci.

[89.] Zosimo, l. I. p. 56. Eutropio IX. 14. Aurel. Vittore.

[90.] Stor. Aug. p. 223. Aurel. Vittore.

[91.] Infierì già prima del ritorno di Aureliano dall'Egitto. Vedi Vopisco, che cita una lettera originale. Stor. Aug. p. 244.

[92.] Vopisco nella Stor. Aug. p. 222. I due Vittori. Eutropio 9, 14. Zosimo (l. I. p. 43) fa menzione di soli tre Senatori, e pone la lor morte avanti la guerra d'Oriente.

[93.]

«Nulla catenati feralis pompa Senatus

Carnificum lassabit opus: nec carcere pleno

Infelix ruros numerabit curia Patres.»

Calfurn, Eclog. I. 60.

[94.] Secondo Vittore Juniore egli portò qualche volta il Diadema. Si legge sulle di lui medaglie Deus e Dominus.

[95.] Era questa osservazione di Diocleziano. Vedi Vopisco nella Stor. Aug. p. 224.

[96.] Vopisco nella Stor. Aug. p. 221. Zosimo l. I, p. 57. Eutrop. IX. 15. I due Vittori.

[97.] Vopisco Stor. Aug. p. 222. Aurelio Vittore fa menzione, di una formal deputazione fatta dalla truppe al Senato.

[98.] Vopisco, nostra principale autorità, scriveva in Roma solamente sedici anni dopo la morte di Aureliano; ed oltre alla recente notizia dei fatti, trae costantemente i suoi materiali dai giornali del Senato, e dagli scritti originali della libreria Ulpiana. Zosimo e Zonara compariscono così ignoranti di questo trattato, come lo erano generalmente della costituzione Romana.

[99.] Livio l. 17. Dionisio Alicarnas. l. II. p. 115. Plutarco in Numa, p. 60. Il primo di questi Scrittori riferisce la storia come un oratore, il secondo come un legista ed il terzo come un moralista, e niuno probabilmente senza qualche mescuglio di favola.

[100.] Vopisco (nella Stor. Aug. p. 227) lo chiama primae sententiae consularis, e subito dopo, Princeps Senatus. È naturale il supporre, che i Monarchi di Roma sdegnando quell'umil titolo, lo cedessero al più antico fra i Senatori.

[101.] L'unica obbiezione a questa genealogia è che lo Storico si nominava Cornelio, l'Imperatore Claudio. Ma sotto il basso Impero, i soprannomi erano estremamente vari ed incerti.

[102.] Zonara, l. XII, p. 637. La Cronica Alessandrina, per un facile errore, trasferisce quell'età ad Aureliano.

[103.] Nell'anno 273 egli fu Console ordinario, ma debbe essere stato suffetto molti anni avanti, e probabilmente sotto Valeriano.

[104.] Bis millies octingenties. Vopisco nella Stor. Aug. p. 229. Questa somma, secondo l'antica misura, equivaleva ad ottocento quarantamila libbre Romane di argento, ciascuna della valuta di sei zecchini. Ma nel secolo di Tacito il conio avea perduto molto nel peso e nella purità.

[105.] Dopo il suo avvenimento, ordinò che si facessero annualmente dieci copie dello Storico, e si collocassero nelle pubbliche librerie. Le librerie Romane sono da gran tempo perite, e la più stimabil parte di Tacito fu conservata in un solo MS. e scoperta in un Monastero della Vestfalia. Vedi Bayle, Dizionario. Art. Tacito, e Lipsio ad Annal. II. 9.

[106.] Vopisco nella Stor. Aug. p. 227.

[107.] Stor. Aug. p. 228. Tacito indirizzandosi ai Pretoriani, li nominava sanctissimi milites, ed il popolo, sacratissimi Quirites.

[108.] Nelle sue manumissioni non eccedè mai il numero di cento, come limitato dalla legge Caninia promulgata sotto Augusto, e finalmente abolita da Giustiniano. Vedi Casaubono ad locum Vopisci.

[109.] Vedi le vita di Tacito, di Floriano, e di Probo nella Stor. Aug. Possiamo assicurarci che tutto ciò che diede il Soldato, lo avea già dato il Senatore.

[110.] Vopisco nella Stor. Aug. p. 236: il passo è chiarissimo, ma Casaubono e Salmasio vorrebbero correggerlo.

[111.] Vopisco nella Stor. Aug. p. 230, 232, 233. I Senatori celebrarono quel felice ristabilimento con ecatombi e con pubbliche allegrezze.

[112.] Stor. Aug. p. 228.

[113.] Vopisco nella Stor. Aug. p. 230. Zosimo l. I. p. 57. Zonara, l. XII. p. 637. Due passi della vita di Probo (p. 236 238.) mi persuadono che questi Sciti, invasori del Ponto, fossero Alani. Se dar possiam fede a Zosimo (l. I. 58.) Floriano li perseguitò fino al Bosforo Cimmerio. Ma egli ebbe appena tempo per una spedizione tanto lunga e difficile.

[114.] Eutropio ed Aurelio Vittore dicon solamente ch'egli morì. Vittore Giuniore aggiunge, ch'egli morì di febbre. Zosimo e Zonara affermano, ch'egli fu ucciso dai soldati. Vopisco riferisce le due relazioni, e sembra incerto. Sono per altro facilmente conciliabili queste diverse opinioni.

[115.] Secondo i due Vittori egli regnò precisamente dugento giorni.

[116.] Stor. Aug. 231. Zosimo, l. I. p. 58, 59. Zonara, l. XII. p. 637. Aurelio Vittore dice che Probo assunse l'Impero nell'Illirico; opinione la quale (benchè adottata da un uomo dottissimo) getterebbe una insuperabile confusione in quel periodo di storia.

[117.] Stor. Aug. p. 229.

[118.] Egli dovea inviare dei Giudici ai Parti, ai Persiani, ed ai Sarmati, un Presidente alla Taprobana, ed un Proconsole nell'Isola Romana, supposta dal Casaubono e da Salmasio essere la Britannia. Una storia quale è la mia (dice Vopisco con giusta modestia) non sussisterà mille anni per potere esporre o giustificare la predizione.

[119.] Per la vita privata di Probo, vedi Vopisco nella Stor. Aug. p. 234, 237.

[120.] Secondo la Cronaca Alessandrina egli era nell'età di cinquant'anni quando morì.

[121.] La lettera era indirizzata al Prefetto del Pretorio, il quale (supposta la di lui buona condotta) egli promise di mantenere nell'importante sua carica. Vedi Stor. Aug. p. 237.

[122.] Vopisco nella Stor. Aug. p. 237. La data della lettera è certamente erronea. In vece di Non. Februar. si può leggere Non. Augusti.

[123.] Stor. Aug. p. 238. È cosa strana che il Senato trattasse Probo men favorevolmente di Marco Antonino. Avea quel Principe ricevuto, anche prima della morte di Pio, il Jus quintae relationis. Vedi Capitolin. nella Stor. Aug. p. 24.

[124.] Vedi la rispettosa lettera di Probo al Senato dopo le sue vittorie Germaniche Stor. Aug. p. 239.

[125.] La data e la durata del Regno di Probo sono esattamente fissate dal Cardinal Noris nella sua dotta opera, De Epochis Siro-Macedonum, p. 96, 105. Un passo di Eusebio congiunge il secondo anno di Probo con le Ere di diverse città della Siria.

[126.] Vopisco nella Stor. Aug. p. 239.

[127.] Zosimo (l. I, p. 62-65) racconta una lunghissima e frivolissima istoria di Licio, masnadiere Isaurico.

[128.] Zosimo l. I, p. 65. Vopisco nella Stor. Aug. p. 239, 240. Ma sembra incredibile, che la disfatta dei selvaggi della Etiopia potesse interessare il Monarca Persiano.

[129.] Oltre a questi capi ben cogniti, fa Vopisco menzione di vari altri, le azioni dei quali non sono venute a nostra notizia.

[130.] Vedi i Cesari di Giuliano e la Stor. Aug. p. 238, 240, 241.

[131.] Zosimo, l. I. p. 62. Stor. Aug. p. 240. Ma l'ultima suppone che fosse dato ad essi il castigo col consenso dei loro Re: se ciò è vero, fu parziale come l'offesa.

[132.] Vedi Cluver. Germania antica l. III. Tolomeo pone nel loro paese la città di Calisia, che è forse Calish nella Slesia.

[133.] Feralis umbra, tale è l'espressione di Tacito: è veramente molto ardita.

[134.] Tacit. Germania (c. 43.).

[135.] Vopisco nella Stor. Aug. p. 238.

[136.] Stor. Aug. p. 238, 239. Vopisco cita una lettera dell'Imperatore al Senato, nella quale egli fa menzione del suo disegno di ridurre la Germania in Provincia.

[137.] Strabone l. VII. Secondo Velleio Patercolo (II. 108.) Maroboduo condusse i suoi Marcomanni nella Boemia. Cluverio (German. antic. III. 8.) prova che vennero dalla Svevia.

[138.] Questi Regolatori del pagamento delle Decime furono detti Decumates; Tacit. Germania, c. 29.

[139.] Vedi le note dell'Abate de la Bleterie alla Germania di Tacito, p. 183. La sua descrizione della muraglia è presa principalmente (come dic'egli stesso) dall'Alsazia illustrata di Schoeflin.

[140.] Vedi ricerche sopra i Chinesi e gli Egiziani, tom. II, p. 81, 202. L'anonimo Autore è bene istruito del globo in generale e della Germania in particolare: riguardo alla seconda, egli cita un'Opera del sig. Hanselman; ma pare ch'egli confonda la muraglia di Probo, destinata contro gli Alemanni, con la fortificazione dei Mattiaci, costruita nelle vicinanze di Francfort contro i Catti.

[141.] Egli distribuì quasi cinquanta o sessanta Barbari in circa per numero; come allor si chiamava un corpo, che non sappiamo precisamente da quanti individui fosse composto.

[142.] Cambden, in Britannia, introduzione, p. 136; ma egli parla sopra un'incertissima congettura.

[143.] Zosimo, l. 1, p. 62. Secondo Vopisco, un altro corpo di Vandali fu meno fedele.

[144.] Stor. Aug. p. 240. Furono probabilmente discacciati dai Goti. Zosimo l. I. p. 66.

[145.] Stor. Aug. p. 240.

[146.] Panegir. antic. V. 18. Zosimo, l. I. p. 66.

[147.] Vopisco nella Stor. Aug. p. 245, 246. L'infelice Oratore avea studiata la retorica a Cartagine, e perciò era probabilmente Mauro (Zosimo l. I, p. 60) anzichè Gallo, come lo dice Vopisco.

[148.] Zonara, l. XII. p. 638.

[149.] Si racconta un esempio assai sorprendente della prodezza di Proculo. Egli avea preso cento vergini Sarmate. Il resto della storia egli stesso lo riferisca nella sua propria lingua; «Ex his una nocte decem inivi: omnes tamen, quod in me erat, mulieres intra dies quindecim reddidi». Vopisco nella Stor. Aug. p. 247.

[150.] Proculo, ch'era nativo di Albenga nella riviera di Genova, armò duemila dei suoi schiavi. Grandi erano la sue ricchezze, ma acquistate per mezzo di ladronecci. Fu poi un detto della sua famiglia, nec latrones esse, nec principes sibi placere. Vopisco Stor. Aug. p. 247.

[151.] Stor. Aug. p. 240.

[152.] Zosimo l. I. p. 66.

[153.] Stor. Aug. p. 236.

[154.] Aurelio Vittore in Probo; ma la politica di Annibale, non ricordata da alcun altro più antico Scrittore, è inconciliabile con la storia della sua vita. Egli lasciò l'Affrica in età di nove anni, vi ritornò di quarantacinque ed immediatamente perdè la sua armata nella decisiva battaglia di Zama: Livio, XXX. 37.

[155.] Stor. Aug. p. 240. Eutrop. IX, 17. Aurelio Vittore in Probo. Vittore Juniore. Egli rivocò la proibizione di Domiziano, ed accordò ai Galli, ai Brettoni, ed ai Pannonj la general permissione di piantar viti.

[156.] Giuliano fa una severa, e veramente eccessiva censura del rigore di Probo, il quale, come egli pensa, meritò quasi il suo destino.

[157.] Vopisco nella Stor. Aug. p. 24. Egli profonde su questa vana speranza un lungo squarcio d'insulsa eloquenza.

[158.] Turris ferrata. Sembra che fosse una torre mobile e fasciata di ferro.

[159.] «Probus et vere Probus situs est: victor omnium gentium barbararum: Victor etiam Tyrannorum».

[160.] Tutto questo per altro può conciliarsi. Egli era nato a Narbona nell'Illirico, confusa da Eutropio colla più famosa città di quel nome nelle Gallie. Suo Padre potea essere un Affricano, e sua madre una Dama Romana. Caro fu educato egli stesso nella Capitale. Vedi Scaligero, animadv. ad Euseb. Chron. p. 241.

[161.] Probo aveva richiesto al Senato una statua equestre, ed un palazzo di marmo a pubbliche spese, come ricompense dovute al merito singolare di Caro. Vopisco nella Stor. Aug. p. 249.

[162.] Vopisco nella Stor. Aug. p. 242,249. Giuliano esclude l'Imperator Caro, ed ambi i figliuoli di lui dal convito dei Cesari.

[163.] Giovanni Malela, tom. I. p. 401. Ma l'autorità di quel Greco ignorante è molto leggiera. Egli ridicolosamente fa venire da Caro la città di Carre, la Provincia di Caria, l'ultima delle quali è menzionata da Omero.

[164.] Stor. Aug. p. 249. Caro si congratulò coi Senatori perchè uno del loro Ordine era stato fatto Imperatore.

[165.] Stor. Aug. p. 242.

[166.] Vedi la prima egloga di Calfurnio. Fontenelle ne preferisce il disegno a quello del Pollione di Virgilio. Vedi tom. III. pag. 148.

[167.] Stor. Aug. p. 353. Eutropio, IX. 18. Pagi annal.

[168.] Agatia l. IV. p. 135. Si trova una delle sue sentenze nella Bibliot. Orient. del Sig. d'Herbelot. «La definizione dell'umanità contiene tutte le virtù».

[169.] Sinesio attribuisce questo fatto a Carino, ed è molto più naturale di riferirlo a Caro, che a Probo, come vorrebbero il Petavio ed il Tillemont.

[170.] Vopisco nella Stor. Aug. p. 250. Eutropio IX. 18. I due Vittori.

[171.] Alla vittoria Persiana di Caro io riferisco il dialogo del Filopatride, ch'è stato per tanto tempo un soggetto di disputa tra i letterati. Ma sarebbe necessaria una dissertazione per ischiarire e giustificare la mia opinione.

[172.] Stor. Aug. p. 250. Ma Eutropio, Festo, Rufo, i duo Vittori, Girolamo, Sidonio Apollinare, Sincello e Zonara, tutti attribuiscono ad un fulmine la morte di Caro.

[173.] Vedi Nemesian. Cynegeticon. V. I. ec.

[174.] Vedi Festo ed i suoi comentatori sulla parola Scribonianum. I Luoghi percossi dal fulmine venivan circondati con un muro; le cose eran bruciate con misteriose cerimonie.

[175.] Vopisco nella Stor. Aug. p. 250. Aurelio Vittore sembra che presti fede alla predizione, ed approvi la ritirata.

[176.] Nemesian. Cynegiticon, V. 69. Egli era contemporaneo, ma poeta.

[177.] Cancellarius. Questa parola, così umile nella sua origine, è per una singolar fortuna divenuta il titolo della prima gran carica di Stato nelle monarchie dell'Europa. Vedi Casaubono e Salmasio, ad Histor. August. p. 253.

[178.] Vopisco nella Stor. Aug. p. 253, 254. Eutropio, IX. 19. Vittore Juniore. Il regno di Diocleziano, per vero dire, fu così lungo e prospero, che dovè esser molto favorevole alla reputazione di Carino.

[179.] Vopisco nella Stor. Aug. p. 254. Egli lo nomina Caro, ma il senso è naturale abbastanza, e le parole furono spesso confuse.

[180.] Vedi Calfurnio egloga VII. 43. È da osservarsi che gli spettacoli di Probo erano tuttavia recenti, e che il poeta vien secondato dallo Storico.

[181.] Il filosofo Montaigne (Saggi. L. III. 6.) fa un molto giusto e vivace quadro della magnificenza romana in questi spettacoli.

[182.] Vopisco nella Stor. Aug. p. 240.

[183.] Vengono nominati Onagri: ma il numero n'è troppo piccolo per semplici asini selvaggi. Cuper (de Elephant. exercitat. II. 7) ha provocato con le autorità di Oppiano, di Dione e di un Anonimo Greco, che si erano in Roma viste le zebre. Vi furono portate da qualche isola dell'Oceano, forse dal Madagascar.

[184.] Carino presentò un ippopotamo (Vedi Calf. Eglog. VII. 66.) Negli ultimi spettacoli io non ritrovo coccodrilli, dei quali una volta Augusto ne fece vedere trentasei. Dione Cassio, l. LV. p. 781.

[185.] Capitolin. nella Stor. Aug. p. 164, 165. Noi non conosciamo gli animali, ch'egli nomina archeleontes: alcuni leggono argoleontes, altri agrioleontes; ambedue queste correzioni sono molto puerili.

[186.] Plinio Stor. Nat. VIII. 6. Dagli annali di Pisone.

[187.] Vedi Maffei Verona illustr. P. IV. l. I. c. 2.

[188.] Maffei l. II. c. 7. L'altezza fu molto più esagerata dagli antichi. S'innalzava quasi al Cielo, secondo Calfurnio (Eglog. VII. 23), ed oltrepassava il termine della vista umana secondo Ammiano Marcellino (XVI. 10.) Contuttociò quanto era piccola cosa riguardo alla gran Piramide dell'Egitto, che ha cinquecento piedi di perpendicolo!

[189.] Secondo diverse copie di Vitruvio, si legge 77000, o 87000 spettatori; ma il Maffei (l. II. c. 12) su i sedili scoperti non trova luogo che per 34000. Il rimanente entrava nelle superiori gallerie coperte.

[190.] Vedi Maffei l. II. c. 5-11. Egli tratta questo difficilissimo soggetto con tutta la possibil chiarezza, e come architetto non meno che come antiquario.

[191.] Calfurnio Egloga VII. 64, 73. Curiosi sono questi versi; e tutta l'Egloga è stata di un uso infinito al Maffei. Calfurnio non men che Marziale, (vedi il suo I. libro) era poeta, ma quando essi ritrassero l'anfiteatro, scrissero ambidue secondo i propri lor sentimenti, e quei dei Romani.

[192.] Vedi Plin. Stor. nat. XXXIII. 16. XXXVII. 11.

[193.]

Balteus en gemmis, en inclita porticus auro

Certatim radiant ec.

Calfurn. VII.

[194.] Et Martis vultus et Apollinis esse putavi, dice Calfurnio; ma Giovanni Malela, che avea forse veduto qualche ritratto di Carino, lo rappresenta come grosso, piccolo e bianco, tomo I. p. 403.

[195.] Riguardo al tempo in cui questi giuochi romani furono celebrati, Scaligero, Salmasio e Cuper si sono dati gran pena per oscurare un soggetto chiarissimo.

[196.] Nemesiano, nei Cinegetici, sembra che anticipi colla sua immaginazione quel fausto giorno.

[197.] Vinse tutte le corone a Nemesiano, col quale contendeva nella poesia didattica. Il Senato eresse una statua al figliuolo di Caro, con una iscrizione molto ambigua. «Al più potente degli Oratori». Vedi Vopisco nella Stor. Aug. p. 251.

[198.] Cagione almeno più naturale di quella che assegna Vopisco (Stor. Aug. p. 251.) cioè il continuo piangere per la morte di suo padre.

[199.] Nella guerra Persiana, Apro fu sospettato di aver disegno di tradir Caro. Stor. Aug. p. 250.

[200.] Noi dobbiamo alla Cronica Alessandrina (p. 274) la notizia del tempo e del luogo, dove Diocleziano fu eletto Imperatore.

[201.] Stor. Aug. p. 251. Eutrop. IX. 18. Hieronym. in Chron. Secondo questi giudiziosi Scrittori, la morte di Numeriano si scoprì pel fetore del suo cadavere. Non si potevano forse trovare aromati nella Tenda Imperiale?

[202.] Aurelio Vittore. Eutropio, IX. 20. Hieronym. in Chron.

[203.] Vopisco nella Stor. Aug. p. 252. La ragione, por cui Diocleziano uccise Apro (cinghiale) era fondata sopra una predizione e sopra un giuoco di parole egualmente ridicoli che conosciuti.

[204.] Eutropio ne segna il sito molto accuratamente; questo fu tra il Monte Aureo ed il Viminiaco. Il Sig. Danville (Geograf. antica tom. I. p. 304) pone Margo a Kastolatz nella Servia, un poco sotto Belgrado e Semendria.

[205.] Stor. Aug. p. 254. Eutrop. IX. 20. Aurelio Vittore. Vittore in Epitom.

[206.] Eutropio IX. 19. Vittore in Epitom. Sembra che la città fosse propriamente detta Daclia da una piccola tribù d'Illirici. (Vedi Cellario, Geograf. antic. tom. I. p. 393). Probabilmente il primo nome del felice schiavo fu Docles, che allungò dopo per servire alla greca armonia in quel di Diocles, e che finalmente convertì in quello di Diocletianus, come più proprio della maestà Romana. Prese parimente il nome patrizio di Valerio, che gli viene ordinariamente dato da Aurelio Vittore.

[207.] Vedi Dacier sulla sesta satira del secondo libro di Orazio, Cornel. Nip. nella vita di Eumene. c. I.

[208.] Lattanzio (o chiunque fu l'autore del piccol trattato de mortibus persecutorum) accusa in due luoghi Diocleziano di timidità c. 7, 8. Nel cap. 9, dice di lui «erat in omni tumultu meticulosus et animi disiectus».

[209.] In questo elogio sembra che Aurelio Vittore insinui una giusta, benchè indiretta censura, della crudeltà di Costanzo. Apparisce dai fasti, che Aristobolo rimase Prefetto della città, e che terminò con Diocleziano il Consolato ch'egli avea cominciato con Carino.

[210.] Aurel. Vittore nomina Diocleziano «Parentem potius quam Dominum». Vedi Stor. Aug. p. 30.

[211.] La questione del tempo, in cui Massimiano ricevesse la dignità di Cesare e di Augusto, avea divisi i critici moderni, e data occasione ad un gran numero di dotte dispute. Io ho seguitato il Tillemont, (Stor. degl'Imperat. t. IV. p. 500-505) che ha bilanciato le diverse difficoltà e ragioni colla solita sua scrupolosa esattezza.

[212.] In una orazione recitata dinanzi a lui (Panegir. vet. II. 8.) Mamertino dubita se il suo Eroe, imitando la condotta di Annibale e di Scipione, ne avesse mai udito i nomi. Possiamo quindi benissimo inferire, che Massimiano ambiva più di essere stimato come soldato che come uomo di lettere: ed in tal guisa si può spesso saper la verità dal linguaggio medesimo dell'adulazione.

[213.] Lattanzio de M. P. c. 8 Aurel. Vittore. Siccome tra i Panegirici si trovano orazioni recitate in lode di Massimiano, ed altre che adulano i di lui avversarj a sue spese, si ricava qualche verità da questo contrasto.

[214.] Vedi i Panegir. 2 e 3, e particolarmente III. 3, 10, 14, ma sarebbe cosa tediosa il copiare le prolisse ed affettate espressioni della falsa loro eloquenza. Riguardo ai titoli si consulti Aurel. Vittore, Lattanzio de M. P. c. 52. Spanhemio de usu Numism. etc. Dissert. XII. 8.

[215.] Aurel. Vittore, in Epitom. Eutrop. IX. 22. Lattanzio de M. P. c. 8. Hieronym. in Chron.

[216.] Il Tillemont non ha potuto rinvenire che tra i Greci moderni il soprannome di Chlore. Verun notabile grado di pallidezza non sembra potersi combinare col rubor menzionato nel Panegir. V. 19.

[217.] Giuliano, nipote di Costanzo, vanta la discendenza della sua famiglia dai bellicosi Mesj (Misopogon, p. 348.) I Dardani abitavano all'estremità della Mesia.

[218.] Galerio sposò Valeria, figlia di Diocleziano. Se si parla con precisione, Teodora, moglie di Costanzo, era soltanto figlia della moglie di Massimiano. Spanhem. Dissertat. XI. 2.

[219.] Questa divisione combina con quella delle quattro Prefetture: vi è però qualche ragione di dubitare che fosse la Spagna Provincia di Massimiano. Vedi Tillemont, tom. IV. p. 517.

[220.] Giuliano in Caesarib. p. 315 note di Spanhem. alla traduzione Francese, p. 122.

[221.] Il nome generico di Bagaudae (nel significato di ribelli) continuò fino al quinto secolo nella Gallia. Alcuni critici lo fanno venire dalla parola Celtica Bagad, assemblea tumultuosa. Scaliger. ad Euseb. Du Cange Glossar.

[222.] Cronica di Froissart vol. I. p. 182. II. 73-79. La semplicità di questa Storia non è stata imitata dai nostri moderni scrittori.

[223.] Caesar. De Bell. Gallic. VI. 13. Orgetorige, di nazione Svizzero, potè armare in sua difesa un corpo di diecimila schiavi.

[224.] L'oppressione e miseria loro vien confermata da Eumenio, (Panegir. VI. 8.) Gallias efferatas iniuriis.

[225.] Panegyr. Vet. II. 4. Aurel. Vitt.

[226.] Eliano ed Amando. Noi abbiamo delle medaglie da loro coniate. Goltzio in Thes. R. A. p. 117-121.

[227.] Levibus proeliis domuit, Eutrop. IX. 20.

[228.] Questo fatto per vero dire si fonda sopra un'autorità ben leggiera, ch'è la vita di S. Babolino scritta probabilmente nel VII secolo. Vedi Duchesne Scriptores rerum Francicar. tom. I. p. 662.

[229.] Aurelio Vittore li nomina Germani, Eutropio (IX. 21) li nomina Sassoni. Ma Eutropio viveva nel secolo seguente, e sembra far uso del linguaggio del suo tempo.

[230.] Le tre espressioni di Eutropio, di Aurelio Vittore, e di Eumenio vilissime natus, Bataviae alumnus, et Menapiae civis ci danno una incerta notizia della nascita di Carausio. Il Dott. Stukely però (Stor. di Carausio, p. 62) lo fa nativo di S. David, e Principe del sangue Reale della Britannia. Egli ne trovò la prima idea in Riccardo di Cirencester, pag. 44.

[231.] Panegyr. V. 12. Era in quel tempo la Britannia sicura e poco difesa.

[232.] Panegyr, Vet. V. 11. VII. 9. L'oratore Eumenio desiderava esaltar la gloria del suo Eroe (Costanzo), vantando l'importanza di quella conquista. Nonostante la nostra lodevol parzialità per la patria, è difficile di concepire, che al principio del quarto secolo meritasse l'Inghilterra tutte queste lodi. Un secolo e mezzo avanti somministrava appena il necessario per pagar le truppe, che vi stavano di guarnigione. Vedi Appiano nel proemio.

[233.] Siccome si conserva tuttavia un gran numero di medaglie di Carausio, egli è divenuto un oggetto favorito della curiosità degli antiquarj; e sono state con sagace accuratezza investigate tutte le particolarità della sua vita e delle sue azioni. Il Dottore Stukely specialmente ha consacrato un grosso volume all'Imperatore Britannico. Io ho fatto uso dei suoi materiali, ed ho rigettate molte delle immaginarie sue congetture.

[234.] Quando Mamertino recitò il suo primo panegirico, erano terminati i preparativi navali di Massimiano, e l'oratore presagiva una sicura vittoria. Il solo suo silenzio nel secondo panegirico servirebbe a mostrarci che la spedizione non ebbe un felice successo.

[235.] Aurel. Vittore, Eutropio, e le medaglie (Pax Augg.) c'informano di questa temporanea riconciliazione: ma io non presumerò (come ha fatto il Dott. Stukely, Storia metallica di Carausio, p. 86. etc.) di riferire gli articoli medesimi del trattato.

[236.] Si trovano in Aurelio Vittore ed in Eutropio pochi squarci concernenti la conquista della Britannia.

[237.] Giovanni Malela, nella Cron. Antiochen. tom. I p. 408, 409.

[238.] Zosim. l. I. p. 3. Questo Storico parziale sembra che celebri la vigilanza di Diocleziano colla mira di far vedere la negligenza di Costantino. Sentiamo l'espressioni d'un oratore: «nam quid ego alarum et cohortium castra percenseam, toto Rheni et Istri et Euphratis limite restituta» Panegyr. vet. IV. 18.

[239.] Ruunt omnes in sanguinem suum populi, quibus non contigit esse Romanis, obstinataeque feritatis poenas nunc sponte persolvunt. Panegyr. Vet. III. 16. Mamertino illustra il fatto coll'esempio di quasi tutte le nazioni del mondo.

[240.] Egli si lamentava, benchè non con esatta verità. «Jam fluxisse annos quindecim, in quibus in Illyrico, ad ripam Danubii relegatus, cum gentibus barbaris luctaret». Lattanzio de M. P. c. 18.

[241.] Nel testo Greco di Eusebio, si legge seimila, numero che io ho preferito al sessantamila di Girolamo, di Orosio, di Eutropio, e del suo Greco traduttore Peanio.

[242.] Panegyr. vet. VII. 21.

[243.] Eravi uno stabilimento di Sarmati nelle vicinanze di Treveri, che sembra essere stato abbandonato da quei neghittosi Barbari. Auson. ne parla in Mosel.

Unde iter ingredieus nemorosa per avia solum,

Et nulla humani spectans vestigia, cultus

··············

Arvaque Sauromatum nuper metata colonis

Vi era una città dei Carpi nella Mesia inferiore.

[244.] Vedi le congratulazioni di Eumenio, scritte in istile di Retore. Panegyr. VII. 9.

[245.] Scaligero (Animadvers. ad Euseb. p. 243.) decide al suo solito, che i Quinquegenziani, o sia le cinque nazioni Affricane, erano le cinque grandi città, la Pentapoli della pacifica Provincia di Cirene.

[246.] Dopo la sua disfatta, Giuliano si trapassò il petto con una spada, e si lanciò immediatamente nelle fiamme, Vittor. in Epitom.

[247.] «Tu ferocissimos Mauritaniae populos, inaccessis montium jugis et naturali munitione fidentes, expugnasti, recepisti, transtulisti.» Panegyr. Vet. VI. 8.

[248.] Vedi la descrizione di Alessandria in Hirtius de Bello Alexandria. c. 5.

[249.] Eutrop. IX. 24. Orosio, VII. 25. Giovanni Malela nella Cron. Antioch. p. 409, 410. Eumenio, però ci assicura, che fu l'Egitto pacificato dalla clemenza di Diocleziano.

[250.] Eusebio (in Chron.) fissa la loro distruzione alcuni anni avanti, ed in un tempo in cui l'Egitto istesso erasi ribellato dai Romani.

[251.] Strabone, l. XVII. p. 1. 172. Pomponio Mela l. I. c. 4: sono curiose le parole: «Intra si credere libet, vix homines magisque semiferi; Ægipanes, et Blemmyes et Satyri.»

[252.] «Ausus sese inserere fortunae et provocare arma Romana.»

[253.] Ved. Procopio De Bell. Persic. l. I. c. 19.

[254.] Egli fissò il pubblico mantenimento di grano pel popolo di Alessandria a due milioni di medimni, quattrocentomila sacca in circa, Chron. Paschal. p. 176. Procop. Hist. Arcan. c. 26.

[255.] Giovanni di Antiochia in Excerpt. Valerian. p. 834. Suida in Diocleziano.

[256.] Vedi una breve storia e confutazione dell'alchimia nelle opere di un filosofo compilatore, la Mothe le Vayer, tom. 1, p. 327-353.

[257.] Vedi l'educazione e la forza di Tiridate nella storia Armena di Mosè di Corene, l. II. c. 76. Egli potea prendere due tori selvaggi per le corna e romperle colle sue mani.

[258.] Se prestiamo fede al più giovine Vittore, il quale suppone che nell'anno 323 Licinio avesse solamente sessant'anni, egli appena potrebbe esser la stessa persona del protettor di Tiridate; ma noi sappiamo da molto miglior autorità (Eusebio Stor. Ecclesiast. l. X. cap. 8.) che Licinio era allora nell'ultimo periodo della vecchiezza: sedici anni avanti, vien rappresentato con capelli canuti, e come contemporaneo di Galerio. Vedi Lattanz. c. 31. Licinio era nato probabilmente verso l'anno 250.

[259.] Vedi i libri 62 e 63 di Dione Cassio.

[260.] Mosè di Corene, Stor. Armen. l. II. c. 74. Le statue erano state erette da Valarsace, che regnava nell'Armenia circa 130 anni avanti Cristo, e fu il primo Re della famiglia di Arsace (Vedi Mosè, Stor. Armen. l. II. 2, 3). La deificazione degli Arsaci vien menzionata da Giustino (XLI. 5.) e da Ammiano Marcellino. (XXIII. 6.)

[261.] La nobiltà Armena era numerosa e potente. Mosè fa menzione di molte famiglie, le quali erano illustri sotto il regno di Valarsace (l. II. 7.) e le quali sussistevano ancora al suo tempo verso la metà del quinto secolo. Vedi la Prefaz. dei suoi editori.

[262.] Si chiamava Chosroi-duchta, e non avea l'or patulum come le altre donne. (Stor. Armen. l. II. c. 79.) Io non intendo tal frase.

[263.] Nella Storia Armena (l. II. 78) come ancora nella Geografia, (p. 367) la China trovasi nominata Zenia, o Zenastan. Vien distinta dalla seta, dalla opulenza degli abitanti, e dal loro amore per la pace sopra tutte le altre nazioni del mondo.

[264.] Vou-ti, il primo Imperatore della settima Dinastia, che allora regnava nella China, ebbe dei trattati politici colla Fergana, provincia della Sogdiana, e si dice che ricevesse un'ambasceria Romana. (Stor. degli Unni, tom. I. pag. 38.) In quei secoli i Chinesi teneano una guarnigione in Kashgar, ed uno dei lor Generali, verso i tempi di Traiano, si avanzò fino al mar Caspio. Riguardo al commercio tra la China ed i paesi occidentali, si può consultare una interessante memoria del sig. de Guignes nell'Accademia delle Iscriz. tom. XXXII. pag. 355.

[265.] Vedi Stor. Armen. l. II. c. 81.

[266.] Ipsos Persas ipsumque Regem, ascitis Saccis et Ruffis et Gellis, petit frater Ormies. Panegyr. Vet. III. I Saci erano una nazione di Sciti erranti, accampati verso la sorgente dell'Oxo e del Jaxarte. I Gelli erano gli abitatori del Ghilan lungo il mar Caspio, che sotto nome di Dilemiti, infestarono per tanto tempo la Monarchia Persiana. Vedi D'Herbelot, Bibliot. Orient.

[267.] Mosè di Corene tralascia affatto questa seconda rivoluzione che io sono stato costretto a ricavare da un passo di Ammiano Marcellino (l. XXIII. 5). Lattanzio parla dell'ambizione di Narsete «Concitatus domesticis exemplis avi sui Saporis ad occupandum Orientem magnis copiis inhiabat». De Mort. Persecut. c. 9.

[268.] Possiamo fermamente credere, che Lattanzio ascrive a codardia la condotta di Diocleziano. Giuliano nella sua orazione dice, che egli rimase con tutte le forze dell'Impero; frase molto iperbolica.

[269.] I nostri cinque compendiatori, Eutropio, Festo, i due Vittori, ed Orosio, tutti riferiscono l'ultima e gran battaglia; ma Orosio è il solo che parla delle due prime.

[270.] La natura del paese è benissimo descritta da Plutarco nella vita di Crasso, e da Senofonte nel primo libro dell'Anabasi.

[271.] Vedi la Dissertazione di Foster nel secondo volume della traduzione dell'Anabasi di Spelman, che ardisco raccomandare come una delle migliori traduzioni che abbiamo.

[272.] Stor. Armen. l. II. c. 76. Io ho trasferito questa impresa di Tiridate da una disfatta immaginaria a quella reale di Galerio.

[273.] Ammian. Marcell. l. XIV. Il miglio, nelle mani di Eutropio (IX. 24.) di Festo (c. 2.) e di Orosio (VIII. 25.) facilmente si estendeva a diverse miglia.

[274.] Aurel. Vittore. Giornandes de rebus Geticis c. 21.

[275.] Aurelio Vittore dice «Per Armeniam in hostes contendit, quae ferme sola, seu facilior vincendi via est». Egli seguitò la condotta di Traiano, e l'idea di Giulio Cesare.

[276.] Senofonte, Anabasi, l. III. Per questa ragione la cavalleria Persiana si accampava a sessanta stadi dal nemico.

[277.] Il fatto vien riferito da Ammiano, l. XXII. Invece di Saccum, alcuni leggono Scutum.

[278.] I Persiani riconoscevano la superiorità dei Romani nel morale e nella milizia. Eutrop. IX. 24. Ma questo rispetto e gratitudine per i nemici raramente si trovava nelle proprie loro relazioni.

[279.] Il ragguaglio del trattato è preso dai frammenti di Patrizio nell'Excerpta Legationum pubblicato nella collezione Bizantina. Patrizio vivea sotto Giustiniano; ma è evidente dalla natura dei suoi materiali, ch'ei gli avea ricavati da Scrittori più autentici e rispettabili.

[280.] «Adeo Victor» (dice Aurelio) «ut ni Valerius, cujas nudi omnia gerebantur, abnuisset, Romani fasces in provinciam novam ferrentur. Verum pars terrarum tamen nobis utilior quaesita».

[281.] Egli era stato Governatore di Sumio. (Pietro Patrizio in Excerpt. Legat. p. 30.) Pare che Mosè di Corene (Geograph. p. 360.) faccia menzione di questa Provincia che giace all'Oriente del monte Ararat.

[282.] Per un errore del geografo Tolomeo, la situazione di Singara è trasferita dall'Abora al Tigri, il che può aver cagionato l'abbaglio di Patrizio in fissar per limite l'ultimo fiume invece del primo. La linea della frontiera Romana traversava il corso del Tigri senza mai seguitarlo.

[283.] Procopio de Aedificiis. I. II. c. 6.

[284.] Si conviene da tutti di tre di quelle Province, Zadicene, Arzanene, e Carduene. Ma invece delle altre due, Patrizio (in Excerpt. Leg. p. 30.) inserisce Rehimene e Sofene. Io ho preferito Ammiano, (l. XXV. 7.) perchè si potrebbe provare che la Sofene non fu mai nelle mani dei Persiani nè avanti il Regno di Diocleziano, nè dopo quel di Gioviano. Per mancanza di carte esatte, come quelle del Sig. Danville, quasi tutti i moderni, dietro la scorta di Tillemont e di Valesio, hanno immaginato che le cinque Province erano situate di là dal Tigri relativamente alla Persia e non a Roma.

[285.] Senofon. Anabasis l. IV. I loro archi erano lunghi tre cubiti, ed i loro dardi due; essi rotolavano pietre, ciascuna delle quali era il carico solito d'un carro. Trovarono i Greci moltissimi villaggi in quel rozzo paese.

[286.] Al dir di Eutropio (VI. 9 come il testo è rappresentato dai migliori Mss.) la città di Tigranocerta era nell'Arzanene. I nomi e la situazione delle altre tre non possono con certezza indicarsi.

[287.] Si confronti Erodoto, l. I. pag. 27 con Mosè di Corene. Stor. Arm. l. II. p. 84, e la carta dell'Armenia pubblicata dai suoi Editori.

[288.] Hiberi, locorum potentes, Caspia via Sarmatam in Armenios raptim effundunt. (Tacit. Annal. VI. 34). Vedi Strabone Geograf. l. XI. p. 764.

[289.] Pietro Patrizio (in Excerpt. Legat. p. 30.) è il solo scrittore che faccia menzione dell'articolo dell'Iberia in quel trattato.

[290.] Eusebio in Chron. Pagi ad annum. Fino al ritrovamento del trattato de Mortibus Persecutorum, era incerto se il trionfo, ed i Vicennali erano stati celebrati nel tempo stesso.

[291.] Sembra che Galerio in tempo dei Vicennali rimanesse nel suo campo sul Danubio. Vedi Lattanzio de M. P. c. 38.

[292.] Eutropio (IX. 27.) ne fa menzione come di parte del trionfo, siccome le Persone erano state restituite a Narsete, non si potè far vedere che le loro Immagini.

[293.] Livio ci dà una parlata di Camillo su questo soggetto (V. 51-55.) piena di eloquenza e di affetto in opposizione al disegno di trasferire la sede del Governo da Roma alla vicina Città di Veji.

[294.] Fu a Giulio Cesare rimproverata l'intenzione di trasportare l'Impero in Ilio o in Alessandria. Vedi Svetonio nei Cesari, c. 79. Secondo l'ingegnosa congettura di Lefevre e di Dacier, la terza ode del terzo libro di Orazio fu destinata a distogliere Augusto dall'esecuzione di un simil disegno.

[295.] Vedi Aurelio Vittore, che fa parimente menzione degli edifizi da Massimiano eretti in Cartagine, probabilmente in tempo della guerra contro i Mori. Noi inseriremo alcuni versi di Ausonio de Clar. Urb. V.

«Et Mediolani mira omnia: copia rerum;

Innumerae cultaeque domus; facunda virorum

Ingenia, et mores laeti, tum duplice muro

Amplificata loci species; populique voluptas

Circus, et inclusi moles cuneata Theatri,

Templa, Palatinaque arces, opulensque Moneta,

Et regio Herculei Celebris sub honore lavacri.

Cunctaque marmoreis ornata Perystyla signis;

Maeniaque in valli formam circumdata labro,

Omnia, quae magnis operum velut aemula formis

Excellunt: nec juncta premit vicinia Romae.»

[296.] Lattanzio de M. P. c. 7. Libanio, Orazion. VIII. p. 203.

[297.] Lattanzio de M. P. c. 17. In una simile congiuntura Ammiano riferisce la dicacità della plebe, come non molto gradevole ad un orecchio Imperiale. Ved. I. XVI. p. 10.

[298.] Lattanzio accusa Massimiano di aver distrutto fictis criminationibus lumina Senatus (de M. P. c. 8.) Aurelio Vittore parla molto dubbiosamente della fede di Diocleziano verso i suoi amici.

[299.] «Truncatae vires urbis, imminuto Praetoriarum cohortium atque in armis vulgi numero». Aurel. Vittore. Lattanzio attribuisce a Galerio la continuazione del medesimo disegno. (c. 26.)

[300.] Questi erano corpi veterani acquartierati nell'Illirico; e secondo l'antico stabilimento, ciascuno era di seimila uomini. Essi aveano acquistata molta riputazione per l'uso delle plumbatae o dardi carichi di piombo. Ogni soldato ne portava cinque, ch'egli lanciava a una distanza considerabile con gran forza e destrezza. Vedi Vegezio, l. 17.

[301.] Vedi il Codice Teodos. l. VI. Tit. II. col commentario del Gotofredo.

[302.] Vedi la XII. Dissertazione nell'eccellente opera dello Spanemio De usu Numismatum. Dalle medaglie, dalle iscrizioni e dagli Storici egli esamina ogni titolo separatamente, e lo rintraccia da Augusto fino alla sua soppressione.

[303.] Plinio (nel Panegir. c. 3-55. etc. ) parla del titolo di Dominus con esecrazione, come sinonimo di Tiranno, ed opposto al Principe. E lo stesso Plinio dà regolarmente quel titolo (nel decimo libro delle lettere) al suo amico più che padrone, al virtuoso Traiano. Questa strana contraddizione imbroglia i commentatori che pensano, ed i traduttori che possono scrivere.

[304.] Sinesio de Regno, Ediz. del Petav. p. 15. Io sono obbligato di questa citazione all'Abate de la Bleterie.

[305.] Vedi Vendale De consecratione, p. 354. etc. Era costume degl'Imperatori di far menzione (nel preambolo delle leggi) della loro Divinità, della Sacra Maestà, degli Oracoli Divini etc... Secondo Tillemont, Gregorio Nazianzeno si lamenta molto amaramente di una tale profanazione, specialmente quando era usata da un Imperatore Ariano.

[306.] Vedi Spanem. de usu Numismat. Dissert. XII.

[307.] Aurel. Vittore. Eutropio, IX. 26. Apparisce dai Panegiristi, che i Romani si riconciliarono ben tosto col nome e colla cerimonia dell'adorazione.

[308.] Le novità, introdotte Diocleziano, sono principalmente dedotte, I. da alcuni passi molto forti di Lattanzio, e II. dai nuovi e vari impieghi, che nel Codice Teodosiano compariscono già stabiliti nel principio del regno di Costantino.

[309.] Lattanzio de M. P. c. 7.

[310.] «Indicta lex nova quae sane illorum temporum modestia tolerabilis, in perniciem processit.» Aurelio Vittore, il quale ha delineato il carattere di Diocleziano con buon senso, ma in cattivo latino. «Solus omnium post conditum Romanum Imperium, qui ex tanto fastigio sponte ad privatae vitae statum civitatemque remearet.» Eutrop. IX. 28.

[311.] Le particolarità del viaggio, e della malattia sono prese da Lattanzio (c. 17.) che può talvolta fare autorità per i fatti pubblici, benchè raramente per gli aneddoti particolari.

[312.] Aurelio Vittore attribuisce la rinunzia, di cui si eran fatti tanti vari giudizi, primo al disprezzo che avea Diocleziano per l'ambizione; e secondariamente, al suo timore delle soprastanti turbolenze. Uno dei Panegiristi (VI. 9.) assegna l'età e le infermità di Diocleziano come naturale cagione del suo ritiro.

[313.] Le difficoltà non meno che gli sbagli che accompagnano le date dell'anno e del giorno della rinunzia di Diocleziano, sono perfettamente schiarite da Tillemont, Stor. degli Imperatori, tom. IV. Pag. 525. Nota 19. e dal Pagi ad annum.

[314.] Vedi Panegyr. Veter. VI. 9. L'orazione fu recitata dopo che Massimiano ebbe ripresa la porpora.

[315.] Eumenio gli fa un bellissimo elogio. «At enim divinum illum virum, qui primus Imperium et participavit et posuit, consilii et facti sui non paenitet; nec amisisse se putat quod sponte transcripsit. Felix beatusque vere quem vestra tantorum Principum colunt obsequia privatum!» Panegyr. Vet. VII, 15.

[316.] Siamo debitori al più giovine Vittore di questo celebre motto. Eutropio ne fa la relazione in un modo più generale.

[317.] Stor. Aug. p. 123-124. Vopisco avea sentito questo discorso da suo padre.

[318.] Il più giovane Vittore accenna questa voce. Ma siccome Diocleziano avea disgustato un potente e fortunato partito, la sua memoria è stata caricata di ogni delitto e di ogni infortunio. Fu affermato che egli morisse arrabbiato, che fosse condannato come reo dal Senato Romano, ec.

[319.] Vedi gli Itinerarj, p. 269-272. Ediz. Wesseling.

[320.] L'Abate Fortis nel suo Viaggio in Dalmazia, p. 43 (stampato a Venezia nell'anno 1774 in due volumetti in quarto) cita una descrizione MS. delle antichità di Salona, composta da Giambattista Giustiniani verso la metà del XVI secolo.

[321.] Adams, Antichità del palazzo di Diocleziano in Spalatro, p. 6. Possiamo aggiungervi una circostanza o due, tratte dall'Abate Fortis. Il piccolo fiume Hyader, menzionato da Lucano, produce le più eccellenti trote, il che un sagace Scrittore, forse un monaco, suppone essere stato uno dei principali motivi che determinarono Diocleziano nella scelta del suo ritiro. Fortis. p. 45. Lo stesso autore (p. 38) osserva, che rinasce in Spalatro il gusto per l'agricoltura; e che da una società di signori è stato assegnato un campo vicino alla città per farvi sperienze intorno alla medesima.

[322.] Costantin. Orat. ad caetum. Sanct. c. 25. In questa orazione, l'Imperatore, o il Vescovo che per lui la compose, affetta di riportare il miserabil fine di tutti i persecutori della Chiesa.

[323.] Constantin. Porphyr. de Statu Imper. p. 86.

[324.] Danville, Geograf. Ant. tom. I. p. 162.

[325.] I Sigg. Adams e Clerisseau, accompagnati da due Dragomanni, visitarono Spalatro nel mese di Luglio 1757. La magnifica opera, frutto del lor viaggio, fu pubblicata in Londra sette anni dopo.

[326.] Io citerò le parole dell'Abate Fortis. «È bastevolmente nota agli amatori dell'architettura, e dell'antichità l'opera del Sig. Adams, che ha donato molto a quei superbi vestigi coll'abituale eleganza del suo toccalapis, e del suo bulino. In generale la rozzezza dello scalpello, e il cattivo gusto del secolo vi gareggiano colla magnificenza del fabbricato.» Vedi Viaggio nella Dalmazia, p. 40.

[327.] L'oratore Eumenio fu segretario degli Imperatori, Massimiano e Costanzo, e Professore di Rettorica nel Collegio di Autun. Il suo salario era di seicentomila sesterzi che, secondo il più basso computo di quel secolo, doveano essere più di seimila zecchini. Egli chiese generosamente la permissione d'impiegarli in riedificare il Collegio. Vedi la sua orazione de restaurandis scholis; la quale, benchè non esente di vanità, può fargli perdonare i suoi Panegirici.

[328.] Porfirio morì verso il tempo della rinunzia di Diocleziano. La vita del suo maestro Plotino, da lui composta, ci dà la più compiuta idea del genio di quella Setta e dei costumi di quelli che la professavano. Questo molto curioso opuscolo è inserito in Fabricio, Bibliotheca Graeca, tom. IV. p. 88-148.

[329.] Il Sig. di Montesquien (Considerations sur la grandeur et la decadence des Romains, c. 17.) suppone sull'autorità di Orosio e di Eusebio, che in quella occasione l'Impero per la prima volta fu realmente diviso in due parti. È difficile però di rinvenire in qual parte il sistema di Galerio differisse da quello di Diocleziano.

[330.] Hic non modo amabilis, sed etiam venerabilis Gallis fuit, praecipue quod Diocletiani suspectam prudentiam, et Maximiani sanguinariam violentiam Imperio ejus evaserant: Eutrop. Breviar. X. I.

[331.] Divitiis Provincialium (vel Provinciarum) ac privatorum studens, fisci commoda non admodum affectans; ducensque melius publicas opes a privatis haberi, quam intra unum claustrum reservari. Id. ibid. Egli portò questa massima tanto innanzi, che ogni qualvolta facea trattamento, era obbligato a prendere in prestito un servito di argenteria.

[332.] Lattanzio de Mort. Persecutor. c. 16. Se fossero le particolarità di questa conferenza più conformi alla verità ed al decoro, si potrebbe sempre dimandare, come vennero a notizia di un oscuro Retore? Ma vi sono vari Storici che ci fanno ricordare l'ammirabile eletto del gran Condè al Cardinale di Retz. «Ces coquins nous font parler et agir, come ils auroient fait eux mêmes à notre place».

[333.] Sublatus nuper a pecoribus et silvis (dice Lattanzio, de M. P. c. 19.) statim scutarius, continuo Protector, mox Tribunus, postridie Caesar, accepit Orientem, Aurel. Vittore è troppo liberale in dargli tutta la porzione di Diocleziano.

[334.] La sua esattezza e la sua fedeltà sono riconosciute eziandio da Lattanzio. (de M. P. c. 18.)

[335.] Questi divisamenti per altro si fondano sulla dubbiosa autorità di Lattanzio (de M. P. c. 20.)

[336.] Questa tradizione, ignota ai contemporanei di Costantino, fu inventata tra l'oscurità dei monasteri; abbellita da Geoffrey di Monmouth e dagli Scrittori del XII secolo, è stata sostenuta dai nostri antiquari dell'ultimo secolo, e vien seriamente riferita nella pesante storia d'Inghilterra, compilata dal Sig. Carte. (vol. I. p. 147) Egli trasporta però il regno di Coil, immaginario padre di Elena, da Essex alla muraglia di Antonino.

[337.] Eutropio (X. 2.) indica in poche parole la verità, e quello che ha dato luogo all'errore. Ex obscuriori matrimonio ejus filius. Zosimo (1. II. p. 78.) si è attenuto all'opinione la più sfavorevole, ed è stato in ciò seguitato da Orosio. (VII, 25.) Fa maraviglia che Tillemont, Autore instancabile, ma parziale, non abbia fatta attenzione all'autorità di lui. Insistendo sul divorzio di Costanzo, Diocleziano veniva a conoscere la legittimità del matrimonio di Elena.

[338.] Tre sono le opinioni sul luogo della nascita di Costantino. I. Gli antiquari Inglesi eran soliti di fermarsi con compiacenza sopra queste parole del Panegirista di lui: Britannias illic oriendo nobiles fecisti; ma questo celebre passo si applica egualmente bene all'avvenimento di Costantino, che alla nascita del medesimo. II. Alcuni moderni Greci fan nascere questo Principe in Drepano, città situata sul golfo di Nicomedia (Cellario T. II. p. 174), a cui Costantino dette l'onorevol nome di Elenopoli, e che Giustiniano abbellì di superbi edifizi. (Procop. de aedific. V. 2.) Per vero dire è molto probabile, che il padre di Elena avesse un albergo in Drepano, e che Costanzo vi alloggiasse, quando ritornò dalla sua ambasceria in Persia sotto il Regno di Aureliano. Ma nella vita errante d'un soldato, il luogo del suo matrimonio e quello della nascita de' suoi figliuoli hanno pochissimo rapporto l'un con l'altro. III. La pretensione di Naisso è fondata sull'autorità d'uno Scrittore anonimo, l'opera di cui è stata pubblicata alla fine della Storia di Ammiano p. 710, e che faceva generalmente uso di buonissimi materiali. Questa terza opinione è altresì confermata da Giulio Firmico (de Astrologia 1. I. c. 4) che fioriva sotto Costantino. Si son mossi dubbi sulla sincerità, e sull'intelligenza del testo di Firmico, ma l'una di queste due cose è appoggiata ai migliori manoscritti; e l'altra è stata bravamente difesa da Giusto Lipsio de magnitudine Rom. l. IV. c. 11 e Supplimento.

[339.] Litteris minus instructus; l'Anonimo ad Ammian. p. 710.

[340.] Galerio, e forse il suo proprio coraggio, l'espose a gran pericolo. In una disfida si mise sotto i piedi un Sarmata (Anonimo 710) vinse un leone di smisurata grandezza. (Vedi Praxagor. presso Fozio p. 63.) Prassagora filosofo Ateniese avea scritta la vita di Costantino in due libri che ora si son perduti. Egli era contemporaneo di questo Principe.

[341.] Zosimo l. II. p. 78, 79. Lattanzio de Mort. Pers. c. 24. Rapporta il primo una ridicolosissima storia dicendo, che Costantino fece tagliare i piedi a tutti i cavalli di cui s'era servito. Da un procedere sì stravagante, inutile ad impedire che lo inseguissero, sarebbero certamente nati sospetti, che avrebbero potuto arrestarlo nel suo viaggio.

[342.] Anonimo p. 710. Panegir. Vet. VII. 4. Ma Zosimo (l. II. p. 79) Eusebio (de vita Const. l. I. c. 21) e Lattanzio (de mort. Persec. c. 24.) suppongono con minor fondamento, ch'ei trovasse suo padre nel letto della morte.

[343.] Cunctis, qui aderant, annitentibus, sed praecipue Croco (alii Eroco) Alamannorum Rege, auxilii gratia Constantium comitato, imperium capit. Vittore il Giovane, cap. 41. Questo forse è il primo esempio d'un Barbaro, che abbia servito ne' campi Romani con un corpo indipendente de' suoi propri sudditi. Tale uso divenne famigliare, e finì con esser funesto.

[344.] Eumene, il suo panegirista (VII. 8.) ardì di asserire in presenza di Costantino, che questi avea dato di sprone al suo cavallo e tentato, ma in vano, di fuggire dalle mani de' suoi soldati.

[345.] Lattanzio de mort. Persec. c. 25. Eumene (VII. 8) descrive tutte queste circostanze collo stile d'un Retore.

[346.] Egli è naturale d'immaginare, e pare che Eusebio lo indichi, cioè che Costanzo morendo nominasse Costantino per suo successore. Questa scelta sembra confermata dall'autorità la più sicura, che è il consenso di Lattanzio (de mort. Persecut. c. 24.) e di Libanio (Orat. 1.); di Eusebio (Vit. Const. l. 1. c. 18, 14), e di Giuliano (Orat. I.).

[347.] Delle tre sorelle di Costantino, Costanza sposò l'Imperatore Lacinio; Anastasia il Cesare Bassiano, ed Eutropia, il Console Nepoziano. I suoi tre fratelli erano Dalmazio, Giulio Costanzo, e Anniballiano, de' quali avremo in appresso occasion di parlare.

[348.] Vedi Grutero (inscript. p. 178.) I sei Principi sono tutti nominati: Diocleziano e Massimiano, come i più antichi Augusti, e come Padri degli Imperatori. Essi unitamente dedicano questo magnifico edifizio per l'uso dei loro cari Romani. Gli architetti han disegnato le rovine di queste Terme, e gli antiquari, particolarmente Donato e Nardini, hanno determinato lo spazio che esse occupavano. Una delle gran sale è ora la chiesa dei Certosini; ed è bastato un sol calidario per un'altra chiesa, che appartiene ai Bernardoni.

[349.] Lattanzio de M. P. c. 26, 31.

[350.] Il sesto Panegirico mette nel più favorevol aspetto la condotta di Massimiano; e l'espressione equivoca di Aurelio Vittore, retractante diu, può significare egualmente che ei tramò la congiura, o che vi si oppose. Si veda Zosimo l. II. p. 79, e Latt. de M. P. c. 26.

[351.] Le circostanze di questa guerra e la morte di Severo son raccontate diversissimamente, e con una maniera molto incerta ne' nostri antichi frammenti. Vedi Tillem. Hist. des Emp. T. IV. p. 555. Io ho procurato di cavarne un racconto conseguente e verisimile.

[352.] Il sesto Panegirico fu recitato per celebrare l'innalzamento di Costantino, ma il prudente Oratore evita di parlar di Galerio o di Massenzio. Non fa che una leggiera allusione alle attuali turbolenze ed alla Maestà di Roma.

[353.] Vedi al proposito di questo trattato i frammenti d'un istorico anonimo, che il Sig. di Valois ha pubblicato alla fine della sua edizione di Ammiano Marcellino, pag. 711. Questi frammenti ci hanno somministrato molti aneddoti curiosi, e per quanto apparisce, autentici.

[354.] Lattanzio de M. P. c. 20. La prima di queste ragioni è presa da Virgilio, quando fa dire ad uno de' suoi pastori:

Illam ego huic nostrae similem, Meliboee, putavi etc.

Lattanzio ama queste poetiche allusioni.

[355.]

Castra super Tusci si ponere Tybridis undas; (Jubeus)

Hesperios audax veniam metator in agros

Tu quoscumque voles in planum effundere muros,

His aries actus disperget saxa lacertis,

Illu licet, penitus tolli quam jusseris urbem,

Roma sit.

Lucan. Phars. 381.

[356.] Lattanzio de M. P. c. 27. Zosimo l. II p. 82. Questi ci fa sapere, che Costantino, nel suo abboccamento con Massimiano, avea promesso di dichiarare la guerra a Galerio.

[357.] Tillemont (Hist. des Emp. T. IV. P. I. p, 559.) ha provato che Licinio, senza passare pel grado intermedio di Cesare, fu dichiarato Augusto gli 11. Novembre dell'anno 307 dopo il ritorno di Galerio dall'Italia.

[358.] Lattanzio de M. P. c. 32. Quando Galerio innalzò Licinio alla medesima dignità della sua, e lo dichiarò Augusto, credè di poter contentare il suo giovane collega, immaginando per Costantino e Massimino (e non Massenzio, Vedi Baluzio p. 81.) il nuovo titolo di figli degli Augusti. Ma Massimino gli fece sapere, ch'egli era già stato salutato Augusto dall'esercito; o allora Galerio fu obbligato di riconoscere questo Principe non altrimenti che Costantino, come eguali associati alla dignità Imperiale.

[359.] Vedi Panegyr. Vet. VI. 9. Audi doloris nostri liberam vocem etc. Tutto questo passo è dettato dalla più fina e accorta adulazione, ed è espresso con un'eloquenza facile e piacevole.

[360.] Lattanzio de M. P. c. 28. Zosimo l. II. p. 82. Si fece correre il rumore, che Massenzio era figlio di qualche oscuro Siriano, e che la moglie di Massimiano l'avea sostituito al suo proprio figliuolo, V. Aurelio Vittore, Anonim. Val. Panegyr. Vet. IX. 3. 4.

[361.] Ab urbe pulsum, ab Italia fugatum, ab Illyrica repudiatum, tuis provinciis, tuis copiis, tuo palatio recepisti. Eumen. Panegyr. Vet. VII. 14.

[362.] Lattanzio de Mort. Persec. c. 39. Ciò nonostante quando Massimiano ebbe deposta la porpora, Costantino gli conservò sempre la pompa e gli onori della dignità Imperiale, e in tutte le pubbliche occasioni dava la dritta al suo suocero. Panegyr. Vet. VII. 15.

[363.] Zosimo L. II. p. 82. Eumen. Panegyr. Veter. VII 16-21. Quest'ultimo ha rappresentato, senza dubbio, tutto l'affare nell'aspetto più vantaggioso pel suo Sovrano; pure anche dalla parziale di lui narrazione possiam concludere, che la ripetuta clemenza di Costantino, ed i reiterati tradimenti di Massimiano, nella maniera in cui vengono descritti da Lattanzio (de M. P. c. 29 30) e copiati da' moderni, non son sostenuti da alcun istorico fondamento.

[364.] Aurel. Vittor. c. 40. Ma quel lago era situato nella Pannonia superiore vicino alle frontiere del Norico; e la Provincia di Valeria (nome che ricevè dalla moglie di Galerio il territorio seccato) è senza dubbio fra il Dravo e il Danubio (Sest. Rufo c. 9.) Io sospetterei dunque che Vittore avesse confuso il lago Pelso con le paludi Volocee, che hanno adesso il nome di lago Sabaton o Balaton. Questo è nel cuore della Valeria, e l'estensione, che ha presentemente, non è minore di 12 miglia d'Ungheria (che sono circa 70 Inglesi) di lunghezza, e due di larghezza. Vedi Severio. Pannonia lib. 1. c. 9.

[365.] Lattanzio (de M. P. c. 33.) ed Eusebio (l. VIII. c. 16.) descrivono gli accidenti ed il progresso di questa infermità con singolare accuratezza, e, per quanto sembra, con piacere.

[366.] Se alcuno tuttavia si dilettasse, come ultimamente fece il Dottor Jortin (Osservazioni sull'Istoria Ecclesiastica vol. II. p. 307-356) di far menzione delle morti maravigliose de' persecutori, io gli raccomanderei di leggere un ammirabil passo di Grozio (Istor. l. VII. p. 332) rispetto all'ultima malattia di Filippo II Re di Spagna.

[367.] Vedi Euseb. l. IX. 6. 10. Lattanz. de M. P. c. 36. Zosimo è meno esatto, ed evidentemente confonde Massimiano con Massimino.

[368.] Vedi il Panegirico VIII, nel quale Eumene alla presenza di Costantino espone la miseria, e la gratitudine della Città di Autun.

[369.] Eutrop. X. 3. Paneg. Vet. VII. 10, 11, 12. Furono in simil guisa esposti molti giovani Franchi alla stessa crudele ed ignominiosa morte.

[370.] Giuliano esclude Massenzio dal banchetto de' Cesari con abborrimento e disprezzo, e Zosimo (l. II. p. 85) l'accusa di ogni specie di crudeltà e di scelleratezza.

[371.] Zosimo l. II. p. 83-85. Aurelio Vittore.

[372.] Si dovrebbe leggere il passo di Aurelio Vittore nel seguente modo: «Primus instituto pessimo, munerum specie, Patres oratoresque pecuniam conferre prodigenti sibi cogeret.»

[373.] Paneg. Vet. IX. 3. Euseb. Hist. Ecl. VIII. 14. et in vit. Constant. l. 33. 34. Rufin. c. 17. La virtuosa Matrona, la quale si uccise per evitar la violenza di Massenzio, era Cristiana, e moglie del Prefetto di Roma, chiamata Sofronia. Resta sempre in dubbio fra' Casisti, se il suicidio in simili casi possa giustificarsi.

[374.] L'indeterminata espressione di Aurelio Vittore è questa: Praetorianis caedem vulgi quondam annueret. Vedasi un più circostanziato, sebbene alquanto diverso racconto di un tumulto ed uccisione, che avvenne a Roma, in Eusebio 1. VIII. c. 14, ed in Zosimo lib. II. p. 84.

[375.] Vedi ne' Panegirici (IX. 14) una viva descrizione della indolenza, e del vano orgoglio di Massenzio. Osserva l'oratore in un altro luogo, che le ricchezze accumulate in Roma nel corso di 1060 anni, furon concesse dal Tiranno alle mercenarie sue truppe; redemptis ad civile latrocinium manibus ingesserat.

[376.] Dopo la vittoria di Costantino si conveniva generalmente, che il motivo di liberar la Repubblica da un detestabil tiranno avrebbe in qualunque tempo giustificato la di lui spedizione in Italia. Euseb. in vit. Constant. l. I. c. 26. Paneg. Vet. IX. 2.

[377.] Zosim. lib. II. 84-85. Nazar. in Panegyr. X. 7-13.

[378.] Vedi Paneg. Vet. IX. Omnibus fere tuis Comitibus et Ducibus non solum tacite mussantibus, sed etiam aperte timentibus, contra consilia hominum, contra Haruspicem monita ipse per temet liberandae Urbis tempus venisse sentires. Si fa menzione dell'ambasciata de' Romani solo da Zonara (l. XIII) e da Cedrano (Compend. Histor. p. 270); ma questi moderni Greci ebbero la comodità di consultare molte Opere, che dopo si son perdute, fra le quali si dee contare la Vita di Costantino scritta da Prassagora. Fozio (p. 63) fece un brev'estratto di quell'opera istorica.

[379.] Zosimo (l. II. p. 86) ci ha lasciato questo curioso ragguaglio delle forze, che si trovavano da ambe le parti. Egli non fa menzione di alcun armamento navale, quantunque sia sicuro (Paneg. Vet. IX. 25) che fu attaccata la guerra per mare non meno, che per terra, e che la flotta di Costantino prese possesso della Sardegna, della Corsica, e de' porti dell'Italia.

[380.] Paneg. Vet. IX. 3. Non dee far maraviglia, che l'oratore diminuisse il numero dello truppe, con le quali il suo Sovrano condusse a fine la conquista dell'Italia; ma sembra un poco singolare, ch'egli non valutasse l'esercito del tiranno a più di 100000 uomini.

[381.] I tre passi principali delle Alpi fra la Gallia e l'Italia son quelli del monte di S. Bernardo, del monte Cenisio, e del monte Ginevro. La tradizione e certa somiglianza di nomi (Alpes penninae) han fatto sì, che il primo di questi si assegni alla marcia d'Annibale (Vedi Simler de Alpibus). Il Cavalier di Folard (Polib. tom. IV.) e il Danville l'han condotto pel monte Ginevro. Ma nonostante l'autorità di un esperto Uffiziale, e di un erudito Geografo, le pretensioni del monte Cenisio vengono sostenute in una plausibile, per non dir convincente maniera dal Sig. Grosley, Observations sur l'Italie, Tom I. p. 40.

(Nelle Mescolanze di Gibbon si trova un passo in cui egli discute più a lungo questa spinosa quistione, e rimansi indeciso tra Tito Livio e Polibio, tra il monte Ginevro e il Gran-S. Bernardo. Ma dopo di lui il generale inglese Melville e Deluc, figlio, hanno scoperto e dimostrato che Annibale passò in Italia per l'Alpe greca, ossia del Piccolo San Bernardo, passaggio de' più frequentati abantiquo, ed il più comodo, secondo Ebel, che in tutta la giogaia delle Alpi vi sia. Vedi parimente una bella dissertazione del Rezzonico, Tom. I. delle sue Opere.)

[382.] La Brunetta vicino a Susa, Demont, Exiles, Fenestrelle, Coni, ec.

[383.] Vedi Ammian. Marcellin. XV. 10. La descrizione, che egli fa delle strade sulle Alpi, è chiara, vivace ed esatta.

[384.] Zosimo ugualmente ch'Eusebio trascorrono dal passaggio delle Alpi alla decisiva battaglia vicino a Roma. Dobbiamo riportarci a due Panegirici per le azioni che fece Costantino nel tempo di mezzo.

[385.] Il Marchese Maffei ha esaminato l'assedio e la battaglia di Verona con quella dose di attenzione e di accuratezza, che meritava un'azione memorabile successa nel di lui paese nativo. Le fortificazioni di quella città, costruite da Gallieno, erano meno estese delle moderne mura, nè l'anfiteatro si trovava dentro il recinto di quelle. Vedi Verona illustrata: Part. I. p. 142-150.

[386.] Mancavano le catene per tanta moltitudine di schiavi, nè sapevasi qual partito prendere nel consiglio; ma il sagace conquistatore felicemente immaginò l'espediente di convertire in ferri lo spade de' vinti. Paneg. Vet. XI. 11.

[387.] Paneg. Vet. IX. 10.

[388.] Literas calamitatum suarum indices supprimebat. Panegyr. Vet. IX. 15.

[389.] Remedia malorum potius quam mala differebat; così censura Tacito acutamente la supina indolenza di Vitellio.

[390.] Il Marchese Maffei ha ridotto all'ultima probabilità che Costantino fosse per anco a Verona il primo di settembre dell'anno 312 e che la memorabil Era delle indizioni avesse principio dalla conquista ch'ei fece della Gallia Cisalpina.

[391.] Vedi Paneg. Vet. IX. 16. Lattanz. de M. P. 6. 44.

[392.] Illo die hostem Romanorum esse periturum. Il Principe vinto divenne, secondo il solito, nemico di Roma.

[393.] Vedi Paneg. Vet. IX. 16. X. 27. Il primo di questi oratori magnifica la quantità del grano, che Massenzio avea raccolto dall'Affrica e dalle Isole: eppure se qualche fede si dee prestare alla scarsità di cui si fa menzione da Eusebio (in vit. Constant. l. I. c. 36.) gl'Imperiali granai non erano aperti che per li soldati.

[394.] Maxentius... tandem urbe in Saxa Rubra millia ferme novem aegerrime progressus. Aurel. Victor. Vedi Cellar. Geograph. Aut. Tom. I. p. 463. Questo luogo chiamato Saxa Rubra si trovava in vicinanza della Cremera, piccolo ruscello, illustrato dal valore, e dalla morte gloriosa de' 300. Fabj.

[395.] Il posto che avea preso Massenzio, avendo il Tevere alle spalle, vien con molta chiarezza descritto da due Panegiristi IX. 16. X. 28.

[396.] Exceptis latrocinii illius primis auctoribus, qui desperata venia locum, quem pugnae sumpserant, texere corporibus. Paneg. Vet. IX. 17.

[397.] Ben tosto promulgossi un rumore assai vano, che Massenzio, il quale non avea presa precauzione veruna per la sua ritirata, avesse teso un artificiosissimo laccio per distrugger l'armata di chi l'inseguiva; ma che il ponte di legno, che dovea sciogliersi all'arrivo di Costantino, disgraziatamente si ruppe sotto il peso de' fuggitivi Italiani. Tillemont (Hist. des Empereurs T. IV. Part. I. 657) esamina molto seriamente, se la testimonianza di Eusebio, e di Zosimo contro il senso comune debba prevalere al silenzio di Lattanzio, di Nazario, e dell'Anonimo contemporaneo, che compose il nono Panegirico.

[398.] Zosimo (l. II, p. 86, 88), ed i due Panegirici, il primo de' quali fu recitato pochi mesi dopo, ci danno una chiarissima idea di questa gran battaglia: e se ne cava ancora qualche util notizia da Eusebio, da Lattanzio, e dall'Epitome.

[399.] Zosimo, il nemico di Costantino, confessa (l. II. p. 88) che solo pochi amici di Massenzio furon posti a morte; ma è da notarsi quel passo espressivo di Nazario (Paneg. Vet. X. 6.) Omnibus, qui labefactari statum ejus poterant, cum stirpe deletis. L'altro Oratore (Paneg. Vet. IX. 20, 21) si contenta d'osservare, che Costantino, quando entrò in Roma, non imitò i crudeli macelli di Cinna, di Mario, o di Silla.

[400.] Vedi i due Panegirici, e nel Codice Teodosiano le leggi, fatte a tal proposito nell'anno seguente.

[401.] Paneg. Vet. IX. 20. Lattanz. de M. P. c. 44. Massimino, che senza dubbio era il più antico fra i Cesari, pretendeva con qualche apparenza di ragione il primo posto fra gli Augusti.

[402.] Adhuc cuncta opera, quae magnifice construxerat. Urbis fanum atque Basilicam Flavii meritis Patres sacravere. Aurel. Victor. Rispetto al furto dei trofei di Traiano vedasi Flaminio Vacca appresso il Montfaucon (Diar. Ital. p. 250) e l'Antiquité expliquée di quest'ultimo: (Tom. IV. p. 171.)

[403.] Praetoriae legiones, ac subsidia, factionibus aptiora quam Urbi Romae, sublata penitus, simul arma atque usus indumenti militaris. Aurel. Victor. Zosimo (lib. II. p. 89) rammenta questo fatto da Istorico, ed è molto solennemente celebrato nel Panegirico IX.

[404.] Ex omnibus provinciis optimates viros curiae tuae pigneraveris, ut Senatus dignitas... ex totius Orbis flore consisteret. Nazar. Paneg. Vet. IX. 35. Potrebbe quasi parere adoprata maliziosamente quella parola pigneraveris. Intorno alla tassa de' Senatori vedi Zosimo (l. II. p. 115), il Codice Teodosiano (lib. VI. Tit. 2.) col Cemento del Gottofredo, e le Memorie dell'Accademia delle Iscrizioni (Tom. XXVIII. p. 726.)

[405.] Possiamo adesso incominciare a descrivere le gite degli Imperatori mediante l'uso del Codice Teodosiano; ma le date sì del tempo, che de' luoghi sono state frequentemente alterate dalla negligenza de' Copisti.

[406.] Zosimo (l. II. p. 89.) osserva, che la sorella di Costantino era stata promessa in isposa a Licinio avanti la guerra. Secondo Vittore il Giovane, Diocleziano fu invitato alle nozze: ma avendo egli addotto in iscusa per non andarvi, la sua età e le sue malattie, ricevè una seconda lettera piena di rimproveri per la supposta di lui parzialità in favor di Massenzio e di Massimino.

[407.] Zosimo racconta come fatti ordinari la disfatta e la morte di Massimino; ma Lattanzio (de M. P. c. 45-50) si diffonde su quelli, attribuendoli ad una miracolosa disposizione del Cielo. Licinio era in quel tempo uno de' protettori della Chiesa.

[408.] Lattanzio de M. P. c. 50. Aurelio Vittore indica la diversa condotta di Licinio e di Costantino in far uso della vittoria.

[409.] Si soddisfacevano le sensuali passioni di Massimino a spese de' propri sudditi. Gli Eunuchi di esso, che rapivano a forza le spose e le vergini, con scrupolosa curiosità ne esaminavano le nude bellezze, affinchè non si trovasse parte veruna del loro corpo indegna degli abbracciamenti reali. La ripugnanza e il rifiuto si riguardava come un tradimento, e qualunque bella, che si ostinasse ad esser ritrosa, condannavasi ad esser annegata. Fu appoco appoco introdotto l'uso, che nessuno potesse prender moglie senza la permissione dell'Imperatore «ut in omnibus nuptiis praegustator esset». Lactant. de M. P. c. 38.

[410.] Diocleziano finalmente mandò cognatum suum quemdam militarem ac potentem virum per intercedere a favore della sua figlia (Lattanz. de M. P. c. 31). Noi non siamo abbastanza informati dell'istoria di questi tempi per determinar la persona, ch'ebbe tal incumbenza.

[411.] Valeria quoque per varias provincias quindecim mensibus plebeio cultu pervagata. Lactant. de M. P. c. 51. Vi è qualche dubbio, se i quindici mesi debban contarsi dal tempo dell'esilio, o della fuga di essa. L'espressione pervagata sembra indicare, che si contino dalla fuga; ma in tal caso bisogna supporre, che il trattato di Lattanzio fosse scritto dopo la prima guerra civile tra Licinio, e Costantino. Vedi Cuper p. 254.

[412.] Ita illis pudicitia et conditio fuit. Lactant. de M. P. c. 51. Questi riferisce le disgrazie delle innocenti moglie e figlia di Diocleziano con una molto natural mescolanza di compassione e di letizia.

[413.] Il curioso lettore, che voglia consultare il frammento Valesiano (p. 713) mi accuserà forse di darne un'ardita e licenziosa parafrasi; ma se lo considera con attenzione, conoscerà, che la mia interpretazione è probabile e coerente.

[414.] La situazione di Emona, o come si chiama presentemente, Laybach nella Carniola (Danville, Geog. Anc. T. I. p. 187) può suggerire una congettura. Essendo ella posta al nord-est delle alpi Giulie, quell'importante Territorio divenne un soggetto naturale di controversia fra' Sovrani dell'Italia e dell'Illirico.

[415.] Cibalis, o Cibalae (di cui conservasi ancora il nome nelle oscure rovine di Swilei) era intorno a cinquanta miglia lontana da Sirmio, capitale dell'Illirico; e circa cento da Taurunum o Belgrado, e dall'unione del Danubio col Savo. Le guarnigioni Romane, e le città poste su que' fiumi sono eccellentemente illustrate dal Danville in una memoria inserita nell'Accademia delle Iscrizioni Tom. 28.

[416.] Zosimo (l. II, p. 90, 91) descrive minutamente questa battaglia, ma più da retore, che da soldato.

[417.] Zosimo (l. II. p. 92-93) l'Anonimo Valesiano (p. 713) e l'Epitome ci fan note alcune circostanze; ma confondono spesso le due guerre fra Licinio e Costantino.

[418.] Petr. Patricius in Excerpt. Legat. p. 27. Se volesse credersi, che γαμβρος più propriamente significasse un genero, che un congiunto, si potrebbe congetturare, che Costantino, assumendo il nome insieme co' doveri di padre, avesse adottato i figli di Teodora suoi fratelli e sorelle minori.

[419.] Zosimo l. II p. 93. Anon. Valesiano p. 713. Eutrop. X. 5. Aurel. Vittore. Euseb. in Chron. Sozomen. l. I. c. 2. Quattro di questi scrittori affermano, che la promozione dei Cesari fu un articolo del Trattato. Egli è però certo che Costantino e Licinio i Giovani per anche non erano nati: ed è molto probabile, che tal promozione si facesse il primo di Marzo dell'anno 317. Si Era verisimilmente convenuto, che l'Imperator d'Occidente creasse due Cesari, ed uno quello di Oriente; ma ciascheduno di loro si riservò la scelta delle persone.

[420.] Cod. Theodos. lib. XI. Tit. 27. Tom. IV. p. 188 con le osservazioni del Gottofredo. Vedi anche lib. V. Tit. 7. 8.

[421.] Omnia foris placita, domi prospera, annonae ubertate, fructuum copia (Paneg. Vet. X. 58). Quest'orazione di Nazario fu pronunziata il giorno de' Quinquennali de Cesari, cioè il primo di Marzo dell'anno 321.

[422.] Vedasi l'editto di Costantino indirizzato al popolo Romano nel Cod. Teodosiano lib. IX. Tit. 24. Tom. 3. p. 189.

[423.] Il figliuolo di Costantino assegna molto a proposito la vera causa di questa revocazione «ne sub specie atrocioris judicii aliqua in ulciscendo crimine dilatio nasceretur». Cod. Theodos. Tom. III. p. 193.

[424.] Eusebio (in vit. Const. l. III. c. 1.) osa affermare che durante il regno del suo Eroe la spada della giustizia restò oziosa nelle mani de' Magistrati. Eusebio stesso però (lib. IV. c. 29-54) ed il Codice Teodosiano ci fan conoscere, che quest'eccessiva dolcezza non era dovuta alla mancanza nè di atroci delinquenti, nè di leggi penali.

[425.] Nazario Paneg. Vet. IX. Si trova espressa in alcune medaglie la vittoria di Crispo sugli Alemanni.

[426.] Vedi Zosimo l. II. p. 93, 94, quantunque non sia la narrazione di quell'Istorico nè coerente, nè chiara. Il panegirico di Optaziuno (c. 13.) rammenta l'alleanza de' Sarmati co' Carpi e coi Goti, e indica i diversi campi di battaglia. Si suppone che i giuochi Sarmatici, che si celebravano nel mese di Novembre, avessero avuto origine dal buon successo di questa guerra.

[427.] Ne' Cesari di Giuliano (p. 329, Comment. di Spanemio p. 252.) Costantino si vanta d'aver ricuperato la provincia della Dacia, soggiogata già da Traiano; ma soggiunge Sileno, che le conquiste di Costantino erano come i giardini d'Adone, che languiscono e si seccano quasi nel momento stesso che nascono.

[428.] Giornand. de reb. Getic. c. 21. Io non so quanto possiam fidarci della sua autorità. Un'alleanza di questa sorta ha un'aria molto recente, e difficilmente si può applicare alle massime, elle si avevano al principio del quarto secolo.

[429.] Eusebio in vit. Constant. l. 1. c. 8. Questo passo però è preso da una generale declamazione sulla grandezza di Costantino, ma da alcun racconto speciale della guerra Gotica.

[430.] Constantinus tamen, vir ingens, et omnia efficera nitens, quae animo preparasset, simul Principatum totius orbis affectans, Licinio bellum intulit. Eutrop. X. 5, Zosimo l. II. p. 89. Le ragioni, ch'essi hanno addotto per la prima guerra civile, possono applicarsi piuttosto alla seconda.

[431.] Zosimo l. II. p. 94, 95

[432.] Costantino avea gran cura di concedere privilegi e sollievi a' suoi veterani compagni (conveterani) com'egli comincia in questo tempo a chiamarli (Vedi il Codi. Teodosian. lib. VII. Tit. 20. Tom. II. p. 419, 429.).

[433.] Quando gli Ateniesi avevan l'impero del mare, la loro flotta era composta di trecento, e dopo di quattrocento galere a tre ordini di remi, tutte ben allestite, e pronte all'immediato servizio. L'arsenale, fatto nel porto di Pireo, costò alla Repubblica mille talenti, che sono quattrocentoquarantamila zecchini. Vedi Tucidide de bell. Pelloponnes. lib. II. c. 13 e Meursio de fortificat. Attica, c. 19.

[434.] L. II. p. 95, 96. Nel frammento Valesiano descrivesi tal battaglia brevemente, ma con chiarezza: Licinius vero circa Hadrianopolim maximo exercitu latera ardui montis impleverat: illuc toto agmine Constantinus inflexit. Cum bellum terra marique traheretur, quamvis per arduum suis nitentibus, attamen disciplina militari et felicitate, Constantinus, Licinii confusum, et sine ordine agentem vicit exercitum, leviter femore sauciatus.

[435.] Zosimo l. II. p. 97-98. La corrente sempre viene dalla parte dell'Ellesponto, e quando è aiutata da un vento settentrionale, nessun vascello può arrischiarsi a passare, ma un vento meridionale rende la corrente quasi insensibile. Vedi il Viaggio di Tournefort in Levante. Let. XI.

[436.] Aurelio Vittore, Zosimo l. II p. 98. Secondo quest'ultimo, era Martiniano Magister officiorum, usando egli la frase latina in greco. Sembra che alcune medaglie indichino, che durante il suo breve regno ricevesse il titolo d'Augusto.

[437.] Eusebio (in vit. Constant. l. II. c. 16. 17.) attribuisce tal decisiva vittoria alle devote preci dell'Imperatore. Il frammento Valesiano (p. 714.) fa menzione d'un corpo di Goti ausiliari sotto il loro Capo Aliquaca, ch'erano del partito di Licinio.

[438.] Zosimo l. II. p. 102. Vittore il Giovane nell'Epitome. Anon. Valesiano p. 714.

[439.] Contra religionem sacramenti Thessalonicae privatus occisus est. Eutropio (X); e la sua testimonianza vien confermata da S. Gerolamo (in Chronic.) e da Zosimo (l. II p. 102.) Lo scrittore Valesiano è il solo, che faccia menzione de' soldati, e Zonara solamente chiama in aiuto il Senato. Eusebio salta prudentemente questo passo delicato; ma Sozomeno, cento anni dopo, incomincia ad asserire che Licinio tentava tradimenti.

[440.] Vedi il Codice Teodosiano lib. XV. Tit. 15. Tom. V. p. 404-405. Questi editti di Costantino dimostrano una dose di passione, ed una precipitazione che molto poco si convengono al carattere di Legislatore.

[441.] Dum Assyrios penes, Medosque, et Persas oriens fuit, despectissima pars servientium, Tacit. Hist. V. 8. Erodoto, che visitò l'Asia, quand'era soggetta all'ultimo di questi Imperj, fa superficial menzione de' Sirj della Palestina, che, secondo la propria lor confessione, avevan ricevuto il rito della circoncisione dall'Egitto. Vedi l. II. c. 104.

[442.] Diodoro Siculo, l. XI. Dion. Cassio l. XXXVII. p. 121. Tacit., Hist. V. 1-9 Giustin. XXXVI. 2, 3.

[443.]

Tradidit arcano quaecumque volumine Moses,

Non mostrare vias eadem nisi sacra colenti,

Quaesitos ad fontes solos deducere verpos.

Le parole di questa legge non si trovano presentemente ne' libri di Mosè. Ma il saggio, l'umano Maimonide apertamente insegna, che se un idolatra cade nell'acqua, non deve il Giudeo soccorrerlo per salvarlo dalla morte imminente. Vedi Basnag. Hist. des Juifs l. VI. c. 28.

[444.] Alcuni Giudei, chiamati Erodiani da Erode, per l'esempio ed autorità del quale erano stati sedotti, formarono una setta, la quale adattavasi ad una specie di conformità accidentale; ma il loro numero fu così piccolo, e così breve la loro durata, che Gioseffo non gli ha neppure creduti degni di farne menzione. Vedi Prideaux Vol. II. p. 285.

[445.] Cicer. pro Flacco c. 23.

[446.] Philo de legatione. Augusto lasciò un fondo per un sacrifizio perpetuo. Ciò nonostante approvò il disprezzo che verso il Tempio di Gerusalemme dimostrava Caio di lui nipote. Vedi Svetonio (in Aug. c. 93) e le note del Casaubono a quel luogo.

[447.] Vedi specialmente Gioseffo (Antiq. XVII. 6. XVIII. 3 de bell. Judaic. I 33. II. 9. Ediz. Havercamp.)

[448.] Jussi a Cajo Caesare effigiem ejus in Templo locare, arma potius sumpsere. Tacit. Hist. V. 9. Filone, e Gioseffo danno una ben circostanziata, ma molto retorica narrazione di questo fatto, che pone in un'estrema perplessità il Governatore della Siria. Alla prima proposta di tal atto idolatrico il Re Agrippa restò privo di sensi, nè potè ricuperarne l'uso che dopo tre giorni.

[449.] Quanto al numero delle Deità Siriache ed Arabiche è da osservarsi, che Milton in centotrenta bellissimi versi ha compreso le due vaste ed erudite raccolte, che ha fatte il Seldeno su tal astruso argomento.

[450.] Tutto ciò che appartiene ai proseliti degli Ebrei, è stato molto eruditamente trattato dal Basnagio (Hist. des Juifs l. VI, c. 6, 7).

[451.] Vedi Exod. XXIV. 23. Deuter. XVI. 16, i Commentatori ed una nota molto considerabile nell'Istoria universale. Vol. I. p. 603 ediz. in fol.

[452.] Quando Pompeo, servendosi, o abusando piuttosto del diritto di conquistatore, entrò nel Sancta Sanctorum, fu osservato con istupore nulla intus Deum effigie vacuam sedem et inania arcana. Tacit. Histor. V. 9. Relativamente a' Giudei questo era un detto popolare, che

Nil praeter nubes, et coeli numen adorant.

[453.] I proseliti Samaritani, o Egizj erano sottoposti ad una seconda specie di circoncisione. Può vedersi un'ostinata indifferenza de' Talmudisti rispetto alla conversione degli stranieri appresso Basnagio (Hist. des Juifs l. VI c. 6.)

[454.] Questi argomenti furono con grand'ingenuità sostenuti dall'Ebreo Orobio, e confutati con ugual candore dal Cristiano Limborchio. Vedi l'Amica Collatio (merita essa ben questo nome) ovvero il ragguaglio della disputa, che si fece tra loro.

[455.] Jesus... circumcisus erat; cibis utebatur Judaicis, vestitu simili; purgatos scabie mittebat ad sacerdotes: Paschata et alios dies festos religiose observabat: si quos sanavit sabatho, ostendit non tantum ex lege, sed et exceptis sententiis talia opera sabatho non interdicta. Grotius de verit. Relig. Christ. l. V. c. 7. Poco dopo (c. 12.) egli si diffonde sulla condiscendenza degli Apostoli.

[456.] Pene omnes Christum Deum sub legis observatione credebant Sulpic. Sever. II. 31. Vedi Euseb. Hist. Eccl. l. IV. c. 5.

[457.] Mosheim. de rebus Christ. ante Constantinum M. p. 153. In quest'opera magistrale, ch'io avrò occasione di citare frequentemente, egli parla con molta maggior estensione dello stato della primitiva Chiesa, di quel che abbia luogo di farlo nella sua Storia generale.

[458.] Euseb. (l. III. c. 5.) Le Clerc. (Hist. Eccl. p. 605.) Nel tempo di quest'accidentale assenza la Chiesa di Pella col proprio Vescovo ritenne sempre il nome di Gerusalemme. Nella istessa guisa i Pontefici Romani risederono per settant'anni in Avignone, ed i Patriarchi d'Alessandria da gran tempo han trasferito al Cairo la sede loro Episcopale.

[459.] Dion. Cassio (l. LXIX). Attesta l'esilio della nazione Giudaica da Gerusalemme Aristone di Pella (ap. Enseb. l. IV. c. 6) e ne fanno menzione molti scrittori ecclesiastici: sebbene alcuni di loro estendano troppo incautamente questa proibizione a tutta la Palestina.

[460.] Euseb. (l. IV. c. 6). Sulpic. Severo. II. 31. Mosemio confrontando insieme i loro imperfetti racconti (p. 327) ha formata una ben distinta istoria delle circostanze, e de' motivi di questa rivoluzione.

[461.] Sembra che le Clerc (Hist. Eccl. p. 477, 535.) abbia raccolto da Eusebio, Girolamo, Epifanio, ed altri scrittori, tutte le principali circostanze relative a' Nazareni o Ebioniti. Per la natura stessa delle lor opinioni si divisero ben presto in due Sette, una più rigorosa, l'altra più dolce; e v'è qualche motivo di congetturare, che la famiglia di Gesù Cristo si trovasse fra' membri almeno del secondo più moderato partito.

[462.] Alcuni scrittori han voluto creare un Ebione, immaginario autore della Setta, e del nome di essi: ma con maggior sicurezza può credersi all'erudito Eusebio che al veemente Tertulliano, o al credulo Epifanio. Secondo le Clerc, la parola Ebraica Ebionim corrisponde alla Latina Paupares. Vedi (Hist. Eccl. p. 477.)

[463.] Vedi il Dialogo molto curioso di Giustino martire con Trifone giudeo. Seguì conferenza fra loro in Efeso al tempo di Antonino Pio, a circa venti anni dopo il ritorno della Chiesa di Pella in Gerusalemme. Per questa data si consulti ciò che nota diligentemente il Tillemont (Memoir. Eccles. Tom. II. p. 54).

[464.] Fra tutte le Sette Cristiane quella dell'Abissinia è la sola, che sempre osserva i riti Mosaici (Ist. Ecclesiast. di Etiopia di Geddes, e dissertazione di le Grand sulla relazione del P. Lobo). L'eunuco della Regina Candace potrebbe somministrare qualche sospetto; ma siccome siam certi (Socrat. I. 19; Sozomen. II. 24. Ludolph. p. 281) che gli Etiopi non furon convertiti prima del quarto secolo, è più ragionevol di credere ch'essi venerassero il sabbato, e distinguessero i cibi vietati ad imitazione de' Giudei, che molto per tempo si erano stabiliti sopra ambe le rive del Mar Rosso. Era stata praticata la circoncisione da' più antichi Etiopi per motivi di pulizia e di salute, come sembra esser dimostrato nelle Ricerche filosofiche su gli Americani. (Tom. II. p. 117).

[465.] Beausobre (Hist. du Manicheisme l. I. c. 3) ha determinato le lor' obbiezioni, specialmente quelle di Fausto, avversario di Agostino, colla più dotta imparzialità.

[466.] Apud ipsos fides obstinata, misericordia in promptu: adversus omnes alios hostile odium. Tacit. (Hist. V. 5). Sicuramente avea Tacito riguardato gli Ebrei con occhio troppo favorevole. La lettura di Gioseffo avrebbe potuto distrugger l'antitesi.

[467.] Il Dottore Burnet (Archaeolog. l. II. c. 7) ha discusso i primi capitoli della Genesi con troppa libertà ed acutezza.

[468.] I Gnostici più moderati risguardavano Jeova, il Creatore, come un ente di una natura di mezzo fra quella di Dio, e del Demonio. Altri lo confondevano col principio cattivo. Si consulti il secondo secolo dell'Istoria generale di Mosemio, che fa una breve ma assai distinta narrazione degli strani lor pensamenti su tal soggetto.

[469.] Vedi Beausobre Histoire du Manicheisme (liv. I. c. 4.) Origene e S. Agostino si contano fra gli allegoristi.

[470.] Hegesipp. presso Eusebio (l. III. 32. IV. 22.) Clement. Aless. Strom. VII. 17.

[471.] Relativamente ai Gnostici del secondo e del terzo secolo, Mosemio è ingegnoso ed ingenuo; le Clerc pesante, ma esatto; Beausobre quasi sempre apologista; e v'è gran motivo di temere, che i primitivi Padri siano bene spesso calunniatori.

[472.] Vedi i cataloghi d'Ireneo e d'Epifanio. Bisogna confessare però, che questi Scrittori erano inclinati a moltiplicare il numero delle Sette, che opponevansi all'unità della Chiesa.

[473.] Eusebio (l. IV. c. 15, ) Sozomeno (lib. II. c. 32). Vedasi appresso Bayle, nell'articolo Marcione, un curioso ragguaglio di una disputa su tal articolo. Parrebbe, che alcuni fra i Gnostici (vale a dire i Basilidiani) evitassero, ed anche ricusassero l'onor del martirio. Le lor ragioni erano singolari ed astruse. Vedi Mosem. p. 359.

[474.] Vedasi un passo molto considerabile di Origene (Proem. ad Lucam.). Quest'istancabile scrittore, che avea consumata la propria vita nello studio delle Scritture, per la loro autenticità si riferisce all'inspirata autorità della Chiesa. Egli era impossibile, che i Gnostici potessero ammettere i presenti nostri Evangeli, una gran parte dei quali (specialmente rispetto alla Risurrezione di Cristo) è direttamente, e come può sembrare, a bella posta formata contro le opinioni lor favorite. Ond'è alquanto singolare che Ignazio (Epist. ad Smirn. Patr. Apost. Tom. II. p. 34) volesse far uso di una dubbiosa ed incerta tradizione, piuttosto che citare la sicura testimonianza degli Evangelisti.

[475.] Faciunt favos et vespae; faciunt ecclesias et Marcionitae. Questa è la forte espressione di Tertulliano, che io son costretto di citare a memoria. Al tempo di Epifanio (adv. Haeres. p. 302) i Marcioniti eran molto numerosi nell'Italia, nella Siria, nell'Egitto, nell'Arabia, e nella Persia.

[476.] Agostino somministra un memorabil esempio di questo successivo progresso dalla ragione alla fede. Esso fu per molti anni impugnato nella setta de' Manichei.

[477.] L'unanime sentimento della primitiva Chiesa è molto chiaramente spiegato da Giustino martire (Apolog. Major.), da Atenagora (Legat. c. 22. ec.), da Lattanzio (Inst. Divin. II. 14-19).

[478.] Tertulliano (Apol. c. 23) allega la confessione degli stessi Demonj, ogni volta che venivano tormentati dagli Esorcisti Cristiani.

[479.] Tertulliano ha composto un rigidissimo trattato contro l'idolatria per cautelare i suoi fratelli dal continuo pencolo di cadervi. Recogita sylvam, et quantae latitant spinae. De Corona Militis c. 10.

[480.] Il Senato Romano si adunava sempre in un Tempio o in altro luogo consacrato (Aul. Gellio XIV). Avanti di entrare in materia, ogni Senatore versava una porzione di vino e d'incenso sopra l'altare. Sueton. in August. c. 35.

[481.] Vedi Tertulliano De spectaculis. Questo rigoroso riformatore non si dimostra più indulgente per una tragedia d'Euripide, che per un combattimento di gladiatori. L'offende specialmente la maniera di vestir degli attori; questi coll'uso di alti coturni tentavano empiamente di accrescere un cubito alla loro statura (c. 23).

[482.] Si può trovare appresso tutti i Classici l'antica usanza di chiudere i conviti con libazioni. Socrate e Seneca diedero negli ultimi loro momenti un nobil esempio di tal costume. Postquam stagnum calidae aquae introiit, respergens proximos servorum, addicta voce, libare se liquorem illum Jovi liberatori. Tacit. Annal. XV. 64.

[483.] Vedi l'elegante ma idolatrico inno di Catullo sopra le nozze di Manlio, o di Giulia. O Hymen, Hymenaee Io! quis huic Deo comparariet ausit?

[484.] Virgilio descrive ne' funerali di Miseno e di Pallante le antiche usanze con esattezza non minore di quella, con cui sono illustrati dal di lui commentatore Servio. Il rogo medesimo era un altare; si nutrivano le fiamme col sangue delle vittime; e tutti gli assistenti erano aspersi d'acqua lustrale.

[485.] Tertullian. de Idol. c. 11.

[486.] Vedi le Antichità di Montfaucon in ogni parte. Fino i rovesci delle monete Greche e Romane spesso erano idolatrici, ma in quest'occasione gli scrupoli de' Cristiani eran sospesi da una passione più forte.

[487.] (Tertullian. de Idol. c. 20, 21, 22.) Se un amico Pagano (nello starnutar per esempio d'alcuno) usava la famigliar espressione, Giove ti salvi, era obbligato il Cristiano a protestar contro la divinità di Giove.

[488.] Si consulti l'opera la più elaborata ma la più imperfetta di Ovidio, vale a dire i Fausti. Egli non oltrepassò i primi sei mesi dell'anno. La compilazione di Macrobio, che porta il nome di Saturnali, non è che una piccola parte del primo libro, che ha qualche rapporto a quel titolo.

[489.] Tertulliano ha composto una difesa, o piuttosto un panegirico della troppo ardita azione di un soldato cristiano, che gettando via la sua corona di lauro, aveva esposto se medesimo ed i suoi fratelli al più imminente pericolo. Dalla menzione, ch'ei fa degl'Imperatori Severo e Caracalla, egli è chiaro, non ostante la brama del Tillemont, che Tertulliano compose il suo trattato de Corona molto tempo avanti che si impegnasse negli errori de' Montanisti. Vedi Memor. Eccl. (Tom. III. p. 384).

[490.] Il primo libro delle Quistioni Tusculane in ispecie, il trattato De Senectute ed il Sogno di Scipione contengono nel più bello stile tutto ciò, che la Greca Filosofia, o il buon senso Romano potea suggerire in quest'oscuro, ed importante soggetto.

[491.] La preesistenza delle anime umane, in quanto almeno tal dottrina è conciliabile con la religione, fu adottata da molti de' Padri Greci e Latini. Vedi Beausobre Hist. du Manicheisme (l. VI. c. 4).

[492.] Vedi Cicerone pro Cluentio c. 61. Cesare ap. Sallust. de bello Catil. c. 50. Giovenale Sat. II. 149, ove così si esprime.

Esse aliquos manes et subterranea regna,

··············

Nec pueri credunt, nisi qui nondum aere lavantur.

[493.] L'undecimo libro dell'Odissea dà la più terribile ed incoerente idea delle ombre infernali. Tal pittura è stata molto abbellita da Pindaro e da Virgilio; ma anche questi Poeti, quantunque siano più corretti del grande loro maestro, sono ciò nonostante caduti in molte stravaganti incoerenze. Vedi Bayle Reponse aux questions d'un Provincial P. III. c. 22.

[494.] Vedi l'Epistola 16 del primo libro d'Orazio, la Satira 13 di Giovenale, e la seconda Satira di Persio. Questi discorsi popolari esprimono il sentimento e il linguaggio della moltitudine.

[495.] Se vogliam limitarci ai popoli Galli, si può osservare ch'essi non solo affidavano le loro vite, ma anche la lor moneta alla sicurezza dell'altro mondo. Vetus ille mos Gallorum occurrit (dice Valerio Massimo lib. II. c. 6. p. 10) quod memoria proditum est, pecunias mutuas, quae his apud inferos redderentur, dare solitos. La medesima usanza è più oscuramente indicata da Mela (l. III. c. 2). Egli è quasi inutile d'aggiungere, che i profitti di tal commercio eran sempre in una proporzione corrispondente al credito del mercante, e che i Druidi eran quelli, che dalla santa lor professione traevano un carattere di credibilità, che difficilmente si potrebbe assumere da qualunque altra classe di uomini.

[496.] L'Autore della Divina Legazione di Mosè adduce un motivo assai curioso di tal omissione, o molto ingegnosamente la ritorce contro i miscredenti.

[497.] Vedi Le Clerc. Prolegom. ad hist. Ecle. c. I. Sect. 8. Sembra, che l'autorità di lui sia di grandissimo peso, avendo egli scritto un dotto e giudizioso Comentario su' libri del vecchio Testamento.

[498.] Josephus Antiq. l. XIII. c. 18. Secondo l'interpretazione più naturale delle sue parole, i Sadducei non ammettevano che il Pentateuco; ma è piaciuto ad alcuni moderni critici di aggiungere al loro Credo anche i Profeti, o di supporre che si contentassero solo di rigettar le tradizioni de' Farisei. Il Dottore Jortin ha discusso tal articolo nelle sue Osservazioni sopra l'Istoria Ecclesiastica, vol. II. p. 103.

[499.] Tale aspettativa era sostenuta dal capo 24. di S. Matteo, e dalla prima lettera di S. Paolo a' Tessalonicensi. Erasmo toglie la difficoltà coll'aiuto dell'allegoria e della metafora, e l'erudito Grozio cerca di persuadere che per providi fini fu permesso, che si stabilisse quella pia illusione.

[500.] Vedi la Teoria sacra di Burnet P. III. c. 5. Questa tradizione si trova già stabilita fino al tempo dell'Autore dell'Epistola di Barnaba, che scrisse nel primo secolo, e che sembra essere stato mezzo Giudeo.

[501.] La chiesa primitiva d'Antiochia contava quasi 6000 anni dalla creazion del mondo alla nascita di Cristo. Africano, Lattanzio, e la Chiesa Greca avean ridotto quel numero a 5500, ed Eusebio si è contentato di 5200 anni. Questi calcoli eran fondati sulla version de' Settanta, ch'era universalmente ricevuta ne' primi sei secoli. L'autorità della Volgata, e del testo Ebraico ha determinato i moderni, sì Cattolici che Protestanti a preferire un periodo di circa 4000 anni; quantunque nello studio dell'antichità profana, spesse volte si trovino essi angustiati da così stretti confini.

[502.] Furon prese moltissime di queste pitture dalla falsa interpretazione d'Isaia, di Daniele, e dell'Apocalisse. Può trovarsene una delle più grossolane immagini appresso Ireneo (l. V. p. 455) discepolo di Papia, che aveva veduto l'Apostolo S. Giovanni.

[503.] La testimonianza di Giustino, e la fede con cui egli ed i suoi fratelli ortodossi credevano alla dottrina del Millenio si chiariscono nel modo più lucido o solenne (Dial. cum Tryph. Jud. p. 177, 178 ed. Benedit.). Se nel principio di quest'importante passaggio si scopre qualche cosa che sembra incoerente, noi possiamo accusarne, come più ci piacerà, o l'autore, o il suo traduttore.

[504.] Vedi il secondo Dialogo di Giustino con Trifone, ed il libro settimo di Lattanzio. Poichè il fatto è fuor di dubbio, non è necessario enumerare tutti i Padri di mezzo. Il lettore curioso può consultare Daille de Usu Patrum, (l. II, c. 4)

[505.] Dupin (Biblioth. Eccles. Tom. I. p. 223. Tom. II. p. 366) e Mosemio (p. 720) quantunque l'ultimo di questi dotti Teologi non sia totalmente ingenuo in quest'occasione.

[506.] Nel Concilio di Laodicea, tenuto circa l'anno 360, l'Apocalisse fu tacitamente esclusa dal Canone de' libri sacri per decreto di quelle medesime Chiese Asiatiche, alle quali essa era indirizzata, e possiam rilevare da' lamenti di Sulpizio Severo, che la lor sentenza era stata confermata dalla maggior parte de' Cristiani del suo tempo. Per quali cagioni dunque l'Apocalisse al presente vien così generalmente ammessa dalle Chiese, Greca, Romana e Protestante? Possono assegnarsene le seguenti: I. I Greci restaron vinti dall'autorità di un impostore che nel sesto secolo usurpò il carattere di Dionisio Areopagita; II. Un giusto timore, che i Grammatici non divenissero più importanti de' Teologi, impegnò il Concilio di Trento ad apporre il sigillo della propria infallibilità a tutti i libri della Scrittura contenuti nella Volgata Latina, nel numero de' quali entrava per buona ventura l'Apocalisse (Fra Paolo Istor. del Concil. Triden. l. II.) III. Il vantaggio di rivolger quelle misteriose profezie contro la sede Romana, inspirò ai Protestanti una singolar venerazione per un alleato sì comodo. Vedi gl'ingegnosi ed eleganti discorsi del presente Vescovo di Litchfield su questo spinoso soggetto.

[507.] Lattanzio (Instit. Div. VII. 15. ec.) riferisce l'orribile istoria di quel che dovea seguire con grand'eloquenza e vivezza.

[508.] Ogni lettore di buon gusto potrà consultare su questo articolo la terza parte della Teoria sacra di Burnet. Egli unisce insieme con un magnifico sistema la filosofia, la Scrittura e la tradizione; e nel descriverlo mostra una forza di fantasia non inferiore a quella di Milton medesimo.

[509.] Eppure, qualunque siasi l'espressione de' particolari, questa è sempre la pubblica dottrina di tutte le Chiese Cristiane; nè la stessa Chiesa Anglicana può rifiutare di ammettere le conchiusioni che si debbono trarre da' suoi articoli 8.º e 18.º I Giansenisti, che hanno sì diligentemente studiate le opere de' Padri, sostengono con distinto zelo questa sentenza, e l'erudito Tillemont non lascia mai di parlare di un virtuoso Imperatore senza pronunziarne la condanna. Zuinglio è forse il solo Capo di un partito, che ha sempre adottato l'opinione più dolce, e questi ha dato non minore scandalo ai Laterani che ai Cattolici. Vedi Bossuet. Hist. des variat. des Eglises Protest. (l. II. c. 19, 22.)

[510.] Giustino e Clemente d'Alessandria confessano, che alcuni filosofi furono istruiti dal Logos, confondendo il doppio significato, che ha questa parola, della ragione umana, e del Divin Verbo.

[511.] Tertullian. De Spectac. c. 30. Per mettere in mostra il grado di autorità che lo zelante Affricano aveva acquistato, basterà citare la testimonianza di Cipriano, dottore e guida di tutte le chiese occidentali. (Vedi Prud. Inno XIII. 100.) Ogni volta ch'egli applicavasi al giornaliero suo studio delle Opere di Tertulliano, soleva dire, «Da mihi magistrum» Datemi il mio maestro. (Hyeronym. de Viris Illustribus, tomo I. p. 284).

[512.] I sotterfugi del Dottor Middleton non possono servire a far perdere di vista i chiari vestigi delle visioni, e dell'inspirazione che si vedono appresso i Padri Apostolici.

[513.] Il Dottor Middleton (Ricerca libera p. 96. ec.) osserva, ch'essendo tal pretensione più difficile di tutte le altre a sostenersi per mezzo dell'arte, fu la più pronta a cedere. L'osservazione s'accorda colla sua ipotesi.

[514.] Atenagora in Legation. Giustino Mart. Cohort. ad gentes, Tertull. adversus Marcion. l. IV. Queste descrizioni non son molto dissimili da quel furore profetico, pel quale Cicerone (De Divinat. II. 54.) mostra così poco rispetto.

[515.] Tertulliano (apolog. c. 23 ) arditamente sfida i Magistrati Pagani su questo punto. Fra' primitivi miracoli il potere di esorcizzare è l'unico che sia stato ammesso da' Protestanti.

[516.] Ireneo adv. Haeres. (l. II. 56, 57, l. V. c. 6.) Dodwell (Dissert. ad Iraeneum II. 42.) stabilisce, che il secondo secolo fu anche più abbondante del primo in miracoli.

[517.] Theophil. ad Antolycum l. II. p. 77.

[518.] Il Dottore Middleton diede alla luce la sua Introduzione l'anno 1747; pubblicò la sua Libera Ricerca nel 1749 ed avanti la sua morte, che avvenne nel 1750, aveva preparato una difesa della medesima contro i suoi numerosi avversari.

[519.] L'università d'Oxford conferì i gradi agli oppositori di lui. Dall'amarezza di Mosemio (p. 221.) possiamo dedurre i sentimenti de' teologi Luterani.

[520.] Può sembrare alquanto notabile, che Bernardo di Chiaravalle, il quale racconta tanti miracoli del suo amico S. Malachia, non faccia mai veruna menzione de' propri, che però vengono diligentemente riferiti da' compagni e discepoli di lui. Nel lungo corso dell'Istoria Ecclesiastica si trova egli mai un solo esempio di un Santo, che affermi di aver egli posseduto il dono de' miracoli?

[521.] La conversione di Costantino è l'Era più comunemente fissata da' Protestanti. I Teologi più ragionevoli non son disposti ad ammettere i miracoli del quarto secolo, mentre i più creduli non vogliono rigettar quelli del quinto.

[522.] Si rappresentano molto chiaramente le imputazioni di Celso e di Giuliano insieme colla difesa de' Padri da Spaurmio (Commentaire sur les Césars de Julien p. 468.)

[523.] Plinio Epist. X. 97.

[524.] Tertullian. Apolog. c. 44. Egli soggiunge però con qualche dubbiezza, «aut si aliud, jam non Christianus».

[525.] Il filosofo Pellegrino (della vita, e morte del quale ci ha lasciato Luciano un piacevol racconto) imposturò per lungo tempo la credula semplicità de' Cristiani dell'Asia.

[526.] Vedi un molto giudizioso trattato di Barboyrac sur la Morale dei Pères.

[527.] Lactant. Divin. Institut. l. VI. c. 20, 21, 22.

[528.] Vedasi l'opera di Clemente Alessandrino intitolata Il Pedagogo, che contiene gli elementi d'Etica, quali insegnavansi nelle più celebri scuole Cristiane.

[529.] Tertulliano de Spectacul. c. 23. Clemente Alessandrino Pedagog. (lib. III. c. 8.)

[530.] Beausobre (Hist. Critiq. du Manicheisme l. VII. c. 3.) Giustino, Gregorio, Nisseno, Agostino ec. erano fortemente inclinati a quest'opinione.

[531.] Alcuni fra gli eretici Gnostici erano più coerenti: essi rigettavano l'uso del matrimonio.

[532.] Vedasi una serie continuata di tradizioni, da Giustino Martire sino a Girolamo nella Morale de' Padri (c. IV. 6-26.)

[533.] Vedi una molto curiosa dissertazione sulle Vestali nelle Memorie dell'Accademia delle Iscrizioni (Tom. II. p. 161-227.) Nonostanti gli onori, ed i privilegi concessi a quelle vergini, era difficile di trovarne un numero sufficiente; nè il timore della morte più orribile potè sempre tenere in freno la loro incontinenza.

[534.] Cupiditatem procreandi aut unam scimus aut nullam. Minucius Felix c. 21, Justin. Apolog. Major. Athenagor. in Legat. c. 28, Tertull. de cult. foeminar. l. 2.

[535.] Euseb. l. VI 8. Avanti che la fama d'Origene avesse risvegliato l'invidia, e la persecuzione, quest'azione straordinaria era piuttosto ammirata, che censurata. Siccome aveva egli generalmente l'uso d'interpretare allegoricamente la Scrittura, sembra una disgrazia, che in questo sol caso dovesse adottare il senso letterale.

[536.] Cipriano, Ep. 4, e Dodwell, Dissert. Cyprian. III. Qualche cosa di simile a questo temerario tentativo, fu lungo tempo dopo, attribuite al fondatore dell'ordine di Fontevrault. Bayle ha divertito se, ed i suoi lettori intorno a questo assai delicato soggetto.

[537.] Dupin (Bibl. Eccles. Tom. I. p. 195.) fa un particolar racconto del dialogo delle dieci vergini, quale fu composto da Metodio Vescovo di Tiro. Le lodi della verginità sono eccessive.

[538.] Gli Ascetici fin dal secondo secolo incominciarono a far pubblica professione di mortificare i lor corpi, e di astenersi dall'uso della carne e del vino. Mosemio p. 310.

[539.] Vedi la Morale de' Padri. Furono dopo la Riforma rinnovati gli stessi pazienti principj da' Sociniani, da' moderni Anabattisti, e da' Quaccheri. Barclai, ch'è l'apologista di questi ultimi, ha patrocinato i propri fratelli coll'autorità de' primitivi Cristiani p. 542-549.

[540.] Tertull. Apolog. c. 21. De Idol. c. 17. 18. Origene contra Celsum (l. V. p. 253. l. VII. p. 348. lib. VIII. p. 423-428.)

[541.] Tertulliano (De corona Milit. c. 11.) suggerisce loro l'espediente di disertare: consiglio, che se fosse stato generalmente noto, non era molto a proposito per conciliare alla Religione Cristiana il favore degl'Imperatori.

[542.] Per quanto noi possiam giudicare dalla mutilata rappresentazione d'Origene (l. VIII. p. 423), Gelso, di lui avversario, avea sostenuto la sua obbiezione con gran forza, e candore.

[543.] Il partito aristocratico in Francia, ed in Inghilterra ha fortemente sostenuto l'origine divina de' Vescovi; ma i Preti calvinisti non han voluto soffrire un superiore, ed il Romano Pontefice ha ricusato di riconoscere un uguale. Vedi Fra Paolo.

[544.] Nell'istoria della Gerarchia Cristiana ho per lo più seguitato il dotto ed ingenuo Mosemio.

[545.] Quanto a' Profeti della primitiva Chiesa vedi Mosem. Dissert. ad Hist. Ecles. pertinentes Tom. II. p. 132-208

[546.] Vedi le Epistole di S. Paolo, e di Clemente a' Corintj.

[547.] Hooker Ecclesiast. Polizia. l. VII.

[548.] Vedi Girolamo ad Titum c. 1. ed Epist. 85. (nell'Ediz. Benedettin. 101.) e l'elaborata apologia di Blondello pro sententia Hieronymi. L'antico stato del Vescovo, e de' Preti d'Alessandria, qual è descritto da Girolamo riceve una considerabil conferma dal Patriarca Eutichio (Annal. Tom. I. p. 330. vers. Pocock), di cui non so come possa rigettarsi la testimonianza malgrado tutte le obbiezioni del dotto Pearson nelle sue Vindiciae Ignatianae Part. I. c. II.

[549.] Vedasi l'introduzione all'Apocalisse. I Vescovi sotto il nome di Angeli erano già instituiti in sette Città dell'Asia. Eppure l'Epistola di Clemente (ch'è probabilmente di uguale antichità) non ci conduce a scoprire alcuna traccia d'Episcopato nè a Corinto, nè a Roma.

[550.] Nulla Ecclesia sine Episcopo, è stato un fatto non meno che una massima, fin dal tempo di Tertulliano e d'Ireneo.

[551.] Superate le difficoltà del primo Secolo, troviamo il governo Episcopale universalmente stabilito, finchè restò interrotto dal genio repubblicano de' riformatori Svizzeri e della Germania.

[552.] Vedi Mosemio nel primo e secondo secolo. Ignazio (ad Smyrnaeos c. 3. ec.) esalta con trasporto la dignità Episcopale. Le Clerc (Hist. Eccles. p. 569) censura molto arditamente la di lui condotta. Mosemio con un giudizio più critico (p. 161) sospetta della genuinità eziandio delle più brevi Epistole.

[553.] Nonne et Laici sacerdotes sumus? Tertull. Exhor. ad castitat. c. 7. Siccome il cuore umano è sempre il medesimo, così molte osservazioni, che Hume ha fatto sull'entusiasmo (Saggi vol. l. p. 76 dell'Edizione in 4) possono applicarsi anche alla reale inspirazione.

[554.] Acta Concil. Carthag. apud Cyprian. Edit. Fell. p. 158. Questo Concilio era composto di ottantasette Vescovi delle Province di Mauritania, Numidia ed Affrica; ed alcuni Preti, e Diaconi assisterono all'assemblea, praesente plebis maxima parte.

[555.] Aguntur praeterea per Graecias illas certis in locis concilia ec. Tertullian. de Jejun c. 13. L'Affricano scrittore ne fa menzione come di un'istituzione recente e straniera. L'alleanza dello Chiese Cristiane spiegasi molto giudiziosamente da Mosemio p. 164-170.

[556.] Cipriano nel suo ammirato libro de unitate Ecclesiae p. 75-86.

[557.] Noi possiam in tutto e per tutto riferirci al contegno, alla dottrina ed alle lettere di Cipriano. Le Clerc in una breve vita, che ne ha fatto (Biblioth. Univers. tom. XII. p 307-378.) l'ha rappresentato con gran libertà, ed esattezza.

[558.] Se Novato, Felicissimo, ec. che il Vescovo di Cartagine scacciò dalla sua Chiesa e dall'Affrica, non erano veramente i mostri più detestabili d'empietà, lo zelo di Cipriano in tali occasioni dovrà prevalere alla sua veracità. Bramando un giusto ragguaglio di tali oscure querele vedi Mosemio p. 497-512.

[559.] Mosemio pag. 269-274. Dupin Antiq. Eccles. Discipl. p. 19-20.

[560.] Tertulliano in un Trattato a parte ha difeso contro gli Eretici il diritto della prescrizione come proprio delle Chiese Apostoliche.

[561.] Si fa menzione del viaggio di S. Pietro a Roma dalla maggior parte degli antichi scrittori (Vedi Euseb. II. 25.). Il medesimo è sostenuto da tutti i Cattolici, ed accordato da alcuni Protestanti (Vedi Pearson e Dodwell de succ. Episc. Rom.) ma è stato vigorosamente attaccato dallo Spanemio (Miscell. Sacra III. 3.). Secondo il P. Arduino i Monaci del Secolo XII che composero l'Eneide, rappresentarono S. Pietro sotto l'allegorico carattere dell'Eroe Troiano.

[562.] Non è che in Francese che sia esatta quella famosa allusione al nome di S. Pietro: Tu es Pierre, et sur cette pierre ec. Essa è imperfetta in Greco, in Latino, in Italiano ec. e totalmente inintelligibile ne' nostri linguaggi Teutonici.

[563.] Irenaeus adv. Haeres. III. 3. Tertullian. de praescript. c. 36 e Ciprian. ep. 27, 55, 71, 75. Le Clerc (Hist. Eccl. p. 764) e Mosemio (p. 258, 578) difficilmente interpretano questi passi. Ma il libero ed oratorio stile de' Padri spesso par favorevole alle pretensioni di Roma.

[564.] Vedasi la pungente lettera scritta da Firmiliano, Vescovo di Cesarea, a Stefano, Vescovo di Roma, appresso Cipriano Epist. 75.

[565.] Intorno a questa disputa di ribattezzare gli Eretici, vedi le lettere di Cipriano, ed il libro settimo di Eusebio.

[566.] Quanto all'origine di quelle parole vedi Mosemio p. 141, e Spanemio Hist. Eccl. p. 633. La distinzione fra i Cherici, ed i Laici era già stabilita prima del tempo di Tertulliano.

[567.] La comunione instituita da Platone è più perfetta di quella, che aveva immaginato per la sua Utopia il cav. Tommaso Moro. La comunione delle donne, e quella de' beni temporali, possono considerarsi come parti inseparabili dell'istesso sistema.

[568.] Joseph Antiquit. XVIII. 2. Philo de vit. contemplativ.

[569.] Vedi gli Atti degli Apostoli c. 2. 4. 5. co' comentari di Grozio. Mosemio, in una Dissertazione particolare, attacca la comune opinione con molto inconcludenti argomenti.

[570.] Giustino Mart. Apolog. Magg. c. 89. Tertull. Apol. c. 39.

[571.] Iren. adv. haereses l. IV. c. 27, 34, Origen. in Num. hom. II. Ciprian. de unitat. Ecles. Constitut. Apostol. (l. II. c. 34, 35) colle note del Cotelerio. Dalle Costituzioni s'introduce questo precetto divino, dichiarando, che i Preti son tanto superiori ai Re, quanto l'anima è più eccellente del corpo. Fra i generi sottoposti alla decima, esse contano il grano, il vino, l'olio, e la lana. Si consulti su questo interessante soggetto l'Istoria delle Decime di Prideaux, e Fra Paolo delle materie Beneficiarie, scrittori di carattere molto diverso fra loro.

[572.] La medesima opinione, la quale prevalse anche verso l'anno mille, produsse i medesimi effetti. Molte donazioni portano espresso questo loro motivo »appropinquante mundi fine». Vedi Mosem. Istor. Generale della Chiesa vol. I. p. 457.

[573.]

Tam summa cura est fratribus

(Ut sermo testatur loquax)

Offerre, fundis venditis

Sestertiorum millia.

Addicta avorum praedia

Foedis sub auctionibus,

Successor exhaeres gemit

Sunctis egens parentibus.

Haec occulantur abditis

Ecclesiarum in angulis,

Et summa pietas creditur

Nudare dulces liberos.

Prudent πἐρι στεφανων Hymn. 2.

La susseguente condotta del Diacono Lorenzo prova solo qual uso propriamente si facesse della ricchezza nella Chiesa Romana: questa era senza dubbio molto considerabile; ma Fra Paolo (c. 3.) pare, ch'esageri quando suppone, che i successori di Commodo furono mossi a perseguitare i Cristiani per l'avarizia di loro medesimi, e de' lor Prefetti del Pretorio.

[574.] Ciprian. Epist., 62.

[575.] Tertullian. de praescript. c. 30.

[576.] Diocleziano fece un rescritto, che non è che una dichiarazione dell'antica legge. »Collegium, si nullo speciali privilegio subnixum sit, haereditatem capere non posse dubium non est.» Fra Paolo (c. 4.) crede che questi regolamenti dopo il regno di Valeriano fossero molto trascurati.

[577.] Hist. August. p. 131. Il fondo era stato pubblico, ed allora si disputava fra la società de' Cristiani e quella de' macellai.

[578.] Constit. Apostol. II 35.

[579.] Ciprian. de Laps. p. 89. Epist. 65. L'accusa vien confermata da' canoni 19 e 20 del Concilio Eliberino.

[580.] Vedi le Apologie di Giustino e di Tertulliano.

[581.] La dovizia e la liberalità dei Romani verso i lor più distanti fratelli si celebra con gratitudine da Dionisio di Corinto presso Eusebio (l. IV. c. 23.)

[582.] Vedi Luciano in Peregrin. Giuliano (Epi. 49) sembra mortificato, perchè la carità de' Cristiani sostentava non solo i lor propri poveri, ma anche i Pagani.

[583.] Tale almeno fu la lodevole condotta di molti missionari moderni, posti nelle medesime circostanze. Si espongono annualmente più di tremila bambini di fresco nati nelle strade di Pechino. Vedi Le Comte Memoir. sur la Chine, e le Recherches sur les Chinois et les Egyptiens (Tom. I. p. 61.)

[584.] I Montanisti ed i Novaziani, che ostinatamente, e col massimo rigore sostenevano quest'opinione, si trovarono alfine essi medesimi posti nel numero degli Eretici scomunicati. Vedi il dotto, ed abbondante Mosemio sect. II e III.

[585.] Dionisio appresso Eusebio IV. 23. Ciprian. de Lapsis

[586.] Cristianesimo primitivo di Cavo Part. III. c. 5. Gli ammiratori dell'Antichità compiangono il disuso delle pubbliche penitenze.

[587.] Vedasi, appresso Dupin (Biblioth. Ecclesiast., Tom. II. p. 304-313), una breve ma ragionata esposizione de' canoni di que' Concilj, che furon convocati ne' primi momenti di tranquillità dopo la persecuzione di Diocleziano. Questa si era sentita con severità molto minore in Ispagna, che in Galazia: differenza, per cui si può in qualche modo render ragione del contrasto fra i regolamenti di quelle Province.

[588.] Ciprian. Epist. 69.

[589.] Le arti, i costumi, ed i vizi de' Sacerdoti della Dea Siria sono molto capricciosamente descritti da Apuleio nell'ottavo libro delle sue Metamorfosi.

[590.] L'uffizio di Asiarca era di questa specie, e se ne trova frequente menzione in Aristide, nelle inscrizioni ec. Era esso annuale ed elettivo. Non potevan desiderar tale onore, che i più vani fra' Cittadini, nè sopportarne la spesa, che i più doviziosi. Vedi ap. Patres Apostol. Tom. II. p. 200, con quanta indifferenza l'Asiarca Filippo si condusse nel martirio di Policarpo. V'erano in simil guisa i Bitiniarchi, i Liciarchi ec.

[591.] I moderni critici non sono disposti a credere quel che i Padri quasi concordemente asseriscono, che S. Matteo componesse un Evangelio Ebraico, di cui ci sia restata solamente la traduzione Greca. Ma sembra pericoloso rigettare la loro testimonianza.

[592.] Sotto il regno di Nerone, e di Domiziano, e nelle Città d'Alessandria, d'Antiochia, di Roma e d'Efeso. Vedi Mill. Prolegom. ad nov. Testam. e la bella, ed estesa collezione del Dottor Lardner vol. XV.

[593.] Gli Alogi (Epifan. de Haeres. 51.) contrastavano l'autenticità dell'Apocalisse, perchè la Chiesa di Tiatira non era per anche fondata. Epifanio, che accorda il fatto, si libera dalla difficoltà col supporre ingegnosamente, che S. Giovanni scrivesse con spirito di profezia. Vedi Abauzit Discours sur l'Apocalypse.

[594.] L'epistole d'Ignazio e di Dionisio (ap. Euseb. IV. 23), indicano molte Chiese in Asia ed in Grecia. Quella d'Atene par che fosse una delle meno floride.

[595.] Luciano in Alexan. c. 25. Bisogna però, che il Cristianesimo fosse molto inegualmente sparso pel Ponto; mentre alla metà del terzo secolo non si trovavan più che 17 credenti nell'estesa diocesi di Neocesarea. Vedi Tillemont (Memoir. Ecclesiast. Tom. IV. p. 675) che cita Basilio, e Gregorio Nisseno, i quali erano pure nativi di Cappadocia.

[596.] Secondo gli Antichi, Gesù Cristo patì sotto il Consolato de' due Gemini l'anno 29 dell'Era nostra presente. Plinio fu mandato in Bitinia (secondo il Pagi) nell'anno 110.

[597.] Plin. Epist. X. 97.

[598.] Chrysostom. Oper. Tom. VII. p. 658-810. Edit. Savil

[599.] Gio. Malela, Tom. II. p. 144. Egli tira la medesima conseguenza rispetto alla popolazione d'Antiochia.

[600.] Chrysostom. (Tom. I. p. 144.) Io son debitore di questi passi, ma non della mia illazione, all'erudito Dott. Lardner. Credibilità dell'istoria Evangelica vol. XII. p. 370.

[601.] Basnage (Hist. des Juifs l. II. c. 20, 21, 22, 23) ha esaminato con la più critica esattezza il curioso trattato di Filone, che descrive i Terapeuti. Provando ch'esso fu composto fin dal tempo d'Augusto, Basnage ha dimostrato a dispetto d'Eusebio (1. II. c. 17) e di una folla di moderni Cattolici, che i Terapeuti non erano, nè Cristiani nè monaci. Riman sempre verisimile, che essi cangiassero il nome, conservassero le loro usanze adottando alcuni nuovi articoli di fede, ed appoco appoco divenissero i padri degli Ascetici Egizj.

[602.] Vedi una lettera d'Adriano nell'Istoria Augusta p. 245.

[603.] Quanto alla successione de' Vescovi d'Alessandria si consulti l'Istoria di Renaudot, p. 24 ec. Questo curioso fatto ci è stato conservato dal Patriarca Eutichio (Annal. Tom. I. p. 334 vers. Pocock) e la sua sola testimonianza risguardante la propria Chiesa sarebbe una risposta sufficiente a tutte le obbiezioni, che il Vescovo Pearson ha fatte nelle Vindicie Ignaziane.

[604.] Ammian. Marcellin. XXII. 16.

[605.] Origen. contr. Celsum l. I. p. 40.

[606.] Ingens multitudo è l'espressione di Tacito XV. 44.

[607.] T. Liv. XXXIX. 13, 15, 16, 17. Fu eccessivo l'orrore e la costernazion del Senato alla scoperta de Baccanalisti, la depravazione de' quali è descritta, e forse anche esagerata da Livio.

[608.] Euseb. l. VI. c. 43. Il Traduttore Latino (di Valois) ha stimato proprio di ridurre il numero de' Preti a quarantaquattro.

[609.] Questa proporzione de' Preti e de' poveri col resto del popolo, fu per la prima volta fissata dal Burnet (Viaggi in Ital. p. 168) e confermata da Moyle (vol. II. p. 151). Nessuno de' due avea cognizione del passo di Grisostomo, che riduce la lor congettura quasi ad un fatto.

[610.] Serius trans alpes, religione Dei suscepta. Sulpic. Sever. l. II. Questi furono i celebri martiri di Lione. Vedi Euseb. V. I. Tillemont Mem. Eccles. Tom. II. p. 316. Secondo i Donatisti, l'asserzione de' quali vien confermata dalla tacita confessione d'Agostino, l'Affrica fu l'ultima fra le Province, che ricevè l'Evangelio (Tillemont Mem. Eccles. Tom. I. p. 754.)

[611.] Tum primum intra Gallias Martyria visa. Sulp. Sever. l. II. Rispetto all'Affrica vedi Tertulliano. ad Scapulam. c. 3. Si suppone, che i primi fossero i martiri Scillitani (Acta sincera Ruinart. p. 34.) Pare che uno degli avversari d'Apuleio fosse Cristiano. Apolog. p. 496, 497, Edit. Delphin.

[612.] Rarae in aliquibus civitatibus Ecclesiae paucorum Christianorum devotione resurgerent. Acta sincera p. 130. Gregor. di Tours l. I. c. 28. Mosem. p. 207. 449. V'è qualche ragione di credere, che al principio del quarto secolo le vaste Diocesi di Liegi, di Treveri, e di Colonia formassero un sol Vescovato, ch'era stato eretto molto recentemente. Vedi le Memorie di Tillemont Tom. VI. part. I. p. 43, 411.

[613.] In una dissertazione di Mosemio si fissa la data dell'apologia di Tertulliano all'anno 198.

[614.] Nel decimoquinto secolo si trovavan poche persone che avessero la disposizione o il coraggio di porre in dubbio, se Giuseppe d'Arimatea fondato avesse il monastero di Glastonbury, e se Dionisio Areopagita preferito avesse la residenza di Parigi a quella d'Atene.

[615.] Tale stupenda metamorfosi fu fatta nel nono secolo. Vedi Mariana (Hist. Hispan. V. 10. 13) che in ogni senso imita Livio, e l'ingenuo scuoprimento fatto della leggenda di S. Giacomo dal Dott. Geddes (Miscell. Vol. 4. p. 221.)

[616.] Giustin. mart. Dial. cum Tryphone p. 341. Iren. adv. haeres. l. I. c. 10. Tertullian. adv. Jud. c. 7. Vedi Mosemio p. 203.

[617.] Vedi il quarto secolo dell'Istoria Eccles. di Mosemio. Posson trovarsi molte, quantunque assai confuse circostanze relative alla conversion dell'Iberia e dell'Armenia appresso Mosè di Corene l. II. c. 78, 79.

[618.] Secondo Tertulliano, Cristo e la Fede avevano penetrato nelle parti della Gran-Brettagna, inaccessibili alle armi Romane. Circa un secolo dopo si dice, che Ossian figlio di Fingal, nella sua estrema vecchiezza disputasse con un Missionario straniero, e la disputa sussiste ancora in versi, ed in lingua Ersa. Vedasi la Dissertazione sull'antichità de' Poemi d'Ossian di Macpherson p. 10.

[619.] I Goti, che devastarono l'Asia nel regno di Gallieno, portaron via gran numero di schiavi, alcuni de' quali eran Cristiani, e divennero Missionari. Vedi Tillemont Memoir. Eccles. Tom. IV. p. 44.

[620.] La leggenda d'Abgaro, favolosa com'è, somministra una decisiva prova, che molti anni prima ch'Eusebio scrivesse la sua storia, la massima parte degli abitanti d'Edessa aveva abbracciato il Cristianesimo. I cittadini di Carre, al contrario, loro rivali, restarono attaccati alla causa del Paganesimo fino al sesto secolo.

[621.] Secondo Bardesane appresso Eusebio (Praepar. Evang.) nella Persia trovavansi alcuni Cristiani avanti la fine del secondo secolo. Al tempo di Costantino (Vedi la di lui Epistola a Sapore Vit. l. IV c. 13) formavano essi una florida Chiesa. Si consulti Beausobre Hist. critique du Manicheisme. Tom. I. p. 180. e la Biblioteca Orientale dell'Assemani.

[622.] Origen. contra Cels. l. VIII. p. 424.

[623.] Minuc. Felix c. 8 con le note di Wovvero. Cels. ap. Origen. l. III. p. 138, 142. Julian. ap. Cyril., l. VI. p. 206. Edit. Spanheim.

[624.] Euseb. Hist. Eccl. IV. 3. Hieron. Epist. 83.

[625.] Così prettamente si racconta l'istoria ne' Dialoghi di Giustino. Tillemont (Mem. Eccles. Tom. II. p. 334) che la riferisce, assicura, che il vecchio era un Angelo sotto quella figura.

[626.] Euseb. V. 28. Si può sperare, che nessuno, eccettuati gli Eretici, desse giusto motivo alla querela di Celso (ap. Origen. l. II. p. 77) che i Cristiani continuamente correggevano ed alteravano i loro Evangeli.

[627.] Plin. Epist. X. 97. Fuerunt alii similis amentiae cives Romani.... Multi enim omnis aetatis, omnis ordinis, utriusque sexus etiam vocantur in periculum et vocabuntur.

[628.] Tertullian. ad Scapulam. Eppure tutta la sua rettorica non s'estende a pretendere più che la decima parte di Cartagine.

[629.] Ciprian. Epist. 79.

[630.] Il Dottor Lardner, nel suo primo e secondo volume delle testimonianze Giudaiche e Cristiane, raccoglie ed illustra quelle di Plinio il Giovane, di Tacito, di Galeno, di Marco Antonio e forse d'Epiteto (essendo dubbioso se quel filosofo intende parlar de' Cristiani). Della nuova setta non si fa menzione veruna da Seneca, da Plinio il Vecchio, nè da Plutarco.

[631.] Se allegata si fosse la famosa Profezia delle settanta settimane ad un filosofo di Roma, non avrebb'egli risposto con le parole di Cicerone «Quae tandem ista auguratio est, annorum potius quam aut mensium aut dierum?» de Divinit. II 30. Si osservi con qual irreverenza Luciano (in Alexandro c. 13,) ed il suo amico Gelso (ap. Origen. l. VII. p. 327.) si esprimono rispetto a' Profeti Ebrei.

[632.] I filosofi, che deridevano le più antiche predizioni delle Sibille, avrebbero facilmente scoperto le falsità degli Ebrei e de' Cristiani, che i Padri hanno citato con tanta pompa, da Giustino Martire fino a Lattanzio. Quando i versi Sibillini ebbero eseguilo l'uffizio loro assegnato, essi, come il sistema dei millenarj, furono quietamente posti in obblio. La Sibilla Cristiana disgraziatamente aveva fissata la rovina di Roma nell'anno 195. II. C. 948.

[633.] I Padri, che son disposti come in linea di battaglia dal Calmet (Dissertazione sulla Bibbia Tom. III. p. 295-308.) par che voglian cuoprire tutta la terra di oscurità, nel che vengon seguitati dai più fra' moderni.

[634.] Origen. ad Matth. c. 27. e pochi moderni critici, Beza, Le Clerc, Lardner ecc. desiderano di restringerla alla sola Terra della Giudea.

[635.] Il celebre passo di Flegone ora si è saviamente abbandonato. Quando Tertulliano assicura i Pagani, che si trova fatta menzione di tal prodigio, in Arcanis, non già in archivio vestris (vedi la sua apolog. c. 21), egli probabilmente intende di parlare de' versi Sibillini, che lo riferiscono esattamente con le stesse parole dell'Evangelio.

[636.] Seneca Quaest. nat. l. I. 15. VI. I. VII. 17. Plinio Hist. nat. l. II.

[637.] Plin. Hist. nat. II. 30.

[638.] Virgil. Georg. l. 1. 466. Tibull. l. II. Eleg. V. v. 75. Ovid. Metam. XV. 782. Lucan. I. 540. L'ultimo pone questo prodigio avanti la guerra civile.

[639.] Vedi una pubblica epistola di Marc'Anton. ap. Josepho Antiq. XII. 12. Plutarc. in. Caesar. p. 471. Appian. Bell. civ. l. IV. Dion. Cass. l. XLV. p. 431. Jul. Obseq. c. 128. Questo piccol trattato è un estratto de' prodigi di Livio.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le grafie alternative (obblio/obblìo e simili), correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. Le citazioni in greco sono state trascritte integralmente, senza apportare alcuna correzione per eventuali inesattezze ortografiche o grammaticali.

Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.