CAPITOLO XVIII.
Carattere di Costantino. Guerra Gotica. Morte di Costantino. Divisione dell'Impero fra' tre suoi figli. Guerra di Persia. Tragiche morti di Costantino il Giovane, e di Costante. Usurpazione di Magnenzio. Guerra civile. Vittoria di Costanzo.
Il carattere d'un Principe, che mutò la sede dell'Impero, ed introdusse cangiamenti così importanti nella civile e religiosa costituzione del suo dominio, ha fissato l'attenzione, e diviso i sentimenti degli uomini. Il liberator della Chiesa dal grato zelo de' Cristiani è stato decorato di tutte le qualità d'un Eroe ed eziandio d'un Santo; mentre il dissapore del partito, che restò vinto, ha paragonato Costantino al più abbominevole di que' Tiranni, che per il vizio e per la debolezza loro disonorarono la porpora Imperiale. Si sono in qualche modo perpetuate le passioni stesse nelle successive generazioni; ed il carattere di Costantino anche nel presente secolo si risguardava come un oggetto o di satira o di panegirico. Dall'imparziale unione di que' difetti, che si confessano da' più ardenti di lui ammiratori, e di quelle virtù, che gli si concedono da' più implacabili suoi nemici, noi potremmo sperar di formare un giusto ritratto di quell'uomo straordinario, che adottar si potesse dalla verità o dal candor d'un istorico senza rossore[380]. Ma tosto si vedrebbe, che la vana impresa di unire colori così discordi, e di conciliare qualità sì incoerenti, produrrebbe una figura mostruosa piuttosto che umana, qualora non si guardasse nel suo proprio e distinto lume, per mezzo d'un'esatta separazione de' differenti periodi del regno di Costantino.
La natura aveva arricchito delle più scelte doti la persona ugualmente che l'animo di Costantino. Egli era alto di statura, d'aspetto maestoso, e grazioso nel portamento; in ogni esercizio cavalleresco mostrava la propria forza ed attività; e dalla sua più tenera gioventù fino ad un'età molto avanzata, conservò il vigore della sua costituzione per un esatto attaccamento alle domestiche virtù della castità e della temperanza. Si dilettava del socievol commercio, della conversazione famigliare; e quantunque alle volte secondasse la sua disposizione a mettere in burla con minor riserva di quella che richiedeva la severa dignità del suo posto, la cortesia però e la liberalità delle sue maniere guadagnavano i cuori di tutti coloro che lo trattavano. Si è avuta per sospetta la sincerità della sua amicizia; ma dimostrò in varie occasioni, ch'esso non era incapace d'un vivo e durevole affetto. L'inconveniente di un'educazione senza letteratura non aveva impedito ch'egli si formasse una giusta idea dell'importanza del sapere; e le arti e le scienze riconobbero qualche incoraggiamento dalla generosa protezione di Costantino. Nella spedizione degli affari, la sua diligenza era instancabile; e le attive facoltà del suo spirito erano quasi di continuo esercitate in leggere, scrivere, o meditare, in dare udienza agli ambasciatori, ed in esaminar le querele de' propri sudditi. Anche quelli, che censurarono la giustezza delle sue misure, furon costretti a confessare, che esso aveva della magnanimità nel concepire, e della pazienza nel mettere in esecuzione i disegni più ardui, senz'essere impedito nè dai pregiudizi dell'educazione, nè dai clamori della moltitudine. In battaglia, comunicava la sua intrepidezza alle truppe, che comandava coll'abilità d'un consumato Generale; ed al suo sapere piuttosto che alla fortuna si possono attribuire le segnalate vittorie, che riportò contro gli estranei ed i domestici nemici della Repubblica. Amava la gloria, come il premio, e forse come il motivo delle sue fatiche. Può giustificarsi quella ambizione senza limiti, che dal momento, in cui accettò la porpora a York, comparisce come la sua passion dominante, da' pericoli della sua situazione, dal carattere de' suoi rivali, dalla cognizione d'un merito superiore e dall'apparenza, che il buon successo l'avrebbe posto in grado di restituir la pace e il buon ordine all'Impero diviso. Nelle sue guerre civili contro Massenzio e Licinio, aveva guadagnato in suo favore le inclinazioni del popolo, che confrontava gli aperti vizi di que' tiranni collo spirito di prudenza e di giustizia, che sembrava dirigere la general condotta di Costantino[381].
Questo è il carattere che Costantino avrebbe, con poche eccezioni, trasmesso alla posterità, se fosse morto sulle rive del Tevere, o anche nelle pianure d'Adrianopoli. Ma il fine del suo regno (secondo la moderata e veramente mite sentenza d'un autore del medesimo secolo) lo degradò da quel posto, che s'era acquistato fra' più degni Principi Romani[382]. Nella vita d'Augusto s'osserva il tiranno della Repubblica convertito quasi per insensibili gradi nel padre della sua patria e del genere umano. In quella di Costantino si può considerare un Eroe, che aveva per tanto tempo inspirato l'amore di se ne' suoi sudditi, ed il terrore ne' suoi nemici, che degenera in un crudele e dissoluto Monarca, corrotto dalla propria fortuna, o dalla conquista elevato al di là della necessità di simulare. La pace generale, ch'egli mantenne gli ultimi quattordici anni del suo regno, fu un periodo di splendore apparente, piuttosto che di reale prosperità; e la vecchiezza di Costantino restò infamata dai due opposti ma conciliabili vizi della rapacità e della prodigalità. I tesori che si trovarono accumulati ne' palazzi di Massenzio e di Licinio, furono profusamente scialacquati; le diverse innovazioni fatte dal conquistatore portarono aumento di spese; l'importare delle sue fabbriche, la sua Corte, e le sue feste richiedevano immediati e grossi sussidj; e l'unico fondo, che sostener potesse la magnificenza del Sovrano, era l'oppressione del popolo[383]. Gl'indegni suoi favoriti, arricchiti dall'infinita liberalità del loro Signore, usurpavano impunemente il privilegio della rapina e della corruzione[384]. Si sentiva in ogni parte della pubblica amministrazione una segreta ma universal decadenza, e l'Imperatore medesimo, quantunque sempre conservasse l'ubbidienza, perdè però appoco appoco la stima dei propri sudditi. L'abito ed i costumi, che affettò nel declinare degli anni, non servirono che ad avvilirlo agli occhi del Mondo. La pompa Asiatica, ch'erasi adottata dalla vanità di Diocleziano, prese un'aria di mollezza e d'effeminatezza nella persona di Costantino. Egli è rappresentato con una finta chioma di varj colori, artificiosamente disposta da' periti acconciatori di quel tempo; con un diadema di nuova e più dispendiosa invenzione; con una profusione di gemme e di perle, di collane e di smanigli; e con una mobile veste di seta a' diversi colori molto vagamente ricamata con fiori d'oro. In tale arnese, che appena potrebbe scusarsi dalla gioventù e dalla follia di Elagabalo, non ci è permesso di ravvisar la saviezza d'un attempato Monarca e la semplicità d'un veterano di Roma[385]. Un animo così corrotto dalla prosperità e dalla compiacenza, era incapace d'innalzarsi a quella magnanimità che sdegna i sospetti, e che s'arrischia a perdonare. La morte di Massimiano e di Licinio può giustificarsi per avventura da quelle massime di politica, che s'apprendono nelle scuole de' tiranni; ma un racconto imparziale dell'esecuzioni o piuttosto degli assassinamenti, che macchiarono gli ultimi anni di Costantino, suggeriranno alla più candida nostra mente l'idea d'un Principe, che poteva sagrificar senza ribrezzo le leggi della giustizia ed i sentimenti della natura, a' dettami o delle sue passioni o dell'interesse.
Sembrava che la medesima fortuna, che aveva tanto costantemente seguito le bandiere di Costantino, assicurasse le speranze e i conforti della sua vita domestica. Quelli fra' suoi Predecessori, che avevan goduti più prosperi e lunghi regni, come Augusto, Traiano e Diocleziano, erano stati mancanti di posterità; e le frequenti rivoluzioni non avevan mai dato tempo abbastanza ad alcuna famiglia Imperiale di crescere e moltiplicare all'ombra della porpora. Ma la dignità reale della famiglia Flavia, che per la prima volta fu nobilitata dal Gotico Claudio, discese per varie generazioni; e Costantino medesimo ricevè dal proprio padre gli ereditari onori reali, che tramandò a' suoi figli. L'Imperatore aveva avuto due mogli. Minervina, oscuro ma legittimo oggetto del suo giovanile amore[386], non gli aveva lasciato se non che un figlio chiamato Crispo. Da Fausta, figlia di Massimiano ebbe tre figlie e tre figli, noti sotto i nomi fra loro simili di Costantino, di Costanzo e di Costante. A' fratelli non ambiziosi di Costantino Magno, Giulio Costanzo, Dalmazio ed Annibaliano[387] fu permesso di godere il grado più onorevole e la più abbondante fortuna, che potesse combinarsi con uno stato privato. Il più giovane di essi visse oscuramente e senza posterità. I due maggiori ebbero in matrimonio le figlie di ricchi Senatori, e propagarono nuovi rami della stirpe Imperiale. Fra i figli di Giulio Costanzo Patrizio, Gallo e Giuliano divennero in seguito i più illustri. I due figli di Dalmazio, ch'erano stati decorati col vano titolo di Censori, si chiamarono Dalmazio ed Annibaliano. Due sorelle di Costantino Magno, Anastasia ed Eutropia, furon date per mogli ad Ottato e Nepoziano, Senatori di nascita nobile e di consolar dignità. Costanza, terza di lui sorella, si distinse per l'eminente sua grandezza e miseria. Essa rimase vedova del soggiogato Licinio; e fu per sua intercessione che un innocente fanciullo, frutto del suo matrimonio, conservò per qualche tempo la vita, il titolo di Cesare ed una precaria speranza di successione. Oltre le femmine e gli affini della casa Flavia, pareva che dieci o dodici maschi, a' quali secondo il linguaggio delle Corti moderne si darebbe il titolo di Principi del sangue, fossero destinati o a ereditare per ordine, o a sostenere il trono di Costantino. Ma in meno di trent'anni questa numerosa e crescente famiglia fu ridotta alle persone di Costanzo e di Giuliano, che soli sopravvissero ad una serie di delitti e di calamità, simili a quelle che i Tragici han deplorato nelle male augurate stirpi di Cadmo e di Pelope.
Crispo, figlio maggiore di Costantino ed erede presuntivo dell'Impero, vien rappresentato dagl'istorici imparziali come un amabile e compito giovane. Fu affidata la cura della sua educazione o almen de' suoi studi a Lattanzio, il più eloquente fra' Cristiani, e precettore mirabilmente adatto a formare il gusto, e ad eccitar le virtù del suo illustre discepolo[388]. All'età di diciassette anni Crispo fu insignito del titolo di Cesare e dell'amministrazione delle Province Galliche, dove le scorrerie de' Germani gli diedero pronta occasione di segnalare il militar suo valore. Nella guerra civile, che insorse poco dopo, il padre ed il figlio divisero le loro forze; ed in quest'istoria è stato già celebrato il valore e la condotta di quest'ultimo nel forzare lo stretto dell'Ellesponto, sì ostinatamente difeso dalla flotta superiore di Licinio. Quella vittoria navale contribuì a determinar l'evento della guerra, e si riunirono i nomi di Costantino e di Crispo nelle liete acclamazioni degli Orientali lor sudditi, che ad alta voce gridavano, che s'era soggiogato, ed attualmente si governava il mondo da un Imperatore dotato d'ogni virtù, e dall'illustre di lui figliuolo, Principe amato dal Cielo e viva immagine delle perfezioni del padre. Il pubblico favore, che rare volte accompagna la vecchiezza, spargeva il suo lustro sulla gioventù di Crispo. Egli meritava la stima, e s'attirava l'affezione della Corte, dell'esercito e del popolo. Il merito già sperimentato d'un Monarca regnante si confessa da' sudditi con ripugnanza, e frequentemente si nega con parziali e mal contenti susurri; laddove dalle nascenti virtù del successore si concepiscono le più ardenti ed illimitate speranze di una pubblica e privata felicità[389].
A. D. 324-325
Questa pericolosa popolarità eccitò ben presto l'attenzione di Costantino, che tanto come padre che come Re non sofferiva un uguale. In vece di procurare di assicurarsi la fedeltà del suo figlio co' generosi vincoli della confidenza e della gratitudine, risolse di prevenire i mali, che si potean temere dalla non soddisfatta ambizione. Crispo ebbe tosto motivo di dolersi, che mentre il suo minor fratello Costanzo si mandava col titolo di Cesare a regnare sul suo particolar dipartimento delle Province Galliche[390], egli, Principe d'età matura, che avea prestati sì recenti e segnalati servigi, in luogo d'esser elevato alla dignità superiore d'Augusto, era confinato come prigioniero alla Corte del padre, ed esposto senza forza o difesa ad ogni calunnia, cui suggerir potea la malizia de' suoi nemici. In tali difficili circostanze, il Giovane reale non fu sempre capace di contenere la sua condotta o di sopprimere la sua scontentezza; e possiamo assicurarci ch'egli era circondato da una quantità di perfidi o indiscreti compagni, che di continuo procuravan di accendere, ed eran forse indotti a tradire la veemenza non riservata del suo risentimento. Un editto di Costantino, pubblicato verso questo tempo, indica manifestamente i reali o affettati sospetti di lui, che si fosse fatta una segreta cospirazione contro la sua persona ed il suo governo. Con tutti gli allettativi di onori e di premj, esso invita i delatori d'ogni specie ad accusare senz'eccezione i suoi magistrati o ministri, i suoi amici, o i suoi più intimi favoriti, protestando con una solenne asserzione, ch'egli stesso avrebbe ascoltata l'accusa, ed avrebbe da se stesso vendicate le proprie ingiurie; e terminando con una preghiera, la quale scuopre qualche apprensione di pericolo, onde la Previdenza dell'Ente supremo continui sempre a proteggere la salute dell'Imperatore e dell'Impero[391].
A. D. 326
I delatori, che secondarono un invito sì liberale, eran versati abbastanza nelle arti delle Corti per indicar come rei gli amici e gli aderenti di Crispo; nè v'è alcun motivo di non credere alla veracità dell'Imperatore, che aveva promesso un'ampia dose di vendetta e di gastigo. La politica di Costantino, per altro, mantenne le stesse speranze di riguardo e di confidenza verso d'un figlio, che incominciava a risguardare come il suo più irreconciliabil nemico. Furon battute medaglie co' soliti voti pel lungo e felice regno del giovine Cesare[392]; ed in quella guisa che il popolo, il quale non era ammesso a' segreti della Corte, amava sempre le sue virtù, o ne rispettava la dignità, così un poeta, che sollecita il suo richiamo dall'esilio, adora con ugual riverenza la maestà del padre e quella del figliuolo[393]. Era giunto il tempo di celebrar l'augusta ceremonia del ventesimo anno del regno di Costantino; e l'Imperatore a tal effetto trasferì la Corte da Nicomedia a Roma, dove s'eran fatti pel suo ricevimento i più splendidi preparativi. Ogni occhio ed ogni lingua affettava d'esprimere un sentimento di generale felicità, e per un tempo il velo della solennità e della dissimulazione servì a cuoprire i più cupi disegni di vendetta e di morte[394]. Nel più bel della festa l'infelice Crispo fu arrestato per ordine dell'Imperatore, che si spogliò della tenerezza di un padre senza prendere l'equità di un giudice. L'esame fu breve e privato[395]; e poichè fu stimato conveniente di togliere agli occhi del popolo Romano la morte del Principe, sotto forte custodia fu mandato a Pola nell'Istria, dove poco dopo fu privato di vita, o per mano del carnefice o per la più mite operazione del veleno[396]. Nella ruina di Crispo restò involto Licinio Cesare[397], giovane di amabili costumi, e non potè muoversi la violenta gelosia di Costantino dalle preghiere, nè dalle lacrime della sorella sua favorita, che dimandava la vita d'un figlio, l'unico delitto del quale era il proprio grado, ed alla perdita di cui ella non potè lungamente sopravvivere. La storia di questi disgraziati Principi, la natura e la prova del loro delitto, la forma del processo e le circostanze della lor morte furono sepolte in una misteriosa oscurità; ed il Vescovo Cortigiano, che ha in un'elaborata opera celebrato le virtù e la pietà del suo Eroe, conserva un prudente silenzio intorno a questi tragici avvenimenti[398]. Un tale superbo disprezzo per l'opinione del genere umano, mentre imprime un'indelebile macchia sulla memoria di Costantino, ci dee far sovvenire della molto diversa condotta d'uno de' più gran Monarchi del nostro secolo. Il Czar Pietro, nel pieno possesso d'una potenza dispotica, sottopose al giudizio della Russia, dell'Europa e della posterità le ragioni, che lo costrinsero a sottoscrivere la condanna d'un colpevole, o almeno degenerante figliuolo[399].
Era sì generalmente riconosciuta l'innocenza di Crispo, che i Greci moderni, i quali adorano la memoria del lor fondatore, son ridotti a palliare il delitto d'un parricidio, che i sentimenti comuni della natura umana non permettevano di giustificare. Pretendono essi, che quando l'afflitto padre scuoprì la falsità dell'accusa, da cui la sua credulità era stata sì fatalmente sedotta, pubblicò al mondo il suo pentimento e rimorso, prese il lutto per quaranta giorni, nello spazio de' quali s'astenne dall'uso de' bagni e da ogni ordinario conforto della vita, e per durevole instruzione della posterità eresse a Crispo una statua d'oro con questa memoranda inscrizione: «Al mio Figlio che ho ingiustamente condannato»[400]. Un racconto così morale ed interessante meriterebbe d'esser sostenuto da autorità meno soggette a eccezioni; ma se consultiamo gli scrittori più antichi ed autentici, essi c'informeranno, che il pentimento di Costantino non si manifestò, che con atti di vendetta e di sangue, e che purgò l'uccisione d'un figlio innocente coll'esecuzione d'una forse rea moglie. Ascrivono la disgrazia di Crispo alle arti della matrigna Fausta, di cui l'implacabile odio, o l'amore mal corrisposto rinnuovò nel palazzo di Costantino l'antica tragedia d'Ippolito e di Fedra[401]. Come la figlia di Minosse, anche la figlia di Massimiano accusò il suo figliastro d'un incestuoso attentato contro la castità della moglie del proprio padre; e facilmente ottenne dalla gelosia dell'Imperatore una sentenza di morte contro d'un Principe, che essa con ragione risguardava come il più formidabile rivale de' propri figli. Ma Elena, la vecchia madre di Costantino, compianse e vendicò l'acerbo fato di Crispo di lui nipote; nè passò gran tempo, che si fece una reale o supposta scoperta, che Fausta medesima aveva un reo commercio con uno schiavo appartenente alle stalle Imperiali[402]. La condanna e la pena di essa furono le conseguenze immediate dell'accusa; e l'adultera fu soffocata dal fumo d'un bagno, che a tal fine era stato eccessivamente riscaldato[403]. Alcuni crederanno forse che la rimembranza d'una coniugale unione di vent'anni, e l'onore dello comune lor prole, destinata erede del Trono, avrebbe dovuto ammollire il duro cuore di Costantino, e persuaderlo a contentarsi che la sua moglie, per quanto potesse comparir delinquente, purgasse le proprie colpe in una solitaria prigione. Ma sembra fatica superflua il ponderare la convenienza di questo singolare avvenimento, se non se ne può accertare la verità, ch'è veramente accompagnata da alcune circostanze di perplessità e di dubbio. Tanto quelli, che hanno attaccato, quanto quelli, che han difeso il carattere di Costantino, hanno trascurato i considerabili passi di due orazioni pronunziate nel Regno seguente. La prima celebra le virtù, la bellezza e la fortuna dell'Imperatrice Fausta, figlia, moglie, sorella e madre di tanti Principi[404]. La seconda in espressi termini afferma, che la madre del giovane Costantino, il quale fu ucciso tre anni dopo la morte di suo padre, sopravvisse per piangere il destino del figlio[405]. Nonostante la positiva testimonianza di varj scrittori sì Cristiani che Pagani, vi resteran sempre ragioni di credere o almeno di sospettare, che Fausta evitasse la cieca e sospettosa crudeltà del marito. Le morti però d'un figlio e d'un nipote insieme coll'esecuzione d'un gran numero di rispettabili e forse innocenti amici[406], che furono involti nella lor caduta, possono esser bastanti a giustificare il disgusto del popolo Romano, ed a spiegare i satirici versi affissi alla porta del Palazzo, che paragonavan fra loro gli splendidi e sanguinosi regni di Costantino e di Nerone[407].
Per la morte di Crispo parve che l'Impero fosse devoluto a' tre figli di Fausta, de' quali già è stata fatta menzione sotto i nomi di Costantino, di Costanzo e di Costante. Questi Principi furono, l'uno dopo l'altro, investiti del titolo di Cesari; e le date della lor promozione si posson riferire al decimo, al ventesimo ed al trentesimo anno del regno del loro padre[408]. Questa condotta, sebbene tendesse a moltiplicare i futuri padroni del Mondo Romano, sarebbe scusabile per la parzialità dell'affetto paterno; ma non son così facili a intendersi le ragioni dell'Imperatore, allorchè pose a rischio la sicurezza sì della sua famiglia che del suo popolo, con elevar senza necessità i due suoi nipoti Dalmazio ed Annibaliano. Il primo fu innalzato, mediante il titolo di Cesare, ad essere uguale a' cugini; in favor dell'altro Costantino inventò il nuovo o singolar titolo di Nobilissimo[409], al quale unì la lusinghiera distinzione d'una veste di porpora e d'oro. Ma in tutta la serie de' Principi Romani di qualunque tempo dell'Impero, il solo Annibaliano fu distinto col titolo di Re; nome, che i sudditi di Tiberio avrebbero detestato come un profano e crudele insulto di capricciosa tirannide. L'uso di tal titolo, anche nel regno di Costantino, sembra un fatto strano e senza connessione con altri, che appena può ammettersi sull'autorità delle Imperiali medaglie, unita a quella degli scrittori contemporanei[410].
Era tutto l'Impero altamente interessato nell'educazione di questi cinque giovani, riconosciuti per successori di Costantino. Gli esercizi del corpo li preparavano alle fatiche della guerra e a' doveri della vita operativa. Quelli, che hanno occasione di rammentare l'educazione o i talenti di Costanzo, confessano, che egli era eccellente nelle arti ginnastiche di saltare e di correre; ch'egli era un destro arciero, un abile cavaliere e capacissimo nell'uso di tutte le diverse armi, che adoperavansi nell'esercizio o della cavalleria o della infanteria[411]. La medesima assidua cultura fu impiegata, quantunque forse con disegual successo, a fecondar lo spirito degli altri figli e nipoti di Costantino[412]. Furono invitati i più celebri Professori della Cristiana religione, della Greca filosofia e della Romana giurisprudenza dalla liberalità dell'Imperatore, che riservava a se stesso l'importante incombenza di istruire i reali giovani nella scienza del governo e nella cognizione degli uomini. Ma il genio di Costantino stesso erasi formato per mezzo dell'avversità e della esperienza. Nel libero commercio d'una vita privata e fra' pericoli della Corte di Galerio, aveva imparato a dominar le proprie passioni, a maneggiar quelle dei suoi uguali, ed a provvedere alla propria salvezza presente e alla futura sua grandezza con una prudente e coraggiosa condotta. I destinati suoi successori ebbero la disgrazia di nascere, e d'esser educati nella porpora Imperiale. Continuamente attorniati da una copia d'adulatori, passarono la lor gioventù fra le delizie del lusso e coll'espettazione d'un trono; nè la dignità del lor grado avrebbe permesso loro di scendere da quel sublimo posto, d'onde sembra che i diversi caratteri della natura umana prendano un aspetto liscio ed uniforme. L'indulgenza di Costantino gli ammise in una ben tenera età a partecipare dell'amministrazion dell'Impero; ed essi studiavan l'arte di regnare a spese del popolo affidato alla lor cura. Costantino il Giovane fu destinato a tener la sua Corte nella Gallia: ed il suo fratello Costanzo mutò quel dipartimento, ch'era stato l'antico patrimonio del loro padre, nelle più opulenti e meno marziali regioni d'Oriente. L'Italia, l'Illirico occidentale e l'Affrica erano assuefatte a riverir Costante, terzo suo figlio, come rappresentante il gran Costantino. Egli stabilì Dalmazio sulla frontiera Gotica, alla quale congiunse il governo della Tracia, della Macedonia e della Grecia. Fu scelta la città di Cesarea per residenza d'Annibaliano, e furon destinate le Province del Ponto, della Cappadocia e dell'Armenia Minore per formare l'estensione del suo nuovo regno. Si provvide un conveniente stabilimento per ciascheduno di questi Principi. Fu accordata una giusta porzione di guardie, di legioni e di ausiliari per la respettiva lor dignità e difesa. I Ministri ed i Generali, che posti furono intorno alle loro persone, eran tali quali Costantino potè credere che avrebbero assistito ed anche censurato questi giovani Sovrani nell'esercizio del lor delegato potere. A misura che avanzavano in età ed in esperienza, insensibilmente si dilatavano i limiti della loro autorità; ma l'Imperatore riservò sempre a se stesso il titolo d'Augusto; e nel tempo che mostrava i Cesari alle armate ed alle province, manteneva ogni parte dell'Impero in un'eguale obbedienza al supremo suo Capo[413]. La tranquillità degli ultimi quattordici anni del suo regno fu appena interrotta dalla spregevol ribellione di un condottier di cammelli nell'isola di Cipro[414], o dalla parte attiva, che la politica di Costantino lo impegnò a prendere nelle guerre de' Goti e de' Sarmati.
Fra' diversi rami della razza umana, i Sarmati ne formano uno molto considerabile; poichè sembra che riuniscano i costumi de' Barbari Asiatici colla figura e col temperamento degli antichi abitanti d'Europa. Secondo i varj accidenti di pace o di guerra, d'alleanza o di conquista, furono essi alle volte confinati alle rive del Tanai, ed alle volte si sparsero nelle immense pianure, che sono fra la Vistola e il Volga[415]. La custodia de' lor numerosi greggi ed armenti, la ricerca di cacciagione e l'esercizio della guerra, o piuttosto della rapina, dirigevano i vagabondi movimenti de' Sarmati. I mobili campi o città, ch'era l'ordinario soggiorno delle loro mogli e figliuoli, non consistevano che in gran carri tirati da bovi e coperti in forma di tende. La forza militare della nazione era composta di cavalleria; ed il costume, che avevano i loro guerrieri di tenere a mano uno o due cavalli, li poneva in grado d'avanzare o di ritirarsi con una rapida diligenza, la quale sorprendeva la sicurezza, ed eludeva l'incalzamento d'un distante nemico[416]. La scarsità, che avevano del ferro, trasse la lor rozza industria ad inventare una specie di corazza capace di resistere alla spada o al pugnale, quantunque non fosse formata che di ugne di cavallo tagliate in picciole e nette strisce, poste diligentemente l'una sopra dell'altra in forma di scaglie o di penne, e fortemente cucite sopra un giustacuore di lino[417]. Le armi offensive de' Sarmati erano corte daghe, lunghe lance e pesanti archi con un turcasso di frecce. Eran ridotti alla necessità di servirsi di ossa di pesci per le punte de' loro dardi; ma l'uso d'immergerle in un velenoso liquore che attossicava le ferite che facevano, è sufficiente per se solo a provare in essi i più selvaggi costumi; giacchè un popolo, che avesse avuto qualche sentimento d'umanità, avrebbe abborrito una pratica sì crudele, ed una nazione perita nelle arti di guerra avrebbe sdegnato un sì impotente ripiego[418]. Ogni volta che questi Barbari uscivano dalle loro foreste in cerca di preda, le irsute lor barbe, gli scarmigliati capelli, le pelli, delle quali eran coperti da capo a piedi, ed i lor fieri aspetti, che pareano esprimere l'innata crudeltà de' loro animi, inspiravano a' più inciviliti Provinciali di Roma sbigottimento ed orrore.
Il tenero Ovidio, dopo d'aver consumato la gioventù fra' piaceri della fama e del lusso, fu condannato ad un esilio senza speranza sulle gelide rive del Danubio, dov'era esposto quasi senza difesa al furore di questi mostri selvaggi, con gli spiriti grossolani dei quali temeva che potesse un giorno confondersi la delicata sua ombra. Ne' suoi patetici ma alle volte femminili lamenti[419], egli descrive co' più vivi colori l'abito ed i costumi, le armi e le incursioni de' Goti e de' Sarmati, che s'erano uniti con disegni di distruzione; e dalle notizie che ci dà l'istoria, v'è qualche motivo di credere, che questi Sarmati fossero i Jazigi, una delle più numerose e guerriere tribù della nazione. Gli allettativi dell'abbondanza gl'invitarono a cercarsi un permanente stabilimento sulle frontiere dell'Impero. Poco dopo il regno d'Augusto, essi costrinsero i Daci, che sussistevano mediante la pesca sulle rive del fiume Teyss o Tibisco, a ritirarsi nelle montagne, abbandonando a' Sarmati vittoriosi i fertili piani dell'Ungheria superiore, che han per confini il corso del Danubio ed il semicircolare recinto de' monti Carpazi[420]. In tal vantaggiosa posizione potevano avanzare o sospendere il momento dell'attacco, secondo che venivan provocati dalle ingiurie o addolciti dai presenti; appoco appoco appresero l'arte di usare armi più pericolose; e quantunque i Sarmati non abbian renduto celebre il loro nome per alcuna memorabile impresa, nelle occasioni però assistevano gli Orientali ed Occidentali loro vicini, i Goti e i Germani, con formidabili corpi di cavalleria. Essi vivevano sotto l'aristocrazia irregolare de' lor capitani[421]; ma dopo ch'ebbero ammesso fra loro i Vandali fuggitivi, che cederono alla forza de' Goti, par che prendessero da quella nazione un Re dell'illustre stirpe degli Astingi, che avevano anticamente abitate le spiagge dell'Oceano Settentrionale[422].
A. D. 361
Questo motivo di nimicizia dovè accrescere le occasioni di contese, che nascono continuamente a' confini di guerriere ed indipendenti nazioni. I Principi Vandali erano stimolati dal timore e dalla vendetta: i Re Goti aspiravano ad ampliare il loro dominio dall'Eussino alle frontiere della Germania; e le acque del Maros, picciolo fiume, che cade nel Tibisco, eran macchiate dal sangue de' guerreggianti Barbari. Dopo d'avere sperimentata la superiorità della forza o del numero de' loro avversari, implorarono i Sarmati la protezione del Monarca Romano, il quale vedeva con piacere la discordia delle nazioni, ma avea ragione di temere il progresso delle armi Gotiche. Tosto che Costantino si fu dichiarato in favore della parte più debole, il superbo Ararico Re de' Goti, in cambio di aspettare l'attacco delle legioni, passò audacemente il Danubio, e sparse la devastazione ed il terrore nella Provincia di Mesia. Per opporsi al corso di questo rovinoso nemico, il vecchio Imperatore intraprese in persona la pugna; ma in tal occasione o la sua fortuna o la sua condotta non corrispose alla gloria, che s'era acquistata in tante straniere e domestiche guerre. Esso ebbe la mortificazione di veder fuggire le sue truppe avanti ad un tenue distaccamento di Barbari, che le inseguirono fino all'ingresso del trincierato loro campo, e l'obbligarono a provvedere alla propria salvezza con una precipitosa ed obbrobriosa ritirata. L'evento d'una seconda più fortunata battaglia restituì l'onore al nome Romano; e dopo un ostinato dibattimento, il potere dell'arte e della disciplina prevalse agli sforzi del non regolato valore. L'esercito sconfitto de' Goti sgombrò il campo e la devastata Provincia, e lasciò libero il passo del Danubio; e quantunque al maggiore de' figli di Costantino fosse permesso di tenere il posto del padre, tuttavia il merito della vittoria, che sparse una gioia universale, fu ascritto ai providi consigli dell'Imperatore medesimo.
A. D. 332
Esso contribuì almeno ad accrescer questo vantaggio per mezzo de' suoi maneggi col libero e guerriero popolo del Chersoneso[423], la cui Capitale, situata nella costa occidentale della penisola Taurica o Crimea, riteneva sempre qualche vestigio di Greca colonia, e si governava da un magistrato perpetuo, assistito da un consiglio di Senatori, chiamati enfaticamente i Padri della città. Gli abitatori del Chersoneso eran animati contro i Goti dalla memoria delle guerre, che nel precedente secolo con forze disuguali avean sostenuto contro gl'invasori del lor paese. Essi erano uniti co' Romani per causa de' reciproci vantaggi del commercio, poichè dalle Province dell'Asia ricevevano grano e manifatture, ch'essi cambiavano co' soli prodotti che avevano di sale, di cera e di cuoi. Obbedienti alle domande di Costantino, prepararono, sotto la condotta di Diogene lor magistrato, un considerabile esercito, la principal forza del quale consisteva in balestre ed in carri militari. La veloce marcia e l'intrepido attacco di essi, nel tempo che divertiva l'attenzione de' Goti, secondava le operazioni de' generali Imperiali. I Goti, vinti da tutte le parti, si ritirarono nelle montagne, dove nel corso d'una infelice campagna si conta che ne perissero sopra centomila di freddo e di fame. Finalmente fu accordata la pace alle umili loro preghiere; fu ricevuto il figlio maggiore d'Ararico come il più stimabile ostaggio; e Costantino cercò di convincere i loro capi, mediante una liberal distribuzione di onori e di premj, quanto alla inimicizia de' Romani fosse preferibile la loro amicizia. L'Imperatore fu anche più magnifico nel dimostrare la sua gratitudine verso il fedel popolo del Chersoneso. Fu soddisfatta la vanità della nazione per mezzo di splendide e quasi reali decorazioni, accordate al lor magistrato ed a' suoi successori. Si stipulò un'esenzione perpetua da ogni tributo per li vascelli, che commerciavano ne' porti del mar Nero. Fu promesso un sussidio regolare di ferro, di grano, d'olio e di qualunque altro genere, che potesse loro essere utile in pace od in guerra. Ma fu creduto, che per li Sarmati fosse un premio bastante la liberazione dalla loro imminente ruina; e l'Imperatore, con un'economia forse troppo diretta, dedusse una parte delle spese della guerra dalle gratificazioni ordinarie, che solevan darsi a quella turbolenta nazione.
A. D. 334
I Sarmati, esacerbati da tale apparente disprezzo, colla solita leggerezza de' Barbari presto si dimenticarono de' benefizi, che avevano sì poco tempo avanti ricevuti e de' pericoli, che tuttavia minacciavano la loro sicurezza. Le scorrerie, ch'essi fecero sulle terre dell'Impero, provocarono lo sdegno di Costantino ad abbandonarli al loro fato; nè più volle opporsi all'ambizione di Geberico, famoso guerriero, che di fresco era salito sul Trono de' Goti. Wisumar, Re Vandalo, mentre solo e senz'assistenza, con indomito coraggio difendeva i suoi Stati, fu vinto ed ucciso in una decisiva battaglia, che abbattè il fiore della gioventù Sarmata. Il resto della nazione prese il disperato espediente di armare i propri schiavi, ch'erano una razza di cacciatori e pastori induriti nella fatica, col tumultuario soccorso de' quali vendicarono la loro disfatta, e scacciarono l'invasore da' loro confini. Ma tosto si accorsero d'aver cambiato un estraneo con un interno più pericoloso e più implacabil nemico. Gli schiavi, furibondi per l'antica lor servitù, ed insuperbiti per la presente lor gloria, sotto il nome di Limiganti pretesero e s'usurparono il possesso del paese che avevan salvato. I padroni, incapaci d'opporsi alla sregolata furia della moltitudine, preferirono i travagli dell'esilio alla tirannia de' loro servi. Alcuni de' Sarmati fuggitivi si procurarono una dipendenza meno ignominiosa sotto le ostili bandiere de' Goti. Una più copiosa parte si ritirò al di là dei monti Carpazi fra i Quadi, Germani loro confederati, e furono facilmente ammessi alla partecipazione d'una superflua quantità d'incolto terreno. Ma la massima parte dell'angustiata nazione si voltò verso le fruttuose Province di Roma. Implorando essi la protezione e il perdono dell'Imperatore, solennemente promisero, sì come sudditi in pace, che come soldati in guerra, la fedeltà più inviolabile all'Impero, che gli avesse graziosamente ricevuti nel proprio seno. Secondo le massime adottate da Probo e da' suoi successori, furono con amore accettate le offerte di questa colonia di Barbari; e venne immediatamente assegnata per l'abitazione e sussistenza di trecentomila Sarmati una sufficiente porzione di terre nelle Province della Pannonia, della Tracia, della Macedonia e dell'Italia[424].
A. D. 335-337
Col reprimer che fece l'orgoglio de' Goti e coll'accettare l'omaggio d'una supplichevol nazione, Costantino sostenne la maestà dell'Impero Romano; e vennero Ambasciatori dall'Etiopia, dalla Persia e dalle più lontane regioni dell'India a congratularsi della pace e della prosperità del suo governo[425]. S'egli contava fra' favori della fortuna la morte del suo primogenito, del nipote, e forse ancor della moglie, godè una continuazione non interrotta di privata e di pubblica felicità fino al trentesim'anno del suo regno; periodo che a nessuno de' suoi predecessori, dopo Augusto, fu permesso di celebrare. Costantino sopravvisse circa dieci mesi a quella solenne ceremonia; e nella matura età di sessantaquattro anni, dopo una breve malattia, finì la memorabil sua vita nel palazzo d'Aquirion ne' sobborghi di Nicomedia, ov'erasi ritirato per godere il vantaggio dell'aria, colla speranza di ricuperare l'esauste sue forze mediante l'uso dei bagni caldi. L'eccessive dimostrazioni di dispiacere o almeno di lutto sorpassarono tutto ciò ch'erasi mai praticato in altre simili precedenti occasioni. Nonostante la pretensione del Senato e del Popolo dell'antica Roma, il cadavere del morto Imperatore, secondo l'ultima sua richiesta, fu trasportato nella città, ch'era destinata a conservare il nome e la memoria del suo fondatore. Il corpo di Costantino, adornato della porpora e del diadema, vani simboli di grandezza, fu collocato sopra un talamo d'oro in un appartamento del palazzo, che a tal effetto s'era splendidamente apparato e ripieno di lumi. Furono esattamente osservate le formalità della Corte; ogni giorno alle ore stabilite i principali uffiziali dello Stato, dell'armata e del palazzo, accostandosi con ginocchia piegate e con portamento composto alla persona del loro Sovrano, gli offerivano il loro rispettoso omaggio colla medesima serietà, che se fosse stato in vita. Questa teatrale rappresentazione fu continuata per motivi di politica qualche tempo; nè l'adulazione poteva ometter l'opportunità d'osservare, che il solo Costantino per uno special favore del cielo avea regnato anche dopo la morte[426].
Ma questo regno non potea consistere che in vane apparenze; e ben presto si conobbe, che rare volte si obbedisce alla volontà del più assoluto Monarca, quando i sudditi non han più niente da sperare dal suo favore, o da temer dal suo sdegno. Gli stessi Ministri e Generali, che si piegavano con tanta riverenza avanti al disanimato corpo del defunto loro Sovrano, erano impegnati in segreti consigli per escludere i suoi due nipoti, Dalmazio ed Annibaliano, dalla parte ch'egli aveva loro assegnata nella succession dell'Impero. Noi abbiamo una cognizione troppo imperfetta della Corte di Costantino per formare alcun giudizio dei veri motivi, che mossero i capi della cospirazione; qualora non si volesse supporre, che fossero animati da uno spirito di gelosia e di vendetta contro il Prefetto Ablavio, superbo favorito, che lungamente avea regolato i consigli del defunto Imperatore, ed abusato della confidenza di lui. Gli argomenti, per mezzo dei quali sollecitarono il concorso de' soldati e del popolo, erano chiari ad ognuno: essi potevano con ugual decenza che verità insistere nel superior grado de' figli di Costantino, nel pericolo di moltiplicare il numero dei Sovrani e negli imminenti mali, che alla Repubblica minacciava la discordia di tanti Principi rivali, che non si trovavan congiunti col tenero vincolo dell'affezione fraterna. Fu condotto con zelo e segretezza l'intrigo fino al segno, che si ottenne un'alta ed uniforme dichiarazione dalle truppe, che non avrebbero sofferto nell'Impero di Roma regnassero altri che i figli del loro compianto Monarca[427]. Si conviene da tutti che il giovane Dalmazio, ch'era unito co' suoi collaterali parenti per li vincoli anche dell'amicizia e dell'interesse, aveva ereditato una gran parte delle doti del gran Costantino. Ma in quest'occasione non pare che prendesse alcuna misura per sostenere colle armi i giusti diritti, ch'esso ed il suo fratello traevano dalla generosità del loro zio. Attoniti e sopraffatti dall'impeto del furor popolare, sembra che inabili a fuggire o a resistere, s'abbandonassero nelle mani degl'implacabili loro nemici. Fu sospeso il loro destino fino alla venuta di Costanzo, ch'era il secondo[428], e forse il più favorito tra' figli di Costantino.
La voce dell'Imperatore spirante avea raccomandata la cura de' suoi funerali alla pietà di Costanzo; e questo Principe, attesa la vicinanza della sua residenza in Oriente, poteva con facilità prevenire la diligenza de' suoi fratelli, che risedevano ne' lontani loro governi dell'Italia e della Gallia. Appena ebbe preso possesso del Palazzo di Costantinopoli, che il suo primo pensiero fu quello di togliere di timore i congiunti mediante un solenne giuramento, con cui si fece mallevadore della loro sicurezza; e la seconda sua occupazione fu di trovare qualche specioso pretesto, che potesse liberare la sua coscienza dall'obbligo d'una imprudente promessa. Furon fatte servire le arti della frode a' disegni della crudeltà, e si attestò una manifesta falsità da una persona del più sacro carattere. Costanzo ricevè dalle mani del Vescovo di Nicomedia una fatal pergamena, che fu asserito essere il vero testamento di suo padre, nel quale dall'Imperatore si esprimevano i suoi sospetti d'essere stato avvelenato da' propri fratelli, e scongiurava i suoi figli a vendicar la sua morte ed a provvedere alla propria loro salvezza colla punizione de' rei[429]. Per quante ragioni potessero addurre quegl'infelici Principi per difendere la vita e l'onore da una tanto incredibile accusa, furon costretti a tacere da' furiosi clamori de' soldati, che si dichiararono loro nemici nel tempo stesso, e giudici ed esecutori. Lo spirito, ed anche la forma del legittimo processo, restò più volte violata in un tumultuario macello, in cui restarono involti i due zii di Costanzo, sette de' suoi cugini, i più illustri dei quali furon Dalmazio ed Annibaliano, il Patrizio Ottato, che aveva per moglie una sorella del morto Imperatore, ed il Prefetto Ablavio, a cui la potenza e le ricchezze avevano inspirato qualche speranza d'ottenere la porpora. Se vi fosse bisogno d'aggravare anche gli orrori di questa sanguinosa scena, si potrebbe aggiungere, che Costanzo medesimo aveva sposata la figlia di Giulio suo zio, e che aveva data la sua sorella in matrimonio al suo cugino Annibaliano. Queste parentele, che la politica di Costantino, senza riguardo al pubblico danno[430], avea fatte tra' diversi rami della casa Imperiale, non servirono che a convincere il mondo, che questi Principi erano ugualmente freddi alle lusinghe del coniugale affetto, che insensibili a' vincoli del sangue ed alle tenere suppliche della gioventù e dell'innocenza. D'una sì numerosa famiglia i soli Gallo e Giuliano, figli minori di Giulio Costanzo, furono salvati dalle mani degli assassini, finattanto che il loro furore, saziato per la strage, si fosse in qualche modo quietato. L'Imperator Costanzo, che in assenza dei suoi fratelli era il più sottoposto alla taccia e a' rimproveri, dimostrò in alcune posteriori occasioni un debole e passeggiero rimorso di quelle crudeltà, che i perfidi consigli de' suoi ministri, e l'irresistibile violenza delle truppe avevano estorto dall'inesperta sua giovinezza[431].
A. D. 337
Alla strage della famiglia Flavia successe una nuova divisione delle province, che fu confermata in un personale congresso de' tre fratelli. Costantino ch'era il maggiore dei Cesari, ottenne insieme con una certa preminenza di grado il possesso della nuova capitale, che portava il nome di lui e di suo padre. La Tracia e le regioni dell'Oriente furono il patrimonio accordato a Costanzo, e Costante fu riconosciuto per legittimo Sovrano dell'Italia, dell'Affrica e dell'Illirico Occidentale. Gli eserciti si sottoposero al loro ereditario diritto; ed essi dopo qualche dilazione condiscesero a ricevere dal Senato Romano il titolo d'Augusto. Allorchè assunsero le redini del governo, il maggiore di questi Principi aveva ventun anno, il secondo venti, ed il terzo non più di diciassette[432].
A. D. 310
Mentre le guerriere nazioni dell'Europa seguivano le bandiere de' suoi fratelli, Costantino fu lasciato alla testa dell'effemminate truppe dell'Asia a sostenere il peso della guerra Persiana. Ne' giorni in che morì Costantino, il trono dell'Oriente s'occupava da Sapore figlio d'Ormouz, ovvero Ormisda, e nipote di Narsete, che dopo la vittoria di Galerio aveva umilmente confessata la superiorità del Romano potere. Quantunque Sapore fosse nel trentesimo anno del lungo suo regno, era però sempre nel vigore della gioventù, giacchè per una strana combinazione la data del suo innalzamento al trono avea preceduto quella della sua nascita. La moglie d'Ormouz rimase gravida al tempo della morte del suo marito; e l'incertezza del sesso, eccitò le ambiziose speranze de' Principi della casa Sassan. I timori della guerra civile restarono alla fine dissipati dalla positiva assicurazione de' Magi, che la vedova d'Ormouz avea concepito ed avrebbe felicemente dato alla luce un figlio. I Persiani, obbedienti alla voce della superstizione, prepararono senza dimora la ceremonia della coronazione di esso. Fu posto nel mezzo del Palazzo un letto reale, sopra di cui stava la regina; il diadema fu collocato nel luogo che si potea supporre contenesse l'erede d'Artaserse; ed i Satrapi adoraron prostrati la maestà del loro invisibile ed insensibil Sovrano[433]. Se dee prestarsi fede a questo maraviglioso racconto, che sembra per altro esser conforme ai costumi del popolo, ed alla durata straordinaria del suo regno, dobbiamo ammirar non solamente la fortuna ma anche il genio di Sapore. Nella molle e segreta educazione di un Harem Persiano il real giovane seppe conoscere l'importanza d'esercitare il vigore del corpo e dello spirito, e si rendè degno, pel proprio merito personale, d'un trono, sul quale era stato posto mentre non sapeva per anche i doveri e le tentazioni d'un potere assoluto. La sua minorità fu esposta alle calamità quasi inevitabili della discordia domestica; fu sorpresa e saccheggiata la sua capitale da Thair, potente Monarca di Yemen o dell'Arabia; e restò disonorata la maestà della famiglia reale per la schiavitù d'una Principessa, sorella del morto Re. Ma tosto che Sapore giunse all'età virile, il vanaglorioso Thair, la sua nazione ed il suo paese cederono a' primi sforzi del giovane guerriero, che fece uso della vittoria con sì giudiziosa unione di rigore e di clemenza, che da' timori e dalla gratitudine degli Arabi ottenne il titolo di Dhoulacnaf, o protettore della nazione[434].
A. D. 342
L'ambizione del Monarca Persiano, al quale i suoi nemici attribuiscono le virtù di soldato e di politico, era animata dal desiderio di vendicar le disgrazie dei suoi maggiori, e di strappar di mano a' Romani le cinque province di là dal Tigri. La fama militare di Costantino e la forza reale o apparente del suo governo ritardarono l'attacco, e mentre l'ostile condotta di Sapore provocava lo sdegno della Corte Imperiale, le artificiose di lui negoziazioni ne trattenevano la pazienza. La morte di Costantino fu il segnale di guerra[435], e lo stato in cui erano le frontiere della Siria e dell'Armenia pareva che eccitasse i Persiani col prospetto di una ricca spoglia e d'una facil conquista. L'esempio delle stragi del palazzo diffuse uno spirito di licenza e di sedizioni fra le truppe dell'Oriente, che non erano più tenute a freno dall'abitudine d'obbedire ad un veterano comandante. La prudenza di Costanzo, che dopo il congresso co' suoi fratelli nella Pannonia s'era immediatamente affrettato di accorrere alle rive dell'Eufrate, fece a grado a grado tornar le legioni al dovere ed alla disciplina; ma il tempo dell'anarchia aveva permesso a Sapore di porre l'assedio a Nisibi, e di occupar molte delle più importanti fortezze di Mesopotamia[436]. Nell'Armenia il celebre Tiridate avea lungo tempo goduto la pace e la gloria, che meritava pel suo valore e per la fedeltà verso Roma. La stabile alleanza, ch'esso mantenne con Costantino gli produsse de' benefizi non solo temporali, ma anche spirituali: mediante la conversione di Tiridate si unì al carattere d'Eroe quello di Santo, la fede Cristiana si predicò, e si stabilì dall'Eufrate fino ai lidi del mar Caspio, e l'Armenia s'attaccò all'Impero col doppio legame della politica e della religione. Ma siccome molti nobili Armeni tuttavia ricusavano di abbandonare la pluralità degli Dei e delle mogli, la pubblica tranquillità era turbata da una malcontenta fazione, che insultava la cadente età del proprio Sovrano, ed impazientemente aspettava l'ora della sua morte. Morì egli finalmente dopo un regno di cinquantasei anni, e con Tiridate spirò la fortuna della Monarchia Armena. Il suo legittimo erede fu mandato in esilio; i sacerdoti Cristiani o furon uccisi o espulsi dalle loro Chiese, furono sollecitate le barbare Tribù d'Albania a discendere da' loro monti, e due de' più potenti Governatori, usurpando le insegne o la forza della dignità reale, implorarono l'assistenza di Sapore, ed aprirono le porte della loro città alle guarnigioni Persiane. Il partito Cristiano sotto la scorta dell'Arcivescovo d'Artassata, immediato successore di S. Gregorio l'Illuminatore, ricorse alla pietà di Costanzo. Continuaron le turbolenze per circa tre anni, dopo i quali Antioco, uno degli ufficiali del Palazzo, eseguì felicemente l'Imperial commissione di restituire a Cosroe, figlio di Tiridate, il trono de' suoi Padri, di conferire onori e premj a' fedeli seguaci della casa d'Arsace, e di promulgare un general perdono, che fu accettato dalla maggior parte de' Satrapi ribelli. Ma i Romani ritrassero da questa rivoluzione più onor che vantaggio. Era Cosroe un Principe di piccola statura e di spirito pusillanime. Non atto alle fatiche della guerra ed alieno dalla società, si ritirò dalla sua capitale in un remoto palazzo, che fabbricò sulle rive del fiume Eleutero nel mezzo d'un ombroso bosco, dove consumava l'ozioso suo tempo ne' campestri divertimenti della caccia. Per assicurarsi questa disonorevole quiete si sottopose alle condizioni di pace, che Sapore si compiacque d'imporgli; quali furono il pagamento d'un annuale tributo, e la restituzione della fertil provincia d'Atropatena, che il coraggio di Tiridate e le armi vittoriose di Galerio avevano aggiunta al regno dell'Armenia[437].
A. D. 337-360
Nel lungo periodo del regno di Costanzo, le province d'Oriente furono afflitte dalle calamità della guerra Persiana. Le irregolari scorrerie delle truppe leggiere spargevano alternativamente il terrore e la devastazione al di là del Tigri e dell'Eufrate, dalle porte di Ctesifonte a quelle d'Antiochia, e quest'attiva milizia era formata dagli Arabi del Deserto, i quali vivevan divisi d'interessi e di affezioni; mentre alcuni degl'indipendenti lor capi erano arrolati nel partito di Sapore, ed altri avevano impegnata la dubbiosa lor fede all'Imperatore[438]. Le più gravi ed importanti operazioni della guerra si conducevano con ugual vigore; gli eserciti di Roma e di Persia s'incontrarono l'uno coll'altro in nove sanguinose battaglie, in due delle quali comandava lo stesso Costanzo in persona[439]. L'evento di esse fu per lo più contrario a' Romani, ma nella battaglia di Singara l'imprudente loro valore aveva quasi acquistato una segnalata e decisiva vittoria. Le truppe stazionarie di Singara si ritirarono all'avvicinarsi di Sapore, che passò il Tigri sopra tre ponti, ed occupò vicino al villaggio d'Hilleh un vantaggioso posto, ch'esso per mezzo de' numerosi suoi guastatori circondò in un giorno con un profondo fosso ed un alto riparo. La sua formidabile armata, messa in ordine di battaglia, copriva le rive del fiume, le adiacenti alture, e tutta l'estensione d'una pianura di sopra dodici miglia, che separava i due eserciti. Erano ambedue ugualmente impazienti di venire alle mani; ma i Barbari, dopo una tenue resistenza caddero in disordine, o incapaci di sostenere, o desiderosi di straccare la forza delle due gravi legioni, che anelanti per il caldo e la sete gl'inseguirono attraverso la pianura, e tagliarono a pezzi una squadra di cavalleria di grave armatura, ch'era stata avanti all'ingresso del campo per proteggere la lor ritirata. Costanzo, che s'era molto impegnato nella caccia de' fuggitivi, procurò, senza effetto, di raffrenare l'ardore delle sue truppe, rappresentando loro i pericoli della prossima notte e la certezza di compire i loro disegni al nuovo giorno. Confidarono però esse molto più nel proprio valore, che nell'esperienza o abilità del lor Capitano, quietarono co' loro clamori le timide sue rimostranze; e correndo con furia all'impresa riempirono il fosso, gettarono a terra il riparo, e si dispersero per le tende ad oggetto di ricuperare l'esauste lor forze e godere la ricca messe delle loro fatiche. Ma il prudente Sapore aveva aspettato il momento opportuno per la vittoria. Il suo esercito, la maggior parte del quale, posto in sicuro sulle altezze, era stato spettator dell'azione, s'avanzò in silenzio e sotto l'ombra della notte; e gli arcieri Persiani, guidati da' lumi del campo, scagliarono una pioggia di dardi sopra quella disarmata e licenziosa moltitudine. La sincerità dell'istoria dichiara[440], che i Romani furono vinti con una terribile strage, e che le fuggitive reliquie delle legioni restarono esposte ai più intollerabili travagli. Quantunque la dissimulazione del panegirico, confessando che fu macchiata la gloria dell'Imperatore dalla disubbidienza de' soldati, procuri di tirare un velo sulle circostante di questa infelice ritirata, uno per altro di que' venali oratori, così gelosi della fama di Costanzo, riporta con sorprendente freddezza un atto di tanta incredibile crudeltà, che nell'opinione de' posteri deve imprimere la più brutta macchia all'onore del nome Imperiale. Era stato preso nel campo Persiano il figlio di Sapore, erede della corona. Questo sventurato giovane, che avrebbe risvegliato la compassione del più selvaggio nemico, fu battuto, torturato e pubblicamente messo a morte da' crudeli Romani[441].
A. D. 338-346-350
Per quanti vantaggi potessero incontrare le armi di Sapore in campo, e quantunque nuove ripetute vittorie spargessero fra le nazioni la fama del suo valore e della sua condotta, pure non poteva egli sperar di riuscire nell'esecuzione de' suoi disegni, finchè le fortificate piazze della Mesopotamia, e sopra tutto la forte ed antica città di Nisibi restavano in possesso de' Romani. Nello spazio di dodici anni, Nisibi, che fin dal tempo di Lucullo era meritamente stimata il baloardo dell'Oriente, sostenne tre memorabili assedj contro la potenza di Sapore, e non avendo il Monarca ottenuto l'intento, dopo d'avere insistito negli attacchi sopra sessanta, ottanta e cento giorni, fu per tre volte rispinto con perdita ed ignominia[442]. Questa grande e popolata città era situata circa due giornate distante dal Tigri nel mezzo d'una piacevole e fertil pianura a piè del monte Masio. Difendevasi da un profondo fosso[443] un triplice recinto di mura; e l'intrepida resistenza del Conte Luciliano e della sua guarnigione, veniva secondata dal disperato coraggio del popolo. I cittadini di Nisibi erano animati dall'esortazioni del loro Vescovo[444], assuefatti alle armi per la presenza del pericolo, e convinti dell'intenzione che avea Sapore, di porre in luogo loro una colonia Persiana, e condurre essi in una lontana e barbara schiavitù. Il successo de' due primi assedj accrebbe la lor fiducia, ed inasprì l'animo superbo del gran Re, che s'avanzò per la terza volta verso Nisibi alla testa delle forze unite della Persia e dell'India. Le macchine ordinarie, inventate per battere o minare le mura, si resero inefficaci dalla superior perizia de' Romani; ed eran passati molti giorni inutilmente, quando Sapore prese una risoluzione degna d'un Monarca Orientale, che credeva gli stessi elementi soggetti fossero al suo potere. Nella stagione, in cui sogliono struggersi le nevi dell'Armenia, il fiume Migdonio, che passa per la pianura e per le città di Nisibi, forma, come il Nilo[445], un'inondazione nell'adiacente paese. Per opera de' Persiani fu ritenuto sotto la città il corso del fiume, e le acque furono per ogni parte ristrette da sodi argini di terra. Su questo lago artificiale s'avanzò in ordine di battaglia una flotta di vascelli armati, pieni di soldati, e con macchine, che scagliavano pietre del peso di cinquecento libbre; ed attaccarono quasi al medesimo livello le truppe, che difendevan le mura. L'irresistibile forza dell'acqua era fatale alternativamente all'una ed all'altra delle parti combattenti, finchè in ultimo cedè ad un tratto una parte di mura, incapace di sostenere l'accumulata pressione, e s'aprì un'ampia breccia di centocinquanta piedi. I Persiani furono immediatamente spinti all'assalto, e dall'evento di quella giornata dipendeva il fato di Nisibi. La cavalleria di grave armatura, che conduceva la vanguardia d'una profonda colonna, restò imbarazzata nel fango, ed in gran parte annegossi nelle profondità, che per esser occupate dall'acqua, non si vedevano. Gli elefanti, renduti furiosi dalle ferite, accrebbero il disordine, e gettarono a terra migliaia d'arcieri Persiani. Il gran Re, che da un sublime trono vedeva le disgrazie del proprio esercito, suonò, sdegnato e di mala voglia, il segno della ritirata, e per qualche ora sospese di proseguire l'attacco. Ma i vigilanti cittadini profittarono dell'opportunità della notte, ed al far del giorno si vide un nuovo muro alto sei piedi, che s'andava di mano in mano elevando per riempire la breccia. Sebbene fossero andate a voto le sue speranze, e perduto avesse più di ventimila uomini, Sapore pressava sempre con un'ostinata fermezza la resa di Nisibi, nè potè cedere che alla necessità di difendere le province Orientali della Persia contro una formidabil invasione de' Massageti[446]. Commosso da questa nuova, abbandonò in fretta l'assedio, e con rapida diligenza marciò dalle sponde del Tigri a quelle dell'Oxo. Il pericolo e le difficoltà della guerra con gli Sciti l'impegnarono poco dopo a concludere o almeno ad osservare una tregua coll'Imperator Romano, che fu grata ugualmente ad ambidue i Principi; mentre Costanzo medesimo, dopo la morte de' suoi due fratelli, si trovò involto per le rivoluzioni dell'Occidente in una guerra civile, che richiedeva, anzi pareva ch'eccedesse il più vigoroso sforzo del suo diviso potere.
A. D. 304
Erano appena passati tre anni dopo la division dell'Impero, che i figli di Costantino parvero impazienti di persuadere il Mondo, ch'essi non eran capaci di contentarsi di que' dominj, ch'erano inabili a governare. Il maggiore di questi Principi tosto si dolse d'esser defraudato della sua giusta posizione delle spoglie de' trucidati cugini; quantunque cedesse alla maggior colpa e al merito di Costanzo, volle esigere da Costante la cessione delle province Affricane, come un equivalente delle ricche regioni della Macedonia e della Grecia, che aveva acquistate il fratello per la morte di Dalmazio. La mancanza di sincerità, ch'egli sperimentò in una tediosa ed inutil negoziazione, inasprì la fierezza del suo temperamento, e con piacere egli diede orecchio a que' favoriti, che gli suggerirono, che proseguendo a querelarsi, ne andava del suo onore non meno che dell'interesse. Alla testa pertanto d'una tumultuaria truppa, atta piuttosto alla rapina che alla conquista, invase all'improvviso gli Stati di Costante per la strada delle alpi Giulie, e primi a risentire gli effetti del suo sdegno furono i contorni d'Aquileia. Le disposizioni di Costante, che in quel tempo risedeva nella Dacia, furono prese con più prudenza ed abilità. Alla nuova dell'invasione del fratello egli distaccò un corpo scelto e disciplinato delle sue truppe Illiriche, proponendosi di seguitarlo in persona col rimanente delle sue forze. Ma la condotta de' suoi Generali finì tosto quella non naturale contesa. Costantino, dalle ingannevoli apparenze di fuga, fu condotto in un agguato che gli era stato preparato in un bosco, dove il temerario giovane fu con pochi seguaci sorpreso, circondato ed ucciso. Ritrovato che fu il suo corpo nell'oscuro torrente dell'Alsa, ottenne gli onori di una tomba Imperiale; ma le province di lui si assoggettarono al conquistatore, che ricusando d'ammetter Costanzo suo maggior fratello ad alcuna porzione di tali nuovi acquisti, si mantenne in quieto possesso di più di due terzi dell'Impero Romano[447].
A. D. 350
Fu differita la morte di Costante medesimo in circa dieci anni, e fu riservata la vendetta della morte del fratello alla mano più vile d'un domestico traditore. Le perniciose conseguenze del sistema, introdotto da Costantino, si manifestarono nella debole amministrazion de' suoi figli, che per causa de' vizi, e della debolezza loro perderon tosto la stima e l'affezione del lor popolo. L'orgoglio, che prese Costante pel felice successo, non meritato però, delle sue armi, si rendè più sprezzabile per la mancanza di capacità ed applicazione. La sua tenera parzialità per alcuni schiavi Germani, non distinti che per gli allettativi della gioventù, fu un oggetto di scandalo al popolo[448]; e dal pubblico disgusto fu incoraggiato Magnenzio, ambizioso soldato di barbara estrazione, a sostener l'onore del nome Romano[449]. Gli scelti corpi de' Gioviani e degli Erculei, che riconoscevan per loro capo Magnenzio, tenevano il posto più rispettabile ed importante nel campo Imperiale. L'amicizia di Marcellino, Conte delle sacre largizioni, somministrò con mano liberale i mezzi della seduzione. I soldati restarono convinti coi più speciosi argomenti, che la Repubblica intimava loro di rompere i legami dell'ereditaria servitù, e di premiare, mediante la scelta d'un Principe attivo e vigilante, le stesse virtù, che avevano innalzato i maggiori del degenerato Costante da una condizione privata al trono del mondo. Poscia che la cospirazione fu matura per eseguirsi, Marcellino, sotto pretesto di celebrare il giorno natalizio del figlio, diede uno splendido trattenimento alle persone illustri ed onorevoli della Corte della Gallia, che risedeva allora nella città d'Autun. Fu ad arte prolungata l'intemperanza della festa fino ad un'ora della notte molto tarda, e si tentarono i convitati, che nulla di ciò sospettavano, a condescendere ad una pericolosa e rea libertà di conversazione. Si aprirono ad un tratto le porte, e Magnenzio, che per pochi momenti erasi ritirato, tornò nell'appartamento, adornato del diadema e della porpora. I congiurati lo salutarono subito co' titoli d'Imperatore e d'Augusto. La sorpresa, il terrore, lo sbalordimento, le ambiziose speranze, e la mutua ignoranza del resto dell'assemblea, la impegnarono ad unire le proprie voci alla generale acclamazione. Le guardie affrettaronsi a prendere il giuramento di fedeltà, si chiuser le porte della città, ed avanti lo spuntar del giorno, Magnenzio divenne padrone delle truppe e del tesoro del palazzo d'Autun. Mediante la sua segretezza e diligenza, ebbe qualche speranza di sorprendere la persona di Costante, che stava nella vicina foresta occupato nel favorito suo divertimento della caccia, o forse in altri piaceri di più segreta e colpevol natura. Il rapido progresso però della fama gli concesse un momento di tempo a fuggire, quantunque la diserzione de' soldati e de' sudditi gli togliesse la facoltà di resistere. Avanti di poter giungere ad un porto della Spagna, dove avea intenzione d'imbarcarsi, fu sopraggiunto vicino ad Elena[450] a piè de' Pirenei, da un corpo di cavalleria leggiera, il cui capo, senza riguardo alla santità d'un tempio, eseguì la sua commissione uccidendo il figlio di Costantino[451].
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Subito che la morte di Costante ebbe decisa questa facile ma importante rivoluzione, fu imitato dalle altre province dell'Occidente l'esempio della Corte d'Autun. Venne riconosciuta l'autorità di Magnenzio per tutta l'estensione delle due gran Prefetture della Gallia e dell'Italia; e l'usurpatore con ogni sorta d'oppressione si preparò a raccogliere un tesoro, con cui soddisfar potesse l'obbligazione d'un immenso donativo, e supplire le spese d'una guerra civile. Le marziali regioni dell'Illirico, dal Danubio all'estremità della Grecia, avevan da lungo tempo obbedito al governo di Vetranione, vecchio Generale, amato per la semplicità de' suoi costumi, e che acquistato aveva qualche riputazione per la sua esperienza e servizi militari[452]. Attaccato per abito, per dovere e per gratitudine alla famiglia di Costantino, immediatamente assicurò colle più forti espressioni l'unico figlio sopravvivente del suo defunto Signore, che avrebb'esposto con inviolabile fedeltà la sua persona e le sue truppe ad oggetto di prendere una giusta vendetta dei traditori della Gallia. Ma le legioni di Vetranione furono sedotte piuttosto che provocate dall'esempio di ribellione; il loro Capo dimostrò ben presto mancanza di fermezza o di sincerità; e la sua ambizione trasse uno specioso pretesto dall'approvazione della Principessa Costantina. Questa crudele ed ambiziosa donna, che da Costantino Magno suo padre, avea ottenuto il grado di Augusta, pose il diadema colle proprie mani sul capo del Generale dell'Illirico; e parea, che aspettasse dalla vittoria di lui il compimento di quelle illimitate speranze, delle quali restata era priva per la morte d'Annibaliano di lei marito. Forse fu senza consenso di Costantina, che il nuovo Imperatore fece una necessaria, benchè disonorevole alleanza coll'usurpatore dell'Occidente, la cui porpora era stata così recentemente macchiata col sangue del fratello di essa[453].
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La notizia di quest'importanti avvenimenti, che sì altamente intaccavano l'onore e la salvezza della casa Imperiale, richiamarono le armi di Costanzo dal non glorioso proseguimento della guerra Persiana. Egli raccomandò la cura dell'Oriente a' suoi Generali, ed in seguito a Gallo suo cugino, che fece passare dalla prigione al trono: e marciò verso Europa con una mente agitata dal contrasto fra la speranza ed il timore, fra il dispiacere e lo sdegno. Arrivato che fu ad Eraclea nella Tracia, l'Imperatore diede udienza agli Ambasciatori di Magnenzio e di Vetranione. Marcellino, primo autore della cospirazione, che aveva in certo modo data la porpora al suo nuovo Signore, accettò arditamente questa pericolosa commissione, e gli furono scelti tre colleghi fra gl'illustri personaggi dello Stato e dell'esercito. A questi deputati fu data istruzione d'ammollire lo sdegno, e d'eccitare il timore di Costanzo. Fu data loro facoltà d'offerire al medesimo l'amicizia e l'alleanza de' Principi Occidentali; di assodare la loro unione col doppio matrimonio di Costanzo colla figlia di Magnenzio, e di questo con l'ambiziosa Costantina; e di riconoscere nel trattato la superiorità del grado, che avrebbe potuto giustamente pretendersi dall'Imperator dell'Oriente. Se poi l'orgoglio ed una erronea pietà l'avessero indotto a ricusare tali eque condizioni, fu ordinato agli Ambasciatori, che gli esponessero l'inevitabil ruina, che accompagnato avrebbe la sua inconsideratezza, qualora si fosse avventurato di provocare i Sovrani dell'Occidente ad esercitar la superiore lor forza e ad impiegare contro di lui quel valore, quell'abilità e quelle legioni, alle quali la famiglia di Costantino doveva tanti trionfi. Pareva, che tali proposizioni ed argomenti meritassero la più seria attenzione; fu differita la risposta di Costanzo al giorno seguente; e poichè aveva pensato all'importanza di giustificare nell'opinione del popolo una guerra civile, in tali termini parlò al suo Consiglio, che lo ascoltava con reale o con affettata credulità. «La passata notte, diss'egli, poi che mi fui ritirato al riposo, m'apparve l'ombra del gran Costantino, che abbracciava il cadavere del mio defunto fratello: la voce ben nota di esso mi eccitò alla vendetta, mi vietò di disperare della Repubblica, e mi assicurò del successo e della gloria immortale, che avrebbe coronato la giustizia delle mie armi.» L'autorità di questa visione o piuttosto l'autorità del Principe che la riferiva, servì ad acchetare ogni dubbio, e ad escludere ogni negoziazione. Furono rigettati con isdegno i termini ignominiosi di pace. Uno degli Ambasciatori del Tiranno fu rimandato colla superba risposta di Costanzo; i suoi colleghi, come indegni de' privilegi del gius delle genti, furon posti in catene; ed i contendenti si prepararono a fare un'implacabile guerra[454].
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Tale fu la condotta, e tal era forse il dovere del fratello di Costante verso il perfido usurpator della Gallia. La situazione ed il carattere di Vetranione ammettevano provvisioni più dolci; e la politica dell'Imperatore Orientale tendeva a disunire i suoi antagonisti, ed a separar le forze dell'Illirico dal partito della ribellione. Fu facile ingannar la schiettezza e la semplicità di Vetranione, che talvolta ondeggiando fra le opposte mire dell'onore e dell'interesse, dimostrò al mondo l'instabilità della sua indole e restò insensibilmente impegnato ne' lacci d'un'artificiosa negoziazione. Costanzo lo riconobbe per legittimo ed ugual collega nell'Impero, a condizione però ch'egli rinunziasse l'odiosa alleanza con Magnenzio, e si assegnasse un luogo di congresso sulle frontiere delle rispettive loro province, dove potessero vincolar la loro amicizia colle mutue promesse di fedeltà, e regolar di comune consenso le future operazioni della guerra civile. In conseguenza di tale accordo, Vetranione s'avanzò fino alla città di Sardica[455], alla testa di ventimila cavalli, e d'un più numeroso corpo d'infanteria; forze tanto superiori a quelle di Costanzo, che sembra che l'Imperatore dell'Illirico dominasse sopra la vita ed i beni del suo rivale, il quale dipendendo dal successo delle sue private negoziazioni, aveva sedotte le truppe, e minato il trono di Vetranione. I Capitani, che avevano segretamente abbracciato il partito di Costanzo, prepararono in suo favore un pubblico spettacolo, immaginato per iscuoprire ed infiammar le passioni della moltitudine[456]. Fu comandato che s'unissero insieme i due eserciti in una larga pianura vicino alla città. Nel mezzo di esse, a forma delle regole dell'antica disciplina, si eresse un militar tribunale o palco, dal quale solevan gl'Imperatori nelle solenni ed importanti occasioni arringare le truppe. Intorno al Tribunale formavano un cerchio immenso i ben disposti ordini di Romani e di Barbari, con spade sguainate o con erette lance, gli squadroni di cavalleria e le coorti d'infanteria, distinte dalle varietà delle loro armi ed insegne; e l'attento silenzio, che osservavano, era qualche volta interrotto da alte espressioni di clamore e d'applauso. Alla presenza di questa formidabile assemblea furono chiamati i due Imperatori ad esporre la situazione dei pubblici affari; la precedenza del grado fu ceduta alla real nascita di Costanzo; e quantunque egli fosse poco perito nelle arti della rettorica, pure si portò in queste difficili circostanze con fermezza, destrezza ed eloquenza. La prima parte di quest'orazione parve solamente diretta contro il Tiranno della Gallia; ma nel tempo che tragicamente compiangeva la crudele uccision di Costanzo, andava insinuando, che niun altro che un fratello aver poteva diritto alla succession del fratello. Si confuse con qualche compiacenza nelle glorie della stirpe Imperiale, e richiamò alla mente delle truppe il valore, i trionfi, e la liberalità del gran Costantino, a' figli del quale dicea, che avevano essi obbligata la lor ubbidienza, mediante un giuramento di fedeltà, che l'ingratitudine de' suoi servitori più favoriti aveva tentato di fare ad essi violare. Gli ufficiali, che circondavano il Tribunale, e dovevano in tale straordinaria scena far le lor parti, confessarono l'irresistibil forza della ragione e dell'eloquenza con salutare l'Imperator Costanzo come legittimo loro Sovrano. I sentimenti di fedeltà e di pentimento comunicaronsi di ordine in ordine, finattanto che la pianura di Sardica risuonò tutta coll'universale acclamazione: «via quest'intrusi usurpatori: lunga vita e vittoria, al figlio di Costantino; sotto le sole di lui bandiere combatteremo e vinceremo.» I gridi delle migliaia di soldati, i loro minaccevoli gesti, il fiero rimbombo delle armi sorpresero e vinsero il coraggio di Vetranione, che stava in mezzo alla ribellione de' suoi seguaci in dubbiosa e tacita sospensione. In vece di darsi all'ultimo rifugio d'una generosa disperazione, si sottopose vilmente al suo fato, e toltosi il diadema di capo, in presenza de' due eserciti cadde prostrato a' piedi del suo vincitore. Costanzo usò con prudenza e moderazione della vittoria; ed alzando da terra il vecchio supplicante, ch'esso affettò di chiamare col caro nome di padre, gli porse la mano per discendere dal trono. Fu destinata la città di Prusa per esilio o ritiro del deposto Monarca, il quale visse altri sei anni in seno alla pace ed all'abbondanza. Egli spesso esprimeva i suoi sentimenti di gratitudine per la bontà di Costanzo, e con una semplicità molto amabile avvisava il suo benefattore a rinunziare lo scettro del Mondo, e cercare il contento nella tranquilla oscurità d'una condizione privata, dove può solamente trovarsi[457].
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La condotta di Costanzo in tal memorabile occasione veniva celebrata con qualche sorta di giustizia; ed i suoi Cortigiani paragonavano le studiate orazioni, che faceva un Pericle o un Demostene al popol d'Atene, colla vittoriosa eloquenza, che avea persuaso una moltitudine armata ad abbandonare o deporre l'oggetto della parziale sua scelta[458]. L'imminente contesa con Magnenzio era d'una specie più seria e sanguinosa. Il Tiranno con rapide marce s'avanzò incontro a Costanzo, conducendo un grand'esercito, composto di Galli, di Spagnuoli, di Franchi e di Sassoni, di quei Provinciali, che somministravan la forza delle legioni, e di quei Barbari, che si tenevan come i nemici più formidabili della Repubblica. I fertili piani[459] della bassa Pannonia, fra il Dravo, il Savo ed il Danubio, presentarono uno spazioso teatro; e le operazioni della guerra civile furon mandate in lungo ne' mesi di estate per l'arte o per la timidità de' combattenti[460]. Costanzo avea dichiarato d'avere intenzione di decidere la contesa ne' campi di Cibali; nome ch'egli credeva dover animar le sue truppe per la rimembranza della vittoria, che nel medesimo avventuroso luogo erasi ottenuta, dalle armi di Costantino suo padre. Pure atteso le inespugnabili fortificazioni, colle quali l'Imperatore circondava il suo campo, pareva che volesse piuttosto sfuggir che incontrare un generale combattimento. Lo scopo di Magnenzio era quello di tentare o di costringere l'avversario ad abbandonare quel vantaggioso posto; ed impiegò a tal oggetto le diverse marce, evoluzioni e stratagemmi, che la cognizione dell'arte della guerra potea suggerire ad un esperto ufficiale. Egli prese d'assalto l'importante città di Siscia; fece un attacco contro quella di Sirmio, ch'era dietro al campo Imperiale; tentò di forzare un passaggio pel Savo nelle province Orientali dell'Illirico; e tagliò a pezzi un numeroso distaccamento, che aveva tirato negli stretti passi d'Adarno. Per quasi tutta la estate il Tiranno della Gallia si tenne padrone del campo. Le truppe di Costanzo erano stanche e scoraggiate; diminuiva la sua riputazione agli occhi del mondo; ed il suo orgoglio condescendeva a sollecitare un trattato di pace, che avrebbe rilasciato all'assassino di Costante la sovranità delle province oltre le alpi. Tali offerte acquistaron forza per l'eloquenza di Filippo, ambasciatore Imperiale, ed il Consiglio non meno che l'esercito di Magnenzio si disponevano ad accettarle. Ma l'altiero usurpatore, non curando le rimostranze de' suoi amici, diede ordine, che si ritenesse Filippo come prigioniero, o almeno come ostaggio, mentre spediva un uffiziale a rimproverare a Costanzo la debolezza del suo regno, e ad insultarlo colla promessa del perdono, se avesse immediatamente deposta la porpora. L'unica risposta, che l'onor permetteva all'Imperatore di dare, fu «ch'esso confidava nella giustizia della sua causa e nella protezione d'un Dio vendicatore.» Ma egli era tanto persuaso dell'infelicità di sua situazione, che non osò di contraccambiar l'indegnità, ch'era stata commessa verso il suo rappresentante. La negoziazione però di Filippo non fu senz'effetto; poichè indusse Silvano Franco, Generale di merito e di riputazione, a disertare con un corpo considerabile di cavalleria, pochi giorni avanti la battaglia di Mursa.
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La città di Mursa o Essek, celebre ne' moderni tempi per un ponte di barche lungo cinque miglia sul fiume Dravo e per le adiacenti paludi[461], è stata sempre considerata come una piazza importante nelle guerre dell'Ungheria. Magnenzio, dirigendo la sua marcia verso Mursa, mise fuoco alle porte della città, ed in un improvviso assalto ne aveva quasi scalate le mura. La vigilanza della guarnigione estinse le fiamme; l'avvicinarsi, che fece Costanzo, non gli diede tempo di continuar le operazioni dell'assedio; e l'Imperatore in breve tolse l'unico ostacolo che impedir poteva i suoi movimenti, forzando un corpo di truppe che s'erano situate in un vicino anfiteatro. Il campo di battaglia intorno a Mursa era una pianura nuda ed uguale; su questa Costanzo pose in ordinanza il suo esercito col Dravo alla destra, mentre la sinistra o per la natura della disposizione del luogo, o per la superiorità della sua cavalleria estendevasi molto avanti oltre al destro fianco di Magnenzio[462]. Le truppe rimasero in armi da ambe le parti con ansiosa espettazione per la maggior parte della mattina, ed il figlio di Costantino dopo d'aver animato con un eloquente discorso i soldati, si ritirò in una Chiesa a qualche distanza dal campo di battaglia, e commise a' suoi Generali la condotta di questa decisiva giornata[463]. Essi meritavan la sua fiducia pel valore e per l'arte militare, che dimostrarono. Diedero saviamente principio all'azione sulla sinistra; ed avanzando tutta l'ala della cavalleria in linea obbliqua, ad un tratto girarono sul fianco destro del nemico, il quale non era preparato a resistere all'impeto del loro attacco. I Romani dell'Occidente presto si riunirono, mediante l'abitudine della disciplina; ed i Barbari della Germania sostennero la fama della loro nazionale bravura. Il combattimento divenne tosto generale; si mantenne con varj e singolari giri di fortuna, ed appena finì colle tenebre della notte. La segnalata vittoria, che ottenne Costanzo, si attribuisce alle armi della sua cavalleria. Vengon descritti i suoi corazzieri, come tante massicce statue di acciaio, lucenti per la loro squamosa armatura, che rompevano con le pesanti lor lance la stabile ordinanza delle Galliche legioni. Tosto che le legioni cederono, gli squadroni più leggieri e più attivi della seconda linea s'introdussero con la spada alla mano negli intervalli di mezzo, e compirono il disordine. Intanto i grossi corpi de' Germani restarono esposti quasi nudi alla destrezza degli arcieri Orientali, e tutte le truppe di que' Barbari furon costrette dalle angustie e dalla disperazione a precipitarsi nel largo e rapido corso del Dravo[464]. Il numero degli uccisi fu calcolato esser cinquantaquattromila uomini, e la strage de' vincitori fu maggiore di quella de' vinti[465]; circostanza, che prova l'ostinazione del combattimento, e giustifica l'osservazione d'un antico scrittore, che furon consumate le forze dell'Impero nella fatal battaglia di Mursa, per la perdita d'un'armata veterana, sufficiente a difendere, o ad aggiunger nuovi trionfi alla gloria di Roma[466]. Nonostanti le invettive d'un servile oratore, non v'è la minima ragione di credere, che il Tiranno abbandonasse nel principio della battaglia la sua propria bandiera. Sembra ch'egli esercitasse le virtù di generale e di soldato, finattanto che la giornata non fu assolutamente perduta, ed il suo campo in man dei nemici. Magnenzio allora provvide alla propria salvezza, e deposti gli ornamenti Imperiali, fuggì con qualche difficoltà le ricerche de' cavalleggieri, che senza posa inseguirono la sua rapida fuga dalle sponde del Dravo fino a piè delle alpi Giulie[467].
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La vicinanza dell'inverno somministrò all'indolenza di Costanzo molte speciose ragioni per differire il proseguimento della guerra fino alla seguente primavera. Magnenzio avea fermata la sua residenza nella città d'Aquileia, ed apparentemente si mostrava risoluto di disputare il passo de' monti o delle lagune, che fortificavano i confini della Provincia Veneta. La sorpresa, fatta di un castello nelle alpi per una segreta marcia degl'Imperiali, non avrebbe bastato a determinarlo di lasciare il possesso dell'Italia, se le inclinazioni del popolo avessero sostenuto la causa del loro Tiranno[468]. Ma la memoria delle crudeltà, esercitate da' suoi ministri dopo l'infelice ribellione di Nepoziano, aveva lasciato una profonda impressione d'orrore e di sdegno negli animi de' Romani. L'ardito giovine, figlio della Principessa Eutropia e nipote di Costantino, avea veduto con isdegno usurparsi lo scettro d'Occidente da un perfido Barbaro. Armando quindi una truppa disperata di schiavi e di gladiatori, sorprese la debole guardia della domestica tranquillità di Roma, ricevè l'omaggio del Senato, ed assumendo il titolo d'Augusto, precariamente regnò nel tumultuoso periodo di ventotto giorni. La marcia di alcune forze regolari pose fine alle sue ambiziose speranze: la ribellione fu estinta nel sangue di Nepoziano, di Eutropia sua madre, e de' suoi aderenti; e fu estesa la proscrizione a tutti coloro, che avean contratto una fatale alleanza col nome e colla famiglia di Costantino[469]. Ma appena Costanzo, dopo la battaglia di Mursa, divenne padrone delle coste marittime della Dalmazia, un corpo di nobili esuli, che s'erano arrischiati ad equipaggiare una flotta in qualche porto dell'Adriatico, venne a cercar protezione e vendetta nel vittorioso suo campo. Per la segreta loro intelligenza co' propri nazionali, Roma e le città dell'Italia indotte furono a spiegare le bandiere di Costanzo sulle lor mura. I grati veterani, arricchiti dalla generosità del padre, segnalarono la lor gratitudine e fedeltà verso il figlio. La cavalleria, le legioni e gli ausiliari dell'Italia rinovarono il loro giuramento d'ubbidienza a Costanzo; e l'usurpatore, spaventato per la general diserzione, fu costretto co' residui delle sue truppe fedeli a ritirarsi oltre le alpi nelle Province della Gallia. I distaccamenti però, che spediti furono o per tribolare o per impedire la fuga di Magnenzio, si condussero colla solita imprudenza di coloro che si trovano in buona fortuna; e gli diedero nelle pianure di Pavia l'opportunità di voltarsi contro quelli che l'inseguivano, e di soddisfare alla sua disperazione colla strage d'una inutil vittoria[470].
A. D. 353
L'orgoglio di Magnenzio fu ridotto dalle ripetute disgrazie a supplicare, ma invano, per la pace. Spedì egli primieramente un Senatore, nell'abilità di cui confidava, ed in seguito varj Vescovi, il sacro carattere de' quali ottener poteva una più favorevol udienza, coll'offerta di rinunziare la porpora, e colla promessa di consacrare il rimanente della sua vita in servizio dell'Imperatore. Ma Costanzo, quantunque accordasse graziosi termini di perdono e di riconciliazione a chiunque lasciasse lo stendardo della ribellione[471], si dichiarava però inflessibilmente determinato a dare la giusta pena a' delitti d'un assassino, ch'egli si preparava ad opprimere da ogni parte collo sforzo delle vittoriose sue armi. Una flotta Imperiale s'impossessò facilmente dell'Affrica e della Spagna, confermò la fede vacillante de' popoli Mori, e sbarcò considerabili truppe, le quali passarono i Pirenei, e s'avanzarono verso Lione, ultima e fatal dimora di Magnenzio[472]. L'indole del Tiranno, che non fu mai inclinato alla clemenza, veniva stimolata dalle angustie ad esercitare qualunque atto d'oppressione, che estorcer potesse un pronto sussidio dalle città della Gallia[473]. Finalmente stancossi la loro pazienza, e Treveri, sede del governo Pretoriano, diede il segno della ribellione, chiudendo in faccia le porte a Decenzio, che dal fratello era stato elevato al grado di Cesare o d'Augusto[474]. Da Treveri, Decenzio fu costretto di ritirarsi a Sens, dove tosto fu circondato da un'armata di Germani, che dalle perniciose arti di Costanzo erano stati introdotti nelle civili dissensioni di Roma[475]. Intanto le truppe Imperiali forzarono i passi delle alpi Cozie, e nel sanguinoso combattimento di monte Seleuco il partito di Magnenzio fu irrevocabilmente notato col titolo di ribelle[476]. Non fu Magnenzio in grado di condurre un altro esercito in campo; venne corrotta la fedeltà delle sue guardie; e quando comparve in pubblico per animarle colle sue esortazioni, fu salutato con un concorde applauso di «lunga vita all'Imperatore Costanzo». Il Tiranno, accorgendosi che si preparavano a meritare perdono e premj con sagrificare il più malvagio delinquente, ne prevenne il disegno trafiggendosi col proprio ferro[477]; morte più mite ed onorata di quella, che potea sperar d'ottenere dalle mani d'un nemico, di cui la vendetta sarebbe stata colorita dallo specioso pretesto della giustizia e della fraterna pietà. L'esempio del suicidio fu imitato da Decenzio, che strangolossi alla nuova della morte di suo fratello. Marcellino, autore della cospirazione, era già da gran tempo disparuto nella battaglia di Mursa[478]; e fu ristabilita la pubblica tranquillità, mediante l'esecuzione de' sopravviventi capi d'una rea e disgraziata fazione. Fu estesa una severa inquisizione a tutti coloro, che o per elezione o per forza si ritrovarono involti nella causa de' ribelli. Fu mandato Paolo, soprannominato Catena per la sua grande abilità nel giudicial esercizio della tirannide, ad esplorare i nascosti residui della cospirazione nella remota Provincia della Gran-Brettagna. L'onesta indignazione, dimostrata da Martino Vice-Prefetto dell'Isola, fu interpretata come una prova della sua colpa; ed il Governatore trovossi nella necessità di rivolger contro il proprio petto la spada, con cui tentato avea di ferire il Ministro Imperiale. I più innocenti sudditi dell'Occidente furono esposti agli esilj e alle confiscazioni, alla morte ed a' tormenti; e siccome i timidi son sempre crudeli, l'animo di Costanzo si mostrò inaccessibile alla clemenza[479].