NOTE:

[1.] In Cirene trucidarono 220,000 Greci, in Cipro 240,000, ed in Egitto una grandissima quantità di persone. Molte di queste infelici vittime furon segate in due parti, secondo un precedente esempio datone da David. I vittoriosi Giudei divoravan la carne, leccavano il sangue, si avvolgevan come nastri le budella di que' meschini attorno a' lor corpi. Vedi Dione Cassio l. LXVIII. p. 1145.

[2.] Senza ripetere le ben note descrizioni di Gioseffo, possiamo apprendere da Dione (l. LXIX, p. 1262) che nella guerra di Adriano furon passati a fil di spada 580,000 Giudei, oltre un numero infinito di essi, che morirono di fame, di disagio e di fuoco.

[3.] Per la setta degli Zeloti vedi Basnag. Hist. des Juifs l. I. c. 17; pe' caratteri del Messia, secondo i Rabbini l. V. c. 11, 12, 13; per le azioni di Barcocheba l. VII. c. 12.

[4.] Noi dobbiamo a Modestino Giurisconsulto Romano (l. VI. Regular.) una distinta notizia dell'Editto di Antonino. Vedi Casaubon. ad Hist. Aug. p. 27.

[5.] Vedi Basnag. Hist. des Juifs l. III. c. 2, 3. La carica di Patriarca, fu soppressa da Teodosio il Giovine.

[6.] Basti solo rammentare il Purim, o la liberazione degli Ebrei dal furore d'Aman, che fino al Regno di Teodosio fu celebrata con insolente trionfo e sfrenata intemperanza. Basnage Hist. des Juifs l. VI. c. 17. l. VIII. c. 6.

[7.] Secondo il falso Gioseffo, Tsefo nipote di Esaù condusse in Italia l'armata d'Enea Re di Cartagine. Un'altra Colonia d'Idumei, fuggendo la spada di David, si rifuggì negli stati di Romolo. Per queste o per altre ragioni di ugual peso gli Ebrei applicarono il nome d'Edom all'Impero Romano.

[8.] Dagli argomenti di Celso, quali son rappresentati e confutati da Origene (l. V. p. 247, 259.) possiamo chiaramente scuoprire la distinzione, che si faceva fra il popolo Ebraico, e la setta Cristiana. Si veda nel Dialogo di Minuzio Felice una bella ed elegante descrizione de' sentimenti popolari intorno all'abbandonamento del culto stabilito.

[9.] Cur nullas aras habent? templa nulla? nulla nota simulacra?.. unde autem vel quis ille, aut ubi, Deus unicus, solitarius, destitutus? Minuc. Felix c. 10. L'interlocutore Pagano fa una distinzione in favor de' Giudei, che una volta ebbero un tempio, altari, vittime, ec.

[10.] Egli è difficile (dice Platone) di acquistare, e pericoloso il pubblicare la cognizione del vero Dio. Vedasi la Teologia de' Filosofi nella traduzione, che ha fatto in Francese l'Abate d'Olivet dell'opera di Tullio De natura Deorum Tom. 1. pag. 275.

[11.] L'autore del Filopatride tratta continuamente i Cristiani come una compagnia di sognatori entusiasti δαιμόνιοι, αἰθέριοι, αἰθεροβατοῦντες, ἀεροβατοῦντες ec. ed in un luogo manifestamente allude alla visione, in cui S. Paolo fu trasportato al terzo Cielo. In un altro luogo Triefonte, che rappresenta un Cristiano, dopo aver deriso gli Dei del Paganesimo propone un misterioso giuramento.

ὙΨιμέδοντα θέον, μέγαν, ἄμβροτον, οὐρανίωνα,

Ὑιον πατρὸς. πνεῦμα ἐη πατρὸς ἐππορευόμενον,

Ἑν ἐκ τριῶν, καὶ ἑνὸς τρία ταῦτα νόμιζε.

Ἀριθμέειν με διδάσκεις (questa è la profana risposta di Critia) Καὶ ὅρκος ἡ ἀριθμητική, οῦκ οἶδα γὰρ τί λέγεις, ἐν τρία, τρία ἐν.

[12.] Secondo Giustino Martire (Apolog. major. c. 70. 85), il demonio, che aveva qualche imperfetta cognizione delle profezie, aveva finto a bella posta questa somiglianza, che potesse rimuovere, quantunque con diversi mezzi, tanto il Popolo che i Filosofi dall'abbracciar la fede di Cristo.

[13.] Nel primo e secondo libro d'Origene, Celso tratta la nascita e il carattere del nostro Salvatore col più empio disprezzo. L'oratore Libanio loda Porfirio e Giuliano per aver confutato la follia di una setta, che ad un uomo di Palestina morto dava il nome di Dio, e di figlio di Dio. Socrat. Hist. Eccl. III. 23.

[14.] L'Imperator Traiano ricusò la permissione di lasciar formare una compagnia di 150 spegnitori d'incendj per uso della città di Nicomedia. Egli non gradiva qualunque associazione. Vedi Plin. Epist. X. 42, 43.

[15.] Il Proconsole Plinio avea pubblicato un editto generale contro le adunanze illegittime. La prudenza de' Cristiani fece sospender le loro Agapi, ma era impossibile ch'essi omettessero l'esercizio del culto pubblico.

[16.] Siccome le profezie dell'Anticristo, del prossimo abbruciamento del mondo ec. irritavano que' Pagani, che non convertivano, se ne faceva menzione con cautela e riserva, e furono censurati i Montanisti per aver troppo liberamente svelato il pericoloso segreto. Vedi Mosem. p. 413.

[17.] Neque enim dubitabam, quodcumque esset quod faterentur (queste sono le parole di Plinio), pervicaciam certe et inflexibilem obstinationem debere puniri.

[18.] Vedasi l'istoria Eccles. Mosem. Vol. I. pag. 101 e Spanem. Remarques sur les Césars, de Julien pag. 468. etc.

[19.] Vedi Giustino Mart. Apolog. I, 35, II, 14. Atenagora in Legation. c. 27, Tertulliano Apolog. c. 7, 8, 9. Minucio Felice c. 9, 10, 30, 31. L'ultimo di questi Scrittori riferisce l'accusa nella più elegante e circostanziata maniera; la risposta di Tertulliano è più ardita e più vigorosa.

[20.] Nella persecuzione di Lione alcuni schiavi Gentili furon costretti dal timor de' tormenti ad accusare i lor padroni Cristiani. La Chiesa di Lione, scrivendo a' propri fratelli dell'Asia, tratta l'orrida accusa con l'indignazione e il disprezzo che merita. Euseb. Hist. Ecl. V. I.

[21.] Vedi Giustino Mart. Apolog. I, 35. Iren. adv. haeres. I. 24. Clem. Alessand. Stromat. l. III. p. 438. Euseb. IV. 8. Sarebbe grave e disgustoso il riferir tutto ciò, che hanno immaginato i successivi Scrittori, tutto quel ch'Epifanio ha ricevuto come vero, e che ha copiato il Tillemont. Il Beausobre (Hist. du Manicheisme l. IX. c. 8, 9) ha esposto con grande spirito l'arte non ingenua di Agostino e del Pontefice Leone.

[22.] Quando Tertulliano divenne Montanista, diffamò la Morale della Chiesa, ch'egli aveva sì fortemente difesa. Sed majoris est agape, quia per hanc adolescentes tui cum sororibus dormiunt, appendices scilicet gulae lascivia et luxuria: de Jejun. c. 17. Il canone 35 del Concilio d'Elvira provvede agli scandali, che troppo spesso macchiavan quelli, che facevan le vigilie nelle Chiese, e screditavano il nome Cristiano agli occhi degl'Infedeli.

[23.] Tertulliano (Apolog. c. 2.) si diffonde a gran ragione, e con un poco di stile declamatorio sulla bella ed onorevol testimonianza di Plinio.

[24.] Nella vasta compilazione dell'Istoria Augusta (una parte di cui fu composta nel Regno di Costantino) non si trovano sei linee relative a' Cristiani; nè la diligenza di Sifino ha potuto scoprire il lor nome nella vasta istoria di Dione Cassio.

[25.] Un oscuro passo di Svetonio può somministrare per avventura una prova di quanto stranamente si confondesser fra loro gli Ebrei ed i Cristiani di Roma.

[26.] Vedasi nel 18 e 25 capitolo degli Atti Apostolici la condotta di Gallione, Proconsole dell'Acaia, e di Festo, Procurator della Giudea.

[27.] Nel tempo di Tertulliano e di Clemente Alessandrino la gloria del martirio si ristringeva a S. Pietro, a S. Paolo, ed a S. Giacomo. I Greci più moderni bel bello l'attribuirono al resto degli Apostoli, e prudentemente scelsero per teatro della lor predicazione e de' lor tormenti qualche remoto paese di là da' confini del Romano Impero, Vedi Mosemio p. 81, e Tillemont Mémoires Eccles. Tom I. p. III.

[28.] Tacit. Annal. XV. 38, 44. Sueton. in Neron. c. 38. Dion. Cass. l. LXII. p. 1014. Oros. VII. 7.

[29.] Il prezzo del grano (probabilmente del Modio) fu ridotto a tre Nummi, che può equivalere a circa quindeci Scellini per sacco Inglese.

[30.] Noi possiam osservare, che Tacito fa menzione di tal fama con diffidenza molto conveniente e dubbiezza, mentre essa viene avidamente descritta da Svetonio, e solennemente confermata da Dione.

[31.] Questa sola testimonianza è sufficiente a dimostrar l'anacronismo degli Ebrei, che pongon la nascita di Cristo quasi cent'anni più presto (Basnage Hist. des Juifs l. V. c. 14, 15.). Possiamo apprendere da Gioseffo (Antiq. XVIII. 3) che il tempo, in cui fu Procuratore Pilato, corrisponde agli ultimi dieci anni di Tiberio dall'anno di Cristo 27 al 37. Quanto all'epoca particolare della morte di Cristo, una tradizione molto antica la fissa ai 25 di Marzo dell'anno 29 sotto il Consolato de' due Gemini (Tertullian. adv. Judaeos c. 8.). Questa data che si adotta dal Pagi, dal Cardinal Noris e dal Le Clerc, sembra per lo meno tanto probabile, quanto l'Era volgare, che (non so per quali congetture) li pone quattro anni più tardi.

[32.] Odio humani generis convicti. Queste parole possono significare l'odio del genere umano contro i Cristiani, o l'odio, de' Cristiani contro il genero umano. Ho preferito quest'ultimo senso, come il più conforme allo stile di Tacito ed all'error popolare, di cui un precetto del Vangelo (Vedi Luca XIV. 26) era forse stato l'innocente occasione. Giustificato viene il mio interpretamento dall'autorità di Lipsio; da quelle de' traduttori di Tacito, Italiani, Francesi e Inglesi, dall'autorità di Mosemio (p. 102), di Le Clerc (Hist. Eccles. p. 427), del Dottore Lardner (Testimon. vol. I. p. 345) e del vescovo di Glocester (Legat. Div. vol. III. p. 38). Ma poichè il vocabolo convicti non si unisce molto felicemente col rimanente della sentenza, Giacomo Gronovio ha anteposto di leggere conjuncti, seguendo l'autorità del prezioso Codice di Firenze.

[33.] Tacit. Annal. XV. 44.

[34.] Nardini Roma antica p. 387. Donatus de Roma antiqua l. III. p. 449.

[35.] Sueton. in Neron. c. 16. L'epiteto di malefica, il quale alcuni sagaci Comentatori traducono magica, più ragionevolmente risguardasi da Mosemio come sinonimo dell'exitiabilis di Tacito.

[36.] Il passo risguardante Gesù Cristo, che fu inserito nel testo di Gioseffo tra il tempo d'Origene o quello d'Eusebio, può somministrare un esempio di non volgar falsità. Si riferiscono distintamente l'esecuzione delle profezie, le virtù, i miracoli, e la risurrezione di Gesù. Gioseffo riconosce, ch'egli era il Messia, e dubita se debba chiamarlo un uomo. Se potesse rimaner qualche dubbio intorno quel celebre passo, il lettore può esaminare le argute obbiezioni di le Fevre (Havercamp. Joseph. tom. II. p. 267-273), l'elaborata risposta di Daubuz (p. 187-232) e la maestrevol replica (Biblioth. Ant. L. Mod. t. VII. p. 237-288) di un critico anonimo ch'io credo essere il dotto Ab. di Longuerue.

[37.] Vedi le vite di Tacito fatte da Lipsio, e dall'Abate de la Bleterie, il Dizionario di Bayle all'art. Tacite e Fabricio Biblioth. Latin. Tom. II. p. 386. Edit. Ernest.

[38.] Principatum Divi Nervae, et imperium Traiani uberiorem securioremque materiam senectuti seposui. Tacit. Hist. I.

[39.] Vedi Tacito, Annal. II, 61 IV. 4.

[40.] Il nome del commediante era Alituro. Per il medesimo canale Gioseffo (de vita sua c. 3.) aveva ottenuto, circa due anni prima, il perdono e la libertà di alcuni Sacerdoti Ebrei ch'erano prigionieri in Roma.

[41.] L'erudito Dottore Lardner (Testimonianze giudaiche, e Gentili Vol. II. p. 101-103) ha provato, che il nome di Galilei fu molto antico, e forse la prima denominazione dei Cristiani.

[42.] Gioseff. Antiq. XVIII. 1, 2. Tillemont. Ruine des Juifs (p. 742.). I figli di Giuda furono crocifissi al tempo di Claudio. Il suo nipote Eleazaro, dopo la presa di Gerusalemme, difese una forte rocca con 960 de' suoi più disperati seguaci. Quando l'ariete ebbe fatto una breccia, essi rivoltaron le loro spade contro le loro mogli ed i figli, e finalmente contro i lor propri petti; e tutti morirono, fino all'ultimo.

[43.] Vedi Dodwell. Paucitat. Martir. l. XIII. La inscrizione Spagnuola appresso Grutero, p. 238. n. 9, è una manifesta e conosciuta menzogna, inventata da quel famoso impostore Ciriaco di Ancona, per lusingare l'orgoglio ed i pregiudizi degli Spagnuoli. Vedi Ferreras (Hist. d'Espagne Tom. I p. 192.)

[44.] Il Campidoglio fu bruciato nel tempo della guerra civile fra Vespasiano e Vitellio il dì 19 Decembre dell'anno 69. Il tempio di Gerusalemme restò distrutto ne' 10 Agosto del 70 per le mani de' Giudei stessi, piuttosto che per quelle de' Romani.

[45.] Il nuovo Campidoglio fu dedicato da Domiziano (Sveton. in Domitian. c. 5. Plutarco in Poplicol. Tom. I. p. 230, Edit. Bryan.) Il solo indoramento costò 12000 talenti (più di cinque milioni di zecchini). Fu opinione di Marziale (l. IX. Epig. 3,) che se l'Imperatore avesse voluto esigere il suo denaro, Giove medesimo, neppure col porre generalmente all'incanto l'Olimpo, avrebbe potuto pagare due scellini per lira.

[46.] Rispetto al Tributo vedasi Dione Cassio (l. LXVI. p. 1082 con le note di Reimaro), Spanemio (de usu numism. Tom. II. p. 571) e Basnag. (Hist. des Juifs l. VII. c. 2.)

[47.] Svetonio (in Domitian. c. 12) avea veduto un vecchio di novant'anni pubblicamente esaminato avanti al Tribunale del Procuratore. Questo è quel che Marziale chiama Mentula tributis damnata.

[48.] Questa denominazione a principio s'intese nel senso più comune, e fu supposto che i fratelli di Gesù fossero la legittima prole di Maria e di Giuseppe. Un divoto rispetto per la virginità della Madre di Dio suggerì agli Gnostici, ed in seguito a' Greci ortodossi l'espediente di dare una seconda moglie a Giuseppe. I Latini, fino dal tempo di Girolamo, vi accrebbero qualche cosa, attribuirono a Giuseppe un celibato perpetuo, e con molti esempi simili giustificarono la nuova interpretazione, che Giuda ugualmente che Giacomo e Simone, i quali sono chiamati fratelli di Gesù Cristo, non fossero che suoi primi cugini. Vedi Tillemont, Memoir. Eccles. (Tom. I. part. III.) e Beausobre, Hist. critiq. du Manich. (l. II c. 2.)

[49.] Trenta nove πλεθρα, quadrati di cento piedi l'uno, il qual terreno, rigorosamente computato, appena formerebbe la somma di nove acri. Ma la probabilità delle circostanze, la pratica degli altri scrittori Greci e l'autorità del Valois mi fanno inclinare a credere, che si usi il πλεθρον per esprimere il Romano jugero.

[50.] Euseb. III. 20. La storia o presa da Egesippo.

[51.] Vedasi la morte, ed il carattere di Sabino appresso Tacito (Hist. III. 74-75). Sabino era il fratel maggiore di Vespasiano, e fino all'avvenimento al trono di lui, si era considerato come il principal sostegno della famiglia Flavia.

[52.] Flavium Clementem patruelem suum contemtissimae inertiae.... ex tenuissima suspicione interemit. Sueton. in Domit. c. 15.

[53.] L'Isola Pandataria secondo Dione. Bruzio Presente (ap. Eusebio III 18) la bandisce in quella di Ponzia, che non era molto distante dalla prima. Tal differenza, ed un errore o d'Eusebio, o de' suoi copisti han data occasione di supporre due Domitille, una moglie, e l'altra nipote di Clemente. Vedi Tillemont, Mem. Eccles. (Tom. II. p. 224.)

[54.] Dione l. LXVII. p. 1112. Se Bruzio Presente, dal quale probabilmente prese questo racconto, era il corrispondente di Plinio (Epist. VII. 3) possiam risguardarlo come uno scrittore contemporaneo.

[55.] Sueton. in Domit. c. 17. Filostr. in vit. Apollon. l. VII.

[56.] Dion. l. LXVIII. p. 1118. Plin. Epist. IV. 22.

[57.] Plin. Epist. X. 97. L'erudito Mosemio si esprime con le più alte lodi intorno al moderato ed ingenuo carattere di Plinio. A malgrado di tutti i sospetti del Dottore Lardner (Vedi le testimonianze Giudaiche e Pagane Vol. II. p. 46), io non posso ravvisare alcuna ipocrisia nel suo linguaggio o nella sua maniera di procedere.

[58.] Plin. Epist. V. 8. Egli difese la sua prima causa nell'anno 81, cioè un anno dopo la famosa eruzione del Vesuvio, nella quale il suo zio perdè la vita.

[59.] Plin. Epist. X. 98. Tertulliano (Apolog. c. 5) risguarda questo Rescritto, come un rilassamento delle antiche leggi penali quas Traianus ex parte frustratus est. Eppure Tertulliano in un altro luogo delle sue Apologie nota l'incoerenza di proibire le inquisizioni, e di ordinare i gastighi.

[60.] Eusebio (Hist. Eccles. l. IV. c. 9) ci ha conservato l'editto di Adriano. Egli ce ne dà parimente uno (c. 13) ancora più favorevole sotto nome di Antonino, del quale però non s'ammette così universalmente l'autenticità. La seconda Apologia di Giustino contiene alcune curiose circostanze relative alle accuse de' Cristiani.

[61.] Vedi Tertulliano (Apolog. c. 40). Gli atti del martirio di Policarpo somministrano una viva pittura di tali tumulti, che per ordinario si fomentavano dalla malizia dei Giudei.

[62.] Questi regolamenti sono inseriti ne' soprammentovati Editti di Adriano e di Pio. Vedi l'Apologia di Melitone (ap. Euseb. l. IV. c. 26).

[63.] Vedasi il rescritto di Traiano, e la condotta di Plinio. Gli atti più autentici de' Martiri abbondano di simili esortazioni.

[64.] In specie vedasi Tertulliano (Apolog. c. 2) e Lattanzio (Instit. Divin. V. 9.) I raziocinj loro son quasi gl'istessi; ma si ravvisa bene, che il primo di questi Apologisti era stato un legale, ed il secondo un rettorico.

[65.] Vedansi due esempi di questa specie di tortura negli Atti Sinceri de' Martiri pubblicati dal Ruinart (p. 160-399.). Girolamo, nella sua Leggenda di Paolo Eremita, riporta una strana istoria d'un giovane, che fu legato nudo in un letto di fiori ed assalito da una bella e lasciva meretrice. Egli represse la tentazione lacerandosi co' denti la lingua.

[66.] La conversione della propria moglie provocò Claudio Erminiano, Governatore della Cappadocia, a trattare i Cristiani con straordinario rigore. Tertulliano ad Scapulam cap. 3.

[67.] Tertulliano, nella sua lettera al Governatore dell'Affrica, fa menzione di molti notabili esempi di lenità e di tolleranza, de' quali esso ebbe notizia.

[68.] Neque enim in universum aliquid, quod quasi certam formam habeat, constitui potest; espressione di Traiano che diede un largo campo alle operazioni de' Governatori delle Province.

[69.] In metalla damnamur, in insulas relegamur. Tertullian. Apolog. c. 12. Le miniere della Numidia contenevano nove Vescovi, con un numero de' loro Cherici e Popolo a proporzione, ai quali Cipriano mandò una pietosa lettera di consolazione o di lodi. Vedi Cipriano (Epist. 76, 77.)

[70.] Quantunque non possiam prestare intera fede all'epistole, o agli atti d'Ignazio, che si trovano nel II tomo dei Padri Apostolici; pure possiam citare quel Vescovo d'Antiochia come uno di questi martiri condannati per esempio degli altri. Fu egli mandato in catene a Roma come ad un pubblico spettacolo; e quando arrivò a Troade, ricevè la piacevol notizia, che la persecuzione d'Antiochia era già terminata.

[71.] Fra' Martiri di Lione (Euseb. l. V. c. 1) la schiava Blandina fu distinta co' più squisiti tormenti. De' cinque Martiri, sì celebri negli Atti di Felicita e Perpetua, due erano servi, e due altri di molto vil condizione.

[72.] Origen. adv. Celsum. (l. III. p. 116.). Le sue parole meritano d'essere trascritte. Ολιγοι κατα καιρους, καὶ σφοδρα ευαριθμητοι περι τῶν Χρισιανῶν θεοσεβειας τεθνηκασι.

[73.] Se noi riflettiamo, che tutti i plebei di Roma non eran Cristiani, e che tutti i Cristiani non eran santi nè martiri, possiam giudicare, con quanta certezza possano attribuirsi gli onori sacri a quelle ossa ed urne, che si prendono senza distinzione alcuna da' pubblici cimiteri. Dopo un libero ed aperto commercio, che se n'è fatto per dieci secoli, si è risvegliato qualche sospetto fra' più eruditi Cattolici. Al presente si richiedono, come una prova di santità e di martirio le Lettere R. M., una caraffa piena di liquor rosso, che si crede sangue o la figura di una palma. I due primi segni però son di piccolo peso, e quanto all'ultimo si osserva da' Critici 1. che quella che si dice figura d'una palma, è forse un cipresso o anche puramente un punto, o un intrecciamento di punteggiatura usato nelle iscrizioni sepolcrali; 2. che la palma era il simbolo della vittoria fra' Pagani; 3. che fra' Cristiani serviva come d'emblema non solo del martirio, ma anche di una gloriosa risurrezione in genere. Vedi la lettera del P. Mabillon sul culto de' Santi ignoti, ed il Muratori sopra le Antichità Italiane (Dissert. LVIII.).

[74.] Per dare un saggio di queste leggende, ci contenteremo de' diecimila soldati Cristiani fatti crocifiggere in un giorno da Traiano o da Adriano sul monte Ararat. Vedi Baronio ad Martyrol. Rom. Tillemont (Mem. Eccles. Tom. II. P. II. p. 438.) e le Miscellanee di Geddes vol. II. p. 203. L'abbreviatura MIL., che può significare tanto soldati che migliaia, dicesi, che abbia prodotto vari sbagli straordinari.

[75.] Vedi Dionisio ap. Euseb. l. VI. c. 41. Uno de' diciassette fu accusato ancora di furto.

[76.] Le lettere di Cipriano somministrano una molto curiosa ed original pittura sì di esso che de' suoi tempi. Vedansi parimente le due vite di Cipriano, scritte con ugual esattezza quantunque con mire assai differenti, l'una da Le Clerc (Biblioth. univers. Tom. XII. p. 208-378.) l'altra dal Tillemont (Memoir. Eccles. Tom, IV. part. I. p. 76-459).

[77.] Vedasi la civile ma severa lettera del Clero di Roma al Vescovo di Cartagine (Cyprian. Epist. 8, 9.) Ponzio pone la massima cura e diligenza in giustificare il suo maestro contro la general censura, che se gli faceva.

[78.] Specialmente quello di Dionisio di Alessandria, e di Gregorio Taumaturgo di Neocesarea. Vedi Euseb. (H. E. lib. VI. c. 40) e le Memorie di Tillemont (Tom. IV. Part. II. p. 685.).

[79.] Vedi Cipriano, Epist. 16, e la vita che ne fece Ponzio.

[80.] Abbiamo una vita originale di Cipriano fatta dal Diacono Ponzio, compagno del suo esilio e spettatore della sua morte; e possediamo ancora gli antichi Atti Proconsolari del suo martirio. Questi due documenti son coerenti fra loro e probabili; e quel ch'è più osservabile, sono spogliati di qualunque circostanza maravigliosa.

[81.] Potrebbe parere, che questi fosser ordini circolari mandati a tutti i Governatori nel medesimo tempo. Dionisio (ap. Euseb. l. VII. c. 11.) racconta l'Istoria del proprio esilio da Alessandria, quasi nell'istessa maniera. Ma siccome egli evitò la morte, o sopravvisse alla persecuzione, si dee reputare o più o men fortunato di Cipriano.

[82.] Vedi Plinio, Hist. Nat. V. 3. Cellario Geogr. ant. (Part. III. p. 96.) i Viaggi di Shaw p. 90, e per l'adiacente paese (ch'è terminato dal Capo Bona, o dal promontorio di Mercurio) l'Affrica di Marmol (Tom. II. p. 474.). Si trovano ivi i residui di una acquedotto vicino a Curubis, o Curbis presentemente mutato in Gurbes; ed il D. Shaw lesse un'iscrizione, che chiama quella città Colonia Fulvia. Il Diacono Ponzio (in vit. Cypriani c. 12) l'appella apricum et competentem locum, hospitium pro voluntate secretum, et quidquid apponi eis ante promissum est, qui regnum et justitiam Dei quaerunt.

[83.] Vedi Cipriano (Epist. 77. Edit. Fell.)

[84.] Nell'atto della sua conversione aveva egli venduto quei giardini per benefizio de' poveri. La bontà di Dio (probabilissimamente la liberalità di alcuni amici Cristiani) li restituì a Cipriano. Vedi Ponzio c. 15.

[85.] Quando Cipriano un anno avanti era stato mandato in esilio, sognò che sarebbe stato posto a morte nel seguente giorno. L'evento fece spiegare quella parola come indicante un anno. Vedi Ponzio. c. 12.

[86.] Ponzio (c. 15) confessa che Cipriano, col quale cenò egli stesso, passò la notte custodia delicata. Il Vescovo esercitò l'ultimo atto di giurisdizione molto a proposito, disponendo, che le giovani donne, che vegliavano nella strada, fossero allontanate dal pericolo, e dalle tentazioni di una folla notturna. Act. Proconsolar. c. 2.

[87.] Vedasi negli Atti c. 4, ed appresso Ponzio c. 17, la sentenza originale. Quest'ultimo l'esprima in un modo oratorio.

[88.] Vedi Ponzio c. 19. Al Tillemont (Memoir. Tom. IV. Part. I p. 450 nat. 50) non piace una così positiva esclusione di ogni Martire di grado Episcopale più antico.

[89.] Qualunque sia l'opinione che possiamo avere del carattere o de' principj di Tommaso Becket, bisogna confessare ch'egli soffrì la morte con una costanza non indegna de' primitivi Martiri. Vedi Lord Lyttelton Istor. di Enrico II. (Tom. II. p. 592 ec.).

[90.] Vedasi particolarmente il trattato di Cipriano de Lapsis p. 87-98. Ediz. Fell. L'erudizione di Dodwell (Dissert. Cyprian. XII. XIII.) e l'ingenuità di Middleton (Ricerca libera p. 162 ec.) non hanno lasciato cosa da aggiungere intorno al merito, agli onori, ed ai motivi de' Martiri.

[91.] Vedi Cipriano Epist. 5, 6, 7, 22, 24 e de unit. Eccles. Il numero de' pretesi Martiri si è moltiplicato assaissimo per l'uso, che fu introdotto, di dare quest'onorevole nome a' Confessori.

[92.] Certatim gloriosa in certamina ruebatur; multoque avidius tum martiria gloriosis motibus quaerebantur, quam nunc Episcopatus pravis ambitionibus appetuntur. Sulpic. Sever. l. II. Egli poteva omettere la parola nunc.

[93.] Vedi Epist. ad Rom. c. 4, 5 ap. Patres Apostol. (Tom. II. p. 27.). Era confacente al proposito del Vescovo Pearson (Vindic. Ignatian. part. II. c. 9) di giustificare con profusione di esempi e di autorità i sentimenti d'Ignazio.

[94.] L'Istoria di Polieuto, sulla quale Cornelio ha formato una bellissima tragedia, è uno de' più celebri, quantunque non de' più autentici esempi di questo eccessivo zelo. Noi dobbiam osservare, che il canone 60 del Concilio d'Elvira nega il titolo di martiri a quelli che si esponevano alla morte col pubblicamente distruggere gl'Idoli.

[95.] Vedi Epitteto l. IV. c. 7, e (sebbene vi sia qualche dubbio, s'egli alluda a' Cristiani) Marco Antonino de rebus suis (l. XI. c. 3.) Lucian. in Peregrin.

[96.] Tertullian. ad Scapul, c. 5. Gli eruditi son divisi fra tre dell'istesso nome, che furon Proconsoli d'Asia. Io sono inclinato ad attribuire questo fatto ad Antonino Pio, che poi fu Imperatore, e che può aver governato l'Asia sotto Traiano.

[97.] Mosem. de rebus Christ. ante Constant. p. 235.

[98.] Vedi l'epistola della Chiesa di Smirne ap. Euseb. Hist. Eccl. (l. IV. c. 15).

[99.] Nella seconda Apologia di Giustino si trova un esempio speciale e molto curioso di questa legal dilazione. Il medesimo fu concesso a' Cristiani accusati nella persecuzione di Decio; e Cipriano (de Lapsis) fa espressa menzione del dies negantibus praestitutus.

[100.] Tertulliano risguarda la fuga dalla persecuzione come un'imperfetta, sebbene assai colpevole, apostasia, come un empio tentativo di eludere la volontà di Dio ec. Egli ha scritto un trattato su tal proposito (Vedi p. 536-544. Edit. Rigalt.). che è pieno del più fiero fanatismo e della più incoerente declamazione. Merita però qualche attenzione il vedere che Tertulliano medesimo non sofferse il martirio.

[101.] I Libellatici, che sono specialmente noti per le opere di Cipriano, vengono descritti con la massima precisione nel copioso commentario di Mosemio p. 48, 489.

[102.] Vedi Plinio (Epist. X. 97.) Dionisio Alessandrino. ap. Euseb.(l. VI. c. 41.) Ad prima statim verba minantis inimici maximus fratrum numerus fidem suam prodidit: nec prostratus est persecutionis impetu, sed voluntario lapsu seipsum prostravit. Cyprian. oper. p. 89. Fra questi disertori trovaronsi molti Preti ed anche Vescovi.

[103.] Fu in quest'occasione, che Cipriano scrisse il suo trattato de Lapsis, e molt'epistole. Fra' Cristiani del secolo antecedente non si trova la controversia intorno al trattamento degli apostati penitenti. Dobbiamo noi attribuirlo alla superiorità della fede e coraggio di essi, od alla più scarsa cognizione, che abbiamo della loro Istoria?

[104.] Vedi Mosemio p. 97. Sulpicio Severo fu il primo autore di questo computo, quantunque sembri, che desideri di riservar la decima e maggiore persecuzione per la venuta dell'Anticristo.

[105.] Della testimonianza, che fece Ponzio Pilato si fa menzione per la prima volta da Giustino. I successivi accrescimenti fatti a quell'Istoria (nel passare ch'ella fece per le mani di Tertulliano, di Eusebio, di Epifanio, di Grisostomo, di Orosio, di Gregorio Turonense, e degli autori di molte edizioni degli Atti di Pilato) sono esattamente fissati dal Calmet; Dissertazioni sulla Scrittura (Tom. III. p. 651. ec.).

[106.] Rispetto a questo miracolo, come si dice comunemente della Legione fulminea, vedasi l'ammirabil critica di Moyle Vol. II. p. 81-390 delle sue opere.

[107.] Dione Cassio, o piuttosto l'abbreviatore di lui Sifilino, l. LXXII. p. 1206. Moyle ha esposto lo stato della Chiesa nel Regno di Commodo.

[108.] Si confronti la vita di Caracalla nell'Istoria Augusta con la lettera di Tertulliano a Scapula. Il Dottore Jortin (Osservaz. sull'Istor. Ecclas. Vol. II. p. 5.) risguarda la cura di Severo per mezzo dell'olio santo con gran desiderio di convertirla in un miracolo.

[109.] Tertulliano De Fuga, c. 13. Il dono si faceva in occasione delle feste de' Saturnali; ed è un soggetto di grand'importanza per Tertulliano, che il Fedele dovesse restar confuso con quelli, ch'esercitando le professioni più infami, accattavano la connivenza del Governo.

[110.] Euseb. l. V. c. 23. 24. Mosem. p. 435, 447.

[111.] Judaeos fieri sub gravi poena vetuit. Idem etiam de Christianis sanxit. Hist. Aug. p. 70.

[112.] Sulpic. Sever. l. II. p. 384. Questo computo (fattavi una sola eccezione) vien confermato dall'istoria d'Eusebio e dalle opere di Cipriano.

[113.] Si discute l'antichità delle Chiese Cristiane dal Tillemont (Memoir. Eccles. Tom. III. part. II. p. 68-72) e dal Moyle (Vol. I. p. 378-398). Quegli riferisce la prima costruzione di esse alla pace di Alessandro Severo; questi alla pace di Gallieno.

[114.] Vedi l'Istoria Augusta p. 130. L'Imperator Alessandro adottò il loro metodo di proporre pubblicamente i nomi di quelle persone, che dovevan promuoversi agli Ordini. È vero però che l'onore di tal costume si attribuisce ancora agli Ebrei.

[115.] Vedi Eusebio Hist. Eccl. l. VI. c. 21 e Girolamo de script. Eccl. c. 54. Mammea fu chiamata una santa e pia donna sì da' Cristiani che da' Pagani. Da' primi però era impossibile, che essa potesse meritar quell'onorevol epiteto.

[116.] Vedi L'Istoria Augusta p. 123. Sembra, che Mosemio (p. 465) troppo nobiliti la domestica religione d'Alessandro. Il suo disegno di fabbricare un pubblico tempio a Cristo (Hist. Aug. p. 129) e le obbiezioni, che furon suggerite o ad esso, o in simili circostanze ad Adriano, par che non abbiano avuto altro fondamento, che un improbabil racconto inventato da' Cristiani, ed adottato con troppa credulità da un Istorico del tempo di Costantino.

[117.] Euseb. l. VI. c. 28. Si può presumere che i buoni successi de' Cristiani avessero commosso ad ira l'ipocrita devozione de' Pagani che sempre andava crescendo. Dione Cassio, il quale compose la sua Storia sotto il regno anteriore, destinava molto probabilmente ad uso del suo Sovrano que' consigli ch'egli attribuiva ad una migliore età ed al favorito di Augusto. Intorno a quest'orazione di Mecenate, o per dir meglio, di Dione, posso riferire il lettore all'imparziale opinione che ne ho portato io medesimo (Vol. I N. 25), ed all'abbate De la Bleterie (Mem. de l'Acad. t. XXIX. p. 303. t. XXV. p. 432).

[118.] Orosio (l. 7. c. 19) rappresenta Origene come l'oggetto dell'odio di Massimino; e Firmiliano, Vescovo di Cappadocia in quel tempo, dà una giusta e ristretta idea di questa persecuzione. Vedi Cipriano (Epist. 75.).

[119.] La menzione che si fa di que' Principi, che pubblicamente si supponevan Cristiani, quale si trova in una lettera di Dionisio Alessandrino (ap. Euseb. l. VII. c. 10) evidentemente allude a Filippo ed alla sua famiglia, ed è una testimonianza contemporanea, che tal opinione aveva preso vigore; ma il Vescovo Egiziano, che viveva in una umile distanza dalla corte di Roma, si esprime con una giusta diffidenza rispetto alla verità del fatto. Le lettere d'Origene che sussistevano al tempo d'Eusebio (Vedi l. VI. c. 36) probabilmente deciderebbero questa più curiosa che importante questione.

[120.] Euseb. l. VI. c. 34. L'istoria è stata abbellita, secondo il solito, da' successivi scrittori, ed è confutata con sovrabbondante erudizione da Federigo Spanemio (Oper. var. Tom. II. p. 440 ec.).

[121.] Lactant. de Mortib. Persec. c. 3, 4. Dopo aver celebrato la felicità e l'avanzamento della Chiesa, durante una lunga successione di buoni Principi, soggiunge: Extitit post annos plurimos execrabile animal, Decius, qui vexaret Ecclesiam.

[122.] Euseb. l. VI. c. 39. Cyprian. Epist. 55. Rimase vacante la Sede Romana dal martirio di Fabiano, che seguì nei 20 di Gennaio dell'anno 250, fino all'elezion di Cornelio fatta ne' 4 Giugno del 251. Decio era probabilmente partito da Roma, giacchè fu ucciso avanti la metà di quell'anno.

[123.] Vedi Eusebio l. VII. c. 10. Mosemio (p. 548) ha dimostrato molto chiaramente, che il Prefetto Macriano ed il Mago Egizio sono un'istessa persona.

[124.] Eusebio (l. VII. c. 13) ci dà una versione Greca di quest'editto Latino, che sembra essere stato molto conciso. Per mezzo di un altro Editto Gallieno comandò, che si restituissero a' Cristiani i Cimiteri.

[125.] Vedi Eusebio l. VII. c. 30. Lattanzio de Mort. Persecut. c. 6. S. Girolamo in Chron. p. 177. Oros. l. VII. c. 23. Il lor linguaggio è generalmente sì ambiguo e scorretto, che non sappiamo determinare fino a qual segno Aureliano estendesse le sue intenzioni avanti che fosse assassinato. Moltissimi fra i moderni eccettuato Dodwell (Dissert. Cyprian. XI. 64.) hanno preso di qui l'occasione di guadagnare alcuni pochi Martiri straordinari.

[126.] Paolo si compiaceva più del titolo di Ducenario che di quello di Vescovo. Il Ducenario era un procuratore Imperiale, così chiamato dal suo salario di dugento sesterzi, o di tremila dugento zecchini l'anno. (Vedi Salmasio ad Hist. Aug. p. 124) Alcuni Critici suppongono, che il Vescovo d'Antiochia realmente avesse ottenuto quell'uffizio da Zenobia, mentre altri non lo considerano che come un'espressione figurata del suo fasto ed insolenza.

[127.] La simonia non era incognita in que' tempi ed il Clero alle volte comprava quel che avea intenzione di vendere. Ciò si chiarisce dal Vescovato di Cartagine, che fu comprato da una ricca Matrona chiamata Lucilla, per il suo servo Maiorino. Il prezzo, fu di 400 Folli (Monum. antiq. ad calcem Optati p. 263.) Ogni Folle conteneva 125 monete d'argento, e può valutarsi tutta la somma circa 4800 zecchini.

[128.] Se volessimo diminuire i vizi di Paolo, saremmo costretti a sospettare, che i Vescovi dell'Oriente, adunati insieme, avessero pubblicato le più maliziose calunnie in una lettera circolare mandata a tutte le Chiese dell'Impero (ap. Euseb. l. VII. c. 30).

[129.] La sua eresia (come quelle di Noeto e di Sabellio, che insorsero nel medesimo secolo) tendeva a confondere la misteriosa distinzione delle persone Divine. Vedi Mosemio p. 720. ec.

[130.] Vedi Eusebio (Hist. Eccl. l. VII. c. 30). Ad esso è interamente dovuta la curiosa istoria di Paolo Samosateno.

[131.] L'Era de' Martiri, ch'è sempre in uso fra' Copti e gli Abissinj, dee computarsi dal 29 Agosto dell'anno 284, perchè il principio dell'anno Egiziano cadeva diciannove giorni prima del reale avvenimento al trono di Diocleziano. Vedasi la Dissertazione preliminare all'Arte di verificar le date.

[132.] L'espressione di Lattanzio (de M. P. c. 15) sacrificio pollui coegit suppone l'antecedente lor conversione alla fede, ma non par che giustifichi l'asserzione di Mosemio (p. 192), ch'esse privatamente si fossero battezzate.

[133.] Il Tillemont (Memoir. Eccles. Tom. V. Part. I. p. 11, 12) ha tratto dallo Spicilegio di Don Luca d'Acheri un'istruzione molto curiosa, che fece il Vescovo Teona per uso di Luciano.

[134.] Vedi Lattanzio de M. P. c. 10.

[135.] Euseb. Hist. Eccl. l. VIII c. 1. Il lettore, che voglia consultare l'originale non mi accuserà di avere ingrandito la pittura. Eusebio aveva circa sedici anni, quando Diocleziano fu fatto Imperatore.

[136.] Noi potremmo addurre fra' moltissimi esempi il misterioso culto di Mitra, ed il Taurobolia, essendo quest'ultimo divenuto alla moda nel tempo degli Antonini. Vedi una Dissertazione di Deboze nelle memorie dell'Accademia delle Iscrizioni (Tom. II. p. 443). Il romanzo d'Apuleio è pieno sì di devozione che di satira.

[137.] L'impostore Alessandro con molta forza raccomandò l'oracolo di Trofonio in Mallos, e quelli di Apollo in Claro e in Mileto (Lucian. Tom. II. p. 236. Edit. Reitz.). Quest'ultimo, l'istoria singolare del quale potrebbe somministrare un episodio molto curioso, fu consultato da Diocleziano, avanti ch'ei pubblicasse i suoi editti della persecuzione (Lactant. de M. P. c. 11).

[138.] Oltre le antiche istorie di Pitagora e d'Aristeo, frequentemente si opponevano a' miracoli di Cristo le cure fatte al Santuario d'Esculapio, e le favole attribuite ad Apollonio di Tiane; quantunque io convenga col D. Lardner. (Vedi Testim. Vol. III. p. 252, 352), che quando Filostrato scrisse la vita d'Apollonio, non ebbe tal intenzione.

[139.] Egli è molto da dolersi, che i Padri Cristiani, ammettendo la parte soprannaturale, o com'essi credono, infernale del Paganesimo, con le proprie lor mani distruggano il gran vantaggio, che altrimenti noi potremmo trarre dalle generose concessioni de' nostri avversari.

[140.] Giuliano (p. 301 Edit. Spanhem.) dimostra una devota gioia, perchè la providenza degli Dei avesse estinte l'empie Sette, e per la maggior parte distrutti i libri de' Pirronei e degli Epicurei; ch'erano assai numerosi, mentre il solo Epicuro non compose meno di 300 volumi. Vedi Diogene Laerzio l. X. c. 26.

[141.] Cumque alios audiam mussitare indignanter, et dicere oportere statui per Senatum, aboleantur ut haec scripta, quibus Christiana religio comprobetur, et vetustatis opprimatur auctoritas. Arnob. adv. Gentes l. III p. 103, 104. Egli aggiunge molto assennatamente: Erroris convincite Ciceronem.... nam intercipere scripta, et publicatam velle submergere lectionem, non est Deum defendere, sed testificationem timere.

[142.] Lattanzio (Div. Inst. l. V. c. 2, 3) fa una molto chiara ed ingegnosa istoria di due di questi filosofi, nemici della Fede. Il vasto trattato di Porfirio contro i Cristiani era composto di trenta libri, e fu scritto in Sicilia circa l'anno 270.

[143.] Vedi Hist. Eccl. l. I. c. 9. ed il Cod. Teodos. l. I. Tit. I. l. 3.

[144.] Eusebio (l. VIII. c. 4. c. 17) determina il numero de' martiri militari con la seguente notevole espressione σπανιως τουτων εις που καὶ δευτερος, di cui non hanno renduta la forza nè il Traduttore Latino, nè il Francese. Nonostante l'autorità d'Eusebio, ed il silenzio di Lattanzio, di Ambrogio, di Sulpicio, d'Orosio ec. si è per lungo tempo creduto, che la legione Tebea, composta di 6000 Cristiani, soffrisse il martirio per ordine di Massimiano nella valle delle alpi Pennine. Ne fu per la prima volta pubblicata l'istoria, verso la metà del quinto secolo, da Eucherio Vescovo di Lione, che l'ebbe da certe persone, alle quali era stata comunicata da Isacco Vescovo di Ginevra, che si dice averla ricevuta da Teodoro Vescovo d'Ottoduro. Tuttavia sussiste l'Abbazia di S. Maurizio, ricco monumento della credulità di Sigismondo Re di Borgogna. Vedasi un'eccellente dissertazione nel Tomo XXXIV. della Bibliothèque raisonnée p. 427-454.

[145.] Vedi Acta Sincera p. 299. Le istorie del martirio di lui e di Marcello portano qualche carattere di verità e di autenticità.

[146.] Act. Sincer. p. 302.

[147.] De M. P. c. II. Lattanzio (o chiunque siasi l'autore di questo piccol trattato) aiutava a quel tempo in Nicomedia; ma sembra difficile immaginare com'egli potesse acquistare una cognizione così esatta di ciò che seguiva nel gabinetto Imperiale.

[148.] L'unica circostanza, che possiam ravvisare, è la devozione e la gelosia della madre di Galerio. Essa ci viene descritta da Lattanzio come Deorum montium cultrix, mulier admodum superstitiosa. Aveva essa una grande autorità sopra il figlio, ed era offesa dalla poca stima di alcune delle sue serve Cristiane.

[149.] Il culto e la festa del Dio Termine elegantemente si illustrano dal De Boze (Mem. de l'Accademie des Inscriptions Tom. I. p. 50.).

[150.] Nell'unico manoscritto, che abbiamo di Lattanzio, si legge profectus; ma la ragione, e l'autorità di tutti i Critici permettono di sostituir praefectus, in luogo di quella parola che distrugge il senso del passo.

[151.] Lattanzio (de M. P. c. 12) fa una pittura molto viva della distruzion della Chiesa.

[152.] Mosemio (p. 922-926) da molti luoghi sparsi di Lattanzio e d'Eusebio ha rilevato una molto giusta ed esatta notizia di quest'editto, sebbene qualche volta egli dia in congetture e sottigliezze.

[153.] Molti secoli dopo, Eduardo I. praticò con gran successo l'istessa forma di persecuzione contro il Clero d'Inghilterra. Vedi Hume, Ist. d'Ingh. Vol. I. p. 300 dell'ultima edizione in 4.

[154.] Lattanzio solamente lo chiama quidquam etsi non recte, magno tamen animo ec. c. 12. Eusebio (l. VIII. c. 5) l'adorna degli onori secolari. Nessuno si è avvisato di far menzione del suo nome; i Greci però celebrano la memoria di lui sotto il nome di Giovanni. Vedi Tillemont, Mem. Eccles. Tom. V. p. II. p. 320.

[155.] (Lactant. de M. P. c. 13, 14.) Potentissimi quondam eunuchi necati, per quos Palatium et ipse constabat. Eusebio (l. VIII. c. 6.) racconta le crudeli esecuzioni degli eunuchi Gorgonio, e Doroteo, e di Antimio Vescovo di Nicomedia; ed ambidue questi Autori descrivono in un'equivoca ma tragica forma le orride scene, che furono rappresentate anche alla presenza Imperiale.

[156.] Vedi Lattanzio, Eusebio, e Costantino ad Coetum sanctorum c. 25. Eusebio confessa la sua ignoranza intorno alla ragione del fuoco.

[157.] Tillemont Memoir. Eccl. Tom. V. Part. 1. p. 43.

[158.] Vedi Act. Sincer. Ruinart. p. 353. Quelli di Felice di Tibara, o di Tibur sembrano assai meno corrotti, che nelle altre edizioni, le quali somministrano un vivo saggio della licenza propria delle leggende.

[159.] Vedi il primo libro di Ottato Mellevitano contro i Donatisti dell'ediz. del Dupin; Parigi 1700. Egli fiorì nel regno di Valente.

[160.] Le memorie antiche, pubblicate al fine delle Opere di Ottato, (p. 261) descrivono in una maniera molto circostanziata come procedevano i Governatori nella distruzion delle Chiese. Facevano essi un minuto inventario de' vasi che vi trovavano. Sussiste ancora quello della Chiesa di Cirra nella Numidia: consisteva in due calici d'oro e sei d'argento, in sei urne, una caldaia, sette lampade, il tutto parimente d'argento, oltre una gran quantità di utensili di rame e di vestimentî sacri.

[161.] Lattanzio (Instit. Div. V. II) restringe tal calamità al conventiculum con la sua congregazione. Eusebio (VIII. 11) l'estende a tutta la città, e rappresenta qualche cosa di simile ad un assedio regolare. Ruffino, antico di lui traduttore Latino, aggiunge alcune importanti circostanze intorno alla permissione accordata agli abitanti di ritirarsi. Siccome la Frigia s'estendeva sino a' confini dell'Isauria, può essere, che l'indole inquieta di que' Barbari indipendenti contribuisse alla lor disgrazia.

[162.] Eusebio l. VIII. c. 6. Il Valese (con qualche probabilità) pensa d'avere scoperta in un'orazion di Libanio la ribellione della Siria; e ch'essa fu un temerario attentato del Tribuno Eugenio, il quale con soli cinquecento uomini occupò Antiochia, e potè forse lusingare i Cristiani con la promessa di tollerare la religione. Da Eusebio (l. IX. c. 8) e da Mosè di Corene (Hist. Armen. l. II. c. 77) può rilevarsi ch'era già stato introdotto nell'Armenia il Cristianesimo.

[163.] Vedi Mosem. (p. 938.) Il testo d'Eusebio chiaramente dimostra, che i Governatori, de' quali fu esteso, non già ristretto il potere, in forza delle nuove leggi potevan condannare alla morte i più ostinati Cristiani per servir d'esempio a' lor confratelli.

[164.] Atanasio p. 833. ap. Tillemont. Mem. Eccles. Tom. V. part. I. p. 90.

[165.] Vedi Euseb. (l. VIII. c. 13.) e Lattanz. de M. P. c. 15. Dodwel (Dissert. Cyprian. XI. 75) rappresenta quegli Scrittori come non coerenti fra loro. Ma il primo evidentemente parla di Costanzo, quando era Cesare, e l'altro del medesimo Principe innalzato al grado d'Augusto.

[166.] Dalle Inscrizioni di Grutero apparisce, che Daziano determinò i confini fra' territorj di Pax Julia e di Evora, città situate nella parte meridionale della Lusitania. Se riflettiamo alla vicinanza, in cui sono questi luoghi col Capo S. Vincenzo, possiam sospettare, che il celebre Diacono e Martire di questo nome, per negligenza da Prudenzio si ponga in Saragozza, o in Valenza. Vedasi la pomposa istoria de' suoi patimenti nelle memorie di Tillemont Tom. V. Part. II. p. 58-85. Alcuni Critici son d'opinione, che il dipartimento di Costanzo, come Cesare, non includesse la Spagna, la quale continuasse ad essere sotto l'immediata giurisdizione di Massimiano.

[167.] Euseb. l. VIII. c. 2. Gruter. Inscr. p. 1171. n. 18. Ruffino ha sbagliato intorno all'uffizio di Adautto, ugualmente che intorno al luogo del suo martirio.

[168.] Euseb. l. VIII, c. 14. Ma siccome Massenzio fu vinto da Costantino, faceva a proposito per Lattanzio di por la sua morte fra quelle de' persecutori.

[169.] Può vedersi l'epitaffio di Marcello appresso il Grutero Inscr. p. 1172. n. 3. Esso contiene tutto ciò, che noi sappiamo della sua storia. Molti Critici suppongono che Marcellino o Marcello, i nomi de' quali si trovano nella lista dei Papi, sian persone diverse, ma il dotto Abate De Longuerre si convinse ch'essi non erano che una sola persona.

Veridicus rector lapsis quia crimina flere

Praedixit miseris, fuit omnibus hostis amarus.

Hinc furor, hinc odium; sequitur discordia, lites,

Seditio, caedes: solvuntur foedera pacis.

Crimen ob alterius, Christum qui in pace negavit

Finibus expulsus patriae est feritate Tyranni.

Haec breviter Damasus voluit comperta referre.

Marcelli popolus meritum cognoscere posset.

Possiam osservare che Damaso fu fatto Vescovo di Roma l'anno 366.

[170.] Optat. contr. Donatist. l. I. c. 17, 18.

[171.] Gli Atti della passione di S. Bonifazio, che abbondano di miracoli e di declamazioni, furon pubblicati dal Ruinart p. 283, 291 in Greco e in Latino, sull'autorità di un manoscritto molto antico.

[172.] Ne' primi quattro secoli si trovano poche tracce di Vescovi o di Vescovati nell'Illirico Occidentale. Si è creduto probabile, che il Primate di Milano estendesse la sua giurisdizione fino a Sirmio, capitale di quella gran Provincia. Vedasi la Geografia sacra di S. Paolo p. 68-76 con le Osservazioni di Luca Holstenio.

[173.] L'ottavo libro d'Eusebio, ed il supplemento intorno ai Martiri di Palestina, si riferiscono principalmente alla persecuzione di Galerio e di Massimino. I lamenti generali, coi quali dà principio Lattanzio al quinto libro delle sue Instituzioni Divine, alludono alla lor crudeltà.

[174.] Eusebio (l. VIII. c. 17) ci ha dato una versione Greca, e Lattanzio (De M. P. c. 34) l'originale Latino di questo memorabil editto. Sembra, che nessuno di questi scrittori abbia pensato quanto ciò direttamente s'opponga a quel ch'essi hanno poco avanti affermato de' rimorsi e del pentimento di Galerio.

[175.] Eusebio (l. IX. c. 1) riporta l'epistola del Prefetto.

[176.] Vedi Eusebio l. VIII. c. 14. l. IX. c. 2-8. e Lattanzio de M. P. c. 36. Questi scrittori convengono in descrivere gli artifizi di Massimino; ma il primo riferisce l'esecuzione di varj Martiri, mentre l'altro afferma espressamente che occidi servos Dei vetuit.

[177.] Pochi giorni avanti la sua morte pubblicò un amplissimo editto di tolleranza, nel quale attribuì tutti i rigori, che avevan sofferto i Cristiani, ai Giudici e Governatori, che avevano male inteso le sue intenzioni. Vedasi l'editto ap. Euseb. l. IX. c. 10.

[178.] Tale è la bella deduzione che si trae da due passi notabili appresso Eusebio l. VIII. c. 2, e de Martyr. Palest. c. 12. La prudenza dell'Istorico ha esposto il suo carattere alla censura ed al sospetto. Era ben noto, ch'egli stesso era stato posto in carcere, e si supponeva che se ne fosse liberato per mezzo di qualche disonorevole compiacenza. Tal accusa gli fu mossa contro nel tempo ch'esso viveva, ed anche alla sua presenza nel Concilio di Tiro. Vedi Tillemont Mem. Eccles. Tom. VIII. Part. 1. p. 67.

[179.] L'antica, e forse autentica narrazione de' patimenti di Taraco, e de' suoi compagni (Act. Sincer. Ruinart. p. 419-448) è piena di forti espressioni di disprezzo e di sdegno, che non potevano non irritare il Magistrato. La condotta di Edesio verso Jerocle, Prefetto dell'Egitto, fu anche più straordinaria. λογοις τε καὶ εργοις τον θικαστην... περιβαλων. Euseb. de Martyr. Palest. c. 5.

[180.] Euseb. de Mart. Palest. c. 13.

[181.] August. Collat. Cartag. Dei III. c. 13. ap. Tillemont Mem. Eccles. Tom. V. part. I. p. 46. La controversia co' Donatisti ha sparso qualche luce, quantunque forse parziale, sull'istoria della Chiesa Affricana.

[182.] Eusebio (de Martyr. Palest. c. 13) chiude la sua narrazione assicurandoci, che questi sono i Martirj, che avvennero nella Palestina in tutto il corso della persecuzione. Può sembrare, che il quinto capitolo del suo libro VIII, che si riferisce alla Provincia della Tebaide in Egitto, contraddica la nostra moderata calcolazione; ma questo non servirà che a farci ammirare l'artifizioso maneggio dell'Istorico. Scegliendo per teatro della più squisita crudeltà il più distante e separato paese del Romano Impero, dice che nella Tebaide spesso avevan sofferto il Martirio da dieci fino a cento persone in un giorno. Ma quando egli viene a raccontar il suo proprio viaggio in Egitto, il suo stile insensibilmente diventa più cauto e moderato. Invece di usare un grande ma determinato numero, parla di molti Cristiani (πλειους) e col massimo artifizio sceglie due parole ambigue (ισ ορτσαηιεν e ὑπμειναστας) che possono indicare tanto quel che aveva veduto, quanto ciò che aveva udito; sì l'aspettazione che l'esecuzion della pena. Essendosi così assicurato un sotterfugio, lascia l'interpretazione dell'equivoco passo a' suoi lettori e traduttori; immaginando a ragione che la lor pietà gl'indurrebbe a preferir il senso più favorevole. Fu per avventura un poco maliziosa l'osservazione di Teodoro Metochita, che tutti quelli che avevan conversato, come Eusebio, con gli Egiziani, si dilettavano di uno stile oscuro ed ingrato (Vedi Valesio nel luogo cit.).

[183.] Quando la Palestina era divisa in tre parti, la Prefettura d'Oriente conteneva 48 Province. Siccome però le antiche distinzioni delle nazioni erano da gran tempo abolite, i Romani distribuirono le Province, avuto riguardo ad una general proporzione di loro estensione ed opulenza.

[184.] Ut gloriari possint, nullum se innocentium peremisse, nam et ipse audivi aliquos gloriantes, quia administratio sua in hac parte fuerit incruenta. Lactant. Inst. Div. V. 12.

[185.] Grot. Annal de Reb. Belgic. l. I. p. 12. Edit. fol.

[186.] Fra Paolo (Istor. del Concil. Trident. l. III.) riduce il numero de' Martiri Belgici a 50000. Non era Fra Paolo inferiore a Grozio in dottrina e moderazione. L'anteriorità del tempo conferisce alla testimonianza del primo qualche vantaggio, che per altra parte egli perde per la distanza, che passa da Venezia a' Paesi Bassi.

[187.] Polibio (l. IV. p. 423) dell'edizione del Casaubono. Egli osserva che la pace de' Bizantini spesso era disturbata, e ristretta l'estensione del lor territorio dalle scorrerie dei Barbari della Tracia.

[188.] La città fu fondata 656 anni avanti l'Era Cristiana da Biza, uomo di mare, che si diceva figlio di Nettuno. I suoi seguaci eran venuti da Argo e da Megara. Fu in seguito rifabbricato e fortificato Bizanzio da Pausania, generale Spartano. Vedi Scaligero animad. ad Euseb. p. 81. Ducange Constantinopolis l. 1. part. 1. c. 15, 16. Quanto alle guerre dei Bisantini contro Filippo, i Galli ed i Re della Bitinia non si dee prestar fede, che agli antichi scrittori i quali vissero prima che la grandezza della città Imperiale suscitasse lo spirito di adulazione e di falsità.

[189.] Il Bosforo è stato molto minutamente descritto da Dionisio di Bisanzio, che visse a' tempi di Diocleziano (Hudson Georg. Minor. Tom. III.), e da Gilles o Gillio viaggiatore Francese del XVI. Secolo. Sembra, che Turnefort (Lett. XV.) siasi servito de' suoi propri occhi e dell'erudizione di Gillio.

[190.] Ben poche congetture sono così felici, come quella del Le Clerc, il quale suppone (Biblioth. univ. Tom. I. p. 248) che le arpie non fossero che locuste. Il nome Siriaco o Fenicio di quest'insetti, il ronzio che fanno nel volare, il fetore e la devastazione che producono, ed il vento settentrionale, che li trasporta verso il mare, tutto contribuisce a stabilire questa probabilissima somiglianza.

[191.] Amico risedeva in Asia fra le antiche e le nuove rocche, in un luogo chiamato Laurus insana; e Fineo in Europa vicino al villaggio di Mauramolo ed al Mar Nero. Vedi Gyll. de Bosphor. l. III. c. 23. Tournefort Lett. XV.

[192.] L'inganno proveniva da varie punte di scogli alternativamente coperte ed abbandonate dalle onde. Al presente non sono che due piccole isole situate in vicinanza de' due contrari lidi; quella d'Europa è distinta per la colonna di Pompeo.

[193.] Gli antichi la facevano di 120 stadi, o di quindici miglia Romane. Essi cominciavano a misurar lo stretto dalle nuove fortezze, ma lo continuavano fino alla città di Calcedone.

[194.] Ducas Hist. c. 34. Leunclav. Hist. Turc. Musulmanic. l. XV. p. 577. Sotto l'Impero Greco, queste fortezze servivano per li prigionieri di Stato col tremendo nome di Lete e di torri dell'obblivione.

[195.] Serse fece imprimere sopra due colonne di marmo in lettere Greche ed Assirie i nomi delle nazioni a lui sottoposte ed il sorprendente numero delle sue fortezze terresti e marittime. I Bizantini dipoi trasportarono queste colonne dentro la città, e se ne servirono per altari delle tutelari loro Divinità. Herodot. l. IV. c. 37.

[196.] Namque arctissimo inter Europam Asiamque divortio Bysantium in extrema Europa posuere Graeci, quibus Pythium Apollinem consulentibus, ubi conderent urbem, redditum oraculum est, quaererent sedem coecorum terris adversam. Ea ambage Chalcedonis monstrabantur, quod priores illuc advecti, praevisa locorum utilitate pecora legissent. Tacit. Annal. XII. 62.

[197.] Strab. l. X. p. 492. Presentemente se ne son tagliati molti rami, o per parlare meno figuratamente, molti seni del porto si son ripieni. Vedi Gyll. de Bosph. Thrac. l. I. c. 3.

[198.] Procop. de adific. l. I. c. 5. La sua descrizione vien confermata da' viaggiatori moderni. Vedi Thevenot. P. I. l. I. c. 15. Tournefort lett. XII. Niebuhr viagg. d'Arab. p. 22.

[199.] Vedi Ducange C. l. I. P. I. c. 16. e le sue osservazioni sopra Villehardouin p. 289. Fu tirata una catena da Acropoli vicino al moderno Kiosco fino alla torre di Galata ed era sostenuta a convenienti distanze da grossi pali di legno.

[200.] Thevenot (viagg. in Levante P. I. l. I. c. 14) ne riduce la misura a 125 piccole miglia Greche. Belon (Observat. l. I. c. 1) dà una buona descrizione della Propontide, ma si contenta dell'indeterminata espressione di una giornata e mezzo di cammino. Dove Sandys (viag. p. 21) parla di 150 stadi tanto in lungo che in largo, non può supporsi che un error di stampa nel testo di questo giudizioso viaggiatore.

[201.] Vedasi un'ammirabile dissertazione del Dauville sopra l'Ellesponto e i Dardanelli, nelle Memorie dell'Accademia delle Iscrizioni Tom. XXVIII. p. 318-346. Pure anche quell'ingegnoso Geografo è troppo inclinato a supporre delle nuove e forse immaginarie misure, ad oggetto di render gli antichi scrittori tanto esatti, quanto egli stesso. Gli stadi, de' quali si serve Erodoto nella descrizione dell'Eussino, del Bosforo ec. (l. IV. c. 85) senza dubbio devono esser tutti della medesima specie; ma sembra impossibile di conciliarli o con la verità, o fra di loro.

[202.] La distanza obbliqua fra Sesto ed Abido era di trenta stadi. S'espone dal Mahudol l'improbabilità del racconto di Ero e Leandro, ma coll'autorità de' poeti e delle medaglie si difende dal La Nauze. Vedi Accad. delle Inscriz. Tom. VII. Hist. p. 74. Mem. p. 140.

[203.] Vedi lib. VII. d'Erodoto, che ha innalzato un elegante trofeo alla sua propria fama, ed a quella del suo paese. Sembra che ne sia stata fatta l'enumerazione con tollerabile accuratezza; ma era interessata la vanità, prima de' Persiani e poi de' Greci, ad amplificar l'armamento e la vittoria. Io dubiterei molto se gl'invasori abbiano mai sorpassato il numero degli uomini di qualunque paese, che abbiano attaccato.

[204.] Vedi le Osservazioni di Wood sopra Omero p. 320. Io ho preso con piacere quest'osservazione da un Autore, che in generale non par che abbia corrisposto all'espettazione del Pubblico e come critico e meno ancora come viaggiatore. Aveva egli veduti i lidi dell'Ellesponto; avea letto Strabone; dovrebbe aver consultati gl'itinerari Romani: come fu dunque possibile che confondesse Ilium con Alexandria Troas (Observ. p. 340, 341) città, che sono 6 miglia distanti l'una dall'altra?

[205.] Demetrio di Scepside scrisse sessanta libri sopra trenta versi del catalogo d'Omero. Per soddisfare la nostra curiosità è sufficiente il lib. XIII di Strabone.

[206.] Strab. l. XIII. p. 595. Omero descrive con gran chiarezza la disposizione delle navi, che furono tratte in terra ed i posti d'Aiace e d'Achille.

[207.] Zosimo l. II. p. 10. Sozomen. l. II. c. 3. Teofan. p. 18. Nicefor. Callisto l. VII. p. 48. Zonara Tom. II. l. XIII. p. 6. Zosimo pone la nuova città fra Ilio ed Alessandria; ma questa apparente differenza può conciliarsi con ciò, che dicono gli altri, mediante la grand'estensione della sua circonferenza. Avanti la fondazione di Costantinopoli, Cedreno dice che venne progettata per capitale Tessalonica, e Zonara, Sardica. Tutti e due suppongono con ben poca probabilità che l'Imperatore, se non fosse stato impedito da un prodigio, avrebbe rinnovato l'errore de' ciechi Calcedonesi.

[208.] Descriz. dell'Oriente di Pocock Vol. II, part. II. p. 127. La descrizione, ch'ei fa de' sette colli, è chiara ed esatta. Questo viaggiatore di rado è tanto soddisfacente come in quest'occasione.

[209.] Vedi Belon. Osserv. c. 72, 76. Fra le varie specie di pesci i Pelamidi, che sono una specie di Tonni, erano i più celebri. Si può rilevar da Polibio, da Strabone e da Tacito che il guadagno della pesca formava la rendita principale di Bizanzio.

[210.] Vedi l'eloquente descrizione del Busbequio Epist. I. p. 64. Est in Europa; habet in conspectu Asiam, Aegyptum, Africamque a dextra: quae tametsi contiguae non sunt, maris tamen, navigandique commoditate veluti junguntur. A sinistra vero Pontus est Euxinus etc.

[211.] Datur haec venia antiquitati, ut miscendo humana divinis, primordia Urbium augustiora faciat. Tit. Liv. in Proëm.

[212.] In una delle sue leggi così s'esprime. Pro comoditate Urbis, quam materno nomine, jubente Deo, donavimus. Cod. Theodos. l. XIII. Tit. V. leg. 7.

[213.] I Greci, come Teofane, Cedreno e l'Autore della Cronica Alessandrina si contengono dentro i limiti di espressioni vaghe o generali. Volendo un ragguaglio più circostanziato della visione, bisogna ricorrere a tali scrittori Latini, quale è Guglielmo di Malmesbury. Vedi Ducange C. P. l. I. p. 24, 25.

[214.] Vedi Plutarc. in Romul. Tom. I. p. 49. Edit. Bryan. Fra le altre cerimonie facevasi una gran buca, la quale si riempiva con pugni di terra, che ciascheduno de' nuovi abitanti portava dal luogo della sua nascita, ed in tal modo adottava la sua nuova patria.

[215.] Filostorg. l. II. c. 9. Questo accidente, quantunque preso da un autore sospetto, è caratteristico e probabile.

[216.] Vedi nelle Memor. dell'Accad. delle Iscriz. T. XXXV. pag. 747, 758 una dissertazione del Danville sopra l'estensione di Costantinopoli. Egli prende la pianta inserita nell'Impero Orientale del Banduri per la più esatta; ma con una serie di minutissime osservazioni corregge la stravagante proporzione della scala, e determina che la circonferenza della città è di circa 7800 tese Francesi invece di 9500.

[217.] Appresso gl'Inglesi un acro contiene un'estensione di terra, lunga 40 pertiche e larga 4.

[218.] Codin. Antiquit. Const. p. 12. Egli assegna per limite dalla parte del porto la chiesa di S. Antonio. Se ne fa menzione dal Du Cange l. IV. c. VI. ma non mi è riuscito di scuoprire il luogo, dov'essa era situata.

[219.] Fu costruita la nuova muraglia di Teodosio nell'anno 413. Nel 447 fu gettata a terra da un terremoto, ed in tre mesi rifabbricata dalla diligenza del Prefetto Ciro. Il sobborgo della Blacherne fu per la prima volta compreso nella città al tempo d'Eraclio. Du Cange Const. l. I. c. 10, 11.

[220.] Nella Notizia ec. se n'esprime la misura con piedi 14075. Si può ragionevolmente supporre, che questi fossero piedi Greci, la proporzione de' quali fu ingegnosamente determinata dal Danville. Secondo esso 180 piedi equivalgono ai 78 cubiti Asemiti, che diversi scrittori dicono esser l'altezza di S. Sofia. Ciascheduno di questi cubiti era uguale a 27 pollici francesi.

[221.] L'esatto Thevenot (l. I. c. 15) in un'ora e tre quarti girò intorno a' due lati del triangolo, dal Chiosco del Serraglio fino alle sette Torri. Danville accuratamente pondera, e molto s'affida a questa decisiva testimonianza che somministra una circonferenza di dieci o dodici miglia. Molto s'allontana dall'ordinario suo carattere Tournefort, allorchè (Lett. XI) s'estende alla stravagante misura di trenta o di trentaquattro miglia, senz'includervi Scutari.

[222.] Il luogo chiamato Sycae (o sia i Fichi) formava la decima terza regione, e fu molto abbellito da Giustiniano. Esso ebbe in seguito i nomi di Pera, e di Galata. È ovvia l'etimologia del primo, incognita quella del secondo nome. Vedi Du Cange Const. l. I. c. 22. Gyll. de Byzant. l. IV. c. 10.

[223.] Cento undici stadi, che possono computarsi in miglia Greche moderne di 7 stadi l'uno, o sia di 660 ed alle volte di sole 600 tese Francesi. Vedi Danville Misur. Itinerar. p. 53.

[224.] Corretti gli antichi Testi, che descrivono la grandezza di Babilonia e di Tebe; ridotte a' giusti termini l'esagerazioni, e certificate le misure, troviamo, che quelle famose città avevano la grande, ma non incredibil circonferenza di circa venticinque o trenta miglia. Si confronti Danville nelle Memor. dell'Accad. Tom. XXVIII. p. 235 colla sua Descrizione dell'Egitto pag. 201, 202.

[225.] Se Costantinopoli e Parigi si dividano in tanti quadrati di 50 tese Francesi l'uno, il primo contiene 850 di queste parti, ed il secondo 1160.

[226.] Seicento centinaia, o sessantamila libbre d'oro. Tal somma è presa da Codino Antiq. Const. p. 11. Ma questo disprezzabile Autore, a meno che non abbia tratta la sua relazione da qualche sorgente più pura, non sarebbe probabilmente stato capace di contare in una maniera così disusata.

[227.] Quanto alle foreste del Mar Nero vedasi Tournefort Lett. XVI. Quanto alle cave di marmo di Proconneso, vedi Strabone l. XIII. p. 588. Queste ultime avevan già somministrato i materiali alle grandiose fabbriche di Cizico.

[228.] Vedi Cod. Theod. lib. XIII. Tit. IV. leg. 1. La data di questa legge è dell'anno 334 e fu indirizzata al Prefetto dell'Italia, la giurisdizione del quale s'estendeva sull'Affrica. Merita d'esser consultato il Comentario del Gotofredo sopra tutto il Titolo.

[229.] Constantinopolis dedicatur pene omnium Urbium nuditate: Hieronym. Chron. p. 181. Vedi Codin. p. 8, 9. L'autore delle Antichità Cost. l. III (appresso Banduri Imp. Orient. Tom. I. p. 41) enumera Roma, Sicilia, Antiochia, Atene ed una lunga lista di altre città. Può supporsi che le Provincie della Grecia e dell'Asia minore avranno somministrato il più ricco bottino.

[230.] Hist. Comp. p. 369. Esso descrive la statua, o piuttosto il busto d'Omero con sì fino gusto, che chiaramente indica, che Cedreno copiò lo stile d'un secolo più fortunato.

[231.] Zosimo l. II. p. 106. Cronic. Alessand. o Pasqual. p. 284. Du Cange Const. l. I. c. 24. Anche quest'ultimo scrittore pare, che confonda il Foro di Costantino coll'Augusteo, o corte del Palazzo. Io non sono ben sicuro, se abbia precisamente distinto quel che appartiene all'uno ed all'altro.

[232.] Pocock porge la descrizione più tollerabile di tal colonna, Descriz. d'Orient. vol. II. Part. II. p. 131, ma essa in molti luoghi è tuttavia oscura, e non soddisfa pienamente.

[233.] Du Cange Const. l. I. c. 24. p. 76, e le sue not. ad Alexiad. p. 382. La statua di Costantino o d'Apollo fu abbattuta nel tempo di Alessio Comneno.

[234.] Tournefort (Lett. XII.) considera l'Atmeidan 400 passi. Se intende passi geometrici di sette piedi l'uno, sarebbe stato lungo 300 tese, intorno a quaranta più lungo del gran Circo di Roma. Vedi Danville Misur. Itiner. p. 72.

[235.] Se i custodi delle reliquie più sante potessero addurre una serie di prove, quali si possono allegare in quest'occasione, ne sarebbero ben essi contenti. Vedi Banduri ad antiquit. Const. p. 668. Gyll. de Bizant. l. II. c. 13. 1. Può in primo luogo provarsi l'originale consacrazione del tripode, e della colonna nel tempio di Delfo coll'autorità d'Erodoto e di Pausania; 2. Zosimo Pagano si trova d'accordo co' tre Storici Ecclesiastici, Eusebio, Socrate e Sozomeno in asserire, che per ordine di Costantino furon trasportati a Costantinopoli gli ornamenti sacri del tempio di Delfo; e fra gli altri espressamente si nomina la colonna serpentina dell'Ippodromo. 3. Tutti i viaggiatori Europei, che sono stati a Costantinopoli da Buondelmonti fino a Pocock, la descrivono nel medesimo luogo, e quasi nell'istessa maniera; e le differenze, che si trovan fra loro, non nascono che dalle ingiurie che ha sofferto da' Turchi. Maometto II. con un colpo di scure spezzò la mascella di sotto ad uno de' serpenti. Thevenot l. I. c. 17.

[236.] Da' Greci fu adottato il nome Latino di cochlea, e frequentemente s'incontra nell'istoria Bizantina. Du Cange Const. l. II. c. 1. p. 104.

[237.] Vi sono tre punti topografici, che indicano la situazione del Palazzo; 1. La scala che lo faceva comunicare coll'Ippodromo o Atmeidan, 2. Un piccolo porto artificiale sulla Propontide, da cui salivasi facilmente per una serie di scalini di marmo a' giardini del Palazzo, 3. L'Augusteo, ch'era una spaziosa corte, un lato della quale veniva occupato dalla facciata del palazzo, e l'altro dalla chiesa di Santa Sofia.

[238.] Zeusippo era un epiteto di Giove, ed i bagni facevano una parte dell'antico Bizanzio. Du Cange non ha sentito la difficoltà di determinarne la vera situazione. L'Istoria par che gli unisca con S. Sofia, e col palazzo; ma la pianta originale, inserita nel Banduri, li pone dall'altra parte della città, vicino al porto. Quanto alle loro bellezze, vedi Chron. Paschal. p. 285 e Gyll. de Byzan. l. II. c. 7. Cristodoro (Antiquit. Const. l. VII) compose delle iscrizioni in versi per ogni statua. Egli era un poeta Tebano di nascita non men che d'ingegno Boeotum in crasso jurares aere natum.

[239.] Vedi la notizia ec. Roma una volta contava 1780 grandi case domus; ma bisogna che tal parola avesse un significato più ampio. In Costantinopoli non si fa menzione d'Insulae. La Capitale antica conteneva 424 strade, la nuova 322.

[240.] Luitprand. Legat. ad Imperat. Niceph. p. 153. I Greci moderni hanno stranamente sfigurate le antichità di Costantinopoli. Sarebbero scusabili gli sbagli degli scrittori Turchi o Arabi, ma fa stupore, che i Greci, che avevano tra le mani autentici materiali, conservati nella lor propria lingua, preferissero la finzione alla verità, e le favolose tradizioni alla storia genuina. In una sola pagina di Codino posson contarsi dodici imperdonabili errori, quali sono la riconciliazione di Severo e di Negro, il matrimonio tra il figlio dell'uno e la figlia dell'altro, l'assedio di Bizanzio fatto da' Macedoni, l'invasione de' Galli, che richiamò Severo a Roma, i sessant'anni che scorsero dalla morte di lui alla fondazione di Costantinopoli ec.

[241.] Montesquieu, Grand. et decad. des Rom. c. 17.

[242.] Temist. Orat. III. p. 48. Edit. Hardouin. Sozomeno l. II. c. 3. Zosimo l. II. p. 107. Anon. Vales. p. 715. Se dovessimo prestar fede a Codino (p. 10) Costantino fabbricò le case pei Senatori sul medesimo esatto disegno de' loro palazzi di Roma, e diede ad essi ugualmente che a se medesimo il piacere d'una gradita sorpresa; ma tutta quell'istoria è piena di finzioni e di insussistenti racconti.

[243.] Fra le Novelle dell'Imperator Teodosio il Giovane al fine del Codice Teodosiano (Tom. VI Nov. 12.) si trova la legge con cui quell'Imperatore, nell'anno 438, abolì tali concessioni. Il Tillemont (Hist. des Emper. Tom. IV. p. 37) ha evidentemente sbagliato intorno alla natura di questi beni. La medesima condizione, che si sarebbe con ragione stimata un peso, qualora fosse stata imposta su' beni de' privati, si riceveva come un favore quand'era accompagnata dalla concessione di fondi Imperiali.

[244.] Gillio (de Byzant l. I. c. 3.) raccoglie, e connette fra loro i passi di Zosimo, di Sozomeno e di Agatia, che riferiscono l'accrescimento, e le fabbriche di Costantinopoli. Sidonio Apollinare (in Panegyr. Anthem. 56. p. 291. Edit. Sirmond) descrive le moli, che furono gettate molto avanti nel mare: formavansi queste dalla famosa pozzolana che indura nell'acqua.

[245.] Sozomeno l. II. c. 3. Filostorg. l. II. c. 9. Codino Antiquit. Const. p. 8. Si rileva da Socrate (l. II. c. 13.) che la quotidiana distribuzione della città consisterà in ottanta migliaia di σιτου, che o si può tradur con Valesio per modj di grano, o supporre ch'esprima il numero de' pani, che si dispensavano.

[246.] Vedi Cod. Theodos. lib. XIII e XIV e Cod. Justin. Ed. XII. Tom. II. p. 648. edit. Genev. Si veda il bel lamento di Roma nel Poema di Claudiano de bello Gildon. v. 46-64.

Cum subiit par Roma mihi, divisaque sumpsit

Aequales Aurora togas; Aegyptia rura

In partem cessere novam.

[247.] Si fa menzione de' rioni di Costantinopoli nel codice di Giustiniano, e sono particolarmente descritti nella Notizia di Teodosio il Giovane; ma siccome gli ultimi quattro di essi non son compresi nelle mura di Costantino, si può dubitare se tal divisione della città riferir debbasi al fondatore.

[248.] Senatum constituit secundi ordinis; claros vocavit. Anonym. Valesian. p. 715. I Senatori della vecchia Roma avevano il titolo di Clarissimi. Vedasi una curiosa nota di Valesio ad Ammian. Marcellin. XXII. 9. Dall'epistola undecima di Giuliano apparisce, che si risguardava il posto di Senatore piuttosto come un peso, che come un onore; ma l'Abbate della Bletterie (Vit. di Giovian. Tom. II. p. 371) ha dimostrato che questa lettera non può riferirsi a Costantinopoli. Non potremmo noi leggere invece del celebre nome di Βυζαντιοις l'oscuro ma più probabile vocabolo Βισανθηνοις? Bisanto, o Redesto (adesso Rodosto) era una piccola città marittima della Tracia. Vedi Steph. Byzant. de Urbibus p. 225 e Cellar. Geograph. Tom. I. p. 849.

[249.] Cod. Theodos. l. XIV. 13. Il Comentario di Gotofredo (Tom. V. p. 220) è lungo ma oscuro; ed in verità non è facile il determinare in che consistesse il Gius Italico, dopo che fu comunicata a tutto l'Impero la libera cittadinanza Romana.

[250.] Giuliano (Orat. I. p. 8) celebra Costantinopoli come non meno superiore ad ogni altra città, di quel che fosse inferiore all'istessa Roma. Il dotto di lui Comentatore (Spanem. p. 75. ec.) giustifica questa maniera di parlare con varj esempi simili di Autori contemporanei, Zosimo non meno che Socrate e Sozomeno fiorirono dopo la divisione dell'impero, fatta fra due figli di Teodosio, la quale stabilì una perfetta uguaglianza fra la Capitale antica e moderna.

[251.] Codino (Antiquit. p. 8) asserisce, che furon gettati i fondamenti di Costantinopoli nell'anno del mondo 5837 (dell'Era volg. 329) il dì 26 settembre, e che fu fatta la dedicazione della città negli 11 Maggio 5838 (330 di Cristo). Egli pretende di connettere queste date con altr'epoche caratteristiche, ma si contraddicono l'una coll'altra: l'autorità di Codino è di piccolo peso, e lo spazio, ch'egli assegna, dee sembrare insufficiente. Giuliano (Orat. I. p. 8) fissa il termine di dieci anni, e Spanemio (p. 69-759) procura di stabilirne la verità coll'aiuto di due passi presi da Temistio (Orat. IV p. 58), e da Filostorgio (l. II c. 9) e tal tempo si conta dall'anno 324 al 334. Intorno a questo punto di cronologia son tra loro divisi i moderni critici, ed i varj lor sentimenti vengono con molt'accuratezza discussi dal Tillemont (Hist. des Emper. Tom. IV. p. 619-625).

[252.] Temist. Orat. III. p. 47. Zosimo l. II. p. 108. Costantino medesimo in una delle sue leggi (Cod. Theod. l. XV. Tit. 1.) manifesta la sua impazienza.

[253.] Può vedersi il più antico e pieno racconto di tale straordinaria ceremonia nella Cronica Alessandrina p. 285. Tillemont, e gli altri amici di Costantino, offesi dall'aria di Paganesimo, che sembra indegna di un Principe Cristiano, avevan ragione di risguardarla come dubbiosa, ma non avevano perciò diritto di ometterla affatto.

[254.] Sozomeno l. II. c. 2. Du Cange C. P. l. I. c. 6. Velut ipsius Romae filiam dice S. Agostino de civit. Dei l. V. c. 25.

[255.] Eutrop. l. X. c. 8. Giuliano Orat. 1. p. 8. Du Cange C. P. I. c. 5. Si trova il nome Costantinopoli nelle medaglie di Costantino.

[256.] Il vivace Fontenelle (Dial. de' Morti XII.) affetta di derider la vanità dell'ambizione umana, e par che trionfi per essere andato a voto il disegno di Costantino, l'immortale cui nome, dice, che adesso s'è perduto nella volgar denominazione d'Istambol, che è una corruzione che fanno i Turchi delle parole εις την πογιν (alla città). Ma sempre si conserva il nome originale di Costantinopoli: in primo luogo, appresso le nazioni dell'Europa, 2. appresso i Greci moderni, 3. appresso gli Arabi, gli scritti de' quali sono sparsi per l'ampio tratto delle loro conquiste nell'Asia e nell'Affrica. Vedi d'Herbelot. Bibliot. Orient. p. 275. Finalmente appresso i Turchi più culti, e l'Imperatore medesimo ne' pubblici suoi decreti. Cantemir Istor. Ottom. p. 51.

[257.] Il Codice Teodosiano fu promulgato nell'anno di Cristo 438. Vedi i Prolegomeni del Gotofredo c. 1. p. 385.

[258.] Il Pancirolo, nell'elaborato suo Comentario, assegna alla Notizia una data quasi simile a quella del Codice Teodosiano; ma le sue prove o piuttosto congetture sono sommamente deboli. Io sarei anzi inclinato a porre quest'utile opera nel tempo, che passò fra l'ultima divisione dell'Impero (an. 395), e l'invasione fatta con buon successo da' Barbari nelle Gallie (an. 407.) Vedi Hist. des anc. Peupl. de l'Europe Tom. VII. p. 40.

[259.] Scilicet externae superbiae sueto, non inerat notitia nostri (forse nostrae); apud quos vis imperii valet, inania transmittuntur. Tacit. Annal. XV. 31. Può vedersi la degradazione dallo stile di libertà e di semplicità a quello di formalità e di servitù nelle lettere di Cicerone, di Plinio e di Simmaco.

[260.] L'Imperator Graziano dopo d'aver confermato una legge di precedenza, pubblicata da Valentiniano, padre di sua Divinità, così prosegue: Si quis igitur, indebitum sibi locum usurpaverit, nulla se ignoratione defendat; sitque plane sacrilegii reus, qui divina praecepta neglexerit, Cod. Theodos. lib. VI. Tit. V. leg. 2.

[261.] Vedasi la Notit. Dignitat. al fine del Codice Teodos. Tom. VI. p. 316.

[262.] Pancirolo ad Notitiam utriusq. Imper. p. 39. Ma le sue spiegazioni son oscure, ed egli non distingue abbastanza gli emblemi puramente dipinti, dall'effettive insegne d'uffizio.

[263.] Nelle Pandette, che possono riferirsi a' regni degli Antonini, l'ordinario e legittimo titolo d'un Senatore è Clarissimus.

[264.] Pancirol. p. 12-17. Io non ho creduto di dover fare menzione alcuna de' due gradi minori Perfectissimus ed Egregius, che si davano anche a molti non innalzati alla dignità Senatoria.

[265.] Cod. Theod. lib. VI. Tit. VI. Con la più minuta esattezza si determinano le regole di precedenza dagl'Imperatori; e con ugual prolissità vengono illustrate dal dotto interprete di esse.

[266.] Cod. Theodos. lib. VI. Tit. XXII.

[267.] Ausonio (in Gratiar. Action.) s'estende vilmente su questa indegna specie di luogo oratorio, che vien maneggiato con un poco più di libertà e d'ingenuità da Mamertino. Paneg. Vet. XI. 16, 19.

[268.] Cum de Consulibus in annum creandis solus mecum volutarem... te Consulem et designavi et declaravi, et priorem nuncupavi: queste sono alcune dell'espressioni usate dall'Imperat. Graziano verso il poeta Ausonio suo precettore.

[269.]

Immanesque... dentes,

Qui secti ferro in tabulas auroque micantes,

Inscripti rutilum coelato Consule nomen

Per proceres et vulgus eant.

Claud. in II. Consul. Stilic. 456.

Montfaucon ha pubblicato alcune di queste tavolette, o dittici. Vedi il Supplem. all'Antich. spieg. Tom. III. p. 220.

[270.]

Consule laetatur post plurima saecula viso

Pallanteus apex: agnoscunt rostra curules

Auditas quondam proavis: desuetaque cingit

Regius auratis Fora fascibus Ulpia lictor.

Claudian. in VI. Cons. Honor. 643.

Dal regno di Caro fino al sesto Consolato d'Onorio si trova un intervallo di centovent'anni, nel qual tempo gl'Imperatori furono sempre il primo di Gennaio assenti da Roma. Vedi la Cronolog. di Tillemont Tom. III. IV. e V.

[271.] Vedi Claudiano in Cons. Prob. et Olybrii 178 etc. et in IV. Cons. Honor. 585 etc. quantunque, rispetto a quest'ultimo, non è facile il distinguer gli ornamenti dell'Imperatore da quelli del Console. Ausonio ricevè dalla liberalità di Graziano una veste palmata o abito di Ceremonia, in cui era ricamata la figura dell'Imperator Costanzo.

[272.]

Cernis et armorum proceres legumque potentes:

Patricios sumunt habitus, et more Gabino

Discolor incedit legio, positisque parumper

Bellorum signis sequitur vexilla Quirini.

Lictori cedunt aquilae, ridetque togatus

Miles, et in mediis effulget Curia Castris?

Claud. in IV. Cons. Honor. 5.

.... Strictasque procul radiare secures.

In. Cons. Prob. 229.

[273.] Vedi Vales. ad Ammian. Marcell. l. XXII. c. 7.

[274.]

Auspice mox latum sonuit clamora Tribunal,

Te fastos ineunt quater; solemnia ludit

Omnia libertas; deductum vindice morem

Lex celebrat, famulusque jugo laxatus herili

Ducitur, et grato remeat securior ictu,

Claud. in IV. Cons. Honor. 611.

[275.] Celebrant quidem solemnes istos dies omnes ubique urbes, quae sub legibus agunt; et Roma de more et Constantinopolis de imitatione, et Antiochia pro luxu, et discincta Carthago, et domus flaminis Alexandria, sed Treviri Principis beneficio. Auson in gratiar. act.

[276.] Claudiano (in Cons. Mall. Theodor. 279-331) descrive con vivace ed immaginosa maniera i diversi giuochi del circo, del teatro e dell'anfiteatro, dati da' nuovi Consoli. Ma eran già stati proibiti i sanguinosi combattimenti de' gladiatori.

[277.] Procop. in Histor. arcan. c. 26.

[278.] In consulatu honos sine labore suscipitur. Mamertino in Paneg. Vet. XI. 2. Questa esaltata idea del Consolato è presa da un'orazione (II. p. 107) che recitò Giuliano nella servil Corte di Costanzo. Vedi l'Ab. della Bleterie (Memoir. de l'Acad. Tom. XXIV. p. 289) che si studia di cercare i vestigi dell'antica costituzione, e che li trova qualche volta nella fertile sua fantasia.

[279.] Le leggi delle XII Tavole proibirono i matrimoni fra i Patrizi e i Plebei; e le uniformi operazioni della natura umana possono assicurare, che il costume sopravvisse alla legge. Vedasi appresso Livio (IV. 1-6) l'orgoglio di famiglia innalzato dal Console ed i diritti del genere umano sostenuti dal Tribuno Canuleio.

[280.] Vedansi le vivaci pitture, che fa Sallustio nella guerra Giugurtina dell'orgoglio de' nobili, e fino del virtuoso Metello che non poteva soffrire, che si dovesse dar l'onore del Consolato all'oscuro merito del suo Luogotenente Mario (c. 64.) Dugento anni prima, la stirpe de' Metelli stessi era confusa fra i plebei di Roma; e dall'etimologia del loro nome Caecilius, vi è motivo di credere, che quegli altieri nobili derivassero la lor origine da un venditore di viveri.

[281.] Nell'anno di Roma 800 vi rimanevan ben poche, non solo delle antiche famiglie patrizie, ma anche di quelle, ch'erano state creato da Cesare e da Augusto. (Tacit. Annal. XI. 25.) La famiglia di Scauro (ch'era un ramo della patrizia degli Emilj) erasi ridotta in uno stato sì basso, che suo padre, il quale s'esercitava nel commercio del carbone, non gli lasciò che dieci schiavi, e qualche cosa meno di seicento zecchini. (Valer. Massim. l. IV. c. 4. n. 11. Aurel. Vitt. in Scaur.) Il merito però del figlio salvò la famiglia dall'obblivione.

[282.] Tacito Annal. XI 25. Dione Cass. l. LII p. 693. Le virtù d'Agricola, che fu creato patrizio dall'Imperator Vespasiano, rifletterono l'onore sopra quell'antico Ordine: ma i suoi antenati non oltrepassavano la nobiltà equestre.

[283.] Sarebbe stata quasi impossibile questa mancanza, se fosse vero, come Casaubono costringe Aurelio Vittore ad affermare (ad Sueton. in Caesar. c. 42. vedi Hist. Aug. p. 203 e Casaubono Comment. p. 220) che Vespasiano creò in una volta mille famiglie patrizie. Ma tale stravagante numero è troppo anche per tutto l'Ordine Senatorio, se non vi si voglian comprendere tutti i cavalieri Romani distinti colla permissione di portare il laticlavo.

[284.] Zosim. lib. II. p. 118 e Gotofred. ad Cod. Theod. l. VI. Tit. VI.

[285.] Zosim. l. II. p. 109-118. Se non avessimo per buona avventura questo soddisfacente ragguaglio della divisione del potere, e delle province de' Prefetti del Pretorio, saremmo spesse volte restati perplessi fra' copiosi particolari del Codice e la circostanziata minutezza della Notizia.

[286.] A Praefectis autem Praetorio provocare non sinimus dice Costantino medesimo in una legge del Cod. Giustin. lib. VII. Tit. LXII. leg. 19. Carisio, Giurisconsulto del tempo di Costantino (Heinec. Hist. Jur. Rom. pag. 349), che risguarda questa legge come un fondamental principio di Giurisprudenza, paragona i Prefetti del Pretorio a' Generali di cavalleria degli antichi Dittatori. Pandect. l. I. Tit. XI.

[287.] Allorchè nello Stato già esausto dell'Impero, Giustiniano volle instituire un Prefetto del Pretorio per l'Affrica, gli assegnò un salario di cento libbre d'oro Cod. Justinian. l. I. Tit. XXVII. leg. 1.

[288.] Tanto per questa che per le altre dignità dell'Impero potrem riportarci agli ampi Comentari del Pancirolo, e del Gotofredo, che hanno diligentemente raccolti, e posti con esattezza in ordine tutti i materiali sì legali, che istorici su tal articolo. Il Dott. Howell (Istor. del Mond. Vol. II. p. 24-77) da questi Autori ha formato un compendio molto distinto dello Stato del Romano Impero.

[289.] Tacit. Annal. IV. 11. Euseb. in Chron. p. 155. Dione Cassio nell'oraz. di Mecenate (t. VII. p. 675) descrive quali prerogative al suo tempo aveva il Prefetto di Roma.

[290.] La fama di Messala fu appena corrispondente al suo merito. Nella sua più fresca gioventù fu raccomandato da Cicerone all'amicizia di Bruto. Egli seguì le bandiere della Repubblica, finchè furon vinte ne' campi di Filippi; ed allora accollò e meritò il favore del più moderato de' conquistatori, nè lasciò di sostener la sua libertà e dignità nella Corte di Augusto. La conquista dell'Aquitania giustificò il trionfo di lui. Disputò, come oratore, a Cicerone medesimo la palma dell'eloquenza. Messala coltivò tutte le muse, ed era il protettore d'ogni bell'ingegno. Impiegava egli le sue serate in filosofiche conversazioni con Orazio; ponevasi a tavola in mezzo a Delia e Tibullo; e si prendeva piacere d'incoraggiare i talenti poetici del giovane Ovidio.

[291.] Incivilem esse potestatem contestans, dice il Traduttore d'Eusebio. Tacito esprime la medesima idem con altre parole; quasi nescius exercendi.

[292.] Vedi Lipsio Excurs. D. ad. I. Lib. Tacit. Annal.

[293.] Heinec. Elem. Jur. Civ. secund. ord. Pandect. Tom. I. p. 70. Vedi anche Spanemio De us. Numism. Tom. II. Diss. X. p. 119. Nell'anno 450 Marciano pubblicò una legge, con cui stabilì, che ogni anno tre cittadini fossero eletti dal Senato, ma col loro assenso, Pretori di Costantinopoli. Cod. Justin. l. I. Tom. XXXIX. leg. 2.

[294.] Quidquid igitur intra urbem admittitur ad P. U. videtur pertinere, sed et si quid intra centesimum milliarium. Ulpian. in Pandect. l. I. Tit. XIII. n. 1. Egli prosegue ad enumerare i diversi uffizi del Prefetto, che nel Cod. di Giustiniano (lib. I. Tit. XXXIX. leg. 3) si dichiara dover precedere e comandare a tutte le magistrature civili sine injuria ne detrimento honoris alieni.

[295.] Oltre le nostre solite guide, possiam osservare, che felice Contelorio fece un trattato a parte De Praefecto Urbis e che nel decimoquarto libro del Codice Teodosiano si trovano molte curiose particolarità relativamente alla polizia di Roma e di Costantinopoli.

[296.] Eunapio asserisce, che il Proconsole dell'Asia era indipendente dal Prefetto, lo che per altro si deve intendere con qualche limitazione: egli è fuor di dubbio che non riconosceva giurisdizione del Vice-Prefetto. Pancirolo, p. 161.

[297.] Il Proconsole dell'Affrica aveva quattrocento apparatori; i quali tutti ricevevano stipendi o dal tesoro Imperiale o dalla Provincia. Vedi Pancirolo, p. 26 ed il Cod. Giustin. l. XII. Tit. LVI. LVII.

[298.] Trovavasi parimente in Italia il Vicario di Roma: e si è molto disputato, se la sua giurisdizione si contenesse nelle cento miglia dalla città, o s'estendesse sopra le dieci Province meridionali dell'Italia.

[299.] Fra le opere del celebre Ulpiano ve n'era una in dieci libri intorno all'uffizio del Proconsole, i doveri del quale, quanto alla sostanza, eran gli stessi che quelli d'un ordinario Governator di Provincia.

[300.] I Presidenti o Consolari potevano imporre soltanto la pena di due once; i Vice-prefetti di tre; i Proconsoli, il conte di Oriente, ed il Prefetto d'Egitto di sei. Vedi Heinec. Jur. Civ. Tom. I. p. 75. Pandect. L. LXVIII. Tit. XIX. n. 8. Cod. Justinian. L. I. Tit. LIV. leg. 4. 6.

[301.] Ut nulli Patriae tuae administratio sine speciali Principis permissu permittatur Cod. Justin. l. I. Tit. LXI. Fu pubblicata la prima volta questa legge dall'Imperator Marco dopo la ribellione di Cassio Dion. l. LXXI. Il medesimo si osserva nella China con ugual rigore ed effetto.

[302.] Pandect. l. XXXIII. Tit. II. n. 38, 57, 63.

[303.] In jure continetur, ne quis in administratione constitutus aliquid compararet Cod. Theodos. l. VIII. Tit. XV. l. 1. Questa massima di Gius comune fu confermata da una serie di editti da Costantino fino a Giustino (vedi il restante del Titolo). Si eccettuano da tale proibizione, che s'estende fino a' più bassi ministri del Governatore, solamente le vesti e le provvisioni per vivere. L'acquisto fatto dentro i cinque anni potea revocarsi; dopo di che, se scuoprivasi, era devoluto al tesoro pubblico.

[304.] Cessent rapaces jam nunc officialium manus; cessent, inquam; nam si moniti non cessaverint, gladiis praecidentur: Cod. Theodos. l. I Tit. VII. leg. 1. Zenone ordinò, che tutti i Governatori per cinquanta giorni dopo spirato il tempo del lor governo, restassero nella Provincia per rispondere a qualunque accusa: Cod. Justin. lib. II. Tit. XLIX leg. 1.

[305.] Summa igitur ope et alacri studio has leges nostras accipite, et vosmetipsos sic eruditos ostendite, ut spes vos pulcherrima foveat, toto legitimo opere perfecto, posse etiam nostram Rempublicam in partibus ejus vobis credendis gubernari. Justinian. Proem. Instit.

[306.] Lo splendore della scuola di Berito, che mantenne nell'Oriente l'idioma e la giurisprudenza de' Romani, si può considerare che durasse dal terzo secolo fino alla metà del sesto. Heinec. Jur. Rom. Hist. p. 351-356.

[307.] Siccome in un tempo anteriore esposi la civile e militare promozione di Pertinace, così inserirò qui gli onori civili di Mallio Teodoro. In primo luogo egli si distinse per la sua eloquenza, mentre perorava come avvocato nel Tribunale del Prefetto del Pretorio; secondariamente governò una Provincia dell'Affrica o come Presidente, o come Consolare, e nella sua amministrazione meritò l'onore di una statua di rame; 3. fu dichiarato Vicario o Viceprefetto di Macedonia; 4. Questore; 5. Conte delle sacre largizioni; 6. Prefetto del Pretorio delle Gallie, mentre poteva anche passare per giovane; 7. dopo una ritirata e forse una disgrazia di molti anni, che Mallio (confuso da alcuni critici col poeta Manilio, vedi Fabric. Biblio. Latin. Edit. Ernest. Tom. I. c. 18. p. 501) impiegò nello studio della filosofia Greca, fu eletto Prefetto del Pretorio dell'Italia nell'anno 397. 8. mentre tuttavia esercitava quella gran carica fu creato nell'anno 399 Console per l'Occidente; ed il suo nome per causa dell'infamia del suo collega, l'eunuco Eutropio, spesse volte si trova solo ne' Fasti; 9. nell'anno 408 Mallio fu fatto la seconda volta Prefetto del Pretorio dell'Italia. Anche nel venale panegirico di Claudiano si scuopre il merito di Mallio Teodoro, il quale per una rara avventura era intimo amico di Simmaco e di S. Agostino. Vedi Tillemont Hist. des Emp. Tom. V. p. 1110-1114.

[308.] Mamertin. in Panegyr. vol. XI. 20. Aster. ap. Phor. p. 1500.

[309.] Il curioso passo d'Ammiano (l. XXX. c. 4), con cui dipinge i costumi de' legali suoi contemporanei, somministra uno strano mescuglio di buon senso, di falsa rettorica e di stravagante satira. Gotofredo (Prolegom. ad. Cod. Theodos. c. 1. p. 185) conferma ciò che dice l'Istorico con querele somiglianti e con autentici fatti. Nel quarto secolo potevan caricarsi molti cammelli co' libri legali. Eunap. in vit. Edesii p. 72.

[310.] Se ne veda un esempio assai splendido nella vita d'Agricola, specialmente ne' cap. 20 e 21. Al Luogotenente della Gran-Brettagna s'affidava l'istesso potere, che Cicerone, Proconsole della Cilicia, aveva esercitato in nome del Senato e del Popolo.

[311.] L'Abbate Dubos, che ha esaminato con accuratezza (vedi Hist. de la Mon. Franc. Tom. I p. 41-100 edit. 1742) le instituzioni e di Augusto e di Costantino, avverte, che, se Ottone fosse stato ucciso il giorno avanti ch'eseguisse la sua cospirazione, egli comparirebbe adesso nell'Istoria ugualmente innocente che Corbulone.

[312.] Zosimo l. II. p. 110. Avanti che finisse il regno di Costanzo i Magistri militum erano già cresciuti fino a quattro. Ved. Vales. Ad Ammian. l. XVI. c. 7.

[313.] Quantunque si faccia spesso menzione de' Conti e dei Duchi militari sì nella storia che ne' codici, tuttavia per avere un'esatta cognizione del numero e delle stazioni di essi, convien ricorrere alla Notizia. Quanto all'instituzione, al grado, a' privilegi de' Conti in generale, vedi il Cod. Teodos. lib. VI. Tit. XII-XX col Comentario del Gotofredo.

[314.] Zosim. l. 2. p. 14. Con molta oscurità s'esprime la distinzione fra le due classi delle truppe Romane tanto appresso gli storici, quanto nelle leggi e nella Notizia. Si consulti ciò nonostante il copioso Paratitlon o estratto del Gotofredo al libro VII del Codice Teodosiano de re militari l. VII. Tit. I. leg. 18. lib. VIII. Tit. I. leg. 10.

[315.] Ferox erat in suos miles et rapax, ignavus vero in hostes et fractus, Ammiano l. XXII. c. 4. Egli osserva, che amavano i morbidi letti, e le case di marmo, e che più pesavano le loro coppe che le loro spade.

[316.] Cod. Theodos. l. VII, Tit. I. leg. 1. Tit. XII. leg. 1. Vedi Howell Istor. del Mond. Vol. II p. 19. Questo dotto istorico, che non è conosciuto abbastanza, si sforza di giustificare il carattere e la politica di Costantino.

[317.] Ammiano l. XIX. c. 2. Egli osserva, (c. 5.) che il disperato ardore di due legioni Galliche fu come un pugno d'acqua gettata in un grand'incendio.

[318.] Pancirol. ad Notit. Mem. de l'Acad. des Inscr. T. XXV. p. 491.

[319.] Romana acies unius prope formae erat et hominum, et armorum genere. Regia acies varia magis multis gentibus dissimilitudine armorum, auxiliorumque erat. Tit. Liv. l. XXXVII. c. 39, 40. Flaminio anche prima dell'evento avea paragonato l'esercito d'Antioco ad una cena, in cui si fosse cucinata la carne d'un vile animale in diverse maniere dall'arte de' cuochi. Vedi la vita di Flamin. in Plutarco.

[320.] Agat. l. V. p. 157. Edit. Louvre.

[321.] Valentiniano (Cod. Theod. l. VII. Tit. XIII. leg. 3) ne fissa la misura a cinque piedi e sette dita, che sono circa cinque piedi e quattro pollici e mezzo inglesi. Prima era stata di cinque piedi, e dieci dita, e ne' migliori corpi di sei piedi romani. Sed tunc erat amplior multitudo, et plures sequebantur militiam armatam. Veget. de re milit. l. I c. 5.

[322.] Vedi i due Titoli De Veteranis, De Filiis Veteran. nel settimo libro del Cod. Teodos. L'età, in cui s'esigeva il militar servizio, era varia, da' sedici a' venticinque anni. Se i figli de' veterani venivano con un cavallo, avean diritto di militare nella cavalleria; due cavalli poi davano loro altri stimabili privilegi.

[323.] Cod. Theodos. l. VII. Tit. XIII. leg. 7. Secondo l'Istorico Socrate (vedi Gotofr. ivi), l'istesso Imperator Valente alle volte esigeva ottanta monete d'oro per una recluta. Nella Legge seguente freddamente si esprime, che non siano ammessi gli schiavi inter optimas lectissimorum militum turmas.

[324.] Per ordine d'Augusto, si venderono al pubblico incanto la persona, ed i beni d'un cavalier Romano, che avea mutilato due suoi figliuoli (Sueton. in Aug. c. 27). La moderazione di quell'artificioso usurpatore dimostra, che quest'esempio di severità era giustificato dallo spirito de' tempi. Ammiano fa una distinzione fra gli effeminati Italiani ed i coraggiosi Galli (l. XV. c. 12). Pure non più che quindici anni dopo, Valentiniano in una legge diretta al Prefetto della Gallia, è costretto a ordinare, che questi vili disertori siano bruciati vivi (Cod. Theod. l. VII. Tit. XIII. leg. 5). Erano tanto moltiplicati nell'Illirico, che la Provincia si lagnava della scarsità di reclute, Ib. leg. 10.

[325.] Essi erano chiamati Murci. Si trova in Plauto ed in Festo la parola murcidus per indicare una persona, pigra e codarda, che secondo Arnobio ed Agostino era sotto l'immediata protezione della Don Murcia. Per causa di questa particolare specie di codardia gli scrittori della Latinità di mezzo prendon murcare per sinonimo di mutilare. Vedi Lindenborg e Vales. ed Ammian. Marcell. l. XV. c. 12.

[326.] Malarichus — adhibitis Francis, quorum ea tempestate in palatio multitudo florebat, erectius jam loquebatur, tumultuabaturque. Ammian. l. XV. c. 5.

[327.] Barbaros omnium primus ad usque fasces auxerat et trabeas consulares. Ammian. l. XX. c. 10. Sembra che Eusebio (in vit. Const. l. IV. c. 7) ed Aurelio Vittore confermino la verità di tale asserzione; pure ne' trentadue Fasti consolari del regno di Costantino non ho potuto trovare il nome d'un solo Barbaro. Crederei dunque che la liberalità di quel Principe si riferisse agli ornamenti piuttosto che all'uffizio del Consolato.

[328.] Cod. Theod. lib. VI. Tit. VIII.

[329.] Per una metafora ben singolare, presa dal militar carattere de' primi Imperatori, il loro Maestro di Casa era chiamato Conte del loro campo (Comes castrensis). Cassiodoro rappresenta con molta serietà al Principe, che la riputazione di lui e dell'Impero dovea dipendere dall'opinione, che gli ambasciatori stranieri avrebber concepito dell'abbondanza e magnificenza della tavola reale (Var. l. VI. epist. 9).

[330.] Guterio (De offic. Domus Aug. l. II. c. 20. l. III.) ha con molta esattezza spiegate le funzioni del Maestro degli Uffizj, e la costituzione degli Scrinia al medesimo subordinati. Ma invano egli tenta, sulla più dubbiosa autorità, di condurre al tempo degli Antonini, o anche di Nerone l'origine d'un Magistrato, che non si può trovar nell'Istoria prima del regno di Costantino.

[331.] Tacito (Annal. XI. 22) dice, che i primi Questori furono eletti dal popolo, sessantaquattro anni dopo la fondazione della Repubblica; ma egli è d'opinione ch'essi lungo tempo avanti si creassero annualmente da' Consoli ed anche da' Re. Ma tale oscuro punto d'antichità è contrastato da altri scrittori.

[332.] Sembra, che Tacito (Annal. XI. 22) consideri come il numero maggior de' Questori quello di venti; e Dione (l. XLIII. p. 374) fa conoscere che se Cesare il Dittatore una volta ne creò quaranta, ciò fu solamente ad oggetto di facilitare il pagamento d'un immenso debito di gratitudine. Pure l'aumentazione, ch'egli fece de' Pretori, si mantenne anche ne' successivi regni.

[333.] Sueton. in Aug. c. 65. e Torrent. iv. Dion. Cass. p. 755.

[334.] La gioventù ed inesperienza de' Questori, ch'entravano in quell'importante carica nel loro ventesimoquinto anno (Lips. Excurs. ad Tacit. l. III. D.) obbligarono Augusto a rimuoverli dal maneggio del tesoro; e quantunque fosse loro da Claudio restituito, sembra che ne fossero finalmente privati da Nerone (Tacit. Annal. XXII. 29. Sueton. in Aug. c. 36. in Claud. c. 24. Dion. pag. 666. 961. ec. Plin. Epist. X. 20 et alib.) Nelle Province della divisione Imperiale, in luogo de' Questori con miglior consiglio si ponevano i Procuratori (Dion. Cass. p. 707. Tacit. in vit. Agricol. c. 15) o come si chiamarono in seguito, i Razionali (Hist. Aug. p. 130). Ma nelle province del Senato si trova sempre una serie di Questori fino al Regno di Marco Antonino (Vedi le Iscrizioni di Grutero, l'epistole di Plinio, ed un fatto decisivo nella Storia Augusta p. 64). Si può rilevare da Ulpiano (Pandect. l. I. Tit. 13.) che fu abolita la loro provinciale amministrazione sotto il governo della casa di Severo; e nelle successive turbolenze dovettero naturalmente cessare le annuali o triennali elezioni de' Questori.

[335.] Cum patris nomine et epistolas ipse dictaret, et edicta conscriberet, orationesque in senatu recitaret, etiam Quaestoris vice. Sueton. in Tit. c. 6. Quest'uffizio dovè acquistare anche maggior dignità per essere accidentalmente stato esercitato dal presuntivo erede dell'Impero. Traiano affidò la medesima cura ad Adriano suo Questore e Cugino. Vedi Dodwell Praelect. Cambden. X. XI. pag. 362, 394.

[336.]

... Terris edicta daturus

Supplicibus responsa... Oracula regis

Eloquio crevere tuo; nec dignius unquam

Majestas meminit sese Romana locutam.

Claudian. in Cons. Mall. Theod. 33. Vedi ancora Simmaco Epist. I 17, e Cassiodoro Var, VI. 5.

[337.] Cod. Theodos. l. VI. Tit. 30. Cod. Justin. lib. XII. Tit. 24.

[338.] Ne' dipartimenti de' due Conti del Tesoro, la parte Orientale della Notizia è molto mancante. Egli è da osservarsi, che si trovava una cassa pubblica in Londra, ed un Gineceo, o manifattura in Winchester. Ma la Britannia non era creduta degna nè d'una zecca, nè d'un arsenale. La sola Gallia ne aveva tre delle prime ed otto de' secondi.

[339.] Cod. Theodos. l. VI. Tit. XXX. leg. 2 e Gotofredo Ib.

[340.] Strab. Geogr. l. XII. p. 809. L'altro Tempio di Comana in Ponto era una colonia di quello della Cappadocia l. XII p. 825. Il Presidente di Brosses (Vedi il suo Salust. Tom. II. p. 21) congettura, che la Divinità adorata nelle due Comane fosse Beltis, la Venere d'Oriente o la Dea della generazione; ente ben diverso in vero dalla Dea della guerra.

[341.] Cod. Theodos. l. X. Tit. V. De Grege Dominico. Gotofredo ha raccolto tutti gli antichi passi relativi a' cavalli della Cappadocia. La Palmaziana, ch'era una delle più belle razze, fu confiscata ad un ribelle, il patrimonio del quale era sedici miglia distante da Tiana, vicino alla strada pubblica tra Costantinopoli ed Antiochia.

[342.] Giustiniano Novell. 30 sottopose il dipartimento del Conte della Cappadocia all'autorità immediata dell'Eunuco favorito, che presedeva al Sacro cubicolo.

[343.] Cod. Theod. l. VI. Tit. XXX. leg. 4. ec.

[344.] Pancirolo p. 102, 136. Si descrive l'apparato di questi Domestici militari nel poema latino di Corippo: De Laudibus Justin. l. III. p. 157-179, 420 dell'Append. dell'Istor. Bizant. Rom. 1777.

[345.] Ammiano Marcellino, che servì tanti anni, non potè ottenere, che il rango di Protettore. I primi dieci fra questi onorevoli soldati eran Clarissimi.

[346.] Senofont, Cyrop. l. VIII. Briston De regn. Persic. l. I. n. 190. p. 264. Gl'Imperatori adottarono con piacere questa metafora Persiana.

[347.] Quanto agli agentes in rebus vedi Ammiano l. XV. c. 3. l. XVI. c. 5. l. XXII. c. 7. colle curiose annotazioni del Valesio. Cod. Theod. l. VI. Tit. XXVII. XXVIII. XXIII. Fra i passi raccolti nel Comentario del Gotofredo, il più osservabile è quello preso da Libanio nel suo discorso intorno alla morte di Giuliano.

[348.] Le Pandette (l. XLVIII. Tit. XVIII.) contengono i sentimenti de' più celebri Giureconsulti a proposito della tortura. Essi la restringono solo agli schiavi; Ulpiano stesso è pronto a confessare, che res est fragilis, et periculosa, et quae veritatem fallat.

[349.] Nella cospirazione di Pisone contro Nerone, Epicaride (libertina mulier) fu l'unica persona torturata; tutti gli altri furono intacti tormentis. Sarebbe superfluo l'aggiungere esempi di questo più deboli, e difficile il trovarne de' più forti. Tacito. Annal. XV. 57.

[350.] Dicendum,.. de institutis Atheniensium, Rhodiorum doctissimorum hominum, apud quos etiam (id quod acerbissimum est) liberi civesque torquentur etc. Cicer. Partit. Orat. 6. 34. Può rilevarsi dal processo di Filota la pratica de' Macedoni. Diodor. Sicul. l. XVII. p. 604. Q. Curt. l. VI. c. 11.

[351.] L'Eineccio (Elem. Jur. Civ. P. VII. p. 81) ha riunite insieme tutte queste esenzioni.

[352.] Sembra che questa definizione del prudente Ulpiano (Pandect. l. XLVIII. Tit. IV.) fosse adattata alla Corte di Caracalla, piuttosto che a quella di Alessandro Severo. Vedi i Codici di Teodosio e di Giustiniano ad leg. Juliam majestat.

[353.] Arcadio Carisio è il Giurisconsulto più vecchio citate dalle Pandette per giustificare l'universal uso della tortura in tutti i casi di ribellione; ma questa massima di tirannia, ch'è ammessa da Ammiano (l. XIX. c. 12) col più rispettoso terrore, vien confermata da varie leggi de' successori di Costantino. Vedi Cod. Theod. l. IX. Tit. XXXV. In majestatis crimine omnibus aequa est conditio.

[354.] Montesquieu Espr. des Loix l. XII. c. 13.

[355.] David Hume (Sagg. vol. I. p. 389) ha veduto quest'importante verità con qualche specie di dubbiezza.

[356.] Si usa tuttavia nella Corte del Papa il ciclo delle Indizioni, che può farsi rimontare sino al regno di Costanzo, e forse di Costantino suo padre; ma è stato molto ragionevolmente alterato il principio del loro anno, riducendolo ai primo di Gennaio. Vedi L'art de verif. les dat. p. XI, il diction. Raison de la Diplomat. Tom. II p. 25, e due diligenti trattati che abbiamo per opera de' Benedettini.

[357.] I primi 28 Titoli dell'undecimo libro del Codice Teodosiano sono pieni di circostanziati regolamenti sull'importante materia de' tributi; ma suppongono una cognizione dei principj fondamentali più chiara di quella che siamo presentemente in grado d'avere.

[358.] Il Titolo, che risguarda i Decurioni (l. XII. Tit. I.) è il più ampio in tutto il Codice Teodosiano; mentre non contiene meno di cento novantadue leggi per determinare i doveri, ed i privilegi di quell'utile ceto di Cittadini.

[359.] Habemus enim et hominum numerum qui delati sunt et agrum modum. Eumen. in Paneg. vet. VIII. 6. Vedi Cod. Theod. l. XIII. Tit. X. XI. col Coment. di Gotofredo.

[360.] Si quis sacrilega vitem falce succiderit, aut feracium ramorum foetus hebetaverit, quo declinet fidem censuum, et mentiatur callide paupertatis ingenium, mox detectus capitale subibit exitium, et bona ejus in Fisci jura migrabunt. Cod. Theod. l. XIII. Tit. XI. leg. 1. Sebbene questa legge non sia esente da una studiata oscurità, essa è però sufficientemente chiara per provare quanto fosse minuta l'inquisizione, e sproporzionata la pena.

[361.] Sarebbe cessata la maraviglia di Plinio. Equidem miror P. R. victis gentibus argentum semper imperitasse non aurum. Hist. Nat. XXIII. 15.

[362.] Furono prese precauzioni (Vedi Cod. Theod. l. XI. Tit. II. e Cod. Justin. l. X. Tit. XXVII. leg. 1, 2, 3,) per restringer ne' Magistrati l'abuso dell'autorità sì nell'esazione che nella compra del grano; ma quelli che avevano tant'abilità da leggere le Orazioni di Cicerone contro Verre (III de frument.) potevano istruirsi di tutte le diverse arti d'oppressione, rispetto al peso, al prezzo, alla qualità ed al trasporto delle specie. L'avarizia d'un Governatore senza lettere poteva supplire alla sua ignoranza.

[363.] Cod. Theod. lib. XI. Tit. XXVIII. leg. 1 pubblicata il dì 24. Marzo dell'anno 395 dall'Imperatore Onorio, solo due mesi dopo la morte di Teodosio suo padre. Egli parla di 528,042 jugeri Romani, che ho ridotto alla misura Inglese. Il jugero conteneva 28800. piedi quadrati Romani.

[364.] Gotofredo (Cod. Theod. Tom. VI. p. 116) tratta con gravità e dottrina il soggetto della capitazione; ma volendo egli interpretar la parola caput per una parte o misura di beni, esclude troppo assolutamente l'idea d'una tassa personale.

[365.] Quid profuerit (Julianus) anhelantibus extrema penuria Gallis, hinc maxime claret, quod primitus partes eas ingressus pro capitibus singulis tributi nomina vicenos quinos aureos reperit flagitari; discedens vero septenos tantum munera universa complentes. Ammiano l. XVI. c. 5.

[366.] Nel computo della moneta sotto Costantino ed i suoi successori, noi non abbiamo che a riferirci all'eccellente discorso di Greaves sopra il Denarius per esser convinti delle seguenti proposizioni: 1. Che l'antica e moderna libbra Romana, che contiene 5256 grani di peso di dodici once la libbra, è più leggiera circa la duodecima parte della libbra Inglese, ch'è composta di 5760 di que' grani medesimi; 2. Che la libbra d'oro, la quale una volta era stata divisa in quarantotto aurei, era in quel tempo ridotta a settantadue monete più piccole che avevan l'istesso nome; 3. Che si davano legittimamente cinque di questi aurei per una libbra d'argento, e che per conseguenza la libbra d'oro si cambiava per quattordici libbre e ott'once d'argento secondo il peso Romano, o per circa tredici libbre secondo l'Inglese; 4. Che la libbra Inglese d'argento si conia in sessantadue scellini. Posti questi principj, si può computare la libbra Romana d'oro, ch'è la comune misura di grosse somme, per quaranta lire sterline, ed il corso dell'aureo per qualche cosa più d'undici scellini.

[367.]

Geryones nos esse puta, monstrumque tributum,

Hinc capita ut vivam tu mihi tolle tria.

Sidon. Apoll. Carm. XIII. La riputazione del P. Sirmondo mi faceva sperare maggior soddisfazione nella sua nota a questo notevol passo (p. 144) di quella che vi ho trovata. Le parole suo vel suorum nomine dimostrano l'ambiguità del Comentatore.

[368.] Per quanto possa quest'asserzione sembrar molto estesa, essa è fondata sugli originali registri delle nascite, delle morti, e de' matrimonj, tenuti con pubblica autorità e presentemente depositati nella Controlleria Generale di Parigi. Il prodotto annuale delle nascite per tutto il regno preso in cinque anni (dal 1770 al 1774 l'uno e l'altro inclusive) è di 479649 maschi e di 449269 femmine, in tutto di 928918 fanciulli. La sola Provincia dell'Hainault Francese dà 9906 nascite, e siamo assicurati da un'effettiva enumerazione del popolo, che si è ripetuta ogni anno dal 1773 al 1776, che fatto il calcolo, l'Hainault contiene 257097 abitanti. Secondo la regola d'una giusta analogia possiam dedurre, che la proporzione ordinaria delle nascite annuali a tutta la popolazione è di circa 1 a 26, e che il regno di Francia contiene 24,151,868 persone d'ambedue i sessi e d'ogni età. Se ci contentiamo poi della più moderata proporzione di 1 a 25, tutta la popolazione ascenderà a 23,222,950. Dalle diligenti ricerche del Governo Francese (le quali non sono indegne della nostra imitazione) possiamo aspettare un grado di certezza sempre maggiore su quest'importante soggetto.

[369.] Cod. Theod. l. V. Tit. IX. X. XI. Cod. Justin. l. XI. Tit. LXIII. Coloni appellantur, qui conditionem debent genitali solo, propter agriculturam sub dominio possessorum August. De Civ. Dei l. X. c. 1.

[370.] L'antica giurisdizione di (Augustodunum) Autun in Borgogna, capitale degli Edui, comprendeva l'adiacente territorio di (Noviodunum) Nevers. Vedi Danville, Not. de l'anc. Gaul. p. 491. Le due Diocesi d'Autun e di Nevers adesso sono composte la prima di 110 e l'altra di 160 Parrocchie. I registri delle nascite, tenuti per undici anni in 476 Parrocchie della medesima Provincia di Borgogna, e moltiplicati secondo la moderata proporzione per 25. (Vedi Messance, Ricerche sulla popolaz. p. 142) ci autorizzano ad assegnare il numero netto di 656 persone ad ogni parrocchia, il qual numero venendo moltiplicato per le 770 parrocchie della Diocesi di Nevers, e d'Autun, produrrà la somma di 505,120 persone per l'estensione del paese una volta occupato dagli Edui.

[371.] Si può fare un'aggiunta di 301,750 abitanti per le Diocesi di Scialon (Cabillonum) e di Macon (Matisco); poichè l'una contiene 200 Parrocchie e l'altra 260. Potrebbe giustificarsi quest'aumento di territorio con molte speciose ragioni. 1. Scialon e Macon erano senza dubbio comprese nella primitiva giurisdizione degli Edui (vedi Danville Not. p. 187, 443). 2. Nella Notizia di Gallia si trovan notate non come Civitates, ma solo come Castra. 3. Non sembra che sieno state sedi Episcopali prima del quinto e del sesto secolo. Contuttocciò v'è un passo d'Eumenio (Paneg. vet. VIII. 7) che con gran forza m'impedisce d'estendere il territorio degli Edui, nel regno di Costantino, lungo le belle rive della navigabile Saona.

[372.] Eumen. in Paneg. Vet. VIII. 11.

[373.] L'Ab. Dubos Hist. Crit. de la M. F. Tom. I. p. 121.

[374.] Vedi Cod. Theod. lib. XIII. Tit. I. c. IV.

[375.] Zosimo l. II. p. 115. Probabilmente si trova negli attacchi di Zosimo tanta passione e pregiudizio, quanta nella elaborata difesa fatta della memoria di Costantino dallo zelante dottor Howel Ist. del Mond. Vol. II. p. 20.

[376.] Cod. Theod. l. XI. Tit. VII. leg. 3.

[377.] Vedi Lips. De Magnitud. Rom. l. II. c. 9. La Spagna Tarragonese presentò all'Imperator Claudio una corona d'oro di settecento libbre di peso, e la Gallia un'altra di novecento. Ho seguìto la ragionevole correzione di Lipsio.

[378.] Cod. Theod. l. XII. Tit. XIII. I Senatori si supponevano esenti dall'aurum coronarium; ma l'oblatio auri, che si esigeva dalle lor mani, era precisamente dell'istessa natura.

[379.] Teodosio il Grande, nel giudizioso avviso al suo figlio (Claudian. in IV. Consul. Honor. 214), distingue la Condizione d'un Principe Romano da quella di un Monarca Parto. Per l'uno era necessaria la virtù, per l'altro bastar poteva la nascita.

[380.] Non c'inganneremo rispetto a Costantino, se «crederemo tutto il male, che ne dice Eusebio, e tutto il bene, che ne dice Zosimo» Fleury Hist. Eccles. Tom. III. p. 233. In fatti Eusebio e Zosimo sono i due estremi dell'adulazione e dell'invettiva. Si esprimono le ombreggiature di mezzo da quegli scrittori, il carattere e la situazione de' quali temperò in varie maniere l'influenza del loro zelo di religione.

[381.] Le virtù di Costantino si son prese per la massima parte da Eutropio e da Vittore il giovane, due Pagani sinceri, che scrissero dopo l'estinzione della famiglia di esso. Anche Zosimo e l'Imperator Giuliano confessano il suo coraggio personale e le militari sue perfezioni.

[382.] Vedi Eutropio X. 6. In primo Imperii tempore optimis Principibus, ultimo mediis comparandus. Dall'antica versione Greca di Peanio (Edit. Havercamp. p. 697.) sono inclinato a sospettare ch'Eutropio avesse originalmente scritto vix mediis, e che quest'odioso monosillabo fosse tolto di mezzo dall'affettata inavvertenza de' copisti. Aurelio Vittore esprime l'opinion generale per mezzo d'un volgare, e veramente oscuro proverbio; Trachala decem annis praestantissimus: duodecim sequentibus latro; decem novissimis pupillus ob immodicas profusiones.

[383.] Giuliano (Orat. I. p. 8) in un discorso adulante pronunziato in presenza del figlio di Costantino e ne' Cesari p. 335. Zosim. p. 114, 115. Posson citarsi le fabbriche tuttora esistenti di Costantinopoli ec. come una prova durevole e senza eccezione della profusione del loro autore.

[384.] L'imparziale Ammiano merita la nostra fede. Proximorum fauces aperuit primus omnium Constantinus lib. XVI. c. 8. Eusebio medesimo ne confessa l'abuso (Vit. Const. l. IV. c. 29, 54), ed alcune leggi Imperiali ne indicano debolmente il rimedio; vedi sopra p. 60 n. 1.

[385.] Giuliano ne' Cesari tenta di mettere in ridicolo il suo zio. Il dotto Spanemio però conferma la sospetta di lui testimonianza coll'autorità di medaglie (Vedi Coment. p. 156-299. 397. 459.) Eusebio dice (Orat. c. 5) che Costantino vestiva in tal guisa per causa del pubblico, non di se stesso. Se ciò s'ammettesse, il più stolto vanaglorioso non sarebbe mai privo di scusa.

[386.] Zosimo e Zonara sono d'accordo in rappresentar Minervina, come la concubina di Costantino, ma Du Cange ha molto bravamente dimostrato il carattere di essa, producendo un passo decisivo di uno de' panegirici: ab ipso fine pueritiae te matrimonii legibus dedisti.

[387.] Du Cange (Famil. Byzantin. p. 44) sull'autorità di Zonara gli dà il nome di Costantino, ch'è alquanto inverisimile, essendo già stato occupato dal fratello maggiore. Si fa menzione di quello da Annibaliano nella Cronica Pasquale ed è approvato dal Tillemont. Hist. des Emper. T. IV. p. 527.

[388.] Girol. in Chron. La povertà di Lattanzio si può riferire o a lode del disinteressato filosofo, o a vergogna dell'insensibil padrone. Vedi Tillemont Mem. Eccl. Tom. VI. part. I. p. 345. Dupin Bibliot. Eccl. T. I. pag. 205. Lardner Credibil. dell'Ist. Evangel. P. II. Vol. VII. p. 66.

[389.] Euseb. Hist. Eccles. l. X. c. 9. Eutropio (X. 6.) lo chiama egregium virum; e Giuliano (Orat. I) assai chiaramente allude alle imprese di Crispo nella guerra civile. Vedi Spanem. Coment. p. 92.

[390.] Si confronti Idacio e la Cronica Pasq. con Ammiano l. XIV. c. 5. Sembra che l'anno, in cui Costanzo fu creato Cesare, sia con più accuratezza fissato da due Cronologisti; ma l'istorico, il quale visse nella sua Corte, non poteva ignorare il giorno anniversario. Quanto alla deputazione del nuovo Cesare alle Province della Gallia vedi Giuliano Orat. I p. 12. Gotofredo Cronol. leg. p. 26. Blondello del Primat. della Chies. pag. 1183.

[391.] Cod. Theod. l. IX. Tit. IV. Gotofredo sospetta i segreti motivi di questa legge. Coment. Tom. III. pag. 9.

[392.] Du Cange Fam. Byzant. p. 58. Tillemont Tom. IV. p. 610.

[393.] Il suo nome era Porfirio Ottaviano. Si stabilisce la data del suo panegirico, scritto secondo il gusto di quel tempo in bassi acrostici, da Scaligero ad Euseb. p. 250. da Tillemont Tom. IV. p. 607 e dal Fabricio Bibl. Latin. l. IV. c. 1.

[394.] Zosim. l. II. 103. Gotofred. Chronolog. leg. pag. 28.

[395.] Ἀκριτως senza processo è la forte e più probabilmente giusta espressione di Svida. Vittore il Vecchio, che scrisse nel regno seguente, dice con conveniente cautela: natu grandior incertum qua, causa patris judicio occidisset. Se noi consultiamo gli scrittori posteriori, come Eutropio, Vittore il Giovane, Orosio, Girolamo, Zosimo, Filostorgio e Gregorio di Tours, sembra che la cognizione, che hanno di questo fatto, vada a grado a grado crescendo a misura che dovevan diminuire i mezzi d'esserne informati: circostanza, che frequentemente s'incontra nelle istoriche ricerche.

[396.] Ammiano (l. XIV. c. II) adopera l'espression generale peremptum. Codino (p. 34) dice, che il Principe fu decapitato; ma Sidonio Apollinare (Epist. V. 8), forse per fare un'antitesi al bagno caldo di Fausta, vuol piuttosto che gli fosse dato un sorso di freddo veleno.

[397.] Sororis filium commodae indolis juvenem. Eutrop. X. 6. Non sarebb'egli permesso di congetturare, che Crispo avesse sposato Elena, figlia dell'Imperator Licinio, e che in occasione del felice matrimonio della Principessa fatto nell'anno 322, Costantino avesse accordato un generale perdono? Vedi Du Cange (Fam. Byzant. p. 47) e la legge (l. IX. Tit. XXXVII) del Codice Teodosiano che ha tanto imbarazzato gl'Interpreti. Gotofred. Tom. III p. 297.

[398.] Vedi la vita di Costantino specialmente nel l. II. c. 19, 20. Evagrio dugento cinquant'anni dopo (l. III. c. 41.) dedusse dal silenzio d'Eusebio un vano argomento contro la verità del fatto.

[399.] Voltaire Hist. de Pierre le Grand, P. 2. c. 10.

[400.] Ad oggetto di provare, che da Costantino fu eretta la Statua, e dipoi nascosta dalla malizia degli Arriani, Codino con molta facilità inventa (p. 34) due testimonj, Ippolito ed Erodoto il Giovane, alle immaginarie storie de' quali con fiducia sfacciata si riferisce.

[401.] Zosimo (l. II. p. 103) si può considerar come il nostro originale. L'accorgimento de' moderni, assistito da qualche cenno che ne han dato gli antichi, ha illustrato e migliorato l'oscura ed imperfetta di lui narrazione.

[402.] Filostorgio l. II. c. 4. Zosimo (l. II. p. 104, 116) attribuisce a Costantino la morte di due mogli; cioè dell'innocente Fausta, e d'un'adultera, ch'era madre de' tre successori di lui. Secondo Girolamo passaron tre o quattro anni fra la morte di Crispo e quella di Fausta. Vittore il Vecchio osserva un prudente silenzio.

[403.] Se Fausta fu privata di vita, è ragionevol di credere, che il teatro della sua esecuzione fossero i privati appartamenti del palazzo. L'oratore Grisostomo compiacque la sua fantasia con esporre l'Imperatrice nuda in un deserto monte, ad essere divorata dalle fiere.

[404.] Giulian. Orat. I. Par ch'egli la chiami madre di Crispo. Ella potè forse prender quel titolo per adozione. Almeno non si risguardava come mortale di lui nemica. Giuliano paragona la fortuna di Fausta a quella di Parisatide Regina di Persia. Un Romano si sarebbe dovuto rammentare più naturalmente Agrippina seconda.

Et moi qui sur le trône ai suivi mes ancètres;

Moi fille, femme, soeur, et mère de vos maitres.

[405.] Monod. in Constant. Jun. c. 4 ad calc. Eutrop. Edit. Havercamp. L'oratore la chiama la più divina e pia delle Regine.

[406.] Interfecit numerosos amicos Eutrop. XX. 6.

[407.]

Saturni aurea, saecula quis requirat?

Sunt haec gemmea, sed Neroniana.

Sidon. Apollinar. V. 8.

Egli è un poco singolare, che questi satirici versi fossero attribuiti non ad un oscuro compositor di libelli, o ad un disgustato patriotta, ma ad Ablavio primo ministro e favorito dell'Imperatore. Noi possiamo adesso conoscere, che le imprecazioni del popolo Romano eran dettate dall'umanità non meno che dalla superstizione. Zosim. t. II. p. 105.

[408.] Euseb. Orat. in Constant. c. 3. Queste date son corrette abbastanza da giustificar l'Oratore.

[409.] Zosim. l. II. p. 117. Sotto i predecessori di Costantino Nobilissimus era un epiteto indeterminato piuttosto che un fisso e legittimo titolo.

[410.] Adstruunt nummi veteres ac singulares; Spanem. de us. num. Diss. XII. Vol. II. p. 357. Ammiano parla di questo Romano Re (l. XIV. c. I. e Vales. Ib.). Il Frammento Valesiano lo chiama Re de' Re, e la Cronica Pasquale p. 286. usando la Parola Ρηγα, aggiunge peso alla testimonianza Latina.

[411.] La sua destrezza negli esercizi marziali è celebrata da Giuliano Orat. I. p. 11. Orat. II. p. 53. e confessata da Ammiano l. XXI. c. 16.

[412.] Euseb. in vit. Const. l. IV. c. 51. Julian. Orat. I. p. 11. 16. coll'elaborato Comentario di Spanemio. Libanio Orat. III. p. 109. Costanzo studiò con lodevol diligenza; ma la lentezza della sua fantasia gl'impedì di far progressi nell'arte della poesia o anche della rettorica.

[413.] Eusebio (l. IV. c. 51, 52) con animo d'esaltare l'autorità e la gloria di Costantino, afferma, ch'esso divise il Romano Impero, come avrebbe potuto un cittadino privato dividere il suo patrimonio. Può rilevarsi la divisione, ch'ei fece delle Province da Eutropio, da' due Vittori, e dal frammento Valesiano.

[414.] Per la vigilanza di Dalmazio fu preso Calosero, ch'era l'oscuro capo di questa ribellione o piuttosto tumulto, e bruciato vivo nella pubblica piazza di Tarso. Vedi Vittore il Vecchio, la Cronica di Girolamo, e le dubbiose tradizioni di Teofane e di Cedreno.

[415.] Il Cellario ha raccolto le opinioni degli antichi rispetto alla Sarmazia Europea ed Asiatica; e il Danville le ha applicate alla Geografia moderna, con l'avvedimento e coll'esattezza che sempre distinguono quell'eccellente scrittore.

[416.] Ammiano l. XVII. c. 12. I cavalli Sarmati eran castrati per prevenire i dannosi accidenti, che avrebber potuto produrre le forti e indomabili passioni de' maschi.

[417.] Pausania l. I. p. 50. Edit. Hulm. Quel diligente viaggiatore aveva esaminato con attenzione una corazza sarmatica, che si conservava nel tempio d'Esculapio in Atene.

[418.]

Aspicis et mitti sub adunco toxica ferro

Et telum caussas mortis habere duas.

Ovid. ex Pont. l. IV. ep. 7. v. 7.

Vedi nelle Ricerche sopra gli Americani (Tom. II p. 236, 271) una dissertazione molto curiosa intorno a' dardi avvelenati. Il veleno traevasi ordinariamente dal regno vegetabile; ma quello, che usavan gli Sciti, par che fosse tratto dalla vipera con una mistura di sangue umano. L'uso delle armi avvelenate, che si è trovato diffuso in ambedue i mondi, non ha mai preservato una tribù di selvaggi dalle armi di un disciplinato nemico.

[419.] I nove libri delle poetiche epistole, che compose Ovidio ne' primi sette anni del suo tristo esilio, hanno, oltre il merito dell'eleganza, un doppio pregio. Presentano, cioè, una pittura dello spirito umano, posto in circostanze molto singolari, e contengono molte curiose osservazioni, che nessun Romano, fuori che Ovidio, avrebbe avuto l'occasione di fare. Si è raccolta ogni circostanza, che può contribuire ad illustrar l'istoria de' Barbari dell'accuratissimo Conte di Buat. Hist. Anc. des Peupl. de l'Europe Tom. IV. c. XVI. p. 286-317.

[420.] I Sarmati Jazigi eran già stabiliti sulle rive del Patisso o Tibisco, quando Plinio pubblicò nell'anno 79 la sua Storia Naturale. Vedi l. IV. c. 15. Al tempo di Strabone e di Ovidio, sessanta o settant'anni avanti, par che abitassero al di là de' Geti, lungo le coste dell'Eussino.

[421.] Principes Sarmatarum Jazygum, penes quos civitatis regimen... plebem quoque et vim equitum, qua sola valent, offerebant. Tacit. Hist. III. 5. Fu fatta quest'offerta nella guerra civile tra Vitellio e Vespasiano.

[422.] Sembra che quest'ipotesi d'un Re Vandalo sopra sudditi Sarmati sia necessaria per conciliare il Goto Giornaudes con gl'istorici Greci e Latini di Costantino. È da osservarsi, che Isidoro, il quale visse in Ispagna sotto il dominio dei Goti, dà loro per nemici non i Vandali, ma i Sarmati. Vedi la sua Cronica appresso Groz. p. 709.

[423.] Bisogna che io faccia qualche apologia per essermi servito senza scrupolo dell'autorità di Costantino Porfirogenito, in tutto ciò, che ha rapporto alle guerre e negoziazioni degli abitanti del Chersoneso. Io so, ch'egli era un Greco del decimo secolo, e che i suoi racconti d'Istoria antica son bene spesso confusi e favolosi. Ma in quest'occasione, ciò ch'esso narra è per la massima parte coerente e probabile; nè deve esservi molta difficoltà a concepire, che per un Imperatore potevano essere accessibili alcuni archivi segreti, ch'erano sfuggiti alla diligenza degl'Istorici minori. Quanto alla situazione ed istoria del Chersoneso vedi Peyssonel Des Peuples barbares qui ont habité les bords du Danube. c. XVI. p. 84, 90.

[424.] Le guerre Gotiche e Sarmatiche son riportate in un modo così imperfetto, che io sono stato costretto a confrontare fra loro i seguenti scrittori, che reciprocamente si suppliscono, correggono, ed illustrano l'uno coll'altro. Quelli che si prenderanno la medesima pena, possono avere un diritto di criticare la mia narrazione. Ammiano l. XXVII. c. 22. Annon. Vales. p. 715. Eutrop. X. 7. Sesto Rufo de Prov. c. 26. Julian. Orat. I. p. 9 col Coment. di Span. p. 94. Hieron. in Chron. Euseb. in vit. Const. l. IV. c. 6. Socrat. l. I. c. 18. Sozom. l. I c. 8. Zosim. l. II. c. 108. Jornand. de reb. Get. c. 22. Isidor. in Chron. p. 709. in Hist. Gothor. Grotii, Constant. Porphyrog. De administr. Imper. c. 53. p. 208. Edit. Meurs.

[425.] Eusebio (in vit. Const. l. IV. c. 50) osserva tre circostanze relative a quest'Indiani. 1. Essi vennero dai lidi dell'Oceano Orientale; descrizione che può applicarsi alle coste della China o del Coromandel; 2. Presentarono scintillanti gemme ed incogniti animali; 3. Protestarono che i loro Monarchi avevano erette statue per rappresentare la maestà suprema di Costantino.

[426.] Funus relatum in urbem sui nominis; quod sane P. R. aegerrime tulit. Aurel. Vittore. Costantino s'era preparato un magnifico sepolcro nella Chiesa de' Santi Apostoli. Vedi Eusebio. l. IV. c. 60, che nel quarto libro della vita di esso dà il migliore, e quasi l'unico ragguaglio della malattia, della morte, e de' funerali di Costantino.

[427.] Eusebio (l. IV. c. 6.) termina il suo racconto con questa fedele dichiarazione delle truppe, e scansa tutte le odiose circostanze del macello, che seguì dopo.

[428.] Si descrive il carattere di Dalmazio con vantaggio, quantunque brevemente, da Eutropio X. 9. Dalmatius Caesar prosperrima indole, neque patruo absimilis, haud multo post oppressus est factione militari. Siccome tanto Girolamo quanto la Cronica Alessandrina fanno menzione del terzo anno di questo Cesare, che non principiava fino al 18. o 24. Settembre dell'anno 337, egli è chiaro che queste militari fazioni continuarono per più di quattro mesi.

[429.] Ho riferito questo singolare aneddoto sull'autorità di Filostorgio l. II. c. 16. Ma se mai da Costanzo, o dagli aderenti di lui si usò tal pretesto, dipoi fu disprezzato, appena ebbe servito all'immediato loro disegno. Atanasio (Tom. I p. 856) fa menzione del giuramento, che Costanzo avea preso per la sicurezza de' suoi congiunti.

[430.] Coniugia sobrinarum diu ignorata tempore addito percrebuisse. Tacit. Annal. XII. 6. e Lips. Ib. La rivocazione dell'antica legge, e la pratica di cinquecent'anni non furono bastanti a sradicare i pregiudizi de' Romani, che sempre risguardarono i matrimonj de' cugini germani come una specie d'imperfetto incesto (Augustin. De civ. Dei XV. 6.); e Giuliano, il cui spirito era stravolto dalla superstizione e dall'ira, diffama queste non naturali parentele fra' propri di lui cugini coll'obbrobrioso epiteto di γαμὼν τε ου γαμον nozze non nuziali (Orat. VII p. 228). La giurisprudenza de' canoni ha di poi restituita, e rinvigorita questa proibizione, senza però averla potuta introdurre nelle civili, o comuni leggi di Europa. Vedi a proposito di questi matrimonj Taylor Leg. Civ. p. 331. Brorer. de Jur. Connub. l. II. c. 12. Hericourt Loix Eccles. P. III. c. 4. Fleury Inst. du Droit Can. Tom. I. p. 331. Paris 1767 e Fra Paolo Istor. del Conc. Trid. l. VIII.

[431.] Giuliano (ad S. P. Q. Athen. p. 270) accusa il suo cugino Costanzo di tutta la colpa di un macello, in cui era stato sì vicino a soccombere ei pure. Vien confermata la sua asserzione da Atanasio, che per ragioni di altro genere non era meno nemico di Costanzo (Tom. I. p. 856.) Zosimo conviene nella medesima accusa; ma i tre abbreviatori Eutropio e i Vittori usano l'espressione molto temperata sinente potius quam jubente; — incertum quo suasore — vi militum.

[432.] Euseb. in vit. Const. l. IV. c. 69. Zosim. l. II. p. 1117. Idat. in Chron. Vedi due note di Tillemont Hist. des Emper. IV. p. 1086-1091. Si fa menzione del regno del fratello maggiore in Costantinopoli solo nella Cronica Alessandrina.

[433.] Agatia, che visse nel sesto secolo, è l'autore di questa istoria (l. IV. p. 135. edit. Lovre). Egli rilevò tali notizie da alcuni estratti delle Croniche persiane, che ottenne e tradusse l'interprete Sergio durante la sua ambasceria a quella Corte. La Coronazione della madre di Sapore, è similmente rammentata da Schikard (Tarikk. p. 126) e D'Herbelot (Bibl. Orient. p. 763).

[434.] D'Herbelot. Bibl. Or. p. 764.

[435.] Sesto Rufo c. 26 la di cui autorità in quest'occasione non è disprezzabile, afferma che i Persiani richiesero invano la pace, e che Costantino si preparava a marciar contro di loro; ma il peso maggiore della testimonianza d'Eusebio ci costringe ad ammettere, se non la ratifica, i preliminari almeno del trattato. Vedi Tillemont Hist. des Emper. T. IV. p. 420.

[436.] Julian. Orat. I. p. 20.

[437.] Julian. Orat. I. p. 20, 21. Mosè di Corene l. II. c. 8-9 l. III. c. 1-9. p 226-240. Il perfetto accordo fra gl'indeterminati cenni dell'Oratore contemporaneo e la circostanziata narrazione dell'Istorico nazionale dà lume all'uno e peso all'altro. Può anche osservarsi, rispetto all'autorità di Mosè, che si trova il nome d'Antioco pochi anni prima in un uffizio d'inferior dignità. Vedi Gotofred. Cod. Theodos. Tom. IV. p. 350.

[438.] Ammiano XIV 4. fa una viva descrizione della vita vagabonda e predatoria de' Saraceni, che s'estendevano da' confini dell'Assiria fino alle cateratte del Nilo. Dalle avventure di Malco, che Girolamo riferisce in sì piacevol maniera, si rileva, che la pubblica strada fra Berea ed Edessa era infestata da questi ladroni. Ved. Hieron. Tom. I. p. 256.

[439.] Noi prenderemo da Eutropio l'idea generale di questa guerra X. 10. A Persis enim multa et gravia perpessus, saepe captis oppidis, obsessis urbibus, coesis exercitibus, nullumque et contra Saporem prosperum praelium fuit, nisi quod apud Singaram etc. Quest'ingenua narrazione vien confermata da' cenni, che ne danno Ammiano, Rufo, e Girolamo. Le due primo Orazioni di Giuliano, e la terza di Libanio ce ne presentano una più lusinghiera pittura; ma la ritrattazione di ambedue quegli oratori dopo la morte di Costanzo, nel tempo che ci rimette in possesso della verità, infama il loro carattere e quello dell'Imperatore. Il Comentario di Spanemio sulla prima orazione di Giuliano contiene una profusa erudizione. Vedansi ancora le giudiziose osservazioni di Tillemont. Hist. des Emper. Tom. IV. p. 656.

[440.] Acerrima nocturna concertatione pugnatum est, nostrorum copiis ingenti strage confessis. Ammiano XVIII. 5. Vedi anche Eutropio X. 10. e Sesto Rufo c. 27.

[441.] Libanio Orat. III. p. 133 con Giuliano Orat. I. p. 24 ed il Coment. di Spanemio p. 179.

[442.] Vedi Giuliano Orat. I. p. 27, Orat. II. p. 62 col Comentario di Spanemio (p. 188-202), che illustra le circostanze e determina l'epoca de' tre assedj di Nisibi. S'esaminano anche le date di essi dal Tillemont (Hist. des Emper. Tom. IV. p. 668, 671, 674) e qualche cosa s'aggiunge da Zosimo (l. III. p. 151) e dalla Cronica Alessandrina (p. 290.)

[443.] Sallust. Fragm. LXXXIV. edit. Brosses. Plutar. in Lucul. (Tom. III. p. 184.) Nisibi è presentemente ridotta a centocinquanta case; le terre paludose producon riso, ed i fertili prati, fino a Mosul ed al Tigri, son coperti dalle rovine della città e de' villaggi. Vedi Niebuhr (Viag. Tom. II. p. 300-309.)

[444.] I miracoli, che Teodoro (l. II. c. 30) ascrive a S. Giacomo, Vescovo d'Edessa, furono almeno fatti per una causa che lo meritava, cioè per la difesa della patria. Egli comparve sulle mura in forma del Romano Imperatore, e mandò un'armata di zanzare a punger le trombe degli elefanti, e a sconfigger l'esercito del nuovo Sennacherib.

[445.] Giulian. Orat. I. p. 27. Quantunque Niebuhr, (Tom. II. p. 307) assegni un gonfiamento molto considerabile al Migdonio, sopra del quale vide un ponte di dodici archi, nonostante è difficile di capire quanto paralello di un piccol ruscello con un gran fiume. Nella descrizione di queste stupende operazioni d'acqua si trovano molte circostanze oscure, e quasi non intelligibili.

[446.] Noi dobbiamo a Zonara (com. II l. XIII. p. 11) la notizia di tale invasione de' Massageti, ch'è perfettamente coerente alla serie generale degli avvenimenti a' quali siamo condotti oscuramente dall'interrotta storia d'Ammiano.

[447.] Si riferiscono le cause e gli avvenimenti di questa guerra civile con molta ambiguità e contraddizione. Io ho seguìto specialmente Zonara e Vittore il Giovane. Il monodio pronunziato in occasione della morte di Costantino (ad calcem Eutropii edit. Havercamp.) potrebbe averci date molte notizie; ma la prudenza ed il cattivo gusto impegnarono l'Oratore a diffondersi in una vaga declamazione.

[448.] Quarum (Gentium) obsides pretio quaesitos pueros venustiores, quod cultius habuerat, libidine hujusmodi arsisse pro certo habetur. Se non si fosse reso pubblico il gusto depravato di Costante, Vittore il Vecchio, che occupava un posto considerabile nel regno del fratello di lui, non l'avrebbe asserito in termini sì positivi.

[449.] Giuliano Orat. I. et II. Zosim. l. II. (p. 134.) Vittore nell'Epit. V'è ragione di credere, che Magnenzio fosse nato in una di quelle colonie barbare, che Costanzo Cloro avea stabilite nella Gallia. La sua condotta può farci sovvenire del famoso patriotta Simone di Montfort, Conte di Leicester, che potè persuadere il buon popolo d'Inghilterra, ch'esso, Francese di nascita, aveva preso le armi par liberarlo dagli estranei favoriti.

[450.] Quest'antica città era una volta fiorita col nome d'Illiberis (Pompon. Mela II. 5.) La munificenza di Costantino le diede nuovo splendore, ed il nome della propria madre. Elena (che ha tuttavia il nome di Elne) divenne Sede Episcopale, ed il Vescovo di essa dopo lungo tempo trasferì la sua residenza a Perpignano, capitale del moderno Rossiglione. Vedi D'Anville (Not. de l'anc. Gaul. p. 380.) Longuerue Descript. de la Franc. (p. 223) e la Marca Ispanica.

[451.] Zosimo l. II. (p. 119, 120) Zonara Tom. II. l. XIII. (p. 13) e gli Abbreviatori.

[452.] Eutropio (X. 10) rappresenta Vetranione con più moderazione, e probabilmente con più verità de' due Vittori. Esso era nato di oscuri parenti nelle più selvagge parti della Mesia; e la sua educazione era stata tanto negletta, che dopo il suo innalzamento studiò l'alfabeto.

[453.] Giuliano descrive nella sua prima Orazione la dubbiosa e fluttuante condotta di Vetranione, ed accuratamente la spiega Spanemio, che discute la situazione ed il contegno di Costantina.

[454.] Vedi Pietro Patrizio nell'Excerpt. Legation. (p. 27).

[455.] Zonara (T. II l. XIII. p. 16.) La situazione di Sardica, vicina alla moderna città di Sofia, sembra meglio adattata a questo congresso, che la situazione o di Naisso o di Sirmio, dove si pone da Girolamo, da Socrate, e da Sozomeno.

[456.] Vedi le due prime Orazioni di Giuliano, specialmente a p. 31 e Zosimo (l. II p. 122.) La distinta narrazione dell'Istorico serve ad illustrare le diffuse ma indeterminate descrizioni dell'Oratore.

[457.] Vittore il Giovane dà al suo esilio l'enfatico nome di voluptarium otium. Socrate (l. II. c. 18) è garante della corrispondenza coll'Imperatore la quale parrebbe provare che Vetranione era in vero prope ad stultitiam simplicissimus.

[458.] Eum Constantius .... facundiae vi dejectum imperio in privatum otium removit. Quae gloriam post natum Imperium soli processit eloquio, clementiaque etc. Aurelio Vittore, Giuliano e Temistio adornano questo fatto co' più artificiosi e vivi colori della loro rettorica.

[459.] Busbechio (p. 112.) attraversò la bassa Ungheria e Schiavonia in un tempo, in cui erano esse ridotte quasi ad un deserto dalle reciproche ostilità de' Cristiani e de' Turchi. Pure con maraviglia rammenta l'insuperabile fertilità del terreno; ed osserva, che l'altezza dell'erba era sufficiente a nascondere un carro carico alla sua vista. Vedi anche Browne Viagg. nella Collezione di Harris. Vol. II. (p. 762. ec.).

[460.] Zosimo fa un ampio racconto della guerra e della negoziazione (l. II. p. 123-130). Ma siccome non si dimostra nè soldato nè politico, la sua storia dee ponderarsi con attenzione, ed ammettersi con cautela.

[461.] Questo riguardevole ponte, ch'è fiancheggiato con torri, e fondato su grossi pali di legno, fu costruito l'anno 1566 dal Sultano Solimano per facilitare la marcia de' suoi eserciti nell'Ungheria. Vedi Browne Viagg. e Busching Sistem. di Geogr. Vol. II. p. 90.

[462.] Questa positura e le successive evoluzioni son chiaramente, sebbene in breve, descritte da Giuliano (Orat. I. p. 36).

[463.] Sulpic. Sever. l. II. 405. L'Imperatore passò la giornata in preghiere con Valente, Vescovo Arriano di Mursa, che guadagnò la sua confidenza con annunciargli l'evento della battaglia. Il Tillemont (Hist. des Emper. Tom. IV. p. 1110) osserva molto a proposito il silenzio di Giuliano rispetto al personal valore di Costanzo nella battaglia di Mursa. Il silenzio dell'adulazione qualche volta equivale alla più positiva ed autentica prova.

[464.] Giuliano Orat. I. p. 36 ed Orat. II. p. 59, 60. Zonara Tom. II. l. XIII. p. 17. Zosim. l. II. p. 130, 133. Quest'ultimo celebra la destrezza dell'arcier Menelao, che poteva scagliare tre dardi nel medesimo tempo; vantaggio, che secondo la sua idea degli affari militari, materialmente contribuì alla vittoria di Costanzo.

[465.] Secondo Zonara, Costanzo di 80000 uomini che aveva, ne perdè 30000 e Magnenzio 24000 di 36000. Gli altri articoli di questo racconto sembran probabili ed autentici; ma nel numero dell'armata del Tiranno dev'essersi fatto sbaglio o dall'autore o da' copisti. Magnenzio aveva raccolto tutte le forze d'Occidente sì de' Romani che de' Barbari in un formidabile corpo, che non può giustamente stimarsi minore di 100,000 uomini. Giulian. Orat. I. p. 34, 35.

[466.] Ingentes R. I. vires ea dimicatione consumptae sunt ad quaelibet bella externa idonea, quae multum triumphorum possent, securitatisque conferre. Eutrop. X. 13. Vittore il Giovane s'esprime nell'istessa guisa.

[467.] In quest'occasione dobbiam preferire la non sospetta testimonianza di Zosimo e di Zonara alle lusinghiere asserzioni di Giuliano. Vittore il Giovane dipinge in un singolare aspetto il carattere di Magnenzio. Sermonis acer, animi tumidi, et immodice timidus; artifex tamen ad occultandam audaciae specie formidinem. È egli più verisimile, che nella battaglia di Mursa la sua condotta fosse governata dalla natura o dall'arte? Io inclinerei alla seconda.

[468.] Julian. Orat. I. p. 38 39. In quel luogo non meno che nell'Oraz. II. p. 97 egli esprime la general disposizione del senato, del popolo, e de' soldati dell'Italia in favore dell'Imperatore.

[469.] Vittore il Vecchio descrive in una maniera patetica la misera condizione di Roma. Cujus stolidum ingenium adeo P. R. patribusque exitio fuit, uti passim domus, fora, viae, templaque cruore, cadaveribusque opplerentur bustorum modo. Atanasio Tom. I. (p. 677) deplora la morte di molte illustri vittime, e Giuliano (Orat. II. p. 58) rammenta con esecrazione la crudeltà di Marcellino implacabil nemico della casa di Costantino.

[470.] Zosim. l. II. p. 133. Vittore in Epitom. I panegiristi di Costanzo, col solito loro candore, omettono di far menzione di quest'accidentale disfatta.

[471.] Zonara Tom. II. l. XIII. p. 17. Giuliano in diversi luoghi di due orazioni si diffonde sulla clemenza di Costantino verso i ribelli.

[472.] Zosimo l. II. p. 133. Giuliano Orat. I. p. 40, II. 74.

[473.] Ammiano XV. 6. Zosimo l. II. p. 133. Giuliano, che (nell'Oraz. I. p. 40) inveisce contro i crudeli effetti della disperazion del Tiranno, rammenta (Orat. I. p. 34) gli opprimenti editti, che furon dettati dalla necessità, o dall'avarizia di esso. I suoi sudditi furon costretti a comprare i beni Imperiali; specie di proprietà dubbia e pericolosa, che in caso di rivoluzione avrebbe potuto loro imputarsi come una condannabile usurpazione.

[474.] Le medaglie di Magnenzio celebrano le vittorie di due Augusti e del Cesare. Quest'ultimo era un altro fratello chiamato Desiderio. Vedi Tillemont Hist. des Emp. Tom. IV. p. 757.

[475.] Giuliano Orat. I. p. 40, II. p. 74 con Spanem. p. 263. Il comentario di questo illustra i fatti di quella guerra civile. Mons Seleusi era un picciol luogo nelle alpi Cozie poche miglia distante da Vapincum, o Gap, città Episcopale del Delfinato. Vedi Danville Not. de la Gaule p. 464, e Longuerue Descript. de la France p. 327.

[476.] Zosimo l. II. p. 134. (Liban. Orat. X. p. 268, 269). Quest'ultimo con gran veemenza critica tal crudele ed appassionata politica di Costanzo.

[477.] Giuliano Orat. I. p. 46. Zosimo l. II. p. 134. Socrate l. II. c. 32. Sozomeno l. IV. c. 7. Vittore il Giovane descrive la sua morte con alcune orride circostanze: Transfosso latere, ut erat vasti corporis, vulnere, naribusque, et ore cruorem effundens exspiravit. Se può darsi fede a Zonara, il Tiranno, avanti di spirare, ebbe il piacere d'uccidere colle sue proprie mani sua madre e Desiderio di lui fratello.

[478.] Sembra che Giuliano (Orat. p. 58, 59) sia incerto nel determinare, se egli da se stesso si desse la pena de' suoi delitti, o se annegossi nel Dravo, o se da' vendicatori Demonj fu trasportato dal campo di battaglia al luogo degli eterni tormenti a lui destinato.

[479.] Ammiano XIV 5 XXI. 16.

[480.] Ammiano (l. XIV. c. 6) attribuisce la prima pratica di castrare al crudele ingegno di Semiramide, che si suppone regnasse più di mille novecento anni prima di Cristo. L'uso degli Eunuchi è molto antico sì nell'Asia che nell'Egitto. Se ne fa menzione nella Legge di Mosè Deuteron. l. XXIII. Vedi Goguet Orig. des Loix ec. P. I. l. I. c. 3.

[481.]

Eunuchum dixti velle te;

Quia solae utuntur his Reginae.

Terent. Eunuch. Act. I. Sc. 2. Questa commedia è tradotta da una di Menandro, e l'originale dev'esser comparso alla luce poco dopo le conquiste orientali d'Alessandro.

[482.]

Miles.... spadonibus

Servire rugosis potest.

Horat. Carm. V. 9, e Dacier Ib. Colla parola spado i Romani energicamente esprimevano il loro abborrimento a tale mutilazione. Il nome Greco d'Eunuchi, che insensibilmente prevalse, aveva un suono più dolce, ed un senso più ambiguo.

[483.] Noi non abbiamo che a rammentar Poside, Liberto ed Eunuco di Claudio, in favore di cui l'Imperatore prostituì varj de' più onorevoli premj del valor militare. Vedi Sveton. in Claud. c. 28. Poside impiegò una gran parte delle sue ricchezze in fabbricare.

Ut spado vincebat Capitolia nostra

Posides. Juvenal Sat. XIV.

[484.] Castrari mares vetuit. Sveton. in Domit. c. 7. Vedi Dion. Cass. l. LXVII p. 1107, l. LXVIII. p. 1119.

[485.] Si trova un passo nell'Istoria Augusta (p. 137), in cui Lampridio nel tempo che loda Alessandro Severo e Costantino per aver limitata la tirannia degli Eunuchi, deplora i danni, che cagionavano essi negli altri regni: Huc accedit quod Eunuchos nec in consiliis, nec in ministeriis habuit; qui soli Principes perdunt, dum eos more Gentium aut Rogum Persarum volunt vivere; qui a Populo etiam amicissimum semovent; qui internuntii sunt, aliud quam respondetur referentes; claudentes Principem suum, et agentes ante omnia, ne quid sciat.

[486.] Senofonte (Cyropaed. l. VIII. p. 540) ha esposte le speciose ragioni, che impegnaron Ciro ad affidare la propria persona alla custodia degli Eunuchi. Aveva egli osservato negli animali, che sebbene l'uso della castrazione potesse addolcire la loro non governabil fierezza, non ne diminuiva però la forza e lo spirito, e si persuadeva, che uomini separati dal resto della specie umana, sarebbero più fortemente attaccati alla persona del loro benefattore. Ma una lunga esperienza ha contraddetto al giudizio di Ciro. Può incontrarsi qualche particolar esempio di Eunuchi, distinti per la fedeltà, pel valore, e l'abilità loro; ma se esaminiamo l'istoria in genere della Persia, dell'India e della China, troveremo che la potenza degli Eunuchi ha uniformemente indicato la decadenza e la caduta di ogni dinastia.

[487.] Vedi Ammiano Marcellino l. XXI. c. 16, l. XXII. c. 4. Tutta la serie dell'imparziale sua storia serve a giustificar le invettive di Mammertino, di Libanio, e di Giuliano medesimo, che hanno insultato i vizi della Corte di Costanzo.

[488.] Aurelio Vittore censura la negligenza del suo Sovrano in eleggere i Governatori delle Province e i Generali dell'esercito; e termina la sua storia coll'ardita osservazione, ch'è assai più pericoloso in un regno debole d'attaccare i ministri, che non lo stesso Monarca: uti verum absolvam brevi, ut Imperatore ipso clarius ita apparitorum plerisque magis atrox nihil.

[489.] Apud quem (si vere dici debeat) multum Constantius potuit. Ammian. l. XVIII. c. 4.

[490.] Gregorio Nazianzeno (Orat. III. p. 90) rimprovera l'Apostata della sua ingratitudine verso Marco, Vescovo d'Aretusa, che aveva contribuito a salvargli la vita; ed apprendiamo, quantunque da un testimone meno rispettabile (Tillemont Hist. des Emper. Tomo IV. p. 916), che Giuliano fu nascosto nel santuario d'una Chiesa.

[491.] Si contiene il racconto più autentico dell'educazione e delle avventure di Giuliano nell'epistola, o manifesto, ch'egli stesso indirizzò al Senato ed al Popolo d'Atene. Libanio (Orat. Parental.) dal canto de' Pagani, e Socrate (l. II. c. 1) da quello de' Cristiani ce ne han conservate molte interessanti particolarità.

[492.] Quanto alla promozione di Gallo, vedi Idacio, Zosimo, ed i due Vittori. Secondo Filostorgio (l. IV. c. 1.). Teofilo, Vescovo Arriano, fu il testimone, e come il garante di questo solenne trattato. Egli sostenne tal carattere con generosa fermezza; ma il Tillemont (Hist. des Emper. Tom. IV. p. 1120) crede molto improbabile che un Eretico possedesse una tale virtù.

[493.] Sul principio fu permesso a Giuliano di proseguire i suoi studi in Costantinopoli; ma la riputazione, ch'egli acquistava, presto eccitò la gelosia di Costanzo, e fu avvisato il giovane Principe di ritirarsi ne' meno cospicui teatri della Bitinia e della Jonia.

[494.] Vedi Giulian. ad S. P. Q. A. 271. Girol. in Chron. Aurel. Vitt. Eutrop. X. 14. Io copierò le parole d'Eutropio, che scrisse il suo compendio circa quindici anni dopo la morte di Gallo, quando non v'era più alcun motivo o di adulare, o di deprimere il suo carattere: Multis incivilibus gestis Gallos Caesar... vir natura ferox, et ad tyrannidem pronior, si suo jure imperare licuisset.

[495.] Megaera quidem mortalis, inflammatrix saevientis assidua, humani aruoris avida etc. Ammian. Marcellin. l. XIV. c. 1. La sincerità d'Ammiano non gli permetterebbe di alterare i fatti, o i caratteri; ma l'amore, che ha per gli ambiziosi ornamenti, spesso lo conduce ad una veemenza d'espressione non naturale.

[496.] Il nome di questo era Clemazio d'Alessandria, e l'unico suo delitto fu l'aver ricusato di soddisfare a' desiderj della sua suocera, che ne sollecitò la morte, perchè era restato deluso il suo amore. Ammiano l. XIV. c. 1.

[497.] Vedi in Ammiano (l. XIV. c. 1, 7) un ampio ragguaglio delle crudeltà di Gallo. Giuliano suo fratello (p. 272) ci fa conoscere, ch'erasi formata una segreta cospirazione contro di lui; e Zosimo nomina (l. II. p. 135) le persone impegnate in quella, vale a dire un ministro di ragguardevol grado, ed alcuni oscuri agenti, che avevan risoluto di fare la loro fortuna.

[498.] Zonara (l. XIII. T. II. p. 17, 18.). Gli assassini avevano sedotto un gran numero di legionari; ma i loro disegni furono scoperti e rivelati da una vecchia, nella capanna della quale alloggiavano.

[499.] Nel testo attuale d'Ammiano si legge: asper quidem, sed ad lenitatem propensior, che forma un non senso contraddittorio. Valesio coll'aiuto d'un vecchio manoscritto ha corretta la prima di queste corruzioni, e si vede qualche raggio di lume, sostituendovi la parola vafer. Se ci arrischiamo a cangiare lenitatem in levitatem, quest'alterazione d'una sola lettera renderà tutto il passo chiaro e corrente.

[500.] In vece d'esser costretti a raccoglier da varj fonti sparse ed imperfette notizie, entriamo adesso nel pieno corso dell'istoria d'Ammiano, nè abbiam bisogno di riferire, che il settimo ed il nono capitolo del suo libro decimoquarto. Non dee però interamente ommettersi Filostorgio (l. III. c. 28) sebbene parziale per Gallo.

[501.] Ella preceduto avea suo marito; ma morì di febbre per viaggio in un picciol luogo della Bitinia chiamato Coenum Gallicanum.

[502.] Le legioni Tebee, acquartierate in Adrianopoli, mandarono a Gallo una deputazione coll'offerta de' loro servigi. (Ammiano l. XIV. c. 11.) La Notizia (S. 6, 20, 38. Edit. Labb.) fa menzione di tre diverse legioni, ch'ebbero il nome di Tebee. Lo zelo del Voltaire, per distruggere una disprezzabile quantunque celebre leggenda, lo ha tentato a negare, su' più leggieri fondamenti, l'esistenza d'una legione Tebea negli eserciti Romani. Vedi Oeuvr. de Voltaire Tom. XI. p. 414 Edit. 4.

[503.] Vedi l'intera narrazione del viaggio e della morte di Gallo presso Ammiano l. XIV. c. 11. Giuliano si duole, che fosse condannato a morte il fratello senza processo: si studia di giustificare o almen di scusare la crudel vendetta, che questi avea fatto, de' suoi nemici; ma sembra alla fine confessare, che giustamente si potea privarlo della porpora.

[504.] Filostorg. l. IV, c. 1. Zonara l. XIII. T. II. p. 19. Ma il primo era parziale per un Monarca Arriano, ed il secondo trascrisse senza scelta o criterio tutto quel che trovò negli scritti degli antichi.

[505.] Vedi Ammiano Marcellino (l. XV. c. 1, 3, 8.) Giuliano medesimo, nella sua lettera agli Ateniesi, fa una molto viva e giusta pittura del suo pericolo e de' suoi sentimenti. Egli dimostra però qualche propensione ad esagerar le sue pene, insinuando, sebbene in termini oscuri, ch'esse durarono più d'un anno; periodo che non si può conciliare colla verità della cronologia.

[506.] Giuliano ha esposto i delitti e le sventure della famiglia di Costantino in una favola allegorica con felicità immaginata, e raccontata piacevolmente. Essa forma la conclusione dell'Orazione settima, da cui fu staccata e tradotta dall'Abate della Bleterie: Vit. di Giovian. (Tom. II. p. 385-408).

[507.] Essa era nativa di Tessalonica in Macedonia, di nobil famiglia, figliuola e sorella di Consoli. Si può collocare il suo matrimonio coll'Imperatore nell'anno 352. In un tempo di divisione, gli storici di tutti i partiti sono fra loro d'accordo nelle sue lodi. Vedi le loro testimonianze raccolte dal Tillemont Hist. des Emper. (Tom. IV. p. 750-754).

[508.] Libanio e Gregorio Nazianzeno hanno esaurito gli artifizi e le forze della loro eloquenza per rappresentar Giuliano come o il primo fra gli Eroi, o il peggior de' Tiranni. Gregorio fu di lui condiscepolo in Atene; ed i sintomi, ch'egli sì tragicamente descrive della futura empietà dell'Apostata, si riducono solo ad alcune imperfezioni di corpo, ed a certe singolarità del suo conversare, e delle sue maniere. Esso protesta, ciò nonostante, che fin d'allora previde e predisse le calamità della Chiesa e dello Stato. (Gregor. Naz. Orat. IV. p. 121, 122.)

[509.] Succumbere tot necessitatibus tamque crebris unum se, quod numquam fecerat, aperte demonstrans; Ammiano l. XV. c. 8. Ivi esprime con i propri lor termini le adulatrici proteste de' Cortigiani.

[510.] Tantum a temperatis moribus Juliani differens fratris, quantum inter Vespasiani filios fuit Domitianus et Titum; Ammiano l. XIV. c. 21. Le circostanze e l'educazione de' due fratelli furono tanto simili, che somministrano un forte esempio dell'innate diversità de' caratteri.

[511.] Ammiano (l. XV. c. 8. Zosimo l. III. p. 137, 138)

[512.] Giuliano ad S. P. Q. A. (p. 275, 276). Liban. Orat. X. p. 268. Giuliano non volle cedere finchè gli Dei non gli ebber significato la lor volontà per mezzo di ripetute visioni ed augurj. Allora la sua pietà gli vietò di resistere.

[513.] Giuliano medesimo riferisce (p. 274) con qualche vivezza le circostanze della sua metamorfosi, i dimessi suoi sguardi e la sua perplessità in vedersi così ad un tratto trasportato in un nuovo Mondo, dove ogni oggetto gli appariva straniero ed ostile.

[514.] Vedi Ammiano Marcellin. (l. XV c. 8. Zosim. l. III. p. 139.) Aurelio Vittore, Vittore il Giovane in Epitom. Eutrop. X. 14.

[515.] Militares omnes horrendo fragore scuta genibus illidentes, quod est prosperitatis indicium plenum, nam contra cum hastis clypei feriuntur irae documentum est et doloris. Ammiano aggiunge con una delicata distinzione; cumque, ut potiori reverentia servaretur, nec supra modum laudabant, nec infra quam decebat.

[516.] Ἐλλαβε πορφύρεος θανάτος, καὶ μοῖρα καραταιλ: l'occupò la purpurea morte, ed il fato violento. Iliad. E. v. 83. La parola porpora, che Omero aveva usato, come un indeterminato, ma comune epiteto della morte, da Giuliano s'applicava ad esprimer molto a proposito la natura e l'oggetto delle proprie apprensioni.

[517.] Egli rappresenta ne' termini più patetici (p. 277) le angustie della sua nuova situazione. La provvisione della sua tavola era però sì elegante e sontuosa che il giovane filosofo la rigettò con isdegno «Quum legeret libellum assidue, quem Costantius ut privignum ad studia mitens manu sua conscripserat, praelicenter disponens quid in convivio Caesaris impendi deberet, phasianum, et vulvam, et sumen exigi vetuit et inferri.» Ammiano Marcellino (l. XVI. c. 5.)

[518.] Se vogliam riflettere, che Costantino, padre d'Elena, era morto più di diciotto anni avanti in una matura vecchiezza, sembrerà probabile, che la figlia, quantunque vergine, non poteva essere al tempo del suo matrimonio molto giovane. Ella poco dopo partorì un figlio, che immediatamente morì; quod obstetrix, corrupta mercede, mox natum, praesecto plusquam convenerat umbilico, necavit. Accompagnò essa l'Imperatore e l'Imperatrice nel loro viaggio di Roma, e quest'ultima, quaesitum venenum bibere per fraudem illexit, ut quotiescumque concepisset immaturum abjiceret partum; Ammiano l. XVI. c. 10. I nostri Fisici determineranno, se realmente può esservi tale veleno: quanto a me sono inclinato a credere, che la pubblica malignità imputasse gli effetti del caso a colpa di Eusebia.

[519.] Ammiano (XV. 5.) era perfettamente informato della condotta e del fato di Silvano; egli stesso era uno de' pochi seguaci, che accompagnarono Ursicino in quella pericolosa impresa.

[520.] Quanto alle particolarità della gita di Costanzo a Roma, vedi Ammiano l. XVI. c. 10. Noi abbiam solamente da aggiungere, che da Costantinopoli fu scelto per Deputato Temistio, e ch'egli compose per questa ceremonia la sua quarta orazione.

[521.] Ormisda, Principe fuggitivo di Persia, fece osservare all'Imperatore, che se faceva un tal cavallo, dovea pensare a preparargli una simile stalla (qual'era il Foro di Traiano). Si riporta un altro detto d'Ormisda, cioè «che gli era solo dispiaciuta una cosa, vale a dire che a Roma gli uomini morivano come altrove». Se noi adottiamo questa lezione del testo di Ammiano (displicuisse, invece di placuisse) possiamo risguardarla come una prova della Romana vanità. Il senso contrario sarebbe stato quello d'un misantropo.

[522.] Allorchè Germanico visitò gli antichi monumenti di Tebe, il più vecchio fra' Sacerdoti gli spiegò il significato di que' geroglifici, Tacit. Annal. II c. 60. Ma sembra verisimile, che avanti l'utile invenzione dell'alfabeto, questi o naturali o arbitrarj segni fossero i comuni caratteri della nazione Egiziana. Vedi Warburton Divin. Legaz. di Mosè Vol. III. p. 69-243.

[523.] Vedi Plin. Hist. Nat. l. XXXVI. c. 14, 15.

[524.] Ammiano Marcell. l. XVII. c. 4. Egli ci dà una interpretazione Greca de' geroglifici; e Lindenbrogio suo Comentatore aggiunge un'iscrizione Latina del tempo di Costanzo in venti versi contenente una breve istoria dell'obelisco.

[525.] Vedi Donat. Rom. Antiq. l. III. c. 14. l. IV. c. 41 e l'erudita quantunque confusa Dissertazione del Bargeo sugli obelischi, inserita nel Tomo IV dello Antichità Romane di Grevio. p. 1897-1936. Questa dissertazione è dedicata al Pontefice Sisto V, ch'eresse l'obelisco di Costanzo nella piazza ch'è avanti alla Chiesa Patriarcale di S. Gio. Laterano.

[526.] Gli avvenimenti di questa guerra de' Quadi e de' Sarmati si riferiscono da Ammiano XVI, 10, XVII, 12, 13, XIX, 11.

[527.] Genti Sarmatarum magno decori considens apud eos regem dedit: Aurel. Vittore. In una fastosa Orazione, pronunziata da Costanzo medesimo, egli si diffonde con molta vanità e con qualche cosa di vero nelle proprie sue geste.

[528.] Ammian. XVI. 9.

[529.] Ammiano (XVII. 5) trascrive l'orgogliosa lettera. Temistio (Orat. IV p. 57. Edit. Petav.) fa menzione dell'involto di seta. Idacio e Zonara descrivono il viaggio dell'Ambasciatore, e (in Excerpt. Legat. p. 28). Pietro Patrizio c'informa della sua conciliante condotta.

[530.] Ammiano XVII. 5 e Vales. ib. Il sofista o filosofo (questi nomi erano in quel tempo quasi sinonimi) era Eustazio di Cappadocia, discepolo di Jamblico ed amico di S. Basilio, Eunapio (in vit. Edexii p. 44, 47), appassionato pel suo filosofico Ambasciatore, gli attribuisce la gloria d'avere incantato il barbaro Re colle persuasive lusinghe della ragione e dell'eloquenza. Vedi Tillemont (Hist. des Emper. Tom. IV p. 828, 1132).

[531.] Ammiano XVIII 5, 6, 8. Il decente e rispettoso contegno d'Antonino verso il Generale Romano lo pone in un aspetto molto interessante ed Ammiano stesso parla con qualche compassione e stima del traditore.

[532.] Questa circostanza, quale ci vien notificata da Ammiano, serve a provare la veracità d'Erodoto (l. I. c. 133) e la durevolezza de' costumi Persiani. Questi sono stati sempre dediti all'intemperanza; ed i vini di Shiraz hanno trionfato sopra la legge di Maometto. Brisson de Regn. Pers. l. II. p. 462-472 e Chardin. Viag. in Pers. Tom. III. p. 90.

[533.] Ammiano l. XVIII. 6, 7, 8, 10.

[534.] Per la descrizione d'Amida, vedi d'Herbelot Bibliot. Orient. p. 108. Hist. de Timur-Rec par Cherefeddin Alì l. III. c. 41. Ahmed Arabasides Tom. I. p. 331. c. 43. Viag. di Tavernier Tom. I. p. 301. Viag. d'Otter. Tom. II. p. 273 e Viag. di Niebuhr. Tom. II. p. 324,-328. L'ultimo di questi viaggiatori, dotto ed esatto Danese, ha dato una pianta d'Amida, che illustra le operazioni dell'assedio.

[535.] Diarbekir, ch'è chiamata Amid, o Kara-amid nelle pubbliche scritture de' Turchi, contiene sopra 16000 case, ed è la residenza d'un Bassà di tre code. L'epiteto di Kara nasce dall'oscurità della pietra, che compone le forti ed antiche mura d'Amida.

[536.] Le operazioni dell'assedio d'Amida sono minutamente descritte da Ammiano (XIX. 1-9) ch'ebbe un'onorevole parte nella difesa, e con fatica si salvò quando la città fu assaltata da' Persiani.

[537.] Di queste quattro nazioni gli Albanesi troppo bene sono conosciuti per aver bisogno d'alcuna descrizione. I Segestani abitavano un'ampia e piana regione, che sempre conserva il loro nome al Sud di Korasan, ed a Ponente dell'Indostan (vedi Georg. Nubiens. p. 133 e d'Herbelot Bibl. Orient. p. 797). Non ostante la vantata vittoria di Bahram (vol. I. p. 410) i Segestani più d'ottant'anni dopo compariscono alleati di Persia come un'indipendente nazione. Non ci è nota la situazione de' Verti e de' Chioniti; ma sono inclinato a collocare (almeno i secondi) verso i confini dell'India e della Scizia. Vedi Ammiano XVI. 9.

[538.] Ammiano ha indicato la cronologia di quest'anno con tre segni, che non sono perfettamente coerenti tra loro, o colla serie dell'istoria. 1. Il grano era maturo, quando Sapore invase la Mesopotamia; cum jam stipula flavente turgerent: circostanza, che nella latitudine d'Aleppo naturalmente porterebbe al mese d'Aprile o di Maggio. Vedi Harmer Osservaz. sulla Scrittur. Vol. I. p. 41. Shaw Viagg. p. 355 ediz. 4. Secondariamente s'impedirono i progressi di Sapore dall'inondazione dell'Eufrate che generalmente accade ne' mesi di Luglio e d'Agosto. Plin. His. Nat. V. 21. Viag. di Pietro della Valle Tom. I p. 696, 3. Quando Sapore dopo un assedio di settantatre giorni ebbe preso Amida, l'autunno era molto avanzato, autumno praecipiti, haedorumque improbo sidere exorto. Per conciliare queste apparenti contraddizioni, conviene ammettere qualche ritardo nel Re di Persia, qualche inesattezza nell'istorico, e qualche disordine nelle stagioni.

[539.] Ammiano dà notizia di questi assedj XX. 6, 7.

[540.] Quanto all'identità di Virta e di Tecrit, vedi Danville Geogr. anc. Tom. II. p. 201, e quanto all'assedio fatto di quel castello da Timur-Bec a Tamerlano, vedi Cherefeddin l. III. c. 33. Il biografo Persiano esagera il merito e la difficoltà di quest'impresa, che liberò le carovane di Bagdad da una formidabile banda di ladri.

[541.] Ammiano (XVIII. 5, 6. XIX. 3. XX. 2) rappresenta il merito e la disgrazia d'Ursicino con quella fedel diligenza, che un soldato deve al suo generale. Vi si può sospettare qualche parzialità, ma tutto il racconto è coerente e probabile.

[542.] Ammiano XX. 11. Omisso vano incepto hiematurus Antiochiae rediit in Syriam aerumnosam, perpessus et ulcerum, sed et atrocia diuque deflenda. In tal modo ha restaurato Giacomo Gronovio un oscuro passo: e crede che questa sola correzione meritasse una nuova edizione del suo Autore, il senso del quale si può adesso oscuramente capire. Io aspettava qualche maggior luce dalle recenti fatiche del dotto Ernesti (Lips. 1773).

[543.] Da Giuliano medesimo posson rilevarsi le devastazioni de' Germani e le angustie della Gallia. Orat. ad S. P. Q. Athen; p. 277. Ammiano XV. 21. Liban. Orat. X. Zosimo l. III. p. 140. Sozomeno l. III. c. 1.

[544.] Ammiano XVI. 8. Sembra che tal nome derivi da' Toxandri di Plinio, e s'incontra molto frequentemente nelle istorie del medio evo. Toxandria era un paese di boschi e di paludi, che si estendeva dalle vicinanze di Tongres fino all'unione del Vahal col Reno. Vedi Vales, Notit. Galliar. p. 558.

[545.] Il paradosso del P. Daniel, che i Franchi ebbero alcuno stabilimento permanente da questa parte del Reno avanti a' tempi di Clodoveo, è confutato con molta erudizione e buon senso dal Biet, che ha dimostrato con una serie di prove il loro possesso non interrotto di Toxandria per cento trent'anni avanti l'avvenimento al trono di Clodoveo. La dissertazione del Biet fu coronata dall'accademia di Soissons l'anno 1736 e pare che giustamente si preferisse al discorso del suo più celebre competitore l'Abate Le Boeuf, antiquario, il cui nome era felicemente espressivo de' suoi talenti.

[546.] La vita privata di Giuliano nella Gallia e la severa disciplina, che si propose di seguitare, vengono esposte da Ammiano (XVI. 5) che si protesta di lodare, e da Giuliano medesimo, che affetta di mettere in ridicolo (Misopog. p. 540) una condotta, che in un Principe della casa di Costantino doveva eccitar con ragione la sorpresa del mondo.

[547.] Aderat Latine quoque disserenti sufficiens serma. Ammiano XVI. 5. Ma Giuliano, educato nelle scuole della Grecia, risguardò sempre il linguaggio de' Romani, come un dialetto straniero e popolare, ch'egli usava solo nelle necessarie occasioni.

[548.] Non sappiamo qual fosse l'attuale uffizio di questo eccellente ministro, che poi Giuliano creò Prefetto della Gallia. Sallustio fu presto richiamato dalla gelosia dell'Imperatore; e si può tuttavia leggere un sensibile ma pedantesco discorso (p. 218-352) in cui Giuliano deplora la perdita di sì pregevole amico, al quale si confessa debitore della sua riputazione. Vedi La Bleterie Pref. a la vie de Jovien. p. 20.

[549.] Ammiano (XVI. 2, 3) sembra molto più soddisfatto dell'esito di questa prima campagna che Giuliano medesimo, il quale molto ingenuamente confessa, ch'egli niente fece di conseguenza, e che fuggì avanti il nemico.

[550.] Ammiano XVI. 7. Libanio parla piuttosto con vantaggio de' militari talenti di Marcello (Orat. p. 273) e Giuliano fa conoscere, che non si sarebbe così facilmente richiamato, qualora non avesse dato altri motivi di dispiacere alla Corte v. 278.

[551.] Severus, non discors, non arrogans, sed longa militiae frugalitate compertus, et eum recta, praeeuntem secuturus, ut ductorem morigerus miles. Ammiano XVI. 11. Zosimo l. III. p. 140.

[552.] Intorno al disegno e alla mancanza di cooperazione fra Giuliano e Barbazio, vedi Ammiano XVI. 11 e Libanio Orat. X. p. 273.

[553.] Ammiano XVI. 12 descrive colla sua gonfia eloquenza la figura ed il carattere di Cnodomar: Audax et fidens ingenti robore lacertorum, ubi ardor praelii sperabatur immanis, equo spumante, sublimior erectus in jaculum formidandae vastitatis, armorumque nitore conspicuus; antea strenuus et miles, et utilis praeter ceteros ductor... Decentium Caesarem superavit aequo marte congressus.

[554.] Dopo la battaglia, Giuliano tentò di restituire il vigore dell'antica disciplina con esporre questi fuggitivi, vestiti da donne, alla derisione di tutto il campo. Nella seguente campagna quelle truppe nobilmente rivendicarono il loro onore. Zosimo l. III. p. 142.

[555.] Giuliano stesso (ad S. P. Q. Athen. p. 279) parla della battaglia di Strasburgo colla modestia d'uno che conosce il proprio merito, ἐμαχεσάμην ουκ ἀκλεως ἰσως καὶ εις υμας ἀφίκετο ἠ τοιαυτη μάχη: pugnammo non senza gloria: forse in voi ridondava il merito di tal pugna. Zosimo lo paragona colla vittoria d'Alessandro sopra Dario; noi però non sappiamo vedervi alcuno di que' colpi di genio militare, che chiamano l'attenzione de' secoli sulla condotta e sul successo d'una giornata.

[556.] Ammiano XVI. 12. Libanio ne aggiunge duemila al numero degli uccisi (Orat. X. p. 274). Ma queste piccole differenze spariscono a fronte de' 60000 Barbari, che Zosimo ha sagrificato alla gloria del suo Eroe (l. III. p. 131). Si potrebbe attribuir questo numero stravagante alla negligenza de' copisti, se il credulo o parziale istorico non avesse fatto crescere l'esercito di 35000 Alemanni in una innumerabil moltitudine di Barbari, πληθος αππρον βαρβαρώ. Non è nostra colpa se tale scoperta c'inspira in simili casi un'opportuna diffidenza.

[557.] Ammiano XVI. 12. Libanio Orat. X. p. 276.

[558.] Libanio (Orat. III. p. 137) fa una pittura molto vivace de' costumi de' Franchi.

[559.] Ammiano XVII. 2. Libanio Orat. X. p. 278. L'oratore Greco, per aver mal inteso un passo di Giuliano, s'è indotto a rappresentare i Franchi in numero di mille, e poichè il suo capo era sempre pieno della guerra del Peloponeso, li paragona a' Lacedemoni, che furono assediati e presi nell'Isola di Sfacteria.

[560.] Giuliano ad S. P. Q. Athen. p. 280. Libanio Orat. X. p. 274. Secondo l'espressione di Libanio, l'Imperatore δωρα ωνομαζε, (li chiamò doni) che La Bleterie (Vie de Julien. p. 118) interpreta come un'onesta confessione, e Valesio (ad Ammiano XVII. 2) come una bassa evasione della verità. Dom. Bouquet (Hist. de France Tom. I. p. 733) sostituendovi l'altra parola ενομισε (stabilì) vorrebbe togliere tutte due le difficoltà e lo spirito di questo passo.

[561.] Ammiano XVII. 8. Zosimo l. III. p. 146-150 la sua narrazione viene oscurata da un miscuglio di favole; e Giuliano (ad S. P. Q. Athen. p. 280) così s'esprime, ἐμαχεσάμην ουκ ἀκλεῶς. ἰσως καὶ εις υμας ἀφίκετο ἠ τοιαυτη μάχη. Ricevemmo una parte della nazione de' Salj, e scacciammo i Camavj. Questa differenza di trattamento conferma l'opinione che a' Salj Franchi fosse permesso di ritenere i loro stabilimenti in Toxandria.

[562.] Quest'interessante storia, ch'è stata compendiata da Zosimo, si riferisce da Eunapio (in Excerpt. Legat. p. 15, 16, 17) con tutte le amplificazioni della Rettorica Greca; ma il silenzio di Libanio, di Ammiano e di Giuliano medesimo ne rende molto sospetta la verità.

[563.] Libanio, amico di Giuliano, chiaramente ci fa sapere (Orat. IV. p. 178) che il suo Eroe avea composta l'istoria delle sue campagne Galliche. Ma Zosimo (l. III. p. 140) sembra, che derivasse la sua notizia solo dalle orazioni (logoi) e dalle Epistole di Giuliano. Il discorso, indirizzato agli Ateniesi, contiene un esatto, quantunque generale racconto della guerra contro i Germani.

[564.] Vedi Ammiano XVII. 1, 10. XVIII, 2 e Zosimo l. III. p. 144. Giuliano ad S. P. Q. Athen. p. 280.

[565.] Ammiano XVIII. 2. Libanio Orat. X. p. 279, 280. Di questi sette posti, quattro sono presentemente città di qualche conseguenza, cioè Bingen, Andernac, Bonn, e Nuyss: gli altri tre, vale a dire Tricesinae, Quadriburgium, e Castra Herculis, o Eraclea non sussistono più; ma v'è motivo di credere, che nel luogo, dov'era Quadriburgum, gli Olandesi abbian costruito il Forte di Schenk; nome che tanto offendeva la fastidiosa delicatezza di Boileau. Vedi D'Anville Not. de l'anc. Gaule p. 183. Boileau Ep. p. IV. e le Note.

[566.] Noi possiam credere a Giuliano medesimo (Orat. ad S. P. Q. Athen. p. 280) che dà una particolar notizia del fatto. Zosimo v'aggiugne 200 vascelli di più, l. III. p. 145. Se vogliam computare le seicento navi di grano di Giuliano a sette sole tonnellate l'una, eran capaci di estrarne 120000 sacca (Vedi Arbuthnot Pes. e Misur. p. 237). Il paese, che poteva soffrire sì grand'estrazione, doveva esser già pervenuto ad un ottimo stato d'agricoltura.

[567.] Le truppe una volta proruppero in un ammutinamento, avanti al secondo passaggio del Reno. Ammiano XXII. 9.

[568.] Ammiano XVI. 5. XVIII. 1. Mammertino in Paneg. Vet. XI. 4.

[569.] Ammiano XVII. 3. Giulian. Epist. XV. edit. Spanhem. Tal condotta giustifica almeno l'encomio di Mammertino: Ita illi anni spatia divisa sunt, ut aut Barbaros domitet, aut civibus jura restituat; perpetuum professus aut contra hostem, aut contra vitia certamen.

[570.] Libanio Orat. Parent. in Imp. Julian. I. c. 38; in Fabr. Bibl. Graec. Tom. VII. p. 263, 264.

[571.] Vedi Giuliano in Misopogon. p. 340, 341. Lo stato antico di Parigi è illustrato da Enrico Valesio (ad Ammiano XX. 40), dal suo fratello Adriano Valesio e dal Danville (nelle respettive loro Notizie dell'antica Gallia), dall'Abbate di Longuerue (Descript. de la Franc. T. I. p. 12, 13) e dal Bonamy (Mem. dell'Accad. delle Inscriz. Tom. XV. p. 656, 691).

[572.] Την Φιλην Λευκετιαν (Giuliano in Misopog. p. 340). Leucetia, o Lutetia era l'antico nome della città, che secondo il costume del quarto secolo prese il nome territoriale di Parigi.

[573.] Giuliano in Misopogon. p. 359, 360.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. Le citazioni in greco sono state trascritte integralmente, senza apportare alcuna correzione per eventuali inesattezze ortografiche o grammaticali.

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