SAGGIO DI CONFUTAZIONE DEL CAP. XV.
Si protesta a bel principio il Sig. Gibbon di voler fare una ricerca intorno al progresso e stabilimento del Cristianesimo, guidato unicamente dal candore e dalla ragione, e lo fa con un'arte e con una prevenzione, che comincia dalle prime mosse a svelarsi. Egli si lagna essere i monumenti de' primi tempi della Chiesa sospetti ed imperfetti; e li rende tali la mala fede, colla quale egli, dove li tronca, dove gli altera, dove vi aggiunge capricciosi comenti per far nascere le difficoltà, dalle quali si finge imbarazzato. Incontra un'altra gran difficoltà, ch'egli ascrive alla legge dell'Imparzialità, ed è quella di calunniare i Cristiani, anche dove la critica più severa li terrebbe al coperto della maldicenza. Sarà nostro dovere di andarne di mano in mano somministrando le prove, per quanto ci sarà permesso dagli angusti limiti, che ci siamo prefissi.
Nel proporre l'argomento del capo, ad onta della ambiguità, colla quale si spiega per parer Cristiano, e delle proteste che fa di rispettare la cagione primaria de' rapidi progressi della Chiesa Cristiana, determina abbastanza il lettore ad accorgersi, ch'egli intende provare, nulla in tale avvenimento osservarsi di sovrannaturale, ma esser tutto a naturali cagioni dovuto. Se ciò fosse vero, la Religione verrebbe a spogliarsi della luminosissima prova, che in favore della sua divina origine si raccoglie dal modo col quale si stabilì, e dalla rapidità con cui si propagò. Egli muove ogni pietra per far crollare questa prova; ma noi per sostenerla dureremo assai lieve fatica.
Il nostro esame però non è importante solamente per questo. La nausea del sovrannaturale ha trasportato ancora l'Autore a negare i miracoli de' primi secoli, quelli degli Apostoli, quelli di Gesù Cristo, ogni miracolo in generale; e ad esercitar pure la sua mordacità contro i misteri o contro la morale della Religion Rivelata: onde disputando con lui, si disputa con un Incredulo, che si sforza di comparire Cristiano. In vero questo ritratto non è luminoso: ma gli argomenti, che ne recheremo, convinceranno chiunque, che nell'esporre i suoi sentimenti noi certamente non ci siamo specchiati sull'esempio di lui.
Le cagioni naturali, ch'egli ha felicemente rinvenute, sono: 1. Lo zelo inflessibile e intollerante de' Cristiani: 2. La dottrina di una vita futura accompagnata da ciò che poteva aggiungerle peso: 3. Il dono de' miracoli attribuito alla Chiesa primitiva: 4. La morale pura, ed austera degli antichi Fedeli: 5. L'unione e la disciplina della Cristiana Repubblica: 6. La debolezza del Politeismo: 7. Lo Scetticismo del Mondo Pagano: 8. La pace e l'unione del Romano Impero.
Prima Conclusione che dee provare l'Autore. Lo zelo e inflessibile e intollerante de' Cristiani fu una delle cagioni naturali dello stabilimento e de' progressi del Cristianesimo.
Ristretto. Il popolo Ebreo, che giacque gran tempo nella condizione de' più vili schiavi, si distinse coll'insociabilità de' costumi, coll'odio che professava del genere umano, e colla ostinazione invincibile, colla quale ricusò sempre di accoppiare l'elegante mitologia dei Greci alle istituzioni Mosaiche. I primi Giudei non credettero i miracoli operati da Dio alla lor presenza: quelli però del secondo tempo prestarono cieca fede alla tradizione de' loro maggiori. La legge Mosaica sembra essere stata istituita per un paese particolare e per una sola nazione. Il Cristianesimo prescrisse uno zelo egualmente esclusivo per la verità della Religione, ed ammise l'autorità di Mosè e de' Profeti, da' quali però il Messia era stato promesso come Re e Conquistatore, non come Martire e Figliuolo di Dio. La Chiesa dimorò gran tempo confusa fra le Sette della Sinagoga, ed i Giudei convertiti univano all'Evangelio il culto Mosaico. I loro argomenti sembrano plausibili; ma la sagacità degl'interpreti ha rimossa ogni difficoltà. La Chiesa di Gerusalemme, che osservava i riti Mosaici, tornò da Pella nella nuova città di Adriano, avendovi prima rinunciato; e quelli, che rimasero costanti, furon trattati da Eretici. Circa questa controversia S. Giustino Martire spiegò a Trifone il suo sentimento con gran diffidenza, e confessò ch'era contrario a quello della Chiesa, che finalmente trionfò sul più mite. Se gli Ebioniti pretendevano non doversi abolire l'antico Testamento per la sua perfezione, gli Gnostici al contrario vi trovavano tanti difetti, che ricusarono di crederlo dettato da Dio. Sino ad Adriano la Chiesa tollerò ogni setta; in progresso l'escluse tutte. Persuasi i primi Cristiani, essere i demonj gli autori, i patrocinatori e gli oggetti dell'Idolatria, riguardavano con orrore ogni piccolo segno di culto nazionale: il loro più essenziale e più penoso dovere era di conservarsi puri nella corruzione dell'Idolatria, che infettava tutte le azioni pubbliche e private, prendendo sempre l'apparenza del piacere, e spesso quella della virtù. I Cristiani pretendevano da ciò l'opportunità di dichiarare e di confermare la zelante loro opposizione. Per mezzo di tali proteste di continuo si fortificava il loro attacco alla fede, ed a misura che cresceva lo zelo, essi combattevano con più ardore e con più felice successo nella santa guerra intrapresa contro l'impero de' demonj.
Risposta. Tutti gli oggetti, che si presentano uniti in questo quadro, sono estranei all'argomento prefisso per titolo: della promessa conclusione in nessuna parte si parla, fuorchè nelle ultime righe, che noi abbiamo giudicato importante di trascrivere interamente, affinchè il lettore gli domandi ragione, come ha impiegate tante carte e tante citazioni di Autori in materie che non influiscono per modo alcuno nella conclusione, che avea tolta a stabilire, ed a questa non consacri se non gli ultimi quattro o cinque versi.
Ma formano essi poi una prova? Vediamolo. Conclusione. Una delle cagioni naturali dello stabilimento e de' progressi del Cristianesimo fu lo zelo degli stessi Cristiani. Supposta prova. I Cristiani si opponevano con forza alle pratiche dell'Idolatria, e dichiaravano con zelo i loro sentimenti. Per mezzo di tali proteste di continuo si fortificava il loro attacco alla fede; ed a misura che cresceva lo zelo, essi combattevano con più ardore e con più felice successo nella santa guerra intrapresa contro l'impero dei demonj. Qui, se noi non siamo ciechi, non iscorgiamo, se non la descrizione del fatto, di cui dovevasi render ragione. Lo zelo de' Cristiani combatteva con felici successi contro i demonj; cioè stabiliva e dilatava la fede dell'Evangelio tra le genti, che servivano al demonio. Come esso produceva quest'effetto? Da quali principj ripeteva la sua forza? Da questa spiegazione dipenderebbe il decidere, se in esso dobbiamo riconoscere una cagione del tutto naturale. Ma l'Autore di tutto ha parlato fuorchè di questo; e quindi ognuno comincerà a scuoprire, quanto ci vaglia nell'arte di ragionare, e quanta pena dia agli Apologisti del Cristianesimo per difenderlo da' colpi di lui.
Lo zelo de' Cristiani ridusse rapidamente alla fede molte nazioni del mondo. Questo è il fatto, di che dobbiamo rintracciar la cagione, e per condurci da filosofi, uopo è considerare le persone dal Cristiano zelo investite, quelle che ne seguiron l'impulso, e l'oggetto, intorno al quale si aggirava lo zelo. Nè dobbiamo permettere all'Autore, che dopo di averci fatta visitare la Palestina per informarci degli affari Giudaici senza vedervi nascere il Cristianesimo, ci trasporti di salto in mezzo agl'Idolatri, e ci additi i Campioni dell'Evangelio già cresciuti e formati in atto di guerreggiare contro l'impero del demonio. Ragion vuole, che se ne osservi il primo cominciamento, ed insieme i primi progressi.
I fondatori della Religion Cristiana furono Gesù Nazareno, ch'era tenuto per figliuolo di un falegname, e dodici pescatori, che abbandonate le reti, si diedero a seguirlo. La loro apparenza non poteva risvegliare, se non il più alto disprezzo. Poveri, rozzi, ignoranti, odiati dalla loro nazione, impresero a riformare il Mondo, ed il loro zelo fu coronato dai più felici successi.
I primi, ai quali eglino si rivolgessero, furono i Giudei, a cui erano pienamente noti. I Giudei si distinguevano all'ostinazione invincibile di non voler accoppiare altra istituzione a quelle di Mosè; ed alle istituzioni Mosaiche era congiunta la fortuna dello Stato. Questi i primi piegarono la fronte alla croce. Indi si aggregarono all'ovile di Cristo gl'Idolatri sudditi dell'Impero Romano, i quali da una parte guardavano con dispregio e con orrore i Giudei, e dall'altra erano tenacemente attaccati alla Religione della patria e per l'antichità ch'ella vantava, e per la gloria, alla quale aveva fatto salire l'Impero, e soprattutto perchè l'idolatria sotto l'apparenza del piacere e della virtù si presentava con sì seducenti maniere, che pe' Cristiani medesimi era un dovere penoso il resistervi.
In quel tempo i progressi, che i Romani avevano fatto nelle scienze, erano pervenuti al colmo della perfezione. Allora fu che pubblicossi il sistema Cristiano; sistema che co' suoi misteri pareva che distruggesse le più semplici e le più chiare idee della ragione, e che chiamando gli uomini colle massime morali ad una meta troppo alta riguardo alla sfera, dentro la quale si erano confinati i Gentili, sgomentava la natura ed irritava le passioni.
Questa dottrina e questa morale sostenuta dall'ardore di persone in apparenza cotanto deboli, in brevissimo tempo si stabilì, e fu avidamente abbracciata dagl'inflessibili Giudei e da' voluttuosi Gentili. Ora bisogna provare, che una sì stupenda rivoluzione accadde secondo il corso ordinario dell'umana natura, o confessare che i felici successi, che incontrò lo zelo de' Missionari Evangelici, si debbono ascrivere a cagione sovrannaturale. Quando l'Autore vorrà trattar l'argomento, che ha lasciato intatto, saprà a qual partito appigliarsi.
Presentiamogli frattanto un'altra considerazione. Non solamente ci fa stupire la conversione del Mondo operata con istrumenti tanto in apparenza deboli, ma inoltre non sappiamo comprendere, come ed i predicatori ed i convertiti avessero potuto star saldi fra tanti pericoli. I Cristiani, esclama l'Autore, si opponevano con forza agli errori, dichiaravano i loro sentimenti, e tali proteste gli attaccavano vie più alla fede. Anche qui veggiamo il nudo fatto, al quale bisogna aggiungere tutte le circostanze per darne idea adeguata.
Le tentazioni della Idolatria sono minutamente descritte dalla stessa penna dell'Autore, il quale ha ben riflettuto, che tutte le azioni, sì pubbliche che private vi facevano allusione, e ch'era un dovere penoso quello di resistere alle dolci attrattive del piacere, ch'ella menava in trionfo. A terminare il quadro noi aggiungeremo, che la professione Cristiana era universalmente tacciata con nota d'infamia; che le leggi l'avevano proscritta; che chi l'abbracciava, perdeva i suoi beni, e stava di continuo esposto al pericolo dell'esilio, dei tormenti, della morte. Avviene naturalmente, che tante e tali difficoltà inspirino maggior coraggio a combattere? L'Autore lo ha istoricamente supposto: aspettiamo ora, che lo provi filosoficamente; e diamo intanto una rapida scorsa agli oggetti estranei, co' quali egli ha dissipata la sua e la nostra attenzione.
Comincia dal rappresentare come una gioconda armonia di scambievole tolleranza il profondo letargo, nel quale giacevano immerse tutte le nazioni Idolatre circa il più grande, anzi l'unico affare, che abbia l'uomo in questa vita mortale; e procura di mettere in odio l'intolleranza de' Giudei, per ferir di riverbero il Cristianesimo, che prescrisse lo stesso zelo esclusivo. L'intolleranza religiosa non è altro che una incompatibilità di dottrina che nasce dalla natura, anzichè dall'arbitrio degli uomini. Siccome non può stare, che il triangolo abbia e non abbia tre lati, così non può conciliarsi, che sia stata rivelata da Dio una dottrina ed un'altra ad essa contraria: e s'egli ha annessa la salvazione a quella, non può essere, che si salvi chi a questa si attiene.
È ben altro l'insociabilità de' costumi, l'inumanità, la crudeltà, onde negli ultimi tempi furono rimproverati i Giudei per una depravazione personale contraria alle leggi di Mosè, il quale se vietò loro di trattare cogli Idolatri per non contaminarsi coll'esecrande lordure, che vengono rammemorate ne' libri sacri, ordinò loro nel medesimo tempo, che rendessero a' forestieri tutti gli uffizi della carità; e di trattarli come se stessi, a motivo che anch'eglino erano stati forestieri nella terra di Egitto.
La legge Mosaica fu istituita per un paese particolare e per una sola nazione quanto alla parte cerimoniale ed all'amministrazione politica, ma quanto ai precetti del Decalogo, che appartengono alla natura e cui Iddio si degnò di confermare colla rivelazione, obbliga tutti gli uomini.
Che i primi Giudei testimonj de' miracoli, co' quali Iddio gli scortava, non li credessero, e che vi prestassero cieca credenza i posteri per semplice tradizione, l'Autore lo raccoglie da quel passo: usquequo detrahet mihi populus iste? Usquequo non credent mihi in signis, quae feci coram eis? Gli dobbiamo rimproverare l'ignoranza del Latino, o la mala fede? Per non esserci permesso nè l'uno nè l'altro, farebbe d'uopo, che nel testo si leggesse usquequo non credant signa quae feci coram eis. Ma l'espressione usquequo detrahent mihi: usquequo non credent mihi in signis suona in volgare: Fino a quando mormoreranno della mia condotta? Fino a quando non presteranno fede alle mie minacce ed alle mie promesse, giacchè ho fatti innanzi a loro tanti miracoli? Questo è il vero rimprovero fatto a' primi Giudei, e che si vede non meno frequentemente ripetuto a' Giudei del secondo tempio. Per la qual cosa nulla da questo luogo può riferirsi contro la certezza degli enunciati miracoli.
I Profeti riunirono nel Messia co' caratteri di Re, e di Conquistatore quelli di Martire e di Figliuolo di Dio, e questi si trovano raccolti in ogni libro di Teologia. Ma ripiglia Orobio: Gesù non essendo stato Re e Conquistatore temporale, perchè i suoi seguaci ricorrono al senso spirituale? Perchè risponde il Limborchio, tal è l'interpretazione datane dagli Scrittori del nuovo Testamento, inspirati da quel Dio che dettò l'antico: e le prove dell'inspirazione di quelli è tale, che i Giudei non possono contrastarle senza ferire ancor questo.
La Chiesa non restò pure un momento confusa colla Sinagoga, nè quanto alla dottrina, nè quanto alla comunione. Gli Ebrei insegnavano, che la salute dipendeva unicamente dalla legge Mosaica; che Gesù era stato un impostore, e che la sua dottrina doveva passare per un'empia e detestabile profanazione. Secondo i Cristiani, Gesù era figliuolo di Dio, da cui solo sperar si doveva la vita eterna, e le cerimonie Mosaiche erano divenute per lo meno inutili. Circa la comunione, i Cristiani si congregavano in case private, e la Sinagoga lungi dal tollerarli li perseguitò fieramente e dentro e fuori della Palestina.
Lo sbaglio dell'Autore sarà per avventura derivato dal vedere, che nel primo secolo alcuni de' Giudei convertiti univano amendue i culti. Nel qual punto di storia sembra, che le sue idee fossero molto superficiali e confuse.
Tre classi di Giudei sostenevano l'osservanza dei riti Mosaici: alcuni li congiungevano all'Evangelio, ma senza crederli necessari alla salute; e questi erano riconosciuti per Ortodossi; altri ne insegnavano la necessità, e furono rigettati come Eretici sin dalla nascita della Chiesa, allor quando gli Apostoli nel Concilio di Gerusalemme dichiararono, che non erano più necessari. Nella terza classe mettiamo i Giudei non convertiti, i quali esaltavano tanto le istituzioni Mosaiche, che condannavano assolutamente la legge ed il culto di Cristo.
Ora scrive l'Autore, che gli argomenti impiegati da' Giudei convertiti a provare, che le ceremonie Mosaiche non potevano abrogarsi, e che tutti i Proseliti li dovevano riconoscere come indispensabili, non plausibili: gli espone in compendio, e cita la conferenza d'Orobio con Limborchio, dove si trovano estesamente spiegati (p. 103). Chi non dirà ad un tal parlare, che Orobio difenda la causa de' Cristiani giudaizzanti? Frattanto questa è una metamorfosi operata dall'immaginazione dell'Autore, che lo ha convertito tanti anni dopo che è morto; impresa, che non potè riuscire al Limborchio, col quale il Giudeo Orobio disputò per ben tre volte contro il Cristianesimo, e rimase Giudeo. Sì fatti errori, commessi per troppo abbondare in erudizione, ci vagliano di ammaestramento; quando ci rammentiamo della sicurezza, colla quale egli dichiarò nella piccola prefazione di aver letti tutti gli originali, coi quali aveva illustrate la sue ricerche.
Ma quali sono gli argomenti, a cui egli dà tanto peso? Iddio è immutabile. Che ne segue? Si muta egli forse per aver limitata l'esistenza dell'uomo? No. Perchè adunque non ha potuto ab eterno volere, che la legge Mosaica durasse sino a certo tempo, e poi desse luogo a quella, che ne' suoi immutabili decreti doveva seguire? Gesù Cristo e gli Apostoli osservarono le ceremonie di Mosè: perchè, dice S. Paolo, non era stato ancora squarciato l'antico chirografo; dappoichè Gesù ebbe consumate sulla croce tutte le profezie, cominciò un nuovo ordine di cose, e gli Apostoli coll'intervento del divino Spirito dichiararono, che il peso de' riti Mosaici non era più necessario.
Vi vuol dunque una gran dose di stupidezza o di malignità a dire, che la sagacità de' santi Interpreti qui ha dato di piglio all'allegoria, ovvero ai sofismi, come se in una cosa tanto facile e piana sorgessero difficoltà da non potersi altrimenti superare.
Nel raccontar le vicende della Chiesa di Gerusalemme l'Autore confonde i Nazarei Eretici co' primi Cristiani, ch'ebbero per qualche tempo la denominazione medesima: tolto il quale equivoco, si scorgerà chiaramente nella Storia che la Chiesa Gerosolimitana fu sempre ortodossa, e quando andò, e quando ritornò da Pella; mentre se professava coll'Evangelio i riti Mosaici, non ne insegnava la necessità; sebbene per essere que' Fedeli ammessi nella nuova città edificata da Adriano sul monte Sion avessero dovuto rinunziare ad ogni costume Giudaico. I Nazarei Eretici, che ne difendevano la necessità, e nutrivano altri errori capitali contro la fede, cacciati da Gerusalemme non ebbero più permesso di farvi ritorno per la loro ostinazione, e rimasero separati dalla comunicazione dei Fedeli nella stessa guisa di prima. Secondo alcuni eglino stessi sono gli Ebioniti; ma secondo altri l'una setta è diversa dall'altra.
San Giustino Martire fu d'avviso, che non fosse peccaminosa l'osservanza de' riti Mosaici, purchè non si credesse necessaria. Ma invece di spiegarsi colla più riservata diffidenza, nel passo si legge ripetuto tre volte salvatum talem iri aio. Nella traduzione dell'Autore Trifone l'interroga del sentimento della Chiesa; e nel testo si dice; an sunt, qui dicant, hujusmodi salvatum non iri? Sunt, ego respondi. Non esprime quanti erano, molto meno che fosse opinione di tutta la Chiesa. Cum talibus, prosegue il Santo, neque consuetudinis, neque hospitii communionem habere audent; parole compendiate così dal Mosemio: minus clementer decernunt. L'Autore prese da questo la citazione, e vi fece un ampio comento: asserendo che quando Giustino fu pressato a dichiarar il sentimento della Chiesa, confessò che vi erano molti fra gli Ortodossi Cristiani, che non solo escludevano i loro giudaizzanti fratelli dalla speranza di salvazione, ma che evitavano ancora ogni commercio con loro ne' comuni offizj di amicizia, d'ospitalità e di vita sociale. In un quadro d'intolleranza si doveva por mano a tinte assai forti.
Gli Gnostici non rigettarono l'antico Testamento per averlo trovato pieno di difetti, ma perchè fu inspirato dal Creatore, che nel loro sistema de' due principj era l'Autore del male. Per lo stesso sistema neppur poterono accomodarsi agli Evangeli, ne' quali s'insegna, avere il Verbo assunta umana carne, la quale era per loro opera del Creatore.
Le difficoltà, ch'egli cita contro l'antico Testamento, abusando del nome degli Gnostici, sono state ripetute sino alla nausea dai predecessori del Signor Gibbon, e gli Apologisti vi hanno tanta luce arrecata, che non possono più rimettersi in campo senza stancare la pazienza del Pubblico. Simili dettagli al nostro istituto non si convengono.
Dite voi, che sino ad Adriano la Chiesa tollerò tutte le Sette? Gesù Cristo aveva ordinato: si ecclesiam non audiverit, sit tibi, tanquam ethnicus et pubblicanus; e l'Apostolo aveva detto haereticum hominem devita. Nell'epistole di S. Paolo, di S. Giovanni e di S. Ignazio, discepolo degli Apostoli, ad ogni passo s'incontrano vive esortazioni a fuggire gli Eretici.
Passando da Gerusalemme a Roma, l'Autore si maraviglia, come i Cristiani avessero in tanto orrore ogni segno di culto nazionale. Ma o Iddio non esige un culto neppur naturale; o un culto contrario all'unità della sua natura ed alla perfezione de' suoi attributi dee veramente inspirare l'orrore, col quale i Cristiani guardavano l'universale depravazione delle leggi di natura, consecrata agli Dei nel culto idolatrico. L'Autore motteggia sul demonio, come se senza l'intervento di lui l'idolatria non fosse il più enorme di tutti i peccati. I demonj erano autori, patrocinatori ed oggetti dell'Idolatria, in quanto tentavano gli uomini contro il precetto di onorare Dio, come giornalmente li tentano intorno agli altri doveri.
Nella storia delle stravaganze dello spirito umano mancava chi facesse il panegirico dell'Idolatria. L'Autore ha occupato il posto voto: ma il suo elogio non può piacere se non a coloro, le cui idee e le cui brame terminano ne' sensi. La superstizione compariva sempre sotto l'apparenza del piacere e spesso della virtù, e sappiamo qual piacere ella menasse in trionfo. Virtù e voluttà formano un'idea complessa di nuova invenzione.
Era un dovere penoso pei Cristiani il conservarsi puri in mezzo a tanta corruzione. Come stettero saldi? E come fecero uscire i Gentili dal lezzo, in cui si giacevano? Secondo il corso della natura i Gentili dovevano sovvertire i Cristiani, anzichè i Cristiani convertire i Gentili. Ma noi siamo tornati insensibilmente al titolo dell'Articolo, e l'Autore non vuole che se ne parli.
Seconda Conclusione che dee provare l'Autore. La dottrina d'una vita futura, accompagnata dall'opinione dell'imminente fine del mondo, e del beato regno de' mille anni fu una delle cagioni naturali dello stabilimento o de' progressi del Cristianesimo.
Ristretto. Gli antichi filosofi inculcavano questa semplice verità, che nulla attender si dee dopo la morte: ma pochi saggi della Grecia e di Roma seguendo la guida dell'immaginazione e della vanità insegnavano essere l'anima immortale. Una dottrina tanto superiore ai sensi, se occupava piacevolmente l'ozio de' solitari, perdeva ogni efficacia nel commercio e nei negozi della vita civile; giacchè la filosofia non potè co' più alti sforzi che indicar debolmente il desiderio, la speranza, o al più la probabilità d'una vita futura, il darne la certezza apparteneva alla Rivelazione. La mitologia Pagana non poteva giovare, perchè già se n'era cominciato a scuotere il giogo. Questa dottrina dell'immortalità però si stabilì più prosperamente nell'Indie, nella Siria, nell'Egitto, nella Gallia per l'ambizione de' Sacerdoti. Nella legge Mosaica, dove si dovrebbe trovare, non se ne fa menzione: i Giudei fino ad Esdra si limitarono al presente. Indi a non molto i Sadducei la rigettarono attaccati al senso letterale della Scrittura, e l'ammisero i Farisei con altri dommi tratti dalla filosofia Orientale, il cui partito finalmente prevalse. Ma non divenendo essa per ciò più probabile, era necessario che ricevesse da Gesù Cristo la sanzione di verità divina. Allorchè fu offerta agli uomini la promessa d'una felicità eterna, non è maraviglia che venisse accettata da gran numero di persone d'ogni religione, d'ogni condizione, d'ogni Provincia.
L'opinione della prossima fine del mondo, fondata sulle parole di Gesù Cristo e degli Apostoli, che dopo il corso di 17 secoli non si è avverata, produceva i più salutari effetti sopra i Cristiani, e contro gl'Increduli si annunciavano le più orribili calamità.
Si credeva inoltre, che Gesù Cristo avrebbe regnato in terra mille anni innanzi la risurrezione generale. Questo sistema adattato ai desiderj ed alle apprensioni degli uomini dovè molto contribuire a' progressi del Cristianesimo. Quando poi non se n'ebbe più bisogno, fu condannato come invenzione dell'eresia.
La condanna de' più saggi e de' più virtuosi Pagani offende l'umanità e la ragione del presente secolo: ma nella primitiva Chiesa si condannava al supplicio eterno la massima parte della specie umana. Sentimenti così rigidi sparsero di amarezza un sistema di amore: i Fedeli insultavano i Politeisti, e questi subitamente atterriti senza poter essere sovvenuti da' Sacerdoti o da' Filosofi loro, restavano soggiogati; e se una volta inducevansi a sospettare, che potesse la religion Cristiana esser vera, diveniva facile il convincerli, che il partito più prudente era quello di abbracciarla (p. 139).
Risposta. Prosegue l'Autore colla stessa copia d'idee estranee, e colla stessa scarsezza di ragionamenti adattati al bisogno. Noi dobbiamo investigare, come naturalmente giovasse all'avanzamento della Religione la dottrina dell'immortalità, l'aspettazione dell'imminente fine del mondo, l'opinione del beato regno di mille anni.
Circa la prima parte egli dopo di averci esposti i sentimenti delle antiche nazioni e gli sforzi della filosofia, termina con queste parole. Allorchè fu offerta agli uomini la promessa d'una felicità eterna, non è maraviglia che venisse accettata da un gran numero di persone d'ogni religione ec. Eccoci adunque nello stesso caso di prima: questo è un replicare con giro diverso di termini, che la dottrina dell'immortalità fu una delle cagioni naturali dello stabilimento e de' progressi del Cristianesimo; che era quello che si dovea provare.
Non è maraviglia, che venisse accettata da gran numero di persone. Cesserà la maraviglia o pel vantaggio derivante dalla stessa dottrina, o per la qualità di coloro, che predicarono, o per la disposizione, nella quale trovavansi quelli a cui fu predicata.
Non può l'Autore attenersi alla prima parte, avendo supposto, che la dottrina dell'immortalità, se allettava l'ozio dei solitari, perdeva ogni efficacia nel commercio e ne' negozj della vita civile. Ma ponendo da parte i pensamenti di lui, la incoerenza de' quali non reca alcun giovamento alla causa della verità, la dottrina della vita avvenire, quale si stabilisce nel Cristianesimo, ha un aspetto seducente ed un altro ributtante. Non possono non allettare gl'ineffabili beni di una beata eternità promessi a chi soffre coraggiosamente i travagli d'una brevissima vita. Ma non possono non ributtare gl'inesplicabili tormenti aggravati dall'immenso peso dell'eternità sopra un miserabile, che abbia avuta la disgrazia di atterrare il cumulo di tutti i suoi meriti con un solo peccato di desiderio. Ed il dogma della Predestinazione, che si riferisce a questo gran termine, eccita, più che speranza, terrore ed abbattimento di spirito. Se non che questo stesso terrore, questo abbattimento di spirito può servir di motivo a seriamente pensare ad un negozio di tanta importanza. Ma egli è indubitato, che una dottrina, sia per l'amor proprio interessante quanto si voglia, non acquisterà mai alcun grado di efficacia, se non quando si presenterà alla mente dotata della necessaria certezza. Le promesse e le minacce senza prova son nulla.
I Predicatori Evangelici, attesi i loro caratteri esterni, non avevano l'autorità de' filosofi. Oltre ciò i nostri non prendevano a convincere con ragioni filosofiche. Eglino proponevano l'immortalità come un articolo che si doveva credere, non come il prodotto d'una dimostrazione. Su qual fondamento potevasi prestar fede alle loro dichiarazioni? O dovevano essere dispregiati, o gli animi dovevano restar penetrati dall'evidenza delle prove generali della Rivelazione. Ma in tal guisa la verità del Cristianesimo, già riconosciuta, faceva ricevere unitamente agli altri dommi quello dell'immortalità, quando ci doveva provare, che la dottrina dell'immortalità era la cagione, che faceva abbracciare il Cristianesimo.
Qual era la disposizione degli Ebrei? A tempo di Gesù Cristo la dottrina della vita avvenire costituiva un articolo essenziale della loro credenza; onde il Cristianesimo non offeriva loro alcun nuovo vantaggio, e ritrovava un ostacolo naturalmente impossibile a superarsi. Nel Cristianesimo la vita eterna era promessa soltanto a chi credeva in Gesù Nazareno; nel Giudaismo a chi osservava senza mescolanza di altri culti le istituzioni Mosaiche.
Circa la credenza de' Pagani l'Autore non sa determinarsi; nè noi ci gioveremo della sua perplessità. O essi profetavano questa dottrina, o non la professavano. Nella prima supposizione non vi è ragione sufficiente, per cui il Pagano dovesse abbandonare la Religione della patria, che insegnava lo stesso sistema. Nella seconda bisogna rinunciare al senso comune per non vedere, che una novità di tal natura, in luogo di agevolare le conversioni, ne accresceva la difficoltà. Voi Cristiani, doveva dire il Politeista, mi promettete un paradiso, se io abbraccierò l'Evangelio; e mi minacciate un inferno, so resterò nella Religione, nella quale son nato. I grand'uomini della Grecia e di Roma hanno altamente derisa questa dottrina; lo stesso popolo di presente la considera come una chimera; nel Senato e nei Teatri di Roma si annuncia pubblicamente e senza velo, che tutto finisce colla morte: sopra quali prove voi vi fondate? Non è questa la disposizione naturale, in cui le istanze de' Cristiani metter dovevano i Gentili?
Lo opinioni del prossimo fine del mondo e del terreno regno di Cristo sono soggette alle stesse difficoltà. Esse non potevano prendere neppure aspetto di probabilità, se prima gl'Infedeli non rimanevano convinti dalle verità della Rivelazione Cristiana. E la prima era inoltre in se tant'odiosa, tanto sensibilmente feriva la sensibilità de' Romani per la gloria e per la perpetuità dell'Impero, che fu una delle cagioni che nel fuoco delle persecuzioni gli stimolava ad incrudelire contro persone, le quali lor pareva, che bramassero l'estinzione di tutto il genero umano. Ma è tempo di passare alle digressioni.
Chiunque abbia una leggiera tintura della storia della filosofia, sa che tra' Greci l'immortalità dell'anima dal solo Epicuro fu rigettata.
I Romani sino a Catone universalmente la credettero. Dappoichè penetrò in Roma la filosofia di Epicuro, lo spirito di Scetticismo infettò alcuni di que' letterati; ma il popolo rimase costante nell'antica credenza, ch'era conforme a quella degl'Indiani, degli Assirj, degli Egizj, de' Galli, i Sacerdoti de' quali non avevano alcuna preeminenza sopra quelli de' Romani. Anzi allora fu, che all'Epicureismo sottentrò il nuovo Platonismo confederato colla filosofia Orientale, quando il Cristianesimo cominciava a predicare la vita avvenire; allora i filosofi, alzarono altare contro altare; e tutto fu inutile.
Se l'Autore ha lette le dimostrazioni addotte da' moderni filosofi in favore dell'immortalità, doveva accennare i difetti per convincersi, che la filosofia co' più alti suoi sforzi non può indicarne se non che debolmente il desiderio e la speranza o al più la probabilità. Vero è che queste dimostrazioni, che non si assomigliano punto alle sue, non possono solleticare il suo gusto.
Ne' libri di Mosè si fa molte volte non oscura menzione di questa dottrina: confessiamo però, ch'ella non è contenuta nell'economia dell'antica legge, ristretta dentro la sfera del temporale, sicchè se non vi si trova, non vi si dee trovare. L'Autore Inglese della divina legislazione di Mosè, che il Sig. Gibbon poteva consultare, parla molto acconciamente di questo argomento.
I Sadducei la negarono, perchè quantunque ella si trovi ne' libri di Mosè, e più chiaramente ne' seguenti Scrittori, quelli si compiacquero di profanar la Scrittura colla Filosofia di Epicuro. Per la stessa ragione l'ammisero i Farisei, non per l'autorità della filosofia Orientale; se l'Autore non voglia distruggere quanto ha sostenuto sull'inflessibile ostinazione de' Giudei nel ricusar di unire alcuna istituzione con quelle di Mosè.
Del resto egli riconosce questo dogma dettato dalla natura, benchè prima l'avesse creduto inspirato a pochi filosofi dalla vanità: lo confessa approvato dalla ragione a dispetto della filosofia, che co' più alti suoi sforzi non potè dimostrarlo: gli piace, che l'avesse adottato la superstizione, dopo d'aver dichiarato la Mitologia insufficiente a farlo ricevere; che i più savj Politeisti ne avevano scossa l'autorità; e che i voti del popolo Pagano diretti a Giove e ad Apollo risguardavano il solo presente. Finalmente gli Ebrei lo credevano come rivelato; ma perchè ciò nulla vi aggiungeva di probabilità, fu necessario, che lo rivelasse Gesù Cristo. Il Sig. Gibbon ha bisogno della sagacità d'un interprete più che santo.
La distruzione prossima del mondo, la comparsa dell'Anticristo, e la venuta di Cristo giudice è una predizione contenuta formalmente nell'Evangelio e nell'Epistole di S. Paolo, di S. Pietro, di S. Giovanni: ella pel corso di 17 secoli non si è avverata: dunque questi libri non furono divinamente inspirati. Ecco l'obbiezione, ed ecco la risposta, che si raccoglie dalla bell'Opera del Sig. Hammond Scrittore Inglese più antico del nostro. Convien distinguere due venute di Gesù Cristo, l'una a punire i Giudei, e l'altra a giudicare tutto il genere umano. Quella nella Scrittura si predice imminente, ma questa si dà per incerta. Applicate i passi in quistione alla comparsa dei primi Eresiarchi denominati Anticristi da S. Giovanni, ed alla distruzione di Gerusalemme sotto Vespasiano, e troverete adempita la predizione nel tempo da' sacri Autori designato.
Se il Sig. Gibbon avesse rammentato, che Origene fiorì molto prima di Lattanzio, ed ebbe gran numero di seguaci, non avrebbe detto, che da S. Giustino Martire fino a Lattanzio tutti i Padri riguardavano la dottrina del Millennio come una verità creduta da tutta la Chiesa. Origene sostenuto dal maggior numero distrusse sì fattamente l'errore, che avendo il Vescovo Nipote (molto prima di Lattanzio) tentato di ristabilirlo, non trovò, dice il Mosemio, se non pochi fanatici nelle campagne e ne' borghi dell'Egitto, che gli prestassero orecchio. Per altro diversamente ideavano questo regno i pochi Ortodossi, che avevano adottata tale chimera, e diversamente gli Eretici: finchè scopertasi l'origine nelle favole Giudaiche ed in Corinto, la Chiesa giustamente lo proscrisse. E siccome abbiamo dimostrato, che la riferita opinione nulla per se poteva influire ne' progressi del Cristianesimo, riesce insipido il sentirci dire, che quando l'edifizio della Chiesa fu quasi al termine, si tolse di mezzo il sostegno, che aveva servito un tempo per comodo della fabbrica.
La riprovazione de' pretesi saggi e virtuosi Pagani ben intesa non offende nè l'umanità, nè la ragione del nostro secolo, ma come si debba intendere secondo la fede cattolica, nè noi possiamo brevemente spiegarlo, nè ai semplici nuoce il non saperlo. Giova l'udire, che questi sentimenti spargevano di amarezza un sistema d'amore; poichè tanto più ci maravigliamo, come l'Autore abbia riposta in questa dottrina la sua seconda cagion de' progressi del Cristianesimo, quanto più candidamente egli ne accenna gli effetti contrari.
Terza Conclusione che dee provare l'Autore. Il dono de' miracoli falsamente attribuito alla Chiesa primitiva fu una delle cagioni naturali dello stabilimento e dei progressi del Cristianesimo.
Ristretto. I doni soprannaturali, che dicesi avere ricevuti i primi Cristiani, dovevano contribuire a convincere gl'Infedeli. Oltre i prodigi accidentali, la Chiesa si è arrogata sin dagli Apostoli una successione non interrotta di facoltà miracolose, come il dono delle lingue, le visioni e le profezie, il potere di scacciare i demonj, di sanar gli ammalati e di resuscitare i morti. Ireneo, che attribuisce il dono delle lingue ai suoi contemporanei, dice di se stesso, che predicando l'Evangelio nelle Gallie, doveva contrastare colle difficoltà di un dialetto barbaro. E se i Cristiani d'allora richiamavano a vita gli estinti, come ne fa testimonianza Ireneo, lo Scetticismo di que' tempi non si potrebbe spiegare. Teofilo ricusò di dar questa prova ad un Pagano che si sarebbe convertito. Del resto in ogni secolo si osserva una succession di miracoli; e verremmo a contraddirci, se negassimo nell'ottavo e nel decimo secolo al venerabile Beda e a S. Bernardo quella fede, che abbiamo con tanta generosità accordata nel secondo a Giustino e ad Ireneo. L'utilità poi de' miracoli è sempre la stessa: ogni secolo ha avuto degl'increduli da combattere, degli Eretici da convincere, degl'Infedeli da convertire. Frattanto confessando ogni uomo ragionevole esser già tal potere cassato, dovè togliersi alla Chiesa in un'epoca che noi non sappiamo terminare. Di presente regna un segreto Scetticismo: assuefatti da gran tempo ad osservare ed a rispettare l'ordine invariabile della natura, non siamo sufficientemente preparati a sostenere l'azione visibile della Divinità. Diversa era la situazion degli uomini al nascere del Cristianesimo. I più curiosi ed i più creduli fra' Pagani s'inducevano spesse volte ad entrare in una società, che si attribuiva un attual diritto alla potestà di far miracoli. I primitivi Cristiani battevan continuamente una strada mistica: i prodigi, ch'eglino si figuravano di operare, li disponevano a ricevere colla stessa facilità le maraviglie dell'Evangelio ed i misteri, che per loro confessione sorpassavano le forze del loro intelletto. Quest'intimo convincimento fu celebrato sotto nome di fede, e raccomandato come il principale e forse l'unico merito del Cristiano, poichè secondo i più rigidi Dottori le virtù morali, che possono praticarsi egualmente dagl'Infedeli, son prive d'ogni valore o efficacia per operare la nostra giustificazione (p. 147).
Risposta. Che il dono de' miracoli dalla primitiva Chiesa vantato ne agevolasse naturalmente i progressi, l'Autore neppure ha tentato di provarlo: ci avverte a principio, che ciò doveva contribuire a convincere gl'Infedeli: in tutto il restante perde di vista la conclusione; e finalmente termina con asserire, che i Gentili entravano per curiosità o per credulità nella Chiesa che vantava il poter de' miracoli.
Tanta parsimonia qui non è fuor di ragione. Imperciocchè impegnatosi egli a provare, ch'erano illusioni o imposture i miracoli, che all'antica Chiesa si attribuiscono, il mettersi poscia a seriamente provare, che l'imposture e l'illusioni contribuivano a convincere gl'Infedeli, sarebbe stato lo stesso che contraddirsi.
Quindi dobbiamo prendere in ischerzo, che i Gentili rinunciassero alla propria Religione, ed entrassero nella Chiesa perseguitata dal Principe per pura curiosità. Questo sarebbe un nuovo principio morale di mutar il cuore, e dal libertinaggio farlo passare all'estremo di una vita pura ed austera.
Vi potevano entrare per credulità. In quel tempo i Romani erano troppo illuminati, e a udire l'Autore avevano già scossa l'autorità della Mitologia, che spacciava tante maraviglie. Or poi entrati per soverchia semplicità nella Chiesa, come potevano rimanervi, trovando la loro aspettazione delusa? Se miracoli non se ne operavano, i Proseliti non potevano trovarvene. Chi gl'incantava? Come concepivano un tenacissimo attaccamento a questa madre? Per quale speranza si lasciavano barbaramente tormentare e toglier la vita? Subodorata appena l'impostura o l'illusione, non dovevano abbandonare con isdegno una società infame? Non dovevano alzar la voce, ed avvertire i parenti, gli amici, i magistrati, il pubblico, che si guardassero dalle frodi Cristiane?
Sarebbe puerilità il voler più insistere sopra un assurdo così palpabile: rivolgiamoci piuttosto all'oggetto, al quale tendono veramente gli sforzi dell'avversario. Egli non vuol miracoli di veruna sorta, nè in verun tempo: egli investe quelli de' primi secoli, quelli degli Apostoli e di Gesù Cristo, ed in generale ogni evento che non sia nell'ordine della natura. Questa è la vera meta delle sue ricerche, ed a questo noi ora volgeremo le nostre difese.
Avanti però d'innoltrarsi, convien premettere due osservazioni. Ecco la prima. Non si dee contendere, se la primitiva Chiesa vantasse un potere di far miracoli permanente, e da esercitarlo a sua disposizione. Mai non si è così creduto nel Cristianesimo: mai non si è avuta l'arroganza di pretendere, che Iddio assoggettata avesse la sua onnipotenza all'arbitrio degli uomini. Quante difficoltà non farebbe nascere un tale sistema? A chi Iddio confidò questo potere? Ad ogni Fedele in particolare? O all'unione di tutti? O pure a' Vescovi presi ad uno ad uno, ovvero al Sacerdozio in corpo? E qual condotta conveniva tenere nelle occorrenti emergenze? Quelli d'una Provincia erano padroni di fare il miracolo, o dovevano implorare il consenso ed il soccorso di tutte le Chiese? Essendo somigliante disegno impossibile ad eseguirsi, si è sempre insegnato, che Iddio secondo il suo puro beneplacito accordava i doni miracolosi ad alcuni d'eminente virtù e nelle circostanze che gli rendevano necessari, nella stessa guisa, che furono conceduti a Mosè e ad altri illustri personaggi dell'antico Testamento.
La seconda riflessione riguarda l'origine istorica della presente controversia. Fu ella posta in campo dal Dottor Middleton colle stesse difficoltà critiche, che il nostro Autore ha tolte di peso da lui. La novità dell'impresa sollevò contro il Middleton tutto il Mondo Cristiano, ed i suoi Avversari lo ridussero alla disperazione di cambiar lo stato della questione, per ritirarsi con onore. Dichiarò egli di non aver tolti a combattere i miracoli passeggieri ne' primi secoli accaduti, ma solo il poter permanente, di che si credeva rivestita la Chiesa: cosa, ripiglia il Mosemio, da niuno sostenuta, e che per conseguenza non meritava la pena di confutarsi con un grosso volume. Il Sig. Gibbon cita questo grosso volume, cita l'opposizioni che incontrò, cita l'Apologia ch'egli preparò; ma non dichiara il fine ch'ebbe la disputa, e par che ignori, che la di lui piuttosto ritrattazione che apologia fu data alla luce un anno dopo la morte del medesimo.
Fu rimproverato al Middleton che le difficoltà da lui fatte contro i miracoli dei primi secoli si stendevano naturalmente a quelli degli Apostoli e di Gesù Cristo. In fatti egli oppose ai primi il Pirronismo dei letterati contemporanei, la credulità del popolo ed alcune leggerissime riflessioni di critica sopra i monumenti degli antichi Scrittori, e gli fu fatto vedere, che le stesse leggerissime riflessioni di critica possono applicarsi agli Evangeli, e che si rinviene la stessa credulità del popolo Ebreo, e lo stesso Pirronismo negli Scribi e ne' Farisei. Il Middleton, persuaso della verità de' miracoli depositati ne' libri canonici, non volendo riconoscere la fatale conseguenza de' suoi principj, amò meglio di mutar la questione. Col nostro Autore è superfluo l'affannarsi a mettergli in vista la stessa conseguenza, come quegli, che lungi dall'averla in orrore, se la fa propria, e temendo che il suo lettore non sia capace di scuoprirla da se, ve lo conduce per mano, e si leva del tutto la maschera verso il fine del capo.
Ora noi qui non prenderemo direttamente a difendere i miracoli di Gesù Cristo, giacchè egli non gli ha direttamente assaliti; faremo l'apologia de' prodigi de' primi secoli nella già divisata maniera ch'ei gli ha attaccati, e la certezza di questi terrà al coperto la certezza di quelli.
E prima di sciogliere le sue difficoltà, ci sia permesso di ragionare alquanto sul fatto e diciamo, che se i Gentili venivano in folla alla fede, questa è una prova evidente della verità de' miracoli, che si dicevano accaduti. E vaglia il vero o bisogna supporli tutti stupidi e privi di ogni amore per la Religione della patria, o confessare, che la conversione loro era il risultato di veri miracoli. Imperciocchè i Cristiani lungi dal cercare la solitudine e le tenebre operavano in pubblico; e ciò apparisce da quella specie di disfide, che s'incontrano ad ogni passo aprendo i libri degli Scrittori dei primi secoli. Dall'altra parte i vantati prodigi erano di tal natura, che anche i più rozzi contadini potevano formarne giudizio. Il parlare diverse lingue, il liberare gli ossessi, il richiamare a vita gli estinti, ricercano recondite cognizioni di fisica o sublimi sforzi d'ingegno a deciderne? Dunque supponendo i Gentili forniti del senso comune, e freddamente interessati per la propria Religione, se nelle operazioni Cristiane non vi era un fondo di verità, se ne dovevano accorgere; onde se si convertirono contro l'interesse delle proprie passioni, il fatto stesso fa una invittissima prova in favore di essi miracoli.
Inoltre abbiamo detto, che se nella Chiesa non si facevano veri miracoli, i Proseliti, che vi erano entrati per credulità, dovevano o presto o tardi disingannarsi, ed uscirne. A che dobbiamo attribuire la loro perseveranza per fino in faccia de' tormenti e della morte? Non si trattava d'una famiglia, di una città, di una Provincia. Dovunque erano sparsi i Cristiani, vantavano le stesse maraviglie. Apostati ve n'ebbe in ogni tempo, in ogni tempo gli Eretici esclusi dal seno della Chiesa erano pronti a calunniarla; e la perpetua cura de' filosofi era di porre in discredito i seguaci dell'Evangelio. Credibile che per niuna di queste vie siasi potuta mai giuridicamente provare una frode, una collusione? Noi avremmo voluto che l'Autore, in vece di esercitarsi nella gramatica, avesse trattato da filosofo questo argomento. Ma ascoltiamo quanto gli è piaciuto di ripetere dietro la scorta di un Dottore sconfitto.
Come si può spiegare lo Scetticismo de' letterati Pagani intorno all'immortalità dell'anima ed intorno la rivelazione in generale? Si spiega ottimamente con accordarvi di buon grado, che questi guardavano gli affari Cristiani con quell'indifferenza, e con quel dispregio, con cui credete di mortificarci in tanti passi dell'Opera vostra. Persone, che non credono, perchè non si sono informate, perchè non hanno fatto esame veruno, qual peso di autorità possono avere? Oltre che è legge forse di Psicologia, che la volontà si determini invincibilmente secondo la verità che scuopre l'intendimento? Perchè peccano tanti Cristiani persuasi fermamente dell'esistenza dell'inferno? Non si debbono avere in conto alcuno i pregiudizi, la superbia, i legami civili che stringono più che ogni altro le persone di merito distinte? E di questi stessi personaggi non ne vantò in gran copia la primitiva Chiesa?
Della credulità del popolo si è abbastanza parlato per non dover qui ripetere il già detto. Restano le riflessioni critiche sopra Ireneo e sopra Teofilo.
Ireneo, dice il Middleton, attribuisce altrui il dono delle lingue, dov'egli predicando l'Evangelio nelle Gallie confessa di aver dovuto contrastare colle difficoltà d'un dialetto barbaro. Nel testo si legge, che il Santo si scusa di non iscrivere con Greca eleganza la storia dell'Eresie a motivo di questo barbaro dialetto: frattanto ci si suppone, che ciò accadesse nell'atto di predicar l'Evangelio. La parola Greca poi, alla quale si fa significare contrastare colle difficoltà di un dialetto barbaro realmente significa esercitare, usare, parlare un dialetto barbaro.
Teofilo rigettò la proposizione di rendere ad un morto la vita, per quanto bramoso fosse dalla conversion dell'amico. Il fatto è verissimo, e ne istruisce chiaramente, che gli antichi Vescovi non si avvisavano di poter fare i miracoli a lor piacimento. Ma che se ne vuole inferire? Dunque Ireneo, il quale dice, che questo prodigio non era raro a suo tempo, e ch'egli aveva conversato con persone, alle quali era stata fatta questa grazia, mentisce. Dobbiamo perdere il tempo a confutar questa maniera di argomentare? Dipendente da questo è l'altro esame che siamo ora per fare. Suppone l'Autore, che ogni uomo ragionevole confessi, non farsi più nella Chiesa veri miracoli. La sua perplessità è soltanto nel fissar l'epoca della pretesa sospensione. Fu immediatamente dopo la morte degli Apostoli? Alla conversione di Costantino? All'estinzione dell'Arriana eresia? Tacciamo che la perplessità non può aver luogo in chi ha impugnati i miracoli de' tempi d'Ireneo, e facciamo osservare, che i Cattolici esclusi dal numero degli uomini ragionevoli, perchè insegnano operarsi tuttora, benchè meno frequentemente, e doversi operare veri miracoli sino alla consumazione de' secoli nella Chiesa, lo dimostrano all'Autore co' suoi stessi principj.
Perchè ricuseremo noi la testimonianza di Beda o di Bernardo nell'ottavo o nel decimo secolo, ammettendo quella d'Ireneo nel secondo? Ecco il primo argomento.
Al presente la Chiesa ha degl'Increduli da combattere, degli Eretici da convincere, degli Infedeli da convertire, come ne' secoli andati, di sorte che l'utilità o sia la necessità de' miracoli è sempre la stessa. E questo è il secondo argomento.
La successione della dottrina, de' Santi, de' Martiri e de' miracoli in ogni secolo è così seguita, che non si scorge in quale anello siasi rotta la catena. Dunque essa non si è mai rotta; poichè confrontando l'un secolo coll'altro, la differenza, se vi fosse, dovrebbe essere sensibile. Ecco il terzo argomento.
Verisimilmente l'Autore avrà avuta in mira un'altra conclusione. Ogni uomo ragionevole confessa, che attualmente non accadono veri miracoli: ma quelli degli altri secoli giungendo di mano in mano sino agli Apostoli ed a Gesù Cristo, sono muniti delle stesse prove, e sembrano ugualmente utili; dunque tutti i miracoli sono mere imposture.
Ora ecco il vantaggio che hanno i Cattolici sopra i Protestanti. I primi ammettendo i miracoli presenti difendono senza fatica quelli della primitiva Chiesa, quelli degli Apostoli, quelli di Gesù Cristo, co' quali fanno una catena. I secondi non possono negare i miracoli de' tempi moderni, senza rovesciare gli altri, co' quali sono connessi. Ed il Middleton nella prima Opera dichiarò veramente, che non si poteva contrastare all'odierna Chiesa il vanto de' miracoli, se non prendendo a distruggere quelli de' primi secoli: ma egli non si accorse, che bisognava salire agli Apostoli ed a Gesù Cristo. Noi non ci tratterremo più sopra questo argomento, avendo rispinti i tentativi del nostro Autore; aspetteremo che alcuno de' Protestanti sciolga i nodi, che fa nascere il loro sistema, giacchè i due Apologisti Inglesi non hanno soddisfatto all'aspettazione del Pubblico.
Toccando alla sfuggita i miracoli di Gesù Cristo, l'Autore pretende, che i prodigi, che figuravansi di fare i primi Cristiani, li disponevano ad ammettere colla stessa facilità le maraviglie dell'Evangelio, ch'ei chiama autentiche per nascondere in qualche maniera il veleno. Nella qual satira però non sappiamo, se la stolidezza non superi la malignità; perocchè supponendo i Cristiani illusi riguardo a se stessi, l'inganno non potea provenire se non dall'essere persuasi del divino potere di Gesù Cristo e dell'efficacia delle sue promesse, senza la qual persuasione non si sa comprendere come potevano vantarsi di far miracoli a nome di Cristo. La fede adunque de' propri miracoli si risolveva ne' miracoli di Cristo; non credevano ai miracoli di Cristo per un somigliante potere che attribuivano a se stessi.
I Cristiani confessavano e confessano sorpassare i misteri le forze del loro intelletto; e li credevano e li credono sulla forza de' miracoli, i quali provano averli Iddio rivelati. E questa è necessità di conseguenza, non facilità di credere.
Assuefatti, prosegue l'Autore, ad osservare ed a rispettare l'ordine invariabile della natura, la nostra ragione o almeno la nostra fantasia non è preparata sufficientemente a sostenere l'azione visibile della Divinità, cioè a credere, che Iddio possa o voglia mutare l'ordine naturale: e siccome in ogni tempo l'ordine della natura si è osservato invariabile, in ogni tempo, gli uomini avrebbero dovuto rigettare i miracoli. Ma si è dimostrato contro lo Spinosa non tanto da' Teologi, quanto da' filosofi di tutte le Sette, che l'ordine naturale, invariabile rispetto alle creature, è soggetto al volere del Creatore, il quale per puro suo beneplacito prescrisse alla materia piuttosto queste leggi che altre, come chiaramente si osserva da' Fisici nel moto degli astri, il quale, comunque si concepisca, in niun modo ripugna alla materia. Se Iddio poi abbia o non abbia voluto alcune volte sospendere le leggi della natura, ella è una questione di fatto, circa la quale il Signor David Hume pubblicò qualche sofisma, che non potè oscurare la luce di questa semplicissima verità, che i fatti si provano per via di testimonianze.
La fede dei Cristiani vien qui derisa come credulità: e si riflette che questo era il principale e forse l'unico merito, che si richiedeva dal Cristiano. S. Paolo al contrario diceva ai Fedeli: sia ragionevole l'ossequio della vostra fede; ed altrove s'inculca, che si provi rigorosamente lo spirito. La fede, che tanto si esaltava, era l'operazione della Grazia sull'intelletto: questa è una delle virtù teologali, e non la principale; giacchè la Scrittura dà la preminenza alla carità: major harum charitas; ed insegna, che la fede senza l'opere è morta.
Nè solamente secondo i Dottori rigorosi, ma ancora secondo il dogma della Chiesa universale, le opere degl'Infedeli, le quali possono esser buone quanto alla pura sostanza, non conducono alla giustificazione. E quando si ponga mente, che il fine della beatitudine è sovrannaturale, si cesserà di maravigliarsi, come opere fatte colle pure forze della natura non vi abbiano rapporto.
Abbiamo fatta un'ampia e diretta apologia della verità de' miracoli, quando ci aspettavamo di sentire, come i falsi miracoli giovavano naturalmente a convertire gl'Infedeli.
Quarta Conclusione che dee provare l'Autore. Le virtù dei primi Cristiani furono una delle cagioni naturali dello stabilimento e de' progressi del Cristianesimo.
Ristretto. I primi Apologisti rappresentano co' più vivi colori la riforma de' costumi, che s'introdusse nel mondo mediante la predicazione del Vangelo. Perchè mio disegno è di notar solamente quelle cagioni umane che furono scelte per secondar l'efficacia della Rivelazione, ne esporrò due, che naturalmente rendettero la vita dei primitivi Cristiani più pura ed austera di quella de' Pagani loro contemporanei: una era il pentimento delle lor colpe passate; l'altra il desiderio di sostener la riputazione della società. Furono i Cristiani accusati di attirare al loro partito i delinquenti più scellerati, che si persuadevano di lavare nell'acque del battesimo le colpe passate, per le quali dai tempj degli Dei ricusavasi loro qualunque espiazione. Quelli, che nel mondo avevan seguitato, sebbene imperfettamente, i dettami della benevolenza e del decoro, traevano dall'opinione della propria rettitudine una sì tranquilla soddisfazione, che li rendeva molto men suscettibili di que' subiti movimenti di vergogna, di cordoglio e di terrore, che avevan fatto nascere tante maravigliose conversioni. La brama della perfezione diveniva la passion dominante di quelli a dispetto della ragione, che si contiene dentro i limiti d'una fredda mediocrità. Ogni società particolare, che si è staccata dal corpo d'una nazione, divien subito oggetto d'universale ed invidiosa attenzione, e però ogni membro si trovava impegnato ad invigilare colla maggior premura sulla propria condotta e su quella de' suoi fratelli. Comecchè per la massima parte si esercitavano in qualche negozio o professione, vi attendevano colla massima integrità e col più onesto contegno. Il disprezzo del mondo e la persecuzione gli abituavano negli esercizi di umiltà, di mansuetudine e di pazienza. I Vescovi ed i Dottori d'allora spesso prendevano nel senso il più letterale que' rigidi precetti di Cristo e degli Apostoli, che i moderni comentatori hanno spiegato con libera e figurata maniera come consigli. Una dottrina così sublime doveva rendersi venerabile al popolo: ma era mal adattata per ottener l'approvazione di que' mondani filosofi, che nella condotta di questa vita passeggiera consultano i sentimenti della natura, e l'interesse della società. I principj della natura sono l'amor del piacere e quello d'agire, che rivolti in buon uso formano la privata e la pubblica felicità. Ma i primitivi Cristiani non bramavano di rendersi o piacevoli o utili in questo mondo. Eglino credevano illecito ogni piacere, i comodi, gli ornamenti, il lusso. Credevano che se Adamo si fosse conservato innocente, avrebbe propagata la specie umana in altro modo; che il matrimonio dee riguardarsi come uno stato d'imperfezione e di perfezione il celibato. Le vergini d'Affrica però permettevano a' Preti ed a' Diaconi d'aver luogo nei loro letti, e la natura insultata vendicava i propri diritti. Non erano i Cristiani meno alieni dagli affari che dai piaceri. Non sapevano come conciliar la difesa delle proprie persone e sostanze colla dottrina dell'illimitata tolleranza: offendevansi dall'uso de' giuramenti, e credevano illecita, la guerra.
Risposta. La maggior parte del presente articolo è impiegata a combattere la morale Cristiana co' vecchi sofismi, vestiti di brillanti espressioni, e nelle due prime ricerche si cambia la questione; poichè si prendono ad indagare le cagioni umane, per cui i primi Cristiani menavano vita più pura ed austera de' Pagani loro contemporanei: onde questa è la quarta volta, che l'Autore perde di vista il tema del suo ragionare. Come la morale Cristiana potè naturalmente operare tante conversioni, dal nostro Autore mai nol sapremo.
Anzi perchè è una specie di fatalità la sua, che distrugga con una mano quello, che si sforza di edificare coll'altra, s'impegna a provare, essere la morale Cristiana contraria alla natura ed all'interesse della società. Con tale asserzione come può conciliarsi, che questa stessa morale muovesse naturalmente i Gentili ad abbracciarla?
Ella non è contraria alla natura: noi lo vedremo, ma ella è contraria alle prave inclinazioni della natura corrotta: ella esige dalle passioni una perpetua ubbidienza alla ragione: ella prescrive che tutte le azioni si riferiscano a Dio: ella reputa beati quelli che piangono, quelli che sono perseguitati, gli umili, i poveri di spirito, ella ordina non pure il perdono, ma la dilezione ancora de' nemici. Questo sistema doveva sgomentar gl'Idolatri, la morale de' quali, consecrata dalla Religione, non vietava se non i delitti, che riguardano la sicurezza del pubblico; e quanto al piacere dei sensi accordava una libertà illimitata. Come poteva in così breve spazio di tempo farsi una grande rivoluzione ne' pregiudizi della mente e della disposizione abituale della volontà? Si stenta tanto a convertire un peccatore invecchiato nel Cristianesimo stesso, dove il culto, le prediche, l'esempio altrui operano incessantemente sul cuore: e dobbiamo figurarsi tanta facilità ne' Gentili, che in premio di tal cambiamento avevano innanzi i tormenti e la morte intimata dalle leggi, che avevano proscritta questa morale? È ciò conforme all'ordine della natura? I nostri Apologisti additando con istupore le numerose conversioni operate dalla predicazione dell'Evangelio, esclamano, questo essere un effetto sensibile della Grazia divina, che sola può superare i grandi ostacoli, che nella mente e nel cuore doveva incontrare; ed il nostro Autore vuole, che crediamo sulla sua parola, che la qualità stessa di questa morale produceva naturalmente quegli effetti, che ci fanno stupire; ma noi non cangeremo sentimento, fino a quando egli non avrà messa mano alle prove.
La prima questione, ch'egli tratta, è di spiegare, perchè i Cristiani, cioè gl'Idolatri già per altre vie convertiti, menavano vita più pura ed austera di quelli che restavano nell'Idolatria? Dichiara di spiegarlo con due cagioni umane, e poi ne assegna cinque. Il pentimento de' falli passati: il desiderio di sostenere la riputazione della società: l'interesse temporale: il disprezzo del mondo: la persecuzione.
Il pentimento de' falli passati. Erano nel sistema dell'Idolatria peccati inespiabili? Per appoggiare novità così singolare l'Autore non cita monumenti. Ma supposto, che i più grandi scellerati volessero purificarsi coll'acque battesimali, potevano riconoscere una virtù in questo sacramento senza riconoscere insieme la verità del Cristianesimo? Ed in questo caso non pure i gran peccatori, ma anche coloro, che vivevano con qualche onestà, dovevano farsi un dovere d'entrar nella via della salute; poichè una rettitudine naturale non può tener tranquillo chi crede alle minacce della Rivelazione: qui non crediderit, condemnabitur.
La conversione de' maggiori scellerati, che poi divennero i Santi più grandi, certamente fa onore alla Chiesa. Ma l'Autore, che vuol tutto avvelenare, soggiunge che a questi soli, e specialmente alle femmine di malvagio costume, i Missionari Evangelici si rivolgessero. Non possiamo meglio ribattere la calunnia, che invitandolo a scorrere gli Atti degli Apostoli, dove troverà, ed in gran numero venuti alla fede, Sacerdoti, Scribi, Farisei, Capi di Sinagoga tra Giudei, e tra Gentili, ministri di Regine, Governatori di Province, Centurioni, donne nobili e persone di lettere.
Il desiderio di sostenere la riputazione della società sarebbe stato di qualche stimolo, se i Pagani non si fossero trovati universalmente prevenuti, che nella società Cristiana si commettevano i più detestabili eccessi. Chi vi si ascriveva, dovea piuttosto resistere all'infamia, di che si copriva. Solo si può concedere, che dovevano impegnarsi a distruggere tali calunnie coll'esemplarità del vivere.
L'interesse fa custodire la buona fede e l'integrità in coloro, che fanno la professione di negozianti, o esercitano qualche mestiere. Ma qui l'Autore ci dipinge i Cristiani come morti a tutti gli affari del mondo; e prima ci aveva detto, che si astenevano da' mestieri, che quasi tutti alludevano ai riti Idolatrici.
Il disprezzo del mondo segue appunto per distruggere l'interesse. Quest'era una delle virtù ch'esercitavano, non una delle cagioni, per cui esercitavano la virtù.
La persecuzione fu posta in opera dagl'Imperadori come mezzo efficace a sgomentar l'animo: come partorisse naturalmente l'effetto contrario, l'Autore doveva spiegarlo. Ma della prima questione si è detto abbastanza; passiamo alla seconda.
La morale Cristiana è tacciata come eccessiva, fanatica, contraria ai principj della natura ed all'interesse dello Stato, riprovata da' filosofi, condannata dalla ragione, che ama la fredda mediocrità. E per questo noi abbiamo soggiunto, che era fuori dell'ordine naturale, che fosse così prontamente abbracciata. Ma non si parli più di questo. Diteci, quali sono i veri principj della natura, che formano la privata e la pubblica felicità. L'amor del piacere è il primo, l'amor dell'azione il secondo. L'uno e l'altro restano per sentimento dell'Autore degradati dalla morale Evangelica. A rettamente giudicarne, convien prima sviluppar i principj, e determinarne la generalità, colla quale a lui piace sempre di parlare al lettore.
L'amor del piacere. Vi ha un piacere intellettuale, ed un altro di senso, perchè l'uomo è composto di corpo e di spirito. Questo naturalmente è più nobile di quello; e seguendo le facili tracce della ragione, l'ultimo fine, per cui fu l'uomo creato, è un bene spirituale, non corporeo. Quindi altro non essendo i precetti morali che tanti mezzi naturalmente proporzionati all'indole del fine, segue per legittima illazione, che l'amor del piacere sensibile dee stare immutabilmente subordinato all'amore del piacere intellettuale, e che prende la forma di mal morale ogni qual volta viola questa subordinazione; poichè allora non riferendosi più l'azione al suo fine, esce dall'ordine.
Ciò premesso il solo riguardo della salute e della temperanza, e non so quale depuramento d'arte nei piaceri di senso formano il ben fisico, al quale attendono pure i bruti; il bene morale risulta da' principj dell'animo, non da' vantaggi del corpo: ed appena questo linguaggio sarebbe perdonabile ad un Materialista.
Nel confrontar poi con questo principio la morale Evangelica, l'Autore vuol dare ad intendere, che tutti i detti di Gesù Cristo abbiano forza di precetto, e che l'idea de' consigli fosse impiegata tardi per dare soddisfazione alla filosofia. Quante volte è stato prodotto contro gli oppositori il passo decisivo dell'Evangelio: se vuoi salvarti, osserva i precetti: se vuoi esser perfetto, vendi quanto possiedi, e segui me.
Ha egli in seguito raccolte alcune forti espressioni de' Santi Padri, i quali secondo lo stile concionatorio dimandano il più, affine di ottenere il meno, ed ha detto con intrepidezza: ecco, o Cristiani, la vostra morale: frattanto i Cristiani non trovano il peccato nelle cose appartenenti a' comodi ed a' piaceri de' sensi; se non quando esse turbano l'esercizio delle facoltà spirituali, e distolgono l'animo dalla sua naturale tendenza all'ultimo fine.
Che Adamo avrebbe generato senza concupiscenza, se si fosse conservato innocente è opinione privata; più comunemente s'insegna, che la via della generazione sarebbe stata sempre la stessa; ma che la concupiscenza non si sarebbe mai ribellata dalla ragione.
Le parole crescite et multiplicamini, e quelle di Gesù Cristo, che alludono all'istituzione del Sacramento del matrimonio, non palesano la perplessità d'un legislatore che permette ciò che non vorrebbe. Nè noi dobbiamo inquietarci colle questioni che fanno i Casisti a questo proposito, bastando alla condotta il sapere, che il matrimonio è lecito, e che fu inoltre elevato alla dignità di Sacramento.
Non possiamo negare, che secondo la Scrittura e la Tradizione il celibato sia più perfetto del matrimonio; ed a considerarne soltanto i vantaggi esterni, avremmo pure il suffragio della filosofia. L'Autore però non può ignorare, che questo non è un precetto se non ecclesiastico, e semplicemente per coloro, che vogliono portare il giogo, e che quanto all'interesse dello Stato nel Cristianesimo si prende per regola il bisogno del Pubblico più che la perfezione de' particolari.
L'uso delle Vergini Affricane di dividere il letto coi Diaconi e co' Preti, che S. Cipriano tentò di estirpare, ripeteva l'origine dalla dottrina del matrimonio, per la cui validità s'insegnava, che bastasse la congiunzione degli animi senza il commercio de' corpi. Con il Mosemio; il quale conviene cogli antichi Storici che sottoposte le Vergini alle prove più rigorose ritrovarono intatte; sicchè non sappiamo, perchè il nostro Autore copiando l'erudizione dal Mosemio abbia aggiunto contro di lui, che la natura insultata vendicò i suoi dritti. Questo non è uno de' difetti che egli scopre con pena, costretto dalla legge dell'imparzialità. E Dio volesse, che fosse il solo! Ma facciamo parola del secondo principio della natura.
L'amor dell'azione. A parlar con rigore l'azione non si ama per se stessa, ma come mezzo che conduce ad un fine. Noi riconosciamo volentieri, che l'operare in pace per far fiorire il buon ordine, e per procurare il ben essere de' nostri simili, come anche l'operare in guerra giusta per proteggere la pace, è conforme all'intenzione del Creatore, purchè si depuri dalla corruzione, che vi sogliono spargere l'ambizione, la cupidigia e l'ira; passioni che sempre campeggiano nella Storia Greca e Romana, ed oscurano quella scarsa porzione di bene, che l'attività di quelle genti produsse. Intorno alla qual cosa non temiamo di asserire, che il Cristianesimo non solo non distrugge questo amore d'azione necessario alla sicurezza ed alla prosperità dello Stato, ma inoltre lo fortifica e lo perfeziona.
Non lo distrugge, perchè non vieta la giusta difesa di se stesso, avendone lasciato un illustre esempio S. Paolo, il quale non si fece illecito di sostener la sua causa innanzi a' legittimi tribunali, e di appellarsi in ultimo grado a quello di Cesare. Si vieta l'odio, il rancore, lo spirito della vendetta, e lo vieta ancora la legge di natura.
Non lo distrugge, perchè nella dottrina della Chiesa non si è mai reputata illecita la guerra, come evidentemente lo provano i passi verbali del nuovo Testamento raccolti a bella posta dal Grozio; e come lo conferma il fatto medesimo, che ne addita le armate Romane non mai scarse di soldati e di ufficiali Cristiani. Origene, ed alcuni altri pochi Dottori seguirono l'opinione contraria.
Non lo distrugge, perchè lo spirito del Cristianesimo non si offende dall'uso de' giuramenti, ma dal giurare per le false Divinità e per la Fortuna dell'Imperatore, ch'era una di quelle.
Non lo distrugge finalmente, perchè i Cristiani, anzichè abborrire del tutto gli affari civili, s'impegnavano con prontezza negli uffizj loro destinati dagli Imperadori; e si sa, che non pure l'esercito, ma eziandio il palazzo di Diocleziano abbondava più di ministri Cristiani che di uffiziali Gentili.
Anzi lo fortifica; primo, perchè tanto nel Principe quanto ne' sudditi ci fa rispettare l'immagine di Dio; secondo perchè all'obbligazione esterna aggiunge l'interna; e terzo perchè propone un premio ed una pena nella vita avvenire, a cui niuna cosa del tempo può paragonarsi; e sostituendo il principio purissimo della carità a quello dell'amor proprio perfeziona il sistema della natura.
Gli antichi Cristiani non andavano a conquistare, portando la strage e la desolazione nelle città e nelle campagne; non celebravano la letizia de' trionfi con trarre incatenati al cocchio Sovrani, che non avevano altro delitto, fuorchè quello di aver difesa la propria libertà; non eccitavano popolari sedizioni per mettere in ischiavitù la Repubblica. Ma i Cristiani facevano immensi viaggi, e combattevano colle tempeste del mare, coi disastri della terra, colla fame, colla sete, per far fiorire in ogni angolo della terra l'amor di Dio e del prossimo. I Cristiani si affannavano a raccoglier limosine per distribuirle a' poveri; a visitare i pupilli; a consolare le vedove; ad estirpare gli odj e l'emulazioni; a bandire gli omicidj e gli adulterj. I Cristiani finalmente davano ricovero ai servi cacciati da' proprj padroni, e liberavano da una morte penosa i bambini esposti secondo il permesso delle leggi dalla crudeltà de' genitori, e li nutrivano, e li educavano per restituirli allo Stato. No, i Cristiani in tutto ciò non bramavano di piacere al mondo; ma vi voleva tutta l'intrepidezza del nostro Autore a soggiungere, che non erano utili al mondo. Egli ha provato questa accusa, come ha dimostrato, che la morale Cristiana fu la quarta cagione naturale dello stabilimento e de' progressi del Cristianesimo.
Quinta Conclusione che dee provare l'Autore. L'unione e la disciplina della Cristiana Repubblica fu una delle cagioni dello stabilimento e de' progressi del Cristianesimo.
Ristretto. I primitivi Cristiani morti agli affari ed a' piaceri del mondo trovarono un'occupazione nel governo della Chiesa. Una società, che attaccava la religion dominante dell'Impero dovè adottare una forma di governo particolare. Gli Apostoli non ne istituirono alcuna: le prime Chiese furono libere ed indipendenti; e sino a certo tempo il governo fu in mano de Profeti; per l'abuso de' quali furono in seguito le pubbliche funzioni della religione affidate ai Vescovi ed ai Preti; nomi che nella loro origine, sembra che indicassero lo stesso ministero ed ordine di persone. Eglino a principio governarono collegialmente: poscia fu stabilito un Presidente in ogni Collegio, come Ministro di tutto il Corpo. Questi in progresso divenne superiore per usurpazione. Verso la fine del secondo secolo le Chiese della Grecia e dell'Asia introdussero i Concilj ad imitazione delle città Greche, i quali comunicandosi gli atti con una corrispondenza reciproca venne così la Chiesa Cattolica a prender la forma, e ad acquistare la forza d'una repubblica federativa. Il Clero molte volte si oppose all'usurpazioni de' Vescovi, e fu accusato di fazione e di scisma; e la causa Episcopale dovette i suoi rapidi progressi agli ambiziosi artifizi di Cipriano e di pochi altri Prelati a lui simili. Le cagioni, che distrussero l'eguaglianza de' Sacerdoti, fecero nascere tra' Vescovi una preminenza di grado, ed indi una superiorità di giurisdizione. Quest'è l'origine de' Metropolitani ed il fondamento dell'autorità de' Papi. Ogni società ha diritto di escludere dalla sua comunione quelli che la ledono: la Chiesa Cristiana esercitava questo diritto contro gli ostinati, ed ammetteva i ravveduti alla penitenza pubblica. S. Cipriano riguardava la dottrina della scomunica e della penitenza come la più essenziale parte della Religione.
Risposta. Il governo, di cui tratta l'Autore sotto il titolo di disciplina, risguarda il regolamento interno della società Cristiana; onde se ne può spiegare la conservazione, non ha veruna relazione alle conversioni de' Gentili: nè egli ha pur tentato di dargli questo aspetto; e così lasciando intatto l'argomento, per la quinta volta si perde a fare un trattato di diritto canonico.
Ma neppure spiega così la conservazione della Chiesa. Dalla forma del governo egli deduce l'unione di tutti i Fedeli, e pretende che i Concilj dessero alla Chiesa la forza di una Repubblica federativa. Ora la sua stessa esposizione contiene gli argomenti che la distruggono.
Primo, egli è di avviso, che il governo fu sempre vario, finchè si stabilì l'autorità Episcopale, e che i Concilj furono introdotti ad esempio delle città Greche, verso la fine del secondo secolo: per la qual cosa se la Chiesa acquistò la forza d'una grande Repubblica federativa per l'istituzione de' Concilj, non se ne spiega la conservazione per tutto il tempo anteriore, in cui l'incostanza del governo, che prendeva, ora una, ora un'altra forma, non poteva darne alcuna stabilita.
Secondo, nella sua supposizione cominciarono i Cherici ad usurparsi la giurisdizione del popolo, e ad opprimerne la libertà e l'indipendenza; in seguito i Vescovi sottomisero i Sacerdoti: poscia s'introdusse una subordinazione tra' Vescovi, e finalmente il Romano Pontefice tirò a se tutta l'autorità. Il popolo fu in dissensione co' Cherici, i Cherici co' Vescovi, ed i Vescovi contrastaron fra loro e col Romano Pontefice. Questa tela di governo è ordita secondo la sua fantasia, non secondo la verità della storia: le dissensioni bensì son troppo vere; anzi egli non ne ha toccata che una parte sola; ed a noi non piace di scuoprire le piaghe dell'umanità, che lascia per tutto le funeste tracce della sua debolezza. Ci basta il sin qui detto a conchiudere, che se realmente invece della decantata unione, regnò nell'ovile di Cristo la dissensione, mal se ne prende a spiegare la conservazione dalla forma di governo, che ne fornì l'occasione.
Ragioniamo adesso sul diritto Canonico che l'Autore ci propone, e riflettiamo essere suo avviso, che qualunque forma di governo, che prendesse successivamente la Chiesa, fu d'istituzione puramente umana; o d'istituzione umana ancora i Concilj e le Censure. Noi lo neghiamo e speriamo di convincerlo ad evidenza, che il governo ecclesiastico fu istituito da Gesù Cristo, come pure i Concilj ed il diritto della scomunica; e che l'istituzione divina, anzichè soffrire alcun cangiamento, si osservò e si osserva tuttora inalterabilmente la stessa.
La società Cristiana, dic'egli, nemica della religion dell'Impero, dovè pensare ad una forma di governo particolare. Che i Cristiani fossero nemici dell'Idolatria, senz'esserlo dell'Impero, a cui ciecamente sempre si sottomisero, è cosa per loro gloriosa. Ma non si tratta ora di questo; si tratta di consultare i libri autentici della vita di Gesù Cristo, per vedere se vi lasciò istituito un governo, e di mostrar così quanto deviino dalla verità le congetture del nostro Autore.
Ivi si scorge, che Gesù Cristo ai soli Apostoli diede la facoltà di legare e di sciogliere; che a loro soli assegnò dodici troni per giudicare le dodici tribù; che a loro soli confidò il diritto di pascere le sue pecorelle. Infatti ebbe egli inoltre settantadue discepoli, ai quali non conferì se non una missione a certo tempo limitata, e ben si vede che non gli fece partecipi dei privilegi compartiti agli Apostoli. E perchè alla Chiesa aveva promessa la perpetuità, nè si può concepire una società permanente senza una forma di governo, chiara cosa è, che l'autorità conferita agli Apostoli doveva secondo l'intenzione divina trasfondersi ne' successori. Ma diremo che ogni Fedele succede agli Apostoli? In tal guisa tutti sarebbero Giudici, tutti Dottori, tutti Pastori, cioè nessuno Giudice, nessuno Dottore, nessuno Pastore, essendo questi termini relativi, che portano seco l'idea d'una subordinazione. Per non attribuire a Cristo un assurdo sì strano, uopo è dire che alle facoltà degli Apostoli succedono alcuni dei Fedeli, non tutti i Fedeli: e così il più leggiero ragionamento, che si faccia sopra i passi della Scrittura, purchè non si abbia impegno di difendere il sistema del partito, atterra irreparabilmente la democrazia, e stabilisce l'aristocrazia nella forma del governo delineata dal Legislatore Divino.
Resta ad investigare, se l'aristocrazia consista nel corpo del Clero, oppure in quello de' Vescovi; ch'è lo stesso che cercare se i Vescovi sono superiori del Clero, per istituzione Divina, o semplici amministratori di un'autorità che risegga propriamente nel collegio Sacerdotale. Nella Scrittura vi ha un passo decisivo, nel quale si dice a' Vescovi, che gli ha posti sopra le Chiese lo Spirito Santo.
Qui però nasce una difficoltà dalla confusione dei nomi. Il titolo di Vescovo e di Prete si dava alla stessa persona; quello a dinotarne l'uffizio, questo a ragionare dell'anzianità. Dunque come faremo risaltare la superiorità de' Vescovi, prendendo questa denominazione nel senso comune?
Nell'Apocalisse i Capi della Chiesa vengono distinti col nome di Angeli, cioè d'inviati, e si attribuisce loro il diritto di governare con formole ch'escludono ogni altro. Nell'epistole di S. Ignazio, Discepolo degli Apostoli, nulla s'inculca più frequentemente ed ai Laici ed ai Cherici, quanto la perfetta subordinazione al proprio Vescovo. Ci è noto che i Presbiteriani rigettano l'uno e l'altro libro, per non poterli conciliare col proprio sistema: ma in questo stesso mostrano apertamente il lor torto; giacchè per sostenere un assurdo, si gettano in un assurdo più grande. A principio non vi furono che gli Apostoli ed i Preti, cioè i Vescovi: se non che crescendo di giorno in giorno le spirituali conquiste della Chiesa, furono chiamati i semplici Sacerdoti ed i Diaconi in sussidio de' Vescovi, ma come sudditi, non come eguali.
Il piano instituito da Cristo, e posto in esecuzione dagli Apostoli mai non soffrì nella sua essenza alterazione veruna. Imperciocchè i Profeti, che illustrarono la Chiesa nascente co' loro doni sovrannaturali, se venivano consultati nelle occorrenze, non esercitarono mai alcun atto di giurisdizione, come asserisce l'Autore, il quale è caduto nell'inganno degli altri, che vedendo ne' libri del nuovo Testamento qualche Profeta far le funzioni Episcopali, perchè oltre di esser Profeta era Vescovo, hanno attribuito al primo carattere ciò che non conviene se non al secondo.
Il Vescovo ed il Clero non di rado erano fra loro in contesa: ma non si dee dire perciò, che il nome di fazione e di scisma fu dato al patriottismo de' Preti ad oggetto di far prevalere la causa Episcopale. Questo giudizio dee risultare dalla natura de' fatti particolari. Se i Preti pretendevano di agguagliarsi al Vescovo e di considerarlo come un loro deputato, erano veramente Scismatici. Se il Vescovo spogliava il Clero de' suoi diritti legittimi, il torto era di lui, non de' Preti.
Molto meno l'Autore dee farsi lecito di tacciar di ambizione e di artifizio il Santo Martire Cipriano difensore de' diritti incontrastabili dell'Episcopato e della disciplina della Chiesa, per sottrarre un Prete bacchettone, ed un Diacono discolo alla condanna pronunziata da un Concilio di Preti, ed approvata dal consenso di tutti i secoli. Gli rincresce di non poter entrare nella discussione de' fatti spettanti al famoso scisma di Novato e di Novaziano, per far trionfare l'innocenza e la virtù sopra l'ostinazione di volere offuscare la gloria de' Santi più eminenti della Chiesa contro le leggi della Critica. L'avversario per altro non ha fatto che semplicemente citare.
La subordinazione de' Vescovi ai Metropolitani è di istituzione umana, ma non porta seco alcuna distinzione quanto alla sostanza della dignità, del carattere e de' diritti annessivi da Cristo. Il primato poi del Romano Pontefice si fonda chiaramente ne' testi verbali della Scrittura. Tu es Petrus, et super hanc petram aedificabo Ecclesiam meam.
Divina parimente è l'istituzione de' Concilj, circa la quale la Scrittura non solo somministra testimonianze incontrastabili, ma anche fatti decisivi; atteso che il congresso tenuto dagli Apostoli e da' Seniori, o sia dai Vescovi in Gerusalemme sulla disputa de' riti Mosaici fu vero Concilio e modello di tutti gli altri; checchè ne dica il Mosemio coll'ingegnosa, ma insufficiente congettura dell'esempio delle città Greche appoggiata a Tertulliano. I Giudei celebravano de' Concilj; ed il Cristianesimo uscì dalla Palestina. Può però ben essere, che fosse tolto da' Greci l'uso di celebrarli due volte l'anno, nella primavera e nell'autunno.
Finalmente egli è vero, che ogni società ha diritto naturalmente di escludere dalla sua comunione chi ne viola le leggi, ma è ugualmente vero che il diritto della Chiesa è d'origine divina, contenuto in quelle parole: si Ecclesiam non audiverit, sit tibi tanquam ethnicus et publicanus, ed in quell'altre: quodcumque ligaveritis erit et ligatum in coelis.
S. Cipriano fu rigido sostenitore della disciplina; considerò la penitenza e la scomunica come i ripari esterni della Religione, non come l'essenziale della Religione. L'Autore lo calunnia, abusando delle di lui epistole, alle quali rimandiamo per brevità il nostro lettore per disingannarsi.
Sesta Conclusione che dee provare l'Autore. La debolezza del Politeismo favorì i progressi del Cristianesimo.
Ristretto. Il Politeismo non era sostenuto da' Sacerdoti, i quali avessero un particolar interesse nel culto degl'idoli, e non avevano fra loro legame alcuno di governo.
Risposta. Avendo l'Autore parlato delle cagioni contenute nel Cristianesimo, ora ne reca in mezzo altre tre consistenti nella disposizione del Gentilesimo; e qui non possiamo rimproverargli, che ponga in dimenticanza ciò che doveva provare; diremo bensì, che queste tre cagioni non hanno forza di provare, se non che il Cristianesimo in esse incontrò tre validissimi ostacoli.
I Sacerdoti dell'Autore sono quali a lui piace di fingerli: ma i Sacerdoti della storia traevano dal culto degl'idoli grandi emolumenti, grandi onori, gran potenza. Essi avevano un collegio, ch'esercitava una giudicatura. Cicerone perorò per la sua casa dinanzi ai Pontefici, e ne parla col più gran rispetto. Gli Autori, gli Aruspici intervenivano in tutti i negozi pubblici sì di pace come di guerra con autorità quasi assoluta; e riferendosi tutte le azioni private all'idolatria, i Ministri della medesima avevano un'influenza generale nelle private famiglie, tanto che gl'Imperatori non credettero di regnare, se non quando al poter del Monarca aggiunsero i diritti del Sommo Pontefice.
Come può rendersi credibile, che i Sacerdoti guardassero con indifferenza le sconfitte del Politeismo, sul quale si fondava tutta la loro fortuna, e la perdonassero a' Cristiani, i quali rendevano palesi alla plebe le loro imposture? Il fatto è, che furono eglino i principali autori della persecuzione, e ch'eglino la tennero perpetuamente accesa, anche quando i Principi si mostravano avversi allo spargimento del sangue: eglino irritavano la superstizione del popolo, eglino infiammavano l'ira de' Ministri; eglino facevano scrivere da' filosofi atrocissime satire. L'Autore che fa la storia delle persecuzioni, poteva ignorar questo fatto?
Settima Conclusione che dee provare l'Autore. Lo Scetticismo del Mondo Pagano favorì i progressi del Cristianesimo.
Ristretto. Allorchè apparve il Cristianesimo nel mondo, lo Scetticismo di Cicerone e di Luciano si era dilatato in tutti gli ordini delle persone: in tale stato il popolo era disposto a ricevere un altro sistema di mitologia più conforme al gusto del secolo; ed il Cristianesimo si mostrò ornato di tutto ciò, che poteva attrarre la curiosità, lo stupore e la riverenza del popolo.
Risposta. L'Autore fa astrazioni; e la storia ne insegna, che per tre secoli il popolo perseguitò con tanto furore i Cristiani, che li chiedeva a morte nella solennità delle feste con sediziosi clamori: ne insegna, che i Principi furono costretti a dichiarare colle leggi loro, che i clamori della plebe non sarebbero più ricevuti come prova legittima; ne insegna, che la sfrenatezza ed il gran numero degli accusatori non poterono reprimersi se non rivolgendo contro di essi le pene intimate ai Cristiani, supposto che non ne avessero provata la reità: e tutto ciò si legge nel capo seguente del sig. Gibbon.
Lo Scetticismo, che è uno sforzo di spirito ed uno stato di violenta sospensione, non prende radice nel popolo minuto, di cui la credulità è il difetto ordinario.
Del resto il nostro Autore ha dichiarato in che consiste lo Scetticismo da lui trovato nel mondo Pagano. Si parlava della vita avvenire, come una favola, e si era scosso il giogo della mitologia, che spacciava tante maraviglie. Frattanto ecco, ci si dice, una disposizion favorevole a credere ed a ricevere le maraviglie dell'Evangelio, cioè una mitologia più conforme al gusto del secolo: ecco il Cristianesimo ornato di tutto ciò che potava attrarre la curiosità, lo stupore, e la riverenza dagli Scettici.
Ottava Conclusione che dee provare l'Autore. La pace e l'unione dell'Impero Romano favorì i progressi del Cristianesimo.
Ristretto. Gli Ebrei della Palestina riceveron sì freddamente i miracoli di Cristo, che stimarono superfluo di pubblicare o almeno di conservare alcun Evangelio Ebraico. Le storie autentiche della vita di lui furono composte ad una distanza considerabile da Gerusalemme, a dopo che il numero de' Cristiani convertiti si era estremamente moltiplicato. Tradotte in Latino divennero perfettamente intelligibili a tutti i sudditi di Roma. L'essere tutte le nazioni sotto un solo Monarca, e le grandi strade costruite per le legioni aprivano ai Missionari dell'Evangelio un facile passaggio per tutto; e non incontrarono essi alcuno degli ostacoli che sogliono impedire l'introduzione di una Religione straniera in lontani paesi.
Risposta. È leggiadrissima l'immagine de' Missionari Evangelici, che marciano comodamente a bandiere spiegate ed a tamburro battente per le grandi strade costruite per le legioni Romane. Noi grossolani stupiamo su i progressi del Cristianesimo: vi ha chi c'illumina: essi sono dovuti alle grandi strade delle legioni. Ben è vero, che gli Apostoli viaggiando a due a due, e non portando seco neque sacculum, neque peram, non avevano bisogno delle grandi strade; ed è perciò che S. Paolo dipinge pateticamente i disastri ed i pericoli de' suoi viaggi. Ma che importa? Colpa loro, che non ne profittassero; le strade consolari aprivano per tutto adito facile all'Evangelio. Ci resta un sol dubbio: le leggi ed i Ministri Imperiali, che perseguitavano i Missionari Evangelici, non potevano con eguale facilità penetrar da per tutto per le grandi strade costruite per le legioni.
L'università del linguaggio, se fosse stata vera, avrebbe potuto nuocere alla dilatazione dell'Evangelio, quanto gli avrebbe potuto giovare.
Similmente l'unione delle Province sotto un solo Monarca, se da una parte contribuiva ai progressi della Religione, dall'altra rendeva più facile e spedita l'esecuzione degli ordini imperiali contro la medesima. Abbiamo tuttora presente la viva pittura fatta altrove dal pennello dell'Autore per esprimere l'orribile situazione di chi aveva incontrato la disgrazia del Principe: tutto l'Impero per quello sventurato era una carcere.
Conchiude l'Autore, che il Cristianesimo in mezzo a tanti comodi non incontrò alcuno degli ostacoli che sogliono impedire l'introduzione di una Religione straniera. Passiamo sotto silenzio i pregiudizi di ciascun popolo, la gelosia de' Sacerdoti, l'invidia de' Filosofi, la corruzione universale, e domandiamo se le leggi proibitive degl'Imperadori non formavano un ostacolo degno di considerazione.
Giacchè le digressioni ci perseguitano sino alla fine, invitiamo l'Autore ad aprire il Talmud, nel qual libro i Giudei, che si suppongono indifferenti ai luminosi prodigi di Cristo, ne depositarono la memoria in due articoli, l'uno de' quali è ben lungo. Il Talmud fu in vero composto assai tardi; ma gli Autori avrebbero prestato così gran vantaggio ai Cristiani, se avessero potuto sopprimere la tradizione della nazione?
I Giudei, che vennero alla fede, oltre l'Evangelio di S. Matteo, che tutte le ragioni provano essere stato scritto in Ebraico, ne avevano un altro intitolato secondo gli Ebrei, e che nei primi secoli della Chiesa fu avuto universalmente in venerazione.
Per quanto lontana da Gerusalemme e dal tempo di Gesù Cristo si finga la data de' quattro Evangelj, sono certe due cose: primo, che queste opere furono scritte dagli stessi testimoni de' fatti: secondo, che furono trovate conformi a quanto a viva voce avevano pubblicato gli Apostoli; poichè in caso diverso o non sarebbero state ricevute, o si sarebbe mutata la stabilita credenza: questa ragione prova, che saremmo sicuri della veracità degli Evangelj, quando pure volessimo accordare contro la certezza istorica, che furono composti in tempi assai bassi da persone, che li divolgarono per opere de' Discepoli di Cristo.
Veduta istorica de' progressi del Cristianesimo.
Essendosi immaginato l'Autore di aver provato, che il Cristianesimo fu debitore del suo stabilimento e dei suoi progressi a cagioni puramente naturali, ne fa ora un quadro, com'egli dice, istorico, ma realmente favoloso, e col disegno di confermare il suo intento. Imperciocchè falsificando la testimonianza del Grisostomo, ed abusando di un passo di Origene e d'un altro di Eusebio fa un calcolo ideale del numero dei Cristiani di un sol luogo, e poi come pur suole, ne deduce illazioni generali. Scende appresso a criticare gli antichi Scrittori sì Gentili che Cristiani, i quali con voce concorde, benchè con mira diversa, si mostrano stupiti della dilatazione dell'Evangelio; e si affanna particolarmente sopra il passo di Plinio con isforzi cotanto vani, che altro non ottiene, se non il palesare lo spirito deciso di parzialità, che pur vorrebbe celare.
A noi non è dato di trattenerci in queste minute ricerche; tanto più che la fatica sarebbe superflua; mentre basta alla causa, che si richiami l'Autore agli Atti di S. Luca, dove sono sommariamente descritte le conquiste fatte dalla Chiesa nel breve periodo della predicazione di alcuni degli Apostoli. Egli non ha favellato mai di un libro che solo contiene i monumenti autentici della fondazione e dell'infanzia della Religione. Il lettore però potrà giudicar dall'infanzia della Chiesa, quale ella dovesse essere adulta.
Impugnazione e difesa de' miracoli di Gesù Cristo.
Abbiamo avvertito, che l'Autore stendeva le sue vedute sino ai miracoli di Cristo, che formano la prova più decisiva della divinità della sua religione, perchè dotati d'una certezza agli altri superiore. Egli ce gli ha presentati sotto gli occhi, ora sotto uno, ora sotto un altro aspetto, ma sempre di volo. Or che ha disposto l'animo del lettore, si toglie la maschera, e si ferma. Ci fermeremo noi pure; ma nè da lui, nè da noi chi leggerà, dovrà aspettarsi cose nuove; poichè egli è ripetitore per elezione, e noi lo siamo per dovere.
Primo argomento. La nuova setta era quasi tutta composta di contadini ed artisti, di fanciulli e di donne, di mendichi e di schiavi, i quali sfuggendo il pericoloso incontro de' filosofi dogmatizzavano in occulto presso la moltitudine rozza ed ignorante capace sempre di essere sorpresa. A misura che l'umile fede di Cristo diffondevasi pel mondo, fu abbracciata da varie persone che meritavano qualche riguardo pei doni della natura e della fortuna, ma queste eccezioni o son troppo poche, o troppo recenti ad oggetto di togliere interamente di mezzo le imputazioni d'ignoranza e di oscurità, che si rimprovera a' primi Fedeli. Appoggiandosi i miracoli di Cristo a sì fatta testimonianza, qual fede possono meritare?
Risposta. Prima di noi si è fatto vedere co' monumenti alla mano la falsità della supposizione, i quali monumenti tolti dagli Atti degli Apostoli ne istruiscono, che le persone nobili, le persone facoltose, le persone di talento si trovano non in iscarso numero nel primo nascere della Religione, tra gli Scribi, tra' Farisei, tra' Sacerdoti contemporanei di Cristo e degli Apostoli, che si convertirono in folla: multa turba Sacerdotum.
Prima di noi si è fatto riflettere, che la certezza de' miracoli operati dal fondatore del Cristianesimo non si appoggia alla fede soltanto de' primi seguaci dell'Evangelio, ma ancora, e principalmente, alla pubblicità de' fatti, all'esame giuridico istituitone dal corpo della nazione, alla deposizione de' testimoni confermata col sacrificio volontario della vita, alla grande rivoluzione prodotta nel mondo, che non si può concepire, se non si suppongano gli accennati miracoli dotati di un'evidenza superiore a qualunque eccezione.
Argomento secondo. Gli uomini di spirito, come Seneca, i due Plinj, Tacito, Plutarco, ed altri perderono di vista, e rigettaron la perfezione del sistema Cristiano, riguardando i seguaci di esso come ostinati e perversi Entusiasti, che esigevano una tacita sommissione alle lor misteriose dottrine senza produrre un solo argomento.
Risposta. Primo, se vale la non credenza di alcune persone di spirito, dee similmente valere la credenza di alcune persone di spirito: e noi a quelli dell'Autore potremmo opporne un numero anche maggiore.
Secondo, cotesti uomini di spirito trascurarono d'informarsi delle cose de' Cristiani, e prevenuti ch'eglino fossero fanatici, non gli degnarono dei loro pensieri. Ora chi non si applica, chi non esamina, non fonda presunzione contro fatti esaminati, da chi vi prendeva interesse.
Terzo, Celso si vantò di aver letti e meditati gli Evangeli; ed in questi libri si rinvengono le circostanze de' fatti, i nomi de' testimonj, i luoghi ne' quali furono operati, le occasioni nelle quali avvennero, le persone che ne furono onorate, le critiche de' nemici, ch'è quanto a dire tutto quello che si ricerca per farne un esame sufficiente. Giacchè questi scritti erano noti ai Gentili; giacchè questi miracoli si pubblicavano a voce, e quasi sempre colle vive opposizioni de' Giudei, come si è potuto dire, che i Cristiani esigevano una tacita sommissione?
Argomento terzo. Gli Apologisti Cristiani che presero la difesa di loro medesimi, della lor religione e de' loro angustiati fratelli, quando vogliono mostrare la divina origine del Cristianesimo insistono sulle profezie atte a convincere un Giudeo, non un Gentile. Se avessero avuto buoni argomenti a far valere i miracoli di Cristo, gli avrebbero impiegati.
Risposta. Primo, gli Evangeli erano pubblici; molti de' testimonj tuttora vivevano: si sottoponevano a' giudizi legali, e sostenevano la lor confessione in mezzo ai tormenti; ed i Giudei, nel paese de' quali erano accaduti i prodigi, accrescevano ad ora ad ora il numero de' credenti. Oltre a ciò si operavano quotidianamente nuovi miracoli; e questi comprovavano quelli di Cristo. Con tante prove vive e parlanti qual bisogno vi era di Apologie?
Secondo, si possono produrre mille passi di Autori Pagani per dimostrare, che i Gentili comunemente non mettevano in dubbio i miracoli attribuiti a Cristo: ne scansavano la forza col supporre negli Eroi del Politeismo lo stesso potere. Dimandiamo di nuovo, qual bisogno vi era, che gli Apologisti prendessero a provare ciò che non si contrastava? Quando i Pagani cominciarono ad attaccarli colle loro difficoltà, cominciarono pure gli Apologisti a difenderli. Origene fu un di costoro, ma non il primo, trovandosene altri prima di lui citati dal Mosemio.
Terzo. Se non vi soddisfano gli antichi Apologisti, consultate i moderni. L'esame de' fatti è limitato, come i fatti medesimi: quanto si può dir contro, e quanto si può rispondere in favore, si trova raccolto ne' libri loro: questi stessi argomenti, che trattiamo noi, vi sono ampiamente spiegati.
Argomento quarto. Seneca e Plinio non parlano delle tenebre non naturali, in cui per tre ore fu involta la terra nella passione di Cristo.
Risposta. Tertulliano afferma, che il prodigio fu da' Gentili notato ne' pubblici registri: il suo passo è sostenuto, per tacer di tanti altri, dal famoso Huezio; nè ha fondamento alcuno la diversa lettura, che ne vorrebbe fare l'Autore. Flegonte, Scrittor Pagano, è pur vendicato dall'Huezio, il quale giustamente conchiude, che contro la positiva testimonianza di costoro niuna forza ha il silenzio degli altri.
Che Plinio avesse destinato un capitolo apposta per gli ecclissi di natura straordinaria e d'insolita durata, e che questo della passione non vi si trovi, non è cosa da far meraviglia. Al lib. II. c. 30. Hist. Nat. si leggono le seguenti parole: Fiunt prodigiosi et languiores defectus; quali occiso Cesare et Antoniano bello, totius fere anni pallore perpetuo. Ecco una proposizione generica illustrata con un esempio, invece di un capitolo fatto a bello studio per menarvi tutti gli ecclissi straordinari.
RIASSUNTO.
Qui termina il Cap. XV. del Sig. Gibbon: egli ci ha obbligati a fare un viaggio ben lungo e curto: ma la moltiplicità e la sconnessione degli oggetti che abbiamo esaminati, e molto più di quelli, che siamo stati costretti a passare sotto silenzio, costituiscono il pregio singolare di questo libro. Una mano meno imperita e più paziente gli avrebbe uniti e distribuiti con ordine: il metodo da lui tenuto non è buono che a rintuzzare il senso comune. Al che aggiungendosi la superficialità delle cognizioni, che apparisce, all'indeterminata e confusa generalità dell'idee, la perpetua mala fede, colla quale corrompe i movimenti della storia e l'avidità di malignare sopra ogni cosa, ne risulterà un doppio carattere, che non è certo quello del pensatore e quello dell'uomo onesto. Egli ha fatto il quadro istorico de' progressi del Cristianesimo; il colorito orrido, ed i contorni forzati palesano abbastanza la passione del pittore. Noi che vogliamo fare il quadro istorico della sua logica, non dobbiamo se non riunire in un sol punto di veduta, e mostrar come delineate in carta le parti principali del suo edifizio.
Prima Conclusione. Lo stabilimento ed i progressi del Cristianesimo furono effetti naturali dello zelo intollerante de' Cristiani. L'Autore di tutto ha trattato fuorchè di questo; e quanto ha detto, non vale che a stabilire la conclusione opposta.
Seconda Conclusione. Fu dovuto al domma dell'immortalità, all'opinione dell'imminente fine del mondo e del millenio. L'Autore di tutto ha trattato fuorchè di questo, e quanto ha detto, non vale che a provare il contrario.
Terza Conclusione. Fu dovuto al poter de' miracoli che i primi Cristiani falsamente si attribuirono. L'Autore non ne ha trattato, e la conclusione in se stessa è contraddittoria.
Quarta Conclusione. Fu dovuto alla morale Cristiana. L'Autore non ne ha trattato ed ha provato il contrario, provando, ch'essa compariva ai Gentili contraria alla natura ed all'interesse dello Stato.
Quinta Conclusione. Fu dovuto alla forma dal governo Ecclesiastico. L'Autore non ne ha trattato, nè apparisce quale rapporto abbia il governo interno colle conversioni degl'Infedeli.
Sesta Conclusione. Fu dovuto all'indifferenza de' Sacerdoti Pagani. La supposizione è contraddetta dalla storia.
Settima Conclusione. Fu dovuto allo Scetticismo del popolo Pagano. La supposizione è contraria al fatto, e lo Scetticismo, di che parla l'Autore, non conduce se non all'incredulità.
Ottava Conclusione. Fu dovuto alle grandi strade delle legioni, all'uniformità della lingua, ed all'unione delle Province sotto un solo Monarca; nel rimanente il Cristianesimo non incontrò alcuno degli ostacoli, che sogliono impedire l'introduzione di una Religione straniera in lontani paesi. Qui l'Autore ha superato se stesso; e noi non vogliamo togliere ad alcuno il piacere d'ammirarlo.