CAPITOLO XXI.

Eresia perseguitata. Scisma de' Donatisti. Controversia Arriana. Atanasio. Stato della Chiesa e dell'Impero, turbato sotto Costantino ed i suoi figli. Tolleranza del Paganesimo.

L'applauso del Clero, grato ad un Principe che ne secondò le passioni, e ne promosse il vantaggio, ha consacrato la memoria di Costantino. Questi gli procurò sicurezza, beni, onori e vendetta; e risguardò la difesa della fede ortodossa come il più sacro ed importante dovere d'un civil Magistrato. L'editto di Milano, quella gran carta di tolleranza, avea confermato ad ogni individuo del Mondo Romano il privilegio di scegliere e di professare la propria sua religione. Ma fu ben presto violato questo inestimabile privilegio; l'Imperatore, insieme colla cognizione della verità, apprese anche le massime della persecuzione; e le Sette, discordi dalla Chiesa Cattolica, furono afflitte ed oppresse dal trionfo del Cristianesimo. Costantino crede facilmente che gli Eretici, i quali pretendevano d'opporsi a' comandi, o disputar contro le opinioni di lui, fosser colpevoli della più assurda e rea ostinazione; e che l'uso opportuno di moderati gastighi avrebbe potuto salvare quegl'infelici dal pericolo di un'eterna condanna. Non si perdè un momento ad escludere i ministri e i predicatori delle separate congregazioni da ogni partecipazione delle ricompense e delle immunità, che l'Imperatore aveva sì liberamente concesse al Clero ortodosso. Ma siccome i Settarj potevan tuttavia sussistere sotto il peso della disgrazia reale, si fece immediatamente seguire alla conquista dell'Oriente un editto, che annunziava la totale lor distruzione[131]. Dopo un preambolo pieno di passione e di rimproveri, Costantino assolutamente proibisce le assemblee degli Eretici, e confisca i comuni lor beni, applicandoli o al Fisco o alla Chiesa Cattolica. Le Sette, contro delle quali era diretta la Imperiale severità, pare che fosser composte dagli aderenti di Paolo di Samosata; da' Montanisti della Frigia, che conservavano un'entusiastica successione di profezia; da' Novaziani, che fieramente rigettavano la temporal efficacia della penitenza; da' Marcioniti e Valentiniani, sotto i principali stendardi de' quali appoco appoco riunite s'erano le diverse specie di Gnostici dell'Egitto e dell'Asia; e forse da' Manichei, che di fresco avevan portato dalla Persia una più artificiosa composizione di Teologia Orientale e Cristiana[132]. Si eseguì con vigore e con effetto il disegno di estirpare il nome, o almeno d'impedire i progressi di quegli odiosi Eretici. Si copiarono dagli editti di Diocleziano alcuni regolamenti penali, e tal metodo di conversione fu applaudito da quegli stessi Vescovi, che avevan provato il peso dell'oppressione, e difesi i diritti dell'umanità. Due particolari circostanze, per altro, posson servire a provare che lo spirito di Costantino non era interamente corrotto dallo zelo e dal bigottismo. Avanti di condannare i Manichei e le Sette ad essi aderenti, esaminar volle diligentemente la natura de religiosi loro principj. Siccome diffidava dell'imparzialità de' suoi consiglieri Ecclesiastici, diede tal delicata commissione ad un Magistrato civile, di cui egli giustamente stimava la moderazione e il sapere, e probabilmente ne ignorava il venale carattere[133]. Tosto restò l'Imperatore convinto, che aveva con troppa fretta proscritta l'ortodossa fede e gli esemplari costumi de' Novaziani, che dissentivano dalla Chiesa in alcuni articoli di disciplina, i quali forse non erano essenziali per l'eterna salute. Onde con un editto particolare gli esentò dalle pene generali della legge[134]; compartì loro la facoltà di erigere una Chiesa in Costantinopoli, rispettò i miracoli de' loro Santi; invitò al Concilio di Nicea il loro Vescovo Acesio; e pose gentilmente in ridicolo le rigorose opinioni della sua Setta con un famigliar motto, che dalla bocca d'un Sovrano si dovè ricevere con applauso e gratitudine[135].

A. D. 312

Le querele e le vicendevoli accuse, che assalirono il trono di Costantino, dopo che la morte di Massenzio ebbe sottoposto l'Affrica alle vittoriose sue armi, eran mal acconce a edificare un imperfetto proselito. Ei seppe con sua maraviglia, che le Province di quella gran regione, da' confini di Cirene fino alle Colonne d'Ercole, eran divise per discordie di religione[136]. L'origine della divisione proveniva da una doppia elezione fatta nella Chiesa di Cartagine, che tanto per grado, quanto per ricchezze era la seconda fra le sedi Ecclesiastiche dell'Occidente. I due rivali Primati dell'Affrica eran Ceciliano e Maiorino; e la morte di questo ultimo tosto diede luogo a Donato, che a motivo della sua maggiore abilità ed apparente virtù fu il più stabil sostegno del suo partito. Il vantaggio, che Ceciliano poteva trarre dall'anteriorità della sua ordinazione, veniva tolto di mezzo dall'illegittima o almeno indecente fretta, con cui s'era fatta, senz'aspettare l'arrivo de' Vescovi della Numidia. L'autorità poi di questi Vescovi, che nel numero di settanta condannarono Ceciliano, e consacrarono Maiorino, viene pur anche indebolita dall'infamia di varj loro caratteri personali e dagl'intrighi muliebri, dalle sacrileghe convenzioni e dal tumultuoso procedere, che sogliono imputarsi a questo Concilio Numidico[137]. I Vescovi delle contrarie parti sostenevano con ugual ostinazione ed ardore, che i loro avversari dovessero degradarsi, o almeno infamarsi per l'odioso delitto d'aver date in mano agli uffiziali di Diocleziano le Sante Scritture. Da' rimproveri, che vicendevolmente si fecero, non meno che dall'istoria di quest'oscuro fatto può giustamente inferirsi, che l'ultima persecuzione aveva invelenito lo zelo de' Cristiani dell'Affrica, senza riformarne i costumi. La Chiesa, in tal maniera divisa, non era capace di rendere un giudizio imparziale; la controversia dunque fu solennemente agitata in cinque Tribunali diversi, che furono assegnati dall'Imperatore; e tutta la processura, dal primo appello fino alla definitiva sentenza, durò più di tre anni. Una vigorosa inquisizione fatta dal Vicario Pretoriano e dal Proconsole dell'Affrica; la relazione di due Visitatori Episcopali, che furon mandati a Cartagine; i decreti dei Concili di Roma e d'Arles; ed il giudizio supremo di Costantino medesimo nel sacro suo Concistoro, furono tutti favorevoli alla causa di Ceciliano, ed egli venne di comun consenso riconosciuto dalla civile e dalla ecclesiastica potestà come il vero e legittimo Primate dell'Affrica. Si diedero gli onori ed i beni della Chiesa a' Vescovi suffraganei di lui, e non senza difficoltà Costantino si contentò di punir coll'esilio i principali capi della fazion Donatista. Siccome la loro causa fu esaminata con attenzione, forse fu anche giustamente decisa; e forse non era priva di fondamento la loro querela, che si fosse ingannata la credulità dell'Imperatore dagl'insidiosi artifizi d'Osio suo favorito. L'influenza della falsità o della corruzione potè procurare la condanna dell'innocente, o aggravar la sentenza del reo. Tal atto però d'ingiustizia, se avesse terminato un'importuna disputa, avrebbe potuto annoverarsi fra que' mali transitorj d'un governo dispotico, che non più si risentono, nè si rammentano dalla posterità.

A. D. 315

Ma quest'incidente sì piccolo per se stesso, che appena merita luogo nell'istoria, produsse un memorabile scisma, che afflisse le Province dell'Affrica più di trecento anni, e non vi fu estinto che insieme col Cristianesimo stesso. L'inflessibile zelo di libertà e di fanatismo animava i Donatisti a ricusar d'ubbidire agli usurpatori, de' quali disputavano l'elezione, e negavano la spiritual potestà. Esclusi dal civile e religioso commercio degli uomini, essi arditamente scomunicarono il resto del genere umano, che aveva abbracciato l'empio partito di Ceciliano e de' traditori, da' quali traeva la pretesa sua ordinazione. Asserivano con sicurezza e quasi esultando, che s'era interrotta la successione Apostolica; che tutti i Vescovi dell'Europa e dell'Asia erano infetti dal contagio della colpa e dello scisma; e che le prerogative della Chiesa Cattolica si ristringevano a quella scelta porzione di credenti Affricani, che soli avean conservata intatta la integrità della fede e della disciplina. Questa rigida teoria veniva sostenuta da una men caritatevole condotta. Ogni volta che acquistavano un proselito, anche dalle distanti Province dell'Oriente, reiteravano scrupolosamente i sacri riti del Battesimo[138] e dell'Ordinazione, rigettando la validità di quelli ch'esso avea ricevuti dalle mani degli Eretici o degli Scismatici. I Vescovi, le vergini ed eziandio gl'innocenti bambini eran sottoposti al peso di una penitenza pubblica, prima d'essere ammessi alla comunione de' Donatisti. Se ottenevano il possesso d'una Chiesa, di cui avesser fatto uso i Cattolici loro avversari, essi purificavano il profanato edifizio con la medesima gelosa cura, che avrebbe potuto richiedere un tempio d'idoli. Lavavano il pavimento, radevano le mura, bruciavano l'altare, che ordinariamente era di legno, fondevano i sacri vasi; e gettavano a' cani la santa Eucaristia con tutte le circostanze d'ignominia, che provocar potevano, e perpetuare l'animosità delle religiose fazioni[139]. Nonostante quest'irreconciliabile odio, i due partiti, che insieme trovavansi mescolati e sparsi per tutte le città dell'Affrica, avevano l'istesso linguaggio, gli stessi costumi, l'istesso zelo, la stessa dottrina, l'istessa fede e l'istesso culto. Proscritti dalle potestà civile ed ecclesiastica dell'Impero, i Donatisti si mantennero sempre superiori di numero in alcune Province, specialmente nella Numidia; e quattrocento Vescovi riconoscevano la giurisdizione del loro Primate. Ma l'invincibile spirito di tal Setta qualche volta attaccò anche le sue proprie viscere; ed il seno della scismatica loro Chiesa fu lacerato da intestine contese. Un quarto de' Vescovi Donatisti seguì l'indipendente stendardo de' Massimianisti. Lo stretto e solitario sentiero, che avevan segnato i primi lor Capi, continuava a deviare dalla gran società del genere umano. Anche l'impercettibile Setta de' Rogaziani ardiva d'asserire senza rossore, che quando Cristo sarebbe sceso a giudicare la terra, non avrebbe mantenuta la vera sua religione che in pochi ignoti villaggi della Cesarea Mauritania[140].

Lo scisma de' Donatisti limitavasi all'Africa; ma il male più facile a spargersi della controversia intorno alla Trinità, a grado a grado penetrò in ogni parte del Mondo Cristiano. Il primo fu una querela accidentale cagionata dall'abuso della libertà; il secondo fu un alto e misterioso argomento derivato dall'abuso della Filosofia. Dal tempo di Costantino fino a quello di Clodoveo e di Teodorico, gl'interessi temporali sì dei Romani che de' Barbari furon profondamente involti nelle teologiche dispute dell'Arrianesimo. Può dunque permettersi ad un Istorico di tirar rispettosamente il velo del Santuario, o di seguire il progresso della ragione e della fede, dell'errore e della passione, dalla scuola di Platone fino alla decadenza e rovina dell'Impero.

A. A. C. 360

Il genio di Platone, diretto dalla sua propria meditazione o dalla tradizionale scienza de' Sacerdoti dell'Egitto[141] aveva osato d'esplorare la misteriosa natura della Divinità. Dopo d'aver elevato la sua mente alla sublime contemplazione della necessaria causa dell'universo esistente da se medesima, il saggio Ateniese non era capace d'intendere, come la semplice unità della sua essenza potesse ammetter l'infinita varietà delle distinte e successive idee, che compongono il sistema del Mondo intellettuale; come un Ente puramente incorporeo eseguir ne potesse il perfetto modello, e con mano creatrice dar forma al rozzo e indipendente caos. La vana speranza di sbrigarsi da queste difficoltà, che sempre debbon opprimere le deboli facoltà della mente umana, potè indur Platone a considerar la natura Divina sotto la triplice modificazione, di prima causa, di ragione o di Logos, e di anima o spirito dell'Universo. La sua poetica immaginazione fissò talvolta ed animò queste metafisiche astrazioni; si rappresentano i tre archici, o sia originali principj nel sistema di Platone, come tre Dei, uniti l'uno coll'altro mediante una misteriosa ed ineffabil generazione; ed il Logos fu particolarmente considerato sotto il più accessibil carattere di Figlio di un eterno Padre Creatore e Governatore del Mondo. Tali pare che fossero le segrete dottrine, che venivano misteriosamente insegnate ne' giardini dell'Accademia, e che, secondo i più recenti discepoli di Platone, non potevano perfettamente intendersi che dopo un assiduo studio di trent'anni[142].

A. A. C. 300

Le armi de' Macedoni sparsero la lingua e la dottrina della Grecia nell'Asia e nell'Egitto; e s'insegnava con poca riserva e forse con qualche aggiunta il sistema teologico di Platone nella celebre scuola di Alessandria[143]. Il favore de' Tolomei aveva invitato una colonia numerosa di Ebrei a stabilirsi nella nuova lor capitale[144]. Nel tempo che il grosso della nazione praticava le ceremonie legali, ed attendeva alle lucrose occupazioni del commercio, alcuni pochi Ebrei d'uno spirito più coltivato, si consacravano alla religiosa e filosofica contemplazione[145]. Studiarono essi con diligenza, ed abbracciarono con ardore il sistema teologico del Savio d'Atene. Ma il nazional loro orgoglio, sarebbe rimasto mortificato da una chiara confessione dell'antica lor povertà, e arditamente spacciarono come una sacra eredità de' loro maggiori l'oro e le gioie, che avevano sì recentemente involato agli Egizi loro Signori. Cent'anni avanti la nascita di Cristo gli Ebrei d'Alessandria pubblicarono un trattato filosofico, che manifestamente dimostra lo stile ed i sentimenti della scuola di Platone, e fu di unanime consenso ricevuto come una genuina e stimabil reliquia dell'inspirata sapienza di Salomone[146]. Una simigliante unione della fede Mosaica e della filosofia Greca distingue le opere di Filone, che per la massima parte furon composte nel regno d'Augusto[147].

L'anima materiale dell'Universo[148] poteva offendere la pietà degli Ebrei. Ma essi applicarono il carattere del Logos al Jehovah di Mosè e de' Patriarchi; e fu introdotto il Figlio di Dio sulla terra sotto una visibile ed anche umana figura, per fare que' famigliari uffizi, che sembrano incompatibili colla natura e cogli attributi della Causa Universale[149].

A. A. C. 97

L'eloquenza di Platone, il nome di Salomone, l'autorità della scuola d'Alessandria, ed il consenso dei Greci e degli Ebrei non erano sufficienti a stabilire la verità d'una misteriosa dottrina, che potrebbe piacere ad una mente ragionevole, ma non soddisfarla. Solo un Profeta o un Apostolo, inspirato dalla Divinità, può esercitare un legittimo potere sulla fede degli uomini; e la teologia di Platone sarebbe restata per sempre confusa con le filosofiche visioni dell'Accademia, del Portico e del Liceo, se il nome e i divini attributi del Logos, non si fossero confermati dalla celeste penna dell'ultimo e del più sublime fra gli Evangelisti[150]. La rivelazione Cristiana, che fu consumata sotto il regno di Nerva, scuoprì al Mondo il sorprendente segreto, che il Logos, ch'era con Dio fin dal principio, ed era Dio, che aveva fatto tutte le cose; e per cui tutte le cose erano state fatte, s'era incarnato nella persona di Gesù di Nazaret, che era nato da una Vergine, e morto sulla croce. Oltre il general disegno di stabilire sopra una perpetua base gli onori divini di Cristo, i più antichi e rispettabili Scrittori Ecclesiastici hanno attribuito al Teologo Evangelico l'intenzione particolare di confutar due opposte eresie, che disturbavano la pace della primitiva Chiesa[151]. In primo luogo, la fede degli Ebioniti[152], e forse de' Nazareni[153], era grossolana ed imperfetta. Essi veneravan Gesù, come il più grande fra' Profeti, dotato di virtù e potere soprannaturale. Attribuivano alla persona ed al regno futuro di esso tutte le predizioni degli oracoli Ebrei, che si riferiscono allo spirituale ed eterno regno del promesso Messia[154]. Alcuni fra loro confessavano forse, ch'egli era nato da una Vergine; ma ostinatamente rigettavano la precedente esistenza e le divine perfezioni del Logos, o del Figlio di Dio, che sì chiaramente son definite nel Vangelo di S. Giovanni. Circa cinquant'anni dopo, gli Ebioniti, gli errori de' quali son rammentati da Giustino Martire con minore severità di quella che sembrerebbero meritare[155] formavano una parte molto poco considerabile del nome Cristiano. In secondo luogo, i Gnostici, che si distinguevano coll'epiteto di Dociti, caddero nell'estremo contrario; e volendo sostener la natura divina di Cristo, ne abbandonarono l'umana. Educati nella scuola di Platone ed assuefatti alla sublime idea del Logos, facilmente concepivano, che il più luminoso Eone, o Emanazione della Divinità, potesse assumer l'esterna figura, e le apparenze visibili di un mortale[156]; ma vanamente pretendevano che le imperfezioni della materia fossero incompatibili colla purità di una sostanza celeste. Mentre ancor fumava il sangue di Cristo sul monte Calvario, i Dociti inventarono l'empia e stravagante ipotesi, che invece d'esser nato dal seno della Vergine[157], fosse disceso sulle rive del Giordano in forma d'uomo perfetto; che avesse ingannato i sensi de' suoi nemici e de' suoi discepoli; e che i Ministri di Pilato esercitato avessero l'impotente lor rabbia sopra un aereo fantasma, il quale parve che spirasse sopra la croce, e dopo tre giorni risuscitasse da morte[158].

La sanzione Divina, che l'Apostolo avea comunicata al fondamental principio della Teologia di Platone, trasse gli eruditi proseliti del secondo e del terzo secolo ad ammirare e studiar gli scritti del savio Ateniese, che aveva tanto maravigliosamente annunziato una delle più sorprendenti scoperte della rivelazione Cristiana. Gli ortodossi fecero uso[159], e gli Eretici abuso[160] del nome rispettabile di Platone, come d'un comun sostegno della verità e dell'errore: s'adoperò l'autorità degli abili comentatori di lui per giustificare le remote conseguenze delle sue opinioni, e per supplire al discreto silenzio degli scrittori inspirati. Si agitavano le medesime sottili e profonde questioni sopra la natura, la generazione, la distinzione e l'uguaglianza delle tre Divine persone della misteriosa Triade o Trinità[161], nelle filosofiche e nelle Cristiane scuole d'Alessandria. Un ardente spirito di curiosità le spingeva ad esplorare i segreti dell'abisso; e soddisfacevasi con una scienza di parole l'orgoglio de' professori e de' loro discepoli. Ma il più sagace fra i Teologi Cristiani, l'istesso grande Atanasio, ha candidamente confessato[162] che ogni volta che sforzò la sua mente a meditare sulla divinità del Logos, i suoi laboriosi sforzi riuscirono vani ed inefficaci; che quanto più vi pensava, tanto meno capiva; e che quanto più scriveva, tanto era meno capace d'esprimere i suoi pensieri. Ad ogni passo di tal ricerca noi siam costretti a sentire ed a confessare l'immensa sproporzione che passa fra la natura del soggetto e la capacità della mente umana. Possiam tentare d'astrarre le nozioni di tempo, di spazio e di materia, che sono tanto strettamente congiunte con tutte le percezioni del nostro sperimentale conoscimento. Ma quando pretendiamo di ragionare di sostanza infinita, di generazione spirituale; quando vogliam dedurre qualche conclusione positiva da un'idea negativa, restiamo involti in oscurità, in dubbiezze ed in sicure contraddizioni. Poichè tali difficoltà provengono dalla natura del soggetto, esse opprimono col medesimo insuperabile peso tanto i filosofi quanto i teologi disputanti; ma possiamo peraltro osservare due particolari ed essenziali circostanze, che rendono diverse le dottrine della Chiesa Cattolica dalle opinioni della Platonica scuola.

I. Una scelta società di filosofi, uomini educati liberamente e disposti alla curiosità, poteva meditare in silenzio, o tranquillamente discutere ne' giardini di Atene o nella libreria d'Alessandria le astruse questioni della scienza metafisica. Le sublimi speculazioni, che non convincevano l'intelletto, nè agitavano le passioni degli stessi Platonici, venivan trascurate dalla parte sì oziosa che attiva ed anche studiosa dell'umano genere[163]. Ma dopo che il Logos fu rivelato come il sacro oggetto della fede, della speranza e del religioso culto de' Cristiani, fu abbracciato quel misterioso sistema da una copiosa e sempre crescente moltitudine in ogni Provincia del Mondo Romano. Quelli, che per l'età, pel sesso, o per le occupazioni loro erano i meno atti a giudicare, ed i meno esercitati nell'abitudine di ragionare astrattamente, aspiravano essi pure a contemplar l'economia della natura divina: e Tertulliano[164] vanta che un artefice Cristiano potea facilmente rispondere a tali questioni, che avrebbero imbarazzato il più acuto de' Greci Sapienti. Dove il soggetto è tanto al di là delle nostre forze, la differenza fra il più sublime ed il più debole degli umani ingegni può in vero computarsi per un infinitamente piccolo; pure si può forse misurare il grado di debolezza dal grado d'ostinazione e di dogmatica sicurezza. Queste speculazioni, invece d'esser risguardate come divertimenti di qualche ora disoccupata, divennero l'affare più serio della vita presente, e la preparazione più vantaggiosa per la futura. Una teologia ch'era obbligo credere, di cui era empietà il dubitare, ed intorno a cui sarebbe stato pericoloso ed anche fatale ogni sbaglio, divenne il famigliar argomento delle private meditazioni e de' popolari discorsi. La fredda indifferenza della Filosofia era infiammata dal fervente spirito di devozione; ed eziandio le metafore del linguaggio comune suggerivano fallaci pregiudizi di senso e d'esperienza. I Cristiani, che abborrivano la grossolana ed impura generazione della mitologia Greca[165] furon tentati di trarre argomento dalla famigliare analogia delle relazioni filiale e paterna. Il carattere di figlio pareva che includesse una perpetua subordinazione al volontario autore della sua esistenza[166]; ma siccome bisogna supporre, che l'atto di generare, nel più spirituale ed astratto senso, trasfonda le proprietà d'una natura comune[167], non ardirono di limitar la potenza o la durata del Figlio di un onnipotente ed eterno Padre. Ottant'anni dopo la morte di Cristo, i Cristiani della Bitinia dichiararono avanti al Tribunale di Plinio, ch'essi l'invocavano come Dio; ed in ogni secolo e paese gli si son continuati gli onori divini dalle varie Sette, che hanno assunto il nome di suoi discepoli[168]. La tenera loro venerazione per la memoria di Cristo, e l'orrore che avevano pel culto profano di ogni Ente creato, gli avrebbe impegnati a sostenere l'uguale ed assoluta Divinità del Logos, se il rapido loro volo verso il trono del Cielo non si fosse insensibilmente frenato dal timore di violar l'unità e la sola superiorità del gran Padre di Cristo e dell'Universo. Si può veder la sospensione e l'ondeggiamento prodotto negli animi dei Cristiani da queste contrarie inclinazioni negli scritti de' Teologi, che fiorirono dopo il tempo degli Apostoli, ed avanti l'origine della controversia Arriana. Tanto gli ortodossi quanto gli eretici pretendono con ugual sicurezza d'averli in loro favore; ed i più diligenti critici vanno pienamente d'accordo, che se essi ebber la buona fortuna di conoscer la Cattolica verità, almeno hanno espresso i loro sentimenti con parole indeterminate, inesatte ed alle volte contraddittorie[169].

II. La devozione degl'individui era la prima circostanza che distingueva i Cristiani da' Platonici; la seconda era l'autorità della Chiesa. I discepoli della Filosofia sostenevano i diritti dell'intellettual libertà; ed il rispetto, che avevano pe' sentimenti de' loro maestri, era un libero e volontario tributo che offerivano alla superiorità della religione. Ma i Cristiani formavano una società numerosa e disciplinata; e rigorosamente s'esercitava sugli animi de' Fedeli la giurisdizione delle leggi e de' Magistrati. I liberi voli dell'immaginazione venivano di mano in mano ristretti dalle formule e dalle confessioni di fede[170]; la libertà del giudizio privato era sottoposta alla pubblica dottrina de' Sinodi; l'autorità di un Teologo veniva determinata dal grado che esso tenea nella Chiesa; e gli Episcopali successori degli Apostoli soggettavano all'Ecclesiastiche censure coloro, che deviavan dalla Fede ortodossa. Ma in un tempo di controversie religiose ogni atto d'oppressione accresceva nuova forza all'elastico vigor dello spirito; ed alle volte anche lo zelo o l'ostinazione d'un ribelle spirituale si fomentava da segreti motivi d'ambizione o d'avarizia. Un argomento metafisico diveniva la causa, o il pretesto di contese politiche; si usavan le sottigliezze della scuola Platonica come le insegne delle fazioni popolari, e la differenza, che separava le rispettive loro opinioni, si accresceva o magnificava dall'acrimonia della disputa. Finattanto che l'oscura eresia di Prassea e di Sabellio procurò di confondere il Padre col Figlio[171], il partito Ortodosso fu degno di scusa, se aderiva con maggior vigore ed impegno alla distinzione che all'uguaglianza delle persone divine. Ma tosto che fu sopito il calor della controversia, ed il progresso dei Sabelliani non dava più motivo di temere alle Chiese di Roma, dell'Affrica o dell'Egitto, la corrente della opinione teologica cominciò a voltarsi con un dolce ma costante moto verso l'estremo contrario; ed i più Ortodossi Dottori non si guardarono dall'usare i termini e le definizioni, che in bocca de' Settari s'erano censurate[172]. Dopo che l'Editto di tolleranza ebbe restituito la pace a' Cristiani, insorse di nuovo la controversia della Trinità nell'antica sede del Platonismo, nella dotta, opulenta e tumultuosa città d'Alessandria; e la fiamma della discordia religiosa rapidamente si comunicò dalle scuole al Clero, al Popolo, alla Provincia ed all'Oriente. Si agitaron le astruse questioni dell'eternità del Logos nell'Ecclesiastiche conferenze e ne' discorsi popolari; e furon ben presto fatte pubbliche l'eterodosse opinioni d'Arrio[173] dal proprio zelo di lui, e da quello de' suoi avversari. I più implacabili nemici suoi hanno riconosciuto la dottrina e la vita incorrotta di quell'eminente Prete, che in un'antecedente elezione aveva dichiarate, e forse generosamente soppresse, le sue pretensioni alla sede Episcopale[174], Alessandro, competitore di lui, prese le parti di suo giudice. Fu agitata l'importante causa avanti di esso; e sebbene a principio sembrasse dubbioso, finalmente pronunziò la sua definitiva sentenza, come un'assoluta regola di fede[175]. L'indomito Prete, che ardì resistere all'autorità del suo ardente Vescovo, fu separato dalla comunione della Chiesa. Ma l'orgoglio d'Arrio era sostenuto dall'applauso d'un numeroso partito. Egli contava fra' suoi immediati seguaci due Vescovi dell'Egitto, sette Preti, dodici Diaconi, e (quel che sembra quasi incredibile) settecento Vergini. Un grandissimo numero de' Vescovi Asiatici parve che ne sostenesse, o favorisse la causa; ed i loro passi eran condotti da Eusebio di Cesarea, il più dotto de' Prelati Cristiani, e da Eusebio di Nicomedia, che aveva acquistato la riputazione di uomo di stato senza perder quella di Santo. Si opposero nella Palestina e nella Bitinia de' Sinodi a quelli dell'Egitto. Questa teologica disputa s'attirò l'attenzione del Sovrano e del Popolo, ed al termine di sei anni[176] ne fu rimessa la decisione alla suprema autorità del generalo Concilio di Nicea.

A. D. 318-325

Allorchè i misterj della Fede Cristiana pericolosamente s'esposero alla pubblica discussione, si potè osservare, che l'intelletto umano era capace di formare tre distinti, quantunque imperfetti, sistemi sopra la natura della Trinità di Dio; e fu pronunziato, che nessuno di questi, preso in un senso puro ed assoluto, era esente dall'eresia e dall'errore[177]. Primieramente, secondo l'ipotesi sostenuta da Arrio e da' suoi discepoli, il Logos era una produzione dipendente e spontanea, creata dal nulla per la volontà del Padre. Il Figlio, da cui s'eran fatte tutte le cose[178], era stato generato prima di tutti i Mondi, ed il più lungo periodo astronomico non potea comparire che un passeggiero momento relativamente all'estensione della durata di lui; tal durata però non era infinita[179], e vi era stato un tempo che avea preceduto l'ineffabil generazione del Logos. In quest'unigenito Figlio l'onnipotente Padre avea trasfuso l'ampio suo spirito, ed impresso lo splendore della sua gloria. Visibile immagine di un'invisibile perfezione, vedeva ad un'immensa distanza sotto i suoi piedi i troni de' più fulgidi Arcangeli; pure non risplendeva che una luce riflessa, e simile a' figli de' Romani Imperatori, ch'erano investiti de' titoli di Cesare o d'Augusto[180], ei governava l'universo con ubbidire alla volontà del suo Padre e Monarca. Nella Seconda ipotesi il Logos godeva tutte le inerenti incomunicabili perfezioni, che la Religione e la Filosofia attribuiscono al sommo Dio. La Divina essenza componevasi da tre distinte infinite menti o sostanze, da tre esseri coeguali e coeterni[181] e sarebbe stata una contraddizione che alcuno di loro dovesse non essere stato, o che dovesse mai cessare di esistere[182]. I difensori del sistema, che pareva che stabilisse tre indipendenti Divinità, tentavano di conservar l'unità della prima causa così patente nel disegno e nell'ordine del Mondo, mediante la perpetua concordia di loro amministrazione e l'essenziale conformità del loro volere. Si può vedere (dicevano essi) una debole somiglianza di tale unità d'azione nelle società degli uomini, ed anche degli animali. Le cause, che disturbano la loro armonia, non provengono che dall'imperfezione e disuguaglianza delle lor facoltà; ma l'onnipotenza, ch'è guidata da infinito sapere e bontà, non può mancare di scegliere gli stessi mezzi per l'adempimento de' medesimi fini. In terzo luogo tre Enti, che per propria original necessità di loro esistenza posseggono tutti i divini attributi nel grado più perfetto; che sono eterni nella durata, infiniti nello spazio, ed intimamente presenti l'uno all'altro ed a tutto l'universo; irresistibilmente forzano l'attonita mente a crederli uno stesso Ente[183], che nell'economia della grazia ugualmente che in quella della natura si possa manifestare sotto differenti forme, ed esser considerato in differenti aspetti. Con questa ipotesi una vera sostanzial Trinità si riduce ad una Trinità di nomi e di astratte modificazioni, che sussistono soltanto nella mente che le concepisce. Il Logos non è più una persona, ma un attributo, e non può applicarsi più che in un senso figurato l'epiteto di Figlio all'eterna ragione, che era un Dio fin dal principio, e da cui, non per mezzo di cui furon fatte tutte le cose. L'incarnazione del Logos riducevasi ad una mera inspirazione della Divina Sapienza, che riempì l'anima, e diresse tutte le azioni dell'Uomo Gesù. Così dopo d'aver percorso tutto il cerchio teologico, restiam sorpresi al vedere che il Sabelliano va a terminare dove incominciato avea l'Ebionita, e che l'incomprensibil mistero, ch'eccita la nostra adorazione, sfugge alle nostre ricerche[184].

A. D. 325

Se fosse stato permesso a' Vescovi del Concilio di Nicea[185] di seguire gl'imparziali dettami di lor coscienza, Arrio ed i suoi compagni avrebbero appena potuto lusingarsi con la speranza d ottenere una pluralità di voti a favor d'un'ipotesi tanto direttamente contraria alle due popolari opinioni del Mondo Cattolico. Gli Arriani tosto s'accorsero della pericolosa loro situazione, e prudentemente si vestirono di quelle modeste virtù, che, nel furore delle dissensioni civili o religiose, rare volte son praticate, o anche lodate da altri che dalla parte più debole. Raccomandavano essi l'esercizio della carità e moderazione Cristiana; insistevano nell'incomprensibile natura dello controversia; disapprovavan l'uso di termine, o di definizione alcuna, che non potesse trovarsi nelle Scritture; ed offerivano con proteste molto liberali di soddisfare gli avversari senza rinunziare alla sostanza de' propri loro principj. La fazione vittoriosa ricevè tutte queste proposizioni con altiera diffidenza: ed ansiosamente cercava qualche irreconciliabile segno di distinzione, la condanna di cui potesse involger gli Arriani nella colpa e nelle conseguenze dell'eresia. Fu pubblicamente letta, ed ignominiosamente lacerata una lettera, nella quale il loro Avvocato, Eusebio di Nicomedia, ingenuamente confessava, ch'era incompatibile co' principj del teologico loro sistema l'ammettere la parola Homoousion, o Consustanziale, termine già famigliare ai Platonici. Fu ardentemente abbracciata la favorevole occasione da' Vescovi, che dirigevano le deliberazioni del Sinodo; e secondo la viva espressione d'Ambrogio[186] si servirono della spada, che l'eresia medesima avea tirato dal fodero, per tagliar la testa all'odioso mostro. Dal Concilio Niceno fu stabilita la consustanzialità del Padre e del Figlio, ed è stata la medesima concordemente ricevuta, come un fondamentale articolo della Fede Cristiana, dal consenso delle Chiese Greca e Latina, Orientale e Protestante. Ma se la stessa parola non fosse stata sufficiente a diffamare gli Eretici, e ad unire i Cattolici, non si sarebbe ottenuto l'intento della maggior parte di quell'assemblea, da cui fu introdotta nel simbolo ortodosso. Questa parte maggiore si divideva in due classi, distinte fra loro mediante una contraria inclinazione a' sentimenti dei Triteisti e de' Sabelliani. Ma siccome sembrava, che quegli opposti estremi rovinassero i fondamenti della religione sì naturale che rivelata, essi convenner fra loro di moderare il rigore dei loro principj, e di negare in tal modo le giuste, ma odiose conseguenze, che avrebber potuto trarsi da' loro avversarj. L'interesse della causa comune li faceva inclinare ad unire i loro partiti, ed a nasconder le lor differenze; fu ammollita l'animosità loro da salutari consigli di tolleranza, e restaron sospese le loro dispute mediante l'uso del misterioso Homoousion, che ognuno era libero d'interpretare secondo le proprie particolari opinioni. Il senso Sabelliano, che circa cinquant'anni prima aveva obbligato il Concilio d'Antiochia[187] a proibir quel celebre termine, lo rendeva caro a que' Teologi, che mantenevano una segreta, ma parziale affezione per una Trinità nominale. Ma i Santi, ch'erano più alla moda ne' tempi degli Arriani, l'intrepido Atanasio, il dotto Gregorio Nazianzeno, e le altre colonne della Chiesa, che sostennero con abilità ed effetto la dottrina Nicena, par che risguardassero l'espression di Sostanza, come un sinonimo di quella di Natura; e si avventurarono ad illustrare il loro pensiero con affermare, che tre uomini, in quanto appartengono alla stessa specie loro comune, sono consustanziali, o sia homoousii l'uno coll'altro[188]. Questa pura e distinta uguaglianza, per una parte, veniva temperata dall'interna connessione e penetrazione spirituale, che indissolubilmente unisce le persone divine[189]; e per l'altra dalla preminenza del Padre, che si confessava per quanto essa è compatibile coll'indipendenza del Figliuolo[190]. Dentro questi limiti si lasciò muover con sicurezza la quasi invisibile e tremula palla dell'ortodossia; ed intorno di questo sacro recinto stavano in agguato gli Eretici, ed i demonj per sorprendere e divorare quegl'infelici che gli oltrepassavano. Ma siccome i gradi dell'odio teologico dipendono piuttosto dallo spirito di guerra che dall'importanza della controversia, gli Eretici che degradavan la persona del Figlio, eran trattati con maggior severità di quelli che l'annichilavano. Atanasio consumò la sua vita nell'irreconciliabile opposizione all'empia pazzia degli Arriani[191]; ma difese più di venti anni il Sabellianismo di Marcello d'Ancira; e quando alla fine fu costretto a ritirarsi dalla comunione di lui, rammentava sempre con ambiguo sorriso i veniali errori del suo rispettabile amico[192].

L'autorità d'un Concilio generale, a cui gli Arriani stessi erano stati costretti a sottomettersi, delineò sulle bandiere della parte ortodossa i misteriosi caratteri della parola Homoousion, la quale nonostanti alcune oscure dispute, e certi notturni dibattimenti, essenzialmente contribuì a mantenere e perpetuar l'uniformità della fede, o almen del linguaggio. I Consustanzialisti, che pel loro buon successo avean meritato e conseguito il titolo di Cattolici, si gloriavano della semplicità e fermezza del loro proprio simbolo, ed insultavano le replicate variazioni de' loro avversari, ch'eran privi d'una certa regola di fede. La sincerità o l'astuzia de' Capi Arriani, il timor delle leggi o del popolo, la reverenza che aveano per Cristo, il loro odio verso Atanasio, tutte in somma le cause umane e divine, che possono influire e indur varietà ne' consigli d'un partito teologico, introdussero fra i Settari uno spirito di discordia e d'incostanza, che nel corso di pochi anni produsse diciotto diverse formule di religione[193], e vendicò la violata dignità della Chiesa. Lo zelante Ilario[194], che per causa della particolar durezza di sua situazione era inclinato a diminuire piuttosto che ad aggravare gli errori del Clero dell'Oriente, dichiara che nella vasta estensione delle dieci Province dell'Asia, nelle quali esso era stato esule, potean trovarsi ben pochi Prelati, che avessero mantenuta la cognizione del vero Dio[195]. L'oppressione, che avea provato, i disordini, de' quali era stato spettatore e vittima, quietarono per breve tempo le fervide passioni nell'animo suo; e nel seguente passo, di cui non farò che trascrivere pochi versi, il Vescovo di Poitiers s'abbandona, senz'avvedersene, allo stile d'un Cristiano filosofo; «È una cosa» dice Ilario «ugualmente deplorabile e pericolosa, che vi siano tanti simboli, quante son le opinioni fra gli uomini, tante dottrine, quante inclinazioni, e tante sorgenti di bestemmie, quanti difetti si trovan fra noi, perchè facciamo i simboli arbitrariamente e gli spieghiamo ancora a capriccio. Varj Sinodi hanno successivamente rigettato, ammesso ed interpretato il termine Homoousion. La parziale e total somiglianza del Padre e del Figlio in questi infelici tempi è un soggetti di disputa. Ogni anno, anzi ogni mese facciamo de' nuovi simboli per esporre de' misteri invisibili. Ci pentiamo di ciò, che abbiam fatto, difendiamo quelli che che si pentono, ed anatematizziamo quelli che prima difendevamo. O condanniamo la dottrina degli altri in noi stessi, o la nostra in quella degli altri; e reciprocamente lacerandoci l'uno coll'altro, siamo stati la causa della nostra vicendevol rovina»[196].

Non si aspetterà, e forse neppure si soffrirebbe, che io ampliassi questa teologica digressione con un minuto esame de' diciotto simboli, gli autori de' quali per la maggior parte ricusavano l'odioso nome del loro padre Arrio. Il delineare la forma e descriver la vegetazione d'una pianta riesce assai piacevole; ma il noioso ragguaglio delle foglie senza fiori e de' rami senza frutti stancherebbe tosto la pazienza, e sconcerterebbe la curiosità del laborioso studente. Non deve però tralasciarsi la notizia d'una questione, che in seguito nacque dalla controversia Arriana, mentre servì essa a produrre e distinguer fra loro tre Sette, le quali non convenivano in altro che in una comune avversione all'Homoousion del Sinodo Niceno. 1. Alla questione se fosse il Figlio simile al Padre, risolutamente si rispondeva per la negativa da quegli Eretici, che aderivano a' principj d'Arrio, o anche a quelli della filosofia, che sembra porro un'infinita differenza fra il Creatore e la più eccellente delle sue creature. Si sosteneva quella ovvia conseguenza da Aezio[197], a cui lo zelo de' suoi nemici diede il soprannome di Ateo. Il suo spirito inquieto ed intraprendente lo indusse a provare quasi tutte le professioni della vita umana. Egli fu in diversi tempi schiavo o almeno lavoratore di terra, venditore di vasi per le strade, orefice, medico, maestro di scuola, teologo, e finalmente Apostolo di una nuova Chiesa, che propagossi mediante l'abilità del suo discepolo Eunomio[198]. Armato di testi scritturali, e di arguti sillogismi, presi dalla logica d'Aristotele, il sottil Aezio aveva acquistato la fama d'invincibil disputatore, che non si poteva nè ridurre al silenzio, nè convincere. Tali doti s'attiraron l'amicizia de' Vescovi Arriani, fino a tanto che non furon essi costretti a ricusare, ed anche a perseguitare un pericoloso alleato, che per l'esattezza del suo raziocinio aveva pregiudicato la lor causa nell'opinion popolare, ed offeso la pietà de' loro più devoti seguaci. 2. L'onnipotenza del Creatore somministrava una speciosa e riverente soluzione della somiglianza del Padre e del Figlio; e la fede poteva umilmente ammettere ciò, che la ragione non avrebbe ardito di negare, vale a dire, che il supremo Dio potesse comunicar le infinite sue perfezioni, e creare un Ente simile unicamente a se stesso[199]. Questi Arriani furon potentemente sostenuti dal peso e dall'abilità dei lor Capi, ch'eran successi al maneggio del partito Eusebiano, e che occupavan le sedi principali dell'Oriente. Detestavano essi forse con qualche affettazione l'empietà d'Aezio e professavan di credere, o senza riserva o secondo le Scritture, che il Figlio fosse differente da tutte le altre creature, e simile soltanto al Padre. Ma negavano, ch'egli fosse o della medesima, o di simile sostanza, giustificando alle volte arditamente il loro dissenso, ed alle volte opponendosi all'uso della parola sostanza, che sembra includere un'adeguata, o almeno distinta nozione della natura di Dio. 3. La Setta, che sosteneva la dottrina d'una simil sostanza, era la più numerosa, almeno nelle Province dell'Asia; e quando si adunarono i Capi di ambe le parti nel Concilio di Seleucia[200], potè prevalere la lor opinione mediante il suffragio di cento cinque Vescovi sopra quarantatre. Il Greco vocabolo, che si scelse per esprimere tal misteriosa somiglianza, ha un'affinità così grande al simbolo ortodosso, che i profani d'ogni tempo hanno deriso le furiose dispute, che la differenza d'un semplice dittongo eccitò tra gli Homoousii, e gli Homoiousii. Siccome però frequentemente accade che i suoni ed i caratteri, che sono più vicini fra loro, accidentalmente rappresentano le più opposte idee, tal osservazione sarebbe per se stessa ridicola, se fosse possibile di notare alcuna reale e sensibile distinzione fra la dottrina de' semi-Arriani, come impropriamente si appellano, e quella de' Cattolici medesimi. Il Vescovo di Poitiers che nel suo esilio di Frigia tentò molto saviamente di riunire le parti, procura di provare, che mediante una pia e fedele interpretazione[201] la parola Homoiousion può ridursi al senso di consustanziale. Pure confessa, che tal parola porta un'aria di oscurità e di sospetto, e come se l'oscurità fosse congenita alle dispute teologiche, i semi-Arriani, che più s'accostavano alle porte della Chiesa, le assalirono col più inflessibil furore.

Le Province dell'Egitto e dell'Asia, che apprendevano la lingua ed i costumi de' Greci, avevan profondamente bevuto il veleno della controversia Arriana. Lo studio ad essi famigliare del sistema Platonico, una disposizione alla vanità e all'argomentazione, un copioso e pieghevole idioma somministravano al Clero ed al Popolo dell'Oriente un'inesauribile quantità di parole e di distinzioni; ed in mezzo alle fiere loro contese, facilmente obbliavano il dubitare che si raccomanda dalla filosofia, e la sommissione che dalla religione è comandata. Gli abitanti dell'Occidente erano d'uno spirito meno investigatore; le loro passioni non eran sì fortemente mosse dagli oggetti invisibili; i loro animi eran meno esercitati dall'abitudine di disputare; e tal era la felice ignoranza della Chiesa Gallicana, che Ilario medesimo più di trent'anni dopo il primo Concilio Generale non avea cognizione del simbolo Niceno[202]. I Latini avevan ricevuto il lume della cognizione divina per l'oscuro e dubbioso mezzo di una traduzione. La povertà e durezza della nativa loro lingua non era sempre capace di somministrare i giusti vocaboli, equivalenti a' Greci ed alle voci tecniche della Platonica filosofia[203], che s'erano consacrate dal Vangelo o dalla Chiesa per esprimere i misteri della fede Cristiana; ed un difetto verbale poteva introdurre nella teologia Latina una lunga serie d'errori, o d'ambiguità[204]. Ma poichè le Province dell'Occidente avevano la fortuna di trarre la lor Religione da una sorgente ortodossa, esse mantennero con fermezza la dottrina, che avean ricevuto con docilità; e quando la peste Arriana s'accostò alle loro frontiere, fu applicato ad esse l'opportuno preservativo dell'Homoousion per le paterne cure del Romano Pontefice.

A. D. 360

Si spiegarono i sentimenti, e l'indole loro nel memorabil Sinodo di Rimini, che sorpassò in numero il Concilio di Nicea, mentre vi si trovarono più di quattrocento Vescovi dell'Italia, dell'Affrica, della Spagna, della Gallia, della Gran-Brettagna, e dell'Illirico. Fino da' primi dibattimenti si vide che soli ottanta Prelati aderivano al partito d'Arrio, quantunque affettassero di anatematizzarne la memoria ed il nome. Ma quest'inferiorità era compensata da' vantaggi della perizia, dell'esperienza e della disciplina; ed il minor numero era condotto da Valente ed Ursacio Vescovi dell'Illirico, che avean consumato le loro vite negli intrighi delle Corti e de' Concilj, e che nelle religiose guerre dell'Oriente erano stati attirati sotto la bandiera Eusebiana. Essi per mezzo de' loro argomenti e negoziati imbarazzarono, confusero, ed al fine ingannarono l'onesta semplicità de' Vescovi Latini, che si lasciarono strappar dalle mani il Palladio della fede, più per frode ed importunità, che per aperta violenza. Non fu permesso che si separasse il Concilio di Rimini, finchè i membri di esso non ebbero imprudentemente soscritto un ingannevole simbolo, nel quale furono inserite in luogo dell'Homoousion alcune espressioni, suscettibili d'un senso ereticale. Allora fu che, secondo Girolamo[205], il Mondo con sua maraviglia si trovò Arriano. Ma appena i Vescovi delle Province Latine furon giunti alle respettive lor Diocesi, conobbero il loro sbaglio e si pentirono della lor debolezza. Fu rigettata con abborrimento e con isdegno l'ignominiosa capitolazione; e lo stendardo Homoousio, ch'era stato scosso, ma non atterrato, fu più stabilmente ripiantato in tutte le Chiese Occidentali[206].

Tale fu l'origine ed il progresso, e tali furono le naturali rivoluzioni di quelle teologiche dispute, che disturbaron la pace del Cristianesimo sotto i regni di Costantino e de' suoi figli. Ma siccome questi Principi presunsero di estendere il lor dispotismo sopra la fede non meno che sulle vite e sostanze de' loro sudditi, il peso del loro voto qualche volta fece pender la bilancia Ecclesiastica; e le prerogative del Re del Cielo furono stabilite, cangiate o modificate nel gabinetto d'un Monarca terreno.

A. D. 324

L'infelice spirito di discordia, che invase le Province dell'Oriente, interruppe il trionfo di Costantino; ma l'Imperatore per qualche tempo continuò a guardare con fredda e non curante indifferenza il soggetto della disputa. Ignorando egli ancora la difficoltà di quietare le contese de' Teologi, indirizzò ad ambi i contendenti, Alessandro ed Arrio, una moderata lettera[207] che può attribuirsi con più ragione al libero senso d'un soldato e d'un politico che a' dettami di alcuno de' Vescovi suoi consiglieri. Egli attribuisce l'origine di tutta la controversia ad una minuta e sottile questione intorno ad un punto incomprensibile della legge, questione che fu scioccamente promossa dal Vescovo, e sciolta imprudentemente dal Prete. Si duole, che il popolo Cristiano, che aveva lo stesso Dio, la stessa religione e lo stesso culto, fosse diviso da tali meschine distinzioni; e seriamente raccomanda al Clero d'Alessandria di seguir l'esempio de' Greci filosofi, i quali sapevan sostenere i loro argomenti senza perder la tranquillità, e conservar la libertà propria senza violar l'amicizia. L'indifferenza ed il disprezzo del Sovrano sarebbe forse stato il metodo più efficace di por silenzio alla disputa, se la corrente popolare fosse stata meno rapida e impetuosa, e se Costantino medesimo in mezzo alla fazione ed al fanatismo avesse potuto conservar la calma ed il possesso della sua mente. Ma i suoi Ministri Ecclesiastici presto tentarono di sedurre l'imparzialità del Magistrato, e d'infiammare lo zelo del proselito. Fu egli provocato dagl'insulti fatti alle proprie statue; fu commosso dalla reale o immaginaria grandezza del male, che andava dilatandosi; ed estinse ogni speranza di pace e di tolleranza, dal momento che adunò trecento Vescovi dentro le mura d'un istesso palazzo. La presenza del Monarca accrebbe l'importanza della disputa; la sua attenzione fece moltiplicarne gli argomenti; ed egli espose la sua persona con un'intrepidezza sì paziente, che animò il valore de' combattenti. Nonostante l'applauso, che si è fatto all'eloquenza e sagacità di Costantino[208], un Generale Romano, la cui religione poteva esser sempre dubbiosa, e la cui mente non era stata illuminata nè dallo studio, nè dall'inspirazione, doveva esser poco acconcio a discutere in Greco linguaggio una questione metafisica o un articolo di fede. Ma il credito d'Osio suo favorito, il quale sembra che presedesse al Concilio di Nicea, potè disporre l'Imperatore a favor della parte ortodossa; ed una osservazione fatta a tempo, che quel medesimo Eusebio di Nicomedia, il quale allora proteggeva gli Eretici, aveva innanzi assistito il Tiranno[209], potè inasprirlo contro gli avversari. Il Simbolo Niceno fu ratificato da Costantino, e la sua ferma dichiarazione, che quelli che resistito avessero al divino giudizio del Sinodo, potean prepararsi immediatamente all'esilio, annientò i romori di una debole opposizione, che da diciassette Vescovi Protestanti fu quasi ad un tratto ridotta a due. Eusebio di Cesarea prestò un ripugnante ed ambiguo consenso all'Homoousion[210]; e l'equivoca condotta d'Eusebio di Nicomedia non servì che a differire circa tre mesi la sua disgrazia, ed il suo esilio[211]. L'empio Arrio fu bandito in una delle remote Province dell'Illirico; la sua persona ed i suoi discepoli furono infamati dalla legge coll'odioso nome di Porfiriani; i suoi scritti furon condannati alle fiamme; e fu stabilita la pena capitale contro coloro, appresso i quali si fosser trovati. L'Imperatore s'era allora investito dello spirito di controversia, e l'ardente e satirico stile de' suoi editti era diretto ad inspirare ne' sudditi l'odio che egli avea concepito contro i nemici di Cristo[212].

A. D. 328-337

Ma come se la condotta dell'Imperatore avesse avuto per guida piuttosto la passione che un vero principio, appena eran passati tre anni dopo il Concilio Niceno, ch'ei dimostrò alcuni sintomi di misericordia ed eziandio d'indulgenza verso la setta proscritta, ch'era segretamente protetta dalla sorella sua favorita. Si richiamarono gli esuli; ed Eusebio che appoco appoco riprese la sua autorità sulla mente di Costantino, fu restituito alla Sede Episcopale, da cui era stato ignominiosamente deposto. Arrio stesso fu trattato da tutta la Corte con quel rispetto, che si sarebbe dovuto ad un innocente oppresso. La sua fede fu approvata dal Sinodo di Gerusalemme, e l'Imperatore parve impaziente di riparar l'ingiustizia fattagli, con emanare un assoluto comando, ch'egli fosse solennemente ammesso alla comunione nella Cattedrale di Costantinopoli. Nel medesimo giorno, ch'era stato stabilito pel trionfo d'Arrio, questi spirò; e le strane ed orride circostanze della sua morte potrebbero eccitare qualche sospetto, che i santi Ortodossi avessero contribuito più efficacemente che con le pure preghiere a liberar la Chiesa dal più formidabile de' suoi nemici[213]. I principali tre Capi de' Cattolici, Atanasio d'Alessandria, Eustazio d'Antiochia e Paolo di Costantinopoli sopra varie accuse furon deposti per decreto di numerosi Concilj; ed in seguito furon banditi in lontani paesi dal primo degl'Imperatori Cristiani, che negli ultimi momenti della sua vita ricevè i riti del battesimo dall'Arriano Vescovo di Nicomedia. Non può veramente salvarsi l'ecclesiastico governo di Costantino dalla taccia di leggerezza e di debolezza. Ma il credulo Monarca, inesperto degli stratagemmi nella maniera di guerreggiare teologico, potè restar ingannato dalle modeste e speciose proteste degli Eretici, de' quali non aveva egli mai perfettamente capiti i sentimenti; e nel tempo che proteggeva Arrio, e perseguitava Atanasio, risguardava sempre il Concilio Niceno come il baloardo della fede Cristiana, e la gloria principal del suo regno[214].

A. D. 337-361

I figli di Costantino furono certamente ammessi fino dalla lor fanciullezza nell'elenco de' Catecumeni, ma nel differire il Battesimo imitarono l'esempio del loro Padre. Al pari di lui, essi pretesero di pronunziar il loro giudizio intorno a que' misteri, ne' quali non erano mai stati regolarmente iniziati[215]; ed il destino della controversia sulla Trinità dipendeva in gran parte dai sentimenti di Costanzo, ch'ereditò le Province dell'Oriente, ed acquistò poi tutto l'Impero. Il Prete o Vescovo Arriano, che si era servito in suo vantaggio del segreto del testamento del defunto Imperatore, profittò della fortunata occasione, che avevalo ammesso alla famigliarità d'un Principe, le pubbliche deliberazioni del quale erano sempre dominate da' domestici suoi favoriti. Gli eunuchi e gli schiavi sparsero pel palazzo il veleno spirituale, e fu comunicata la pericolosa infezione dalle serventi alle guardie, e dall'Imperatrice al non sospettoso marito di lei[216]. La parzialità che Costanzo dimostrò sempre verso la fazione d'Eusebio, fu insensibilmente fortificata da' destri maneggi de' capi di essa; e la vittoria, che riportò contro il tiranno Magnenzio, accrebbe la sua inclinazione e la sua abilità in impiegar le armi della forza nella causa dell'Arrianismo. Nel tempo che combattevano i due eserciti nella pianura di Mursa, e dipendeva il destino de' due rivali dalla sorte della guerra, il figlio di Costantino stava ansioso aspettando in una Chiesa di Martiri, sotto le mura della Città. Il suo spirituale confortatore, Valente, Vescovo Arriano della Diocesi, prese le più artificiose cautele per essere informato del successo in tempo da potere assicurarsi o il favore di lui, o la fuga. Una secreta catena di veloci e fedeli nunzj lo rendeva inteso delle vicende della battaglia; e mentre i cortigiani stavan tremanti attorno lo spaventato loro Signore, Valente l'assicurò che le Galliche legioni cedevano; e con qualche presenza di spirito gli fece credere, che gli era stato rivelato il glorioso fatto da un Angelo. Il grato Imperatore attribuì la sua fortuna a' meriti ed all'intercessione del Vescovo di Mursa, la cui fede aveva meritamente la pubblica e miracolosa approvazione del Cielo[217]. Gli Arriani, che risguardavan la vittoria di Costanzo come propria di loro, preferivano la gloria di lui a quella del Padre[218]. Cirillo, Vescovo di Gerusalemme, immediatamente compose la descrizione d'una croce celeste circondata da una splendida iride, che nella festa di Pentecoste, circa l'ora terza del giorno, era apparsa sul monte Oliveto per edificare i devoti pellegrini ed il popolo della santa città[219]. La figura della meteora fu appoco appoco ingrandita; e l'istorico Arriano avventurò di asserire, ch'essa fu visibile nelle pianure della Pannonia ad ambo gli eserciti; e che il Tiranno, ch'egli a bella posta rappresenta come idolatra, fuggì davanti al fausto segno dell'Ortodossa Cristianità[220].

I sentimenti d'un giudizioso straniero, che imparzialmente ha considerato il progresso della discordia civile o ecclesiastica, hanno sempre diritto alla nostra cognizione, ed un breve passo d'Ammiano, che militò nelle armate, e studiò il carattere di Costanzo, è forse più valutabile di molte pagine piene d'invettive teologiche. «Egli confuse (dice quel moderato Istorico) la religione Cristiana, che in se stessa è piana e semplice, co' delirj della superstizione. Invece di conciliare le parti col peso della sua autorità, applaudiva e propagava per mezzo di verbose dispute le differenze che aveva eccitate la sua vana curiosità. Le pubbliche strade eran coperte da truppe di Vescovi che correvano da ogni parte alle assemblee, ch'essi chiamano Sinodi; e mentre ciascheduno procurava di trarre tutta la Setta alle proprie particolari opinioni, da' precipitosi replicati loro viaggi era quasi rovinato il pubblico regolamento delle poste[221]». La nostra più intima cognizione dell'istoria Ecclesiastica del regno di Costanzo ci somministrerebbe un ampio comentario a questo notabile passo, il quale giustifica i ragionevoli timori d'Atanasio, che l'inquieta attività del Clero, il quale andava girando attorno in cerca della vera fede, non eccitasse il disprezzo e le risa del Mondo infedele[222]. Tosto che l'Imperatore rimase libero da' terrori della guerra civile, consacrò l'ozio de' suoi quartieri d'inverno in Arles, in Milano, in Sirmio ed in Costantinopoli al divertimento ed a' travagli della controversia; fu sguainata la spada del Magistrato ed eziandio del Tiranno per sostenere a viva forza le ragioni del Teologo; e poichè s'opponeva alla fede Ortodossa di Nicea, si convien facilmente che la sua incapacità ed ignoranza ne pareggiavano la presunzione[223]. Gli eunuchi, le donne ed i Vescovi, che regolavano il vano e debole spirito dell'Imperatore, gli avevano inspirato un insuperabil disgusto per l'Homoousion; ma la sua timida coscienza era agitata dall'empietà di Aezio. Si aggravava la colpa di quell'ateo dal sospetto favore dell'infelice Gallo; ed anche le morti de' ministri Imperiali, ch'erano stati trucidati in Antiochia, vennero imputate alle suggestioni di quel pericoloso sofista. Lo spirito di Costanzo, che non poteva esser nè moderato dalla ragione, nè determinato dalla fede, era ciecamente spinto all'uno o all'altro lato dall'orrore che aveva degli opposti estremi; egli abbracciava e condannava le opinioni a vicenda, bandiva e successivamente richiamava i Capi dell'Arriana e Semiarriana fazione[224]. Nel tempo delle occupazioni o solennità pubbliche esso consumava gl'interi giorni ed anche le notti nello scegliere le parole, ed in pesar le sillabe, che componevano i fluttuanti suoi simboli. Il soggetto delle sue meditazioni accompagnava sempre ed occupava i leggieri suoi sonni; si ricevevano gl'incoerenti sogni dell'Imperatore come visioni celesti, ed egli accettava con compiacenza il sublime titolo di Vescovo de' Vescovi da quegli Ecclesiastici, che dimenticavano l'interesse dell'ordine loro per soddisfare le proprie passioni. Il disegno di stabilire una dottrina uniforme che l'aveva impegnato a convocar tanti Sinodi nella Gallia, nell'Italia, nell'Illirico e nell'Asia, restò più volte deluso per la propria sua leggerezza, per le divisioni degli Arriani e per la resistenza de' Cattolici; onde risolvè per un ultimo e decisivo sforzo d'imperiosamente dettare i decreti d'un Concilio generale. Il rovinoso terremoto di Nicomedia, la difficoltà di trovare un luogo conveniente, e forse qualche secreto motivo di politica, servirono ad alterarne l'intimazione. Ai Vescovi dell'Oriente fu ordinato di unirsi a Seleucia in Isauria: mentre quelli dell'Occidente tenevan le loro sessioni a Rimini sulla costa dell'Adriatico; ed invece di due o tre Deputati d'ogni Provincia si volle, che v'intervenisse tutto quanto il ceto de' Vescovi. Il Concilio dell'Oriente, dopo d'aver consumato quattro giorni in fieri ed inutili contrasti, si separò senz'alcuna decisiva conclusione. L'Occidentale fu prolungato fino al settimo mese. Tauro, prefetto del Pretorio, aveva ordine di non lasciar partire i Prelati fino a tanto che non si fossero tutti uniti nella stessa opinione; ed i suoi sforzi furono sostenuti con la facoltà di bandire quindici de' più refrattari, e con la promessa del Consolato, se conduceva a termine un'impresa così difficile.

A. D. 360

Le sue preghiere e minacce, l'autorità del Sovrano, l'arte sofistica di Valente e d'Ursacio, gl'incomodi della fame e del freddo, ed il tristo pensiero d'un esilio senza speranza estorsero alla fine il ripugnante consenso de' Vescovi di Rimini. I Deputati sì dell'Oriente che dell'Occidente si raccolsero intorno all'Imperatore nel Palazzo di Costantinopoli; ed egli ebbe la soddisfazione di dettare al Mondo una professione di fede che stabilirà la somiglianza, senz'esprimer la consustanzialità del Figlio di Dio[225]. Ma la deposizion del Clero Ortodosso, che non fu possibile nè d'intimorire, nè di corrompere, precedè il trionfo dell'Arrianismo; ed il regno di Costanzo restò infamato dalla ingiusta ed inefficace persecuzione del grande Atanasio.

Di rado abbiam l'occasione d'osservare nella vita o attiva o speculativa, qual effetto possa prodursi, o quali ostacoli si possano superare dalla forza d'uno spirito, quando è inflessibilmente applicato al conseguimento d'un solo oggetto. L'immortal nome d'Atanasio[226] non potrà mai separarsi dalla dottrina Cattolica della Trinità; alla difesa di cui consacrò egli ogni momento ed ogni facoltà del suo essere. Educato nella famiglia d'Alessandro, s'era vigorosamente opposto a' primi progressi dell'eresia d'Arrio; egli aveva l'importante uffizio di segretario sotto il vecchio Prelato; ed i Padri del Concilio Niceno videro con maraviglia e rispetto le nascenti virtù del giovane Diacono. In un tempo di pubblico pericolo, gli sciocchi diritti dell'età e del grado alle volte son trascurati; e dentro i cinque mesi dopo il suo ritorno da Nicea, il Diacono Atanasio fu collocato sull'Archiepiscopale Sede dell'Egitto. Egli occupò quell'eminente posto più di quaranta sei anni, e la sua lunga amministrazione fu consumata in un perpetuo combattimento contro le forze dell'Arrianismo. Cinque volte Atanasio fu espulso dalla propria sede; passò venti anni com'esule e fuggitivo; e quasi ogni Provincia del Romano Impero rendè in varj tempi testimonianza al suo merito ed a' suoi patimenti per la causa dell'Homoousion, che esso considerava come l'unico suo piacere, il solo suo affare, come il dovere e la gloria della sua vita. In mezzo alle tempeste della persecuzione, l'Arcivescovo d'Alessandria era tollerante della fatica, avido di fama, non curante di sicurezza; e quantunque il suo spirito fosse attaccato dal contagio del fanatismo, tuttavia Atanasio spiegava una superiorità d'indole e d'ingegno che l'avrebbe reso molto più atto, che i degeneranti figli di Costantino, al governo d'una gran Monarchia. La sua erudizione era molto meno profonda ed estesa di quella di Eusebio di Cesarea, e la sua rozza eloquenza non potrebbe paragonarsi alla culta oratoria di Gregorio o di Basilio; ma ogni volta che il Primate dell'Egitto era chiamato a giustificare i suoi sentimenti o la sua condotta, il suo non premeditato stile, o nel parlare o nello scrivere, era chiaro, forte e persuadente. Egli è stato sempre rispettato nella scuola Ortodossa come uno de' più accurati maestri della teologia Cristiana; e si è supposto che possedesse due scienze profane non adattate al carattere Episcopale, cioè quella della giurisprudenza[227], e quella della divinazione[228]. Alcune felici congetture di futuri eventi, che un imparziale ragionatore avrebbe potuto attribuire all'esperienza ed al giudizio d'Atanasio, da' suoi amici ascrivevansi ad inspirazioni celesti, e, da' suoi nemici ad infernale magia.

Ma siccome Atanasio trovavasi continuamente impegnato a trattare co' pregiudizj e colle passioni d'ogni specie di persone, dal Monaco fino all'Imperatore, la cognizione della natura umana era la prima e più importante sua scienza. Egli conservava una distinta ed intera veduta d'una scena, che andava continuamente mutandosi; e non mancava mai di profittare di que' decisivi momenti, che son già irreparabilmente passati, avanti che possano scorgersi da un occhio comune. L'Arcivescovo d'Alessandria era capace di distinguere, fino a qual segno poteva egli arrischiarsi a comandare, e dove conveniva che destramente s'insinuasse; quando poteva contendere con la forza, e quando si doveva sottrarre alla persecuzione; e mentre scagliava i fulmini della Chiesa contro l'eresia e la ribellione, poteva assumere nel seno del suo partito il flessibile ed indulgente carattere d'un capo prudente. L'elezione d'Atanasio non ha evitato la taccia d'irregolarità e di precipitazione[229]; ma la decenza del suo contegno gli conciliò l'affezione del Clero non men che del Popolo. Gli Alessandrini erano impazienti di prender le armi per la difesa d'un eloquente e generoso Pastore. Nelle sue angustie sempre veniva soccorso o almen consolato dal fedele attaccamento del parrocchiale suo Clero; ed i cento Vescovi dell'Egitto con intrepido zelo aderivano alla causa d'Atanasio. In quel modesto arnese, che suole affettare l'orgoglio e la politica, esso frequentemente faceva le visite Episcopali delle sue Province, dalla bocca del Nilo fino a' confini dell'Etiopia, conversando famigliarmente con gl'infimi della plebe, ed umilmente salutando i santi e gli eremiti del deserto[230]. Nè solamente nelle sacre assemblee fra persone, l'educazione ed i costumi delle quali eran simili a' suoi, Atanasio esercitava l'ascendente del proprio genio, ma comparve ancora con facile e rispettabil fermezza nelle Corti de' Principi; e ne' diversi giri della sua prospera ed avversa fortuna, non perdè mai la confidenza de' suoi amici, o la stima degli avversari.

A. D. 330

Nella sua gioventù, il Primate dell'Egitto resistè al gran Costantino, che aveva più volte significato la sua volontà, che ad Arrio fosse restituita la comunione Cattolica[231]. L'Imperatore rispettò, e potè anche dimenticare l'inflessibile di lui risoluzione; e la fazion contraria, che riguardava Atanasio come il suo più formidabil nemico, fu costretta a dissimular l'odio ed a preparare tacitamente un indiretto e remoto assalto. Si sparsero de' romori e de' sospetti, fu rappresentato l'Arcivescovo come un altiero ed opprimente tiranno, ed arditamente venne accusato di violare l'accordo ch'erasi ratificato nel Concilio Niceno con gli Scismatici seguaci di Melesio[232]. Atanasio avea disapprovato apertamente quell'ignominiosa pace, e l'Imperatore era disposto a credere, ch'egli avesse abusato del suo ecclesiastico e civile potere in perseguitare quegli odiati settari; che avesse rotto un calice sacrilegamente in una delle loro Chiese di Mareotide; che avesse fatto battere, o imprigionati sei de' loro Vescovi; e che fosse stato ucciso, o almeno mutilato Arsenio Vescovo dalla crudel mano del Primate dell'istesso partito[233]. Queste accuse, che attaccavan l'onore e la vita d'Atanasio, da Costantino rimesse furono al Censore Dalmazio suo fratello, che risedeva in Antiochia; vennero successivamente convocati i Sinodi di Cesarea e di Tiro; e fu ordinato a' Vescovi dell'Oriente di giudicar la causa d'Atanasio, avanti di procedere a consacrare la nuova Chiesa della Resurrezione a Gerusalemme. Il Primate poteva esser conscio a se stesso della sua innocenza; ma gli pesava che lo stesso implacabile spirito, che avea dettato le accuse, dovesse compilare il processo, e pronunziar la sentenza. Egli evitò prudentemente il tribunale de' suoi nemici, non curò le citazioni dei Sinodo di Cesarea, e dopo una lunga ed artificiosa dilazione si sottomise a' perentorj comandi dell'Imperatore, che minacciava di punire la sua colpevole disubbidienza, qualora negato avesse di comparire nel Concilio di Tiro[234]. Avanti che Atanasio, alla testa di cinquanta Prelati dell'Egitto, partisse da Alessandria, s'era egli saviamente assicurata l'alleanza de' Meleziani; ed Arsenio medesimo, immaginaria sua vittima e suo segreto amico, era occultamente compreso nel suo seguito. Eusebio di Cesarea dirigeva il Concilio di Tiro con più passione e con minor arte di quel che la sua dottrina ed esperienza avrebbe fatto aspettare: la numerosa fazione di lui iterava i nomi d'omicida e di tiranno; ed i loro clamori venivano incoraggiati dall'apparente pazienza d'Atanasio, che aspettava il decisivo momento di produrre Arsenio vivo e senz'alcun mancamento nel mezzo dell'Assemblea. La natura delle accuse non ammetteva tali chiare e soddisfacenti risposte; pure l'Arcivescovo fu in istato di provare, che nel villaggio, in cui si diceva aver egli rotto un calice consacrato, non poteva realmente trovarsi nè Chiesa, nè altare, nè calice. Gli Arriani, che avevan segretamente determinato di fare apparir delinquente, e di condannare il loro nemico, procurarono ciò nonostante di mascherare la loro ingiustizia coll'imitazione della forma giudiciaria: il Sinodo stabilì una commissione Episcopale di sei Deputati per investigar le prove del fatto sul luogo stesso; e questo passo, al quale vigorosamente si opposero i Vescovi Egiziani, aprì nuove scene di violenza e di spergiuro[235]. Tornati i Deputati da Alessandria, il maggior numero del Sinodo pronunziò contro il Primate dell'Egitto la final sentenza di degradazione e d'esilio. Il decreto, espresso nel più fiero stile della malizia e della vendetta, fu comunicato all'Imperatore ed alla Chiesa Cattolica; ed immediatamente i Vescovi riassunsero un devoto e dolce contegno, qual conveniva al santo loro pellegrinaggio verso il sepolcro di Cristo[236].

A. D. 336

Ma l'ingiustizia di questi giudici ecclesiastici non fu accompagnata dalla sommissione, e neppure dalla presenza d'Atanasio. Ei risolvè di fare un'ardita e pericolosa prova, se il trono fosse accessibile alla voce della verità; e prima che si pronunziasse a Tiro la definitiva sentenza, l'intrepido Primate si gettò in una barca che era pronta a partire per la città Imperiale. La richiesta di una formale udienza avrebbe potuto incontrare opposizioni, od eludersi; ma Atanasio occultò il suo arrivo; aspettò il momento, che Costantino tornava da una vicina villa, ed arditamente si fece incontro al suo sdegnato Sovrano, mentre questi passava a cavallo per la contrada primaria di Costantinopoli. Una sì strana comparsa eccitò in esso la maraviglia e la collera; e fu ordinato alle guardie che facessero allontanare l'importuno querelante; l'ira però fu superata da un involontario rispetto; e l'altiero spirito dell'Imperatore fu sorpreso dal coraggio e dall'eloquenza d'un Vescovo, che imploravane la giustizia, e scuotevane la coscienza[237]. Costantino ascoltò i lamenti di Atanasio con imparziale ed anche graziosa attenzione; i membri del Concilio di Tiro furon citati a giustificare la lor processura; e sarebber restati confusi gli artifizj del partito Eusebiano, se non si fosse aggravata la reità del Primate colla destra supposizione di un imperdonabil delitto, cioè del colpevol disegno di intercettare, e di ritenere le navi del grano d'Alessandria, che somministravan la sussistenza alla nuova Capitale[238]. All'Imperatore non dispiaceva che si assicurasse la pace dell'Egitto, mediante l'assenza d'un Capo del popolo; ma non volle riempire la vacanza della sede Archiepiscopale; e la sentenza che dopo lungo esitare ei pronunziò, fu quella di un geloso ostracismo, anzi che di un esiglio ignominioso. Atanasio passò circa vent'otto mesi nella remota provincia della Gallia, ma nell'ospital Corte di Treveri. La morte dell'Imperatore fece mutar faccia a' pubblici affari; e nella generale indulgenza d'un nuovo regno, fu il Primate restituito al proprio paese, per mezzo di un onorevole editto del giovane Costantino, che dimostrò profondamente sentire l'innocenza ed il merito del venerando suo ospite[239].

A. D. 341

La morte di questo Principe espose Atanasio ad una seconda persecuzione; ed il debol Costanzo, sovrano dell'Oriente, divenne tosto segreto complice degli Eusebiani. Si adunarono in Antiochia novanta Vescovi di quella Setta o fazione, sotto lo specioso pretesto di consacrare la Cattedrale. Essi composero un ambiguo simbolo che leggermente è tinto de' colori del Semiarrianismo, e venticinque canoni, che regolan tuttavia la disciplina dei Greci ortodossi[240]. Fu deciso con qualche apparenza di giustizia, che un Vescovo, deposto da un Sinodo, non riassumesse le funzioni Episcopali finattantochè non fosse assoluto dal giudizio d'un ugual Sinodo; la qual legge immediatamente applicata venne al caso d'Atanasio; il Concilio d'Antiochia ne pronunziò, o piuttosto ne confermò la degradazione; uno straniero, chiamato Gregorio, fu collocato sopra la sua sede, e fu ordinato a Filagrio[241], Prefetto dell'Egitto, di sostenere il nuovo Primate con la forza civile e militare della Provincia. Oppresso dalla cospirazione de' Prelati Asiatici, Atanasio si ritirò da Alessandria, e passò tre anni[242] esule e supplichevole sul sacro limine del Vaticano[243]. Mediante un assiduo studio della lingua Latina, presto si rendè abile a negoziare col Clero dell'Occidente; la sua decente adulazione dominava o dirigeva l'altiero Giulio; il Pontefice Romano s'indusse a considerare l'appello di lui come un particolare interesse della Sede Apostolica; e fu di comun consenso dichiarato innocente in un Concilio di cinquanta Vescovi dell'Italia. In capo a tre anni, il Primate fu chiamato alla Corte di Milano dall'Imperatore Costante, che, in braccio ad illeciti piaceri, professava sempre un vivo rispetto per la Fede Ortodossa. La causa della verità e della giustizia si promosse per l'influenza dell'oro[244], ed i ministri di Costante consigliarono il loro Sovrano a richieder la convocazione d'una Ecclesiastica Assemblea, che potesse agire come rappresentante della Chiesa Cattolica. Si unirono a Sardica, sul confine de' due Imperj, ma dentro gli Stati del protettor d'Atanasio, novantaquattro Vescovi Occidentali e sessantasei Orientali. Le loro dispute degeneraron ben presto in ostili altercazioni: gli Asiatici, temendo per la personale lor sicurezza, si ritirarono a Filippopoli nella Tracia; ed i rivali due Sinodi reciprocamente scagliavano gli spirituali lor fulmini contro i nemici, ch'essi piamente consideravano come nemici del vero Dio. Si pubblicarono e confermarono i loro decreti nelle rispettive Province, ed Atanasio che nell'Occidente riverivasi come un Santo, era esposto come un colpevole all'esecrazione dell'Oriente[245]. Il Concilio Sardicense scopre i primi sintomi di discordia e di scisma fra le Chiese Greca e Latina, le quali si separarono per la differenza di fede in varie occasioni, e per la perpetua distinzione di linguaggio.

A. D. 349

Atanasio, nel tempo del suo secondo esilio nell'Occidente, era frequentemente ammesso alla presenza Imperiale in Capua, in Lodi, in Milano, in Verona, in Padova, in Aquileia, ed in Treveri. Ordinariamente si trovava presente a tali visite il Vescovo della Diocesi; il Maestro degli Uffizj stava fuori del velo o della cortina del sacro appartamento; e questi rispettabili personaggi poteano attestare l'uniforme moderazione del Primate, che solennemente s'appella alla loro testimonianza[246]. La prudenza gli dovea senza dubbio suggerire quel dolce e rispettoso stile, che si conveniva ad un suddito e ad un Vescovo. In queste famigliari conferenze col Principe d'Occidente, Atanasio poteva dolersi dell'error di Costanzo; ma egli arditamente attaccò la malizia de' suoi Eunuchi e degli Arriani Prelati; deplorò l'angustia e il pericolo della Chiesa Cattolica, ed eccitò Costante ad emular la gloria e lo zelo del padre. L'Imperatore dichiarossi risoluto d'impiegar le truppe ed i tesori dell'Europa nella causa ortodossa; e con una breve e perentoria lettera fece sapere al suo fratello Costanzo, che qualora non acconsentisse all'immediato ristabilimento d'Atanasio, egli stesso con una flotta e un esercito avrebbe posto l'Arcivescovo sul trono d'Alessandria[247]. Ma tal guerra di religione, sì contraria alla natura, non ebbe effetto per l'opportuna compiacenza di Costanzo; e l'Imperatore dell'Oriente condiscese a chiedere una riconciliazione con un suddito, che esso aveva ingiuriato. Atanasio aspettò con decente sostenutezza, finchè non ebbe ricevuto successivamente tre lettere, piene delle più forti assicurazioni della protezione, del favore, e della stima del suo Sovrano, che l'invitava a riassumer la propria Sede Episcopale, e che aggiungeva l'umiliante precauzione di impegnare i suoi principali ministri ad attestar la sincerità delle sue intenzioni. Queste si manifestarono in un modo anche più pubblico per mezzo dei rigorosi ordini che furon mandati nell'Egitto di richiamar gli aderenti di Atanasio, di reintegrarli ne' lor privilegi, di promulgar la loro innocenza, e di cancellare dai pubblici registri le illegittime processure, che si eran fatte nel tempo che prevaleva la fazione Eusebiana. Dopo che fu accordata ogni soddisfazione e sicurezza cui la giustizia e anche la delicatezza potesser richiedere, il Primate si pose in viaggio a piccole giornate per le Province della Tracia, dell'Asia e della Siria; e veniva per tutto accompagnato dall'abbietto omaggio de' Vescovi Orientali, che eccitavano il suo disprezzo senza ingannare la sua penetrazione[248]. In Antiochia vide l'Imperator Costanzo; ricevè con modesta fermezza gli abbracciamenti e le proteste del suo Signore, ed eluse la proposizione di concedere agli Arriani una sola Chiesa in Alessandria, col chiedere una simil tolleranza pel suo partito nelle altre città dell'Impero; replica, che solo avrebbe potuto apparir giusta e moderata in bocca d'un Principe indipendente. L'ingresso dell'Arcivescovo nella sua Capitale fu una procession di trionfo; l'assenza e la persecuzione l'avevano renduto caro agli Alessandrini; si era più stabilmente confermata la sua autorità, che egli esercitava con rigore, e la sua fama erasi sparsa dall'Etiopia fino alla Gran-Brettagna, in tutta l'estensione del Mondo Cristiano[249].

A. D. 351

Ma quel suddito, che ha ridotto il suo Principe alla necessità di dissimulare, non può mai sperare un sincero e durevol perdono; e la tragica morte di Costante ben presto privò Atanasio di un potente e liberal protettore. La guerra civile fra l'assassino e l'unico superstite fratello di Costante, che afflisse l'Impero più di tre anni, assicurò un intervallo di riposo alla Chiesa Cattolica; e ciascheduna delle contendenti due parti desiderava di conciliarsi l'amicizia d'un Vescovo, che poteva col peso dalla personale sua autorità determinar le fluttuanti risoluzioni d'una importante Provincia. Egli diede udienza agli ambasciatori del Tiranno, con cui fu dopo accusato di avere tenuta una segreta corrispondenza[250], e l'Imperatore Costanzo più volte assicurò il suo carissimo padre, il Reverendissimo Atanasio, che nonostante i maliziosi romori, che si facevan girare attorno dai comuni loro nemici, aveva egli ereditato i sentimenti ugualmente che il trono del suo defunto fratello[251]. La gratitudine e l'umanità avrebbero disposto il Primate dell'Egitto a deplorare l'acerbo fato di Costante e ad abborrire il delitto di Magnenzio; ma vedendo egli chiaramente che le apprensioni di Costanzo erano l'unica sua salvaguardia, ciò potè forse un poco diminuire il fervor delle sue preghiere pel buon successo della giusta causa. Non si meditava più la rovina di Atanasio dall'oscura malizia di pochi spigolistri od iracondi Vescovi, che abusassero dell'autorità d'un credulo Principe, ma il Monarca medesimo dichiarò la risoluzione, che aveva sì lungamente nascosta, di vendicare i privati suoi torti[252]: ed il primo inverno dopo la sua vittoria, che egli passò in Arles, fu impiegato contro un nemico per esso più odioso, che il soggiogato tiranno della Gallia.

A. D. 353-355

Se l'Imperatore avesse capricciosamente determinata la morte del più sublime e virtuoso cittadino della Repubblica, si sarebbe eseguito, senza esitare, dai ministri dell'aperta violenza o della speciosa ingiustizia il crudele comando. La cautela, la dilazione, la difficoltà, con cui egli procedè nel condannare e punire un Vescovo popolare, manifestò al Mondo, che i privilegi della Chiesa avevan già fatto risorgere nel governo Romano un sentimento d'ordine e di libertà. La sentenza, pronunziata nel Concilio di Tiro e soscritta da un gran numero di Vescovi Orientali, non si era mai espressamente rivocata; e siccome Atanasio era stato una volta deposto dall'Episcopal dignità per giudizio dei suoi confratelli, ogni successivo atto poteva considerarsi come irregolare ed eziandio colpevole. Ma la memoria del costante ed efficace aiuto, che il Primate dell'Egitto avea tratto dall'attaccamento della Chiesa Occidentale, impegnò Costanzo a sospendere l'esecuzione della sentenza, finattantochè non fossero in essa concorsi anche i Vescovi Latini. Si consumarono due anni in Ecclesiastiche negoziazioni; e fu solennemente discussa l'importante causa fra l'Imperatore ed uno dei suoi sudditi, prima nel Sinodo di Arles, e poi nel gran Concilio di Milano[253], ch'era composto di più di trecento Vescovi. Si cercò appoco appoco di sovvertire la loro integrità con gli argomenti degli Arriani, con la destrezza degli Eunuchi, e con le pressanti sollecitazioni di un Principe, che soddisfaceva la sua vendetta a spese della sua dignità, e pubblicava le proprie passioni mentre influiva su quelle del Clero. Si adoperò con successo la corruzione, che è il più infallibil sintomo della libertà costituzionale; si offerirono, e si accettarono onori, doni ed immunità, come prezzo d'un voto Episcopale[254]; e fu artificiosamente rappresentata la condanna del Primate Alessandrino, come l'unico mezzo che restituir potesse la pace e l'unione alla Chiesa Cattolica. Gli amici però d'Atanasio non abbandonarono il lor Capo o la loro causa. Tanto nelle pubbliche dispute quanto nelle conferenze private coll'Imperatore, essi con uno spirito virile, che dalla santità del loro carattere si rendeva meno pericoloso, sostennero l'obbligo eterno di giustizia e di religione. Dichiararono, che nè la speranza del suo favore, nè il timore della sua disgrazia gli avrebbe potuti mai indurre ad unirsi nella condanna d'un innocente, lontano, e rispettabil fratello[255]. Affermavano con apparente ragione, che gl'illegittimi ed antiquati decreti del Concilio di Tiro erano stati già da lungo tempo tacitamente aboliti dagli editti Imperiali, dall'onorevol ristabilimento dell'Arcivescovo d'Alessandria, e dal silenzio o dalla ritrattazione dei suoi più clamorosi avversarj. Adducevano ch'erasi attestata la sua innocenza dai concordi Vescovi dell'Egitto, e ch'era stata riconosciuta ne' Concilj di Roma e di Sardica[256] dall'imparziale giudizio della Chiesa Latina. Deploravan la dura condizion d'Atanasio, che dopo d'aver per tanti anni goduto la propria Sede, la riputazione, e l'apparente confidenza del suo Sovrano, fosse di nuovo chiamato a confutare le più insussistenti e stravaganti accuse. Il loro linguaggio era specioso, ed onorata la loro condotta; ma in questa lunga ed ostinata contesa, che attirava gli occhi di tutto l'Impero sopra d'un solo Vescovo, le fazioni Ecclesiastiche eran pronte a sacrificare la verità e la giustizia al più interessante oggetto di difendere o di deporre l'intrepido campione della fede Nicena. Gli Arriani sempre stimaron prudente consiglio quello di mascherare con ambigue parole i veri lor sentimenti e disegni: ma i Vescovi Ortodossi, armati dal favore del Popolo e da' decreti d'un Concilio generale, in ogni occasione, e specialmente a Milano, insisterono che i loro avversari purgasser se stessi dal sospetto di eresia, prima di pretendere d'attaccar la condotta del grande Atanasio[257].

A. D. 355

Ma la voce della ragione (se pur la ragione era veramente dalla parte d'Atanasio) fu soppressa dai clamori d'un fazioso e venale partito; e non si sciolsero i Concilj d'Arles e di Milano, finattantochè l'Arcivescovo di Alessandria non fu solennemente condannato e deposto dal giudizio della Chiesa Occidentale non meno che dell'Orientale. A' Vescovi, che opposti s'erano alla sentenza, fu richiesta di sottoscriverla, e di unirsi con religiosa comunione a' sospetti Capi della parte contraria. Fu mandata, per mezzo de' nunzi pubblici, una formola di consenso a' Vescovi assenti; e tutti quelli che ricusarono di sottometter la privata loro opinione alla pubblica ed inspirata sapienza dei Concilj d'Arles e di Milano, furono immediatamente banditi dall'Imperatore, che affettava d'eseguire i decreti della Chiesa Cattolica. Fra que' Prelati, che conducevan l'onorevol drappello dei confessori e degli esuli, meritan d'essere particolarmente distinti Liberio di Roma, Osio di Cordova, Paolino di Treveri, Dionisio di Milano, Eusebio di Vercelli, Lucifero di Cagliari, ed Ilario di Poitiers. L'eminente posto di Liberio, che governava la Capital dell'Impero, ed il merito personale e la lunga esperienza del venerabile Osio, che si rispettava come il favorito del Gran Costantino ed il padre della fede Nicena, ponevano questi due Prelati alla testa della Chiesa Latina, ed il loro esempio di sommissione e di resistenza si sarebbe probabilmente imitato dalla turba de' Vescovi. Ma i replicati sforzi dell'Imperatore per sedurre o per intimorire i Vescovi di Roma e di Cordova riuscirono per qualche tempo inefficaci. Lo Spagnuolo si dichiarò pronto a soffrire sotto Costanzo, come sessant'anni avanti aveva sofferto sotto Massimiano suo avo. Il Romano sostenne in presenza del Principe l'innocenza d'Atanasio e la propria sua libertà. Quando fu mandato in esilio a Berea nella Tracia, rimandò indietro una grossa somma, che gli era stata offerta per le spese del viaggio; ed insultò la Corte di Milano con l'orgogliosa riflessione, che l'Imperatore ed i suoi Eunuchi potevano aver bisogno di quell'oro per pagare i loro soldati, ed i loro Vescovi[258]. Lo fermezza però di Liberio e d'Osio finalmente fu superata da' travagli dell'esilio e del confino. Il Pontefice Romano comprò il suo ritorno a prezzo di alcune ree condiscendenze, e dopo espiò con opportuna penitenza la propria colpa. S'impiegarono la persuasione e la violenza per estorcere la ripugnante soscrizione del decrepito Vescovo di Cordova, di cui s'opprimeva la forza, e di cui erano probabilmente indebolite le facoltà dal peso di cent'anni; e l'insolente trionfo degli Arriani provocò alcuni della parte ortodossa a trattare con inumano rigore il carattere, o piuttosto la memoria di un infelice vecchio, agli antichi servigi del quale tanto doveva il Cristianesimo stesso[259].

La caduta di Liberio e d'Osio diede un più splendido lustro alla fermezza di que' Vescovi, che si mantennero aderenti con incorrotta fedeltà alla causa di Atanasio e della verità religiosa. L'ingegnosa malizia dei loro nemici gli aveva privati del benefizio de' vicendevoli conforti ed avvisi, avea separato quegl'illustri esuli in distanti province, e scelto a bella posta i luoghi più inospiti d'un grand'Impero[260]. Contuttocciò essi tosto provarono, che i deserti della Libia, e le più selvagge regioni della Cappadocia erano meno incomode, che la dimora in quelle città, dove un Vescovo Arriano poteva saziare senza ritegno la squisita malignità dell'odio teologico[261]. Essi però traevan motivo di consolarsi dalla coscienza della propria rettitudine e indipendenza; dall'applauso, dalle lettere, dalle visite, e dalle liberali elemosine dei loro aderenti[262]; e dalla soddisfazione che spesso avevano di vedere le interne divisioni dei nemici della fede Nicena. Tal era il minuto e capriccioso gusto dell'Imperator Costanzo, e sì facilmente egli offendevasi per la più tenue deviazione dal suo immaginario sistema di verità Cristiana, che perseguitava con ugual zelo quelli che sostenevano la consustanzialità, quelli che difendevan la simil sostanza, e quelli che negavan la somiglianza del Figlio di Dio. Potevano per avventura trovarsi nel medesimo luogo tre Vescovi deposti e banditi per quelle contrarie opinioni; e secondo la diversità del loro pensare potevan compatire, o insultare il cieco entusiasmo de' loro avversari, i presenti patimenti dei quali non dovevano mai venir compensati dalla futura felicità.

A. D. 356

La disgrazia e l'esilio de' Vescovi ortodossi dell'Occidente furono come tanti passi per preparar la rovina d'Atanasio medesimo[263]. Eran ventisei mesi da che la Corte Imperiale con le più insidiose arti segretamente procurava di allontanarlo dalla città di Alessandria, e di togliergli quei comodi, che davano luogo alla sua popolare liberalità. Ma quando il Primate dell'Egitto, abbandonato e proscritto dalla Chiesa Latina, restò privo d'ogni straniero soccorso, Costanzo mandò due suoi segretari con la verbal commissione d'annunziare, e d'eseguir l'ordine del suo esilio. Siccome pubblicamente si conveniva da ogni parte della giustizia della sentenza, l'unico motivo, che potè ritener Costanzo dal dare a' suoi messi il mandato in iscritto, non può attribuirsi che al dubbio che egli avea dell'evento, e ad una cognizione del pericolo, a cui poteva esporre la seconda Città e la più fertil provincia dell'Impero, se il popolo avesse persistito nella risoluzione di difendere a forza d'arme l'innocenza del proprio Padre spirituale. Tal estrema cautela somministrò ad Atanasio uno specioso pretesto di rispettosamente porre in dubbio la verità di un comando, che ei non potea conciliare nè coll'equità, nè con le precedenti dichiarazioni del grazioso suo Principe. La potestà civile dell'Egitto non si trovò capace di persuadere o di costringere il Primate ad abbandonar l'Episcopale sua sede; e fu costretta a concludere un trattato coi popolari Capi d'Alessandria, in cui fu stipulato che si sospendessero tutte le processure ed ostilità, finchè non si fosse più distintamente saputa la volontà dell'Imperatore. Con tale apparente moderazione i Cattolici furono artificiosamente indotti ad una falsa e fatal sicurezza; mentre le legioni dell'Egitto Superiore, e della Libia si avanzavano per segreti ordini, e con precipitose marce ad assediare, o piuttosto a sorprendere una Capitale, abituata alla sedizione ed accesa da religioso zelo[264]. La situazione d'Alessandria fra il mare ed il lago Mareotide, facilitò l'avvicinamento e lo sbarco delle truppe, che furono introdotte nel cuore della città, prima che alcuno potesse prendere veruna efficace risoluzione o di chiuder le porte, o d'occupare i posti di difesa importanti. Alla mezza notte, ventitre giorni dopo la soscrizione del trattato, Siriano, Duce dell'Egitto, alla testa di cinquemila soldati armati e pronti all'assalto, inaspettatamente investì la Chiesa di S. Teonas, dove l'Arcivescovo con una parte del Clero e del Popolo celebrava gli uffizi notturni. Le porte del sacro edifizio cederono all'impeto dell'attacco, il quale fu accompagnato da ogni più orrida circostanza di tumulto e di strage; ma siccome i corpi degli uccisi ed i frammenti delle armi dei soldati restarono il dì seguente come una indubitata prova in mano dei Cattolici, così può risguardarsi l'intrapresa di Siriano piuttosto come una vantaggiosa irruzione, che come un'assoluta conquista. Le altre Chiese della città profanate furono con simili oltraggi: e per lo spazio almeno di quattro mesi Alessandria fu esposta agl'insulti d'un licenzioso esercito, stimolato dagli Ecclesiastici di un'ostile fazione. Furono uccisi molti Fedeli, che meritar potrebbero il nome di martiri, se non si fossero provocate nè vendicate le loro morti; si trattarono con crudele ignominia e Vescovi e Preti; furono spogliate nude delle sacre Vergini, battute, e violate; le case di ricchi cittadini furono poste a sacco; e sotto la maschera di religioso zelo, impunemente, ed eziandio con applauso si soddisfecero l'incontinenza, l'avarizia, ed il privato rancore. I Pagani d'Alessandria, che formavan sempre un copioso e malcontento partito, furono facilmente persuasi ad abbandonare un Vescovo, che essi temevano insieme e stimavano. La speranza di alcuni particolari favori, ed il timore di restare involti nelle generali pene di ribellione gl'impegnarono a prometter la loro assistenza al famoso Giorgio di Cappadocia, destinato successor d'Atanasio. L'usurpatore, dopo d'essere stato consacrato da un Sinodo Arriano, fu posto sulla Sede Episcopale dalle armi di Sebastiano, che era stato dichiarato Conte d'Egitto per eseguire quell'importante disegno. Il tiranno Giorgio, nell'uso del potere, non meno di quel che aveva fatto nell'acquisto di esso, trascurò le leggi della religione, dell'umanità e della giustizia; e le medesime scene di violenza e di scandalo, che si erano rappresentate nella Capitale, ripetute furono in più di novanta città Episcopali dell'Egitto. Incoraggiato dal successo, Costanzo avventurossi ad approvare la condotta dei suoi ministri. Con una pubblica e patetica lettera l'Imperatore si congratula della liberazione d'Alessandria da un popolare tiranno, che ingannava i suoi ciechi devoti colla magia della sua eloquenza; si diffonde sulle virtù e la pietà del Reverendissimo Giorgio, nuovo Vescovo; ed aspira, come avvocato e benefattore della città, a sorpassare la fama d'Alessandro medesimo. Ma solennemente dichiara la sua inalterabile risoluzione di perseguitare col ferro e col fuoco i sediziosi aderenti dell'empio Atanasio, che fuggendo dalla giustizia ha confessato il proprio delitto, e si è sottratto all'ignominiosa morte, che tante volte avea meritato[265].

Atanasio era in fatti sfuggito al più imminente pericolo; e le avventure di quest'uomo straordinario meritano e fissano la nostra attenzione. In quella memorabile notte, in cui la Chiesa di S. Teonas fu investita dalle truppe di Siriano, l'Arcivescovo, assiso sulla sua cattedra, aspettava con tranquilla ed intrepida dignità l'avvicinarsi della sua morte. Mentre interrompevasi la pubblica devozione dallo strepito della rabbia e dalle grida del terrore, esso animava quella tremante adunanza ad esprimere la sua religiosa fiducia col cantare un Salmo di David, che celebra il trionfo del Dio d'Israello sul superbo ed empio tiranno dell'Egitto. Furono finalmente forzate le porte; fu scaricato un nuvolo di dardi fra il popolo; i soldati andavan correndo colle spade nude pel Santuario; ed i sacri lumi, che ardevano intorno all'altare[266], facean riflettere il terribile splendore delle loro armature. Atanasio rigettò sempre la pietosa importunità de' Preti e dei Monaci, attaccati alla sua persona, e nobilmente ricusò di abbandonare l'Episcopale suo posto, finchè non ebbe posta in sicuro la ritirata di tutta la congregazione. L'oscurità ed il tumulto della notte favoriron la fuga dell'Arcivescovo; e quantunque fosse egli oppresso dagli ondeggiamenti d'un'agitata moltitudine, quantunque fosse gettato a terra, e lasciatovi privo di moto e di sensi, ricuperò sempre l'indomito suo coraggio, ed eluse l'ardente ricerca dei soldati, ai quali si diceva dalle Arriane lor guide, che il capo d'Atanasio sarebbe stato il dono più accetto, che avesser potuto fare all'Imperatore. In quel momento il Primate dell'Egitto disparve dagli occhi dei suoi nemici, e rimase più di sei anni celato in un'impenetrabile oscurità[267].

A. D. 336-362

Il dispotico potere dell'implacabile suo nemico prendeva tutta l'estensione del Mondo Romano; e l'inasprito Monarca avea procurato, con una pressantissima lettera ai Principi Cristiani dell'Etiopia, di scacciare Atanasio anche dalle più remote e distanti regioni della terra. Furono gli uni dopo gli altri impiegati i Conti, i Prefetti, i Tribuni, e gl'interi eserciti per cercare un Vescovo fuggitivo; dagli editti Imperiali si eccitò la vigilanza della civile e militar potestà; furono promessi larghi premj a chiunque presentasse Atanasio o vivo o morto; e si minacciaron le pene più rigorose a coloro, che avessero ardito di proteggere il pubblico nemico[268]. Ma i deserti della Tebaide in quel tempo eran popolati da una razza di fieri ma sottomessi fanatici, che preferivano i comandi del loro Abbate alle leggi del Sovrano. I numerosi discepoli di Antonio e di Pacomio riceverono il fuggitivo Primate come lor padre, ammirarono la pazienza e la umiltà, con la quale s'uniformava ai loro più rigorosi esercizi, raccoglievano tutte le parole che gli cadevan di bocca, come genuine effusioni d'un'inspirata sapienza; ed erano persuasi che le preghiere, i digiuni, e le vigilie loro fossero meno meritorie dello zelo che dimostravano, e dei pericoli che affrontavano in difesa della verità e dell'innocenza[269]. I Monasteri dell'Egitto eran situati in luoghi solitari e deserti, sulla cima delle montagne o nelle isole del Nilo; ed il sacro corno o la trombetta di Tabenna era il ben noto segno, che faceva riunir più migliaia di robusti e risoluti Monaci, i quali erano stati per la maggior parte villani dell'addiacente campagna. Quando la forza militare giungeva ad invader gli oscuri loro ritiri, non essendo possibile di resistere, tacitamente piegavano il collo all'esecutore; e sostenevano il proprio nazionale carattere, che i tormenti non potevano mai strappar di bocca ad un Egizio la confessione d'un segreto, ch'egli avesse risoluto di non rivelare[270]. L'Arcivescovo d'Alessandria, per la salute del quale sacrificavano ardentemente le loro vite, perdevasi in mezzo ad una moltitudine ben disciplinata e uniforme; ed all'avvicinarsi del pericolo le officiose lor mani speditamente lo facevan passare da un nascondiglio in un altro, finchè egli giunse a quei formidabili deserti, che la tenebrosa e credula natura della superstizione avea popolato di demonj, e di mostri selvaggi. Il ritiro d'Atanasio, che non finì se non con la vita di Costanzo, fu consumato per la massima parte in compagnia de' Monaci, che fedelmente gli servivano di guardie, di segretari, e di messi; ma l'importanza di mantenere una più intima connessione col partito cattolico lo tentava, qualora diminuiva la diligenza della persecuzione, ad uscir dal deserto, ad introdursi in Alessandria, e ad affidar la propria persona alla discrezione de' suoi aderenti ed amici. Le sue diverse avventure potrebber somministrare il soggetto d'un romanzo molto piacevole. Una volta fu esso nascosto in una cisterna vota, dalla quale appena era uscito, che fu palesato da una schiava[271]; ed una volta fu celato in un asilo anche più straordinario, in casa cioè d'una Vergine di venti anni, celebre in tutta la città per la sua rara bellezza. Sull'ora di mezza notte, com'ella raccontava molti anni dopo, fa sorpresa dalla comparsa dell'Arcivescovo in un negligente abbigliamento, ed avanzandosi esso con veloci passi la scongiurò a dargli un ricovero, che da una celeste visione gli era stato ordinato di cercare sotto l'ospitale suo tetto. La pietosa fanciulla ricevè e custodì il sacro deposito, che era stato affidato alla prudenza ed al coraggio di essa. Senza comunicare il segreto ad alcuno, subito condusse Atanasio nella più segreta sua camera, ed invigilò alla sicurezza di lui con la tenerezza d'un amica, e coll'assiduità d'una serva. Finattanto che il pericolo continuò, essa lo fornì regolarmente di libri e di provvisioni, lavavagli i piedi, l'assisteva nelle sue corrispondenze, e destramente celava a qualunque occhio sospetto questa famigliare, e solitaria conversazione fra un Santo, il cui carattere esigeva la più irreprensibile castità, ed una femmina, le cui grazie potevano eccitare i movimenti più pericolosi[272]. Nei sei anni di persecuzione e d'esilio, Atanasio replicò le sue visite alla bella e fedele amica; e l'espressa dichiarazione, che egli vide i Concilj di Rimini e di Seleucia[273], ci obbliga a credere, che ei fosse occultamente presente al tempo e nel luogo della loro convocazione. Il vantaggio di trattare personalmente co' suoi amici, d'osservar le divisioni degli avversari, e di profittarne, potrebbe giustificare in un prudente politico sì ardita e pericolosa impresa; ed Alessandria, mediante il commercio e la navigazione, avea relazioni con ogni porto del Mediterraneo. Dal fondo dell'inaccessibile suo ritiro, l'intrepido Primate faceva una continua guerra offensiva contro il protettor degli Arriani; e gli opportuni suoi scritti, che diligentemente si portavano in giro, e con avidità si leggevano, contribuivano ad unire e ad animare la parte Ortodossa. Nelle sue pubbliche apologie, che indirizzò all'Imperatore medesimo, alle volte affettava di lodar la moderazione; ma nel tempo stesso rappresentava Costanzo, nelle sue segrete e veementi invettive, come un debole e malvagio Principe, come il carnefice della sua famiglia, il tiranno della Repubblica, e l'anticristo della Chiesa. Nel colmo della sua prosperità, quel vittorioso Monarca, che avea gastigato la temerità di Gallo, e soppresso la ribellione di Silvano, che aveva tolto il diadema di capo a Vetranione, e vinto in campagna le legioni di Magnenzio, ricevè da mano invisibile una ferita, che egli non potè mai nè medicare, nè vendicare; ed il figlio di Costantino fra' Principi Cristiani fu il primo, che provò la forza di quei principj, che nelle cause di religione posson resistere ai più violenti sforzi del potere civile[274].

La persecuzione d'Atanasio, e di tanti rispettabili Vescovi, che soffrirono per la verità delle loro opinioni, o almeno per l'integrità della loro coscienza, diede un giusto motivo di sdegno e di malcontento a tutti i Cristiani, eccettuati quelli ch'erano ciecamente addetti alla fazione Arriana. I Popoli si dolevano della perdita dei lor fedeli Pastori, l'esilio dei quali era per ordinario accompagnato dall'intrusione d'uno straniero[275] nella cattedra Episcopale; e facevano alti lamenti, che si violasse il diritto d'elezione, e che fosser condannati a ubbidire ad un mercenario usurpatore, di cui era incognita la persona, ed erano sospetti i principj. I Cattolici procuravano di provare al Mondo, che essi non erano involti nella colpa ed eresia dell'Ecclesiastico lor direttore, significando pubblicamente il loro dissenso, o del tutto separandosi dalla comunione di lui. Il primo di questi metodi fu inventato in Antiochia, e praticato con tal successo, che tosto si sparse pel Mondo Cristiano. La Dossologia, o quel sacro Inno, che celebra la gloria della Trinità, è suscettibile di alcune assai minute, ma importanti riflessioni; e si può esprimere la sostanza d'un Simbolo Ortodosso ovvero Eretico mediante la differenza d'una particella disgiuntiva, o copulativa. S'introdussero le alternative risposte, ed una più regolar Salmodia[276] nelle pubbliche preci da Flaviano e da Diodoro, devoti ed operosi laici, ch'erano attaccati alla fede Nicena. Sotto la loro condotta, venne uno sciame di Monaci dal vicino deserto, furon collocate nella Cattedrale di Antiochia varie truppe di ben disciplinati cantori, fu trionfalmente cantato da un pieno coro di voci, Gloria al Padre, ED al Figlio, ED allo Spirito Santo[277], ed i Cattolici, con la purità della loro dottrina, insultarono l'Arriano Prelato, che usurpato aveva la cattedra del venerabile Eustazio. Il medesimo zelo che aveva inspirato il lor canto, indusse i membri più scrupolosi del partito ortodosso a formare separate assemblee, che si governaron dai Preti, finattantochè la morte dell'esiliato lor Vescovo non permise l'elezione e consacrazione d'un nuovo Episcopale Pastore[278]. Le rivoluzioni della Corte moltiplicavano il numero dei pretendenti; e spesso la medesima città, sotto il regno di Costanzo, veniva contrastata fra due, tre o anche quattro Vescovi, ciascheduno dei quali esercitava la spirituale giurisdizione su' propri respettivi seguaci, ed alternativamente perdeva o ricuperava il temporal possesso della Chiesa. L'abuso del Cristianesimo introdusse nel governo Romano nuove cause di tirannia e di sedizione; i vincoli della civil società si spezzarono dal furore di religiose fazioni: e l'oscuro cittadino, che avrebbe potuto sopravviver tranquillamente all'elevazione ed alla caduta di più Imperatori, s'immaginava e provava di fatto, che la propria vita, e le sue sostanze eran congiunte con gl'interessi d'un popolare Ecclesiastico. L'esempio delle due Capitali, Roma e Costantinopoli, può servire a rappresentare lo stato dell'Impero e l'indole del genere umano sotto il regno dei figli di Costantino.

I. Insino a che il Romano Pontefice mantenne il suo posto ed i suoi principj, egli fu guardato dal tenero attaccamento d'un gran Popolo; e potea rigettare con disprezzo le preghiere, le minacce e le offerte di un Principe eretico. Quando gli Eunuchi ebber segretamente determinato l'esilio di Liberio, il ben fondato timor d'un tumulto gl'impegnò ad usar le maggiori cautele nell'eseguir la sentenza. Fu investita da ogni parte la Capitale, e fu comandato al Prefetto di impadronirsi della persona del Vescovo o mediante qualche stratagemma o coll'aperta forza. L'ordine venne eseguito; e Liberio fu colla massima difficoltà precipitosamente di mezza notte involato alla vista del Popolo Romano, avanti che la costernazione di questo si convertisse in furore. Tostochè si seppe il suo esilio nella Tracia, fu convocata una generale assemblea, ed il Clero di Roma obbligossi con un pubblico e solenne giuramento a non abbandonar mai il proprio Vescovo, ed a non riconoscer l'usurpatore Felice, che per la forza degli Eunuchi era stato eletto irregolarmente, e consacrato dentro le mura d'un palazzo profano. Dopo due anni sussisteva tuttavia intera ed incorrotta la pietosa lor ostinazione, e quando Costanzo visitò Roma, fu assalito dalle importune sollecitazioni di un popolo, che aveva conservato, come un ultimo residuo dell'antica sua libertà, il diritto di trattare il proprio Sovrano con famigliare insolenza. Le mogli di molti Senatori e dei più onorevoli cittadini, dopo d'aver pressato i loro mariti ad intercedere in favor di Liberio, risolvettero di prendere sopra di se medesime un assunto, che nelle loro mani sarebbe stato meno pericoloso, e potea riuscire con miglior successo. L'Imperatore ricevè con gentilezza questa deputazione di donne, la ricchezza e dignità delle quali appariva nella magnificenza dei loro abiti ed ornamenti; ammirò la loro inflessibile risoluzione di seguitare il loro amato Pastore nei più distanti paesi della terra; e acconsentì che i due Vescovi, Liberio e Felice, governassero in pace le respettive loro congregazioni. Ma le idee di tolleranza erano sì opposte alla pratica, ed anche ai sentimenti di quei tempi, che quando fu letta pubblicamente nel circo di Roma la risposta di Costanzo, fu rigettato con riso e disprezzo un progetto così ragionevole. L'ardente veemenza, che animava una volta gli spettatori nel decisivo momento d'una corsa di cavalli, allora dirigevasi ad un oggetto diverso; ed il circo risuonava delle grida di migliaia di persone, che replicatamente esclamavano «Un solo Dio, un solo Cristo, un solo Vescovo». Lo zelo del popolo Romano nella causa di Liberio non si ristrinse alle sole parole; e la pericolosa e sanguinosa sedizione, che si eccitò poco dopo la partenza di Costanzo, determinò questo Principe ad accettare la sommissione dell'esiliato Prelato, ed a restituirgli il non diviso possesso della Capitale. Dopo qualche vana resistenza, il suo rivale fu espulso dalla città per la permissione dell'Imperatore, e per la forza dell'opposta fazione; furono crudelmente trucidati gli aderenti di Felice nelle strade, nelle pubbliche piazze, ne' bagni, e sin nelle Chiese; ed al ritorno di un Vescovo Cristiano l'aspetto di Roma rinnovò l'orrida immagine delle stragi di Mario e delle proscrizioni di Silla[279].

II. Nonostante il rapido accrescimento dei Cristiani sotto il regno della famiglia Flavia, Roma, Alessandria, e le altre maggiori città dell'Impero contenevano sempre una forte e potente fazione d'Infedeli, che invidiavano la prosperità, e mettevano in ridicolo anche nei loro teatri le teologiche dispute della Chiesa. La sola Costantinopoli godeva il vantaggio d'esser nata ed allevata in seno alla fede. La Capitale dell Oriente non s'avea mai contaminata col culto degl'idoli; e tutto il corpo del Popolo s'era profondamente imbevuto de' sentimenti, delle virtù e delle passioni, che distinguevano i Cristiani di quel tempo dal rimanente degli uomini. Dopo la morte d'Alessandro, si disputò la Sede Episcopale fra Paolo e Macedonio. Atteso lo zelo e l'abilità loro, ambedue meritavano l'eminente posto, al quale aspiravano; e se il carattere morale di Macedonio era meno soggetto ad eccezioni, il suo competitore aveva il vantaggio d'un'elezione anteriore e d'una più ortodossa dottrina. Il suo stabile attaccamento al Simbolo Niceno, che ha dato a Paolo un posto nel calendario fra' Santi ed i Martiri, l'espose allo sdegno degli Arriani. Fu egli nello spazio di quattordici anni scacciato per cinque volte dalla sua sede, nella quale venne più spesso ristabilito dalla violenza del Popolo, che dalla permissione del Principe; e la potestà di Macedonio non potè assicurarsi che mediante la morte del suo rivale. L'infelice Paolo fu strascinato in catene dagli arenosi deserti della Mesopotamia nei più orridi luoghi del Monte Tauro[280], posto in un'oscura e stretta prigione, lasciato per sei giorni senza cibo, e finalmente strangolato per ordine di Filippo, uno de' principali ministri dell'Imperator Costanzo[281]. Il primo sangue, che macchiò la nuova Capitale, fu sparso in quest'Ecclesiastica contesa; e molte persone restarono uccise da ambe le parti nelle furiose ed ostinate sedizioni del Popolo. Era stata data ad Ermogene, Generale di cavalleria, la commissione di fare eseguire per forza la sentenza d'esilio contro Paolo; ma tal esecuzione riuscì fatale a lui stesso. I Cattolici si sollevarono in difesa del loro Vescovo: fu distrutto il palazzo d'Ermogene; il primo Uffizial militare dell'Impero fu strascinato per li piedi lungo le strade di Costantinopoli, e poscia che fu spirato, ne fu esposto il cadavere ad insulti indecenti[282]. Il destino d'Ermogene ammaestrò Filippo, Prefetto del Pretorio, a diportarsi con più cautela in simigliante occasione. Richiese ne' termini più gentili ed onorevoli un abboccamento con Paolo nei bagni di Zeusippo, che avevano una segreta comunicazione col palazzo e col mare. Un vascello, ch'era pronto allo scalo del giardino, immediatamente fece vela, e mentre il popolo ancora ignorava il tentato sacrilegio, il Vescovo era già imbarcato per Tessalonica. Ad un tratto si videro con meraviglia e con isdegno spalancate le porte del palazzo, e l'usurpatore Macedonio assiso accanto al Prefetto sopra un alto carro, circondato da truppe di guardie con le spade sguainate. La militar processione avanzavasi verso la Cattedrale; tanto gli Arriani quanto i Cattolici corser precipitosamente ad occupar quel posto importante; e tremila cento cinquanta persone perderono la vita nella confusion del tumulto. Macedonio, ch'era sostenuto da una forza regolata, ottenne una decisiva vittoria; ma fu disturbato il suo regno da clamori e da sedizioni; e quelle cause, che sembravano le meno connesse col soggetto della disputa, furon sufficienti a nutrire, e ad accender la fiamma della discordia civile. Poichè la cappella, in cui s'era depositato il corpo del gran Costantino, minacciava rovina, il Vescovo trasportò quelle venerabili reliquie nella Chiesa di S. Acacio. Questo prudente, ed anche pietoso provvedimento fu rappresentato come una maliziosa profanazione da tutto il partito che aderiva alla dottrina dell'Homoousion. Immediatamente le fazioni corsero alle armi, si serviron del luogo sacro come di campo di battaglia, ed ha notato uno degl'Istorici Ecclesiastici come un fatto reale, non come una figura rettorica, che il pozzo, situato avanti alla Chiesa, non essendo capace di più contenerne, allagò con un fiume di sangue i portici e le corti adiacenti. Qualunque Scrittore attribuisse tali tumulti unicamente ad un principio di religione, dimostrerebbe d'avere una ben imperfetta cognizione della natura umana; bisogna però confessare, che il motivo, che traviava la sincerità dello zelo, ed il pretesto, che mascherava la licenza della passione, sopprimevano quei rimorsi che in altre occasioni sarebber succeduti al furore dei Cristiani di Costantinopoli[283].

L'arbitrario e crudele animo di Costanzo, che non sempre aspettava d'esser provocato dalla colpa e dalla resistenza, fu giustamente inasprito dai tumulti della sua Capitale e dalla rea condotta d'una fazione, che opponevasi all'autorità e alla religione del proprio Sovrano. Furono inflitte con particolar rigore le pene ordinarie di morte, d'esilio, e di confiscazione; ed i Greci venerano tuttavia la santa memoria di due Cherici, uno Lettore e uno Suddiacono, che furono accusati dell'uccisione d'Ermogene, e decapitati alle porte di Costantinopoli. Per un editto di Costanzo contro i Cattolici, che non si è stimato degno d'aver luogo nel Codice Teodosiano, quelli che ricusavan di comunicare coi Vescovi Arriani, ed in ispecie con Macedonio, erano spogliati delle immunità Ecclesiastiche e dei diritti dei Cristiani; venivan costretti a lasciare il possesso delle Chiese; ed era loro strettamente vietato di tenere assemblee dentro le mura della città. Nelle Province della Tracia e dell'Asia Minore, fu commessa allo zelo di Macedonio l'esecuzione di questa ingiusta legge; fu ordinato alla potestà civile e militare d'ubbidire a' suoi ordini; e le crudeltà esercitate da questo Semiarriano tiranno in difesa dell'Homoiousion eccederono la commissione di Costanzo, e ne infamarono il regno. S'amministravano i Sacramenti della Chiesa a vittime ripugnanti, che negavano la legittimità dell'elezione, ed abborrivano i principj di Macedonio. Si conferivano i riti del Battesimo a donne e fanciulli, che a tal effetto si erano strappati dalle braccia dei loro amici e parenti; per mezzo di uno istrumento di legno tenevasi aperta la bocca dei comunicanti, mentre s'introduceva loro per forza il pane consacrato nella gola; e con gusci d'ovo infuocati si bruciava il petto di tenere vergini, o crudelmente si comprimeva fra ruvide e pesanti tavole[284]. I Novaziani di Costantinopoli e dei vicini paesi per il loro stabile attacco alla bandiera Homoousiana meritarono d'esser confusi co' Cattolici stessi. Macedonio seppe che un grosso distretto di Paflagonia[285] era quasi tutto abitato da que' Settari. Egli risolse di convertirli o di estirparli; e siccome in tale occasione diffidava dell'efficacia d'una missione Ecclesiastica, ordinò che un corpo di quattromila legionari marciasse contro i ribelli, e riducesse il territorio di Mantinio sotto la sua spirituale giurisdizione. I Novaziani abitanti, animati dalla disperazione e dal furor religioso, arditamente affrontarono gl'invasori del lor paese; e quantunque vi restassero uccisi molti de' Paflagoni, pure le legioni Romane furono vinte da una irregolare moltitudine, armata solo di rusticali strumenti e di legni, ed a riserva di pochi che si salvarono mediante un'ignominiosa fuga, quattromila soldati restarono morti sul campo di battaglia. Il successor di Costanzo ha esposto in una breve ma viva maniera alcune delle teologiche calamità, che afflisser l'Impero, e specialmente l'Oriente, nel regno d'un Principe, che era schiavo delle sue passioni e di quelle de' suoi Eunuchi. «Molti furon posti in prigione, perseguitati, e mandati in esilio. Si trucidarono intere truppe di quelli, che si chiamavano Eretici, particolarmente a Cizico, ed a Samosata. Nella Paflagonia, nella Bitinia, nella Galazia, ed in molte altre Province, intere città e villaggi furono devastati, ed interamente distrutti[286]

Mentre le fiamme dell'Arriana controversia consumavan le viscere dell'Impero, le Province Affricane venivano infestate dai loro particolari nemici, da quei Selvaggi fanatici, che sotto il nome di Circoncellioni formavan la forza e lo scandalo del partito Donatista[287]. La rigorosa esecuzione delle leggi di Costantino aveva eccitato uno spirito di malcontento e di resistenza; i vigorosi sforzi, che fece il suo figlio Costante per restaurare l'unità della Chiesa, esacerbarono i sentimenti d'odio reciproco, che a principio avea cagionati la separazione; ed i mezzi della forza e della corruzione, impiegati dai due Commissari Imperiali Paolo e Macario, somministrarono agli Scismatici uno specioso contrasto fra le massime degli Apostoli, e la condotta dei pretesi lor successori[288]. Gli abitanti dei villaggi di Numidia e di Mauritania erano una razza di gente feroce, che s'era imperfettamente ridotta sotto l'autorità delle leggi Romane, ed imperfettamente convertita alla fede Cristiana; ma che veniva trasportata da un cieco e furioso entusiasmo nella causa dei Donatisti, loro maestri. Con isdegno soffrivano essi l'esilio dei loro Vescovi, la demolizione delle lor Chiese, e l'interrompimento delle segrete loro assemblee. La violenza degli Uffiziali di giustizia, che ordinariamente eran sostenuti da una guardia militare, fu alle volte rispinta con uguale violenza; ed il sangue di alcuni popolari Ecclesiastici, che si era sparso nella mischia, infiammò i rozzi loro seguaci d'un'ardente brama di vendicare la morte di quei Santi Martiri. I ministri della persecuzione con la loro barbarie e temerità s'attiraron qualche volta la morte, e la colpa d'un accidentale tumulto precipitò i rei nella disperazione e rivolta. Tratti dalle native loro campagne, i Donatisti villani si unirono in formidabili turme all'estremità del deserto Getulio; e facilmente cangiarono l'abitudine del lavoro in una vita oziosa e rapace, che veniva consacrata dal nome di religione, e debolmente condannata dai Dottori della lor Setta. I condottieri de' Circoncellioni presero il titolo di Capitani de' Santi; la principale lor arme, essendo inoltre comunemente provvisti di spade e di lance, era una grossa e pesante clava, ch'essi chiamavano l'Isdraelita; ed il ben noto rimbombo delle parole «sia lode a Dio» che usavano come lor segnale di guerra, spargeva la costernazione per le disarmate Province dell'Affrica. Da principio colorivano le loro depredazioni col pretesto della necessità; ma ben presto passarono la misura della sussistenza; soddisfacevano senza ritegno la loro intemperanza ed avarizia, bruciavano i villaggi che avevano saccheggiati, e dominavano come licenziosi tiranni nell'aperta campagna. Si sospesero i lavori dell'agricoltura e l'amministrazione della giustizia; e siccome i Circoncellioni pretendevano di restituire la primitiva uguaglianza degli uomini, e riformare gli abusi della civil società, così aprivano un asilo sicuro agli schiavi, ed a' debitori che correvano a truppe sotto il santo loro stendardo. Allorchè non trovavano resistenza, ordinariamente si contentavano del saccheggio, ma la minima opposizione serviva per provocarli ad atti di violenza e di strage; ed alcuni Preti Cattolici, che avevano imprudentemente segnalato il loro zelo, furon tormentati da' fanatici con la più raffinata e cruda barbarie. Lo spirito dei Circoncellioni però non si esercitava sempre contro nemici senza difesa. Attaccarono essi, ed alle volte anche disfecero, le truppe della Provincia; e nella sanguinosa azione di Bagai assaltarono in campo aperto, ma con disgraziato valore, una guardia avanzata della cavalleria Imperiale. I Donatisti, ch'erano presi armati, ricevevano, e facilmente meritavano il trattamento che avrebbe potuto farsi alle bestie selvagge del deserto. I prigionieri morivano, senza mandare un lamento, o per mezzo della spada, o della scure, o del fuoco; e si moltiplicarono in una rapida proporzione le rappresaglie, che aggravavan gli orrori della ribellione, ed escludevano la speranza d'un vicendevol perdono. Al principio del presente secolo, si è rinnovato l'esempio dei Circoncellioni nella persecuzione, nell'ardire, ne' delitti, e nell'entusiasmo dei Camisardi, e se i fanatici di Linguadoca sorpassaron quelli di Numidia per le loro azioni militari, gli Affricani mantenner la fiera loro indipendenza con maggiore risolutezza e perseveranza[289].

Tali disordini sono i naturali effetti d'una tirannia religiosa; ma la rabbia dei Donatisti era infiammata da frenesia d'una specie molto straordinaria, la quale, se veramente prevalse fra loro in un grado così stravagante, non se ne può trovar sicuramente l'uguale in alcun paese, o in alcun secolo. Molti di questi fanatici avevano in orrore la vita, desiderando il martirio; e poco importava loro per quali mezzi o per quali mani perissero, qualora la lor condotta santificata fosse dall'intenzione di sacrificarsi per la gloria della vera fede e per la speranza dell'eterna felicità[290]. Alle volte andavano a disturbar villanamente le feste, ed a profanare i tempj del paganesimo, con animo di eccitare i più zelanti fra gl'Idolatri a vendicare gli insulti de' loro Dei. Alle volte, entravan per forza nei Tribunali di giustizia, o costringevano lo spaventato Giudice ad ordinare l'immediata loro esecuzione. Spesso fermavano i viandanti nelle pubbliche strade, e gli obbligavano a dar loro il martirio con la promessa di un premio, se v'acconsentivano, e con la minaccia dell'immediata morte, se ricusavano di largire ad essi un favore tanto singolare. Quando mancava qualunque altro ripiego, essi annunziavano il giorno, in cui alla presenza dei loro amici e fratelli si sarebber gettati a basso da qualche altissima rupe; e si mostravano varj precipizj che eran divenuti famosi pel numero dei religiosi suicidj. Nelle azioni di tali disperati entusiasti, che s'ammiravano da una parte come martiri di Dio, e s'abborrivano dall'altra come vittime di Satana, un imparziale Filosofo può ravvisar l'influenza e l'ultimo abuso di quello spirito inflessibile, che in origine proveniva dal carattere e dai principj della nazione Giudaica.

A. D. 312-361

La semplice istoria delle interne divisioni, che disturbaron la pace e disonorarono il trionfo della Chiesa, servirà a confermare l'osservazione d'un Istorico Pagano, ed a giustificare il lamento d'un venerabile Vescovo. L'esperienza d'Ammiano l'aveva convinto, che l'inimicizia de' Cristiani fra loro sorpassava il furor delle fiere contro degli uomini[291]; e Gregorio Nazianzeno si duole nel più patetico stile, che il regno dei Cieli si era dalla discordia convertito nell'immagine del caos, d'una tempesta notturna e dell'istesso inferno[292]. I fieri e parziali Scrittori di quei tempi, attribuendo a se stessi tutta la virtù, ed imputando tutta la colpa agli avversari, hanno rappresentato la guerra degli Angeli coi Demonj. La nostra più tranquilla ragione rigetterà tali puri e perfetti mostri di vizio o di santità, ed imputerà un'uguale o almeno non molto diversa dose di bene o di male agli ostili Settari, che prendevano i nomi di Ortodossi e di Eretici. Essi erano stati educati nella medesima religione e nella medesima civil società; le speranze ed i timori sì nella vita presente che nella futura, si bilanciavano da loro nella medesima proporzione; sì dall'una che dall'altra parte poteva lo sbaglio esser innocente, la fede sincera, la pratica meritoria o corrotta; le loro passioni venivano eccitate da oggetti simili, e poteano alternativamente abusare del favor della Corte o del popolo. Le metafisiche opinioni negli Atanasiani, e degli Arriani non potevano influire sul lor morale carattere, e tutti erano ugualmente agitati dallo spirito intollerante, che avevano tratto fuori dalle pure e semplici massime dell'Evangelio.

Un moderno Scrittore, che con giusto ardire ha posto in fronte della sua storia gli onorevoli titoli di politica e filosofica[293], accusa la timida prudenza di Montesquieu per aver omesso di enumerare fra le cause della decadenza dell'Impero una legge di Costantino, da cui fu assolutamente soppresso l'esercizio del Culto Pagano, e si lasciò priva di Sacerdoti, di tempj, e d'ogni pubblica religione una considerabil parte di sudditi. Lo zelo dell'Istorico filosofo pei diritti della umanità l'ha indotto ad ammetter l'ambigua testimonianza di quegli Ecclesiastici, che hanno troppo leggermente attribuito il merito di una generale persecuzione all'Eroe lor favorito[294]. Invece di allegar questa legge immaginaria, che avrebbe brillato in fronte a' Codici Imperiali, noi possiamo con sicurezza rimetterci all'epistola originale, che Costantino indirizzò ai seguaci dell'antica religione in un tempo, nel quale non dissimulava più la sua conversione, nè più temeva i rivali dei trono. Esso invita ed esorta ne' termini più pressanti i sudditi del Romano Impero ad imitar l'esempio del loro Principe; ma dichiara, che quelli, che tuttavia ricusano d'aprir gli occhi alla celeste luce, posson liberamente godere i lor tempj e gl'immaginari lor Dei. Vien dunque formalmente contraddetta l'asserzione, che le ceremonie del Paganesimo fossero soppresse dall'Imperatore medesimo, il quale saviamente assegna come principio della sua moderazione l'invincibil forza dell'abitudine, del pregiudizio e della superstizione[295]. Ma senza violare la santità della sua promessa, senza eccitare i timori de' Pagani, l'artificioso Monarca con lenti e cauti passi avanzavasi a distrugger l'irregolare e cadente edifizio del politeismo. Gli atti parziali di severità, che secondo le occasioni esercitava, quantunque segretamente provenissero da uno zelo Cristiano, eran coloriti dai più bei pretesti di giustizia e di pubblico bene; e mentre Costantino tendeva a rovinare i fondamenti dell'antica religione, pareva che ne riformasse gli abusi. Ad esempio dei suoi più saggi predecessori condannò sotto le più rigorose pene le occulte ed empie arti della divinazione, che risveglia le vane speranze ed alle volte i rei tentativi di quelli, che son malcontenti della presente lor condizione. Fu imposto un ignominioso silenzio agli oracoli, ch'erano stati pubblicamente convinti di frode e falsità; furono aboliti gli effeminati Sacerdoti del Nilo; e Costantino eseguì l'uffizio di Censore Romano, allorchè diede ordine che si demolissero i diversi tempj della Fenicia, nei quali si praticava ogni sorta di prostituzione pubblicamente in onore di Venere.[296]. L'Imperial città di Costantinopoli fu in certo modo innalzata a spese de' ricchi tempj della Grecia e dell'Asia, e adornata delle loro spoglie; si confiscarono i beni sacri; si trasportaron con rozza famigliarità le statue degli Dei e degli Eroi in mezzo ad un Popolo, che le risguardava come oggetti non di adorazione, ma di curiosità; si restituì alla circolazione l'argento e l'oro; ed i Magistrati, i Vescovi, e gli Eunuchi profittarono della fortunata occasione di soddisfare nel tempo stesso lo zelo, l'avarizia e lo sdegno. Ma tali depredazioni si ristrinsero ad una piccola parte del Mondo Romano; e le Province da lungo tempo erano assuefatte a soffrire la medesima sacrilega rapacità dalla tirannia di Principi e di Proconsoli, contro i quali non potea nascer sospetto veruno di tendere a sovvertire la religione stabilita[297].

I figli di Costantino calcaron le vestigia del loro padre con più zelo e con minor discrezione. Si moltiplicarono appoco appoco i pretesti dell'oppressione e della rapina[298]; fu accordata ogni sorta di condiscendenza all'illegittima condotta dei Cristiani; qualunque dubbio fu interpretato in disfavore del Paganesimo; e la demolizione de' tempj fu celebrata come uno dei più prosperi avvenimenti del regno di Costante e di Costanzo[299]. È scritto il nome di quest'ultimo in fronte ad una breve legge, che avrebbe potuto render superflua qualunque posteriore proibizione. «Vogliamo che in tutti i luoghi ed in tutte le città immediatamente si chiudano i tempj, o siano diligentemente guardati, affinchè nessuno possa far male. Vogliamo ancora, che tutti i nostri sudditi si astengano da' Sacrifizj. Se alcuno fosse reo di tal atto, provi la spada della vendetta; e dopo la morte i suoi beni siano confiscati a vantaggio del Pubblico. Estendiamo le stesse pene a' Governatori delle Province, se trascureranno di punire i delinquenti»[300]. Ma vi è la più forte ragione di credere, che questo formidabil editto o fosse scritto senza esser pubblicato, o fosse pubblicato senza essere eseguito. L'evidenza dei fatti ed i monumenti, che tuttavia sussistono di bronzo e di marmo, continuano a provare il pubblico esercizio del Culto Pagano in tutto il regno de' figli di Costantino. Tanto nell'Oriente quanto nell'Occidente, sì nelle città che nella campagna si rispettava, o almeno si risparmiava un gran numero di tempj; e la devota moltitudine tuttavia godeva il lusso dei sacrifizj, delle feste e delle processioni per la permissione o per la connivenza del Governo. Circa quattro anni dopo la pretesa data di quel sanguinoso editto, Costanzo visitò i tempj di Roma; e viene commendata da un oratore Pagano la decenza del suo contegno, come un esempio degno dell'imitazione dei successivi Principi. Quell'Imperatore (dice Simmaco) «tollerò che restassero intatti i privilegi delle Vestali; diede le dignità Sacerdotali a' nobili di Roma; concesse la solita prestazione per le spese dei pubblici riti e sacrifizj; e quantunque avesse abbracciato una religione diversa, non tentò mai di spogliar l'Impero del sacro culto dell'antichità»[301]. Il Senato pretendeva sempre di consacrare con solenni decreti la divina memoria dei suoi Sovrani, e Costantino medesimo fu dopo la sua morte associato a quegli Dei, che esso avea rinunziati e insultati in vita. Il titolo, le insegne, e le prerogative di Pontefice Massimo, che s'erano istituite da Numa ed assunte da Augusto, s'accettarono senza esitare da sette Imperatori Cristiani, che venivano investiti di un'autorità più assoluta sulla religione da essi abbandonata, che su quella che professavano[302].

Le divisioni fra i Cristiani sospesero la rovina del Paganesimo[303]; e la guerra sacra, contro gl'Infedeli con minor vigore fu proseguita da Principi e da Vescovi, che erano più immediatamente sbigottiti dal male e dal pericolo della ribellione domestica. Si sarebbe potuta giustificare l'estirpazione dell'idolatria[304] coi principj già stabiliti d'intolleranza; ma le contrarie Sette, che a vicenda regnavano nella Corte Imperiale, temevano di alienare da loro, e forse d'esacerbare gli animi di una forte, sebbene decadente fazione. Militava allora in favore del Cristianesimo ogni motivo di autorità e di moda, d'interesse e di ragione; ma dovettero passare due o tre generazioni, prima che fosse universalmente sentita la sua vittoriosa influenza. La religione, che per sì lungo tempo e recentemente avea dominato nell'Impero Romano, era sempre venerata da molti, meno attaccati invero alle opinioni speculative che all'antico uso. Erano indifferentemente concessi gli onori dello Stato e dell'esercito a tutti i sudditi di Costantino e di Costanzo; ed una parte considerabile di cognizioni, di ricchezze e di valore trovavasi tuttora impegnata in servizio del politeismo. Nasceva da cause molto diverse la superstizione del Senatore e del Villano, del Poeta e del Filosofo; ma con ugual divozione si univano tutti nei tempj degli Dei. Era insensibilmente provocato il loro zelo dall'insultante trionfo d'una Setta proscritta; e si ravvivavan le loro speranze dalla ben fondata fiducia, che l'erede presuntivo dell'Impero, giovane e valoroso Eroe, che avea liberato la Gallia dalle armi dei Barbari, avesse abbracciato segretamente la religione dei suoi maggiori.