NOTE:

[1.] Si è diligentemente discussa la data delle Istituzioni Divine di Lattanzio; vi si sono scoperte difficoltà; si sono proposti mezzi per iscioglierle; e si è finalmente immaginato l'espediente di supporne due edizioni originali, la prima pubblicata nel tempo della persecuzione di Diocleziano, l'altra sotto quella di Licinio. Vedi Dufresnoy Praef. p. 5. Tillemont Mem. Eccl. Tom. VI p. 465-470. Lardner Credibilità ec. P. II Vol. VII, p. 78-86. Quanto a me io sono quasi convinto, che Lattanzio dedicasse le sue Istituzioni al Sovrano della Gallia nel tempo in cui Galerio, Massimino, e Licinio stesso perseguitavano i Cristiani, cioè fra gli anni 306 e 311.

[2.] Lactant. Divin Inst. l. I. VII. 27. Veramente il primo ed il più importante di questi passi manca in 28 manoscritti; ma si trova in altri 19. Se vogliam ponderare il merito di questi manoscritti paragonati fra loro, può allegarsene, in favor di quel passo, uno della libreria del Re di Francia dell'età di 900 anni, ma si omette lo stesso passo nel corretto manoscritto di Bologna, che il P. Montfaucon giudica del sesto, o del settimo secolo (Diar. It. p. 409). Il gusto della maggior parte degli Editori (eccettuato Iseo, vedi Lattanzio dell'edizione del Dufresnoy, Tom. I p. 596) vi ha riconosciuto il genuino stil di Lattanzio.

[3.] Euseb. in vit. Const. (l. I. c. 27-32.)

[4.] Zosimo (l. II. p. 104.)

[5.] Questo rito fu sempre in uso nel fare i Catecumeni (vedi Bingam. Ant. l. X. c. I. p. 419. Dom. Chardon Hist. des Sacremens, T. I. p. 62); e Costantino lo ricevè per la prima volta immediatamente avanti il suo battesimo, e la sua morte (Eusebio in vita Const. l. IV. c. 61). Valesio, dalla connessione di questi due fatti, ha tirato quella conseguenza (al luogo cit. d'Euseb.), che viene ammessa con ripugnanza dal Tillemont (Hist. des Emper. Tom. IV. p. 628), e contraddetta con deboli argomenti dal Mosemio (p. 968).

[6.] Eusebio in vit. Const. (l. IV. c. 61, 62, 63). La leggenda del Battesimo di Costantino, seguìto in Roma tredici anni avanti la sua morte, fu inventata nell'ottavo secolo come un acconcio motivo per la sua donazione. Tale è stato a grado a grado il progresso delle cognizioni, che una storia, di cui il Cardinal Baronio (Annal. Eccl. An. 324. n. 43-49) si dichiarò senza rossore avvocato, adesso debolmente si sostiene anche sotto la giurisdizione del Vaticano. Vedi le antichità Crist. (Tom. II p. 203), opera pubblicata con sei approvazioni a Roma, nell'anno 1751, dal P. Mamachi, erudito Domenicano.

[7.] Il Questore, o segretario, che compose la leg. 1. del lib. XVI. Tit. II. del Cod. Teodos. fa dire con indifferenza al suo Signore, hominibus supradictae religionis; al Ministro poi degli affari Ecclesiastici era permesso uno stile più devoto e rispettoso, τηϛ ενθεσμου και αγιωτατηϛ καθολικηϛ θρησκειαϛ legittimo, e santissimo catolico culto. Vedi Eusebio Hist. Eccles. (l. X. c. 6).

[8.] Cod. Theodos. (lib. II Tit. VIII. leg. I.) Cod. Giustin. (Lib. III. Tit. XII. leg. III). Costantino chiama la Domenica dies Solis; nome, che non poteva offender le orecchie de' suoi sudditi Pagani.

[9.] Cod. Theodos. (lib. XVI. Tit. X. leg. I). Il Gottofredo, come comentatore, procura di scusare (Tom. VI. p. 257.) Costantino; ma il Baronio più zelante (Annal. Eccles, an. 521. n. 18.) critica con verità ed asprezza il profano contegno di lui.

[10.] Sembra che Teodoreto (l. I. c. 18) voglia far credere, ch'Elena desse al suo figlio un'educazione Cristiana; ma la superiore autorità d'Eusebio può assicurarci (in vita Const. l. III. c. 47), ch'ella medesima fu debitrice della cognizione del Cristianesimo a Costantino.

[11.] Vedi le medaglie di Costantino appresso il Du-Cange, e il Banduri. Siccome poche città ritenuto avevano il privilegio del conio, quasi tutte le medaglie di quel tempo uscirono dalla zecca autorizzata dalla sanzione Imperiale.

[12.] Il Panegirico (VII. inter Panegyr. vet.) d'Eumenio che fu recitato pochi mesi prima della guerra Italica, è pieno delle più chiare prove della superstizione Pagana di Costantino, e della sua particolar venerazione per Apollo, o pel Sole, al quale allude Giuliano, allorchè dice nell'Oraz. VII. p. 228 απολειπων σε (abbandonando te). Vedi il Coment. dello Spanemio sui Cesari p. 317.

[13.] Costantino Orat. ad Sanctos c. 25. Ma potrebbe facilmente dimostrarsi, che il Traduttore Greco ha esteso il senso dell'originale Latina; e potè anche l'Imperatore in età avanzata rammentarsi la persecuzione di Diocleziano con più vivo abborrimento di quello che aveva realmente sentito nel tempo della sua gioventù o idolatria.

[14.] Vedi Eusebio Hist. Eccles. (l. VII. 13 l. IX. 9 etc.) in vit. Const. (l. I. c. 16, 17.) Lactant. Divin. Inst. l. 2. Cecil. De mort. persecut. c. 25.

[15.] Cecilio (De mort. persecut. c. 48) ci ha conservato l'originale Latino; ed Eusebio (Hist. Eccles. l. X. c. 5) ha dato una traduzione Greca di questo editto perpetuo, che si riferisce ad alcuni regolamenti provvisionali.

[16.] Un Panegirico di Costantino pronunziato sette o otto mesi dopo l'editto di Milano (vedi Gottofredo Chron. Legum p. 7 e Tillemont, Hist. des Emper. Tom. IV. p. 246) usa la seguente notabile espressione: Summe rerum Sator, cujus tot nomina sunt, quot linguas Gentium esse voluisti, quem enim Te ipse dici velis, scire non possumus. Paneg. Vet. IX. 26. Il Mosemio nello spiegare p. 971 ec. il progresso di Costantino nella Fede, è ingegnoso, sottile e prolisso.

[17.] Vedi l'elegante descrizion di Lattanzio (Div. Inst. v. 8.) ch'è molto più chiara e positiva di quel che convenga a un discreto Profeta.

[18.] Il sistema politico de' Cristiani si spiega da Grozio (de Jur. Bell. et pac. l. I. c. 3. 4). Questi era un repubblicano ed un esule; ma la dolcezza del suo temperamento lo faceva inclinare a sostenere le potestà già stabilite.

[19.] Tertulliano Apolog. c. 32, 34, 35, 36. Tamen nunquam Albiniani, nec Nigriani vel Cassiani inveniri potuerunt Christiani, ad Scapulam c. 2. Se tale espressione è rigorosamente vera, essa esclude i Cristiani di quel secolo da tutti gli impieghi civili e militari, che gli avrebber costretti a prendere qualche parte nel servizio de' respettivi loro Governatori. Vedi le Opere di Moyle Vol. II. p. 349.

[20.] Vedi l'artificioso Bossuet, Hist. des Variat. des Egl. Protest. Tom. III. p. 210-258, ed il malizioso Bayle (Tom. II. p. 630). Io nomino Bayle, perchè fu egli senza dubbio l'autore dell'avviso a' Refugiati. Vedi il Dizionar. di Critica de Chaufepiè Tom. I. part. 2. p. 145.

[21.] Il Bucanano è il più antico, o almeno il più celebre fra' riformatori, che hanno giustificato la teoria della resistenza. Vedi il suo dialogo de Jure regni apud Scotos Tom. II. p. 28, 30. Edit. fol. Reddiman.

[22.] Lattanzio Divin. Instit. l. 1. Eusebio nel corso della sua storia della Vita di Costantino e nelle sue orazioni inculca più volte il divino diritto di esso all'Impero.

[23.] L'imperfetta cognizione, che abbiamo della persecuzione di Licinio è tratta da Eusebio, Hist. Eccles. l. X. c. 8. vit. Const. l. I. c. 49-56. l. II. c. 1, 2. Aurelio Vittore fa menzione della sua crudeltà in termini generali.

[24.] Eusebio in vit. Const. l. II. c. 24-42. 48-60.

[25.] Nel principio del secolo passato, i Papisti dell'Inghilterra non formavano che la trentesima parte, ed i Protestanti della Francia la decimaquinta delle respettive nazioni, per le quali lo spirito e poter loro erano un oggetto continuo di timore. Vedi le relazioni, che il Bentivoglio (il quale in quel tempo era Nunzio a Brusselles, e poi fu Cardinale) mandò alla Corte di Roma. Relaz. Tom. II. p. 211, 241. Il Bentivoglio era curioso, ben informato, ma un poco parziale.

[26.] Quest'indole trascurata de' Germani si vede quasi uniforme nella storia della conversione di ciascheduna delle loro Tribù. Si reclutavano le legioni di Costantino con Germani, (Zosimo l. II. p. 86); ed eziandio la Corte di suo padre era stata piena di Cristiani. Vedi il primo libro della vita di Costantino fatta da Eusebio.

[27.] De his, qui arma projiciunt in pace, placuit eos abstinere a communione. Concil. Arelat. Can. 3. I migliori Critici applican queste parole alla pace della Chiesa.

[28.] Eusebio sempre risguarda la seconda guerra civile contro Licinio, come una specie di religiosa Crociata. All'invito del Tiranno alcuni Uffiziali Cristiani avevano riprese le loro zone, o in altri termini eran tornati al servizio militare. Fu dipoi censurata la lor condotta dal Canone XII del Concilio Niceno, qualora vogliasi ammettere questa interpretazione particolare, invece di quel generale e libero senso, che gli danno gl'interpreti Greci Balsamone, Zonara, ed Alessio Aristeno. Vedi Beveridge Pandect. Eccles. Graec. Tom. I. p. 72. Tom. II p. 73. annotat.

[29.] Nomen ipsum crucis absit non modo a corpore civium Romanorum, sed etiam a cogitatione, oculis, auribus: Cicer. pro Rabirio c. 5. Gli scrittori Cristiani, Giustino, Minucio Felice, Tertulliano, Girolamo, e Massimo di Torino hanno investigato con passabil successo la figura o la somiglianza della croce in quasi tutti gli oggetti della natura, o dell'arte; nell'intersezione per esempio del meridiano coll'equatore, nella faccia umana, nell'uccello che vola, nell'uomo che nuota, nell'albero coll'antenna della nave, nell'aratro, nello stendardo ec. Vedi Lipsio de cruce. (l. I. c. 9).

[30.] Vedi Aurelio Vittore, che riguarda questa legge come uno degli esempi delle pietà di Costantino. Un editto così onorevole al Cristianesimo meritava luogo nel Codice Teodosiano, invece di farne indirettamente menzione, come par che resulti dal paragone de' Titoli V. e XVIII. del lib. IX.

[31.] Eusebio in vit. Const. l. I. c. 40. Questa statua, o almeno la croce e l'iscrizione, si può riportare più probabilmente alla seconda, o anche alla terza visita di Costantino a Roma. Subito dopo la disfatta di Massenzio gli animi del Senato e del Popolo non potevano essere ancora disposti per tal pubblico monumento.

[32.]

Agnoscas regina libens mea signa necesse est;

In quibus effigies crucis aut gemmata refulget,

Aut longis solido ex auro praefertur in hastis,

Hoc signo invictus transmissis alpibus ultor

Servitium solvit miserabile Constantinus.

···············

Christus purpureum gemmanti textus in auro

Signabat Labarum clypeorum insignia Christus

Scripserat; ardebat summis crux addita christis.

Prudent. in Symmach. l. II. v. 464. 486.

[33.] Rimane tuttora ignota la derivazione, ed il senso della parola Labarum o Laborum, che s'usa da Gregorio Nazianzeno, da Ambrogio, da Prudenzio ec. malgrado gli sforzi dei Critici, che hanno inutilmente torturato il Latino, il Greco, lo Spagnuolo, il Celtico, il Teutonico, l'Illirico, l'Armeno ec. per trovarne l'etimologia. Vedi Du Cange. Gloss. et inf. Latin. v. Labarum e Gottofredo ad Cod. Theodos. (Tom. II. p. 143).

[34.] Eusebio in vit. Const. l. I. c. 30, 31. Il Baronio (annal. Eccles. An. 312. n. 46) ha riportato un'immagine del Labarum.

[35.] Transversa X. littera, summo capite circumflexa, Christum in scutis notat. Caecil. de M. P. c. 44. Cuper ad M. P. in Edit. Lactant. Tom. II p. 500, ed il Baronio an. 312. n. 25 hanno tratto dagli antichi monumenti vari modelli di tali monogrammi, i quali divennero molto alla moda nel Mondo Cristiano.

[36.] Eusebio in vit. Constant. l. II, c. 7, 8, 9. Egli introduce il Labaro avanti la spedizione dell'Italia, ma sembra che la sua narrazione indichi, ch'esso non fu mai mostrato alla testa dell'esercito, finchè Costantino, circa dieci anni dopo, non si fu dichiarato nemico di Licinio e liberator della Chiesa.

[37.] Vedi Cod. Teod. l. VI, Tit. XXV. Sozomeno l. I, c. 2. Teofane Cronogr. p. 11. Teofane visse verso il fine dell'ottavo secolo, quasi cinquecento anni dopo Costantino. I Greci moderni non erano inclinati a spiegare in campo lo stendardo dell'Impero e del Cristianesimo; e quantunque s'attaccassero ad ogni superstiziosa speranza di difesa, pure la promessa della vittoria sarebbe sembrata loro una finzione troppo ardita.

[38.] L'Abate du Voisin (p. 103. ec.) riporta molte di queste medaglie, e cita la particolar dissertazione d'un Gesuita, cioè del P. Grainville, su tal soggetto.

[39.] Tertulliano de Coron. c. 3. Athanas. (Tom. I. p. 101). Il dotto Gesuita Petavio (Dogm. Theolog. l. XV. c. 9, 10) ha raccolto molti passi uniformi sopra le virtù della Croce, che nel passato secolo imbarazzarono i nostri Protestanti controversisti.

[40.] Caecil. de M. P. c. 44. Egli è certo che questa istorica declamazione fu composta e pubblicata, mentre Licinio Sovrano dell'Oriente conservava sempre l'amicizia di Costantino e de' Cristiani. Ogni lettore di buon gusto si deve accorgere, che lo stile è d'un carattere molto diverso ed inferiore a quel di Lattanzio, e tale in fatti è il giudizio del Clerc e del Lardner, (Bibl. anc. et mod. Tom III. p. 438 Credibil. del Angelo ec. P. 2 vol. II. p. 94). Quelli, che son per Lattanzio, deducono tre argomenti di tale opinione dal titolo del libro e da' nomi di Donato e di Cecilio. Vedi il P. Lestocq (T. II. p. 46-60). Ciascheduna di queste prove presa da se è debole e mancante, ma l'unione di esse ha gran peso. Io sono stato spesso dubbioso, e seguiterò senza darmene altro pensiero il MS. Colbertino, chiamando l'A. chiunque siasi Cecilio.

[41.] Caecil. de M. P. c. 46. Par che sia ragionevole l'osservazione di Voltaire (Oeuvr. Tom. XIV. p. 307), che attribuisce al successo di Costantino l'essere stata la fama del suo Labaro maggiore di quella dell'Angelo di Licinio. Pure anche quest'Angelo ha incontrato favore appresso il Pagi, il Tillemont, il Fleury, che sono impegnati ad accrescere la loro quantità di miracoli.

[42.] Oltre questi ben cogniti esempi, Tollio, nella Prefazione alla traduzione di Longino fatta da Boileau, ha scoperto una visione d'Antigono, che assicurò le sue truppe d'aver veduto un pentagono (simbolo di salvezza) con queste parole «In questo vinci». Ma Tollio è affatto inescusabile per avere omesso di addurre donde ha ricavato quel fatto; ed il suo carattere nella letteratura, ugualmente che nella morale, non è superiore ad ogni eccezione. Vedi Chauffepiè Diction. crit. Tom. IV. p. 460. Senza insistere nel silenzio di Diodoro, di Plutarco, di Giustino ec. si può osservar, che Polieno, il quale in un capitolo a parte (l. IV. c. 6), ha raccolto diciannove stratagemmi militari d'Antigono, non è punto informato di questa notevol visione.

[43.] Instincta Divinitatis, mentis magnitudine. Da qualunque curioso viaggiatore può sempre leggersi l'Iscrizione sull'arco trionfale di Costantino, che fu copiata dal Baronio, dal Grutero ec.

[44.] Habes profecto aliquid cum illa mente divina secretum, quae delegata nostra Diis minoribus cura uni se tibi dignatur ostendere. Panegyr. vet. IX. 2.

[45.] Freret (Mem. de l'Acad. des Inscript. Tom. IV. p. 411-417) spiega per mezzo di cause fisiche molti prodigi dell'antichità, e Fabricio, di cui abusano ambe le parti, vanamente procura di porre la celeste croce di Costantino fra gli aloni solari. Biblioth. Graec. Tom. VI. p. 8-29.

[46.] Nazar. Paneg. vet. X. 14, 15. Non è necessario nominare i moderni, l'avido e non discernente appetito de' quali ha ingoiato anche il cibo Pagano di Nazario.

[47.] Vengono attestate dagli Istorici e da' pubblici monumenti le apparizioni di Castore e di Polluce, specialmente per annunziare la vittoria Macedonica. Vedi Cicer. de Nat. Deor. II. 2. III; 5. 6. Flor. II. 12. Val. Massim. lib. I. c. 8 n. 2. Pure il più recente di questi miracoli è omesso, ed indirettamente negato da Livio, XLV. I.

[48.] Eusebio l. I. c. 18, 19, 20. Il silenzio d'Eusebio stesso, nella sua Storia Ecclesiastica, ha veramente toccato sul vivo tutti que' difensori del miracolo che non sono affatto insensibili.

[49.] Sembra che la narrazione di Costantino indichi, ch'esso vide la croce nel cielo, avanti di passar le alpi contro Massenzio. La vanità Provinciale però ha fatto rappresentar questa scena a Treveri, a Besanzone ec. Vedi Tillemont Hist. des Emper. Tom. IV. p. 573.

[50.] Il pio Tillemont (Mem. Eccles. Tom. VII. p. 1317) rigetta, sospirando gli utili Atti di Artemio, veterano e martire, che attesta come testimone di veduta la visione di Costantino.

[51.] Gelas. Cizic. Act. Conc. Nicaen. l. I. c. 4.

[52.] Gli avvocati della visione non possono addurre neppure una sola testimonianza tratta da' Padri del quarto e del quinto secolo, che ne' loro voluminosi scritti celebrano più volte il trionfo della croce e di Costantino. Siccome a questi venerabili uomini non sarebbe dispiaciuto un miracolo, noi possiam sospettare (e tal sospetto vien confermato dall'ignoranza di Girolamo) che essi non fossero informati della vita di Costantino, scritta da Eusebio. Questo tratto si scoprì dalla diligenza di quelli, che tradussero o continuarono la sua Storia Ecclesiastica, e che rappresentarono con diversi colori la visione della croce.

[53.] Gottofredo fu il primo, che nell'anno 1643 (Not. ad Philostorg. l. I. c. 6 p. 16) mostrò qualche dubbio sopra un miracolo, che con uguale zelo s'era sostenuto e dal Cardinal Baronio e da' Centuriatori di Magdeburgo. Dopo quel tempo molti de' Critici Protestanti hanno inclinato al dubbio e alla diffidenza. Si propongono le obbiezioni con gran forza da Chaufepiè Dictionn. Critiq. T. IV. p. 6-11; e nell'anno 1774 l'Abbate du Voisin, dottor di Sorbona, pubblicò un'apologia, che merita d'essere lodata com'erudita e moderata.

[54.]

Lors Constantin dit ces propres paroles:

J'ai renversé le culte des idoles;

Sur les débris de leurs Temples fumans

Au Dieu du Ciel j'ai prodigué l'encens.

Mais tous mes soins pour sa grandeur suprême

N'eurent jamais d'autre objet que moi-même;

Les saints autels n'étaient à mes regards

Qu'un marchepied du trône des Césars.

L'ambition, la fureur, les délices

Étaient mes Dieux, avoient mes sacrifices.

L'or des Chrétiens, leurs intrigues, leur sang

Ont cimenté ma fortune et mon rang.

Può leggersi con piacere il poema, che contiene questi versi, ma non si può con decenza nominare.

[55.] Questo favorito era probabilmente il grande Osio Vescovo di Cordova, che preferiva la cura pastorale di tutta la Chiesa al governo d'una diocesi particolare. Atanasio (T. I. p. 703) rappresenta il suo carattere magnificamente, quantunque in breve. Vedi Tillemont, Mem. Eccles. Tom. VII. p. 524-561. Osio fu accusato forse ingiustamente di essersi ritirato dalla Corte con molto abbondanti ricchezze.

[56.] Vedi Eusebio in vit. Const. passim, e Zosimo l. II, p. 104.

[57.] Il Cristianesimo di Lattanzio era d'una specie morale, piuttosto che misteriosa. Erat paene rudis (dice l'ortodosso Bull) disciplinae Christianae, et in rethorica melius quam in theologia versatus. Defens. Fid. Nic. sect. II c. 14.

[58.] Il Fabricio colla solita sua diligenza ha raccolto una lista di tre in quattrocento Autori, citati nella Preparazione Evangelica d'Eusebio. Vedi Bibl. Graec. l. V. c. 4. T. VI. p. 37-56.

[59.] Vedi Const. Orat. ad Sanctos c. 10, 20. Egli specialmente si fonda sopra un misterioso acrostico, composto nel sesto secolo dopo il diluvio, dalla Sibilla Eritrea e da Cicerone tradotto in Latino. Le lettere iniziali de' trentaquattro versi Greci formano questa profetica sentenza: «Gesù Cristo, figlio di Dio, Salvatore del Mondo».

[60.] L'Imperatore, nella sua parafrasi di Virgilio, ha spesse volte aiutato e migliorato il senso letterale del testo Latino. Vedi Blondel des Sybilles l. I. c. 14, 15, 16.

[61.] Le varie pretensioni d'un figlio maggiore o minore di Pollione, di Giulio, di Druso, o di Marcello, si sono trovate incompatibili colla cronologia, coll'istoria e col buon senso di Virgilio.

[62.] Vedi Lowth. De sacra Poesi Hebraeor. Praelect. XXI. p. 289, 293. Nell'esame dell'Egloga quarta il rispettabile Vescovo di Londra ha dimostrato erudizione, gusto, ingenuità, ed un moderato entusiasmo, che esalta la sua fantasia senza degradarne il giudizio.

[63.] Thiers (Exposit. du Saint Sacrem. l. I. c. 8. 12. p. 59, 91) spiega molto giudiziosamente la distinzione fra le parti pubbliche e le segrete del Divin Sacrifizio, fra la missa Catechumenorum e la missa Fidelium, ed il misterioso velo, che la pietà e la politica gettato aveva sopra l'ultima; ma siccome in questo punto i Papisti possono essere ragionevolmente sospetti, un lettor Protestante seguiterà con più sicurezza l'erudito Bingamo. Antiquit. l. X. c. 5.

[64.] Vedi Eusebio in vit. Constant. I. IV. c. 15-32 e tutto il tenore del sermone di Costantino. La fede, e la devozione dell'Imperatore hanno somministrato al Baronio uno specioso argomento in favore del suo anticipato battesimo.

[65.] Zosimo (l. II. p. 105).

[66.] Eusebio in vit. Costant. I. IV. c. 15-16.

[67.] È stata copiosamente spiegata la teoria e la pratica dell'antichità rispetto al Sacramento del battesimo da Chardon; (Hist. des Sacremens, Tom. I. p. 3-405) dal Martenne (De ritib. Eccl. antiq. Tom. I.) e dal Bingamo nel libro decimo e undecimo delle sue Antichità Cristiane. Si può notare una circostanza, in cui le Chiese moderne si sono materialmente allontanate dal costume antico, cioè, che il Sacramento del battesimo (anche quando si amministrava agl'infanti) era immediatamente seguito dalla Confermazione e dalla sacra Eucaristia.

[68.] I Padri, che censuravano questa colpevole dilazione, non potevano peraltro negare la certa e vittoriosa efficacia del battesimo, preso anche vicino alla morte. L'ingegnosa eloquenza di Grisostomo non potè trovare che tre argomenti contro questi prudenti Cristiani. 1. Che noi dobbiamo amare e seguir la virtù per amor di lei stessa, e non puramente pel premio che ne proviene. 2. Che possiamo esser sorpresi dalla morte senz'aver comodo del battesimo. 3. Che quantunque siamo per aver luogo nel Cielo, pure non vi risplenderemo, che come piccole stelle, in paragone di que' soli di giustizia, che avran percorsa la lor carriera con travagli, con successo e con gloria. Chrysost. in Epist. ad Hebraeos, Homel. 13. ap. Chardon. Hist. des Sacrem. (Tom. I. p. 49). Io credo che tal dilazione di battesimo, quantunque soggetta alle più perniciose conseguenze, non fosse però mai condannata da verun Concilio generale o provinciale, nè da verun pubblico atto, o dichiarazione della Chiesa. Facilmente s'accendeva lo zelo de' Vescovi in molte anche più leggiere occasioni.

[69.] Zosimo I. II. p. 104. Per questa non ingenua falsità egli ha meritato e provato i trattamenti più duri da tutti gli Scrittori Ecclesiastici, eccetto che dal Cardinal Baronio (l'An. 324. n. 15-28) il quale aveva bisogno di servirsi dell'autorità dell'Istoria infedele in una particolare occasione contro l'Ariano Eusebio.

[70.] Eusebio l. IV. c. 61, 62, 63. Il Vescovo di Cesarea suppone colla più perfetta sicurezza la salvazione di Costantino.

[71.] Vedi Tillemont Hist. des Emper. Tom. IV p. 249. I Greci, i Russi, ed i Latini stessi, ne' secoli più tenebrosi, hanno desiderato di porre Costantino nel Catalogo de' Santi.

[72.] Vedi il III. e IV. lib. della sua vita. Egli era solito dire, che o si fosse predicato Cristo colle labbra, ovvero col cuore, esso ne avrebbe sempre goduto. (l. III. c. 58.)

[73.] Il Tillemont (Hist. des Emper. Tom. IV. p. 374, 616) ha difeso con forza e con spirito la virginal purità di Costantinopoli contro alcuni maligni passi del Pagano Zosimo.

[74.] L'Autore dell'Istoria polit. e filosof. delle due Indie (Tom. I. p. 9.) condanna una legge di Costantino, che compartiva la libertà a tutti gli schiavi, che avessero abbracciato il Cristianesimo. L'Imperatore promulgò veramente una legge che proibiva agli Ebrei di circoncidere, e forse di tenere alcuno schiavo Cristiano. Vedi Eusebio in vit. Const. l. IV c. 27 ed il Cod. Teod. lib. XVI. Tit. IX col Comment. del Gottofredo Tom. VI. p. 247. Ma tale imperfetta eccezione si riferiva solo agli Ebrei, ed il gran numero di schiavi, ch'erano in potere di padroni o Cristiani o Pagani, non poteva migliorare la propria condizione temporale col cangiare di religione. Io non so da quali guide restasse ingannato l'Abbate Raynal; mentre l'assoluta mancanza di citazioni è un imperdonabile difetto della sua piacevole Istoria.

[75.] Vedi Act. S. Silvestri, e Niceph. Callist. Hist. Eccl. l. VII c. 34. ap. Baron. Accl. an. 324. n. 67, 74. Tale autorità veramente non è molto pregevole, ma queste circostanze per loro medesime son tanto probabili, che l'erudito Dr. Howell (Istor. del Mond. Vol. III. pag. 14) non ha avuto scrupolo d'adottarle per vere.

[76.] Si celebra la conversione de' Barbari sotto il regno di Costantino dagl'Istorici Ecclesiastici (Vedi Sozom. l. II. c. 5 e Teodoret. l. I. c. 23, 24). Ma Ruffino, traduttore Latino d'Eusebio, merita d'essere considerato come un Autore originale. Le sue notizie erano tratte diligentemente da uno dei compagni dell'Apostolo dell'Etiopia, e da Bacurio Principe Ibero, ch'era Conte de' Domestici. Il P. Mamacchi ha dato un ampio ragguaglio del progresso del Cristianesimo nel primo e secondo volume della grande ma imperfetta sua opera.

[77.] Vedi appresso Eusebio (in vit. Constan. l. IV. c. 9) la pressante e patetica lettera di Costantino in favore de' suoi Cristiani fratelli della Persia.

[78.] Vedi Basnage Hist. des Juifs. T. VII. p. 182. T. VIII. p. 333. T. IX. p. 810. La curiosa diligenza di questo Scrittore seguita gli esiliati Giudei sino all'estremità del globo.

[79.] Teofilo nella sua puerizia era stato dato in ostaggio da' suoi nazionali dell'Isola di Diva, ed era stato educato dai Romani nelle lettere e nella pietà. Le Maldive, delle quali forse Male o Diva è la capitale, sono un complesso di 1900 o 2000 piccole isole nell'Oceano Indico. Gli Antichi avevano imperfetta notizia delle Maldive; ma si trovan descritte nei due viaggiatori Maomettani del nono secolo, pubblicati dal Renaudot. Geogr. Nubiens. p. 30, 31. D'Herbeloi Biblioth. Orient. p. 704. Hist. gener. des voyages Tom. VIII.

[80.] Filostorgio (l. III. c. 4, 5, 6.) coll'erudite osservazioni del Gottofredo. La narrazione istorica presto si perde in una ricerca intorno alla sede del Paradiso, a strani mostri ec.

[81.] Vedi l'Epist. d'Osio presso Atanasio vol. I. p. 840. La pubblica rimostranza, che Osio fu costretto d'indirizzare al figlio, conteneva i medesimi principj di governo Ecclesiastico e Civile, ch'esso aveva secretamente instillati nella mente del padre.

[82.] Il Sig. della Bastia (Mem. de l'Acad. de Inscr. T. XV. p. 386) ha evidentemente provato, che Augusto, e i suoi successori esercitavano in persona tutte le funzioni sacre di Pontefice Massimo, o di Sommo Sacerdote del Romano Impero.

[83.] Era insensibilmente prevalsa una pratica alquanto contraria nella Chiesa di Costantinopoli; ma il rigido Ambrogio comandò a Teodosio di ritirarsi fuori del recinto, e gl'insegnò a conoscer la differenza che corre fra un Re ed un Sacerdote. Vedi Teodoreto (l. V. c. 18).

[84.] Alla mensa dell'Imperator Massimo, Martino Vescovo di Tours ricevè la coppa da un famigliare, e la porse al Prete suo compagno avanti di permettere all'Imperatore che bevesse; e l'Imperatrice serviva Martino medesimo a tavola. Sulpic. Sever. in vita S. Martini c. 23. e dial. H. 7. Pure può dubitarsi se tali straordinari complimenti eran fatti al Vescovo o al Santo. Si possono vedere gli onori, che ordinariamente si prestavano al carattere Episcopale appresso il Bingamo (Antiq. l. II. c. 9) e Valesio (ad Theodoret. l. IV. c. 6.) Vedasi l'altiero Ceremoniale, che Leonzio Vescovo di Tripoli prescrisse all'Imperatrice in Tillemont. Hist. des Emp. Tom. IV. p. 754. Patr. Apostol. Tom. II. p. 179.

[85.] Plutarco, nel suo Trattato d'Iside e Osiride, racconta che i Re dell'Egitto, che non eran già Sacerdoti, venivano promossi dopo la loro elezione all'Ordine Sacerdotale.

[86.] Non vien determinato questo numero da veruno antico Scrittore o Catalogo originale, poichè le liste particolari delle Chiese dell'Oriente in confronto a quel tempo, son tutte moderne. Ma la paziente diligenza di Carlo da S. Paolo, di Luca Olstenio, e del Bingamo ha con gran fatica investigato tutte le Sedi Episcopali della Chiesa Cattolica, ch'era quasi tanto estesa, quanto l'Impero Romano. Il nono libro delle Antichità Cristiane forma una carta molto esatta di geografia Ecclesiastica.

[87.] Intorno a' Vescovi rurali o a' Corepiscopi, che aveano diritto di dare il lor voto ne' Sinodi, e conferivano gli Ordini minori, vedi Tomassino (Discipl. Tom. I. pag. 447. ec.) e Chardon Hist. des Sacrem. Tom. V. p. 395. ec. Essi non compariscono che nel quarto secolo, e tal equivoco carattere, che aveva eccitata la gelosia de' Prelati, fu abolito avanti che finisse il decimo, tanto nell'Oriente, quanto nell'Occidente.

[88.] Il Tomassino (Disc. Eccl. Tom. II. lib. II. c. 1-8. p. 673-721) ha trattato abbondantemente dell'elezione dei Vescovi nei primi cinque secoli, sì nell'Oriente che nell'Occidente; ma egli dimostra un'inclinazione molto parziale in favore dell'aristocrazia de' Vescovi. Il Bingamo (lib. IV. c. 2,) è moderato; e Chardon (Hist. des Sacrem. Tom. V. pag. 108-128.) è molto chiaro e preciso.

[89.] Incredibilis multitudo non solum ex eo oppido (Tours), sed etiam ex vicinis urbibus ad suffragia ferenda convenerat etc. Sulp. Sever. (in vit. Martin. c. 7). Il Concilio di Laodicea (Can. 13) allontana dall'elezioni l'infima plebe e i tumulti; e Giustiniano ristringe tale diritto alla nobiltà (Nov. 123, 1).

[90.] Le lettere di Sidonio Apollinare (IV. 25. VII. 5, 9) dimostrano alcuni scandali della Chiesa Gallicana; eppure la Gallia era meno incivilita e meno corrotta dell'Oriente.

[91.] Alle volte facevasi un compromesso o per legge o per consenso, oppure i Vescovi e il Popolo sceglievano uno dei tre candidati nominati dall'altra parte.

[92.] Sembra, che tutti gli esempi citati dal Tomassino (Disc. Eccles. Tom. II. l. II. c. 6. p. 704-714) siano atti straordinari di potestà ed eziandio d'oppressione. S'adduce da Filostorgio (Hist. Eccles. I. II. 11) la conferma del Vescovo d'Alessandria come una maniera di procedere più regolare.

[93.] Il celibato del Clero per li primi cinque o sei secoli, forma in vero un soggetto di disciplina e di controversia, che si è con gran diligenza esaminato. Si veda in particolare il Tomassino (Disc. Eccles. Tom. I. l. II. c. 60, 61. p. 886-902) e le antichità del Bingamo (lib. IV. c. 5). Ciascheduno di questi eruditi, ma parziali, critici ha esposto una parte del vero, ed ha taciuto l'altra.

[94.] Diodoro Siculo attesta e comprova l'ereditaria successione del Sacerdozio fra gli Egizj, i Caldei e gl'Indiani (l. I. p. 84. l. II. p. 142. 153. Edit. Wesseling). Ammiano descrive i Magi come una famiglia molto numerosa. Per saecula multa ad praesens una eademque prosapia multitudo creata, Deorum cultibus dedicata. (XXIII. 6.) Ausonio celebra la stirpe de' Druidi (de Profess. Burdigal IV), ma dalle osservazioni di Cesare (VI. 13) possiamo arguire, che nella Gerarchia Celtica si dava luogo anche alla scelta ed all'emulazione.

[95.] Discutono esattamente la materia della vocazione, dell'ordinazione, dell'ubbidienza ec. del Clero, il Tomassino (Disc. Eccles. Tom. II. p. 1-83) ed il Bingamo nel IV lib. delle sue Antichità (specialmente ne' cap. 4, 6 e 7). Quando fu ordinato in Cipro il fratello di S. Girolamo, i Diaconi gli tenevan per forza chiusa la bocca, per timore, che egli non facesse una solenne protesta, la quale rendesse nulli i sacri riti.

[96.] Le lettere d'immunità, che ottenne il Clero dagl'Imperatori Cristiani, si contengono nel lib. 16 del Codice Teodosiano, e con tollerabil candore sono illustrate dal dotto Gottofredo, la cui mente era bilanciata fra gli opposti pregiudizi di Giurisconsulto e di Protestante.

[97.] Giustiniano (Nov. 103). Sessanta Preti o Sacerdoti, cento Diaconi, quaranta Diaconesse, novanta Suddiaconi, centodieci Lettori, venticinque Cantori e cento Ostiari; in tutto cinquecento venticinque. Fu dall'Imperatore fissato questo moderato numero di ministri per sollevare le angustie della Chiesa, che s'era trovata involta fra i debiti e le usure per la spesa d'una quantità assai più copiosa di essi.

[98.] Universus Clerus Carthaginensis... fere quingenti vel amplius; inter quos quamplurimi erant Lectores infantuli. Victor Vitens, de persecut. Vandal. V. 9, p. 78. Edit. Ruinart. Tuttavia sussisteva sotto l'oppressione de' Vandali questo residuo d'uno stato più prospero.

[99.] Nella Chiesa Latina oltre il carattere Episcopale si è stabilito il numero di sette Ordini; ma i quattro minori son presentemente ridotti a vuoti ed inutili titoli.

[100.] Vedi Cod. Theodos. lib. XVI. Tit. II. leg. 42, 43. Il Commentario del Gottofredo e l'istoria Ecclesiastica d'Alessandria dimostrano il pericolo di tali pie instituzioni, che spesso disturbano la pace di quella turbolenta Capitale.

[101.] L'editto di Milano (de M. P. c. 48) riconosce, che nella Chiesa trovasi una specie di proprietà di terreni, dicendo che questi erano ad jus corporis eorum, idest Ecclesiarum, non hominum singulorum pertinentia. Dovè tal solenne dichiarazione d'un Magistrato supremo riceversi come una massima di legge civile in tutti i Tribunali.

[102.] Habeat unusquisque licetitiam sanctissimo Catholicae Ecclesiae venerabilique concilio decedens bonorum quod optavit relinquere. (Cod. Theod. l. XVI. Tit. II. leg. 4.) Questa legge fu pubblicata a Roma l'anno 321 in un tempo, in cui Costantino potea prevedere la probabilità d'una rottura coll'Imperatore dell'Oriente.

[103.] Eusebio Hist. Eccles. lib. X. 2. in vit. Const. lib. IV. c. 28. Esso più volte si diffonde sulla generosità del Cristiano eroe, che il Vescovo medesimo ebbe occasione di conoscere ed eziandio di sperimentare.

[104.] Eusebio Hist. Eccles. l. X. c. 2, 3, 4. Il Vescovo di Cesarea, che studiava e secondava il genio del suo Signore, pronunciò in pubblico un'elaborata descrizione della Chiesa di Gerusalemme. (in vit. Const. l. IV. c. 46) Questa non esiste più, ma egli ha inserito nella vita di Costantino (l. III. c. 36) un breve ragguaglio dell'architettura e degli ornamenti di essa. In simil guisa fa menzione della Chiesa de' Santi Apostoli a Costantinopoli (l. IV. c. 59).

[105.] Vedi Giustiniano Nov. 123. 3. Non è determinata la rendita de' Patriarchi e de' Vescovi più ricchi; il frutto però annuo maggiore d'un Vescovato si fissa a trenta libbre di oro, ed il minimo a due; il medio dunque potrebbe essere di sedici, ma questi calcoli sono molto al di sotto del reale valore.

[106.] Vedi il Baronio, Annal. Eccles,. an. 324. n. 58, 65, 70, 71. Ogni memoria, che viene dal Vaticano, è giustamente sospetta: pure questi cataloghi hanno l'apparenza di antichi e di autentici; ed è almeno evidente che se son finti, si formarono in un tempo, in cui gli oggetti dell'avarizia Papale erano i fondi, non i regni.

[107.] Vedi Tomassino. Disc. Eccles. Tom. III. l. II. c. 13, 14, 15 p. 689-706. Non pare che la legittima divisione de' beni Ecclesiastici fosse anche stabilita nel tempo d'Ambrogio e di Crisostomo. Simplicio però e Gelasio, che furon Vescovi di Roma al fine del quinto secolo, nelle loro lettere pastorali ne fanno menzione come d'una legge universale ch'era già confermata dall'uso dell'Italia.

[108.] Ambrogio, difensore il più vigoroso de' privilegi Ecclesiastici, si sottomette senza contrasto al pagamento de' tributi sulle terre: si tributum petit Imperator, non negamus, agri Ecclesia solvunt tributum, solvimus quae sunt Caesaris Caesari, et quae sunt Dei Deo: tributum Caesaris est; non negatur. Il Baronio (Annal. Eccl. an. 387) s'affatica d'interpretar quel tributo come un atto di carità piuttosto che di dovere; ma il Tomassino (Disc. Eccles. Tom. III. l. I. c. 34. p. 2-68) spiega più candidamente le parole, se non l'intenzione d'Ambrogio.

[109.] In Ariminensi Synodo super Ecclesiarum et Clericorum privilegiis tractatu habito, usque eo dispositio progressa est, ut juga, quae viderentur ad Ecclesiam pertinere, a publica functione cessarent, inquietudine desistente, quod nostra videtur dudum sanctio repulisse. Cod. Teod. l. XVI. Tit. II. leg. 15. Se il Concilio di Rimini avesse potuto ottenere l'intento, questo merito pratico l'avrebbe potuto purgare da qualche speculativa eresia.

[110.] Siamo assicurati da Eusebio (in vit. Const. l. IV. c. 27) e da Sozomeno (l. I. c. 9) che la giurisdizione Episcopale fu estesa e confermata da Costantino; ma il Gottofredo nella più soddisfacente maniera dimostra la falsità d'un famoso editto, che non fu mai chiaramente inserito nel Codice Teodosiano. (Vedi Tom. VI. p. 303 in fine di detto Codice.) Egli è strano, che Montesquieu, Giurisconsulto non meno che filosofo, allegasse quest'editto di Costantino (Espr. des Loix l. XXIX. c. 16) senza indicarne sospetto alcuno.

[111.] Il soggetto della Giurisdizione Ecclesiastica è stato involto in un misto di passione, di pregiudizio e d'interesse. Due de' migliori libri, che mi siano caduti in mano su questo punto, sono le Instituzioni di Gius Canonico dell'Abate Fleury, e l'Istoria civile di Napoli del Giannone. La moderazione loro fu l'effetto della situazione, in cui si trovavano, ugualmente che del loro stato. Il Fleury era un Ecclesiastico Francese, che rispettava l'autorità de' Parlamenti; il Giannone un Giurisconsulto Italiano, che temeva il poter della Chiesa. E qui mi sia permesso d'avvertire, che siccome le proposizioni generali, che io reco in mezzo, sono il risultato di molti fatti particolari ed imperfetti, bisogna, che o rimetta il lettore a que' moderni Scrittori che hanno espressamente trattato di tal materia, o faccia crescere queste note ad una sproporzionata e non piacevole mole.

[112.] Il Tillemont ha raccolto da Ruffino e da Teodoreto i sentimenti e le frasi di Costantino. (Mem. Eccl. Tom. III v. 749-750).

[113.] Vedi Cod. Teodos. (lib. IX. Tit. XLV. leg. 4). Nelle Opere di Fra Paolo (Tom. IV. p. 192 ec.) si trova un discorso eccellente sopra l'origine, i diritti, gli abusi ed i limiti de' Santuarj. Egli osserva giustamente che l'antica Grecia potea forse contenere quindici o venti asili: numero, che presentemente si può trovare nell'Italia dentro le mura d'una sola città.

* Gli asili sono ora aboliti in tutta l'Italia, perfino negli Stati Ecclesiastici.

[114.] La giurisprudenza penitenziale veniva continuamente accresciuta da' Canoni de' Concilj. Ma poichè molti casi eran sempre lasciati alla discrezione de' Vescovi, essi pubblicavano secondo le occorrenze, ad esempio del Pretore Romano, le regole di disciplina, che si proponevano d'osservare. Le più famose, fra l'Epistole canoniche del quarto secolo, son quelle di Basilio Magno. Sono esse inserite nelle pandette di Beveregio (T. II. p. 47-151) e sono state tradotte da Chardon (Hist. des Sacrem. Tom. IV. p. 219-277).

[115.] Basilio (Epist. 47) presso Baronio (Annal. Eccles. an. 370 n. 91) il quale dichiara, che a bella posta ei riferisce tal fatto per convincere i Governatori, ch'essi non erano esenti da una sentenza di scomunica. Secondo la sua opinione neppure un Sovrano è salvo da' fulmini del Vaticano; ed il Cardinale si dimostra molto più coerente a se stesso che i Giureconsulti e i Teologi della Chiesa Gallicana.

[116.] Era notata ne' pubblici registri di Cirene, Colonia Spartana, la lunga serie de' suoi maggiori fino ad Euristene primo Re Dorico di Sparta, ed il quinto nella linea discendente di Ercole (Sinesio Epist. 57, p. 197. Edit. Patav.). Una genealogia così pura ed illustre di diciassette secoli, senz'aggiungervi i reali Antenati d'Ercole, non può averne un'eguale nell'istoria dell'uman genere.

[117.] Sinesio (de Regno pag. 2) pateticamente deplora lo stato decadente e rovinoso di Cirene con queste espressioni, Città Greca di antico e venerando nome, in cui trovavansi una volta migliaia di sapienti; adesso povera, e mesta, ed un gran mucchio di rovine.

Tolemaide, nuova città, 82 miglia all'Occidente di Cirene, assunse gli onori di Metropoli della Pentapoli o della Libia superiore, che furon poi trasferiti a Sozusa. Vedi Wesseling (Itiner. p. 67-68. 732.) Cellario (Geogr. T. II. part. II. p. 72, 74.) Carlo da S. Paolo (Geogr. Sacr. p. 273.) D'Anville (Geogr. Anc. T. III. p. 43, 44. Mem. de l'Acad. des Inscript. Tom. XXXVII. p. 363-391).

[118.] Sinesio avea precedentemente rappresentato le qualità, per le quali si credeva incapace di tal posto (Epist. c. 5. p. 246-250). Egli amava gli studi e i divertimenti profani; era incapace di sostenere la vita celibe; non credeva la risurrezione; e ricusava di predicare favole al popolo, a meno che non gli fosse permesso di filosofare in casa propria. Teofilo, Primate dell'Egitto, che conosceva il suo merito, accettò queste straordinarie proteste. Vedi la vita di Sinesio in Tillemont (Memoir. Eccles. Tom. XII. p. 499-554).

[119.] Vedi l'invettiva di Sinesio (Epist. LVII. p. 191-201). La promozione d'Andronico non era legittima, essendo egli nativo di Berenice ch'era nell'istessa Provincia. Gl'istrumenti delle torture sono curiosamente specificati, cioè δακτυληφρα o strettoio, ποδοσραβη, ριονλαβιϛ, ωταγρα, χειλοσροφιον che in varie guise comprimevano o distendevano le dita, i piedi, il naso, le orecchie e le labbra delle vittime.

[120.] La sentenza di scomunica è concepita in uno stile oratorio (Sinesio Epist. 58. p. 201-203). Il metodo di comprendervi le intere famiglie, sebbene alquanto ingiusto, fu esteso anche di più negl'interdetti nazionali.

[121.] Vedi Sinesio Epist. 47. p. 186, 187. Epist. 72. p. 218, 219. Epist. 89. p. 230-231.

[122.] Vedi il Tomassino (Discipl. Eccles. Tom. II. lib. III. c. 83. p. 1761-1770) e il Bingamo (Antiq. Vol. I, l. XIV. c. 4. p. 688-717). Si risguardava la predicazione come l'uffizio più importante del Vescovo; ma qualche volta s'affidava questa funzione ad alcuni Preti, quali erano Crisostomo ed Agostino.

[123.] La regina Elisabetta usava quest'espressione, e praticava quest'artifizio ogni volta che desiderava di preoccupar gli animi del popolo in favore di qualche passo straordinario del Governo. Il suo successore ebbe occasione di temere gli ostili effetti di questa musica, ed il figlio di lui ne provò il rigore «allorchè il pulpito, il tamburo Ecclesiastico ec.» Vedi Heilyn, Vit. dell'Arcivescovo Laud. p. 153.

[124.] Que' modesti Oratori confessavano, che, mancando essi del dono de' miracoli, procuravano di acquistar le arti della eloquenza.

[125.] Il Concilio Niceno fece ne' Canoni 4, 5, 6 e 7 alcuni regolamenti fondamentali sopra i Sinodi, i Metropolitani ed i Primati. Di questi Canoni si è in varie guise abusato, se n'è contorto il senso, si sono interpolati, e se ne son finti dei nuovi secondo l'interesse del Clero. Le Chiese Suburbicarie, assegnate da Ruffino al Vescovo di Roma, hanno dato occasione ad una veemente controversia. Vedi Sirmond, Oper. Tom. IV. p. 1-238.

[126.] Non abbiamo che trentatre o quarantasette soscrizioni Episcopali; ma Adone, autore veramente di poco credito, conta seicento Vescovi nel Concilio d'Arles. Tillemont, Mem. Eccl. Tom. VI. p. 422.

[127.] Vedi Tillemont (Tom. VI. p. 915) e Beausobre (Hist. du Manicheisme Tom. I. p. 529). Il nome di Vescovo dato da Eutichio ai 2048. Ecclesiastici (Annal. Tom. I. p. 440. vers. Pocock) si deve estendere molto al di là de' limiti d'una ordinazione ortodossa o anche Episcopale.

[128.] Vedi Eusebio in vit. Const. lib. III. c. 6-21. Tillemont, Mem. Eccl. Tom. VI. p. 669-759.

[129.] Sancimus igitur vicem legum obtinere, quae a quatuor Sanctis Conciliis... expositae sunt aut firmatae. Praedictarum enim quatuor Synodorum dogmata sicut Sanctas Scripturas, et regulas sicut leges observamus. Giustiniano Nov. 131. Il Beveregio (ad Pandect. Proleg. p. 2) osserva, che gl'Imperatori non fecero mai leggi nuove nelle materie Ecclesiastiche; e Giannone avverte con uno spirito molto diverso, ch'essi diedero la sanzione legale a' Canoni de' Concilj. (Ist. Civ. di Nap. T. I. p. 136)

[130.] Vedi l'art. Concile nell'Enciclopedia Tom. III. p. 668, 679. ediz. di Lucca. Il dottor Bouchand, autore di esso, ha discusso, a norma de' principj della Chiesa Gallicana, le principali questioni relative alla forma e costituzione de' Concili generali, e provinciali. Gli Editori (Preface p. XVI) han ragione di gloriarsi di quest'articolo. Di rado quelli, che consultano l'immensa loro compilazione, restano sì ben soddisfatti.

[131.] Eusebio in vit. Const. l. III. c. 63, 64, 65, 66.

[132.] Dopo qualche esame delle varie opinioni di Tillemont, di Beausobre, di Lardner ec. io son persuaso, che Manete non propagasse neppure nella Persia la sua Setta prima dell'anno 270. Egli è strano, che una filosofica e straniera eresia penetrar potesse con tanta rapidità nelle Province Affricane; pure io non posso facilmente indurmi a rigettare l'editto di Diocleziano contro i Manichei, che può leggersi appresso il Baronio (An. Eccles. an. 287).

[133.] Constantinus enim cum limatius superstitionum quaereret sectas Manichaeorum et similium etc. Ammian. XV. 15. Strategio, che da questa commissione prese il soprannome di Musioniano, era un Cristiano della Setta d'Arrio. Esso intervenne come uno de' Conti al Concilio di Sardi. Libanio loda la sua dolcezza e prudenza. Vales ad d. loc. Ammian.

[134.] Cod. Teod. (l. XVI. Tit. V. leg. 2). Siccome nel Codice Teodosiano non si trova inserita la legge generale, egli è probabile che nell'anno 438 fosser già estinte le Sette nella medesima condannate.

[135.] Sozomeno (l. I. c. 22.) Socrate (l. I. c. 10). Si è sospettato, ma credo senza ragione, che quest'Istorici inclinassero alla dottrina Novaziana. L'Imperatore disse al Vescovo: «Acesio, prendi una scala e va in Paradiso da te solo». Molte Sette Cristiane hanno a vicenda presa in prestito la scala d'Acesio.

[136.] Si posson trovare i migliori materiali per questa parte d'Istoria Ecclesiastica nell'edizione d'Ottato Melevitano, pubblicata in Parigi nel 1700 da M. Dupin, che l'ha arricchita con note critiche, con geografiche discussioni, con memorie originali, e con un esatto compendio di tutta la controversia. Il Tillemont ha impiegato intorno a' Donatisti la maggior parte del Tom. VI P. I. e ad esso è dovuta un'ampia collezione di tutti i passi di S. Agostino, suo favorito, che si riferiscono a quegli Eretici.

[137.] Schisma igitur illo tempore confusae mulieris iracundia peperit, amibitus nutrivit, avaritia roboravit. Optat. l. I. c. 19. Il linguaggio di Purpurio è simile a quello di un furioso frenetico: dicitur te necasse filios soraris tuae duos. Purpurius respondit. Putas me terreri a te... occidi; et occido eos, qui contra me faciunt. Act. Conc. Cirtens. ad calc. Optat. p. 274. Quando Ceciliano fu inviato ad un'assemblea di Vescovi, Purpurio disse a' suoi confratelli o piuttosto complici: «Venga pur qua a ricever da noi l'imposizione delle mani, e noi in via di penitenza gli spezzeremo la testa». Optat. l. I. c. 19.

[138.] I Concilj di Arles, di Nicea e di Trento confermarono la savia e moderata pratica della Chiesa Romana. I Donatisti però avevano il vantaggio di sostenere l'opinione di Cipriano, e d'una parte considerabile della primitiva Chiesa. Vincenzio Lirinense (p. 332. ap. Tillemont. Mem. Eccl. T. VI. p. 138.) ha spiegato perchè i Donatisti son condannati a bruciare in eterno col Diavolo, mentre S. Cipriano regna in Cielo con Gesù Cristo.

[139.] Vedi il lib. 6 d'Ottato Melevit. p. 91-100.

[140.] Tillemont. (Mem. Eccl. Tom. VI. p. 1. pag. 253.) Egli deride la parziale lor crudeltà, mentre rispetta Agostino, il gran Dottore del sistema della predestinazione.

[141.] Plato Aegyptum peragravit, ut a Sacerdotibus Barbaris numeros et coelestia acciperet. Cicer. de Finib. c. 25. Gli Egizi potevan tuttavia conservare la tradizional fede dei Patriarchi. Gioseffo ha persuaso molti de' Padri Cristiani, che Platone traesse una parte delle sue cognizioni dagli Ebrei; ma non può conciliarsi tal vana opinione coll'oscuro stato, e con gl'insociabili costumi del popolo Giudaico, le scritture del quale non furono accessibili alla curiosità Greca fino a più di cent'anni dopo la morte di Platone. Vedi Marsham. Can. Chron. pag. 144. Le Clerc Epist. crit. VII. pag. 177-194.

[142.] Le moderne guide, che mi hanno condotto alla cognizione del sistema Platonico, sono Cudworth (System. Intell. p. 568-620), Basnage (Hist. des Juifs. l. IV. c. IV. p. 53, 86), Le Clerc (Epist. crit. VII. p. 194, 209), e Brucker (Hist. Philos. Tom. I. p. 675-706). Siccome l'erudizione di questi Scrittori era uguale, e diversa la loro intenzione, così un attento osservatore può trarre istruzione dalle loro dispute, e certezza da' loro argomenti.

[143.] Brucker Hist. Philos. Tom. I. p. 1349, 1357. Si celebra la scuola Alessandrina da Strabone (l. 17.), e da Ammiano (XXII. 6).

[144.] Joseph Antiq. lib. XII. c. 1. 3, Basnage Hist. des Juifs. l. VII. c. 7.

[145.] Quanto all'origine della filosofia Giudaica vedi Eusebio, Prepar. Evang. VIII. 9, 10. Secondo Filone i Terapeuti studiavan la filosofia; e Brucker ha provato (Hist. Philos. Tom. II. p. 787) ch'essi preferivano quella di Platone.

[146.] Vedi Calmet. (Dissert. sur la Bibl. Tom. II. p. 277.) Il libro della Sapienza di Salomone fu da molti Padri riguardato come opera di quel Monarca; e sebbene sia rigettato da' Protestanti per mancanza di un originale Ebraico, pure ha ottenuto, col resto della volgata, l'approvazione del Concilio di Trento.

[147.] Il Platonismo di Filone, che fu celebre a segno tale da passare in proverbio, si pose fuor d'ogni dubbio dal Le Clerc (Epist. Crit. VIII. p. 211-228). Basnagio (Hist. des Juifs. l. IV. c. 5) ha chiaramente dimostrato, che le opere teologiche di Filone furon composte avanti la morte e probabilissimamente avanti la nascita di Cristo. In tempo di tale oscurità son più sorprendenti le cognizioni di Filone che i suoi errori. Bull. (Defens. Fid. Nic. s. I. c. 1. p. 12).

[148.] Mens agitat molem, et magno se corpore miscet. Oltre quest'anima materiale, Cudworth ha scoperto (p. 562) in Amelio, in Porfirio, in Plotino, e per quanto egli crede, in Platone medesimo, una superiore, spirituale upercosmiana, (sopramondana) anima dell'Universo. Ma Brucker, Basnagio, e Le Clerc rigettano questa doppia anima, come una vana fantasia de' Platonici posteriori.

[149.] Petavio Dogm. Theol. Tom. II. lib. VIII. c. 2. p. 791. Bull. Def. Fid. Nic. s. 1. c. 1 p. 8, 13. Questa nozione, fino a tanto che non ne fu abusato dagli Arriani, era liberamente ammessa nella Cristiana Teologia. In Tertulliano (adv. Prax. c. 16) si trova un notabile e pericoloso passo. Dopo d'avere poste in contrasto fra loro con indiscreta acutezza le azioni di Jehovah e la natura di Dio, conclude in tal modo: scilicet et haec nec de Filio Dei credenda fuisse, si scripta non essent, fortasse non credenda de Patre, licet scripta.

[150.] I Platonici ammiravano il principio dell'Evangelio di S. Giovanni, come contenente un esatto compendio de' propri loro dommi. Agostino de Civ. Dei X. 29. Amellio ap. Cirill. advers. Julian. l. VIII p. 283. Ma nel terzo e quarto secolo i Platonici d'Alessandria migliorare poterono la loro Trinità, mediante lo studio segreto della Teologia Cristiana.

[151.] Vedi Beausobre Hist. Crit. du Manicheisme Tom. I. p. 377. Si suppone, che il Vangelo di S. Giovanni fosse pubblicato circa 70 anni dopo la morte di Cristo.

[152.] Le opinioni degli Ebioniti sono chiaramente esposte dal Mosemio (p. 331), e dal Le Clerc (Hist. Eccl. p. 535). Le costituzioni Clementine, pubblicate fra' Padri Apostolici, sono attribuite da' Critici ad uno di questi Settari.

[153.] I buoni Polemici, come Bull, (Judic. Eccl. Cathol. c. 2), insistono sull'ortodossia de' Nazareni, che agli occhi di Mosemio (p. 330) sembra meno pura e certa.

[154.] L'umile condizione ed i patimenti di Gesù sono sempre stati un forte ostacolo per gli Ebrei. Deus.... contrariis coloribus Messiam depinxerat; futurus erat rex, judex, pastor. Vedi Limborch ed Orobio Amica. Collat. p. 8, 19, 53-76, 192-234. Ma quest'obbiezione ha obbligato i credenti Cristiani ad innalzare i loro occhi ad un regno spirituale ed eterno.

[155.] Giustino Mart. Dial. cum Tryphon. p. 143, 144. Vedi Le Clerc Hist. Eccl. p. 615. Bull e Grabe editori di esso (Judic. Eccl. Cathol. c. 8 e append.) tentano di storcere o i sentimenti o le parole di Giustino; ma la violenta loro correzione del testo viene rigettata anche dagli Editori Benedettini.

[156.] Gli Arriani rimproveravano agli Ortodossi di aver preso in prestito da' Valentiniani e da' Marcioniti la loro Trinità. Vedi Beausobre Hist. du Manich. l. III. c. 5, 7.

[157.] Non dignum est ex utero credere Deum, et Deum Christum... non dignum est, ut tanta majestas per sordes et squallores mulieris transire credatur. I Gnostici sostenevano l'impurità della materia e del matrimonio; e si scandalizzavano delle grossolane interpretazioni de' Padri e di Agostino medesimo. Vedi Beausobre (Tom. II. p. 523).

[158.] Apostolis adhuc in saeculo superstitibus, apud Iudeam Christi sanguine recente, et phantasma corpus Domini asserebatur. Cotelerio (Patr. Apost. Tom. II. p. 24) crede che quelli, che non accordano che i Dociti nascessero nel tempo degli Apostoli, con egual ragione possono anche negare, che il sole risplenda nel mezzogiorno. Questi Dociti, che formavano il più considerabil partito fra gli altri Gnostici, eran chiamati così perchè non davano a Cristo che un corpo apparente.

[159.] Possono trovarsi prove del rispetto, che i Cristiani avevano per la persona e per la dottrina di Platone appresso di la Mothe le Vayer (T. V. p. 135, edit. 1757) e Basnage (Hist. des Juifs. Tom. IV. pag 29, 79).

[160.] Doleo, bona fide Platonem omnium haereticoritm condimentarium factum, Tertull. de Anim. c. 23. Il Petavio (Dogm. Theol. Tom. III. Proleg. 2.) dimostra, che questo era un lamento generale. Beausobre (Tom. I. lib. III. c. 9, 10) ha dedotto da' principj Platonici gli errori Gnostici; e siccome nella scuola d'Alessandria que' principj eran mescolati con la filosofia Orientale, (Brucker. Tom. I. p. 1356) si può conciliare il sentimento di Beausobre coll'opinione di Mosemio (Gener. Hist. Eccl. Vol. 1. p. 37).

[161.] Se Teofilo Vescovo d'Antiochia (Vedi Dupin Bibl. Eccl. Tom. I. p. 66) fu il primo, che usasse la parola Triade o Trinità, termine astratto già famigliare nelle scuole di filosofia, dev'essersi questo introdotto nella teologia de' Cristiani dopo la metà del secondo secolo.

[162.] Atanasio Tom. I. p. 808. Le sue espressioni hanno una singolar energia, e siccome egli scriveva a' Monaci, non vi potea essere alcun motivo per affettare un linguaggio ragionevole.

[163.] In un Trattato, che avea per oggetto di spiegar le opinioni degli antichi Filosofi sulla natura degli Dei, avremmo potuto prometterci di veder esposta la teologica Trinità di Platone. Ma Cicerone molto ingenuamente confessa, che sebbene avesse tradotto il Timeo, non aveva mai potuto capire quel misterioso dialogo. (Vedi Hieronym. Praef. ad lib. XII in Isaiam Tom. V. p. 154).

[164.] Tertulliano in Apolog. c. 46. Vedi Bayle Diction. alla parola Simonide. Le sue osservazioni sulla presunzione di Tertulliano sono profonde ed interessanti.

[165.] Lactant. IV. 8. Pure la parola Probole, o Prolatio, che i più ortodossi Teologi presero senza scrupolo da' Valentiniani, ed illustrarono co' paragoni d'una fontana e del suo corso, del sole e de' suoi raggi ec. o non significa niente, o favorisce un'idea materiale della divina generazione. Vedi Beausobre (Tom. I, lib. III c. 7. p. 548).

[166.] Molti de' primitivi Scrittori hanno francamente confessato, che il Figlio doveva l'essere alla volontà del Padre. Vedi Clarke (Script. Trinit. p. 280-287). Dall'altra parte sembra che Atanasio ed i suoi seguaci non voglian concedere quel che hanno timor di negare. Gli scolastici si sbrigano da questa difficoltà con la distinzione fra la volontà precedente e la concomitante. Petavio Dogm. Theol. Tom. II. lib. VI c. 8, p. 587-603.

[167.] Vedi Petavio Dogm. Theol. T. II. l. II. c. 10. p. 159.

[168.] Carmenque Christo quasi Deo dicere secum invicem. Plin. (Epist. X 97). Le Clerc (Ars crit. p. 150-156) esamina criticamente il senso della parola Deus, Θεοϛ Elohim negl'idiomi antichi; ed il Sociniano Emlyn (Tract. p. 29, 36, 51-145) abilmente difende la proprietà del culto verso una molto eccellente creatura.

[169.] Vedi Dalleo De us. Patr. e le Clerc Bibliot. univ. Tom. X p. 409. Lo scopo della stupenda opera del Petavio sulla Trinità (Dogm. Theol. Tom. II) fu d'attaccare la fede de' Padri Antiniceni, o almeno tale n'è stato l'effetto; nè questa profonda impressione si è cancellata dall'erudita difesa del Vescovo Bull.

[170.] Le formule di fede più antiche furono estese alla massima ampiezza. Vedi Bull (Judic. Eccl. Cath.), che tenta d'impedir Episcopio dal trarre alcun vantaggio da quest'osservazione.

[171.] L'eresie di Prassea, di Sabellio ec. son esposte con esattezza dal Mosemio p. 425, 680-714. Prassea, che venne a Roma verso il fine del secondo secolo, ingannò per qualche tempo la semplicità del Vescovo, e fu confutato dalla penna del fervido Tertulliano.

[172.] Socrate confessa, che l'eresia d'Arrio nacque dal forte desiderio, che aveva, di opporsi più diametralmente che fosse possibile all'opinione di Sabellio.

[173.] Si dipingono da Epifanio Tom. I. Haeres 69. 3. p. 279, con colori molto vivaci la figura ed i costumi d'Arrio, il carattere e il numero de' suoi primi proseliti; e non possiamo fare a meno di dolerci ch'esso tosto abbandoni il carattere d'Istorico per assumer quello di Controversista.

[174.] Vedi Filostorgio lib. I. c. 3, e l'ampio Comentario del Gottofredo. L'autorità però di Filostorgio vien diminuita agli occhi degli Ortodossi per causa del suo Arrianismo; ed a quegli de' critici ragionevoli a motivo della sua passione, della sua ignoranza e de' suoi pregiudizj.

[175.] Sozomeno (lib. I. c. 15.) rappresenta Alessandro come indifferente ed anche ignorante in principio della disputa; mentre Socrate (lib. I.) ne attribuisce l'origine alla vana curiosità delle sue teologiche speculazioni. Il Dottor Jortin (Osserv. sull'Ist. Eccl. vol. II. p. 178) ha censurato con la solita sua libertà la condotta d'Alessandro πρὸϛ ὁργήν ἑξκπτεται.... ὁμότωϛ φρόνειν ἑκελέυσε (s'accende di sdegno.... comanda che si pensi come egli pensa).

[176.] Le fiamme dell'Arrianismo poterono per qualche tempo ardere occulte; ma v'è ragione di credere, che si manifestassero con violenza sin dall'anno 319. Tillemont Mem. Ecc. Tom. VI. p. 774-780.

[177.] Quis crediderit? Certe aut tria nomina audiens tres Deos esse credidit, et idolatra effectus est; aut in tribus vocabulis trinominem credens Deum in Sabellii haeresim incurrit; aut edoctus ab Arrianis unum esse verum Deum Patrem, Filium et Spiritum S., credidit creaturas. Aut extra haec quid credere potuerit, nescio. Hieron. adv. Luciferian. Girolamo riserva all'ultimo il sistema ortodosso, ch'è più complicato e difficile.

[178.] Siccome s'introdusse appoco appoco fra' Cristiani la dottrina dell'assoluta creazione dal niente (Beausobre Tom. II. p. 165-215), così la dignità dell'artefice s'elevò assai naturalmente insieme con quella dell'opera.

[179.] Le teorie metafisiche del Dottor Clarke (script. Trinit. p. 276-280) potrebbero ammettere un'eterna generazione da una causa infinita.

[180.] S'usa questa profana ed assurda similitudine da' varj de' primitivi Padri, specialmente da Atenagora nella sua apologia all'Imperator Marco ed al suo figlio; e vien citata senza censura da Bull medesimo. Vedi Defens. Fid. Nic. S. III. c. 5. n. 4.

[181.] Vedi Cudworth Intell. syst. p. 559. 579. Questa pericolosa ipotesi fu favorita dai due Gregorj, Nisseno e Nazianzeno, da Cirillo Alessandrino, da Giovanni Damasceno ec. Vedi Cudworth. p. 603. e Le Clerc. Bibl. univ. Tom. XVIII. p. 97-105.

[182.] Sembra, che Agostino invidii la libertà de' Filosofi; Liberis verbis loquuntur philosophi... Nos autem non dicimus duo vel tria principia, duos vel tres Deos; de Civ. Dei X. 23.

[183.] Boezio, ch'era profondamente versato nella filosofia di Platone e d'Aristotile, spiega l'unità della Trinità mediante l'indifferenza delle tre persone. Vedi le giudiziose osservazioni del Le Clerc, Biblioth. Chois. Tom. XVI. p. 225.

[184.] Se i Sabelliani rigettavano tal conclusione, venivano tratti in un altro precipizio, cioè a confessare, che il Padre era nato da una Vergine, e che aveva sofferto sulla Croce; e così meritavan l'odioso titolo di Patropassiani, con cui furono infamati da' loro nemici. Vedi le invettive di Tertulliano contro Prassea, e le moderate riflessioni di Mosemio p. 423, 681, 3 e Beausobre Tom. I. lib. III. c. 6. p. 533.

[185.] I fatti del Concilio Niceno son riferiti dagl'antichi non solo in un modo parziale, ma anche molto imperfetto. Una pittura, quale ne avrebbe fatto Fra Paolo, non è da sperarsi; ma quelle rozze ombreggiature, che si delinearono dal pennello della bacchettoneria e da quello della ragione, possono vedersi appresso il Tillemont Mem. Eccl. Tom. VI. p. 669-759 ed il Le Clerc Biblioth. univ. Tom. X. p. 435-454.

[186.] Siam debitori ad Ambrogio (de Fid. lib. III. c. alt.) della cognizione di questo curioso aneddoto. Hoc verbum posuerunt Patres, quod viderunt adversariis esse formidini: ut tamquam evaginato ab ipsis gladio ipsum nefandae caput haereseos amputarent.

[187.] Vedi Bull, Defens. Fid. Nic. Sect. II. c. 1. p. 25-36. Egli si crede in dovere di conciliare fra loro i due Sinodi ortodossi.

[188.] Secondo Aristotile le stelle sono homoousie l'una coll'altra. Che homoousios significhi d'una sostanza in specie, si è dimostrato dal Petavio, dal Curcelleo, dal Cudworth, dal Le Clerc ec. ed il provarlo sarebbe un actum agere. Questa è la giusta osservazione del Dott. Jortin V. II. p. 212. ch'esamina la controversia Arriana con dottrina, ingenuità e candore.

[189.] Vedi Petav. Dogm. Theol. Tom. II. lib. IV. c. 16. p. 353, ec. Cudworth p. 559. Bull Sect. IV. p. 275, 290. Edit. Grab. La περίχωρησιϛ o circumincessio è forse il più profondo e più oscuro baratro di tutto l'abisso teologico.

[190.] La terza sezione Della difesa della Fede Nicena di Bull, che alcuni de' suoi antagonisti han chiamato scempiaggine, ed altri eresia, è destinata alla supereminenza del Padre.

[191.] Il nome, che Atanasio ed i suoi seguaci ordinariamente solevan dare agli Arriani, era quello d'Arriomaniti.

[192.] Epiphan. Tom. I. haeres. 72. 4. p. 837. Vedi le avventure di Marcello appresso Tillemont (Mem. Eccl. Tom. VII. p. 880-899). Alla sua opera dell'unità di Dio in un libro fu risposto da Eusebio in tre libri, che tuttavia esistono. Il Petavio (Tom. II. lib. I. c. 14. p. 78) dopo un lungo ed accurato esame ha pronunziato con ripugnanza la condanna di Marcello.

[193.] Atanasio nella sua Epistola intorno a' Sinodi di Seleucia e di Rimini (Tom. I. p. 886-905) ha dato un'ampia lista di simboli Arriani, ch'è stata accresciuta e migliorata dalle fatiche dell'instancabile Tillemont. Memoir. Eccl. T. VI. p. 471.

[194.] Erasmo ha descritto con ammirabil buon senso e libertà il giusto carattere d'Ilario. Gli editori Benedettini si son limitati a rivederne il testo, a comporre gli annali della sua vita, ed a giustificarne i sentimenti e la condotta.

[195.] Absque Episcopo Eleusio, et paucis cum eo; ex majore parte Asianae decem provinciae, inter quas consisto, vere Deum nesciunt. Atque utinam penitus nescirent! Cum procliviore enim venia ignorarent, quam obtrectarent. Hilar. de Sinod, sive de Fide Orient. c. 63. p. 1186 edit. Bened. Nel celebre Paralello fra l'ateismo e la superstizione, il Vescovo di Poitiers sarebbe restato sorpreso di trovarsi nella filosofica società di Bayle e di Plutarco.

[196.] Hilar. ad Constantium lib. II. c. 4. 5. p. 1227. 1228. Questo notabile passo meritò l'attenzione di Locke che lo trascrisse, Vol. III. p. 470, nel modello del suo nuovo Repertorio.

[197.] Appresso Filostorgio, lib. III. c. 15, il carattere e le avventure di Aezio sembrano assai singolari, quantunque siano con tutta la cura addolcite dalla mano d'un amico. Il Gottofredo editore di Filostorgio, p. 153, che era più attaccato a' propri principj che all'autore, ha raccolte le odiose circostanze, che i diversi avversari di lui hanno conservato o inventato.

[198.] Secondo il giudizio d'uno che rispettava ambidue quei Settari, Aezio era dotato d'un ingegno più forte, ed Eunomio aveva acquistato più arte ed erudizione. Philostorg. lib. VIII. c. 18. La confessione e l'apologia d'Eunomio Fabric. Bibl. Graec. Tom. VIII. p. 258-305 è una delle poche opere ereticali che ci sian rimaste.

[199.] Pure secondo l'opinione d'Estio e di Bull (p. 297) v'è una facoltà, cioè quella della creazione, che Dio non può comunicare ad una creatura. Estio, che sì esattamente determina i confini dell'onnipotenza, era Olandese di nascita, e di professione Teologo Scolastico. Dupin Bibl. Eccles. Tom. XVII. p. 45.

[200.] Sabino (ap. Socrat. lib. II. c. 39.) ne ha copiati gli atti; Atanasio ed Ilario hanno spiegato le divisioni di questo Sinodo Arriano: le altre circostanze relative al medesimo si sono esattamente raccolte dal Baronio e dal Tillemont.

[201.] Fideli et pia intelligentia, de Synod. c. 77. p. 5193. Nelle sue brevi note apologetiche (pubblicate per la prima volta da' Benedettini da un MS. di Chartres) osserva che usò questa cauta espressione, qui intelligerem et impiam, p. 1206. Vedi p. 1146. Filostorgio, che vedeva questi oggetti per un diverso mezzo, è disposto a dimenticare la differenza dell'importante dittongo. Vedi in particolare VIII. 17. e Gottofred. p. 352.

[202.] Testor Deum coeli atque terrae me cum neutrum audissem, semper tamen utrumque sensisse... Regeneratus pridem et in Episcopatu aliquantisper manens, fidem Nicaenam nunquam nisi exulaturus audivi. Hilar. de Sinod. c. 91. p. 1205. I Benedettini son persuasi, ch'egli governasse la Diocesi di Poitiers varj anni avanti il suo esilio.

[203.] Seneca Epist. 58, si duole, che neppure το ον de' Platonici, l'ens de' più arditi Scolastici, poteva esprimersi con un nome Latino.

[204.] La preferenza, che il quarto Concilio Lateranense finalmente diede ad una numerica piuttosto che generica unità (vedi Petav. Tom. II. lib. IV. c. 13 p. 424) veniva favorita dall'idioma Latino. Sembra che τριαϛ ecciti l'idea di sostanza: Trinitas quella di qualità.

[205.] Ingemuit totus orbis, et Arrianum se esse miratus est. Hieronym. adv. Lucifer. Tom. I. p. 145.

[206.] L'istoria del Concilio di Rimini vien narrata molto elegantemente da Sulpicio Severo (Hist. Sacr. l. II. p. 419-430 ed. Lugd. Batav. 1647) e da Girolamo nel suo dialogo contro i Luciferiani. Quest'ultimo ha in mira di difendere la condotta de' Vescovi Latini, che furono ingannati e che si pentirono.

[207.] Eusebio in vit. Const. l. II. c. 64-72. I principi di tolleranza e di filosofica indifferenza, contenuti in questa lettera, son molto dispiaciuti al Baronio, al Tillemont ec. i quali suppongono, che l'Imperatore avesse qualche cattivo consigliere, cioè o Satana, o Eusebio a' suoi fianchi. Vedi Jortin Osserv. Tom. II. p. 183.

[208.] Eusebio in vit. Const. l. III. c. 13.

[209.] Teodoreto ci ha conservato (l. I. c. 20) una lettera scritta da Costantino al popolo di Nicomedia, nella quale il Monarca medesimo si dichiara pubblico accusatore d'uno de' suoi sudditi: egli nomina Eusebio ο τηϛ τυραννικηϛ ωμοτητοϛ συμμυσηϛ (complice della tirannica crudeltà), e si duole dell'ostile condotta di lui nel tempo della guerra civile.

[210.] Vedi appresso Socrate (l. I. c. 8), o piuttosto ap. Teodoreto (l. I. cap. 12) una lettera originale d'Eusebio di Cesarea, nella quale tenta di giustificare la sua soscrizione all'Homoousion. Il carattere d'Eusebio è stato sempre un problema; ma quelli, che han letto la seconda Epistola critica del Clerc (Ars. crit. Tom. III. p. 30-69) debbono avere una opinione assai svantaggiosa della sincerità ed ortodossia del Vescovo di Cesarea.

[211.] Atanas. Tom. I. p. 707. Filostorg. l. 1 c. 10 col Coment. del Gottofredo p. 41.

[212.] Socrate. l. I. c. 9. In queste lettere circolari, che furono indirizzate a varie città, Costantino si servì contro gli Eretici delle armi del ridicolo e della facezia comica.

[213.] Noi prendiamo la storia originale da Atanasio (T. I. p. 670) che dimostra qualche ripugnanza ad infamar la memoria del morto. Egli poteva esagerare in quest'occasione, ma il continuo commercio fra Costantinopoli ed Alessandria avrebbe resa pericolosa ogni invenzione. Quelli che insistono sulla narrazione letterale della morte d'Arrio (evacuò ad un tratto gl'intestini in un cesso) debbono assolutamente scegliere o il veleno o un miracolo.

[214.] Può rintracciarsi la mutazione de' sentimenti, o almeno della condotta di Costantino in Eusebio, vit. Const. l. III. c. 23 l. IV c. 41, in Socrate l. I. c. 23-39, in Sozomeno l. II. c. 16-34, in Teodoreto l. I. c. 14-34, ed in Filostorgio l. II. c. 1-17. Ma il primo di questi Autori era troppo vicino alla scena dell'azione, e gli altri troppo lontani. Egli è molto singolare, che si abbandonasse l'importante uffizio di continuare l'istoria Ecclesiastica a due laici e ad un eretico.

[215.] Quia etiam tum Catechumenus Sacramentum fidei merito videretur potuisse nescire. Sulp. Sev. Hist. Sac. l. II. p. 410.

[216.] Socrate l. II. c. 2. Sozomeno lib. III. c. 18. Atanasio Tom. I. p. 813-834. Egli osserva, che gli eunuchi sono i nemici naturali del Figlio. Si confrontino le osservazioni sulla Istoria Ecclesiastica del Dottor Jortin, Vol. IV. p. 3, con una certa genealogia nel Candido cap. IV. che termina in uno de' primi compagni di Cristoforo Colombo.

[217.] Sulpic. Sev. in Hist. Sac. l. II. p. 405, 406.

[218.] Cirillo (ap. Baron. An. 353. n. 26) osserva espressamente, che nel Regno di Costantino s'era trovata la Croce nelle viscere della terra; ma che nel Regno di Costanzo essa era comparsa nel mezzo del Cielo. Quest'opposizione prova evidentemente, che Cirillo ignorava lo stupendo miracolo, a cui s'attribuisce la conversione di Costantino; e tal ignoranza è tanto più sorprendente, che non più di dodici anni dopo la morte di lui, Cirillo fu consacrato Vescovo di Gerusalemme dall'immediato successore d'Eusebio di Cesarea. Vedi Tillemont Mem. Eccl. Tom. VIII p. 715.

[219.] Non è facile il determinare fino a qual segno si possa difendere l'ingenuità di Cirillo, mediante qualche naturale apparenza d'un alone solare.

[220.] Filostorg. l. III. c. 26. Egli è seguitato dall'Autore della Cronica Alessandrina, da Cedreno e da Niceforo. Vedi Gottofredo. Dissert. p. 188. Essi non potrebbero ricusare un miracolo neppure dalle mani d'un avversario.

[221.] Un passo così curioso merita bene d'essere trascritto. Christianam Religionem absolutam et simplicem anili superstitione confundens; in qua scrutanda perplexius, quam componenda gravius excitaret dissidia plurima, quae progressa fusius aluit concertatione verborum, ut catervis Antistitum jumentis publicis ultro citroque discurrentibus, per sinodos (quas appellant) dum ritum omnem ad suum trahere conantur (Valesio legge conatur) rei vehiculariae concideret nervos. Ammiano XXI. 16.

[222.] Atanas. Tom. I. p. 870.

[223.] Socrat. l. II. c. 35-47. Sozomeno l. IV. c. 12-30. Teodoreto l. II. c. 18-32. Filostorg. l. IV. c. 6-12. l. V. c. 1-4 l. VI. c. 1-5.

[224.] Sozom. l. IV. c. 23. Atanas. Tom. I. p. 831. Il Tillemont (Mem. Eccl, VII. p. 947) ha raccolto varj esempi dell'orgoglioso fanatismo di Costanzo da diversi Trattati di Lucifero di Cagliari. I soli titoli di que' Trattati inspirano zelo e terrore. «Moriendum pro Dei Filio» «De regibus apostaticis» «De non conveniendo cum haeretico» «De non parcendo in Deum delinquentibus».

[225.] Sulpic. Sev. Hist. Sacr. l. II. p. 418, 430. Gl'Istorici Greci eran molto ignoranti degli affari dell'Occidente.

[226.] È un danno, che Gregorio Nazianzeno componesse un panegirico piuttosto che una vita d'Atanasio; ma possiamo godere, e profittar del vantaggio di trarre i più autentici materiali dal ricco fondo delle proprie di lui epistole ed apologie: Tom. I. p. 670-951. Io non imiterò l'esempio di Socrate (l. 2. c. 1), che pubblicò la prima edizione della sua Storia senza prendersi la pena di consultare gli scritti d'Atanasio. Pure anche Socrate, e Sozomeno, di lui più curioso, ed il dotto Teodoreto servono a connettere la vita d'Atanasio con la serie dell'istoria Ecclesiastica. La diligenza del Tillemont, Tom. VIII, e degli Editori Benedettini ha raccolto tutti i fatti, ed esaminata ogni difficoltà.

[227.] Sulpicio Severo (Hist. Sacr. l. II. p. 396) lo chiama legale, e giurisconsulto. Presentemente non può ravvisarsi questo carattere, o si consulti la vita, o le opere d'Atanasio.

[228.] Dicebatur enim fatidicarum sortium fidem, quaeve augurales portenderent alites scientissime callens aliquoties praedixisse futura. Ammian. XV. 7. Sozomeno (l. IV. c. 10) riferisce una profezia o piuttosto uno scherzo, da cui si prova evidentemente che Atanasio, se le cornacchie parlan Latino, intendeva il linguaggio delle cornacchie.

[229.] Si fece leggiermente menzione dell'irregolare ordinazion d'Atanasio ne' Concilj, che si tenner contro di lui. Vedi Filost. lib. II. c. 11 e Gottofredo p. 71. Ma può appena supporsi, che l'assemblea de' Vescovi dell'Egitto solennemente attestasse una pubblica falsità. Atanas. Tom. I. p. 726.

[230.] Vedi l'Istoria de' Padri del deserto pubblicata da Rosweide, e Tillemont (Mem. Eccl. Tom. VII.) nelle vite d'Antonio, e di Pacomio. Atanasio medesimo, che non isdegnò di comporre la vita del suo amico Antonio, ha diligentemente osservato, quanto spesso il santo Monaco deplorasse e profetizzasse i danni dell'eresia Arriana. Atanas. Tom. II. p. 492-498.

[231.] A principio Costantino minacciava parlando, e domandava scrivendo, και αγραφωϛ μεν ηπειλει, γραφων δε ηξιον. Le sue lettere di poi presero un minaccevole accento, ma mentre chiedeva, che a tutti fosse aperto l'ingresso della Chiesa, evitava l'odioso nome d'Arrio. Atanasio da sagace politico, ha diligentemente notato queste distinzioni, (Tom. I. p. 788) che gli somministravano qualche motivo di scusa o di dilazione.

[232.] I Meleziani ebbero origine in Egitto, come in Affrica i Donatisti, da una disputa Episcopale nata dalla persecuzione. Io non ho tempo di esporre tal oscura controversia, la quale sembra essersi male rappresentata dalla parzialità d'Atanasio, e dall'ignoranza d'Epifanio. Vedi Mosemio Istor. gener. della Chiesa Vol. I. p. 201.

[233.] Viene specificato il trattamento de' sei Vescovi da Sozomeno lib. II. c. 25; ma Atanasio medesimo, sì abbondante per rispetto ad Arsenio ed al calice, lascia questa grave accusa senza risposta.

[234.] Atanas. Tom. I. p. 788. Socrat. lib. I. c. 28. Sozomeno lib. II. c. 25. L'Imperatore nella sua Lettera di convocazione ap. Euseb. (in vit. Constant. lib. IV. c. 42) par che giudichi anticipatamente alcuni membri del Clero, ed era più che probabile, che il Sinodo applicasse tali rimproveri ad Atanasio.

[235.] Vedi in particolare la seconda Apologia d'Atanasio (Tom. I. p. 763-808) e le sue lettere a' Monaci (p. 808-866). Queste son giustificate con originali ed autentici documenti; ma inspirerebbero maggior credibilità, se egli meno innocente, e meno assurdi vi comparissero i suoi nemici.

[236.] Euseb. in vit. Const. lib. IV. c. 41-47.

[237.] Atanas. Tom. I. p. 804. In una Chiesa dedicata a S. Atanasio, tal situazione somministrerebbe per una pittura un argomento più bello, che molte Storie di miracoli e di martirj.

[238.] Atanas. Tom. I. p. 729. Eunapio racconta (in vit. Sophist. p. 36. 37 edit. Comelin.) uno strano esempio della credulità e barbarie di Costantino in una simile occasione. L'eloquente Sopatro, Filosofo della Siria, godeva la sua amicizia, e aveva provocato l'ira d'Ablavio, Prefetto del Pretorio. Il popolo di Costantinopoli era mal contento, perchè s'era trattenuto l'arrivo delle navi che portavano il grano per mancanza di vento meridionale; e Sopatro fu decapitato sull'accusa, che egli aveva legato i venti per arte magica. Svida aggiunse, che Costantino con tal esecuzione pretese di provare che aveva assolutamente rinunziato alla superstizione de' Gentili.

[239.] Nel suo ritorno egli vide Costanzo due volte a Viminiaco ed a Cesarea nella Cappadocia. Atanas. Tom. I. p. 676. Il Tillemont suppone, che Costantino lo conducesse nella Pannonia al congresso dei tre reali fratelli. Mem. Eccl. Tom. VIII. p. 69.

[240.] Vedi Beveridge Pand. Tom. I. p. 429-452 e Tom. II. Annot. p. 182. Tillemont Mem. Eccl. Tom. VI. p. 310-324. S. Ilario di Poitiers ha fatto menzione di questo Sinodo d'Antiochia con troppo favore e rispetto. Ei vi conta novanta sette Vescovi.

[241.] Questo Magistrato, sì odioso per Atanasio, è lodato da Gregorio Nazianzeno, Tom. I. Orat. 21. p. 391.

Saepe premente Deo fert Deus alter opem.

Per onore della natura umana ho sempre piacere di scoprire qualche buona qualità in quegli uomini, che dallo spirito di parte si sono dipinti come mostri e tiranni.

[242.] Le difficoltà cronologiche, le quali rendon dubbiosa la residenza d'Atanasio a Roma, sono vigorosamente trattate dal Valesio Observ. ad Calc. Tom. II. Hist. Eccles. lib. I c. 1-5, e dal Tillemont Mem. Eccles. Tom. VIII. p. 674 ec. Io ho seguitato la semplice ipotesi del Valesio, che non ammette che un sol viaggio dopo l'intrusione di Gregorio.

[243.] Non posso fare a meno di trascrivere una giudiziosa osservazione di Wetstein Proleg. n. T. p. 19. Si tamen Historiam Ecclesiasticam velimus consulere, patebit jam inde a saeculo quarto, cum, ortis controversiis, Ecclesiae Graecae doctores in duas partes scinderentur, ingenio, eloquentia, numero tantum non aequales, eam partem quae vincere cupiebat Romam confugisse, majestatemque Pontificis comiter coluisse, eoque pacto oppressis per Pontificem et Episcopos Latinos adversariis praevaluisse, atque orthodoxiam in Conciliis stabilivisse. Eam ob caussam Athanasius non sine comitatu Romam petiit, pluresque annos ibi haesit.

[244.] Filostorg. l. III. c. 22. Se nel promuovere gl'interessi della religione s'usò qualche corruzione, un avvocato d'Atanasio potrebbe giustificare o scusare tal equivoca condotta coll'esempio di Catone, e di Sidney; il primo de' quali si dice, che desse, ed il secondo che ricevesse doni in una causa di libertà.

[245.] Il Canone, che permette gli appelli a' Pontefici Romani, ha innalzato il Concilio di Sardica quasi alla dignità d'un Concilio generala; ed i suoi atti si sono, o per ignoranza o per arte confusi con quelli del Sinodo Niceno. Vedi Tillemont Tom. VIII. p. 689 e Geddes Tract. Vol. II. p. 419-460.

[246.] Siccome Atanasio spargeva segrete invettive contro Costanzo (Vedi l'epistola a' Monaci) nel tempo stesso che l'assicurava del suo profondo rispetto, noi possiamo diffidare delle proteste dell'Arcivescovo. Tom. I. p. 677.

[247.] Nonostante il discreto silenzio d'Atanasio, e la manifesta finzione di una lettera riportata da Socrate, queste minacce son provate dalla certa testimonianza di Lucifero di Cagliari, ed anche di Costanzo medesimo. Vedi Tillemont Tom. VIII. p. 693.

[248.] Ho sempre avuto qualche dubbio intorno alla ritrattazione d'Ursacio e di Valente. Atanas. T. I. p. 776. Le loro lettere a Giulio, Vescovo di Roma, e ad Atanasio medesimo son di tempra sì differente l'una dall'altra, che non possono essere ambedue genuine. L'una tiene il linguaggio de' rei che confessano la loro colpa ed infamia, l'altra quello di nemici, che a termini uguali chiedono un'onorevole riconciliazione.

[249.] Le circostanze del suo secondo ritorno possono rilevarsi dal medesimo Atanasio Tom. I. p. 769. e 822, 843, da Socrate l. II. c. 18, da Sozomeno l. III. c. 19, da Teodoreto l. II. c. 11. 12, da Filostorgio l. III. c. 12.

[250.] Atanasio (Tom. I. pag. 677-678.) difende la sua innocenza con patetiche querele, con solenni asserzioni, e con ispeciosi argomenti. Egli conviene che erano state finte delle lettere in suo nome, ma domanda che siano esaminati i suoi segretarj e quelli del Tiranno, per conoscer se quelle lettere fossero state scritte dai primi, o dagli altri ricevute.

[251.] Atanasio Tom. I. p. 825-844.

[252.] Atanas. Tom, I. p. 861. Teodoreto l. II. c. 16. L'Imperatore si protestò, che egli desiderava più di sottomettere Atanasio, di quel che avesse bramato di vincer Magnenzio o Silvano.

[253.] Gli affari del Concilio di Milano son tanto imperfettamente ed erroneamente riferiti dai Greci Autori, che ci deve riuscir grato il supplemento di alcune lettere d'Eusebio, che il Baronio ha estratte dagli archivi della Chiesa di Vercelli, e di un'antica vita di Dionisio di Milano, pubblicata dal Bollando. Ved. Baron. An. 355. e Tillemont T. VII. p. 1415.

[254.] Gli onori, i presenti, i conviti, che sedussero tanti Vescovi, vengono con indegnazione mentovati da quelli che troppo eran puri o troppo superbi per non accettarli. «Noi combattiamo (dice Ilario di Poitiers) contro l'anticristo Costanzo, che invece di battere il dorso, solletica il ventre» qui non dorsa coedit, sed ventrem palpat. Hilar. contr. Constant. c. 5. p. 1240.

[255.] Si dice qualche cosa di tale opposizione da Ammiano (XV. 7.) che aveva una cognizione molto oscura o superficiale dell'Istoria Ecclesiastica: Liberius... perseveranter renitebatur, nec visum hominem nec auditum damnare nefas ultimum saepe exclamans, aperte scilicet recalcitrans Imperatoris arbitrio. Id enim ille Athanasio semper infestus etc.

[256.] Più propriamente però dalla parte ortodossa del Concilio Sardicense. Se i Vescovi di ambe le parti avessero secondo le regole reso i voti, la differenza sarebbe stata da 94 a 76. Il Tillemont (vedi Tom. VIII. pag. 1147. 1158.) giustamente si maraviglia che sì piccola superiorità procedesse con tanto vigore contro gli avversarj, il Capo dei quali immediatamente fu deposto.

[257.] Sulpic. Sever. in Hist. Sacr. l. II p. 412.

[258.] Ammiano XV. 5. fa menzione dell'esilio di Liberio. Vedi Teodoreto l. II. c. 16. Atanas. T. I. p. 834. 837. Ilar. Fragm. I.

[259.] Si è compilata la vita d'Osio dal Tillemont (T. VII. p. 524-561), che ne' termini più stravaganti a principio ammira, e quindi condanna il Vescovo di Cordova. Fra le querele d'Atanasio e d'Ilario intorno alla sua caduta, può distinguersi la prudenza del primo dal cieco e sfrenato zelo del secondo.

[260.] I Confessori dell'Occidente furono rilegati ne' deserti dell'Arabia o della Tebaide, e successivamente nelle solitudini del Monte Tauro, nelle parti più deserte della Frigia, che erano occupate dagli empi Montanisti ec. Quando l'eretico Aezio era troppo favorevolmente trattato a Mopsuestia nella Cilicia, gli fu cangiato, per consiglio d'Acacio, l'esilio, trasferendolo ad Amblada, luogo abitato da' Selvaggi, ed infestato dalla guerra e dalla peste. Filostor. l. V. c. 2.

[261.] Vedasi il crudel trattamento e la strana ostinazione d'Eusebio, nelle sue proprie lettere pubblicate dal Baronio an. 356. n. 92-102.

[262.] Ceterum exules satis constat totius orbis studiis celebratos, pecuniasque eis in sumptum affatim congestas, legationibus quoque eos plebis catholica ex omnibus fere Provinciis frequentatos. Sulp. Sev. Hist. Sacr. p. 414. Atanas. T. I. p. 836. 840.

[263.] Posson trovarsi ampi materiali per l'istoria di questa terza persecuzione d'Atanasio nelle proprie sue opere. Vedasi particolarmente la sua molto bella Apologia a Costanzo T. I. p. 673, la prima Apologia per la sua fuga p. 701, la sua lunga lettera a' Solitarj p. 808, e la protesta originale del popolo d'Alessandria contro le violenze commesse da Siriano p. 866. Sozomeno (l. IV. c. 9.) ha inserito nella sua narrazione due o tre luminose ed importanti circostanze.

[264.] Atanasio aveva ultimamente mandato per Antonio e per alcuni dei suoi principali Monaci. Essi discesero dalla loro montagna, annunziarono agli Alessandrini la santità d'Atanasio, ed onorevolmente furono accompagnati dall'Arcivescovo fino alle porte della città. Atan. T. II. p. 491, 492. Vedi anche Ruffino III. 164. Vit. Patr. p. 524.

[265.] Atanasio Tom. I. p. 694. Nel tempo che l'Imperatore o gli Arriani suoi segretari esprimono il loro sdegno, manifestano i timori e la stima che hanno d'Atanasio.

[266.] Tali minute circostanze son curiose per esser letteralmente trascritte dalla protesta, che tre giorni dopo fu pubblicamente presentata da' Cattolici d'Alessandria. Vedi Atanasio T. I. p. 867.

[267.] I Giansenisti hanno spesse volte paragonato Arnaldo con Atanasio, e si son diffusi con piacere sulla fede e sullo zelo, sul merito o sull'esilio di quei due celebri Dottori. Questo coperto paralello vien molto destramente maneggiato dall'Abbate della Bleterie. Vie de Jov. T. I. p. 130.

[268.] Hinc jam toto orbe profugus Athanasius, nec ullus ei tutus ad latendum supererat locus. Tribuni, Praefecti, Comites, exercitus quoque ad pervestigandum eum moventur edictis Imperialibus; praemia delatoribus proponuntur, si quis eum vivum, si id minus, caput certe Athanasii detulisset. Ruffino l. I. c. 16.

[269.] Gregor. Nazianz. Tom. I. Orat XXI. p. 584-385. Vedi Tillemont Mem. Eccl. Tom. VII. p. 176, 410, 820-880.

[270.] Et nulla tormentorum vis inveniri adhuc potuit, quae obdurato illius tractus latroni invito elicere potuit, ut nomen proprium dicat. Ammiano, XXII. 16 e Vales. Iv.

[271.] Ruffino l. I. c. 18. Sozomeno l. IV. c. 10. Questa e la seguente storia diverranno impossibili, se voglia supporsi che Atanasio continuasse ad abitar sempre nell'asilo che accidentalmente aveva preso.

[272.] Palladio (Hist. Lausiac. c. 136 in vit. Patr. p. 776) che è l'originale autore di quest'aneddoto, aveva trattato con la fanciulla medesima, che nella sua vecchiezza rammentavasi ancora con piacere d'una sì pia ed onorevole conversazione. Io non posso ammettere la delicatezza del Baronio, del Valesio, del Tillemont, che quasi rigettano un racconto, sì indegno (com'essi credono) della gravità dell'Istoria Ecclesiastica.

[273.] Atanasio Tom. I. p. 869. Io convengo col Tillemont (Tom. VIII. p. 1197), che le sue espressioni indicano una personale, sebbene forse occulta visita ai Sinodi.

[274.] La lettera d'Atanasio ai Monaci è piena di rimproveri, che il Pubblico dee riconoscere per veri; (Vol. I, p. 834. 856), ed in ossequio dei suoi lettori vi ha introdotto i confronti di Faraone, di Acab, di Baldassarre ec. L'ardire d'Ilario fu meno pericoloso, se pubblicò la sua invettiva nella Gallia dopo la rivolta di Giuliano; ma Lucifero mandò i suoi libelli a Costanzo, e quasi acquistò il premio del martirio. Vedi Tillemont T. VII. p. 905.

[275.] Atanasio (Tom. I. p. 811) si duole in generale di questa pratica, di cui dà in seguito un esempio (p. 861) nella pretesa elezione di Felice. Tre Eunuchi rappresentavano il Popolo Romano, e tre Prelati che seguivan la Corte, fecero le funzioni dei Vescovi delle Province Suburbicarie.

[276.] Il Tomassino (Disc. Eccl. Tom. I. lib. II. c. 72, 73. p. 966-984) ha raccolto molti curiosi fatti sopra l'origine ed il progresso del canto nella Chiesa, tanto d'Oriente che di Occidente.

[277.] Filostorg. lib. III. c. 13. Gottofredo ha esaminato questo punto con singolar esattezza p. 147 ec. Vi eran tre formule eterodosse, cioè «Al Padre per il Figlio, e nello Spirito Santo», «Al Padre ed al Figlio nello Spirito Santo» e «Al Padre nel Figlio, e Spirito Santo».

[278.] Dopo l'esilio d'Eustazio sotto il regno di Costantino, il rigido partito degli Ortodossi formò una divisione che in Seguito degenerò in scisma, e durò più d'ottant'anni. Vedi Tillemont Mem. Eccles. Tom. VII. p. 35-54, 1137-1158. Tom. VIII. p. 573, 632, 1313-1332. In molte Chiese però gli Arriani, e gli Homoousiani, che aveano rinunziato alla comunione fra loro, continuaron per qualche tempo ad unirsi nelle preghiere. Filostorg. c. 14.

[279.] Intorno a questa ecclesiastica rivoluzione di Roma vedi Ammiano XV. 7. Atanas. Tom. I. p. 35. q. VI. Sozomeno lib. IV. c. 15. Teodoreto lib. II. c. 17. Sulp. Sev. Hist. Sacr. lib. II. p. 412. Girol. Chron. Marcellin. et Faustin. libell. p. 3. 4. Tillemont Memoir. Eccl. Tom. IV. p. 336.

[280.] Cucuso fu l'ultimo Teatro della sua vita e de' suoi travagli. La situazione di quella solitaria città ne' confini della Cappadocia, della Cilicia, e dell'Armenia Minore ha prodotto qualche geografica perplessità; ma siam condotti al suo vero posto dal corso della strada Romana, che va da Cesarea ad Anazarbo. Vedi Cellar. Geograph. Tom. II. p. 213. Wesseling ad itiner. p. 179-703.

[281.] Atanasio (Tom. I. p. 703, 813, 814) asserisce ne' termini più positivi, che Paolo fu ucciso e ne appella non solo alla pubblica fama, ma anche alla non sospetta testimonianza di Filagrio, uno dei persecutori Arriani. Pure conviene, che gli Eretici attribuivano a malattia la morte del Vescovo di Costantinopoli. Atanasio vien servilmente copiato da Socrate l. II. c. 6; ma Sozomeno che dimostra un'indole più ingenua, pretende (l. IV. c. 2) d'insinuare un prudente dubbio.

[282.] Ammiano XIV. 10. rimette il lettore al racconto che fa egli stesso di questo tragico avvenimento. Ma non abbiamo più quella parte della sua storia.

[283.] Vedi Socrate lib. II c. 6, 7, 12, 13, 15, 16, 26, 27, 38, e Sozomeno lib. III. 3, 4, 7, 9, lib. IV. c. 11, 21. Gli Atti di S. Paolo di Costantinopoli, dei quali Fozio ha fatto un estratto (Biblioth. p. 1419, 1430) non sono che una semplice copia di quest'Istorici; ma un Greco moderno, che potè scriver la vita d'un Santo, senz'aggiungervi favole o miracoli, ha diritto di esigere qualche lode.

[284.] Socrate lib. II. c. 17, 38. Sozomeno lib. IV. c. 21. I principali assistenti di Macedonio nella persecuzione erano i due Vescovi di Nicomedia e di Cizico, che erano stimati per le loro virtù, e specialmente per la lor carità. Io non posso ritenermi dal rammentare al lettore, che la differenza fra Homoousion e Homoiousion è quasi invisibile all'occhio teologico più delicato.

[285.] Noi non sappiamo la precisa situazione di Mantinio. Parlando di queste quattro bande di legionari, Socrate, Sozomeno, e l'Autore degli Atti di S. Paolo usano i termini generali di αριθμοι, φαλανγεϛ, ταγματα (numeri, falangi, ordini) che Niceforo molto a proposito traduce per migliaia, Valesio, ad Socrat. lib. II. c. 38.

[286.] Giulian. Epist. 52. p. 436. e Spanem.

[287.] Vedi Ottato Millevit. (specialmente l. III. c. 4) coll'istoria de' Donatisti fatta dal Dupin, e i documenti originali posti al fine della sua edizione. Il Tillemont (Mem. Eccl. Tom. VI. p. 147-165) ha laboriosamente raccolte le numerose circostanze, rammentate da Agostino, del furore dei Circoncellioni contro altri, e contro se stessi; e spesse volte ha espresso, quantunque senza pensarvi, le ingiurie, che provocato avean questi fanatici.

[288.] È molto piacevole l'osservare il linguaggio degli opposti partiti allorchè parlano delle medesime persone e delle medesime cose. Grato, Vescovo di Cartagine, incomincia le acclamazioni d'un Sinodo Ortodosso in tal modo: Gratias Deo Omnipotenti, et Christo Jesu... qui imperavit religiosissimo Constanti Imperatori, ut votum gereret unitatis, et mitteret ministros sancti operis famulos Dei Paulum et Macarium: Monum. vel ad Calcem Optati p. 313. Ecce subito (dice l'Autor Donatista della Passione di Marculo) de Constantis Regis tyrannica domo... pollutum Macarianae persecutionis murmur increpuit; et duabus bestiis ad Africam missis eodem scilicet Macario, et Paulo, execrandum prorsus ac dirum Ecclesiae certamen indictum est; ut Populus Christianus ad unionem cum traditoribus faciendam, nudatis militum gladiis, et draconum praesentibus signis et turbarum vocibus cogeretur: Monum. p. 304.

[289.] L'istoria dei Camisardi, stampata in 3 volumi in 12. a Villafranca nel 1760, può lodarsi come esatta ed imparziale. Per iscuoprire la religion dell'Autore si richiede qualche attenzione.

[290.] I Donatisti suicidi allegavano a loro giustificazione l'esempio di Razia, riportato nel cap. 14. del Lib. II. dei Maccabei.

[291.] Nullas infestas hominibus bestias, ut sunt sibi ferales plerique Christianorum expertus. Ammiano XXII. 5.

[292.] Gregor. Naz. Orat. I. p. 33. Vedi Tillemont Tom. VI. p. 501. Ed. 4.

[293.] Hist. Polit. et Philos. des Etablissem. des Europ. etc. Tom. I. p. 9.

[294.] Secondo Eusebio in vit. Const. l. II. c. 45. l'Imperatore proibì tanto nelle città che in campagna τα μυσαρα... τηϛ Ειδωλολατρειαϛ le abominevoli pratiche dell'idolatria. Socrate l. I. c. 17., e Sozomeno l. II. c. 4. 5. hanno rappresentato la condotta di Costantino con un giusto riguardo alla verità ed all'istoria, che si è trascurato da Teodoreto l. V. c. 21. e da Orosio VII. 28. Tum deinde (dice quest'ultimo) primus Constantinus justo ordine et pio vicem vertit edicto, siquidem statuit citra ullam hominum ecaedem Paganorum templa claudi.

[295.] Vedi Eusebio in vit. Const. l. II. c. 56. 60. Nel discorso all'Assemblea dei Santi, che l'Imperatore pronunziò, quando era già maturo negli anni e nella pietà, dichiara agl'Idolatrici (c. XI) che era loro permesso d'offerir sacrifizi ed esercitare ogni atto del religioso lor culto.

[296.] Vedi Euseb. in vit. Const. l. III. c. 54-58. e l. IV. c. 23. 25. Questi atti d'autorità posson paragonarsi alla soppressione de' Baccanali, ed alla demolizione del Tempio d'Iside, ordinate dai Magistrati di Roma Pagana.

[297.] Eusebio in vit. Const. l. III. c. 54. e Libanio Orat. Pro Templis p. 9. 10. Edit. Gothofr. fanno menzione del pio sacrilegio di Costantino, che essi risguardavano in molto differente aspetto. L'ultimo espressamente dichiara, che «egli si servì del danaro sacro, ma non alterò il legittimo culto; i Tempj furono in vero impoveriti, ma vi si celebravano i riti Sacri.» Lardner. Testim. Giudaic. et Pagan. etc. Vol. IV. p. 140.

[298.] Ammiano XXII. 4. parla di alcuni Eunuchi di Corte, che furono spoliis templorum pasti. Libanio dice Orat. pro Templ. p. 23., che l'Imperatore spesso donava un Tempio, come un cane, un cavallo, uno schiavo o una coppa d'oro; ma il devoto filosofo non lascia d'osservare, che ben di rado questi sacrileghi favoriti erano prosperati.

[299.] Vedi Gothofr. Cod. Theodos. Tom. VI. p. 262. Liban. Orat. Parent. c. X. in Fabric. Bibl. Graec. Tom. VII. p. 235.

[300.] Placuit omnibus locis, atque urbibus universis claudi protinus Templa, et accessu vetitis omnibus licentiam delinquendi perditis abnegari. Volumus etiam cunctos a sacrificiis abstinere. Quod si quis aliquid forte hujusmodi perpetraverit, gladio sternatur: facultates etiam perempti Fisco decernimus vindicari; et similiter adfligi Rectores Provinciarum, si facinora vindicare neglexerint. (Cod. Theod. l. XVI. Tit. X. leg. 4.). La Cronologia ha scoperto qualche contraddizione nella data di questa legge stravagante, ch'è l'unica forse, in cui la negligenza dei Magistrati sia punita con la morte e con la confiscazione dei beni. Il sig. della Bastia (Mem. de l'Acad. Tom. XV. p. 98.) congettura con un'apparenza di ragione, che questa non fosse che la minuta d'una legge, o il contenuto d'una costituzione che voleva farsi, e che si trovasse, in scriniis memoriae, fra i fogli di Costanzo, e dopo fosse inserita come un degno modello nel Codice Teodosiano.

[301.] Simmaco Epist. X. 54.

[302.] La dissertazione 4. del sig. della Bastia sul Pontificato degl'Imperatori Romani, nelle Mem. de l'Accad. T. XV. p. 75-144, è un'opera molto erudita e giudiziosa, che spiega lo stato e le prove di tolleranza circa il Paganesimo da Costantino fino a Graziano. Vien posta fuor d'ogni dubbio l'asserzione di Zosimo che Graziano fosse il primo a ricusare la veste Pontificale; e son quasi ridotte al silenzio le dicerie de' torcicotti su tale articolo.

[303.] Siccome io mi sono anticipatamente servito de' termini di Pagani, e di Paganesimo, indicherò in questo luogo le singolari vicende di tali famose parole 1. παγη nel Dialetto Dorico, sì famigliare agl'Italiani, significa fontana, ed il vicinato rurale, che solea frequentarla; di qui prese il comun nome di Pagus e di Pagani. (Vedi Festo a questa parola e Servio ad Virgil. Georg. II. 382.) 2. Per una facil estensione di tal voce, divenner quasi sinonimi Pagano e rurale (Plin. Hist. Nat. XXVIII. 5), e si diede quel nome agl'intimi villani, che poi nei moderni linguaggi d'Europa si è ridotto a quello di paesani, contadini. 3. L'eccessivo accrescimento dell'ordine militare introdusse la necessità d'un termine correlativo (Hume Sagg. Vol. I. p. 555.); e chiunque non era arrolato alla milizia del Principe, s'indicava col disprezzante nome di Pagano (Tacit. Hist. III. 24. 43. 77. Giovenal. Sat. 16. Tertullian. De Pall. c. 4. 4). I Cristiani erano i soldati di Cristo; i loro avversari, che ricusavano il suo Sacramento, o giuramento militare del Battesimo, poterono meritare il titolo metaforico di Pagani; e questo popolar rimprovero s'introdusse fin dal regno di Valentiniano An. 365 nelle leggi Imperiali (Cod. Theodos. lib. XVI. T. II. l. 18.) e negli scritti Teologici. 5. Il Cristianesimo appoco appoco riempì le città dell'Impero; la vecchia religione al tempo di Prudenzio (adv. Symmac. l. I. in fin) e d'Orosio (in praefat. Hist.) erasi ritirata e languiva negli oscuri villaggi; e la parola Pagani tornò col nuovo significato alla primitiva sua origine. 6. Terminato che fu il culto di Giove e della sua famiglia, si è sucessivamente applicato il nome vacante di Pagani a tutti gl'idolatri e politeisti sì dell'antico che del nuovo Mondo. 7. I Cristiani Latini lo diedero senza scrupolo, a' Maomettani, loro mortali nemici; ed i più puri Unitarj furono infamati coll'ingiusta taccia d'Idolatria e di Paganesimo. Vedi Gerardo Voss. Etymol. Ling. Lat. nelle sue opere T. I. p. 420. Gottofredo Comment. ad Cod. Theodos. T. VI. p. 250. e Du Cange Glossar. Med. et inf. Latin.

[304.] Nel puro linguaggio della Jonia e d'Atene Ειδωλον, e Λατρεια eran parole antiche e famigliari. La prima esprimeva una somiglianza, un'apparizione, (Omero Odiss. XI. 601.) una rappresentazione, un'immagine creata o dalla fantasia o dall'arte. La seconda indicava ogni specie di servizio o di schiavitù. Gli Ebrei dell'Egitto, che tradussero la Scrittura dall'Ebraico, ristrinsero l'uso di queste parole (Exod. XX. 4. 5) al culto religioso d'un'immagine. Gli Scrittori Sacri ed Ecclesiastici hanno adottato questo particolar linguaggio degli Ellenisti, o Greci Ebrei, e si è data la taccia d'idolatria Ειδωλολατρεια a quella visibile ed abbietta specie di superstizione, che alcune Sette del Cristianesimo non dovrebbero esser così corrive ad imputare ai politeisti della Grecia e di Roma.

[305.] Omnes qui plus poterant in palatio, adulandi professores jam docti, recte consulta prospereque completa vertebant in deridiculum, talia sine modo strepentes insulse; in odium venit cum victoriis suis; capella, non homo; ut hirsutum Julianum carpentes, appellantesque loquacem talpam, et purpuratam simiam, et litterionem Graecum: et his congruentia plurima atque vernacula Principi resonantes, audire haec taliaque gestienti, virtutes ejus obruere verbis impudentibus conabantur, et segnem incessentes, et timidum et umbratilem, gestaque secus verbis comptioribus exornantem. Ammian. XVIII. 11.

[306.] Ammiano XVI. 12. L'oratore Temistio (IV. p. 56, 57) credè tutto ciò che si conteneva nelle lettere Imperiali, spedite al Senato di Costantinopoli. Aurelio Vittore, che pubblicò il suo compendio nell'ultimo anno di Costanzo, attribuisce le vittorie Germaniche alla saviezza dell'Imperatore ed alla fortuna di Cesare. Pure l'Istorico poco dopo fu debitore al favore o alla stima di Giuliano dell'onore di una statua di rame, e degl'importanti uffizj di Consolare della seconda Pannonia e di Prefetto di Roma. Ammiano XXI. 10.

[307.] Callido nocendi artificio accusatoriam diritatem laudum titulis peragebant... Hae voces fuerunt ad inflammanda odia probris omnibus potentiores. Vedi Mammertino in act. Gratiar. in Vet. Paneg. XI. 5. 6.

[308.] Il piccolo intervallo, che passa fra l'hyeme adulta, ed il primo vere d'Ammiano (XX. I. 4) invece di dare un sufficiente spazio per una marcia di tremila miglia renderebbe gli ordini di Costanzo altrettanto stravaganti, quanto erano ingiusti. Le truppe della Gallia non potevan giungere in Siria che al fino dell'autunno. Bisogna che le memorie d'Ammiano fossero inesatte, o le sue espressioni scorrette.

[309.] Ammiano XXI. Si riconosce il valore, e la militar perizia di Lupicino dall'Istorico, il quale nell'affettato sua stile accusa il Generale d'innalzar le corna del suo orgoglio, ruggendo con tragico tuono, e facendo dubitar s'egli fosse più crudele o più avaro. Il pericolo eccitato dagli Scoti, e da' Pitti era tanto serio, che Giuliano medesimo ebbe qualche idea di passare in persona nell'Isola.

[310.] Ei loro permise il cursus clavularis, o clabularis. Di questi carri di posta si fa spesso menzione nel Codice, e si suppone, che portassero mille cinquecento libbre di peso. Vedi Vales. ad Ammian. XX. 4.

[311.] Ch'era molto probabilmente il palazzo de' bagni (Thermarum) di cui sussiste ancora una solida ed alta stanza nella via De la Harpe. Quelle fabbriche cuoprivano un considerabile spazio del moderno quartiere dell'Università; ed i giardini sotto i Re Merovingi comunicavano coll'abbazia di S. Germano des Prez. Dalle ingiurie del tempo, e de' Normanni quest'antico palazzo fu ridotto nel duodecimo secolo ad un mucchio di rovine, gli oscuri nascondigli del quale servivan di scena a' licenziosi amori.

Explicat aula sinus, montemque amplectitur alis;

Multiplici latebra scelerum tersura ruborem.

. . . . pereuntis saepe pudoris.

Celatura nefas, Venerisque accommoda furtis.

Questi versi son presi dall'Architrenius lib. IV. c. 8. opera poetica di Giovanni di Hauteville, o Hauville Monaco di S. Albano verso l'anno 1190. Vedi Warton Istor. della Poes. Ingl. Vol. 1 dissert. 2. Tali furti però erano forse meno perniciosi per il genere umano delle Teologiche dispute della Sorbona, che di poi si sono agitate sul medesimo terreno. Bonamy Mem. de l'Acad. Tom. XX. p. 678-682.

[312.] Anche in quel tumultuoso momento Giuliano badò alla formalità della superstiziosa cerimonia; ed ostinatamente ricusò l'infausto uso d'una collana femminile, o d'un collare da cavalli, che gl'impazienti soldati volevano adoperare in luogo di diadema.

[313.] Cioè un'ugual porzione d'oro e d'argento, cinque monete di quello, ed una libbra di questo, che in tutto ascendeva a circa cinque lire Sterline, e dieci Scellini.

[314.] Per l'intera narrativa di questa ribellione possiamo rimetterci a materiali originali ed autentici, quali sono Giuliano medesimo (ad S. P. Q. Athen. pag. 282, 283, 284). Libanio (Orat. Parent. c. 44-48. in Fabric. Bibliot. Graec. Tom. VII. p. 269-273) Ammiano (XX. 4) e Zosimo (l. III. p. 151, 152, 153) che nel regno di Giuliano par che seguiti l'autorità più rispettabile d'Eunapio. Con tali guide potremmo fare di meno degli abbreviatori e degl'Istorici Ecclesiastici.

[315.] Eutropio ch'è un rispettabile testimone, usa la dubbiosa espressione consensu militum (X. 15). Gregorio Nazianzeno di cui l'ignoranza potrebbe scusare il fanatismo, direttamente accusa l'apostata di presunzione, d'empietà e d'empia ribellione. αυθαδεια, απονοια, ασεβεια Orat. III. p. 67.

[316.] Juliano ad S. P. Q. Athen. p. 284. Il divoto Abbate de la Bleterie (Vit. di Giuliano p. 159) è quasi disposto a rispettare le divote proteste d'un Pagano.

[317.] Ammiano XX. 5 con l'annotazione di Lindenbrogio sul Genio dell'Impero. Giuliano medesimo in una lettera confidenziale ad Oribasio, amico e medico suo, (Epist. XVII. p. 384) fa menzione d'un altro sogno a cui prima dell'avvenimento ei prestò fede, cioè d'un grosso albero gettato a terra, e di una piccola pianta che gettava in terra profonde radici. Anche nel sonno la mente di Cesare doveva essere agitata dalle speranze e da' timori di sua fortuna. Zosimo (l. III. p. 155) riporta un sogno fatto dopo.

[318.] Tacito (Hist. I. 80-85) egregiamente descrive la difficile situazione del Principe di un'armata ribelle. Ma Ottone era molto più reo e molto meno abile di Giuliano.

[319.] A questa lettera ostensibile dice Ammiano, che ne aggiunse delle private objurgatorias et mordaces, che l'Istorico non aveva vedute, e non avrebbe neppur pubblicate. Forse non sussisterono giammai.

[320.] Vedi le prime azioni del suo Regno appresso Giuliano medesimo ad S. P. Q. Athen. pag. 285, 286. Ammiano XX. 5, 8. Liban. Orat. parent. c. 49, 50. pag. 273-275.

[321.] Liban. Orat. parent. c. 50. pag. 275, 276. Fu questo uno strano disordine, poichè continuò più di sette anni. Nelle fazioni delle Repubbliche Greche gli esiliati ascendevano a 20,000 persone; ed Isocrate assicura Filippo, che sarebbe stato più facile di levar un'armata fra vagabondi, che dalle città. Vedi Hume. Saggi Tom. I. p. 426-427.

[322.] Giuliano (Epist. 38. p. 44) fa una breve descrizione di Vesonzio, o Besanzone come di una sassosa penisola quasi circondata dal fiume Doubs, una volta magnifica Città piena di tempj ec., e poi ridotta ad una piccola terra, che risorgeva però dalle sue rovine.

[323.] Vadomair entrò nella milizia Romana, e dal grado di Re barbaro fu promosso a quello di Duce di Fenicia. Egli mantenne sempre il medesimo artificioso carattere (Ammiano XXI. 4). Ma sotto il Regno di Valente segnalò il suo valore nella guerra d'Armenia (XXIX. 1).

[324.] Ammiano XX. 10. XXI. 3. 4. Zosimo lib. III. p. 155.

[325.] Il suo corpo fu mandato a Roma, e sotterrato vicino a quello di Costantina sua sorella nel sobborgo della via Nomentana. Ammiano XX. 1. Libanio ha composto una ben debole apologia per giustificare il suo Eroe da un'accusa molto assurda, vale a dire d'avere avvelenato la propria moglie, e premiato il medico di essa con le gioie di sua madre (Vedi la settima delle diciassette nuove Orazioni pubblicate a Venezia nel 1754 da un MS. della libreria di S. Marco p. 117-127). Elpidio, Prefetto del Pretorio d'Oriente, alla testimonianza del quale s'appella l'accusator di Giuliano, si caratterizza da Libanio per un effeminato ed ingrato; si loda però la religione d'Elpidio da Girolamo (Tom. I. p. 243) e la sua umanità da Ammiano (XXI. 6).

[326.] «Feriarum die, quem celebrantes mense Januario Christiani Epiphania dictitant, progressus in eorum Ecclesiam, solemniter numine orato discessit» Ammiano XXI. 2. Zonara osserva, che ciò seguì nel giorno di Natale; e può la sua asserzione esser vera; mentre le Chiese d'Egitto, d'Asia, e forse di Gallia celebravano il medesimo giorno (sei di Gennaro) la natività ed il Battesimo del Salvatore. I Romani, ugualmente ignoranti che i lor confratelli della vera data della sua nascita ne fissarono la solenne festa a' 25 di Decembre Brumalia, o solstizio d'inverno, quando i Pagani annualmente celebravan la nascita del sole. Vedi Bingam. Antich. della Chies. Cristian lib. XX. c. 4. e Beausobre Hist. Critic. du Manic. T. II. p. 690-700.

[327.] Le pubbliche e segrete negoziazioni fra Costanzo e Giuliano debbono trarsi con qualche cautela da Giuliano medesimo (Orat. ad S. P. Q. Athen. pag. 286), da Libanio (Orat. parent. cap. 61. pag. 276), da Ammiano (XX. 9.), da Zosimo (lib. III p. 154), ed anche da Zonara (T. II lib. XIII. p. 20 ec.), che in questo proposito pare, che avesse ed usasse dei valutabili materiali.

[328.] Trecento miriadi, ovvero tre milioni di medimni, misura comune appresso gli Ateniesi, che conteneva sei modj Romani. Giuliano dimostra da Soldato e da Politico il rischio della sua situazione e la necessità ed i vantaggi di una guerra offensiva (ad S. P. Q. Athen. pag. 286. 287).

[329.] Vedi la sua orazione ed il contegno delle truppe appresso Ammiano XXI. 5.

[330.] Egli aspramente ricusò la sua mano al supplichevole Prefetto, che fu mandato in Toscana (Ammiano XXI. 5). Libanio con barbaro furore insulta Nebridio, applaude ai soldati, e quasi censura l'umanità di Giuliano (Orat. Parent. c. 53. p. 278).

[331.] Ammiano XXI. 8. In tal promozione osservò Giuliano la legge che aveva pubblicamente imposto a se stesso: Neque civilis quisdam Judex, nec militaris rector, alio quodam praeter merita suffragante, ad potiorem veniat gradum (Ammiano XX. 5). L'assenza non indebolì il suo riguardo per Sallustio, col nome del quale onorò il Consolato dell'anno 363.

[332.] Ammiano (XXI. 8) attribuisce ad Alessandro Magno, e ad altri abili Generali la stessa pratica e l'istesso motivo.

[333.] Questo bosco era una parte della gran foresta Ercinia, che al tempo di Cesare s'estendeva dal paese de' Rauraci, Basilea, sino alle indefinite regioni del Nort. Vedi Cluver. German. antiq. l. III. c. 47.

[334.] Si paragoni Libanio Orat. Parent. c. 53. p. 278-279, con Gregorio Nazianzeno Orat. III. p. 68... Anche il Santo ammira la celerità e la segretezza della sua marcia. Un moderno Teologo forse applicherebbe al progresso di Giuliano que' versi, che originalmente appartengono ad un altro apostata (Milton).

. . . . . . . . In questa guisa il truce

Viandante infernal per l'aspro e 'l piano,

Il denso, il raro, i ripidi, i burroni

Capo e mani, ali e piedi oprando a gara,

Il suo cammin sospinge, ed or s'attuffa,

Ora nuota, ora striscia, or guazza, or vola.

[335.] In quello spazio la Notizia colloca due o tre flotte, la Lauriacense (a Lauriacum o Lorch) l'Arlapense, la Maginense; e fa menzione di cinque legioni o coorti di Liburnarj, che dovevano essere una specie di soldati di marina. Sect. 58. Edit. Labb.

[336.] Il solo Zosimo (l. III. p. 156) ha specificato quest'interessante circostanza. Mammertino (in Paneg. vet. XI. 6, 7, 8) che accompagnava Giuliano come Conte delle sacre largizioni, descrive questo viaggio in una florida e pittoresca maniera, sfida Trittolemo e gli argonauti di Grecia ec.

[337.] La descrizione d'Ammiano, che può esser fiancheggiata da altre prove, assicura la situazione precisa delle Angustiae Succorum, o passo di Succi. Danville per una debole somiglianza di nomi l'ha posto fra Sardica e Naisso. Io son costretto per giustificarmi a far menzione dell'unico errore, che ho scoperto nelle carte o negli scritti di quell'ammirabil Geografo.

[338.] Per quante circostanze possiamo prendere altrove, Ammiano (XXI. 8, 9, 10) somministra sempre la sostanza della narrazione.

[339.] Ammiano XXI. 9, 10. Liban. Orat. Parent. c. 54. p. 279. 280. Zosimo lib. III p. 157.

[340.] Giuliano (ad S. P. Q. Athen. p. 286) positivamente asserisce, che aveva intercettate le lettere di Costanzo a' Barbari; e Libanio afferma con ugual sicurezza che nella sua marcia le lesse alle truppe ed alle città. Contuttocciò Ammiano XXI. 4 s'esprime con una fredda ed ingenua dubbiezza: Si famae solius admittenda est fides. Specifica però una lettera intercetta e scritta da Vadomair a Costanzo, che suppone un'intima corrispondenza fra loro; Caesar tuus disciplinam non habet.

[341.] Zosimo rammenta le lettere di Giuliano agli Ateniesi, a' Corintj, ed a' Lacedemoni. La sostanza era probabilmente l'istessa, quantunque ne fosse variata la direzione. L'epistola agli Ateniesi tuttavia sussiste p. 268-287, ed ha somministrato notizie assai valutabili. Essa merita le lodi dell'Abbate della Bleterie (Pref. a l'Hist. de Jovien. p. 24, 25) ed è uno de' migliori manifesti, che si possano trovare in qualsivoglia linguaggio.

[342.] Auctori tuo reverentiam rogamus. Ammiano XXI 10. È molto piacevole l'osservare i segreti contrasti del Senato fra l'adulazione ed il timore. Vedi Tacito Hist. I. 85.

[343.] Tamquam venaticam praedam caperet; hoc enim ad leniendum suorum metum subinde praedicabat. Ammiano XXI. 7.

[344.] Vedi il discorso ed i preparativi in Ammiano XXI 13. Il vil Teodoto implorò in seguito ed ottenne il perdono dal pietoso conquistatore, che indicò il desiderio che aveva di scemare il numero de' nemici e di accrescere quello degli amici (XXII 14).

[345.] Ammiano XXI. 7. 11. 12. Par ch'ei descriva con fatica superflua le operazioni dell'assedio d'Aquileia, che in quest'occasione mantenne la sua fama d'insuperabile. Gregorio Nazianzeno (Orat. III. p.68.) attribuisce quest'accidentale rivolta all'abilità di Costanzo, di cui annunzia la sicura vittoria con qualche apparenza di verità. Constantio quem credebat procul dubio fore victorem: nemo enim omnium tunc ab hac constanti sententia discrepebat. Ammiano XXI. 7.

[346.] Ammiano rappresenta fedelmente la morte ed il carattere d'esso (XXI. 14. 156.) ed abbiam motivo di non ammettere, e di detestar la stolta calunnia di Gregorio (Orat. III. p. 68.) che accusa Giuliano d'aver macchinata la morte del suo benefattore. Il privato pentimento dell'Imperatore d'aver risparmiato, e promosso Giuliano (p. 69. ed Orat. XXI. p. 389.) in se stesso non è improbabile, nè incompatibile col pubblico suo verbal Testamento, che potè negli ultimi momenti della sua vita esser dettato da considerazioni prudenziali.

[347.] Nel descrivere il trionfo di Giuliano, Ammiano (XXI, 1, 2.) assume il sublime accento di oratore, o di poeta; mentre Libanio (Orat. parent. c. 56. p. 281) cade nella grave semplicità d'un Istorico.

[348.] I funerali di Costanzo vengon descritti da Ammiano (XXI 16), da Gregorio Nazianzeno (Or. VI. p. 119), da Mammertino (in Paneg. vet. XI. 27), da Libanio (Orat. parent. c. 56. p. 283), ed a Filostorgio (l. VI. c. 6. con le dissertaz. del Gottofredo p. 265). Questi Scrittori, e quelli, che gli han seguitati, secondo la propria professione di Pagani, di Cattolici, e di Arriani, osservano l'Imperatore sì vivo che morto con occhi assai differenti.

[349.] Non sono ben determinati l'anno ed il giorno della nascita di Giuliano. Il giorno è probabilmente il sei di Novembre, e l'anno dev'essere il 331, o il 332. Tillemont. Hist. des Emper. T. IV. p. 693. Ducange Fam. Byzant. p. 50. Io ho preferito la data più antica.

[350.] Giuliano medesimo p. 253-259. ha espresso queste idee filosofiche con molta eloquenza, e con qualche affettazione in una lettera molto elaborata a Temistio. L'Ab. della Bleterie (Tom. II. p. 146-183.) che ne ha fatta un'eloquente traduzione, è inclinato a credere, che questi fosse il celebre Temistio, di cui tuttavia sussistono le orazioni.

[351.] Julian. ad Temist. p. 258. Il Petavio not. p. 95. osserva, che questo passo è preso dal libro quarto De Legibus; ma o Giuliano citava a mente, o i suoi manoscritti eran diversi da' nostri. Senofonte incomincia la Ciropedia con una riflessione simile.

[352.] Ο δε ανθρωπον κελευων αρχειν τροστιθησι και θηριον (chi esorta l'uomo a comandare l'insuperbisce, e lo muta in fiera.) Arist. ap. Julian. p. 261. Il MS. di Vossio, non contento d'una sola bestia, somministra la più forte lezione di θηρια fiere, che può garantirsi dall'esperienza del dispotismo.

[353.] Libanio Orat. parent. c. 84, 85. p. 310, 311-312 ci ha dato quest'interessante ragguaglio della vita privata di Giuliano. Egli stesso in Misopogon p. 350. fa menzione del suo cibo vegetabile, e biasima il grossolano e sensuale appetito del popolo d'Antiochia.

[354.] Lectulus... Vestalium toris purior. È la lode, che Mammertino (Paneg. vet. XI. 13.) indirizza a Giuliano medesimo. Libanio afferma in un semplice e perentorio linguaggio che Giuliano non ebbe mai commercio con donne, prima del suo matrimonio, o dopo la morte della sua moglie (Orat. parent. c. 88. p. 323). La castità di Giuliano vien confermata dall'imparzial testimonianza d'Ammiano (XXV. 4.) e dal parzial silenzio de' Cristiani. Pure Giuliano ironicamente insiste sul rimprovero del Popolo d'Antiochia, che esso quasi sempre ωϛ επιπαν (in Misopogon p. 345) stava solo. L'Ab. della Bleterie spiega questa sospettosa espressione (Hist. de Jovien. Tom. II. p. 103-109.) con candore ed ingenuità.

[355.] Vedi Salmas. ad Sueton. in Claud. 21. Vi fu aggiunta una ventesima quinta corsa, o missus, per compire il numero di cento cocchi, quattro de' quali, distinti da quattro colori, correvano ad ogni corsa.

Centum quadrijugos agitabo ad flumina cursus.

Sembra che corressero cinque o sette volte intorno alla meta. Svet. in Domit. c. 4. E secondo la misura del Circo Massimo a Roma, dell'Ippodromo a Costantinopoli ec. poteva essere un corso di circa quattro miglia.

[356.] Juliano in Misopogon p. 340. Giulio Cesare aveva offeso il Popolo Romano leggendo le lettere nel tempo della corsa. Augusto secondò il genio di esso ed il proprio con una costante attenzione all'importante affare del Circo, per cui dichiarava d'avere la più forte inclinazione; vet. in August. c. 45.

[357.] La riforma del Palazzo è descritta da Ammiano (XXII. 4), da Libanio (Orat. parent. c. 62. p. 288), da Mammertino (in paneg. Vet. 11.), da Socrate (l. III. c. 1), e da Zonara (Tom. II. l. 13, p. 24).

[358.] Ego non Rationalem jussi, sed tonsorem accivi. Zonara usa l'immagine meno naturale d'un senatore. Pure un uffizial di finanze, saziato dalle ricchezze, desiderar poteva ed ottener gli onori del Senato.

[359.] Μαγειρους μεν χιλιουσ, κουρεας δε ουκ ουλαττους, οινοχοους δε πλειους, σμηνη τραπεζοποιων, ευνουχους υπερ τας μυιας παρα τοις ποιμεσι εν ηρι Mille cuochi, non minor numero di tonsori, maggiore di coppieri, sciami di serventi alle tavole, eunuchi più delle mosche intorno a' greggi nell'estate. Queste son le parole originali di Libanio, che ho fedelmente citate affinchè non si sospettasse, che io avessi amplificato gli abusi della casa Reale.

[360.] L'espressioni di Mammertino son forti e vivaci. Quin etiam prandiorum et coenarum laboratas magnitudines Romanus Populus sensit; cum quaesitissimae dapes non gustui sed difficultatibus aestimarentur; miracula avium, longinquae maris pisces; alieni temporis poma, aestive nives, hybernae rosae.

[361.] Nondimeno Giuliano medesimo fu accusato di aver concesso delle intiere città agli Eunuchi (Orat. VII. contr. Policlet. pag. 117-127). Libanio si contenta d'una fredda ma positiva negazione del fatto, che realmente sembra piuttosto appartenere a Costanzo. Tale accusa però si può riferire a qualche incognita circostanza.

[362.] Nel Misopogon (p. 338, 339) fa una pittura molto singolare di se stesso, e le seguenti parole sono caratteristiche al sommo αυτος προσεθεικα τον βαθον τουτονι τωγονα... ταυτα τοι διαθεοντων ανεχομαι των φθειρων οσπερ εν λοχμη των θηριων. Ho fatto crescere questa profonda barba.... così difendo gl'insetti, che trattan fra loro, come in un recinto di fiere. Gli amici dell'Ab. della Bleterie lo scongiurarono, in nome della nazione Francese, a non tradur questo passo che così offendeva la loro delicatezza. Hist. de Jovien. T. II. p. 94. Io mi son contentato, come egli fa, d'una passeggiera allusione; ma il piccolo animale, che Giuliano nomina, è il più famigliare all'uomo, e significa amore.

[363.] Julian Epist. XXIII. p. 389. Egli adopera le parole πολυκε φαλον ὑδραν scrivendo al suo amico Ermogene, che conversava com'esso co' Poeti Greci.

[364.] Si debbon diligentemente distinguere i due Sallustj, il Prefetto di Gallia e quello d'Oriente (Hist. des Emper. Tom. IV. p. 696). Ho usato il soprannome di secondo come conveniente epiteto. Il secondo Sallustio godè la stima dei Cristiani medesimi: e Gregorio Nazianzeno, che condannava la sua religione, ha celebrato le sue virtù Orat. III. p. 90. Vedi una curiosa nota dell'Ab. della Bleterie Vie de Julien. p. 463.

[365.] Mammertino loda l'Imperatore (XI. 1.) per aver dati gli uffizi di Tesoriere e di Prefetto ad un uomo d'abilità, di fermezza, d'integrità come egli stesso. Pure anche Ammiano lo pone (XX. 1) fra' ministri di Giuliano quorum merita, norat et fidem.

[366.] Le processure di questo Tribunal di giustizia son riferite da Ammiano (XXII. 3.) e lodate da Libanio (Orat. parent. c. 74. p. 299. 300).

[367.] Ursuli vero necem ipsa mihi videtur flesse justitia. Libanio, che attribuisce tal morte a' soldati, tenta di accusare anche il Conte delle largizioni.

[368.] Si conservava sempre tal venerazione per li rispettabili nomi della repubblica, che il Pubblico fu sorpreso, e scandalizzato nell'udir Tauro, citato come reo, sotto il consolato di Tauro. La citazione del collega Florenzio probabilmente fu differita fino al principio dell'anno seguente.

[369.] Ammiano XX. 7.

[370.] Intorno ai delitti ed alla punizione di Artemio, vedi Giuliano (Epist. X p. 379) ed Ammiano (XXII. 6 e Vales. ivi). Il merito di Artemio, che consiste nell'aver demolito templi, ed essere stato posto a morte da un apostata, ha tentato le Chiese Greca e Latina ad onorarlo come un martire. Ma l'istoria ecclesiastica afferma ch'egli non solo fu un tiranno, ma anche un Arriano, onde non è troppo agevole il giustificare questa promozione indiscreta. Tillemont, Mem. Eccl. T. VII. p. 1319.

[371.] Vedi Ammiano XXII. 6. Valesio Iv. il Cod. Teodosiano lib. II. Tit. XXXIX. leg. 1 e Gottofredo Comment. Iv. Tom. 1. v. 218.

[372.] Il presidente di Montesquieu (Consider. sur la Grand. des Rom. c. 14. nelle sue opere Tom. III. p. 448. 449) scusa tal minuta, ed assurda tirannia col supporre, che azioni le più indifferenti a' nostri occhi dovevano eccitare in una mente Romana l'idea di delitto e di pericolo. Questa strana apologia vien sostenuta da una strana mal'interpretazione delle leggi Inglesi: Chez une nation.... où il est défendu de boire à la santé d'une certaine personne.

[373.] La clemenza di Giuliano, e la cospirazione, che si formò contro di lui ad Antiochia, si descrivono da Ammiano (XXII 9, 10 c. Vales. Iv.) e da Libanio (Orat. parent. c. 99. p. 323).

[374.] Secondo alcuni, dice Aristotile (come vien citato da Giuliano ad Themist. pag. 261), la forma d'un assoluto Governo, la παμβασιλεια è contraria alla natura. Sì il Principe, che il Filosofo però vogliono avvolger questa verità eterna in un'artificiosa elaborata oscurità.

[375.] Tal sentimento è espresso quasi nei termini di Giuliano medesimo. Ammiano XXII. 10.

[376.] Libanio (Orat. Parent. c. 95, p. 320) che fa menzione del desiderio, e del disegno di Giuliano indica in un misterioso linguaggio θεων, ουτω γνοντων..... αλλ’ ην αμεινον ὁ κωλυων Così disponendo gli Dei.... Ma era miglior consiglio quello d'impedirlo che l'Imperatore fu ritenuto da qualche speciale rivelazione.

[377.] Juliano in Misopogon p. 343. Siccome non abolì mai con alcuna pubblica legge i superbi nomi di despota, o dominus, questi tuttavia sussistono nelle sue medaglie (Du Cange Fam. p. 38, 39); ed il privato dispiacere, che affettava d'esprimere, non fece che dare uno stile diverso alla servil maniera della Corte. L'Ab. della Bleterie (Hist. de Jovien. Tom. II p. 99-102) ha curiosamente investigato l'origine, ed il progresso della parola dominus sotto il governo Imperiale.

[378.] Ammiano XXII. 7. Il Console Mammertino (in Paneg. vet. XI 28, 29, 30) celebra quel fausto giorno, come un eloquente schiavo, attonito ed inebbriato per la condiscendenza del suo signore.

[379.] La satira personale si condannava dalle leggi delle dodici tavole: si mala condiderit in quem quis carmina, jus est, judiciumque. Giuliano (in Misopogon p. 337) si confessa sottoposto alla legge; e l'Ab. della Bleterie (Hist. de Jov. Tom. II. p. 92.) ha prontamente abbracciato una dichiarazione sì favorevole al suo sistema, ed al vero spirito dell'Imperiale costituzione.

[380.] Zosimo l. III. p. 158.

[381.] ἡ της βουλης ισχυς ψυχη πολεως εστιν La forza del Senato è l'anima della città. Vedi Libanio (Orat. parent. c. 71. p. 296). Ammiano (XXII. 9.) ed il Codice Teodosiano (lib. XII. Tit. I. leg. 50-55. col Coment. del Gottofredo Tom. IV. p. 390-402). Pure tutto il soggetto delle Curie, non ostanti gli ampi materiali che vi sono, rimane sempre il più oscuro nell'Istoria legale dell'Impero.

[382.] Quae paulo ante arida, et sibi anhelantia visebantur, ea nunc perlui, mundari, madere; fora, deambulacra, gymnasia laetis et gaudentibus Populis frequentari; dies festos et celebrari veteres et novos in honorem Principis consecrari (Mammertino XI. 9). Esso particolarmente restaurò la città di Nicopoli, ed i giuochi Aziaci instituiti da Augusto.

[383.] Juliano Ep. XXXV. p. 407-411. Questa lettera, che illustra la decadente età della Grecia, è omessa dall'Ab. della Bleterie, e stranamente sfigurata dal traduttore latino, che indicando ατελεια immunità per tributo e ιδιωται privati per populus, direttamente contraddice al senso dell'Originale.

[384.] Esso regnò in Micene alla distanza di cinquanta stadi, o di sei miglia da Argo, ma queste Città che fiorirono alternativamente, son confuse fra loro da' Poeti Greci. Strab. l. VIII. p. 879. edit. Amstel. 1707.

[385.] Marsham. Can. Chron. p. 420. Questa provenienza da Temeno ed Ercole può esser sospetta; pure fu accordata dopo un rigoroso esame da' giudici de' giuochi Olimpici (Erodoto l. V. c. 22.) in un tempo nel quale i Re di Macedonia eran oscuri, e non popolari nella Grecia. Quando la lega Achea si dichiarò contro Filippo, fu creduto conveniente, che i deputati d'Argo si ritirassero. T. Liv. XXXII.

[386.] È celebrata la sua eloquenza da Libanio (Orat. parent. c. 75. 76. p. 300. 301.) che fa menzione distintamente degli Oratori d'Omero. Socrate (l. III c. 1.) ha imprudentemente affermato, che Giuliano fu il solo Principe dopo Giulio Cesare, che arringò nel Senato. Tutti i predecessori di Nerone, (Tacit. Annal. XIII. 3) e molti de' suoi successori possederono la facoltà di parlare in pubblico; e si potrebbe provare con varj esempj, ch'essi l'esercitarono frequentemente in Senato.

[387.] Ammiano (XXII. 10.) ha imparzialmente narrati i meriti, ed i difetti delle sue processure giudiciali. Libanio (Orat. parent. c. 90. 91. p. 315.) ha veduto solo il lato buono, e la sua pittura, se adula la persona, esprime almeno i doveri del giudice. Gregorio Nazianzeno (Orat. IV. p. 120.) che sopprime le virtù, ed esagera eziandio i più piccoli difetti dell'apostata, trionfalmente domanda, se un tal giudice fosse atto a sedere fra Minosse e Radamanto ne' campi elisi.

[388.] Delle leggi, che Giuliano fece in un regno di sedici mesi, cinquantaquattro sono state ammesse ne' codici di Teodosio, e di Giustiniano (Gothofr. Chron. Leg. p. 64-67.) L'Ab. della Bleterie (T. II. p. 329-336.) ha scelto una di queste leggi per dare un'idea dello stile latino di Giuliano, ch'è forte ed elaborato, ma men puro del suo stile Greco.

[389.]

..... Ductor fortissimus armis;

Conditor et legum celeberrimus; ore manuque

Consultor patriae; sed non consultor habendae

Religionis; amans tercentum milia divum.

Perfidus ille Deo, sed non et perfidus orbi.

Prudent. Apotheos. 450. Sembra che la coscienza d'un sentimento generoso abbia innalzato il Poeta Cristiano sopra la solita sua mediocrità.

[390.] Io trascriverò alcune delle sue proprie espressioni, tolte da un breve discorso religioso, che compose il Pontefice Imperiale per censurare l'ardita empietà d'un Cinico. Αλλ’ ουως ουτω δη τιτουσ θεους πεφρικα, και φιλω, και σεβω, και αξομαι, και πανθ’ απλως τα τοιαυτα προς αυτους πασχω, οσαπερ αν τις και υια προς αγαθους δεσποτας, προς διδασκαλους, προς πατερας, προς κηδεμονας. Ma in tal maniera ho temuto ed amo, venero e rispetto gli Dei, e fo generalmente verso di loro tutto ciò che potrebbe farsi verso de' buoni padroni, de' maestri, de' padri, de' tutori. VII. p. 212. La varietà e la copia della lingua Greca non sembra sufficiente al fervore della sua devozione.

[391.] L'oratore con qualche eloquenza, con molto entusiasmo e con più vanità indirizza il suo discorso al cielo e alla terra, agli uomini e agli angeli, a' vivi ed a' morti, e specialmente al gran Costanzo ει τως αισθησις ec. se pure è capace di sentimento, inadequata espressione Pagana ec. Ei conclude, con ardita sicurezza, che ha eretto un monumento non meno durevole, e molto più maneggiabile delle colonne di Ercole. Vedi Greg. Naz. Orat. III. p. 50. IV. p. 134.

[392.] Vedasi questa lunga invettiva, ch'è stata con poco senno divisa in due Orazioni nelle Opere di Gregorio Tom. I p. 49-134. Parigi 1630. Fu pubblicata da Gregorio, e dal suo amico Basilio (IV. p. 133) circa sei mesi dopo la morte di Giuliano, quando fu trasportato il suo corpo a Tarso (IV. p. 120), mentre Gioviano era tuttora sul Trono (III. p. 54. IV. p. 117). Io ho tratto grand'aiuto da una traduzione Francese, e dalle note impresse a Lione nel 1735.

[393.] Nicomediae ab Eusebio educatus Episcopo, quem genere longius contingebat. Amminano XXII. 9. Giuliano non dimostra mai gratitudine alcuna verso l'Arriano Prelato; ma celebra l'eunuco Mardonio suo precettore, e descrive la sua maniera d'educarlo, che inspirò nell'allievo una forte ammirazione pel genio, e forse per la religione d'Omero. Misopogon p. 351. 352.

[394.] Gregor. Nazianz. III. p. 70. Egli procurò di cancellare quel santo segno nel sangue, forse, d'un Taurobolo. Baron. Annal. Eccl. an. 361. n. 3. 4.

[395.] Giuliano stesso (Epist. 51. p. 454.) assicura gli Alessandrini, ch'egli era stato Cristiano (deve intendere sincero) fino all'età di vent'anni.

[396.] Vedi la sua cristiana ed eziandio ecclesiastica educazione presso Gregorio (III. p. 58.), Socrate (l. II. c. 1.) e Sozomeno (IV. c. 2). Poco mancò che non fosse un Vescovo, e forse un Santo.

[397.] La parte dell'opera, ch'era toccata a Gallo, fu proseguita con vigore e buon successo; ma la terra ostinatamente rigettava e distruggeva le moli che s'erigevano dalla sacrilega mano di Giuliano. Greg. III. p. 59. 60. 61. Questo parzial terremoto, attestato da molti spettatori viventi, dovrebbe essere uno de' più chiari miracoli nell'Istoria Ecclesiastica.

[398.] Il Filosofo (Fragm. p. 288.) mette in ridicolo le catene di ferro di questi solitari fanatici (Vedi Tillemont. Mem. Eccl. Tom. IX. p. 661. 662.), che s'eran dimenticati, che l'uomo è di sua natura un animale gentile e socievole, ανθρωπου, φυσει πολιτικου ζωου και ἡμερτου. Il Pagano suppone ch'essi fossero posseduti e tormentati da' cattivi spiriti, perchè avevano rinunziato agli Dei.

[399.] Vedi Giuliano ap. Cirill. l. VI. p. 206. l. VIII. p. 253-262. Voi perseguitate, dic'egli, quegli Eretici, che non piangono l'uomo morto precisamente nel modo che voi approvate. Egli si dimostra tollerabil teologo; ma sostiene, che la Trinità Cristiana non è derivata dalla dottrina di Paolo, di Gesù, o di Mosè.

[400.] Liban. Orat. parent. n. 9. 10. p. 232. Greg. Naz. Orat. III, p. 61. Eunap. Vit. sophist. in Maximo p. 68. 69. 70. Edit. Commelin.

[401.] Un moderno Filosofo ha ingegnosamente paragonate le differenti operazioni del Teismo, e del Politeismo, rispetto al dubbio e alla persuasione che producono nello spirito umano. Vedi Hume Sagg. II. p. 444, 457 in 8. Edit. 1777.

[402.] La Madre Idea sbarcò in Italia verso il fine della seconda guerra Punica. Il miracolo di Claudia, vergine o matrona che fosse, la quale purgò la sua fama coll'infamar la più grave modestia delle Dame Romane, è attestato da una folla di testimonj. I loro attestati si son raccolti da Drakenborch (ad Sil. Ital. XVII. 33). Ma noi possiam osservare che Livio (XXIX. 14) passa sopra il fatto con prudente ambiguità.

[403.] Io non posso ritenermi dal trascrivere l'enfatiche parole di Giuliano: εμοι δε δοκει ταις πολεσι πιστευειν μαλλον τα τοιαυτα, ἡ τουτοισι τοις κουψοις, ων το ψυχαριον δριμυ μεν, υγεις δε ουδε ἑν βλεπει. A me sembra, che si debba credere in tali cose piuttosto alle città, che a questi faceti, lo spirito de' quali è acuto, ma non sano in discernere. Orat. V. p. 161. Giuliano similmente dichiara la ferma sua fede negli Ancili, o ne' sacri scudi che caddero dal Cielo sul colle Quirinale; e compassiona la strana cecità de' Cristiani, che preferivano la Croce a questi celesti trofei. Apud Cyrill. l. VI. p. 194.

[404.] Vedi i principj d'allegoria, appresso Giuliano (Orat. VII. p. 216. 222). Il suo ragionamento è meno assurdo di quello che alcuni moderni Teologi, i quali asseriscono, che una stravagante o contraddittoria dottrina dev'esser divina, mentre nessuna persona vivente avrebbe potuto pensare ad inventarla.

[405.] Eunapio ha fatto di questi Sofisti il soggetto d'una parziale e fanatica storia; ed il dotto Brucher (Hist. Phil. T. II. p. 217-303) ha impiegato molta fatica in illustrarne le oscure vite, e le incomprensibili dottrine.

[406.] Giuliano (Orat. VII. p. 222) giura con la più fervida ed entusiastica devozione; e trema per paura di parlar troppo di que' santi misteri, che i profani con un empio sardonico riso potrebber beffare.

[407.] Vedi la quinta Orazione di Giuliano. Ma tutte le allegorie, che mai uscirono dalla scuola Platonica, non uguagliano il breve poema di Catullo sul medesimo straordinario soggetto. Il passaggio d'Ati, dal più fiero entusiasmo al sobrio patetico lamento per l'irreparabil sua perdita, deve inspirar compassione ad un uomo, e disperazione ad un eunuco.

[408.] Può dedursi la vera religione di Giuliano da' Cesari (p. 308 con le note ed illustrazioni dello Spanemio), da' frammenti appresso Cirillo (l. II. p. 57. 58) e specialmente dalla orazione teologica in Solem Regem, indirizzata in confidenza al Prefetto Sallustio, suo amico.

[409.] Giuliano adotta questo grossolano sentimento, attribuendolo al suo favorito Marco Antonino (Caesar. p. 333.). Gli Stoici ed i Platonici esitavano fra l'analogia de' corpi e la purità degli spiriti; tuttavia i più gravi Filosofi inclinavano alla capricciosa fantasia d'Aristofane e di Luciano, che un secolo miscredente avrebbe potuto affamare gli Dei immortali. Vedi le Osservazioni dello Spanem, p. 284. 444.

[410.] Ηλιον λεγω, το ζων αγαλμα και εμψυχον, και εννουν, και αγαθοεργου τον γοκτον πατρος. Io chiamo il sole vivente, animata, ragionevole, e benefica immagine dell'intelligente padre. Juliano Epist. In un altro luogo (ap. Cyrill. l. II. p. 69) chiama il sole, Dio, e il trono di Dio. Giuliano credeva la Trinità Platonica, e solo biasimava i Cristiani, perchè preferissero un Logos mortale ad un immortale.

[411.] I sofisti d'Eunapio fanno tanti miracoli, quanti ne fanno i santi del deserto; e l'unica circostanza in lor favore è che sono d'un color men oscuro. In vece di diavoli con corna e code, Jamblico facea comparire i genj d'amore Eros e Anteros, da due vicine fontane. Due bei fanciulli uscivan fuori dall'acqua, lo abbracciavano teneramente qual padre, e si ritiravano al primo suo cenno, p. 26, 27.

[412.] Il destro maneggio di questi Sofisti, che facevan passare il loro credulo allievo dalle mani dell'uno a quelle dell'altro, è chiaramente riportato da Eunapio (p. 69. 76.) con non sospetta semplicità. L'Ab. della Bleterie ha intesa ed elegantemente descritta tutta questa commedia Vie de Julien, p. 61-67.

[413.] Quando Giuliano, in un momentaneo timor panico che lo sorprese, si fece il segno della croce, i demonj subito sparirono (Greg. Naz. Orat. III. p. 71). Gregorio suppone, che si fossero spaventati, ma i Sacerdoti dichiararono che si erano sdegnati. Il lettore potrà, secondo il grado della sua fede, decidere questa profonda questione.

[414.] Danno un'oscura e lontana idea de' terrori e de' piaceri dell'iniziazione Dion Grisostomo, Temistio, Proclo, e Stobeo. Il dotto autore della Divina Legazione ha riferito le loro parole (Vol. I. p. 239. 247. 248. 280. ed. 1765.) che esso destramente o forzatamente applica alla sua ipotesi.

[415.] La modestia di Giuliano limitossi ad oscuri ed accidentali cenni; ma Libanio distendesi con piacere ne' digiuni e nelle visioni del religioso eroe. Legat. ad Julian. p. 157 e Orat. parent. c. 85. p. 309, 310.

[416.] Libanio Orat. parent. c. 10. p. 233, 234. Gallo aveva qualche motivo di sospettare dell'apostasia segreta di suo fratello, ed in una lettera, che può ammettersi per genuina, esorta Giuliano ad aderire alla religione de' loro Maggiori. Questo era un argomento, che, per quanto sembra, non calzava ancora perfettamente. Vedi Giuliano Op. p. 454 ed Hist. ae Jovien. Tom, II. p. 141.

[417.] Gregorio (III. p. 50) con zelo inumano censura Costanzo per aver risparmiato l'apostata fanciullo κακως σωθεντα malamente salvato. Il suo traduttore Francese (p. 265) cautamente osserva, che tali espressioni non debbon prendersi alla lettera.

[418.] Libanio Orat. parent. c. IX. p. 233.

[419.] Fabricio (Bibl. Graec. l. V. c. VIII. p. 88, 90) e Lardner (Testim. Pagan. Vol. IV. p. 44-47) hanno esattamente raccolto tutto ciò che ora può trovarsi delle opere di Giuliano contro i Cristiani.

[420.] Circa settant'anni dopo la morte di Giuliano egli eseguì un'impresa, che s'era debolmente tentata da Filippo di Sidone, prolisso e disprezzabile autore; ma neppur l'opera di Cirillo ha interamente soddisfatto i giudici più favorevoli; e l'Ab. della Bleterie (Pref. a l'Hist. de Jovien. pag. 30-32) desidera, che qualche Teologo filosofo (strano centauro) intraprenda la confutazione di Giuliano.

[421.] Libanio (Orat. parent. c. 87 p. 313) contro di cui vi è stato il sospetto, che aiutasse il suo amico, preferisce la divina sua apologia (Orat. IX in necem Julian. p. 255 Ed. Morel.) agli scritti di Porfirio. Si può attaccare il giudizio di Libanio (Socrat. l. III c. 23) ma non accusar lui d'adulazione verso un Principe defunto.

[422.] Libanio (Orat. parent. c. 58. p. 283, 284) ha eloquentemente spiegato i principj tolleranti e la condotta dell'Imperiale suo amico, e Giuliano stesso in una molto notabile epistola al popolo di Bostra (Epist. 52) protesta la sua moderazione, e tradisce il suo zelo, ch'è riconosciuto da Ammiano, ed esposto da Gregorio (Orat. III p. 72).

[423.] In Grecia s'aprirono per espresso comando di lui i tempj di Minerva, prima della morte di Costanzo (Liban. Orat. parent. c. 55 p. 280), e Giuliano stesso si dichiarò Pagano nel pubblico suo manifesto agli Ateniesi. Questa indubitabile prova può correggere l'inconsiderata asserzione di Ammiano, il quale suppone che Costantinopoli fosse il luogo, dove egli scuoprì il suo attaccamento agli Dei.

[424.] Ammiano XXII. 5. Sozomeno l. V. c. 5. Bestia moritur, tranquillitas redit... omnes Episcopi, qui de propriis sedibus fuerant exterminati, per indulgentiam novi Principis ad Ecclesias redeunt. Girol. adv. Lucifer. Tom. II p. 143. Ottato rimprovera a' Donatisti d'esser debitori della loro salvezza ad un apostata (l. II. c. 16 p. 36, 37, Edit. Dupin).

[425.] La restaurazione del Culto Pagano è descritta da Giuliano (Misopogon p. 346), da Libanio (Orat. parent. c. 60. p. 286. 287. e Orat. Consul. ad Julian. p. 245. 246. edit. Morel.) da Ammiano (XXII. 12.), e da Gregorio Nazianzeno (Orat. IV. p. 121). Questi Scrittori convengono nella sostanza ed anche ne' fatti minuti; ma i differenti aspetti, ne' quali vedevano l'estrema divozione di Giuliano, esprimono diversi gradi d'amor proprio, d'appassionata ammirazione, di dolce disapprovazione e di parzial invettiva.

[426.] Vedi Giuliano (Epist. 49. 62. 63) ed un lungo e curioso frammento senza principio nè fine (p. 288. 305). Il pontefice Massimo deride la storia Mosaica e la disciplina Cristiana, preferisce i Poeti Greci a' Profeti Ebrei, e dissimula coll'arte d'un Gesuita, il culto relativo delle immagini.

[427.] L'esultazione di Giuliano (p. 301) perchè s'estinguessero quest'empie Sette ed anche i loro scritti, può essere assai coerente al carattere Sacerdotale; ma è indegno d'un Filosofo il desiderare, che si celasse agli occhi del genere umano alcuna opinione o argomento anche il più ripugnante al proprio sentire.

[428.] Insinua però che i Cristiani, sotto pretesto di carità, involavano i fanciulli alla lor religione ed a' loro genitori, li trasportavano sopra navi, e condannavano queste vittime ad una vita di povertà o di servitù in un remoto paese (p. 305). Se l'accusa fosse stata provata, il suo dovere non era di dolersi, ma di punire.

[429.] Gregorio Nazianzeno è faceto, ingegnoso ed arguto (Orat. III. p. 101, 102. ec.) Egli pone in ridicolo la follia di tal vana imitazione, e si diverte ad investigare quali morali o teologiche lezioni potrebbero trarsi dalle favole Greche.

[430.] Egli accusa uno de' suoi Pontefici d'una segreta lega co' Vescovi e Preti Cristiani. Epist. 69. Ορων ουν πολλην μεν ολιγωριαν ουσων ημιν προς τους θεους, vedendo pertanto che in noi si trova molta negligenza verso gli Dei; e di nuovo ημας δε ουτω ραθυμως; che noi così languidamente ec. Ep. 63.

[431.] Ei loda la fedeltà di Callissene, Sacerdotessa di Cerere, ch'era stata due volte costante come Penelope, e la rimunera col Sacerdozio della Dea Frigia a Pessino (Giuliano Epist. 21). Applaude alla fermezza di Sopatro di Jerapoli, che più volte da Costanzo e da Gallo era stato stimolato ad apostatare (Epist. 27. p. 401).

[432.] Ο δε νομιζων αδελφα λογους τε και θεων ιερα: stimando congiunti fra loro i raziocinj ed i misteri degli Dei. Orat. parent. c. 77, p. 302. Viene inculcato spesse volte il medesimo sentimento da Giuliano, da Libanio, e dagli altri del loro partito.

[433.] Ammiano (XXII. 12) espone elegantemente la curiosità e credulità dell'Imperatore, che approvava ogni specie di divinazione.

[434.] Giuliano Epist. 38. Sono indirizzate al filosofo Massimo le altre tre lettere 15, 16 e 39 col medesimo stile d'amicizia e di confidenza.

[435.] Eunapio (in Massimo p. 77. 78. 79 et in Chrysanthio p. 147. 148) ha minutamente riportati questi aneddoti, ch'ei crede i fatti più importanti di quel tempo. Nondimeno ingenuamente confessa la fragilità di Massimo. Il suo ricevimento a Costantinopoli è descritto da Libanio (Orat. parent. c. 86. p. 301) e da Ammiano (XXII. 7).

[436.] Crisantio, che avea ricusato di partir dalla Lidia, fu creato sommo Sacerdote della Provincia. Il cauto e moderato uso che fece del suo potere, l'assicurò dopo la rivoluzione, e visse in pace, mentre Massimo, Prisco ec. furon perseguitati da' ministri Cristiani. Vedi le avventure di que' fanatici sofisti, raccolte dal Brucker T. II. 281-293.

[437.] Vedi Libanio (Orat. parent. c. 101. 102. p. 324. 325. 326.) ed Eunapio (Vit. Sophista. in Proderesio. p. 126). Alcuni studenti, le speranze de' quali erano forse mal fondate o stravaganti, si ritirarono disgustati (Greg. Nazianz. Orat. IV. p. 120). Egli è strano, che non possiamo essere in grado di contraddire al titolo d'un capitolo di Tillemont (Hist. des Emper. Tom. IV. p. 960.) «La cour de Julien est pleine de philosophes et de gens perdus».

[438.] Durante il regno di Luigi XIV. i suoi sudditi d'ogni ordine aspiravano al glorioso titolo di Convertisseur, che esprimeva lo zelo e successo loro in far de' proseliti. Sì la parola, che l'idea in Francia sono presentemente antiquate. Possano in Inghilterra non trovare accesso giammai!

[439.] Vedansi le forti espressioni di Libanio, ch'erano probabilmente quelle di Giuliano medesimo (Orat. parent. c. 59. p. 285.)

[440.] Quando Gregorio Nazianzeno (Orat. X. p. 167.) vuol magnificare la fermezza Cristiana di Cesario suo fratello, medico alla Corte Imperiale, confessa che Cesario disputò con un formidabile avversario, πολυν εν οπλοις, και μεγαν εν λογων δεινοτητι abbondante di armi, e grande nella forza del discorso. Nelle sue invettive appena concede alcuna dose d'ingegno o di coraggio all'apostata.

[441.] Giuliano Epist. 38. Ammiano XXII. 12. Adeo ut in dies poene singulos milites carnis distentiore sagina victitantes incultius, potusque aviditate correpti humeris impositi transeuntum per plateas ex publicis aedibus... ad sua diversoria portarentur. Tanto il devoto Principe, quanto lo sdegnato Istorico descrivono la medesima scena; e nell'Illirico non meno che in Antiochia simili cause debbono avere prodotto simili effetti.

[442.] Gregor. (Orat. III p. 74. 75. 83. 86) e Libanio (Orat. parent. c. 81, 82, p. 307, 308) περι ταυτην την σπουδην ουκ αρνουμαι πλουτον ανηλωσται μεγαν; per tale ardore nego essersi spese grandi somme. Il sofista confessa e giustifica la spesa di queste militari conversioni.

[443.] La lettera XXV di Giuliano è indirizzata alla comunità degli Ebrei. Aldo (Venet. 1499) l'ha notata con un ει γνησιον, se genuina; ma di tal taccia è stata giustamente liberata da' seguenti Editori Petavio e Spanemio. Fa menzione di questa lettera Sozomeno (l. V. c. 22) ed il senso di essa vien confermato da Gregorio (Orat. IV. p. 111) e da Giuliano medesimo (Fragmen. p. 295).

[444.] Il Misnah determinava la morte contro quelli che abbandonavano il fondamento. Il giudizio di zelo è spiegato dal Marsham (Canon. Chron. p. 161 162. Edit. fol. Lond. 1672) e dal Basnagio (Hist. des Juifs T. VIII. p. 120). Costantino fece una legge per proteggere i Cristiani convertiti dal Giudaismo. Cod. Theod. lib. XXI. Tit. VIII. leg. 1. Gothofred. Tom. VI. p. 215.

[445.] Et interea (nel tempo della guerra civile di Magnenzio) Judaeorum seditio, qui Patricium nefarie in regni speciem sustulerunt, oppressa; Aurel. Vittor. in Constantio c. 42. Vedi Tillemont Hist. des Emper. T. IV. p. 379. in 4.

[446.] La città e la sinagoga di Tiberiade sono curiosamente descritte da Reland. Palestin. Tom. II. p. 1036-1042.

[447.] Il Basnagio ha pienamente illustrato lo stato degli Ebrei sotto Costantino ed i suoi successori. Tomo VIII. c. IV. p. 111-155.

[448.] Reland (Palest. l. I. p. 309, 390. l. III. p. 838.) descrive con erudizione e chiarezza Gerusalemme, e l'aspetto dell'addiacente paese.

[449.] Ho consultato un raro e curioso trattato del Danville Sur l'ancienne Jerusalem. Paris 1747. p. 75. La circonferenza dell'antica città (Euseb. Praepar. Evang. l. IX. c. 36.) era di 27. stadi, o di 2550. tese francesi. Una pianta presa sul luogo, non ne assegna più di 1980. alla moderna città. Il recinto vien determinato da segni naturali che non possono sbagliarsi o rimuoversi.

[450.] Vedi due curiosi passi appresso Girolamo Tom. I. p. 102. Tom. VI. p. 315. e le molte particolarità riferite dal Tillemont (Hist. des Emper. Tom. I. p. 509. Tom. II. 289. 294. ed. in 4).

[451.] Euseb. in Vit. Constant. l. III. c. 25-47. 51-53. L'Imperatore fabbricò similmente delle Chiese a Betlemme, sul monte Oliveto, ed alla quercia di Mambre. Il Santo Sepolcro è descritto da Sandys (Viag. p. 125. 133), e curiosamente disegnato dal Le Bruyn (Voyage au Levant. p. 288-296).

[452.] L'itinerario da Bordò a Gerusalemme fu composto nell'anno 333 per uso de' pellegrini, fra' quali Girolamo (Tom. I. p. 126) conta Brettoni ed Indiani. Le cause di questa religiosa moda son discusse nella dotta e giudiziosa prefazione di Wesseling (Itiner. p. 537-545).

[453.] Cicerone (de Finib. V. 1.) ha espresso elegantemente il senso comune degli uomini.

[454.] Il Baronio (Annal. Eccl. an. 326. n. 42-50.) ed il Tillemont (Mem. Eccl. Tom. VII. p. 8-16) sono gl'Istorici ed i campioni della miracolosa invenzione della croce nel regno di Costantino. Le loro più antiche testimonianze son tratte da Paolino, da Sulpicio Severo, da Ruffino, da Ambrogio, e forse da Cirillo di Gerusalemme. Il silenzio d'Eusebio e del pellegrino di Bordò soddisfanno alcuni e rendon altri perplessi. Vedi le notabili osservazioni di Jortin Vol. II p. 238. 248.

[455.] S'asserisce tal moltiplicazione da Paolino (Epist. 36.). Vedi Dupin (Bibl. Eccles. Tom. III. p. 149), il quale sembra estendere un ornamento oratorio di Cirillo ad un fatto reale. Il medesimo soprannatural privilegio dev'essersi comunicato al latte della Vergine; (Erasmi Opera T. I. p. 378. Lugd. Batav. 1703 in colloq. de peregr. relig. ergo), alle teste de' Santi; e ad altre reliquie, che si trovano replicate in tante Chiese diverse.

[456.] Girolamo (T. I. p. 103), che dimorava nel vicino villaggio di Betlemme, descrive per propria esperienza i vizi di Gerusalemme.

[457.] Gregorio Nissen. ap. Vesseling. p. 539. Tutta quell'epistola, che condanna o l'uso o l'abuso de' religiosi pellegrinaggi, è incomoda pe' teologi Cattolici, laddove riesce grata e famigliare a' polemici Protestanti.

[458.] Ei rinunziò alla sua ordinazione ortodossa, uffiziò come Diacono, e fu riordinato dalle mani degli Arriani. Ma in seguito Cirillo cangiò col tempo, e prudentemente si uniformò alla fede Nicena. Il Tillemont (Mem. Eccl. Tom. VIII.) che tratta la memoria di Cirillo con tenerezza e rispetto, ha inserito nel testo le sue virtù, e nelle note, con una decente oscurità, i suoi difetti.

[459.] Imperii sui memoriam magnitudine operam gestiens propagare. Ammiano XXIII. 1. Il tempio di Gerusalemme era stato famoso anche fra' Gentili. Questi avevano molti tempj in ogni città (cinque in Sichem, otto in Gaza, a Roma quattrocento ventiquattro); ma la ricchezza e la religione della nazion Giudaica eran tutte concentrate in un luogo.

[460.] S'espongono le segrete intenzioni di Giuliano dal fu Vescovo di Glocester, l'erudito e dogmatico Warburton, che coll'autorità d'un Teologo prescrive i motivi e la condotta dell'Esser supremo. Il discorso intitolato Giuliano (2. Ediz. Lond. 1751) contiene in sommo grado tutte le particolarità imputate alla scuola Warburtoniana.

[461.] Io mi difendo coll'autorità di Maimonide, di Marsham, di Spencer, di le Clerc, di Warburton ec., che hanno elegantemente deriso i timori, la follia e la falsità di alcuni superstiziosi Teologi. Vedi Div. Legat. vol. IV. p. 25.

[462.] Giuliano (Fragm. p. 295) lo chiama rispettosamente μεγας θεος grande Dio, ed altrove (Epist. 63) lo rammenta con sempre maggior riverenza. Ei condanna doppiamente i Cristiani, e perchè credevano, e perchè rinunziavano la religione degli Ebrei. La loro Divinità era secondo esso il vero, ma non l'unico Dio. Ap. Cyrill. l. IX p. 305.

[463.] I. Reg. VIII. 63. II. Numer. VII. 5. Joseph. Antiq. Jud. l. VIII, c. 4. p. 431. edit. Havercamp. Siccome il sangue ed il fumo di tante ecatombe sarebbe stato inconveniente, il Cristiano Rabbino Lightfoot se ne sbriga con un miracolo. Le Clerc (in quei luoghi) ardisce di sospettare della fedeltà de' numeri.

[464.] Juliano Epist. XXIX, XXX. La Bleterie ha trascurato di tradurre la seconda di queste lettere.

[465.] Vedi lo zelo e l'impazienza degli Ebrei appresso Gregorio Nazianzeno (Orat. IV. v. 111.) e Teodoreto (l. III. c. 20).

[466.] Fabbricata da Omar, secondo Califfo, che morì l'anno 644. Questa gran Moschea occupa tutto il sacro terreno del tempio Giudaico; e forma quasi un quadrato di 760 tese, o un miglio Romano in circonferenza. Vedi Danville Jerusalem. p. 45.

[467.] Ammiano rammenta i Consoli dell'anno 363 avanti di procedere a far menzione de' pensieri di Giuliano: Templum instaurare sumptibus cogitabat immodicis. Warburton ha un segreto desiderio d'anticiparne il disegno; ma deve avere appreso da' più antichi esempi, che l'esecuzione di tal opera avrebbe richiesto molti anni.

[468.] Le successive testimonianze di Socrate, di Sozomeno, di Teodoreto, di Filostorgio ec. aggiungono contraddizioni anzi che autorità. Si confrontino le obbiezioni di Basnagio (Hist. des Juifs, Tom. VIII. p. 157. 168.) con le risposte di Warburton (Julian. p. 174. 258). Il Vescovo ha spiegato ingegnosamente le croci miracolose, che apparivano sulle vesti degli spettatori per mezzo d'un simil esempio e de' naturali effetti del baleno.

[469.] Ambrog. Tom. II. Epist. 40. p. 946. Edit. Bened. Egli compose questa lettera l'anno 388 per giustificare un Vescovo ch'era stato condannato dal Magistrato civile per aver bruciato una sinagoga.

[470.] Grisostomo Tom. I. p. 580 adv. Judaeos et Gent. T. II. p. 574. de S. Babyla Edit. Montfaucon. Io ho seguitato la comune e naturale supposizione; ma il dotto Benedettino, che riferisce la composizione di questi sermoni all'an. 383, crede che non fosser mai pronunziati dal pulpito.

[471.] Gregor. Nazianzeno Orat. IV. p. 110. 113. Το δε ουν περιβοητον πασι θαυμα και ουδε τοις αθεοις αυτοις απιστουμενον λεξων ερχομαι. Intraprendo a narrare adunque tal prodigio noto a tutti, e neppure negato dagli stessi infedeli.

[472.] Ammiano XXIII. 1. Cum itaque rei fortiter instaret Alypius, juvaretque Provinciae rector, metuendi globi flammarum prope fundamenta crebris assultibus erumpentes fecere locum exustis aliquoties operantibus inaccessum: hocque modo elemento destinatius repellente, cessavit inceptum. Warburton s'affatica d'estorcere (p. 60. 90.) una confessione del miracolo dalla bocca di Giuliano e di Libanio, e di servirsi della testimonianza d'un Rabbino, che visse nel XV Secolo. Tali prove non possono ammettersi che da un giudice ben favorevole.

[473.] Il Dottor Lardner è forse il solo fra' critici Cristiani ad osare di porre in dubbio la verità di questo famoso miracolo. Testim. Giudaic. Pag. Vol. IV. p. 47. 71. Il silenzio di Girolamo condurrebbe a sospettare, che potesse dispregiarsi sul luogo quella medesima storia ch'era celebre in lontananza.

[474.] Greg. Nazianz. Orat. III. p. 81. E questa legge fu confermata dalla pratica invariabile dell'istesso Giuliano. Warburton ha giustamente osservato (p. 35) che i Platonici credevano nella misteriosa virtù delle parole: ed il contraggenio di Giuliano pel nome di Cristo potea procedere da superstizione ugualmente che da disprezzo.

[475.] Juliano Fragm. p. 288. Ei deride la μορια αλιλαιων stoltezza dei Galilei; (Epist. 7) e perde tanto di vista i principj di tolleranza, che brama, Epist. 42. ακοντας ιασθαι, medicarli contro lor voglia.

[476.] Ου γαρ μοι θεμις εστι χομιζεμεν, η ελεαιρειν Ανδρας οι και θεοισιν απεχθωντ’ αθανατοισιν. Poichè non mi è permesso d'aver cura o misericordia di uomini, che sono odiosi agli Dei immortali. Questi due versi, che Giuliano ha cangiati e pervertiti nel vero spirito d'un superstizioso (Epist. 49) son presi dal discorso d'Eolo, che ricusa di accordare ad Ulisse un nuovo aiuto di venti (Odyss. X. 73). Libanio (Orat. parent. c. 59. p. 286.) tenta di giustificare questa parziale condotta con un'apologia, in cui si travede la persecuzione attraverso la maschera del candore.

[477.] Queste leggi sopra il Clero si posson vedere ne' leggieri cenni, che ne ha dato Giuliano medesimo (Epist. 52.), nelle vaghe declamazioni di Gregorio (Orat. III. p. 86. 87), e nelle positive asserzioni di Sozomeno l. V. c. 5.

[478.] Inclemens, perenni obruendum silentio. Ammiano XXII. 10. XXV. 5.

[479.] Può confrontarsi l'editto medesimo, che tuttavia sussiste nella 42 fra le lettere di Giuliano, con le libere invettive di Gregorio (Orat. III. p. 96). Il Tillemont (Mem. Eccl. VII. pag. 96) ha raccolto le apparenti differenze fra gli antichi ed i moderni. Possono però facilmente conciliarsi fra loro. A' Cristiani fu direttamente proibito d'insegnare, ed indirettamente d'apprendere, mentre non avrebbero mai frequentato le scuole de' Pagani.

[480.] Cod. Theod. lib. XIII. Tit. III. de medicis et professor. leg. 5. (pubblicata li 17 Giugno, ricevuta a Spoleti, in Italia il 29 Luglio dell'anno 363) con le illustrazioni del Gottofredo, Tom. V. p. 31.

[481.] Orosio celebra la lor disinteressata risoluzione. Sicut a majoribus nostris compertum habemus, omnes ubique propemodum.... officium quam fidem deserere maluerunt. VII. 30. Proeresio, Sofista Cristiano ricusò d'accettare il parzial favore dell'Imperatore. Hieronym. in Chron. p. 185 ed. Scalig. Eunap. in Proaeresio p. 126.

[482.] Essi ricorsero all'espediente di comporre libri per le loro scuole. In pochi mesi Apollinare pubblicò le sue Cristiane imitazioni d'Omero (Istoria sacra in 4 libri), di Pindaro, d'Euripide e di Menandro; e Sozomeno è persuaso, ch'esse uguagliassero o superassero gli originali.

[483.] Tal era l'istruzione di Giuliano a' suoi Magistrati Epist. 7 προτιμασθαι μεν τοι τους θεοσεβεις και πανυ φημι δειν dico che si debbano onninamente preferire quelli che venerano gli Dei. Sozomeno (l. V. c. 18) e Socrate (l. III. c. 13) esser debbon ridotti alla misura di Gregorio (Orat. III. p. 195), non in vero meno proclive ad esagerare, ma più ritenuto per l'attual cognizione de' lettori del suo tempo.

[484.] ψηφω θεων και διδυς και ην διδυς. Dando e non dando secondo il suffragio degli Dei. Liban. Orat. parent. c. 88, pag. 314.

[485.] Gregor. Nazianzen. Orat. III. p. 74, 91, 92. Socrate l. III. c. 4. Teodoreto l. III. c. 6. Può accordarsi però qualche tara alla violenza del loro zelo non meno parziale di quello di Giuliano.

[486.] Se paragoniamo il moderato linguaggio di Libanio (Orat. parent. c. 60, p. 286) con le forti esclamazioni di Gregorio (Orat. III p. 86, 87) sarà difficile di persuaderci che i due Oratori veramente descrivano i medesimi fatti.

[487.] Restan, o Aretusa, posta in ugual distanza di sedici miglia fra Emesa (Hems) ed Epifania (Hamath) fu fondata, o almeno nominata da Seleucio Nicatore. La particolare sua Era incomincia dall'anno 685 di Roma secondo le medaglie della città. Nella decadenza de' Seleucidi, Emesa ed Aretusa furono usurpate dall'Arabo Sampsiceramo, la posterità del quale, divenuta vassalla di Roma, non era anche estinta nel regno di Vespasiano. Vedi Danville Carte, e geogr. antic. Tom. II p. 134. Wesseling. Itinerar. p. 188 e Noris Epoch. Syro Maced. p. 80, 481, 482.

[488.] Sozomeno l. V. c. 10. Fa maraviglia che Gregorio e Teodoreto abbian soppresso una circostanza, che, a' loro occhj, doveva far crescer di pregio il religioso merito del Confessore.

[489.] I patimenti e la costanza di Marco, che Gregorio ha sì tragicamente rappresentato (Orat. III. p. 88-91) si confermano dall'indubitabile e forzata testimonianza di Libanio. Μαρκος εκεινος κρεμαμενος και μαστιγουμενος, και του πωγωνος αυτω τιλλομενου, παντα ενεγκων ανδρειως νυν ισοθεος εστι ταις τιμαις, καν φανη που περιμαχητος ευθυς; quel Marco essendo stato sospeso e battuto, ed essendogli stata svelta la barba, fortemente avendo tutto sofferto, adesso è onorato come un Dio, e dovunque si trovi, con ardore si combatte pel favore di lui. Epist. 730. p. 350. 351. Ed. Wolf. Amstel. 1713.

[490.] Περιμαχητος: intorno a cui si contende; certatim eum sibi (Christiani) vindicant. In tal modo Lacroze e Volfio (ivi) hanno spiegato un vocabolo Greco, di cui non s'era capito il vero senso dagl'Interpreti antecedenti e neppure dal Le Clerc (Bibl. ant. et mod. Tom. III. p. 371). Contuttocciò il Tillemont in strana guisa tormentasi per capire (Mem. Eccl. Tom. VII. p. 1309) come Gregorio e Teodoreto potessero prender per santo un Vescovo Semi-arriano.

[491.] Vedi il ragionevol consiglio di Sallustio (Gregorio Nazianzeno Orat. III. 90. 91). Libanio intercede in favore di un simile reo, per timore di trovar molti Marchi; pure conviene, che se Orione avea realmente nascosto i beni sacri, meritava d'esser condannato al gastigo di Marsia, cioè d'essere scorticato vivo. Ep. 730. p. 349, 351.

[492.] Gregorio (Orat. III. p. 90), è persuaso, che salvando l'Apostata, Marco avea meritato molto peggio di quello che aveva sofferto.

[493.] Il bosco ed il tempio di Dafne son descritti da Strabone (l. XVI. p. 1089, 1090 ed. Amstel. 1707), da Libanio (Naenia p. 185. 188. Antioch. Orat. XI. p. 380, 581. ec.) e da Sozomeno (l. v. c. 19). Wesseling (Itin. p. 581), e Casaubono (ad Hist. Aug. p. 64) illustrano questo curioso soggetto.

[494.] Simulacrum in eo Olympiaci Jovis imitamenti aequiparans magnitudinem. Ammiano XXII. 13. Il Giove Olimpico era alto sessanta piedi, e la sua mole per conseguenza era uguale a quella di mille uomini. Vedi una curiosa memoria dell'Ab. Gedoyn Acad. des Inscr. Tom. IX. p. 198.

[495.] Adriano lesse l'istoria della sua futura grandezza sopra una foglia immersa nel fonte Castalio: artificio, che secondo il medico Vandale (de Oraculis 281, 282) per mezzo di chimiche preparazioni può facilmente eseguirsi. L'Imperatore turò la sorgente di tal pericolosa cognizione, la quale fu riaperta dalla devota curiosità di Giuliano.

[496.] Fu acquistato l'anno di Cristo 44 ed il 92 dell'era di Antioco (Noris Epoc. Syr. Maced. p. 139-174) per il termine di novanta olimpiadi. Ma non furon celebrati regolarmente i giuochi olimpici d'Antiochia fino al regno di Commodo. Vedine le curiose particolarità nella cronica di Gio. Malala (Tom. I. p. 290, 320, 370, 381) scrittore, il merito e l'autorità del quale si ristringono a' limiti della sua patria.

[497.] Quindici talenti d'oro, lasciati da Sosibio, che morì al tempo d'Augusto. Si riferiscono i meriti teatrali delle città della Siria nel secolo di Costantino nell'Expositio totius mundi p. 6. (Hudson Geogr. min. Tom. III.).

[498.] Avidio Cassio Syriacas legiones dedi luxuria diffluentes, et Daphnicis moribus. Queste sono le parole dell'Imperatore Marco Antonino in una lettera originale conservataci dal suo Biografo (in Hist. Aug. p. 41). Cassio licenziò o punì ogni soldato che fosse veduto a Dafne.

[499.] Aliquantum agrorum Daphnensibus dedit (Pompeo) quo lucus ibi spatiosior fieret, delectatus amoenitate loci, et aquarum abundantia, Eutrop. VI. 14. Sext. Ruf. de Provinc. c. 16.

[500.] Giuliano (Misopogon. p. 361. 362) scuopre il suo carattere con quella naturalezza, con quella inavveduta semplicità, che sempre costituisce la vera fantasia.

[501.] Babila è rammentato da Eusebio nella successione dei Vescovi d'Antiochia (Hist. Eccl. l. VI. c. 29. 30). Vien diffusamente celebrato da Grisostomo (Tom. II. p. 536. 579. ed. Montfaucon.) il suo trionfo sopra due Imperatori (il primo favoloso, ed il secondo istorico). Il Tillemont (Memoir. Ecclesiast. Tom. III. p. II. p. 287. 302. 459. 465.) diviene quasi scettico.

[502.] I Critici Ecclesiastici, particolarmente quelli che amano le reliquie, esultano per la confessione di Giuliano (Misopogon p. 361) e di Libazio (Naen. pag. 785) che Apollo fosse disturbato dalla vicinanza d'un uomo morto. Ammiano però (XXII. 12.) fa mondare e purificare tutto il terreno secondo i riti che usaron anticamente gli Ateniesi nell'isola di Delo.

[503.] Giuliano, in Misopogon p. 361, insinua, piuttosto che affermi il loro delitto. Ammiano (XXII. 13), tratta quest'imputazione come levissimus rumor, e riferisce l'istoria con estremo candore.

[504.] Quo tam atroci casu repente consumpto, ad id usque Imperatoris ira provexit, ut quaestiones agitare juberet solito acriores (Giuliano però biasima la mollezza de' Magistrati d'Antiochia) et majorem Ecclesiam Antiochiae claudi. Tale interdetto fu eseguito con alcune circostanze d'indegnità e di profanazione; e l'opportuna morte dello zio di Giuliano, attore principale, si riferisce con molto superstiziosa compiacenza dall'Ab. della Bleterie. Vie de Julien pag. 362, 569.

[505.] Oltre gl'Istorici Ecclesiastici, che debbono essere più o meno sospetti, possiamo allegare la passione di S. Teodoro negli Atti sinceri di Ruinart p. 591. Il lamento di Giuliano le dà un'aria originale ed autentica.

[506.] Juliano Misopogon p. 361.

[507.] Vedi Greg. Naz. Orat. III. p. 87. Sozomeno (l. V. c. 9) può considerarsi come un testimone originale, quantunque non imparziale. Egli era nativo di Gaza, ed aveva conversato col Confessore Zenone, Vescovo di Majuma, che visse fino all'età di cent'anni (l. VII. c. 28). Filostorgio (l. VII. c. 14. colle Dissertazioni del Gottofredo p. 284), aggiunge alcune tragiche circostanze di Cristiani, che furono letteralmente sacrificati sugli altari degli Dei ec.

[508.] La vita e morte di Giorgio di Cappadocia sono descritte da Ammiano (XXII. 11.), da Gregorio Nazianzeno (Orat. XXI. p. 382. 385. 389. 390.) e da Epifanio (Haeres. 70). Le invettive de' due Santi non meriterebbero molta fede, se confermate non fossero dalla testimonianza del freddo ed imparziale Pagano.

[509.] Dopo l'uccisione di Giorgio, l'Imperator Giuliano più volte ordinò, che se ne conservasse la libreria per uso suo, e che si torturassero gli schiavi, che potessero esser sospetti d'aver occultato qualche libro. Ei loda il merito della collezione, da cui avea prese in prestito e trascritte molte opere, quando faceva i suoi studi in Cappadocia. Avrebbe in vero desiderato, che perissero le opere de' Galilei; ma richiese un esatto conto anche di quei Teologici Volumi, affinchè non si perdesser con essi altri pregevoli trattati. Juliano Epist. IX. XXXIV.

[510.] Filostorgio con cauta malizia indica la loro colpa; και του Αθανασιου γνωμην στρατηγισαι της πραξεως e che il consiglio d'Atanasio diresse quel fatto lib. VII. c. 2. Gottofred. pag. 267.

[511.] Cineres projecit in mare, id metuens, ut clamabat, ne, collectis supremis, aedes illis extruerent; ut reliquis, qui deviare a religione compulsi, pertulere cruciabiles poenas, ad usque gloriosam mortem intemerata fide progressi, et nunc Martyres appellantur. Ammiano XXII. 11. Epifanio prova agli Arriani, che Giorgio non fu martire.

[512.] Alcuni Donatisti (Optat. Millev. p. 60. 307. Ed. Dupin. e Tillemont Mem. Eccles. Tom. VI. p. 713 in 4.) e Priscillianisti (Tillemont. T. VIII. p. 516.) hanno in simile guisa usurpato gli onori di martiri e di santi Cattolici.

[513.] I Santi della Cappadocia, Basilio ed i Gregorj, non furono informati del Santo loro compagno. Il Papa Gelasio, il primo fra' Cattolici, che riconosca S. Giorgio (nell'an. 494.), lo pone fra' martiri «qui Deo magis quam hominibus noti sunt». Rigetta i suoi atti, come opera d'Eretici. Tuttavia sussistono alcuni, forse non i più antichi dagli atti spurj, ed a traverso una nuvola di finzioni possiamo anche scorgere il combattimento che S. Giorgio di Cappadocia sostenne in presenza della Regina Alessandra, contro il Mago Atanasio.

[514.] Non si dà questa trasformazione come assolutamente certa, ma com'estremamente probabile. Vedi Lengueruana Tom. I. p. 194.

[515.] Si potrebbe trarre una curiosa storia del culto di S. Giorgio fino dal sesto secolo (in cui era già venerato nella Palestina e nell'Armenia, in Roma ed a Treveri nella Gallia) dal Dottor Heylin Istor. di S. Giorg. 2. Ediz. Lond. 1633. in 4. p. 429. e da' Bollandisti Act. SS. Mens. April. Tom. III. p. 100-163. La sua fama e popolarità in Europa, e specialmente in Inghilterra, provenne dalla Crociate.

[516.] Juliano Epist. 43.

[517.] Juliano Ep. X. Egli permetteva agli amici di calmare la sua collera. Ammiano XXII. 11.

[518.] Vedasi Atanasio ad Rufin. Tom. II. p. 40, 41. e Greg. Nazianz. (Orat. III. p. 395, 396) il quale giustamente stabilisce, che fu il moderato zelo del Primato più meritorio dello sue preghiere, de' suoi digiuni, delle sue persecuzioni ec.

[519.] Io non ho tempo di seguire la cieca ostinazione di Lucifero di Cagliari. Vedansi le sue avventure nel Tillemont (Mem. Eccl. Tom. VII. p. 900, 926,) e si osservi, come insensibilmente cangia il colore della narrazione, finattantochè il Confessore diventa uno scismatico.

[520.] Assensus est huic sententiae Occidens, et per tam necessarium concilium Satanae faucibus mundus ereptus. Il vivo ed artificioso dialogo di Girolamo contro i Luciferiani (Tom. II. p. 135-155.) presenta un'original pittura della politica Ecclesiastica di quei tempi.

[521.] Il Tillemont, supponendo, che Giorgio fosse trucidato nel mese d'Agosto, accumula in uno stretto spazio le azioni d'Atanasio (Mem. Eccles. Tom. VIII. p. 360). Un frammento originale, che pubblicò il Marchese Maffei, tratto dall'antica Libreria Capitolare di Verona (Osserv. Letter. Tom. III. p. 60-92), somministra molte importanti date, che sono autenticate dal computo dei mesi Egiziani.

[522.] Τον μιαρον, ος ετολμησεν Ελληνιδας επ’ εμου, γυναικας των επισημων Βαπτισαι διωκεσθαι. Ho conservato l'ambiguo senso di quest'ultima voce; ambiguità d'un tiranno che brama di trovare o di crear delle colpe.

[523.] Le tre lettere di Giuliano, che spiegano la sua intenzione e condotta intorno ad Atanasio, si dovrebbero disporre nel seguente ordine cronologico, XXVI. X. VI. Vedi anche Greg. Naz. XXI. p. 393. Sozomen. Lib. V. c. 15. Socrate lib. III. c. 14. Teodoreto lib. III. c. 9. e Tillemont Mem. Eccl. Tom. VIII. p. 361-368, che si è servito d'alcuni materiali preparati dai Bollandisti.

[524.] Vedi la bella confessione di Gregorio, Orat. III. pag. 61-62.

[525.] Si oda il furioso ed assurdo lamento d'Ottato. De schism. Donat. l. II c. 16. 17.

[526.] Gregor. Naz. Orat. III. p. 91. IV. p. 133. Ei loda i tumultuanti di Cesarea; τουτων δε των αγμελοσυων και θερμων εις ευσεβειαν; questi magnanimi e ferventi nella pietà. Vedi Sozomeno l. V. 4. 11. Il Tillemont (Mem. Eccles. T. VII. p. 649-650.) confessa che la lor condotta non fu dans l'ordre commun: ma resta perfettamente soddisfatto, perchè il gran S. Basilio celebrò sempre la festa di questi benedetti Martiri.

[527.] Giuliano decise una lite contro la nuova città Cristiana di Maiuma, porto di Gaza; e quantunque la sua sentenza potesse imputarsi di superstizione, non fu mai revocata dai suoi successori. Sozomeno lib. V. c. 3. Roland. Palest. T. II. pag. 791.

[528.] Gregorio (Orat. III. p. 93, 94, 95. Orat. IV. p. 114.) pretende di parlare secondo le informazioni avute dai confidenti di Giuliano, che Orosio (VII. 30) non potè avere veduto.

[529.] Gregorio (Orat. III. p. 91.) accusa l'Apostata di segreti sacrifizi di fanciulli e di fanciulle, e positivamente afferma, che n'erano gettati i corpi nell'Oronte. Vedi Teodoreto lib. III. c. 26, 27 e l'equivoco candore dell'Ab. della Bleterie, Vie de Julien p. 351, 352. Pure la malizia dei contemporanei non potè imputare a Giuliano le truppe di Martiri, specialmente nell'Occidente, che il Baronio sì avidamente moltiplica, ed il Tillemont così debolmente rigetta (Mem. Eccles. Tom. VII. p. 1295-1315).

[530.] La rassegnazione di Gregorio è veramente edificante (Orat. IV. p. 123. 124). Nondimeno, quando un uffizial di Giuliano tentò d'impadronirsi della Chiesa di Nazianzo, egli avrebbe perduta la vita, se non avesse ceduto allo zelo del Vescovo e del popolo (Orat. XIX. p. 308). Vedi le riflessioni di Grisostomo, allegate dal Tillemont (Mem. Eccles. Tom. VII. p. 575.).

[531.] Vedasi questa favola o satira a p. 306-336 delle opere di Giuliano dell'edizione di Lipsia. La traduzione Francese del dotto Ezechiele Spanemio (Parigi 1683) è squallida, languida e corretta; e vi sono ammassate tante note, prove ed illustrazioni, che formano una mole di 557 pagine in quarto di minuta stampa. L'Abbate della Bleterie (vit. di Gioviano Tom. I. p. 241-393) ha espresso più felicemente lo spirito non meno che il senso dell'originale, che da esso viene illustrato con alcune brevi e curiose note.

[532.] Lo Spanemio, nella sua Prefazione, ha molto eruditamente discusso l'etimologia, l'origine, la somiglianza fra loro e la diversità delle satire Greche (drammatici componimenti, che si rappresentavan dopo le tragedie) e delle satire Latine (così dette da Satura) composizioni miste in prosa e in versi. Ma i Cesari di Giuliano sono d'una specie così originale, che il Critico resta dubbioso in qual classe debbano collocarsi.

[533.] Questo misto carattere di Sileno è delicatamente espresso nell'Egloga sesta di Virgilio.

[534.] Ogni lettore imparziale deve conoscere e condannare la parzialità di Giuliano contro Costantino suo zio, e contro la religion Cristiana. In quest'occasione gl'interpreti vengono astretti da un più sacro interesse a ricusare il loro omaggio all'Autore, e ad abbandonarne la causa.

[535.] Giuliano era segretamente inclinato a preferire un Greco a un Romano. Ma quando seriamente confrontava un Eroe con un filosofo, sentiva che il genere umano aveva obbligazioni molto maggiori a Socrate che ad Alessandro: Orat. ad Themist. p. 264.

[536.] Inde nationibus Indicis certatim cum donis Optimates mittentibus.... ab usque Divis et Serendivis. Ammiano XX 7. Quest'isola, a cui si son dati successivamente i nomi di Taprobana, di Serendib e di Ceilan, dimostra, quanto imperfettamente si conoscessero da' Romani i mari e le terre a Levante del Capo Comorin. In primo luogo nel regno di Claudio un liberto, che aveva in affitto le dogane del mar Rosso, fu accidentalmente trasportato da' venti su quell'estranea e sconosciuta costa; conversò per sei mesi con gli abitanti di essa; ed il Re di Ceilan, che per la prima volta udì parlare della potenza o della giustizia di Roma, s'indusse a mandare Ambasciatori all'Imperatore (Plin. Hist. Nat. VI. 24). Secondariamente i Geografi (e Tolomeo stesso) hanno fatto più di quindici volte più grande del vero questo nuovo Mondo, che fu da' medesimi esteso fino all'Equatore, ed alle vicinanze della China.

[537.] Erano state mandate a Costanzo tali ambascerie. Ammiano, che, senz'accorgersene, discende ad una bassa adulazione, doveva essersi dimenticato della lunghezza del viaggio, e della breve durata del Regno di Giuliano.

[538.] Gothos saepe fallaces et perfidos; hostes quaerere se meliores ajebat; illis enim sufficere mercatores Galatas, per quos ubique sine conditionis discrimine venundantur. In meno di quindici anni questi schiavi Goti minacciarono e vinsero i loro padroni.

[539.] Alessandro rammenta a Cesare, suo rivale, il qual disprezzava la fama ed il merito d'una vittoria Asiatica, che Crasso ed Antonio avevan sentiti i dardi persiani, e i Romani, in una guerra di trecento anni, non avevano ancora soggiogato la sola Provincia della Mesopotamia, o dell'Assiria. Caesar. p. 324.

[540.] Si espone il disegno della guerra Persiana da Ammiano (XXII. 7. 12), da Libanio (Orat. parent. c. 79, 80. p. 305, 306), da Zosimo (l. III. p. 158), e da Socrate (l. III. c. 19).

[541.] Tanto la satira di Giuliano, quanto le Omelie di S. Gio. Grisostomo fanno l'istessa pittura d'Antiochia. La miniatura, che quindi ha ritratto l'Ab. della Bleterie (Vit. di Giuliano p. 330) è corretta ed elegante.

[542.] Laodicea somministrava i cocchieri; Tiro e Berito i commedianti; Cesarea i pantomimi; Eliopoli i cantori; Gaza i gladiatori; Ascalona i lottatori; e Castabala i ballerini di corda. Vedi Exposit. totius Mundi p. 6 nel terzo tomo dei Geografi minori di Hudson.

[543.] Χριστὀν δε ἀγαθὠντγες, εχετε πολιουχον αντι του Διος, amando voi Cristo, tenetelo per tutelare invece di Giove. Il popolo d'Antiochia ingegnosamente professava il suo attaccamento al Chi, X (Christo), ed al Kappa, K (Costanzo), Giuliano in Misopogon p. 357.

[544.] Lo scisma d'Antiochia, che durò ottantacinque anni (dal 330 al 415), s'accese nel tempo, che Giuliano risedeva in quella città, per l'imprudente ordinazione di Paolino. Vedi Tillemont Mem. Eccl. Tom. VII. pag. 803. dell'ediz. in quarto Parig. 1701 ec., della quale io mi servirò da qui avanti nelle citazioni.

[545.] Giuliano stabilisce tre diverse proporzioni di cinque, di dieci, o di quindici modj di frumento per una moneta d'oro secondo i gradi d'abbondanza, o di scarsità (in Misopogon p. 369). Da questo fatto e da altri esempi del medesimo tempo rilevo, che sotto i successori di Costantino il prezzo moderato del grano era di circa trentadue scellini il sacco Inglese, che è uguale al prezzo medio de' primi sessantaquattro anni del presente secolo (il secolo 18). Vedi Arbuthnot Tavola di monete, pesi e misure p. 88, 89. Plin. Hist. Nat. XVIII. 12. Mem. de l'Acad. des Inscript. Tom. XXVIII. p. 718, 721. Smith. Ricerca su la natura e le cause della ricchezza delle Nazioni vol. I. p. 246. Io mi fo pregio di citar quest'ultima come l'opera d'un dotto e d'un amico.

[546.] Numquam a proposito declinabat, Galli similis fratris, licet incruentus. Ammiano XXII. 14. L'ignoranza dei più illuminati Principi può ammettere qualche scusa; ma non possiamo esser soddisfatti della difesa propria di Giuliano (in Misopogon p. 368, 369) o dell'elaborata apologia di Libanio (Orat. parent. c. XCVII. p. 321).

[547.] Libanio tocca gentilmente il loro breve e mite arresto (Orat. parent. c. XCVIII. p. 322. 323).

[548.] Libanio (ad Antiochenos de Imperatoris ira c. 17, 18, 19. ap. Fabric. Biblioth. Graec. T. VII. p. 221-223) a guisa di abile Avvocato severamente censura la follia del popolo, che soffriva pel delitto di pochi oscuri ed ebrj miserabili.

[549.] Libanio (ad Antiochen. c. VII. p. 213) rammenta ad Antiochia il recente gastigo di Cesare: e Giuliano stesso (in Misopogon p. 335) accenna con quanto rigore Taranto aveva espiato l'insulto fatto agli Ambasciatori Romani.

[550.] Quanto al Misopogon vedasi Ammiano (XXII. 14). Libanio (Orat. parent. c. XCIX. p. 323), Gregorio Nazianzeno (Orat. IV. p. 133) e la Cronica d'Antiochia di Gio. Malala (Tom. II. p. 15, 16). Ho grandi obbligazioni alla traduzione e alle note dell'Ab. della Bleterie (vit. di Giovian. Tom. II. p. 1-138).

[551.] Ammiano avverte assai giustamente, che coactus dissimulare pro tempore, ira sufflabatur interna. L'ironia elaborata di Giuliano alla fine prorompe in serie e dirette invettive.

[552.] Ipse autem Antiochiam egressurus, Heliopoliten quemdam Alexandrum Syriacae Jurisdictioni praefecit turbulentum et saevum; dicebatque non illum meruisse, sed Antiochensibus avaris et contumeliosis hujusmodi Judicem convenire. Ammiano XXIII. 2. Libanio (Epist. 722. pag. 346, 347), che confessa a Giuliano medesimo, che aveva esso avuto parte nel generale disgusto, pretende, che Alessandro fosse un utile, quantunque austero riformatore de' costumi e della religione d'Antiochia.

[553.] Juliano in Misopogon p. 364. Ammiano XXIII. 2, e Vales. ib. Libanio in un'orazione, espressamente scritta, lo invita a tornare alla sua leale e pentita città d'Antiochia.

[554.] Liban. Orat. parent. c. VIII. p. 230, 231.

[555.] Eunapio riferisce che Libanio ricusò l'onorevol grado di Prefetto del Pretorio come meno illustre del titolo di Sofista (Vit. Sofist. p. 135). I Critici hanno osservato un sentimento simile in un'epistola (XVIII dell'Ediz. Wolf.) di Libanio medesimo.

[556.] Ci son rimaste, e son già pubblicate quasi duemila delle sue lettere; specie di composizione, in cui Libanio si reputava eccellente. Possono i Critici lodar la sottile ed elegante lor brevità; ma il D. Bentley (Dissert. sopra Falar. p. 487) potè giustamente, ma non gentilmente, osservare, che «si sente dal voto e dalla mancanza d'anima in esse, che si conversa con un pedante, il quale va sognando appoggiato sulla sua cattedra».

[557.] Si pone la sua nascita nell'anno 314. Ei fa menzione del settantesimo sesto anno della sua età, anno 390, e sembra, che alluda ad alcuni avvenimenti d'una data eziandio posteriore.

[558.] Libanio ha fatta la vana e prolissa, ma curiosa narrazione della sua vita (Tom. II. p. 1-84. Ed: Morell.), della quale ci ha lasciato Eunapio (p. 130-135) un breve e svantaggioso ragguaglio. Fra' moderni il Tillemont (Hist. des Emper. Tom. IV. p. 571-576), il Fabricio (Bibl. Graec. Tom. VII. p. 378-414), e Lardner (Testim. Pagan. T. IV. p. 127-163) hanno illustrato il carattere e gli scritti di questo celebre Sofista.

[559.] La strada da Antiochia a Litarbe, nel territorio di Calcide, per monti e per paludi, era estremamente cattiva; e le pietre slegate non avevano altro cemento che la sabbia. Juliano Epist. XXVII. Egli è molto strano che i Romani trascurassero la gran comunicazione fra Antiochia e l'Eufrate. Vedi Wesseling. Itiner. p. 290. Bergier. Histoire des grands Chemins Tom. II. p. 200.

[560.] Giuliano allude a quest'accidente nell'Epist. 27, che più distintamente viene riferito da Teodoreto (l. III. c 2.). Applaudisce allo spirito intollerante del padre il Tillemont (Hist. des Emp. Tom. IV. p. 534), ed anche la Bleterie (Vit. di Giuliano p. 413).

[561.] Vedi il curioso trattato de Dea Syria, inserito fra le opere di Luciano (Tom. III. p. 451-490. Edit. Reitz.). La singolare denominazione di Ninus vetus (Ammiano XIV. 8) potrebbe far sospettare, che Jerapoli fosse stata la sede reale dell'Assiria.

[562.] Giuliano (Epist. 28) tenne un esatto conto di tutti gli augurj fortunati, ma soppresse gl'infelici, che sono diligentemente rammentati da Ammiano (XXIII. 2).

[563.] Juliano Epist. XXVII. p. 399-402.

[564.] Io prendo la prima occasione che mi si presenta di confessare le mie obbligazioni verso il Danville per la recente sua geografia dell'Eufrate e del Tigri (Par. 1780. in 4.) che particolarmente illustra la spedizione di Giuliano.

[565.] Vi sono tre passaggi, distanti poche miglia l'uno dall'altro: 1. Zeugma, celebre presso gli antichi: 2. Bir, frequentato da' moderni: e 3. il ponte di Menbigz, o sia Gerapoli alla distanza di quattro parasanghe dalla città.

[566.] Haran, o Carre fu l'antica residenza de' Sabei e di Abramo. Vedasi l'Indice Geografico di Schultens, (ad calc. vit. Saladini), opera da cui ho ricavato molte notizie Orientali intorno all'antica e moderna Geografia della Siria e degli adiacenti paesi.

[567.] Vedi Senofonte Ciroped. l. III. p. 189. Edit. Hutchinson. Artavasde avrebbe potuto soccorrere Marco Antonio con 16000 cavalli armati e disciplinati secondo la maniera dei Parti. Plutarco in M. Antonio Tom. V. p. 117.

[568.] Mosè di Corene (Hist. Armen. l. III c. 11. p. 242) pone il suo innalzamento al trono nell'anno 354 decimo settimo di Costanzo.

[569.] Ammiano XX. 11. Atanasio (Tom. I. p. 856.) dice in termini generali, che Costanzo diede la vedova del suo fratello τοις βαρβαροις a' Barbari, espressione più conveniente a un Romano che ad un Cristiano.

[570.] Ammiano (XXIII. 2.) si serve d'un termine troppo mite in quest'occasione, monuerat. Il Muratori (Fabr. Biblioth. Graec. Tom. VII. p. 86) ha pubblicato una lettera scritta da Giuliano al Satrapo Arsace, impetuosa, bassa, e (sebbene abbia potuto ingannare Sozomeno l. VI. c. 5.) molto probabilmente spuria. La Bleterie (Hist. de Jovien Tom. II p. 339) la traduce e la rigetta.

[571.] Latissimum flumen Eufratem artabat. Ammiano XXIII. 3. Un poco di sopra, al guado di Tapsaco, il fiume è largo quattro stadi, ovvero 800 braccia, quasi mezzo miglio Inglese (Xenof. Anabas. lib. I. p. 41. Edit. Hutch. colle osserv. di Foster. p. 28. ec. nel secondo volume della Traduzione di Spelman). Se la larghezza dell'Eufrate a Bir ed a Zeugma non è maggiore di 130 braccia (Viag. di Niebuhr Tom. II. p. 335.), tal enorme differenza deve specialmente nascere dalla profondità del canale.

[572.] Monumentum tutissimum, et fabre politum, cujus moenia Abora (gli Orientali l'aspirano dicendo Cabora o Cabor) et Euphrates ambiunt flumina velut spatium insulare fingentes. Ammiano XXIII. 5.

[573.] Si descrivono l'impresa e l'armamento di Giuliano da lui stesso (Epist. XXVII.), da Ammiano Marcellino (XXIII. 3, 4, 5.), da Libanio (Orat. parent. c. 108. 109. p. 332. 333.), da Zosimo (lib. III. p. 160, 161, 162.), da Sozomeno (lib. VI. c. 1.) e da Gio. Malala (Tom. II. p. 17.).

[574.] Prima d'entrar nella Persia, Ammiano descrive ampiamente (XXIII. 6. p. 369-419. Edit. Gronov. in 4.) le otto gran Satrapie o Province (fino alle frontiere Seriche, o Chinesi) che erano sottoposte ai Sassanidi.

[575.] Ammiano (XXIV. 1.) e Zosimo (lib. III. pag. 162. 163.) hanno accuratamente esposto tal ordine.

[576.] Si raccontano le avventure d'Ormisda con qualche miscuglio di favola da Zosimo (l. II. p. 100-102.) e dal Tillemont (Hist. des Emper. T. IV. p. 188.). Egli è impossibile, che ei fosse il fratello (frater germanus) di un primogenito postumo; nè io mi ricordo che Ammiano gli abbia mai dato quel titolo.

[577.] Vedi il primo libro dell'Anabasi p. 45. 46. Questa piacevole opera è originale ed autentica; pure la memoria di Senofonte, forse molti anni dopo la spedizione, qualche volta l'ha tradito; e le distanze, ch'ei nota, sono spesso maggiori di quel che possa accordare un soldato o un geografo.

[578.] M. Spelman, traduttore inglese dell'Anabasi (Vol. I. p. 151.), confonde la gazzella col capriolo, e l'asino selvaggio collo zebra.

[579.] Vedi Viag. di Tavernier P. I. l. III. p. 316. e più specialmente i Viaggi di Pietro della Valle T. I. let. XVII. p. 671. Egli non sapeva l'antico nome e la condizione di Annah. I ciechi nostri viaggiatori hanno rare volte alcuna previa notizia dei paesi che visitano. Meritano però un'onorevol eccezione Shaw e Tournefort.

[580.] Famosi nominis latro, dice Ammiano, ch'è un grande encomio per un Arabo. La tribù di Gassan era stabilita sul confine della Siria, e regnò qualche tempo in Damasco sotto una Dinastia di trentun Re, o Emiri, dal tempo di Pompeo fino a quello del Califfo Omar. D'Herbelot Bibl. Orient. p. 360. Pocock Specim. Histor. Arab. p. 76. 78. Nella lista però di essi non si trova il nome di Rodosace.

[581.] Ved. Ammiano (XXIV. I. 2). Libanio (Orat. parent. c. 110. 111. p. 334.), Zosimo (l. III p. 164-168).

[582.] Ci vien somministrata la descrizione dell'Assiria da Erodoto (lib. I. c. 192.), che ora scrive pe' fanciulli, ed ora pe' filosofi; da Strabone (lib. XVI. p. 1070, 1082.) e da Ammiano (lib. XXIII. c. 6). Fra' moderni viaggiatori i migliori sono Tavernier (Part. I. l. II. p. 226-258.), Otter. (T. II. p. 35-69. e 189-224.) e Niebuhr (Tom. II. p. 172-288.). Nondimeno mi rincresce assai che non sia stato tradotto l'Irak Arabi di Albufeda.

[583.] Ammiano osserva, che l'Assiria primitiva, la quale comprendeva Nino (Ninive) ed Arbella, aveva preso la più moderna e special denominazione d'Adiabene, e sembra che ponga Teredone, Vologesia, ed Apollonia come le ultime città dell'attual Provincia dell'Assiria.

[584.] I due fiumi si uniscono ad Apamea, o Corna (cento miglia distante dal golfo Persico) nel largo canale del Pasitigris, o Shat-ul-Arab. L'Eufrate anticamente arrivava al mare per una bocca separata, che fu chiusa, e deviatone il corso da' cittadini di Orcoe, circa venti miglia al Sud-est della moderna Basra. Danville nelle memor. dell'Accad. delle inscriz. Tom. XXX. p. 170-191.

[585.] Il dotto Kaempfer ha esaurito come botanico, come antiquario, e come viaggiatore il soggetto delle palme. Amoenit. exoticae Fascicul. IV. p. 660-674.

[586.] L'Assiria pagava ogni giorno al Satrapo della Persia un artaba d'argento. La nota proporzione de' pesi e delle misure (Vedi l'elaborata ricerca del Vescovo Hooper) la gravità specifica dell'acque e dell'argento, ed il valore di questo metallo dopo un breve conteggio daranno l'annua rendita da me fissata. Pure il gran Re non riceveva dall'Assiria più di mille talenti Euboici o Tiri (252,000. lire sterl.). Il paragone di due passi d'Erodoto (lib. I. c. 192. lib. III. c. 89-96) dimostra un'importante differenza fra l'entrata lorda e netta della Persia; fra le somme pagate dalle Province, e l'oro e l'argento che entrava nel Regio Erario. Dei diciassette o diciotto milioni, che si esigevan dal popolo il Monarca avrà realizzati annualmente solo tre milioni seicento mila lire.

[587.] Sono circostanziatamente riferite le operazioni della guerra d'Assiria da Ammiano (XXIV. 2. 3, 4. 5.), da Libanio (Orat. parent. c. 112-123. p. 335-347.), da Zosimo (l. III. p. 168-180.), e da Gregorio Nazianzeno (Orat. IV. p. 113. 144). La critica militare del Santo è devotamente copiata dal Tillemont, fedele suo seguace.

[588.] Liban. de ulciscenda Juliani nece c. 13. p. 162.

[589.] I famosi esempi di Ciro, di Alessandro, e di Scipione furono atti di giustizia; ma la castità di Giuliano era volontaria, e secondo la sua opinione, meritoria.

[590.] Sallustio (ap. vet. Scholiast. Juvenal. Sat. 1. 104) osserva, che nihil corruptius moribus. Le matrone e le vergini di Babilonia si mescolavan liberamente con gli uomini in licenziosi banchetti, e quando si sentivan toccate dalla forza del vino e dell'amore, appoco appoco si spogliavano quasi interamente dell'incomodo delle vesti: ad ultimum ima corporum velamenta projiciunt Q. Curt. V. I.

[591.] Ex virginibus autem, quae speciosae sunt capta, et in Perside, ubi foeminarum pulchritudo excellit, nec contrectare aliquam voluit, nec videre: Ammian. XXIV. 4. La razza naturale de' Persiani è piccola e brutta; ma si è migliorata per la perpetua mescolanza del sangue Circasso: Herod. l. III. c. 97, Buffon Histoir. natur. Tom. III. p. 420.

[592.] Obsidionalibus coronis donati. Ammiano XXIV. 4. O Giuliano, o l'Istorico era un imperito antiquario. Avrebbe dovuto dar corone murali. L'obsidionale era il premio d'un Generale, che liberato avesse una città assediata. Aul. Gell. Noct. Attic. V. 6.

[593.] Io reputo questo discorso originale e genuino. Ammiano potè averlo udito e trascritto, ed era incapace d'inventarlo. Mi son preso alcune piccole libertà, e lo concludo con la più vigorosa sentenza.

[594.] Ammiano XXIV. 3. Liban. Orat. parent. c. 122. p. 346.

[595.] Danville (Mem. de l'Acad. des Inscr. Tom. XXVIII. p. 246-259.) ha determinato la vera posizione e distanza fra loro di Babilonia, di Seleucia, di Ctesifonte, di Bagdad ec. Il viaggiatore Romano, Pietro della Valle (Tom. I. lett. 17. p. 650-780.) sembra l'osservatore più diligente di quella famosa Provincia. Egli è un gentiluomo erudito, ma intollerabilmente vano e prolisso.

[596.] Il real canale Nahar-Malcha potè in diversi tempi esser restaurato, alterato, diviso ec. (Cellario Geogr. ant. T. II. p. 453); e questi cangiamenti servir possono a spiegare le apparenti contraddizioni dell'antichità. Al tempo di Giuliano dovea cader nell'Eufrate sotto Ctesifonte.

[597.] Καὶ μελεθεσιν ελεφαντων, οισ ισον εργόν διὰ σαχυῶν ἐλθειν, και Φαλανγος: e di grandi elefanti, pe' quali è l'istesso camminare sopra le spighe, o sopra una falange. «Rien n'est beau que le vrai»: massima che dovrebb'essere scritta sulla cattedra d'ogni retore.

[598.] Libanio indica il più potente fra' Generali. Io mi sono arrischiato a nominar Sallustio. Ammiano asserisce di tutti i condottieri, quod acri metu territi duces concordi precatu fieri prohibere tentarent.

[599.] Hinc Imperator.... (dice Ammiano) ipse cum levis armaturae auxiliis per prima postremaque discurrens. Contuttociò Zosimo, suo amico, dice, che non passò il fiume se non due giorni dopo la battaglia.

[600.] Secundum Homericam dispositionem. Si attribuisce tal distribuzione al savio Nestore nel quarto libro dell'Iliade; ed Omero non era mai lontano dalla mente di Giuliano.

[601.] Persas terrore subito miscuerunt, versisque agminibus totius gentis, apertas Ctesiphontis portas victor miles intrasset, ni major praedarum occasio fuisset, quam cura victoriae (Sest. Ruf. de Provinc. c. 28). La loro avarizia potè disporli a dare orecchio al consiglio di Vittore.

[602.] Il lavoro del canale, il passaggio del Tigri e la vittoria si descrivon da Ammiano (XXIV. 5. 6.), da Libanio (Orat. parent. c. 124-128. p. 347, 353), da Gregorio Nazianzeno (Orat. IV. p. 115.), da Zosimo (l. III. p. 181-183.) e da Sesto Rufo (de Prov. c. 28).

[603.] La flotta e l'esercito erano disposti in tre divisioni una sola delle quali era passata nella notte (Ammiano XXIV. 6.); παση δορυφορια (tutto il seguito), che Zosimo fa passare il terzo giorno (l. III p. 183.), poteva esser composto dai protettori, fra' quali in quell'era militavan l'Istorico Ammiano e Gioviano futuro Imperatore, di alcune truppe di domestici, e, forse de' Gioviani e degli Erculei, che spesso facevan l'uffizio di guardie.

[604.] Mosè di Corene (Hist. Armen. l. III c. 15 p. 246.) ci somministra una tradizione del paese, ed una lettera spuria. Io non ho ammesso che la principal circostanza, la quale è coerente alla verità, alla verisimiglianza ed a Libanio (Orat. parent. c. 131 p. 355).

[605.] Civitas inexpugnabilis, facinus audax et importunum. Ammian. XXIV. 7. Eutropio, collega di lui nella milizia, evita la difficoltà: Assiriamque populatus castra apud Ctesiphontem stativa aliquandiu habuit; remeansque victor etc. X. 16. Zosimo è artificioso o ignorante, e Socrate inesatto.

[606.] Liban. Orat. parent. c. 130. p. 354. c. 139. p. 361. Socrate l. III. c. 21. L'Istorico Ecclesiastico attribuisce al consiglio di Massimo il rifiuto della pace. Tal consiglio era indegno d'un filosofo; ma il filosofo era anche un incantatore, che lusingava le speranze e le passioni del suo Signore.

[607.] Le arti di questo nuovo Zopiro (Greg. Nazianzeno Orat. IV p. 115. 156) possono meritare qualche credenza per la testimonianza de' due abbreviatori (Sesto Rufo e Vittore) e pei cenni che accidentalmente ne danno Libanio (Orat. parent. c. 134. p. 157.) ed Ammiano XXIV. 7. Viene interrotto il corso dell'istoria genuina da una molto inopportuna mancanza nel testo d'Ammiano medesimo.

[608.] Vedi Ammiano (XXIV. 7), Libanio (Orat. parent. c. 132. 133, p. 356. 357), Zosimo (l. III. p. 185.), Zonara (Tom. II. l. XIII. p. 26), Gregorio (Orat. IV. p. 116), Agostino (de Civ. Dei. l. IV. c. 29. l. V. c. 21). Fra questi Libanio solo tenta di fare una debole apologia pel suo Eroe, che secondo Ammiano pronunziò la propria condanna, con un tardo ed efficace tentativo d'estinguer le fiamme.

[609.] Vedi Erodoto (l. I. c. 194.), Strabone (l. XIV. p. 1074.) e Tavernier (p. I. l. II. p. 152.).

[610.] A celeritate Tigris incipit vocari, ita appellant Medi sagittam: Plin. Histor. nat. VI. 31.

[611.] Una di quelle dighe, che produce una cascata o cateratta artificiale, vien descritta dal Tavernier (P. I. l. II. p. 226.) e dal Thevenot (P. II. l. I. p. 193). I Persiani o gli Assirj procurarono d'interrompere la navigazione del fiume: Strabone l. XV. pag. 1975. Danville L'Euphrate et le Tigre p. 98, 99.

[612.] Rammentiamoci la felice ed applaudita temerità d'Agatocle e di Cortes, che abbruciarono le loro navi sulla costa dell'Affrica e del Messico.

[613.] Vedi le giudiziose riflessioni dell'Autore del saggio sulla Tattica (Tom. II. pag. 287-354.) e le dotte osservazioni del Guichardt (Nouveaux memoires militaires. Tom. I. pag. 351-382.) sul bagaglio e la sussistenza degli eserciti Romani.

[614.] Il Tigri sorge al mezzodì, l'Eufrate al settentrione delle montagne d'Armenia. Il primo dà fuori nel Marzo, ed il secondo nel mese di Luglio. Tali circostanze vengon bene spiegate nella dissertazione Geografica di Foster inserita nella Spedizione di Ciro di Spelman (Vol. II p. 26.)

[615.] Ammiano (XXIV. 8.) descrive, come sentì egli stesso, l'incomodo dell'acqua, del caldo e degli insetti. I terreni dell'Assiria, sotto l'oppressione de' Turchi, e la devastazione de' Curdi o Arabi, moltiplican dieci, quindici e venti volte il seme, che un miserabile ed imperito agricoltore vi getta. Viag. di Niebuhr Tom. II. p. 27. 285.

[616.] Isidoro di Carax (Mansion. Parthic. pag. 5. 6. ap. Hudson. Geogr. min. Tom. II.) computa 129. scheni da Seleucia, e Thevenot (Par. I. lib. II. p. 209-245.) un cammino di ore 128 da Bagdad ad Ecbatana, o Hamadam. Quelle misure non possono eccedere una parasanga ordinaria, o tre miglia Romane.

[617.] Descrivono circostanziatamente, non però con chiarezza, il cammino che fece Giuliano da Ctesifonte, Ammiano (XXIV. 7, 8), Libanio (Orat. parent. c. 134. p. 357.) e Zosimo (lib. III. p. 183.). Gli ultimi due par che ignorassero, che il loro conquistatore si ritirasse; e Libanio assurdamente lo limita alle sponde del Tigri.

[618.] Chardin, ch'è il più giudizioso tra' viaggiatori moderni, descrive (Tom. III p. 57-58. ec. edit. in 4.) l'educazione e la destrezza de' cavalieri Persiani. Brissonio (de Regn. Pers. p. 650-661 ec.) ha raccolto le testimonianze dell'antichità.

[619.] Nella ritirata di Marc'Antonio una misura Attica si vendeva cinquanta dramme, o in altri termini una libbra di farina dodici o quattordici scellini; il pane d'orzo era venduto per tanto argento quanto erane il peso. Non si può leggere l'interessante narrazione di Plutarco (Tom. V. pag. 102-116.) senz'accorgersi, che Marc'Antonio e Giuliano erano perseguitati dall'istesso nemico, ed involti nelle medesime angustie.

[620.] Ammiano XXIV. 8. XXV. 1. Zosimo lib. III. p. 184, 185, 186. Libanio Orat, parent. c. 134. 135. p. 357, 358, 359. Sembra che il Sofista d'Antiochia ignorasse la fame delle truppe.

[621.] Ammiano XXV 2. Giuliano aveva giurato in un punto di passione; numquam se Marti sacra facturum XXIV. 6. Non erano infrequenti queste capricciose contese fra gli Dei e gl'insolenti loro devoti: e fino il prudente Augusto, dopo che la sua flotta ebbe fatto due volte naufragio, escluse Nettuno dagli onori delle pubbliche feste. Vedi le filosofiche Riflessioni di Hume Sagg. Vol. II. p. 418.

[622.] Essi tuttavia conservavano il monopolio della vana ma lucrosa scienza della divinazione, ch'era stata inventata in Etruria, e si protestavan di trarre le cognizioni, che avevan de' segni e degli augurj, dagli antichi libri di Tarquazio, savio Etrusco.

[623.] Clamabant hinc inde Candidati (Vedi la nota di Valesio) quos disjecerat terror, ut fugientium molem tanquam ruinam male compositi culminis declinarent. Ammiano XXV. 3.

[624.] Sapore stesso dichiarò a' Romani, ch'era suo costume di confortar le famiglie de' Satrapi defunti, mandando loro come in dono le teste delle guardie e degli uffiziali, che non eran caduti al lato del suo Signore. Liban. De nece Juliani ulcisc. c. XIII. p. 163.

[625.] Il carattere e la situazione di Giuliano potrebbero confermare il sospetto, che egli avesse precedentemente composta quell'elaborata orazione, che si udì, e si trascrisse da Ammiano. La traduzione dell'Abate della Bleterie è fedele ed elegante. Io l'ho seguitato nell'esporre l'idea Platonica dell'emanazione, che viene oscuramente indicata nell'originale.

[626.] Erodoto ha spiegato (lib. I. c. 31.) tal dottrina in una piacevol novella. Giove però, che (nel lib. 16. dell'Iliad.) piange a lagrime di sangue la morte di Sarpedone suo figlio, avea un'idea molto imperfetta della felicità o della gloria dopo il sepolcro.

[627.] I soldati, che facevano il loro verbale, o nuncupatorio testamento nel tempo dell'attual servizio (in procinctu), erano esenti dalle formalità del Gius Romano. Ved. Heinecc. Antiq. Jur. Rom. Tom. I. p. 504. Montesquieu Espr. des Loix l. 27.

[628.] Quest'unione dell'anima umana con la divina eterna sostanza dell'universo è l'antica dottrina di Pitagora e di Platone; ma sembra ch'escluda ogni personale, o particolare immortalità. Vedi le dotte e ragionevoli osservazioni di Warburton Divin. legat. Vol. II. p. 199-216.

[629.] Si fa tutto il racconto della morte di Giuliano da Ammiano (XXV. 3.) che era stato diligente spettatore. Libanio, ch'evita con orrore tale scena, ce ne somministra qualche circostanza (Orat. parent. c. 136. 140. p. 350-562.). Le calunnie di Gregorio, e le leggende di più antichi Santi si possono presentemente disprezzare in silenzio.

[630.] Honoratior aliquis miles, forse Ammiano medesimo. Il modesto e giudizioso Istorico descrive la scena dell'elezione, alla quale si trovò senza dubbio presente (XXV. 5.).

[631.] Il Primo o Primicerio godeva la dignità di Senatore, e quantunque non fosse che tribuno, aveva posto fra i Duci militari. Cod. Teodos. lib. VI. Tit. XXIV. Questi privilegi son forse di data più recente del tempo di Gioviano.

[632.] Gli storici Ecclesiastici, Socrate (l. III. c. 22), e Sozomeno (l. VI. c. 3) e Teodoreto (l. IV. c. 1) attribuiscono a Gioviano il merito di Confessore nel precedente regno; e piamente suppongono, ch'egli ricusasse la porpora finattanto che tutto l'esercito non ebbe concordemente esclamato d'esser Cristiano. Ammiano, tranquillamente proseguendo la sua narrazione, distrugge la leggenda con questa sentenza: hostiis pro Joviano, extisque inspectis pronuntiatum est. XXV. 6.

[633.] Ammiano (XXV. 10) ha delineato un imparzial ritratto di Gioviano, al quale Vittore il Giovane aggiunse alcuni notabili tratti. L'Ab. della Bleterie (Hist. de Jovien T. I. p. 1-238) ha composto un'istoria elaborata pel breve regno di lui; opera considerabilmente distinta per l'eleganza dello stile, per le critiche osservazioni e pei pregiudizi di religione.

[634.] Regius equitatus. Si rileva da Procopio, che gl'Immortali, tanto celebri sotto Ciro ed i suoi successori, risorsero, se ci è permesso d'usare impropriamente tal termine, sotto i Sassanidi: Brisson de regn. Pers. p. 268.

[635.] I nomi degli oscuri villaggi del paese interiore si sono irreparabilmente perduti, nè possiam dire in qual luogo perisse Giuliano: ma Danville ha dimostrato la precisa situazione di Sumere, di Carche e di Dura lungo le sponde del Tigri (Geogr. anc. Tom. II. p. 248. L'Euphrate et le Tigre p. 95, 97). Nel nono secolo Sumere o Samara divenne, con un piccol cangiamento di nome, la regia residenza de' Califfi della casa di Abbas.

[636.] Dura era una piazza forte nelle guerre d'Antioco contro i ribelli della Media e della Persia: Polib. l. V. c. 48,52. p. 548, 552. Edit. Casaub. in 8.

[637.] Fu proposto a' condottieri de' diecimila un espediente simile e saviamente rigettato. Senof. Anab. T. III. p. 255, 256, 257. Si rileva dai nostri moderni viaggiatori che il commercio e la navigazione del Tigri si fa su tavolini nuotanti sopra vesciche.

[638.] Le prime azioni militari del regno di Gioviano sono riferite da Ammiano (XXV. 6), da Libanio (Orat. parent. c. 146. p. 364) e da Zosimo (l. III. p. 89, 190, 191). Quantunque possiam diffidarci dall'ingenuità di Libanio, pure l'ocular testimonianza d'Eutropio (uno a Persis atque altero praelip victus X. 17) ci fa inclinar a sospettare, che Ammiano sia stato troppo geloso dell'onor delle armi Romane.

[639.] Sesto Rufo (de Provinc. c. 29) abbraccia un debole sotterfugio di vanità nazionale. Tanta reverentia nominis Romani fuit, ut a Persis primus de pace sermo haberetur.

[640.] È una vanità il controvertere l'opinione d'Ammiano, soldato ed attuale spettatore. Egli è però difficile a intendersi, come si potessero estendere le montagne di Corduena sul piano dell'Assiria fino all'unione del Tigri e del gran Zab; o come un esercito di sessantamila uomini potesse far cento miglia in quattro giorni.

[641.] Fanno menzione del trattato di Dura con dispiacere e con isdegno Ammiano (XXV. 7), Libanio (Orat. parent. c. 142. p. 264), Zosimo (l. III. p. 190, 191) Gregorio Nazianzeno (Orat. IV. p. 117, 118) che attribuisce a Giuliano la calamità, e la liberazione a Gioviano, ed Eutropio (X. 17). L'ultimo di questi Scrittori, che si trovava presente in un posto militare, chiama tal pace necessariam quidem, sed ignobilem.

[642.] Liban. Orat. parent. c. 143. p. 364, 365.

[643.] Conditionibus... dispendiosis Romanae Reipublicae impositis... quibus cupidior regni quam gloriae Jovianus imperio rudis adquievit. Sest. Rufo de Prov. c. 29. La Bleterie ha esposto in una lunga orazione, fatta su tal proposito, questi speciosi riflessi di pubblico e di privato vantaggio: Hist. de Jovien Tom. I. p. 39 ec.

[644.] I Generali furono uccisi alle rive dello Zabato (Anabasis l. III. p. 226) o del gran Zab, fiume d'Assiria largo 400 piedi, che si getta nel Tigri, quattordici ore di cammino sotto Mosul. L'errore de' Greci attribuì al maggior ed al minor Zab i nomi del lupo (Lycus) e del capro (Capros). Essi adoperaron questi animali per corteggiare il Tigri dell'Oriente.

[645.] La Ciropedia è languida ed incerta; l'Anabasi circostanziata e vivace. Tal è sempre la differenza tra la finzione e la verità.

[646.] Secondo Ruffino, fu stipulato nell'accordo un immediato soccorso di provvisioni; e Teodoreto afferma, che i Persiani fedelmente mantennero la promessa. Tal fatto è probabile, ma indubitabilmente falso. Vedi Tillemont Hist. des Emper. Tom. IV. p. 702.

[647.] Possiam far uso in questo luogo di alcuni versi di Lucano (Pharsal. IV. 95) che descrive un'angustia simile dell'esercito di Cesare nella Spagna.

Saeva fames aderat. . . .

Miles eget: tota censu non prodigus emit

Exiguam cererem. Proh lucri pallida labes!

Non deest prolato jejunus venditor auro.

Vedi Guichardt. Nouv. memoir. milit. Tom. I. p. 379, 382. L'analisi, ch'ei fa delle due campagne in Ispagna e nell'Affrica, è il più nobile monumento, che sia mai stato innalzato alla fama di Cesare.

[648.] Il Danville (vedi le sue carte e l'Euphr. et le Tigr. p. 92, 93) descrive la loro marcia, e fissa la vera situazione di Hatra, di Ur, e di Tilsafata, delle quali ha fatta menzione Ammiano. Ei non si duole del Samiel, cioè di quel mortal vento caldo sì temuto da Thevenot. Viag. Pars. II. l. I. p. 192.

[649.] La ritirata di Gioviano è descritta da Ammiano XXV. 9 da Libanio (Orat. parent. c. 143. pag. 365) e da Zosimo (l. III. p. 194).

[650.] Liban. Orat. parent. c. 145. p. 366. Tali erano le speranze e i desiderj naturali d'un retore.

[651.] Il Popolo di Carre, città addetta al Paganesimo, seppellì sotto un mucchio di pietre l'inaugurato apportator di tal nuova (Zosimo l. III. p. 196). Libanio, quando ne ricevè la fatal notizia, gettò gli occhi sopra la spada: ma si rammentò, che Platone aveva condannato il suicidio, e ch'ei doveva vivere per comporre il panegirico di Giuliano (Liban. de vita sua Tom. II. p. 45, 46).

[652.] Possono ammettersi Ammiano ed Eutropio come buoni e credibili testimoni de' discorsi e de' sentimenti pubblici. Il popolo d'Antiochia inveiva contro un'ignominiosa pace, che l'esponeva sopra una nuda e non difesa frontiera alle armi Persiane.

[653.] L'Ab. della Bleterie (Hist. de Jovien p. 211-227) quantunque rigoroso casista, decise che Gioviano non era obbligato ad eseguire la sua promessa; poichè non poteva smembrare l'Impero, o alienare l'omaggio del suo popolo senza il consenso di esso. Io non ho mai trovato gran diletto o istruzione in tali politici Metafisici.

[654.] A Nisibi egli fece un atto indegno di Re. Un bravo Uffiziale, che avendo il suo stesso nome, era stato creduto degno della porpora, fu tratto da cena, gettato in un pozzo, e lapidato senza alcuna forma di processo o prova di delitto. Ammiano XXV. 8.

[655.] Vedi XXV, 9 e Zosimo l. III. p. 194, 195.

[656.] Chron. Paschal. p. 300. Posson consultarsi le Notizie Ecclesiastiche.

[657.] Zosimo l. III pag. 192, 193. Sesto Rufo de Provinc. c. 29. Agostin. De Civ. Dei l. IV. c. 29. Si dee però applicare ed interpretare questa generale proposizione con qualche cautela.

[658.] Ammiano XXV. 9 Zosimo l. III. p. 196. Per quanto egli fosse edax, et vino venerique indulgens, io convengo con la Bleterie (Tom. I. p. 148-154) in rigettare il pazzo racconto d'un baccanale disordine (Ap. Suid.) fatto in Antiochia dall'Imperatore, dalla sua moglie e da una truppa di concubine.

[659.] L'ab. della Bleterie (Tom. I. p. 156, 209) espone leggiadramente il brutal desiderio del Baronio, che avrebbe voluto che Giuliano fosse gettato ai cani ne cespititia quidem sepultura dignus.

[660.] Si confronti il Sofista col Santo (Libanio Monod. T. II. p. 251. et Orat. parent. c. 145. p. 367. c. 156. p. 377, con Gregorio Nanzianz. Orat. IV. p. 125, 132). L'oratore Cristiano insinua qualche debol'esortazione alla modestia ed al perdono; ma egli è ben contento che i reali patimenti di Giuliano siano molto maggiori de' tormenti favolosi d'Issione o di Tantalo.

[661.] Tillemont (Hist. des Emper. Tom. IV p. 549) ha raccolto queste visioni. Fu osservato, che qualche santo o angelo era assente nella notte per una segreta spedizione ec.

[662.] Sozomeno (l. VI. 2) fa applauso alla dottrina Greca del tirannicidio; ma tutto quel passo, che un Gesuita volentieri avrebbe tradotto, è prudentemente soppresso dal Presidente Cousin.

[663.] Subito dopo la morte di Giuliano, si sparse un incerto romore, ch'egli telo cecidisse Romano. Alcuni disertori lo portarono fino al campo Persiano; ed i Romani furon tacciati come assassini dell'Imperatore da Sapore e da' suoi sudditi (Ammiano XXV. 6. Liban. de ulcisc. Julian. nece c. XIII. p. 162, 163). Adducevasi come una decisiva prova, che nissun Persiano erasi presentato per chiedere il promesso premio (Liban. Orat. parent. c. 141. p. 363). Ma il cavaliere che scagliò fuggendo il fatal giavellotto, potè ignorar l'effetto di esso, o nella medesima azione restare ucciso. Ammiano non ne dà indizio, nè ispira sospetto veruno.

[664.] Ος τις εντολην τληρων ῳ σφων αυτων αρχουτι; chiunque fu che adempì la commissione ricevuta da chi presedeva loro. Tale oscura e dubbiosa espressione può riferirsi ad Atanasio, ch'era senza rivale il primo del clero Cristiano (Liban. De ulcisc. Juliani nece c. 5. p. 149. La Bleterie Hist. de Jovien Tom. I. p. 179).

[665.] L'Oratore (ap. Fabric. Biblioth. Graec. Tom. VII p. 145-179) sparge sospetti, domanda un processo, ed insinua che potrebbero tuttavia trovarsene delle prove, egli attribuisce i progressi degli Unni alla colpevole negligenza di vendicar la morte di Giuliano.

[666.] Nel funerale di Vespasiano, il comico che rappresentava quel frugale Imperatore domandò ansiosamente quanto costava tal funzione.... Ottantamila lire (centies).... «Datemi, rispose, la decima parte di questa somma, e gettate il mio corpo nel Tevere». Sveton. in Vespasian. c. 19. con le note del Casaubono e del Gronovio.

[667.] Gregorio (Orat. IV. p. 119. 120.) paragona tal supposta ignominia e ridicolezza agli onori funebri di Costanzo, il corpo del quale fu portato sul monte Tauro da un coro di Angeli.

[668.] Q. Curzio l. III. c. 4. Si è censurato più volte il lusso delle sue descrizioni. Era però quasi un dovere dell'Istorico il descrivere un fiume, le acque del quale erano state quasi fatali ad Alessandro.

[669.] Liban. Orat. parent. c. 156. p. 377. Riconosce però con gratitudine la liberalità dei due reali fratelli nel decorare la tomba di Giuliano: De ulcisc. Juliani. nec. c. 7. p. 152.

[670.] Cujus suprema et cinerea, si qui tunc juste consuleret, non Cydnus videre deberet, quamvis gratissimus amnis et liquidus: sed ad perpetuandam gloriam recte factorum praeterlambere Tiberis, intersecans urbem aeternam, divorumque veterum monumenta perstringens. Ammiano XXV. 10.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura sono state mantenute il più possibile fedeli all'originale, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. Le citazioni in greco sono state trascritte integralmente, senza apportare alcuna correzione per eventuali inesattezze ortografiche o grammaticali.

Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.