NOTE:
[1.] Le medaglie di Gioviano l'adornano di vittorie, di corone di lauro e di schiavi prostrati. Du Cange Famil. Bizantin. p. 52. L'adulazione è uno stolto suicidio: distrugge se stessa con le proprie mani.
[2.] Gioviano restituì alla Chiesa τον αρχαιον κοσμον, l'antico decoro; espressione forte e significante; Filostorg. l. VIII. c. 5 con le dissertazioni del Gotofredo p. 329, Sozomeno VI. c. 3. Si esagera da Sozomeno la nuova legge, che condannò il ratto o il matrimonio delle Monache (Cod. Teodos. l. IX. tit. XXV. leg. 2). Egli suppone che uno sguardo amoroso, l'adulterio del cuore, fosse punito con la morte dall'Evangelico Legislatore.
[3.] Si confronti Socrate l. III c. 25. e Filostorgio l. VIII. c. 6. con le dissertazioni del Gotofredo. 330.
[4.] La parola celestiale esprime debolmente l'empia e stravagante adulazione dell'Imperatore verso l'Arcivescovo τἦ πρὸς τον θεὸν τὦν ολων ὁμὸιωσεως; figura di Dio onnipotente. Vedi la lettera originale appresso Atanasio Tom. II. p. 33. Gregorio Nazianzeno (Orat. XXI. p. 392.) celebra l'amicizia di Gioviano e di Atanasio. I Monaci d'Egitto consigliarono il Primate a far quel viaggio: Tillemont Mem. Eccl. Tom. VIII. p. 221.
[5.] Il Bleterie rappresenta ingegnosamente Atanasio alla Corte d'Antiochia Hist. de Jovien Tom. I. pag. 131, 148. Egli traduce le singolari ed originali conferenze dell'Imperatore, del Primate d'Egitto, e de' Deputati Arriani. L'Abbate non si mostra soddisfatto delle rozze facezie di Gioviano; ma la parzialità dell'Imperatore per Atanasio prende a' suoi occhi il carattere di giustizia.
[6.] Il vero tempo della sua morte è oscurato da varie difficoltà: (Tillemont Mem. Eccl. Tom. VIII. p. 719-723). Ma la data del 2. Maggio 373., che sembra più coerente all'istoria ed alla ragione vien confermata dall'autentica vita di lui. Maffei Osservaz. Letterar. Tom. III. p. 81.
[7.] Vedi le osservazioni del Valesio e Jortin (Rifles. sull'Istor. Eccl. Vol. IV. p. 38.) sopra la lettera originale d'Atanasio conservataci da Teodoreto (l. IV. c. 3). In alcuni manoscritti vien tralasciata quell'imprudente promessa, forse dai Cattolici gelosi della fama profetica del loro Capo.
[8.] Atanasio (ap. Teodoret. l. IV. c. 3) magnifica il numero degli Ortodossi, che riempivano tutto il Mondo; παρέξ ὸλὶγων των τα Αρεὶ ου Φρονουντὦν; eccettuati alcuni pochi seguaci della dottrina d'Arrio. Quest'asserzione fu verificata nello spazio di 30. o 40. anni.
[9.] Socrate (l. III. c. 24.) Gregorio Nazianzeno, (Orat. IV. p. 131), e Libanio (Orat. parent. c. 148, p. 369) esprimono i viventi sensi delle rispettive loro fazioni.
[10.] Temist. Orat. V. p. 63-71, edit. Harduin. Paris 1684. L'Ab. della Bleterie giudiziosamente osserva (Hist. de Jovien Tom. II. pag. 199.) che Sozomeno ha passato in silenzio la general tolleranza, e Temistio lo stabilimento della religione Cattolica. Ciascheduno di essi ha voltato l'occhio lungi da quell'oggetto, che non gli piaceva, ed ha procurato di sopprimere quella parte dell'editto, che secondo la propria opinione, era meno onorevole all'Imperator Gioviano.
[11.] Οι δε Αντίοχεις ουκ ηδεως δὶεκειντο πρὸς ὰυτὸν, ὰλλ’έπεσκωπτον ὰυτὸν ωδαὶς καὶ παροδὶαις καὶ καλουμενοις Φαμωσοις: E quelli d'Antiochia non si portavan piacevolmente verso di esso: ma l'insultavano con canzoni, con motti satirici, e con quelli che chiaman libelli famosi. Giovanni Antioch. in Excerpt. Valesian. p. 845. Possono ammettersi le satire d'Antiochia anche su debolissime prove.
[12.] Si paragoni Ammiano (XXV. 10.) che omette il nome dei Batavi, con Zosimo (l. III. p. 197.) che trasferisce la scena dell'azione da Reims a Sirmio.
[13.] Quos capita scholarum ordo castrensis appellat. Ammiano XXV. 10, e Vales. ib.
[14.] Cujus vagitus pertinaciter reluctantis, ne in curuli sella veheretur ex more, id quod mox accidit, protendebat. Augusto ed i Successori di lui avevan chiesta rispettosamente la dispensa dell'età per li figliuoli o nipoti, che avevano innalzati al Consolato. Ma la sella curule del primo Bruto non era mai stata disonorata da un bambolo.
[15.] L'Itinerario d'Antonino pone Dadastana distante 125 miglia da Nicea, e 117 da Ancira (Wesseling. Itinerar. p. 142). Il Pellegrino di Bordò, tralasciando alcune fermate, riduce tutto quello spazio da 242 a 181 miglia: Wesseling. p. 574.
[16.] Vedi Ammiano (XXV. 10.) Eutropio (X. 18.), che potè per avventura trovarsi presente, Girolamo (Tom. I. p. 26. ad Heliodorum), Orosio (VII. 31), Sozomeno (l. VI. c. 6), Zosimo (lib. III. p. 197. 198.) e Zonara (Tom. II. l. XIII. p. 28. 29). Non può sperarsi un perfetto accordo fra loro, nè staremo a discutere le minute differenze che vi si trovano.
[17.] Ammiano, dimenticatosi del solito suo candore e buon senso, paragona la morte dell'innocente Gioviano a quella del secondo Affricano, che aveva eccitato i timori e lo sdegno della fazion popolare.
[18.] Grisostomo Tom. I, p. 336. 344. Edit. Monfaucon. L'oratore Cristiano procura di confortare la vedova con esempi d'illustri avversità; ed osserva che fra nove Imperatori (includendovi Gallo Cesare) che avevan regnato al suo tempo, due soli (Costantino e Costanzo) eran morti di morte naturale. Tali vaghe consolazioni non hanno mai servito ad asciugare una lacrima.
[19.] Sembra, che dieci giorni difficilmente potessero esser sufficienti per la marcia e per l'elezione. Ma possiamo osservare in primo luogo, che i Generali potevano ordinar l'uso speditivo delle pubbliche poste, per se stessi, per i loro famigliari e per i messaggi; secondariamente, che le truppe marciavano, per comodo delle città, in più divisioni; e che la fronte della colonna poteva essere a Nicea, quando la retroguardia trovavasi ad Ancira.
[20.] Ammiano XXVI. 1. Zosim. l. III. p. 198. Filostorg. l. VIII. c. 8. e Gotofred. dissert. p. 334. Filostorgio, il quale pare che avesse delle importanti ed autentiche notizie, attribuisce la scelta di Valentiniano al Prefetto Sallustio, al Generale Arinteo, a Dagalaifo Conte dei domestici, ed al patrizio Daziano, le pressanti raccomandazioni dei quali da Ancira ebbero una grande influenza nell'elezione.
[21.] Ammiano XXX. 7. 9. e Vittore il giovane hanno somministrato il ritratto di Valentiniano, che dee naturalmente precedere ed illustrare l'istoria del suo regno.
[22.] In Antiochia, dove era obbligato a seguire l'Imperatore nel tempio, ei percosse un sacerdote, che avea preteso di purificarlo coll'acqua lustrale. Sozomeno l. VI. c. 6. Teodoreto l. III. c. 15. Tal pubblica provocazione poteva convenire a Valentiniano; ma essa non dà luogo all'indegna accusa del filosofo Massimo, che suppone qualche più privata ingiuria. Zosimo l. IV. p. 200, 201.
[23.] Socrate l. IV. Da Sozomeno (l. VI. c. 6.) e da Filostorgio (l. VII. c. 7. con le Dissertazioni del Gotofredo p. 293) vi si interpone un precedente esilio a Melitene o nella Tebaide. (Il primo potrebbe esser vero).
[24.] Ammiano, in una lunga ed inopportuna digressione (XXVI. 1. e Vales. iv.) inconsideratamente suppone d'intender egli una questione astronomica, della quale i suoi lettori siano all'oscuro. Essa è trattata con più giudizio, ed a proposito da Censurino (De die Natal. c. 20.) e da Macrobio (Saturnal. l. I. c. 12-16). Il nome di bisestile, che indica l'anno di cattivo augurio (Agostino ad Januar. Epist. 119.) è nato dalla ripetizione del giorno sesto avanti le calende di Marzo.
[25.] Il primo discorso di Valentiniano è pieno in Ammiano, (XXVI. 2.) conciso e sentenzioso in Filostorgio (l. VIII.).
[26.] Si tuos amas, Imperator, optime, habes fratrem: si Rempublicam, quaere quem vestias: Ammiano XXVI. 4. Nella division dell'imperio, Valentiniano ritenne per sè quell'ingenuo Consigliere (c. 6.).
[27.] In Suburbano Ammiano XXVI. 4. Il famoso Hebdomon, o campo di Marte, era distante sette stadj, o sette miglia da Costantinopoli. Vedi Vales. ed il suo fratello. Iv. e Ducange Const. l. II. p. 140, 141, 172, 173.
[28.] Participem quidem legitimum potestatis; sed in modum apparitoris morigerum, ut progrediens aperiet textus. Ammiano XXVI. 4.
[29.] Nonostante la testimonianza di Zonara, di Suida, e della Cronica Pasquale, il Tillemont (Hist. des Emper. Tom. V. p. 671.) brama di non dar fede a questi racconti sì vantaggiosi per un Pagano.
[30.] Eunapio celebra ed esagera i patimenti di Massimo (p. 82. 83). Egli confessa però che questo Sofista o mago, reo favorito di Giuliano, e personal nemico di Valentiniano, fu rilasciato libero, mediante il pagamento d'una piccola multa.
[31.] Il Tillemont (Tom. V. p. 21.) ha esaminato e confutato quelle illimitate asserzioni di general disgrazia che si trovano app. Zosimo l. IV. p. 201.
[32.] Ammiano XXVI. 5.
[33.] Ammiano dice in termini generali, subagrestis ingenii, nec bellicis, nec liberalibus studiis eruditus: Ammiano XXXI. 14. L'oratore Temistio, con l'impertinenza propria di un Greco, desiderò allora per la prima volta di parlar la lingua Latina, dialetto del suo Sovrano, την δὶαλεκτον κρατουσαν; dialetto Imperiale: Orat. VI. pag. 71.
[34.] La parola ανεψὶος cognatus consobrinus, esprime un grado incerto di parentela, o di consanguinità. Vedi Vales. ad Ammian. XXIII. 3. Forse la madre di Procopio era sorella di Basilina madre dell'Apostata e del Conte Giuliano zio del medesimo. Du Cange Fam. Byzant. p. 49.
[35.] Ammiano XXIII. 3. XXIV. 6. Ei fa menzione di tal voce con molta dubbiezza. Susurravit obscurior fama; nemo enim dicti auctor extitit verus. Giova però l'osservare, che Procopio era Pagano; quantunque la sua religione sembra che non apportasse favore nè danno alle sue pretensioni.
[36.] Tra i suoi luoghi d'asilo fu una casa di campagna dell'eretico Eunomio. Il padrone di essa era lontano, innocente, e non consapevole del fatto; pure appena evitar potè la sentenza di morte, e fu bandito nelle remote regioni della Mauritania: Filostorg. l. IX. c. 5. 8. e Gotofredo Dissert. p. 369. 378.
[37.] Hormisdae maturo juveni, Hormisdae regalis illius filio potestatem Proconsulis detulit, et civilia, more veterum et bella recturo; Ammiano XXVI. 8. Il Principe Persiano si trasse fuori da tal pericolo con onore e sicurezza, e dipoi (l'anno 380), gli fu restituito il medesimo straordinario uffizio di Proconsole della Bitinia (Tillemont Hist. des Emper. Tom. V. p. 204). Io non so se la razza di Sassan si propagasse. Trovo nell'anno 514 un Papa Ormisda; ma egli era nativo di Frusino nell'Italia (Pagi Brev. Pontif. T. I. pag. 247).
[38.] Questa ribelle fanciulla fu in seguito moglie dell'Imperator Graziano; ma morì giovane e senza figli. Vedi Du Cange Fam. Byzant. p. 48, 59.
[39.] Sequimini culminis summi prosapiam. Tale era il linguaggio di Procopio, che affettava di sprezzare l'oscura nascita e la fortuita elezione dell'ignobil Pannonio. Ammiano XXVI. 7.
[40.] Et dedignatus hominem superare certamine despicabilem, auctoritatis et celsi fiducia corporis, ipsis hostibus jussit suum vincere rectorem: atque ita turmarum antesignanus umbratilis comprehensus suorum manibus. La robustezza e la beltà d'Arinteo, nuovo Ercole, vien celebrata da S. Basilio, il quale suppone che Dio lo creasse come un modello inimitabile della specie umana. I Pittori e gli Scultori non sapevano esprimere la sua figura; gli Storici nel riferire, che fanno, le imprese di lui, sembrano favolosi (Ammiano XXVI. e Vales. ib.).
[41.] Il medesimo campo di battaglia si pone in Licia da Ammiano, e da Zosimo a Tiatira, che sono alla distanza di 150. miglia fra loro. Ma Tiatira alluitur Lyco (Plin. Histor. Nat. V. 31, Cellar Geogr. Antiq. Tom. II. p. 79) ed i copisti facilmente poteron cangiare un ignoto fiume in una ben nota provincia.
[42.] Le avventure, l'usurpazione e la caduta di Procopio vengono regolarmente riferite da Ammiano (XXVI. 6. 7. 8. 9. 10.) e da Zosimo (l. IV. p. 203-210). Spesse volte s'illustrano, e di rado si contraddicono fra loro. Temistio (Orat. VII. p. 91. 92.) vi aggiunge qualche vil panegirico, ed Eunapio (p. 83. 84.) qualche maligna satira.
[43.] Liban. De ulcisc. Julian. nece c. IX. p. 158, 159. Il Sofista deplora la pubblica frenesia, ma non accusa (neppur dopo la loro morte) la giustizia degli Imperatori.
[44.] I Giureconsulti Francesi ed Inglesi dei nostri tempi accordano la teoria, e negan la pratica dell'arte magica: Denisart Recueil de decis. de Jurispr. Vedi Sorciers T. IV. p. 553. Blackstone Commment. Vol. IV. p. 60. La ragione privata sempre suol prevenire o avanzare il sapere pubblico; ond'è che il Presidente di Montesquieu (Esprit des Loix l. XII. c. 5, 6.) rigetta l'esistenza della magia.
[45.] Vedi le opere di Bayle Tom. III. p. 567-589. Lo Scettico di Rotterdam presenta, secondo il suo costume, uno strano mescuglio di vaghe cognizioni, e di vivace ingegno.
[46.] I Pagani distinguevan la magia buona dalla cattiva, la teurgica dalla goetica (Hist. de l'Acad. ec. T. VII. p. 25). Ma non avrebber potuto difendere tale oscura distinzione contro l'acuta logica del Bayle. Nel sistema Giudaico e nel Cristiano tutti i demoni sono spiriti infernali; ed ogni commercio con essi è idolatria, apostasia ec. che merita morte e dannazione.
[47.] La Canidia d'Orazio (Carm. l. V. od. 5. con le illustrazioni di Dacier e di Sanadon) è una strega volgare. L'Erictone di Lucano (Pharsal. VI. 430-830.) è molesta e disgustosa, ma qualche volta sublime. Essa riprende la lentezza delle furie: e minaccia con tremenda oscurità di pronunziare i veri lor nomi, di scuoprire il vero infernale aspetto di Ecate, e d'invocar le segrete potestà che sono sotto l'inferno ec.
[48.] Genus hominum potentibus infidum, sperantibus fallax, quod in civitate nostra et vetabitur semper et retinebitur: Tacit. Hist. I. 22. Vedi Agostin. de Civ. Dei l. VIII. c. 19. ed il Cod. Teodos. l. IX. Tit. XXVI. col Comment. del Gotofredo.
[49.] La persecuzione d'Antiochia fu cagionata da una colpevole consultazione. Si posero le ventiquattro lettere dell'alfabeto intorno ad un tripode magico; ed un mobile agnello, che era stato collocato nel centro, indicò nel nome del futuro Imperatore le quattro prime lettere Φ, Ε, Ο, Δ. Teodoro (forse con molti altri che avevan quelle fatali sillabe nel loro nome) fu condannato a morte. Teodosio successe nel trono. Lardner (Testim. Pagan. Vol. IV. p. 353-372.) ha esaminato copiosamente e bene quest'oscuro fatto del regno di Valente.
Limus ut hic durescit, et haec ut cera liquescit
Uno eodemque igni...
Virgil. Bucol. VIII. 80.
Devovit absentes, simulacraque cerea figit:
Ov. in Epist. Hipsi. ad Jason. 91.
Tali vane incantazioni poteron commuovere lo spirito, ed accrescer la malattia di Germanico. Tacit. Annal. II. 69.
[51.] Vedi Heinecc. Antiq. Jur. Rom. Tom. II. p. 353. ec. Cod. Teod. l. IX. Tit. VIII, col Comment. del Gotofred.
[52.] È descritta, ed assai probabilmente esagerata la crudele inquisizione di Roma e di Antiochia da Ammiano (XXVIII, 1. XXIX, 1. 2.), e da Zosimo (l. IV. p. 216. 218). Il filosofo Massimo fu con qualche ragione involto nell'accusa di magia (Eunap. in vit. Sophist. p. 88. 89.), ed il giovane Grisostomo, che accidentalmente aveva trovato uno dei libri proscritti, si credè perduto. Tillemont Histoir. des Emper. Tom. V. p. 340.
[53.] Si consultino gli ultimi sei libri d'Ammiano, e specialmente i ritratti dei due fratelli reali (XXX. 8. 9. XXXI. 14). Il Tillemont (Tom. V. pag. 12-18. p. 127-133.) ha raccolto da tutta l'antichità le virtù ed i vizi loro.
[54.] Vittore il giovane asserisce, che egli era valde timidus: pure alla testa d'un esercito si portava con decente fermezza, come avrebbe fatto quasi qualunque altro. Il medesimo Istorico si propone di provare che la sua collera non era dannosa. Ammiano però osserva con maggior candore e giudizio, che incidentia crimina ad contemptam vel laesam Principis amplitudinem trahens in sanguinem saeviebat.
[55.] Cum esset ad acerbitatem naturae calore propensior... poenas per ignes augebat et gladios. Ammiano XXX. 8. ved. XXVII. 7.
[56.] Ho trasferito la taccia d'avarizia da Valente a' suoi servi. Questa passione appartiene più propriamente ai Ministri che ai Re, nei quali per ordinario viene estinta dal dominio assoluto.
[57.] Egli esprimeva alle volte una sentenza di morte in aria di scherzo. Abi, comes, et muta ei caput, qui sibi mutari Provinciam cupit. Un ragazzo, che avea sciolto troppo presto un can da caccia Spartano, un artefice che avea fatto una bella corazza, in cui mancavano pochi grani del giusto peso, ec., furon vittime del suo furore.
[58.] Erano innocenti tre apparitori ed un agente di Milano, che Valentiniano condannò per aver significato una legal citazione. Ammiano (XXVII. 7.) stranamente suppone che tutti coloro, i quali erano stati ingiustamente condannati, si venerassero come martiri dai Cristiani. L'imparziale silenzio di lui non ci permette di credere, che Rodano, gran Ciamberlano, fosse arso vivo per un atto d'oppressione: Cron. Pasq. p. 302.
[59.] Ut bene meritam in sylvas jussit abire Innoxiam. Ammian. XXIX. 5. e Vales. ib.
[60.] Vedi Cod. Justin. lib. VIII. Tit. III. leg. 2. Unus quisque sobolem suamn nutriat. Quod si exponendam putaverit, animadversioni, quae constituta est, subiacebit. Io non mi starò a mescolare presentemente nella disputa insorta fra Noodt e Bynkershoek, con quali pene e per quanto tempo tal pratica opposta alla natura si fosse condannata o abolita dalle leggi, dalla filosofia e dalla maggior cultura della società.
[61.] Questi salutari stabilimenti sono indicati nel codice Teodosiano lib. XIII. Tit. III. De Professoribus et Medicis, e lib. XIV. Tit. IX. De studiis liberalibus urbis Romae. Oltre il Gotofredo, solita nostra guida, si può consultare il Giannone (Stor. di Napoli Tom. I. p. 105. 111) che ha trattato di quest'importante soggetto con lo zelo e con la curiosità d'un letterato che studia l'istoria del suo paese.
[62.] Cod. Teodos. lib. I. Tit. XI. col Paratitlo del Gotofredo, che diligentemente riunisce tutto ciò che si trova nel resto del Codice.
[63.] Tre versi d'Ammiano (XXXI. 14) equivalgono a tutta una orazione di Temistio (VIII. p. 101-120.) piena di adulazione e pedanteria e di luoghi comuni di Morale. L'eloquente Thomas (Tom. I, p. 336-396) si è dilettato nel celebrar le virtù ed il genio di Temistio che non fu indegno del secolo, nel quale visse.
[64.] Zosimo l. IV. p. 102, Ammiano XXX. 9. La riforma, che ei fece, di dispendiosi abusi, potè dargli diritto alla lode, in provinciales admodum parcus, tributorum ubique molliens sarcinas. Alcuni chiamavano avarizia la sua frugalità: Girolam. Cronic. p. 186.
[65.] Testes sunt leges a me in exordio imperii mei datae: quibus unicuique quod animo imbibisset colendi libera facultas tributa est. Cod. Teodos. lib. IX. Tit. XVI. leg. 9. A questa dichiarazione di Valentiniano possiamo aggiungere le varie testimonianze di Ammiano (XXX. 9), di Zosimo (lib. IV. p. 204.) e de Sozomeno (l. VI. c. 7. 27). Il Baronio sarebbe naturalmente indotto a biasimare questa ragionevole tolleranza: Annal. Eccl. an. 370. num. 129. 132. an. 375. n. 3. 4.
[66.] Eudosso era d'un naturale timido e dolce. Quando battezzò Valente nell'anno 367. doveva essere molto vecchio, poichè aveva studiato la teologia cinquantacinque anni avanti sotto il dotto e pio martire Luciano. Filostorg. l. II c. 14-16, l. IV. c. 4. col Gotofred. p. 82-206. e Tillemont Mem. Eccles. Tom. V. p. 474. 480. ec.
[67.] Gregorio Nazianzeno (Orat. XXV. p. 432.) insulta lo spirito persecutore degli Arriani, come un infallibil sintomo d'errore e d'eresia.
[68.] Questo schizzo del governo Ecclesiastico di Valente è tratto da Socrate (l. IV.), da Sozomeno (l. VI.), da Teodoreto (l. IV.), e dalle immense compilazioni del Tillemont (specialmente dal Tom. VI. VIII. e IX.).
[69.] Il D. Jortin. (Osservaz. sull'Istor. Eccles. Vol. IV. p. 78.) ha già concepito ed insinuato l'istesso sospetto.
[70.] Questa riflessione è così ovvia e forte, che Orosio (l. VII. c. 32. 33.) differisce la persecuzione fino ad un tempo posteriore alla morte di Valentiniano. Socrate dall'altra parte, suppone (l. III. c. 21.) che fosse quietata da una filosofica orazione, che pronunziò Temistio l'anno 374. (Orat. XXII. p. 154. solamente in Latino). Tali contraddizioni diminuiscono l'evidenza ed abbreviano il termine della persecuzione di Valente.
[71.] Il Tillemont, da me seguitato e compendiato, ha tratto (Mem. Eccles. Tom. VIII. p. 153-167.) le più autentiche circostanze dai Panegirici dei due Gregori, l'uno fratello e l'altro amico di Basilio. Le lettere di Basilio medesimo (Dupin Bibl. Eccles. Tom. II. p. 155-180.) non presentano l'immagine d'una persecuzione molto viva.
[72.] Basilius Caesarensis Episcopus Cappadociae clarus habetur... qui multa continentiae et ingenii bona uno superbiae malo perdidit. Questo irriverente passo perfettamente combina con lo stile e col carattere di S. Girolamo. Non si trova nell'Edizione Scaligeriana della sua Cronica; ma Isacco Vossio l'ha trovato in alcuni antichi manoscritti, che non erano stati corretti dai Monaci.
[73.] Quella nobile e caritatevole fabbrica (quasi un'altra città) sorpassava in merito se non in grandezza, le piramidi o le mura di Babilonia. Essa era destinata principalmente a ricevere i lebbrosi: Gregor. Nazianzeno Orat. XX. pag. 439.
[74.] Cod. Teodos. l. XII. Tit. I. leg. 63. Il Gotofredo (Tom. IV. p. 409-413) fa l'uffizio di Commentatore e d'Avvocato. Il Tillemont (Mem. Ecoles. Tom. VIII. p. 808.) suppone una seconda legge per iscusare gli Ortodossi suoi amici, che avevano male rappresentato l'editto di Valente e soppresso la libertà della scelta.
[75.] Vedi Danville Descript. de l'Egypt. p. 74. In seguito esamineremo gl'Instituti Monastici.
[76.] Socrate l. IV. c. 24. 25., Orosio l. VII. c. 33. Girol. Cron. p. 189. e Tom. II. p. 212. I Monaci dell'Egitto facevano molti miracoli, che provan la verità della loro fede. Benissimo, (dice Jortin Osservaz. Vol. IV. p. 79.) ma chi prova la verità di questi miracoli?
[77.] Cod. Teodos. lib. XVI. Tit. II. leg. 20. Il Gotofredo (Tom. IV. pag. 49.), seguitando l'esempio del Baronio, raccoglie senza parzialità tutto quello che i Padri hanno detto relativamente a questa importante legge, lo spirito della quale molto tempo dopo fu fatto risorgere dall'Imperator Federigo II. da Eduardo I. Re d'Inghilterra, e da altri Principi Cristiani, che regnarono dopo il duodecimo secolo.
[78.] L'espressioni, che ho adoperate, son deboli e moderate, se si paragonino con le veementi invettive di Girolamo (Tom. I. p. 13. 45. 144). Fu anche ad esso rinfacciata la colpa, che egli imputava ai Monaci fratelli di lui; e lo scellerato, il versipelle fu pubblicamente accusato come amante della vedova Paola. (Tom. II. p. 363). Ei godeva senza dubbio l'affezione sì della madre che della figlia; ma dichiara che non abusò mai della sua autorità in favore di alcun sensuale o a sè vantaggioso disegno.
[79.] Pudet dicere Sacerdotes Idolorum, mimi, et aurigae, et scorta haereditates capiunt: solis Clericis ac Monacis hac lege prohibetur. Et non prohibetur a persecutoribus, sed a Principibus Christianis. Nec de lege quaeror, sed doleo, cur meruerimus hanc legem. Girolamo (Tom. I. p. 13) prudentemente indica la segreta politica di Damaso, suo protettore.
[80.] Tre parole di Girolamo, Sanctae memoriae Damasus (Tom. II. p. 109.), lavano tutte le sue macchie; ed abbagliano i devoti occhj del Tillemont: Mem. Eccles. T. VIII p. 386. 424.
[81.] La Basilica di Sicinino o di Liberio è probabilmente la Chiesa di S. Maria Maggiore sul colle Esquilino. Baronio an. 367. num. 3. e Donat. Rom. Antiq. et nov. lib. IV. c. 3. p. 462.
[82.] Girolamo stesso è costretto a confessare crudelissimae interfectiones diversi sexus perpatratae. Cron. p. 186. Ma per strana combinazione ci è restato un libello, o domanda originale di due Preti del partito contrario. Essi affermano, che furon bruciate le porte della Basilica, e scoperchiatone il tetto; che Damaso marciò alla testa del suo Clero, di scavatori di sepolcri, di cocchieri e di gladiatori stipendiati; che non fu ucciso veruno del suo partito, ma che vi furon trovati centosessanta corpi morti. Tal libello fu pubblicato dal P. Sirmondo nel primo Tomo delle sue opere.
[83.] I nemici di Damaso lo chiamavano Auriscalpius Matronarum, sollecitatore degli orecchj delle matrone.
[84.] Gregorio Nazianzeno (Orat. XXXII. p. 526.) descrive la vanità ed il lusso dei Prelati che presedevano alle città Imperiali; gli aurei loro cocchi, i focosi destrieri, ed il numeroso seguito ec. La turba dava luogo come ad una bestia selvaggia.
[85.] Ammiano XXVII. 3. Perpetuo Numini verisque ejus cultoribus. Che incomparabil condiscendenza d'un Politeista!
[86.] Ammiano, che fa una bella narrazione della sua Prefettura (XXVII. 9.), lo chiama praeclarae indolis gravitatisque Senator (XXII. 7. e Vales. ib.). Una curiosa Inscrizione (ap. Gruter. MCII, n. 2.) contiene in due colonne gli onori civili e religiosi di esso. In una vien dichiarato Pontefice del Sole e di Vesta, Augure, Quindecemviro, Jerofante ec. ec. Nell'altra 1. Questore candidato, più probabilmente titolare, 2. Pretore, 3. Correttore della Toscana e dell'Umbria, 4. Consolare della Lusitania, 5. Proconsole dell'Acaja, 6. Prefetto di Roma, 7. Prefetto del Pretorio d'Italia, 8. dell'Illirico, 9. Console eletto; ma egli morì prima che cominciasse l'anno 385. Vedi Tillemont Hist. des Emper. Tom. V. p. 241, 736.
[87.] Facite me Romanae urbis Episcopum, et ero protinus Christianus: Girolam. Tom. II. p. 165. Egli è più che probabile, che Damaso non avrebbe comprato a tal prezzo la conversione di esso.
[88.] Ammiano XXVI. 5. Valesio aggiunge una lunga e stimabile nota sopra il Maestro degli Uffizj.
[89.] Ammiano XXVII. 1. Zosimo l. IV. p. 208. Vien soppressa la vergogna dei Batavi da un soldato contemporaneo per un riguardo all'onor militare, che non poteva interessare un Retore Greco del seguente secolo.
[90.] Vedi Danville Not. dell'ant. Gallia p. 587. Il nome della Mosella, che non è specificato da Ammiano, viene indicato chiaramente da Mascov Istor. degli ant. Germani VII. 2.
[91.] Son descritte queste battaglie da Ammiano (XXVII. 2) e da Zosimo (l. IV. p. 209.) il quale suppone che Valentiniano vi si trovasse presente.
[92.] Studio sollicitante nostrorum occubuit: Ammiano XXVII. 10.
[93.] Questa spedizione vien riferita da Ammiano (XXVII. 10) e celebrata da Ausonio (Mosell. 421.) il quale stoltamente suppone, che i Romani ignorassero le sorgenti del Danubio.
[94.] Immanis enim natio jam inde ab incunabulis primis varietate casuum imminuta, ita saepius adolescit, ut fuisse longis soeculis aestimetur intacta: Ammiano XXVII. 5. Il Conte di Buat (Histor. des Peuples de l'Europ. Tom. VII. p. 370.) attribuisce la fecondità degli Alemanni alla facilità con cui adottavano gli stranieri.
[95.] Ammiano XXVIII. 2. Zosimo l. IV. p. 214. Vittore il Giovane fa menzione del genio meccanico di Valentiniano: nova arma meditari; fingere terra seu limo simulacra.
[96.] Bellicosos et pubis immensae viribus affluentes, et ideo metuendos finitimis universis. Ammiano XXVIII. 5.
[97.] Io son sempre inclinato a sospettare, che gl'Istorici e i viaggiatori facilmente riducano a leggi generali alcuni fatti straordinarj. Ammiano attribuisce un costume simile all'Egitto; ed i Chinesi l'hanno attribuito al Tapsin o all'Impero Romano (De Guignes Histor. des Huns Tom. II. p. I. p. 79.)
[98.] Salinarum finiumque causa Alemannis saepe jurgabant: Ammiano XXVIII. 5. Può esser che si disputassero il possesso della Sala, fiume che produceva del sale, e che era stato l'oggetto di antiche pugne. Tacit. Annal. XIII. 57. e Lipsio ib.
[99.] Jam inde temporibus priscis sobolem se esse Romanam Burgundii sciunt; e tale incerta tradizione appoco appoco prese un aspetto regolare: Oros. l. VII. c. 32. Essa è distrutta dalla decisiva testimonianza di Plinio, che fece l'istoria di Druso, e militò in Germania (Plin. Sec. Epist. III. 5.) dentro i sessant'anni dalla morte di quell'eroe: Germanorum generae quinque Vindili, quorum pars Burgundiones ec. Hist. nat. IV. 28.
[100.] Le guerre e le negoziazioni relative a' Borgognoni ed agli Alemanni son distintamente riferite da Ammiano Marcellino (XXVII. 5. XXIX. 4. XXX. 1.) Orosio (l. VII. c. 33) e le Croniche di Girolamo e di Cassiodoro determinano alcune date, ed aggiungono varie circostanze.
[101.] Επι τον αυχενα της Κιμβρικη χερσονεσου Σαξονες nel più stretto del Chersoneso Cimbrico i Sassoni. All'estremità Settentrionale della penisola (ch'è il promontorio Cimbrico di Plinio IV. 27) Tolomeo pone il restante dei Cimbri, e riempie l'intervallo fra i Sassoni ed i Cimbri con sei oscure tribù, che erano unite insieme fino dal sesto secolo sotto la nazional denominazione di Dani. Vedi Cluver. German. Antiq. l. III. c. 21. 22. 23.
[102.] Danville (Etablissem. des etats de l'Europe p. 19. 26) ha determinato gli estesi limiti della Sassonia al tempo di Carlo Magno.
[103.] La flotta di Druso invano tentò di passare o anche d'avvicinarsi al Sund (chiamato per una facile somiglianza le colonne d'Ercole) e non fu mai più intrapresa tale spedizione navale: Tacit. de morib. Germ. c. 34. La cognizione che i Romani acquistarono delle forze marittime del Baltico (c. 44. 45) l'ottennero col mezzo dei viaggi che facevano per terra in cerca dell'ambra.
Quin et Aremoricus piratam Saxona tractus.....
Sperabat; cui pelle salum sulcare Britannum
Ludus; et assuto glaucum mare findere lembo.
Sidon. in Panegyr. Avit. 369.
Il genio di Cesare imitò in una particolare occasione quei rozzi ma leggieri vascelli, che s'usavano ancora dagli abitanti della Britannia (Comment. de Bello Civ. I. 51) e Guichardt (Nouv. Memoir. milit. Tom. II. p. 41. 42). Le navi Britanniche farebbero al presente stupire il genio di Cesare.
[105.] Posson trovarsi le migliori notizie originali, rispetto ai pirati Sassoni, appresso Sidonio Apollinare (l. VIII. Epist. VI. p. 223, edit. Sirmond.), ed il miglior Commentario appresso l'Abb. du Bos (Hist. crit. de la Monar. Fran. Tom. I. l. I c. 16. p. 148-155. Vedi anche p. 78. 79).
[106.] Ammiano (XXVIII. 5.) giustifica tale mancanza di fede ai pirati e ladroni; ed Orosio (l. VII. c. 32.) esprime più chiaramente la vera lor colpa, virtute atque agilitate terribiles.
[107.] Simmaco (l. II. ep. 16.) pretende di far tuttavia menzione dei sacri nomi di Socrate e della filosofia. Sidonio, Vescovo di Clermont, potea condannare (l. VIII. epist. 6.) con minor incoerenza i sacrifizi umani dei Sassoni.
[108.] Nel principio del secolo passato il dotto Cambden fu costretto a distruggere con rispettoso scetticismo il Romanzo di Bruto Troiano, che ora è sepolto in una tacita obblivione con Scota figlia di Faroah, e la numerosa lor discendenza. Pure io so, che si trovano ancora fra gli originali nativi di Irlanda molti campioni della colonia Milesia. Un popolo, malcontento della propria condizione presente, s'attacca ad ogni visione di passata o futura sua gloria.
[109.] Tacito, o piuttosto Agricola suocero di lui, potè osservare la carnagione Germanica o Spagnuola di alcune tribù Britanniche; ma la più moderata e dichiarata loro opinione era questa: In universum tamen aestimanti, Gallos vicinum solum occupasse, credibile est. Eorum sacra deprehendas.... Sermo haud multum diversus. (In vitae Agric. c. XI.) Cesare ha osservato la somiglianza della lor religione (Comm. de Bell. Gallic. VI. 13.); ed al suo tempo l'emigrazione dalla Gallia Belgica era un fatto recente o almeno istorico (V. 10). Cambden, lo Strabone Britannico, ha modestamente determinato le nostre genuine antichità. (Britan. Vol. I. Inter. p. II. XXXI.)
[110.] Negli oscuri e dubbi sentieri dell'antichità Caledonia ho preso per miei condottieri due dotti ed ingegnosi abitatori di montagne, che per la nascita e l'educazione loro erario specialmente adattati a tale uffizio. Vedi le Dissertazioni critiche sull'origine, antichità ec. dei Caledoni del Dott. Gio. Macpherson, Londr. 1768, in 4. e l'Introduzione all'Istoria della Gran Brettagna e dell'Irlanda di Giacomo Macpherson, Scud. Londr. 1773, 4, terza ediz. Il Dott. Macpherson era un ministro dell'isola di Sky; ed è una circostanza che fa onore al nostro secolo, che nella più remota fra l'Ebridi sia stata composta un'opera piena d'erudizione e di critica.
[111.] Si è fatta risorgere negli ultimi momenti di sua rovina, e vigorosamente si è sostenuta la discendenza Irlandese degli Scoti dal Rev. Whitaker (Istor. di Manchester vol. I. p. 430. 431 ed Istoria genuina dei Brettoni provata ec. p. 154. 293). Pure confessa egli, 1. che gli Scoti d'Ammiano Marcellino (an. 340) erano già stabiliti nella Caledonia, e che gli Scrittori Romani non danno alcun indizio della loro emigrazione da un altro paese; 2. che tutti i racconti di tali emigrazioni, che si son fatti o ammessi dai Bardi Irlandesi, dagli Istorici di Scozia o dagli antiquari Inglesi (Bucanano, Cambden, Usher, Stillingfleet ec.) sono interamente favolosi; 3. che tre delle tribù Irlandesi mentovate da Tolomeo (anno 150) eran d'origine Caledonia; 4. che il ramo cadetto dei Principi Caledoni della casa di Fingal acquistò e possedè il regno dell'Irlanda. Dopo queste concessioni la differenza che resta fra il Whitaker ed i suoi avversari, è piccola ed oscura. L'istoria genuina, che egli produce, d'un Fergus cugino d'Ossian, che si trasferì (nell'anno 320.) dall'Irlanda nella Caledonia, è fondata sopra un supplimento congetturale alla poesia Ersa, e sopra la debole testimonianza di Riccardo di Cirencester, Monaco del secolo XIV. Il vivace spirito dell'erudito ed ingegnoso Antiquario l'ha indotto a dimenticare la natura d'una questione, che con tanta veemenza egli discute, e tanto assolutamente decide.
[112.] Hyeme tumentes ac saevientes undas calcastis oceani sub remis vestris... insperatam Imperatoris faciem Britannus expavit: Jul. Firmic. Matern. de error. prop. Religion. p. 464. edit. Gronov. ad calc. Minuc. Felic. Vedi Tillemont Hist. des Emper. Tom. IV. p. 336.
[113.] Liban. Orat. parent. c. XXXIX. p. 264. Questo curioso passo è sfuggito alla diligenza degli Inglesi nostri antiquari.
[114.] I Caledoni lodavano e desideravano l'oro, i destrieri, i lumi ec. dello straniero. Vedi la Dissert. del D. Blair sopra Ossian Vol. II. p. 343. e l'Introduzione di Macpherson p. 241-286.
[115.] Lord Littleton ha riferito circostanziatamente (Istor. d'Enric. II. Vol. I. pag. 182.) e David Darymple ha brevemente rammentato (Annal. di Scozia Vol. I. p. 69) una barbara irruzione degli Scoti in un tempo (an. 1137) in cui la legge, la religione e la società dovevano avere addolcito gli antichi loro costumi.
[116.] Attacotti bellicosa hominum natio: Ammiano XXVII. 8. Cambden ha restituito (Introd. p. CLIII) il loro vero nome nel testo di Girolamo. Le truppe degli Attacotti, che Girolamo aveva veduto nella Gallia, furono in seguito poste nell'Italia e nell'Illirico: Notit. l. VIII. XXXIX. XL.
[117.] Cum ipse adolescentulus in Gallia viderim Attacottos (o Scotos) gentem Britannicam humanis vesci carnibus; et cum per silvas porcorum greges et armentorum pecudumque reperiant, pastorum nates, et feminarum papillas solere abscindere; et has solas ciborum delicias arbitrari. Tale è la testimonianza di Girolamo (Tom. II. p. 75), di cui non ho ragione di porre in dubbio la veracità.
[118.] Ammiano ha succintamente descritto (XX. 1. XXVI. 4. XXVII. 8. XXVIII. 3.) tutta la serie della guerra Britannica.
Horrescit... ratibus... impervia Thule.
Ille... nec falso nomine Pictos.
Edomuit, Scotumque vago mucrone secutus
Fregit Hyperboreas remis audacibus undas.
Claudian. in III. Cons. Honorii v. 53.
.... Maduerunt Saxone fuso
Orcades: incaluit Pictorum sanguine Thule.
Scotorum cumulos flevit glacialis Jerne.
In IV. Consult. Honor. v. 31. Vedasi anche Pacato (in Paneg. veter. XII. 5). Ma non è facile lo stabilire il valore intrinseco dell'adulazione e della metafora. Si paragonino le vittorie Britanniche di Bolano (Stat. Silv. V. 2) col vero carattere di lui (ap. Tacit. in vit. Agricol. 6. 16).
[120.] Ammiano fa spesso menzione del loro concilium annuum, legitimum etc. Leptis e Sabrata sono da gran tempo distrutte; ma la città di Oea, patria d'Apulejo, fiorisce ancora sotto la provincial denominazione di Tripoli. Vedi Cellar. Geogr. antiq. Tom. II. P. II. pag. 8. Danville Geogr. Ancien. Tom. II. pag. 71 72 e Marmol Afrique Tom. II. pag. 562.
[121.] Ammiano XVIII. 6. Il Tillemont (Hist. des Emper. T. V. p. 25. 676) ha discusso le difficoltà cronologiche dell'istoria del Conte Romano.
[122.] La cronologia d'Ammiano è sconnessa ed oscura; ed Orosio (l. VII. c. 33. p. 551 edit. Havercamp.), sembra, che ponga la rivoluzione di Firmo dopo la morte di Valentiniano e di Valente. Il Tillemont (Hist. des Emper. T. V. p. 691) procura di sgombrar la strada. Ne' più sdrucciolevoli sentieri possiamo affidarci al paziente e sicuro mulo delle Alpi.
[123.] Ammiano XXIX. 5. Il testo di questo lungo capitolo (di quindici pagine in quarto) è mutilato e corrotto; e la narrazione è ambigua per mancanza d'indicazioni cronologiche e geografiche.
[124.] Ammiano XXVIII. 4. Orosio l. VII. c. 33. p. 551. 552. Girol. Chron. p. 187.
[125.] Leone Affricano (nei viaggi di Ramusio Tom. I. fol. 78, 83) ha fatto una curiosa pittura sì del popolo che del paese, il quale vien più minutamente descritto nell'Affrica di Marmol. Tom. III. p. 1-54.
[126.] Tale inabitabile zona fu appoco appoco ridotta, pei miglioramenti fatti all'antica geografia, da quarantacinque a ventiquattro o anche sedici gradi di latitudine. Vedi una dotta e giudiziosa nota del Dott. Robertson Istor. d'Amer. Vol. I. p. 426.
[127.] Intra, si credere libet, vix jam homines, et magis semiferi... Blemmyes, satyri ec. Pomponio Mela l. 4. p. 26. Edit. Voss. in 8. Plinio spiega filosoficamente (VI. 35) le irregolarità della natura, che con credulità egli aveva ammesse V. 8.
[128.] Se il Satiro era l'Orang-outang, o la grande scimia umana di Buffon (Hist. nat. Tom. XIV. p. 43 ec.), potè realmente farsi veder vivo uno di quella specie in Alessandria nel regno di Costantino. Contuttociò resta sempre qualche difficoltà sopra la conversazione che ebbe S. Antonio con uno di quei pii Selvaggi nel deserto della Tebaide (Girol. vit. Paul. Erem. Tom. I. p. 238).
[129.] S. Antonio incontrò anche uno di questi mostri; l'esistenza dei quali fu sostenuta seriamente dall'Imperatore Claudio. Il pubblico se ne rideva; ma il suo Prefetto dell'Egitto ebbe la cura di mandare l'artificiosa preparazione di un corpo imbalsamato d'un Hippocentauro che fu conservato quasi per un secolo nel palazzo Imperiale. Vedi Plin. (Hist. nat. VIII. 3) e le giudiziose osservazioni di Freret (Mem. de l'Acad. Tom. VII. p. 321).
[130.] La favola de' pimmei è antica quanto Omero (Iliad. III. 6). I pimmei dell'India e dell'Etiopia erano (trispithami) alti ventisette pollici. Nella primavera marciava la lor cavalleria (sopra capre e montoni) in militare ordinanza per distrugger le ova delle grue: aliter (dice Plin.) futuris gregibus non resisti. Le loro case erano formate di terra, di foglie e di gusci di conchiglie. Vedi Plin. VI. 35. VII 2., e Strabone l. II. p. 121.
[131.] I Volumi III e IV della stimabile Storia dei viaggi descrivono lo stato presente de' Neri. Le nazioni delle coste marittime si sono incivilite pel commercio Europeo; e quelle dell'interno del paese sono state migliorate dalle colonie Moresche.
[132.] Hist. Philos. e Polit. Tom. IV. p. 192.
[133.] È originale e decisiva la testimonianza d'Ammiano (XXVII 12). Si son consultati Mosè di Corene (l. III. c. 17. p. 249 e c. 24. p. 169), e Procopio (De Bell. Pers. l. I. c. 5. p. 17. Ed. Louvr.), ma bisogna far uso con diffidenza e cautela di quest'istorici, che confondono i fatti fra loro distinti, ripetono i medesimi avvenimenti, e v'inseriscono stravaganti racconti.
[134.] Forse Artagera o Ardis, sotto le mura di cui restò ferito Cajo nipote d'Augusto. Questa fortezza era situata sopra Amida, vicino ad una delle sorgenti del Tigri. Vedi Danville Geogr. anc. Tom. II. p. 106.
[135.] Il Tillemont (Hist. des Emper. Tom. V. pag. 701) prova colla cronologia, che Olimpia deve essere stata madre di Para.
[136.] Ammiano (XXVII. 12. XXIX. 1. XXX. 1. 2), ha descritto gli avvenimenti della guerra Persiana, senza le date. Mosè di Corene (Hist. Armen. l. III. c. 28. p. 261. c. 31. p. 266. c. 33. p. 271) somministra altri fatti; ma è sommamente difficile il distinguere il vero dal favoloso.
[137.] Artaserse fu successore e fratello (cugino germano) del gran Sapore, e custode del suo figlio Sapore III (Agat. l. IV. p. 136. Edit. Louvr.) Vedi l'Istor. Univers. Vol. XI. p. 86, 162. Gli autori di quell'opera disuguale hanno compilato i fatti della dinastia Sassania con erudizione e diligenza; ma è male inteso il metodo di dividere in due distinte storie le narrazioni Romane e le Orientali.
[138.] Pacat. in Paneg. Vet. XII. 22. ed Oros. lib. VII. c. 34. Ictumque tum foedus est, quo universus Oriens usque ad nunc (an. 416) tranquillissime fruitur.
[139.] Vedi ap. Ammiano (XXX. 1.) le avventure di Para. Mosè di Corene lo chiama Tiridate; e racconta una lunga e non improbabile storia di Gnelo suo figlio, che in seguito divenne popolare nell'Armenia, e provocò la gelosia del Re allora regnante (l. III. c. 21, ec. p. 253).
[140.] Sembra che il breve racconto del regno e delle conquiste d'Ermanrico sia uno dei più stimabili frammenti, che Giornande abbia preso (c. 28) dalle Gotiche storie d'Ablavio o di Cassiodoro.
[141.] Il Buat (Hist. des Peuples de l'Eur. Tom. VI. p. 311, 329) va investigando, con maggiore industria che effetto, le nazioni domate dalle armi d'Ermanrico. Ei nega l'esistenza dei Vasinobronci, per causa dell'eccessiva lunghezza del loro nome. Eppure l'Inviato Francese a Ratisbona o a Dresda deve aver traversato il paese dei Mediomatrici.
[142.] L'edizione di Grozio (Jornandes p. 642) porta il nome di Aestri. Ma la ragione ed il MS. Ambrosiano hanno restituito quello di Aestii, i costumi e la situazione dei quali si rappresentano dal pennello di Tacito (Germ. c. 45).
[143.] Ammiano (XXXI. 3) osserva in termini generali: Ermenrichi... nobilissimi Regis, et per multa fortiter facta, vicinis gentibus formidati, ec.
[144.] Valens... docetur relationibus Ducum, gentem Gothorum ea tempestate intactam, ideoque saevissimam, conspirantem in unum ad pervadendum parari collimitia Thraciarum. Ammiano XXVI. 6.
[145.] Il Buat (Hist. des Peuples de l'Europ. Tom. VI. p. 332) ha con esattezza determinato il vero numero di questi ausiliari. I tremila d'Ammiano, ed i diecimila di Zosimo non erano che le prime divisioni dell'armata Gotica.
[146.] Si trova descritta questa marcia e la successiva negoziazione nei Frammenti d'Eunapio (Excerpt. legat. p. 18. Edit. Louvr.). I Provinciali, che in seguito divennero famigliari coi Barbari, trovarono la loro forza più apparente che reale. Essi erano alti di statura, ma avevano le gambe grosse, e le spalle anguste.
[147.] Valens enim, ut consulto placuerat fratri, cujus regebatur arbitrio, arma concussit in Gothos ratione justa permotus: Ammiano (XXVII. 4.) poi continua a descrivere non già il paese dei Goti, ma la pacifica ed obbediente provincia della Tracia, che non era attaccata dalla guerra.
[148.] Eunap. in Excerpt. Leg. pag. 18 19. Bisogna che il Greco Sofista risguardasse come una medesima guerra tutta la serie dell'istoria Gotica, sino alle vittorie, ed alla pace di Teodosio.
[149.] La guerra Gotica è descritta da Ammiano, (XXVII. 5) da Zosimo (l. IV. p. 211 214) e da Temistio (Orat. X. p. 129 141). L'oratore Temistio fu invitato dal Senato di Costantinopoli a congratularsi col vittorioso Imperatore; e la sua servile eloquenza paragona Valente sul Danubio ad Achille sullo Scamandro. Giornandes ha tralasciato una guerra particolare ai Visigoti, e non gloriosa pel nome Gotico. Mascou Istor. dei Germani VII. 3.
[150.] Ammiano (XXIX. 6) e Zosimo (l. IV. p. 119 220) notano esattamente l'origine ed il progresso della guerra dei Quadi e de' Sarmati.
[151.] Ammiano, che (XXX. 5) confessa il merito di Petronio Probo, ne ha con giusta asprezza censurato l'oppressivo governo. Quando Girolamo tradusse e continuò la Cronica d'Eusebio an. 380 (Vedi Tillemont Mem. Eccl. Tom. XII. p. 53 626) espresse la verità o almeno la pubblica opinione del paese con queste parole; Probus P. P. Illirici iniquissimis tributorum exactionibus ante provincias, quas regebat, quam a Barbaris vastarentur, erasit: Chron. Edit. Scaliger. p. 187. Animad. p 259. Il Santo contrasse in seguito un'intima e tenera amicizia con la vedova di Probo; ed il nome del Conte Equizio, meno a proposito in vero, ma senza molta ingiustizia è stato sostituito nel testo.
[152.] Giuliano (Orat. VI. p. 298) descrive il suo amico Ificle come un uomo virtuoso e di merito, che erasi reso ridicolo ed infelice, adottando l'abito ed i costumi stravaganti de' Cinici.
[153.] Ammiano XXX. 5. Girolamo, che esagera la disgrazia di Valentiniano, gli nega sino quest'ultima consolazione della vendetta: Genitali vastato solo et inultam Patriam derelinquens: Tom. I. p. 26.
[154.] Vedasi quanto alla morte di Valentiniano, Ammiano (XXX. 6), Zosimo (l. IV. p. 221), Vittore (in Epitom.), Socrate (l. IV. c. 31) e Girolamo (in Chron. p. 187, e Tom. I. p. 26 ad Heliodor.). Fra loro si trova gran varietà di circostanze; ed Ammiano è tanto eloquente che scrive senza alcun senso.
[155.] Socrate (l. IV. c. 31) è l'unico testimone originale di questa stolta istoria, sì repugnante alle leggi ed ai costumi de' Romani, che appena merita la formale ed elaborata dissertazione del Bonamy (Mem. de l'Acad. Tom. XXX. p. 394 405). Pure io riterrei la natural circostanza del bagno, piuttosto che seguitare Zosimo, che rappresenta Giustina, come una vecchia vedova di Magnenzio.
[156.] Ammiano (XXVII. 6) descrive la forma di questa militar elezione ed augusta investitura. Pare che Valentiniano non consultasse, e neppur ne informasse il Senato di Roma.
[157.] Ammiano XXX. 10. Zosimo l. IV. pag. 222, 223. Il Tillemont ha provato (Hist. des Emper. T. V. p. 707, 709) che Graziano regnò nell'Italia, nell'Affrica e nell'Illirico. Io ho procurato di esprimere la sua autorità negli stati del Fratello, in uno stile ambiguo, simile alla maniera con cui l'usava.
[158.] L'A. allude a mio credere al celebre Galilaee vicisti, satiare ec. ed al racconto, che Giuliano volesse precipitarsi nel fiume vicino per celar la sua morte, e così passar, come Romolo, per un Dio. Ma S. Gregorio (Orat. IV. p. 290. Edit. Paris. 1583) non dice cosa veruna delle bestemmie di quell'Imperatore, nè del sangue gettato contro al Cielo; e benchè accenni il secondo fatto, osserva in generale, che le circostanze della morte di Giuliano erano incertissime. Sozomeno poi (l. VI. c. 2), e Teodoreto (l. 30. c. 25. Ed. Vales.) parlano del primo come di cosa non ben sicura, e come un discorso di pochi. Vedi della Bleterie pag. 495 e segg. Se il sig. Gibbon avesse ben ponderata la forza del titolo di Calunniatore si sarebbe astenuto dal darlo a Gregorio ed ai Santi più moderni, per non meritarlo egli stesso. Vedi Filostorgio H. E. l. 7. in fogl.
[159.] Che dirà dunque l'Autore dell'Apocalisse, in cui i Vescovi son distinti col nome di Angeli? Che di G. C. medesimo, mentre disse di loro nella persona degli Apostoli; qui vos audit, me audit, qui vos spernit, me spernit? E come non sapere che di tutti i buoni si legge: Ego dixi, Dii estis ec.? Lo sa benissimo: ma è tanto prevenuto contro Gioviano, che unitamente al merito di Confessore nel precedente regno gli nega quello di aver esatto dall'esercito che lo proclamò Imperatore la professione del Cristianesimo, benchè ne sian testimoni Socrate, Sozomeno e Teodoreto (l. IV. c. 1. ex Vales.) sol perchè Ammiano dice (l. XXV. c. 6) hostiis pro Joviano, extisque inspectis pronunciatum est etc. Alle osservazioni del Baronio (ad Ann. 363. §. 118) sul testo citato, aggiungo col Tillemont, che forse alcuni pochi ostinati Pagani compiron quel rito superstizioso senza saputa dell'Imperatore, e che Ammiano avea una cognizione molto oscura e superficiale della Storia Ecclesiastica. È Gibbon istesso che parla in tal modo; perchè in quell'occasione l'ignoranza di Ammiano torna in discredito dei Cattolici.
[160.] Grot. L. I. c. 4. Bossuet Var. l. 10.
[161.] V. Athan. Epist. ad Lucif. et Serapion.
[162.] Vedi Hermant Vie de S. Athanas.
[163.] Vedi Baron. ad an. 356. n. 85. Tillemont Tom. VIII. N. 74. Fleury l. 13. n. 32.
[164.] L. I. c. XIII. de Trin. §. 6.
[165.] Sec. IV. diss. 30.
[166.] V. Bern. Montf. Diatriba de Causa Marcelli Ancyr. T. 2. Coll. Nov. PP. et Script. Graecor.
[167.] Il Garner. Diss. ad Mart. Mercat. Opera T. III. p. 312 chiama la medesima causa difficile ed oscura.
[168.] Vedi Mamachi T. I. Orig. et Antiq. Christ. i PP. di Trevoux Febr. 1708. Arti 26. Claud. Molinet. 1681, nel Giornale dei dotti di Parigi ec. ec. Tra i Protestanti Gio. Reischko 1681. Gian Cristof. Wolf. 1706. De visione Crucis, etc.
[169.] Syntagma, quo apparientis M. Costantino Crucis historia complexa est universa. Romae 1595.
[170.] Euseb. loc. cit.
[171.] Controv. Rob. Bell. defens. T. II. Col. 1044.
[172.] Saec. IV. Diss. 32.
[173.] Dissertation Crit. etc. et hist. sur le P. Libere, dans laquelle on fait voir, qu'il n'est jamais tombé. A Paris 1736.
[174.] Pap. 185. Tom. II. Venet. 1757.
[175.] L. 2. C. 17. Hist. Eccles.
[176.] L. 5. C. 18. Hist. Tripart.
[177.] De div. et multipl. rat. Animae. c. 2.
[178.] Praef. T. 5. Bibl. PP. p. 652.
[179.] Sozom. L. 4. 15. Ed. Vales.
[180.] Theodoret Hist. l. 2. c. 17.
[181.] Labbé T. 2. Conc. p. 655.
[182.] Hieron. Dial. adv. Lucifer. Damas. presso Teodoret. L. 2. Hist. Eccl. c. 22. Lib. med. presso Socr. l. 4. Hist. XII.
[183.] Nei Framm. di S. Ilario pag. 1357. Ediz. dei Mon. Benedet.
[184.] Sulpic. Sever. Hist. Sacr. L. 2. c. 39. Socr. Hist. E. L. 2. c. 37.
[185.] Vedi il Cap. IV. e V. della cit. Dissert. De Comment. ec.
[186.] L. I. Hist. c. 27.
[187.] L'A. non ha troppo buon sangue coi Papi. Il carattere di Damaso è molto ambiguo, e tre parole di Girolamo Sanctae Memoriae Damasus, lavano tutte le sue macchie, ed abbagliano i devoti occhi del Tillemont. Si trovan però dileguate presso questo Scrittore le calunnie, dalle quali fu attaccato quel Santo Pontefice. Si cita inoltre Teodoreto L. V. c. 2., che parla così di Damaso: Is erat Episcopus Romae vita laudabili conspicuus, quique sibi dicenda, faciendaque omnia pro Apostolicis dogmatis statuerat., e nel L. IV. c. 30 lo pone nella classe medesima con i due SS. Gregorio, e con S. Ambrogio. Allega ancora l'autorità del Concilio Calcedonese che nell'allocuzione all'Imperatore Marciano si espresse in questi termini. Sic quoque Damasus Romanae urbis decus ad justitiam, ovvero Romanae urbis Episcopus, et justitia decus. Appella per fine a non pochi antichissimi Martirologi, nei quali con S. Girolamo si legge nominato S. Damaso. Non sono dunque tre parole quelle che hanno abbagliato gli occhi devoti del Tillemont. Vedi T. VIII. Memor.
[188.] Vie de l'Empereur Julien L. V. p. 396.
[189.] Marc. L. XIII. V. 1. 2.
[190.] Lib. 23. c. 1.
[191.] L. I. c. 38, 39.
[192.] L. 3. c. 17.
[193.] L. 3. c. 17.
[194.] L. V. c. ult.
[195.] Adv. Judeos Orat. 2, Hom. 4 in Matth.; Homil. 41 in Act. Apost.
[196.] Greg. Naz. Orat. 2. in Julian.
[197.] Sec. IV. 1. p. n. 14.
[198.] L. IV. c. 27.
[199.] M. della Bleterie pag. 399 in una Nota.
[200.] Adv. Parmentanum.
[201.] De Unit. Eccl., Cont. Petilian., Cont. Cresc. in Epist. et alibi passim.
[202.] Nat. Aless. Saec. IV. pag. 15. Tillem. Tom. VI. Vales. etc.
[203.] Can. 8.
[204.] Can. 19. cum not. Christ.
[205.] S. Ag. De haeres. ad Quod vult Deus. L. 69.
[206.] Fleury L. XI. §. 53.
[207.] V. Tillem. T. 3. Les Novatiens.
[208.] Quodcumque solveris etc. Quorum remiseritis peccata remittuntur eis etc. Jo. 30. Matth. 16.
[209.] Quod si dormierit vir ejus, liberata est etc.
Cui vult nubat. ad Corinth. I. c. 7.
[210.] Sess. 23. c. 17. de Reformat.
[211.] Sess. 23. c. 17. de Reformat.
[212.] S. Ambros. L. 2. de Off. Eccles. L. 6. ex A. malar. Fortun. v. Morin. part. 2. De Sac. Ordin.
[213.] L'Autore in ciò si conforma a Clerc Epist. Cr. 7, 8, 9 ed al Mosem. Dissert. de turb. per Plat. Ecclesia.
[214.] P. 1049.
[215.] P. 1042.
[216.] P. 1049.
[217.] Tim. p. 1049.
[218.] Cic. L. I. de Nat. Deor.
[219.] P. 1052.
[220.] Lib. II. de Nat. Deor.
[221.] L. I. C. 10. de Plat. Philos.
[222.] Orig. L. V. p. 307.
[223.] Vedi la Pref. degli Edit. Bened. di S. Giustino Part. 2. c. 1.
[224.] Not. ad Petav. de Trinit. L. I. c. 1.
[225.] Divinitas J. C. manifesta in Script. et. tradit. Vedi Praef. ad S. Justini oper. part. II. C. 1. §. V. e Bossuet Elevazioni alla SS. Trinità II. Settimana.
[226.] Pag. 95. T. V. Il Critico segue l'opinion del Lamy Praef. apparat. C. 7. Calmet però dà per ricevuta dalla maggior parte l'epoca dell'ann. 98 di G. C. I. di Traiano In Evang. S. Joan. Proleg.
[227.] Dissert. De Verbo Dei §. 3. 4.
[228.] Non si nega a Clerc, che Filone fosse un Platonico celebre: ma si ha diritto di esiger da lui, che non dia una mentita a Filone stesso, il quale nel Lib. de Opif. Mundi attesta di aver appresa la dottrina del Logos περί τῦ λὸγου non da Platone, ma da Mosè. Μωσεῶς ἔστι τὸ υόγμα τουτο, ουκ εμον. Vedi Joh. Lami de recta Christ. in eo quod myster. Div. Tri. adtinet Sententia. L. 4. c. 8.
[229.] Dissert. cit. §. 5.
[230.] Haeres. V.
[231.] Luc. C. 1. v. 26.
[232.] I MSS. Greci portan per data l'anno di G. C. ma la più verisimile può fissarsi verso l'an. 53 vedi Calm. in Ev. Luc. Proleg.
[233.] Luc. C. 5. v. 47.
[234.] Luc. C. 1. v. 45.
[235.] Luc. C. 1. v. 76. e seg.
[236.] Luc. C. 2. v. 30. e seg.
[237.] V. Simon. Hist. Crit. N. T. C. 15. Calmet in Evang. S. Matth. Prolegom.
[238.] Matth. C. 3. V. 17. Marc. C. 3. v. 11. Luc. 3. v. 23.
[239.] Dilectus ibi sonare potest unigenitus: vox enim Jachid idest unicus filius, saepius redditur a LXX. ἁγάπητος Lamy Comment. in Harm. c. V.
[240.] Psalm. II. v. 7.
[241.] C. 4. V. 25 e seg.
[242.] C. I. Il Blondello, lo Spanemio, il Tillemont tengono con la massima parte degli antichi, che la lettera agli Ebrei sia scritta l'Anno di C. 63. Vedi Calm. Proleg. Art. III.
[243.] Psalm. 87. Job. 1 6. 11. 1.
[244.] S. August. in psalm. 2.
[245.] Vedi Abbadie T. III. Traité de la Divinité de J. C.
[246.] C. 8. v. 37.
[247.] Joh. V. 18.
[248.] Ad Philippens. C. 2. v. 6.
[249.] Ad Rom. C. 1. v. 4. C. 8. v. 3. Ad Hebr. C. 1. v. 2. C. 5. v. 8. C. 6. v. 6. C. 7. v. 3. C. 10, v. 29. ec.
[250.] Ad Hebr. C. 1. v. 11.
[251.] d. C. 1. v. 3.
[252.] Ad Colos. C. 1. v. 16.
[253.] Ad Hebr. C. 1. v. 2.
[254.] d. C. 1. v. 6.
[255.] Ad Roman. C. 9. v. 3.
[256.] d. C. 1. v. 8.
[257.] I Nazareni per testimonianza di S. Girolamo: credebant in Christum Filium Dei. Ora secondo la semplicità di quei tempi, ed a norma del simbolo Apostolico il credere in Cristo Figlio di Dio era lo stesso che crederlo propriamente Dio, generato da Dio Padre. Perciò soggiunge S. Girolamo in quem et nos credimus. Vedi Lo Quien Diss. VII Damasc., e la solida confutazion di Freret del Ch. Padre Fassini Profess. di S. Scrittura in Pisa: De Apostolica Evangeliorum Origine n. 25 e 26 dove risponde al Mosemio citato da Gibbon.
[258.] Vedi Athanas. De fuga sua.
[259.] An. 358. V. N. Ales. Sec. 4. Dissert. 15. e cap. 3. §. 22.
[260.] Vedi Bingham. Orig. Eccl. L. 1. C. 2. §. 13.
[261.] Ap. Socr. L. I. H. E.
[262.] Vedi la Dissert. del P. D. Prudenzio Mairan sopra i Semi-Arriani. Parigi 1722 e l'altra de voce Homoousion ec. Aucto. Liberato Fassoni ec. Romae 1753. V. ancora S. Atanas. De Sent. Dionys. n. 18. Nov. edit. Tom. I. p. 256.
[263.] De Nicaen. Syn. Decret. p. 115.
[264.] Lib. I. H. E. C. 8.
[265.] Pag. 709.
[266.] Orat. 49.
[267.] Ometto Gio. Damasceno, come appartenente al VII. Secolo. V. gli Aut. cit. di sotto.
[268.] Sulpic. Sever. L. 2. Vet. Ed.
[269.] Socr. d. C. 8. L. I. H. E. ex Vales. Fu questo il Sofisma d'Arrio medesimo, cattivo Dialettico, Socr. L. 1. C. 5.
[270.] Vedi il C. 14 e 26. De recta PP. Necaenor. Fide Jo. Lami.
[271.] Lib. 1. de Synod §. 31.
[272.] L. I. H. E. C. 25.
[273.] De Synod. c. 45.
[274.] Apud Socr. L. 1. H. E. C. 8.
[275.] Vedi Bull. Defens. Fid. Nicaen. e la cit. Dissert. di D. Gio. Lami De recta Patrum Nicaenorum Fide. Venet. 1733. C. 2.
[276.] S. Cyrill. Alex. Lib. I. Thes. C. 7.
[277.] S. Athan. in exposit. Fid.
[278.] S. Athanas. Lib. de Synod. §. 20. Verum cum Filii ex Patre generatio alia plane sit a natura hominum, nec solum similis ille sit substantiae Patris, sed DIVIDI ab eo non queat, quum item unum ipse, et Pater sit, ut idem dixit, SEMPERQUE VERBUM SIT IN PATRE, ET PATER IN VERBO, eo modo quo splendor se habet ad lucem... idcirco Synodus ea re perspecta eum esse CONSUBSTANTIALEM recte scripsit. Questi non son termini favorevoli a la moda del Triteismo.
[279.] Epist. 300.
[280.] Lib. 3. de Fid. C. 7.
[281.] Ad Constantium Aug. L. 2.
[282.] V. Fleury Hist. Eccl. l. 13. §. 43. e l'Avvertim. degli Edit. Bened. ad 2 Lib. ad Constant. A.
[283.] H. E. L. 2. C. 27.
[284.] §. 30.
[285.] Nat. Alex. H. E. Saec. IV. §. 25.
[286.] Ad Const. A. Lib. 2. §. 6.
[287.] Vedi la Dissert. premessa dagli Edit. Bened. al Lib. Contr. Const. Aug.
[288.] L. 2. Constant. A. §. 7. Sono ancora notabili quelle espressioni presso Fozio sulla morte di Costanzo, dicendo: Imperium pariter ac vitam, et Synodos ad stabiliendam impietatem dereliquit. Philost. l. 6. n. 5.
[289.] Lib. cit. §. 23. Vedi ancora il Lib. de Syn. seu de Fide Orient. §. 63.
[290.] Lib. cit. §. 27.
[291.] Quello però riputavasi dal S. Padre un timor vano, mentre nel Lib. de Synod. §. 91 così parla: Interpretati Patres nostri sunt post Synodum Nicaenam ec. Homoousii proprietatem religiose, extant libri, manet conscientia ec.
[292.] De Synod. pag. 703. Vedi N. Aless. Dissert. XV. de voce Ομοιουσιον ad Saec. IV.
[293.] S. Hilar. Apol. ad Reprehens. VIII.
[294.] Lib. de Synod. §. 89. Nat. etc.
[295.] Tra le op. di S. Ambrogio C. 2.
[296.] V. Mar. Victor. L. 1. adv. Arrium, e Greg. Naz. Or. 21. p. 26.
[297.] Apolog. ad Reprehens. III.
[298.] §. 66.
[299.] De Synod. §. 79. Vedi Apolog. IV. Vedi la Diss. cit. di Nat. Aless. in cui son pochissimi gli Homoousiani difesi come Ortodossi da quel dotto Scrittore. Aezio, che senza raggiro professava la dissomiglianza ανομοιον, rimproverava in faccia a Costanzo i sostenitori dell'ομοιουσιν....... Asserens idem se profiteri ac sentire cum illis omnibus. Verum, inquiebat, quod penes me verum est isti dissimulant, et quod ego prae me fero ac palam confiteor, illi omnes non diffitentur, sed fraudulenter obtegunt. Epiph. haeres. l. 3. T. 1. haer. 76.
[300.] Theodor. H. E. Lib. 2. C. 6. Vedi Fleury Lib. 15. §. 30. H. E.
[301.] Socr. L. I. C 17. H. E. Soz. L. 3. C. 9.
[302.] Uomini alla moda χρονιτας chiamò Aezio per ludibrio gli Arriani suoi persecutori, poichè si accomodavano al tempo e alla Corte. Vedi Germon. de Veter. haeres. etc. L. 2. Quando poi si pretendesse dato da quel Capo degli Anomei un tal nome ai Consustanzialisti, molto più risalterebbe il rispetto dell'Autore per il Santuario.
[303.] Vedi Tillem. T. 8. S. Athanas. Art. 117. «Il avoit soutenu la verité de la Trinité moins par sa plume que par ses souffrances, et par le Martyre continuel de sa vie».
[304.] Olim in ipso Sacrosancti Sacrificii meditullio, in praefactione scilicet ante canonem Hilarium morum lenitate pollentem (Ecclesia) decantabant. Vedi la Dissert. de Maur. in Lib. Contr. Constant. §. 3.
[305.] È tale il cattivo gusto d'Ammiano (XXVI; 10) che non è facile il distinguere in esso i fatti dalle metafore. Pure egli positivamente asserisce d'aver veduto lo scheletro imputridito d'una nave ad secundum lapidem, a Metone o Modona nel Peloponneso.
[306.] I terremoti e le innondazioni sono in varie guise descritte da Libanio (Orat. de ulcisc. Juliani nece. c. X. ap. Fabric. Biblioth. Graec. Tom. VII. p. 158 con una dotta nota d'Oleario,) da Zosimo (l. IV. p. 221), da Sozomeno (l. VI. c. 2), da Cedreno (p. 310-314) e da Girolamo (in Chron. p. 186 e Tom. I. p. 250 in vit. Hilarion.). La città d'Epidauro sarebbe restata distrutta, se i prudenti cittadini non avesser posto S. Illarione, monaco Egizio, sul lido. Egli vi fece il segno della croce, la montagna si scosse, si fermò, piegossi, e tornò al suo posto.
[307.] Dicearco Peripatetico compose un trattato a posta per provare questa verità ovvia, che non è la più onorevole alla specie umana: Cicer. de Offic. II. 5.
[308.] I primitivi Sciti d'Erodoto (l. IV. c. 47-57. 99. 101) avevano per confini il Danubio e la palude Meotide, occupando uno spazio di 400 stadi (o 400 miglia Romane). Vedi Dauville Mem. de l'Acad. Tom. XXV. p. 573-571. Diodoro Siculo (Tom. I. l. II. p. 155. Edit. Wesseling) ha notato i successivi progressi del nome e della nazione degli Sciti.
[309.] I Tatars o Tartari furono in origine una tribù; in seguito rivali, e finalmente sudditi dei Mògolli. Nelle vittoriose armate di Gengis-Kan e dei suoi successori, i Tartari formavano la vanguardia; ed applicavasi a tutta la nazione il nome, che prima degli altri giungeva alle orecchie degli stranieri: Freret Hist. de l'Acad. Tom. XXV. p. 60. Parlando di tutti o di alcuno dei popoli pastori settentrionali dell'Europa o dell'Asia, promiscuamente mi servo dei nomi di Sciti o di Tartari.
[310.] Imperium Asiae ter quaesivere: ipsi perpetuo ab alieno Imperio aut intacti aut invicti mansere. Dal tempo di Giustino (II. 2.) in poi essi hanno moltiplicato questo numero. Voltaire ha compendiato in poche parole (Tom. X. p. 65. Hist. Gener. c. 156) le conquiste dei Tartari.
«Spesso sulle tremanti nazioni da lontano
«Ha la Scizia spirato il vivo nembo di guerra.
[311.] Il quarto libro d'Erodoto somministra un curioso, benchè imperfetto, ritratto degli Sciti. Fra' moderni che descrivono l'uniforme loro vita, il Kan di Kowaresm Abulgazi Bahadur esprime i naturali suoi sentimenti; e la sua storia genealogica dei Tartari è stata copiosamente illustrata dagli editori Francesi e Inglesi. Carpin, Ascelin e Rubruquis (nell'Istor. dei viaggi Tom. VII.) rappresentano i Mogolli del secolo XIV. A queste guide ho aggiunto Gerbillon, e gli altri Gesuiti (Descript. de la Chine par du Halde Tom. IV.) che hanno esattamente osservato la Tartaria Chinese, e l'onesto ed intelligente viaggiatore Bell d'Antermony (2. Vol. in 4. Glasg. 1763).
[312.] Gli Usbecchi son quelli che più si sono allontanati dai lor primitivi costumi 1. per causa della religion Maomettana che professano, 2. per il possesso che hanno delle città e delle raccolte della gran Bucaria.
[313.] Il est certain, que, les grands mangeurs de viande sont en général cruels et féroces plus que les autres hommes. Cette observation est de tous les lieux et de tous les temps: la barbarie Anglaise est connue: Emil. de Rousseau Tom. I. p. 274. Qualunque sia l'opinione che abbiamo di questa osservazione in generale, non accorderemo facilmente la verità dell'esempio addotto. Le oneste querele di Plutarco ed i patetici lamenti di Ovidio ci seducono la ragione con eccitar la nostra sensibilità.
[314.] Tali emigrazioni Tartare si sono scoperte dal sig. di Guignes (Hist. des Huns Tom. I. II.) abile e laborioso interprete della lingua Chinese, il quale ha aperto in tal guisa nuove ed importanti scene nell'istoria dell'uman genere.
[315.] I Missionari trovarono, che una pianura nella Tartaria Chinese, distante non più d'ottanta leghe dalla gran muraglia, era superiore tremila passi geometrici al livello del mare. Montesquieu, il quale ha fatto uso ed abuso delle relazioni dei viaggiatori, deduce le rivoluzioni dell'Asia da questa importante circostanza, che il caldo ed il freddo, la debolezza e la forza si toccano fra loro senza una zona temperata di mezzo: (Esprit des Loix l. XXII. c. 3).
[316.] Petit de la Croix (vie de Gengiskan l. III. c. 7) rappresenta tutta la gloria ed estensione della caccia Mogolla. I Gesuiti Gerbillon e Verbiest seguivano l'Imperatore Kamhi nella caccia di Tartaria (Duhalde Descritp. de la Chine T. IV p. 81, 290. edit. in fol.). Kienlong, nipote di lui, che congiunge la disciplina dei Tartari con le leggi e la cultura della China, descrive da poeta (Elog. de Moukden p. 273. 285) i piaceri, che aveva spesso goduto alla caccia.
[317.] Vedi il Tomo II. dell'Istoria genealogica dei Tartari, e le liste dei Kan, al fine della vita di Gengis o Zingis. Nel regno di Timur, o Tamerlano, uno de' suoi soggetti, discendente di Gengis, usava sempre il regio nome di Kan, ed il conquistatore dell'Asia contentossi del titolo d'Emir, o di Sultano. Abulgazi P. V. c. 4. D'Herbelot. Bibl. Orien. p. 878.
[318.] Vedi le diete dogli antichi Unni (De Guignes Tom. II. p. 26), ed una curiosa descrizione di quelle di Gengis (vie de Gengiskan. l. I. c 6. l. IV. c. 11). Si fa menzione di tali assemblee frequentemente nell'istoria Persiana di Timur, quantunque non servissero esse che a confermar le risoluzioni del loro Signore.
[319.] Montesquieu s'affatica per ispiegare una differenza, che non sussiste, fra la libertà degli Arabi e la perpetua schiavitù de' Tartari (Espr. des Loix l. XVII. c. 5. l. XVIII. c. 19 ec.).
[320.] Abulgazi Kan riferisce, nelle prime due parti della sua storia Genealogica, le misere favole e tradizioni de' Tartari Usbecchi, intorno a' tempi anteriori al regno di Gengis.
[321.] Nel XIII. libro dell'Iliade Giove da' sanguinosi campi di Troja rivolge gli occhi alle pianure della Tracia e della Scizia. Cangiando ogggetto, ei non potea vedere una scena più piacevole o più innocente.
[322.] Tucidide l. II c. 97.
[323.] Vedi il lib. IV. d'Erodoto. Allorchè Dario avanzossi nel deserto di Moldavia, fra il Danubio ed il Niester, il Re degli Sciti gli mandò un topo, una rana, un uccello e cinque dardi: formidabile allegoria!
[324.] Posson trovarsi tali guerre ed eroi sotto i respettivi lor titoli nella Biblioteca orientale dell'Herbelot. Se ne sono celebrate le geste in un poema epico di sessantamila coppie di versi rimati da Ferdusi, l'Omero Persiano. Vedi l'Istoria di Nader Shah p. 145, 165. Il Pubblico si dee dolere che il sig. Jones abbia sospeso le sue ricerche d'erudizione orientale.
[325.] S'illustra laboriosamente il mar Caspio co' suoi fiumi e le addiacenti Tribù nell'Esame critico degli Storici d'Alessandro, dove si paragona la vera geografia con gli errori prodotti dalla vanità o dalla ignoranza de' Greci.
[326.] Sembra che la sede originale della nazione fosse al Norte-Ovest della China nelle province di Chensi o Chansi. Sotto le due prime Dinastie, la città principale fu sempre un campo amovibile; eran sparsi raramente i villaggi; s'impiegava più terra in pasture, che per l'agricoltura: l'esercizio della caccia era diretto a purgare il paese dalle bestie selvagge; Petcheli (dove ora è Pekino) era un deserto: e le province meridionali eran popolate da selvaggi Indiani. La dinastia di Han (206 anni avanti Cristo) diede all'Impero la forma ed estensione attuale.
[327.] Si è fissata in diverse guise l'Era della Monarchia Chinese dell'anno 2952 fino al 2132 avanti Cristo; e si è scelto per legittima epoca l'anno 2637 per ordine dell'Imperatore presente. Tal differenza nasce dall'incerta durata delle prime due Dinastie, e dallo spazio vacante fra loro sino a veri o favolosi tempi di Fohi o Hoangti. Sematsien principia la autentica sua cronologia dall'anno 841. Le trentasei ecclissi di Confucio (trentuna delle quali si sono verificate) s'osservarono fra gli anni 722 e 480 avanti Cristo. Il periodo Istorico della China non ascende più alto delle Olimpiadi Greche.
[328.] Dopo vari secoli d'anarchia e di despotismo la Dinastia di Han (206 anni avanti Cristo) fu l'epoca del risorgimento delle lettere. Furon ristaurati i frammenti dell'antica letteratura; migliorato e fissato il carattere; ed assicurata in futuro la conservazione de' libri mercè delle utili invenzioni dell'inchiostro, della carta e della stampa. Novantasette anni prima di Cristo, Sematsien pubblicò la prima storia della China. Lo sue fatiche furono illustrate e continuate da una serie di cent'ottanta Storici. Tuttavia sussiste la sostanza delle opere, e si trovano attualmente depositate le più considerabili di esse nella libreria del Re di Francia.
[329.] La China è stata illustrata dalle fatiche de' Francesi, vale a dire de' Missionari a Pekino e de' Sigg. Freret e de Guignes a Parigi. Le precedenti tre note son tratte dal Chouking con la prefazione e le note di Guignes, Parigi 1770, dal Tong-kien-kang-mou tradotto dal P. de Mailla col titolo d'Hist. générale de la Chine Tom. I. p. XLIX. CC., dalle memorie sulla China Parigi 1776. ec. Tom. I. p. 1-323. Tom. II p. 5-56, dall'Istoria degli Unni Tom. I. p. 6-131. Tom. V. p. 345-362 e dalle Memorie dell'Accad. delle Iscriz. Tom. X. p. 377-402. Tom. XV p. 495-564. Tom. XVIII. p. 178-295. Tom. XXXVI. p. 164-238.
[330.] Vedi l'Istor. gener. de' Viaggi Tom. XVIII. e l'Istoria Genealogica vol. II. p. 620-664.
[331.] Il Guignes (Tom. II. p. 1-124) ha fatto l'istoria originale degli antichi Hiong-nou o Unni. La geografia Chinese del lor territorio, (Tom. I. Part. II. p. LV. LXIII) par che contenga una parte delle loro conquiste.
[332.] Vedasi appresso Duhalde (Tom. IV. p. 28-65) una circostanziata descrizione con una corretta carta del paese de' Mongussi.
[333.] Gl'Iguri o Viguri eran divisi in tre classi; in cacciatori, pastori ed agricoltori, e quest'ultima era sprezzata dalle altre due. Vedi Abulgazi Par. II. c. 7.
[334.] Memoir. de l'Acad. des Inscript. Tom. XXV. p. 17-33. L'estesa veduta del Guignes ha confrontato questi lontani avvenimenti fra loro.
[335.] Sono tuttavia celebri nella China la fama di Sovou o So-ou, il suo merito e le singolari di lui avventure. Vedi l'elogio di Moukden p. 20. net. p. 241-247. e le Memoir. sur la Chine Tom. III. p. 317-360.
[336.] Vedi Isbrand Jves nella collezione d'Harris vol. II. p. 931, i viaggi di Bell vol. I. p. 247-254 e Gmelin nell'Ist. gen. de' viaggi Tom. XVII. p. 283 329. Notano tutti la volgare opinione, che il mar Santo diviene torbido e tempestoso, se alcuno ardisce di chiamarlo Lago. Questa minuzia grammaticale eccita spesse dispute fra l'assurda superstizione dei marinari e l'assurda ostinazione de' viaggiatori.
[337.] La costruzione della muraglia della China vien mentovata dal Duhalde (Tom. II. p. 45), e dal Guignes (T. II. p. 59).
[338.] Vedi la vita di Lieoupang o Kaoti nell'Istoria della, China pubblicata a Parigi 1777 cc. T. I. p. 441, 522. Quest'opera voluminosa è la traduzione fatta dal P. Mailla del Tong-kien-kang-Mou, che è il celebre compendio della grande storia di Sema Kouang (an. 1084) e dei suoi continuatori.
[339.] Vedasi un libero ed ampio memoriale presentato da un Mandarino all'Imperator Vouti (an. avanti Cristo 180, 157) appresso Duhalde (Tom. II. p. 412-426) tratto da una raccolta di fogli pubblici notati col pennello rosso da Kamhi medesimo (p. 384-612). Un altro memoriale fatto dal ministro di guerra Kan-Mou (Tom. II. p. 555) somministra varie curiose circostanze de' costumi degli Unni.
[340.] Si fa menzione di una quantità di donne come d'un articolo consueto di trattato o di tributo: Storia della conquista della China fatta dai Tartari Mantsciù, Tom. I. p. 186. 187 con la nota dell'Editore.
[341.] De Guignes Hist. des Huns Tom. II. p. 62.
[342.] Vedi il regno dell'Imperator Vouti nel Kang-Mou Tom. III, p. 1-98. Sembra, che il vario ed incoerente carattere di lui sia imparzialmente delineato.
[343.] Si usa tale espressione nel memoriale all'Imperator Vouti: Duhalde Tom. IV. p. 417. Senza adottare l'esagerazioni di Marco Polo e d'Isacco Vossio, noi possiamo ragionevolmente accordare a Pekino due milioni d'abitatori. Le città Meridionali, che contengono le manifatture della China, sono anche più popolate.
[344.] Vedi il Kang-Mou Tom. III. p. 150 ed i fatti successivi, sotto i respettivi lor anni. Questa memorabile festa è celebrata nell'elogio di Moukden, e spiegata in una nota dal P. Gaubil p. 89, 90.
[345.] Quest'inscrizione fu composta sul luogo medesimo da Pankou, Presidente del Tribunale d'Istoria (Kang-Mou T. III. p. 392). Si sono scoperti altri simili monumenti in molte parti della Tartaria (Hist. des Huns Tom. II. p. 122).
[346.] Il Guignes ha inserito nel T. I. p. 189 una breve notizia de' Sienpi.
[347.] L'Era degli Unni si fissa dai Chinesi all'anno 1210 prima di Cristo. Ma la serie dei loro Re non comincia che all'anno 230 (Hist. des Huns Tom. II. p. 21. 123).
[348.] Si riferiscono i vari accidenti della caduta e della fuga degli Unni nel Kang-Mou Tom. III. p. 88, 91, 95, 139: il piccolo numero di ciascheduna Orda si può attribuire alle loro perdite e divisioni.
[349.] Il Guignes ha dottamente investigato le tracce degli Unni per i vasti deserti della Tartaria. Tom. II. p. 123, 277, 225, ec.
[350.] Regnava nella Sogdiana Maometto, Sultano di Carizme, quando essa fu invasa (l'anno 1218) da Gengis e dai suoi Mogolli. Gl'istorici Orientali (Vedi d'Herbelot, Petit della Croix ec.) celebrano le popolate città, che ei rovinò, e le fertili campagne da lui devastate. Nel seguente secolo furon descritte le medesime province di Corasmia e di Maccaralnahr da Abulfeda (Hudson Geog. minor. Tom. III). Se ne può veder la presente miseria nell'Istoria genealogica dei Tartari, pag. 423-469.
[351.] Giustino (XLI. 6.) ha fatto un breve compendio dei Re Greci della Battriana. Io attribuirei all'industria loro il nuovo e straordinario commercio, che trasportava le mercanzie dell'India nell'Europa per mezzo dell'Osso, del mar Caspio, del Ciro, dal Fasi e del ponto Eussino. Le altre strade sì terrestri che marittime erano in possesso dei Seleucidi e dei Tolomei. Vedi l'Esprit des Loix l. 21.
[352.] Procopio: de Bello Persic. l. I. c. 3. p. 5.
[353.] Nel secolo decimoterzo il Monaco Rubruguis (che attraversò l'immensa pianura di Kipzak nel suo viaggio alla Corte del gran Kan) osservò il nome speciale di Ungheria coi vestigi d'una lingua ed origine comune. Hist. des Voyag. Tom. VII. p. 269.
[354.] Bell (Vol. I. p. 29-34), e gli Editori dell'Istoria Genealogica (p. 539) hanno descritto i Calmucchi del Volga nel principio del presente secolo.
[355.] Questa gran transmigrazione di 300000 Calmucchi o Torguti seguì l'anno 1771. L'original narrazione di Kien-Long, Imperatore della China regnante, che fu fatta per servir d'inscrizione ad una colonna, è stata tradotta dai Missionari di Pekino: Memoir. sur la Chine Tom. I. p. 401-418. L'Imperatore affetta in essa il dolce e specioso linguaggio di figlio del Cielo, e di padre del suo popolo.
[356.] Kang-Mou (Tom III. p. 447) attribuisce alle lor conquiste uno spazio di 14000 lì. Secondo la misura presente, 200 (o più esattamente 193) lì son uguali ad un grado di latitudine; e per conseguenza un miglio Inglese è maggiore di tre miglia della China. Ma vi sono forti ragioni di credere, che l'antico lì appena fosse la metà del moderno. Vedi l'elaborate ricerche del Danville, Geografo informato di qualunque tempo o clima del globo; Mem. de l'Academ. T. II. p. 125-502: Mesur. Itiner. p. 154-167.
[357.] Vedi l'Istoria degli Unni Tom. II. p. 125-144. La successiva storia (p. 145-277) di tre o quattro Dinastie di Unni, prova evidentemente, che una lunga dimora nella China non servì a diminuire il loro spirito marziale.
[358.] Utque hominibus quietis et placidis otium est voluptabile, ita illos pericula juvant et bella. Judicatur ibi beatus, qui in praelio profuderit animam: senescentes etiam et fortuitis mortibus mundo digressos ut degeneres et ignavos conviciis atrocibus insectantur. Bisogna concepire una ben alta idea dei conquistatori di tali uomini.
[359.] Intorno agli Alani, vedi Ammiano (XXXI. 2), Giornandes (De reb. Getic. c. 24), Guignes (Hist. des Huns Tom. II. p. 279), e l'Istor. Genealog. dei Tartari (Tom. II. p. 617).
[360.] Siccome abbiamo l'autentica storia degli Unni, non sarebbe a proposito il ripetere o confutare le favole che male rappresentan l'origine ed i progressi loro, il passaggio, che fecero, della palude o dell'acqua Meotide nella caccia di un bove o d'un cervo, le Indie che avevano scoperte ec. (Zosimo l. IV. p. 224. Sozomeno l. VI. c. 37. Procop. Hist. Miscell. c. 5. Giornandes c. 24 Grandeur et decad. des Rom. c. 17).
[361.] Prodigiosae formae et pandi, ut bipedes existimes bestias; vel quales in commarginandis pontibus effigiati stipites dolantur incompti. (Ammiano XXXI. 1). Giornandes (c. 24) dipinge con forte caricatura la faccia d'un Calmucco. Species pavenda nigredine... quaedam deformis offa, non facies habensque magis puncta, quam lumina: Vedi Buffon Hist. nat. Tom. III. p. 380.
[362.] Tale esecranda origine, che Giornandes (c. 24) descrive col rancore d'un Goto, può esser derivata in principio da qualche più piacevole favola dei Greci (Erodoto l. IV. c. 9).
[363.] I Rossolani possono essere i padri de' Ρως Russis (Danville Empire de Russie p. 1-10) la residenza de' quali (nell'anno 862) verso Novogrod Veliki non può esser molto lontana da quella che ai Rossolani assegna (nell'an. 886) il Geografo di Ravenna (I. 11 IV. 4. 46, V. 28. 30).
[364.] Il testo d'Ammiano pare imperfetto o corrotto; ma la natura del terreno spiega, e quasi determina la difesa Gotica. Mem. de l'Acad. Tom. XXVIII. p. 444, 462.
[365.] Il Buat (Hist. des Peuples de l'Europ. T. VI. p. 407) ha concepito una strana idea, che Alavivo fosse l'istesso che Ulfila Vescovo Gotico, e che Ulfila, nipote d'un prigioniero della Cappadocia, divenisse per un dato tempo Principe dei Goti.
[366.] Ammiano (XXXI. 3.) e Giornandes (de reb. Getic. c. 24) descrivono la sovversione dell'Impero Gotico fatta dagli Unni.
[367.] La cronologia d'Ammiano è oscura ed imperfetta. Il Tillemont si è affaticato per ischiarire e fissare gli annali di Valente.
[368.] Zosim. l. IV. p. 223. Sozom. l. VI. c. 38. Gl'Isauri solevano infestar nell'inverno le strade dell'Asia minore fino alle vicinanze di Costantinopoli. Basilio Ep. 250. ap. Tillemont. Hist. des Emper. Tom. V. p. 106.
[369.] Si descrive il passaggio del Danubio da Ammiano (XXXI. 1. 4), da Zosimo (l. IV. p. 223. 224), da Eunapio (in Except. legat. p. 19. 20) e da Giornandes (c. 25. 26). Ammiano dichiara (c. 5) che intende solo ipsas rerum digerere summitates; ma spesso fa un giudizio falso dell'importanza delle cose; e l'eccessiva prolissità di lui vien malamente bilanciata da una brevità fuor di tempo.
[370.] Chishull, curioso viaggiatore, ha notato la larghezza del Danubio, ch'ei passò al Mezzodì di Bucarest vicino alla congiunzione dell'Argish (p. 77). Egli ammira la bellezza e la spontanea fertilità della Mesia o Bulgaria.
Quem qui scire velit, Libyci velit aequoris idem
Discere, quam multae Zephyro turbentur arenae.
Ammiano ha inserito nella sua prosa questi versi di Virgilio (Georg. l. II) usati dal poeta per esprimere l'impossibilità di numerare le varie specie di viti. Vedi Plinio Hist. Nat. l. XIV.
[372.] Eunapio e Zosimo enumerano esattamente questi articoli di ricchezza e di lusso Gotico. Conviene però supporre, che fossero manifatture delle province, che i Barbari avevano acquistate come spoglie di guerre, o come doni o prezzo di pace.
[373.] Decem libras: bisogna sottintendervi la parola d'argento. Giornandes manifesta le passioni ed i pregiudizi di un Goto. I servili Greci Eunapio e Zosimo mascherano l'oppressione Romana, ed abominano la perfidia dei Barbari. Ammiano, Istorico patriotico, tocca leggermente e contro voglia quest'odioso soggetto. Girolamo, che scrisse quasi sul luogo, è sincero, quantunque breve: Per avaritiam Maximi Ducis ad rebellionem fame coacti sunt: in Chron.
[374.] Ammiano XXXI. 4, 5.
[375.] Vexillis de more sublatis, auditisque triste sonantibus classicis: Ammian. XXXI 5. Questi sono i rauca cornua di Claudiano (in Rufin. II. 57) i grossi corni dell'Uri, o del toro selvatico, quali si sono recentemente usati dai Cantoni Svizzeri d'Uri e d'Untervald (Simler de Republ. Hel. lib. II. p. 201 edit. Fuselin. Tigur. 1734). S'introduce delicatamente, sebben forse a caso, il loro corno militare in una original narrazione della battaglia di Nancy (dell'anno 1477): Attendant le combat le dit cor fut corné par trois fois, tant que le vent du corneur pouvoit durer, ce qui estbahit fort Monsieur de Bourgoigne; car dejà à Morat l'avoit ouy. (Vedi les Pieces justificat. nell'ediz. in 4. di Filippo di Comines Tom. III. p. 493).
[376.] Giornandes de reb. Getic. c. 26. p. 648. Edit. Grot. Questi splendidi panni (tali considerar si debbono relativamente) senza dubbio son tratti dall'Istorie più estese di Prisco, d'Ablavio o di Cassiodoro.
[377.] Cum populis suis longe ante suscepti. Noi non sappiamo precisamente la data e le circostanze della loro trasmigrazione.
[378.] Era stabilita in Adrianopoli una fabbrica Imperiale di scudi ec. ed alla testa del popolo si trovavano i Fabricensi o artefici (Vales. da Ammian. XXXI. 6).
[379.] Pacem sibi esse cum parietibus memorans: Ammiano XXXI. 7.
[380.] Queste miniere erano nel paese dei Bessi sulla cima della montagna di Rodope fra Filippi e Filippopoli, due città della Macedonia, che traevano il nome e l'origine dal Padre d'Alessandro. Dalle mine della Tracia ricavava egli annualmente il valore, non già il peso di mille talenti (200000 lire sterl.); rendita che serviva a pagar la Falange ed a corromper gli oratori della Grecia. Vedi Diodor. Sicul. Tom. II. l. XVI. p. 88. Edit. Wesseling, Gotofred. Comment. al Cod. Teodos. T. III. p. 496, Celar. Geogr. ant. Tom. I. p. 676. 857, Danville Geogr. anc. Tom. I. p. 336.
[381.] Poichè quegli infelici lavoratori spesso fuggivano, Valente avea promulgato rigorose leggi per trarli dai lor nascondigli. Cod. Teodos. l. X. Tit. XIX. leg. 5. 7.
[382.] Vedi Ammiano XXXI. 5. 6. L'Istorico della guerra Gotica perde il tempo e la carta con una intempestiva ricapitolazione delle antiche incursioni dei Barbari.
[383.] L'Itinerario d'Antonino (p. 226. 527. Edit. Wesseling.) pone questo luogo circa sessanta miglia al Nord di Tomi, esilio d'Ovidio; ed il nome di Salices (Salci) esprime la natura del suolo.
[384.] Questo recinto di carri (il Carrago) era la consueta fortificazione dei Barbari (Veget. de re milit. l. III. c. 10. Vales. ad Ammiano XXXI. 7). Se n'è conservato l'uso ed il nome da' lor discendenti fino al secolo XV. Il Carriaggio, che circonda l'esercito, è un termine famigliare ai lettori di Froissard o Comines.
[385.] Statim ut accensi malleoli. Ho usato il senso litterale di torce o fuochi reali, mo ho qualche sospetto che tal espressione non sia che una di quelle turgide metafore, di quei falsi ornamenti, che continuamente deturpano lo stile di Ammiano.
[386.] Indicant nunc usque albentes ossibus campi: Ammiano XXXI. 7. Potè l'Istorico aver veduto quelle terre in qualità o di soldato o di viaggiatore. Ma la sua modestia ha soppresso le avventure della propria vita posteriori alle guerre Persiane di Costanzo e di Giuliano. Non sappiamo in qual tempo egli abbandonasse la milizia e si ritirasse a Roma, dove pare che abbia composto l'Istoria de' suoi Tempi.
[387.] Ammiano XXXI. 8.
[388.] Hanc Taifalorum gentem turpem et obscoena vita flagitiis ita accipimus mersam, ut apud eos nefandi concubitus foedere copulentur mares puberes aetatis viriditatem in eorum pollutis usibus consumpturi. Porro si qui jam adultus aprum exceperit solus: vel interemit ursum immanem, colluvione liberatur incesti: Ammiano XXXI 9. In simil guisa fra' Greci, e più specialmente fra i Cretesi i santi vincoli dell'amicizia eran confermati e macchiati da un amore contro natura.
[389.] Ammiano XXXI. 8. 9. Girolamo (Tom. I. p. 26) enumera le nazioni e indica un calamitoso periodo di venti anni. La sua lettera ad Eliodoro fu scritta nel 397. Tillemont Mem. Eccles. Tom. XII. p. 645.
[390.] Viene esattamente determinato il campo di battaglia, Argentaria o Argentovaria, dal Danville (Not. de l'anc. Gaul. p. 96. 99) a ventitre leghe Galliche o a miglia trentaquattro e mezzo Romane al Sud di Strasburgo. Dalle sue rovine è sorta la vicina città di Colmar.
[391.] La piena ed imparzial narrazione d'Ammiano (XXXI. 10.) può trarre qualche luce di più dall'Epitome di Vittore, dalla Cronica di Girolamo, e dall'Istoria d'Orosio (l. VII c. 33. p. 552. edit. Havercamp.).
[392.] Moratus paucissimos dies seditione popularium levium pulsus: Ammiano XXXI. 11. Socrate (l. IV. c. 38.) supplisce alle date e ad alcune circostanze.
[393.] Vivosque omnes circa Mutinam, Regiumque: et Parmam Italica oppida, rura culturos exterminavit: Ammiano XXXI. 9. Quelle città e distretti, circa dieci anni dopo la Colonia dei Taifali, compariscono in uno stato molto desolato. Vedi Muratori Diss. sopra le antich. Ital. Tom. I. Diss. XXI. p. 354.
[394.] Ammiano XXXI. 11. Zosimo l. IV. p. 228-230. Quest'ultimo si diffonde nelle passate azioni di Sebastiano, e sbriga in pochi versi l'importante battaglia d'Adrianopoli. Secondo i Critici Ecclesiastici, che detestano Sebastiano, la lode, che gli dà Zosimo, gli fa disonore (Tillemont Hist. des Emper. Tom. V. p. 121). Il pregiudizio e l'ignoranza di esso lo rendono certamente un molto equivoco giudice del merito.
[395.] Ammiano (XXXI. 11, 13) è quasi solo a descrivere i consigli e le azioni che andarono a finire nella fatal battaglia d'Adrianopoli. Noi possiam censurare in vero i difetti del suo stile, il disordine e l'ambiguità delle sue narrazioni; ma dovendo adesso restare privi di questo imparziale Istorico, il dispiacere che abbiamo per tale irreparabile perdita, impone silenzio ai rimproveri.
[396.] La differenza fra le otto miglia d'Ammiano e le dodici d'Idazio non può imbarazzare che quei Critici (Vales. ibid.), i quali suppongono, che un grande esercito sia un punto matematico senza spazio o dimensione.
[397.] Nec ulla annalibus praeter Cannensem pugnam ita ad internecionem res legitur gesta. Ammiano XXXI. 13. Secondo il grave Polibio non si salvarono dal campo di Canne più di 670 cavalli e di 3000 fanti; 10000 ne furono fatti schiavi; ed il numero degli uccisi ascese a 5630 cavalli e 70000 fanti: Polib. T. III. p. 371. Edit. Casaub. 8. Tito Livio (XXII. 49.) è un poco men sanguinoso: ei riduce la strage a 2700 cavalli ed a 40000 fanti. Fu supposto, che l'esercito Romano fosse composto di 87200 uomini effettivi (XXII. 36).
[398.] Abbiam preso qualche tenue lume da Girolamo (T. I. p. 26, e in Cron. p. 188), da Vittore (in Epitom.), da Orosio (l. VII. c. 33. p. 554), da Giornandes (c. 27), da Zosimo (l. IV. p. 230), da Socrate (l. IV. c. 38), da Sozomeno (l. IV. c. 40), da Idazio (in Cron.). Ma la testimonianza di essi tutti uniti insieme, paragonata col solo Ammiano, è debole ed insufficiente.
[399.] Libanio de ulc. Jul. nece ap. Fabric. Bibl. Gr. T. VII p. 146-148.
[400.] Valente avea guadagnato o piuttosto comprato l'amicizia dei Saracini, dei quali si erano già provate le moleste incursioni sulle frontiere della Fenicia, della Palestina e dell'Egitto. S'era introdotta di fresco la fede Cristiana in un popolo ch'era destinato a propagare in seguito un'altra religione: Tillemont (Hist. des Emper. Tom. V. p. 104. 106. 141. Mem. Ec. Tom. VII. p. 593).
[401.] Crinitus quidam nudus omnia praeter pubem subraucum et lugubre strepens. Ammiano XXXI. 16. e Vales. Ib. Gli Arabi spesso combattevano nudi, uso che si può attribuire al caldo lor clima e ad un'ostentata bravura. La descrizione di quest'incognito selvaggio è il vivo ritratto di Dorar, nome così terribile pei Cristiani della Siria. Vedi Ockley Stor. dei Sarac. vol. I. p. 72. 84. 87.
[402.] Può tuttavia investigarsi la serie degli eventi nelle ultime pagine d'Ammiano (XXXI. 15. 16). Zosimo (l. IV. p. 227. 231.), del quale siamo adesso costretti a tener conto, sbaglia nel porre la sortita degli Arabi avanti la morte di Valente. Eunapio (in Excerpt. Leg. p. 20) loda la fertilità della Tracia, della Macedonia ec.
[403.] S'osservi con quanta indifferenza racconta Cesare nei commentari della guerra Gallica, ch'ei pose a morte tutto il Senato de' Veneti, che gli si era reso a discrezione (l. III. 16), che si sforzò d'esterminare tutta la nazione degli Eburoni (VI. 31), che a Bourges furono trucidate quarantamila persone per la giusta vendetta de' suoi soldati, i quali non risparmiaron nè sesso, nè età (VII. 27).
[404.] Tali sono i racconti del sacco di Magdeburgo fatti dall'Ecclesiastico e dal Pescatore, che Harte ha tradotto (Ist. di Gustavo Adolfo vol. I. p. 313-320), con qualche timore di violare la dignità dell'Istoria.
[405.] Et vastatis urbibus, hominibusque interfectis, solitudinem et raritatem bestiarum quoque fieri, et volatilium pisciumque: testis Illiricum est, testis Thracia, testis, in quo ortus sum solum (Pannoniae?) ubi praeter caelum et terram et crescentes vepres et condensa sylvarum cuncta perierunt. Tom. VII. p. 250. ad. I. cap. Sophon. e Tom. I. p. 20.
[406.] Eunapio (in Excerpt. Leg. p. 20), pazzamente suppone un accrescimento soprannaturale nei giovani Goti, a fine di poter introdurre gli uomini armati di Cadmo, che nacquero dai denti del dragone ec. Tale era la Greca eloquenza di quel tempo.
[407.] Ammiano evidentemente approva quest'esecuzione, efficacia, velox et salutaris, con che termina la sua opera (XXXI-16). Zosimo, che è curioso ed abbondante (l. IV. p. 233-253), sbaglia la data, e si studia di trovare la ragione, per cui Giulio non consultò l'Imperator Teodosio, che non era per anche salito sul trono d'Oriente.
[408.] Fu composta nel secolo passato una vita di Teodosio il Grande (Parig. 1679 in 4, 1680 in 12), per infiammare di zelo cattolico lo spirito del giovin Delfino. Flechier, autore di essa, poi Vescovo di Nimes, era un celebre predicatore e la sua storia è adornata o guastata dall'eloquenza del pulpito; ma egli prende le notizie dal Baronio ed i principj da S. Ambrogio e da S. Agostino.
[409.] Si descrive la nascita, il carattere e l'innalzamento di Teodosio da Pacato (in Paneg. vet. XII. 10. 11. 12), da Temisio (Orat. XIV. p. 182), da Zosimo (l. IV. p. 231), da Agostino (de Civ. Dei V. 15), da Orosio (l. VII. c. 33), da Sozomeno (l. V. c. 2), da Teodoreto (lib. V. c. 5), da Filostorgio (l. IV. c. 17 col Gotofredo p. 393), nell'Epitome di Vittore e nelle Croniche di Prospero, d'Idazio, di Marcellino, nel Thesaur. tempor. di Scaligero, ec.
[410.] Tillemont Hist. des Emper. Tom. V. p. 716. ec.
[411.] Italica, fondata da Scipione Affricano pei feriti suoi veterani d'Italia. Se ne vedono tuttavia le rovine circa una lega sopra Siviglia, ma dall'opposta parte del fiume. Vedasi l'Ispania illustrata di Nonio; breve ma stimabil trattato: c. XVII. p. 64-67.
[412.] Io convengo col Tillemont (Hist. des Emper. T. V. p. 726) nel sospetto intorno alla Real genealogia di Teodosio, che rimase occulta fino alla promozione di esso. Anche dopo di questa il silenzio di Pacato contrabilancia la venal testimonianza di Temistio, di Vittore e di Claudiano, che uniscono la famiglia di Teodosio al sangue di Trajano e di Adriano.
[413.] Pacato paragona e conseguentemente preferisce la gioventù di Teodosio alla militar educazione d'Alessandro, di Annibale e del secondo Affricano, i quali avevan militato, com'esso, sotto i lor genitori. XII. 8.
[414.] Ammiano fa menzione di questa vittoria che riportò: Theodosius Junior Dux Mesiae prima etiam tum lanugine juvenis, princeps postea perfectissimus. Il medesimo fatto s'attesta da Temistio e da Zosimo; ma Teodoreto (l. V c. 5 ), che vi aggiunge alcune curiose circostanze, l'applica male a proposito al tempo dell'interregno.
[415.] Pacato (in Paneg. vol. XII. 9.) preferisce la vita rustica di Teodosio a quella di Cincinnato; l'una era effetto della scelta, l'altra della povertà.
[416.] Danville (Geogr. Anc. Tom. I. p. 25) ha fissato la situazione di Cauca o Coca nell'antica Provincia di Galizia, in cui Zosimo ed Idazio hanno posto la nascita o il patrimonio di Teodosio.
[417.] Udiamo Ammiano medesimo: Haec, ut miles quondam et Graecus, a principatu Caesaris Nervae exorsus, adusque Valentis interitum, pro virium explicavi mensura, nunquam, ut arbitror, sciens silentio ausus corrumpere vel mendacio. Scribant reliqua potiores aetate, doctrinisque florentes. Quos id, si libuerit, aggressuros, procudere linguas ad majores moneo stylos. Ammiano XXXI. 16. I primi tredici libri, che sono un epitome superficiale di dugentocinquantasette anni, ora sono perduti: gli ultimi diciotto, che non contengono più di venticinque anni, ci conservano ancora una copiosa ed autentica storia de' suoi tempi.
[418.] Ammiano fu l'ultimo suddito di Roma che componesse un'istoria profana in lingua Latina. L'Oriente, nel secolo dopo, produsse alcuni storici retori, come Zosimo, Olimpiodoro, Malco, Candido ec. Vedi Vossio de Histor. Graec. l. II c. 18. De Histor. Latin. l. II. c. 10.
[419.] Grisostom. T. I. pag. 344. edit. Montfauc. Io ho riscontrato ed esaminato questo passo; ma senza l'aiuto del Tillemont (Hist. des Emper. Tom. V. p. 152) non avrei mai potuto scoprire un aneddoto storico in uno strano miscuglio di mistiche e morali esortazioni, indirizzate dal Predicator d'Antiochia ad una giovane vedova.
[420.] Eunap. in Excerpt. Legat. p. 21.
[421.] Vedi Gotofredo Cronol. delle Leggi. Cod. Teod. T. I. Proleg. p. XCIX. CIV.
[422.] Molti scrittori si fermano assai nella malattia e nella lunga dimora di Teodosio a Tessalonica. Zosimo per diminuir la sua gloria; Giornandes per favorire i Goti; e gli Autori Ecclesiastici per dar luogo al suo Battesimo.
[423.] Si paragoni Temistio (Orat. XIV. p. 181) con Zosimo (l. IV. p. 232) con Giornandes (c. XXVII. p. 649) e col prolisso commento del conte di Buat (Hist. des Peupl. Tom. VI. p. 477-552). Le Croniche d'Idazio e di Marcellino alludono, in termini generali, a magna certamina, magna multaque praelia. I due epiteti non sono da conciliarsi facilmente.
[424.] Zosimo l. IV. p. 232 lo chiama Scita, nome che sembra dai Greci più moderni essersi applicato ai Goti.
[425.] Al Lettore non dispiacerà di vedere le parole originali di Giornandes o dell'autore ch'egli trascrive: Regiam urbem ingressus est, miransque, en (inquit) cerno quod saepe incredulus audiebam, famam videlicet tantae urbis. Et huc illuc oculos volvens nunc situm urbis commeatumque navium, nunc moenia clara prospectans, miratur, populosque diversarum gentium quasi fonte in uno e diversis partibus scaturiente unda sic quoque militem ordinatum aspiciens. Deus, inquit, est sine dubio terrenus imperator, et quisquis adversus eum manum moverit, ipse sui sanguinis reus existit: Giornandes (c. XXVIII. p. 650) passa a far menzione della sua morte e dei suoi funerali.
[426.] I brevi ed autentici cenni, che si trovano nei Fasti d'Idazio (Chron. Scalig. p. 52) son macchiati dalla passione di un contemporaneo. L'orazione quarantesima di Temistio è un complimento alla Pace ed al Console Saturnino (An. 383).
[427.] Giornandes c. XXVIII. p. 650. Anche Zosimo (l. IV p. 246) è costretto a lodare la generosità di Teodosio, tanto onorevole per esso, e vantaggiosa pel Pubblico.
[428.] Εθνος το Σκεθικον πασιν αγνωυον, Gente Scitica, ignota a tutti: Zosimo l. IV. p. 252.
[429.] Io sono autorizzato dalla ragione e dall'esempio ad applicare questo nome Indiano ai μονοξυλα, navicelle fatte d'un sol albero, dei Barbari, che sono alberi scavati in forma di battelli, πληθει μονοξυλων εμβιβασαντες: traghettando con una moltitudine di monoxuli: Zosimo lib. IV p. 253.
Ausi Danubium quondam tranare Gruthungi.
In lintres fregere nemus: ter mille ruebant
Per fluvium plenae cuneis immanibus alni.
Claudian. in IX. Cons. Hon. 623.
[430.] Zosimo l. IV. p. 252-255. Ei troppo spesso dimostra la sua scarsezza di giudizio, deturpando le più serie sue narrazioni con minute ed incredibili circostanze.
[431.] Retulit... Odothaei Regis opima.
V. 6. Le spoglie opime eran quelle che un Generale Romano potea guadagnare solamente sopra un Re o un Generale nemico, ucciso da esso con le proprie mani; e nei secoli vittoriosi di Roma non se ne contano più di tre esempi.
[432.] Vedi Temistio Orat. XVI. p. 211. Claudiano (in Eutrop. l. II. p. 152) fa menzione della Colonia Frigia...
... Ostrogothis colitur mistisque Gruthungis
Phryx ager...
E quindi passa a nominare il Pattolo e l'Ermo, fiumi della Lidia.
[433.] Si paragonino fra loro Giornandes (c. XX. 27) che nota la condizione ed il numero dei confederati Gotici, Zosimo (l. IV. p. 258), che fa menzione degli aurei loro collari, e Pacato (in Paneg. vet. XII. 37), che applaudisce con falsa o stolta gioia alla disciplina e bravura loro.
[434.] Amator pacis generisque Gothorum. Questa è la lode, che gli dà l'Istorico Goto (c. XXIX), che rappresenta la sua nazione come composta di uomini pacifici, lenti alla collera, e pazienti delle ingiurie. Secondo T. Livio, i Romani non conquistarono il Mondo che per difendersi.
[435.] Oltre le parziali invettive di Zosimo (sempre malcontento dei Principi Cristiani) vedansi le gravi rappresentanze, che Sinesio indrizza all'Imperatore Arcadio (de Regno p. 25. 26. Edit. Petav). Il filosofo Vescovo di Cirene era vicino abbastanza per giudicare, ed abbastanza lontano per non esser tentato dal timore e dall'adulazione.
[436.] Temistio (Orat. XVI. p. 211. 212) compose un'elaborata e ragionevole apologia, che per altro non è esente dalle puerilità della Greca rettorica. Orfeo potè solo allettare le bestie selvagge della Tracia; ma Teodosio incantò gli uomini e le donne, dai predecessori dei quali Orfeo nell'istesso luogo era stato fatto in pezzi ec.
[437.] Costantinopoli fu privata, mezzo un giorno, della pubblica distribuzione di pane per espiar l'uccisione d'un soldato Gotico: κυουντες τον Σκυθικον etc. (aver ammazzato uno Scita) fu il delitto del popolo. Liban. Orat. VII. p. 394. Edit. Morel.
[438.] Zosimo t. IV. p. 267. 271. Egli racconta una lunga e ridicola storia dell'avventuroso principe, che scorse il paese con soli cinque cavalieri, di uno spione che essi scuoprirono, batterono ed uccisero nella capanna di una vecchia ec.
[439.] Si confronti Eunapio (in Excerpt. Legat. p. 21. 22), con Zosimo (l. IV. p. 279). Deve senza dubbio applicarsi alla medesima storia la differenza delle circostanze e dei nomi. Fravitta o Travitta in seguito fu Console, nell'anno 401, e continuò nel fedele servizio del figlio maggiore di Teodosio (Tillemont Hist. des Emp. Tom. V. p. 467).
[440.] I Goti messero tutto a sacco dal Danubio fino al Bosforo; esterminarono Valente e il suo esercito, e non ripassarono il Danubio, che per abbandonar l'orribile solitudine, che avevan fatto (Oeuvres de Montesquieu T. III p. 479. Considérations sur les causes de la grand. et de la decad. des Rom. c. 17). Il Presidente di Montesquieu sembra avere ignorato che i Goti, dopo la disfatta di Valente, non abbandonarono mai il territorio Romano. Sono adesso trent'anni, dice Claudiano (de Bell. Getic. 166. ec. An. 404),
Ex quo jam patrios gens haec oblita Triones,
Atque Istrum transvecta semel, vestigia fixit
Threicio funesta solo....
[441.] Valentiniano fu meno sollecito della religion del suo figlio, poichè affidò l'educazion di Graziano ad Ausonio, dichiarato Pagano (Mem. de l'Academ. des Inscr. T. XV. p. 125-138). La fama poetica d'Ausonio condanna il gusto del suo secolo.
[442.] Ausonio fu gradatamente promosso alla Prefettura del Pretorio dell'Italia (nell'anno 377) e della Gallia (nell'anno 378) ed in fine fu insignito del Consolato (l'anno 379). Egli espresse la sua gratitudine con un servile ed insipido tratto d'adulazione (Actio gratiarum p. 699-736), che è sopravvissuto ad altre produzioni più degne.
[443.] Disputare de principali judicio non opportet: sacrilegii enim instar est dubitare, an is dignus sit, quem elegerit Imperator: Cod. Justin. l. IX. Tit. XXIX. leg. 3. Questa legge sì ragionevole fu confermata e pubblicata dopo la morte di Graziano dalla debole Corte di Milano.
[444.] Ambrogio compose per istruzione di lui un trattato teologico sulla fede della Trinità: e Tillemont (Hist. des Emper. Tom. V. p. 158. 169) attribuisce all'Arcivescovo il merito delle intolleranti leggi di Graziano.
[445.] Qui divinae legis sanctitatem nesciendo omittunt, aut negligendo violant et offendunt, sacrilegium committunt: Cod. Just. l. IX. Tit. XXIX. leg. Teodosio invero può pretender la sua parte nel merito di questa estesa legge.
[446.] Ammiano (XXXI. 10) e Vittore il Giovane riconoscono le virtù di Graziano, ed accusano o piuttosto deplorano il depravato suo gusto. L'odioso paralello di Commodo è addolcito dall'espressione: licet incruentus, e forse Filostorgio (l. X. c. 10. col Gotofred. pag. 412) ha mitigato con qualche riserva simile la comparazion di Nerone.
[447.] Zosimo (l. IV. p. 247) e Vittore il Giovane attribuiscono la rivoluzione al favor degli Alani ed al disgusto delle truppe Romane. Dum exercitum negligeret, et paucos ex Alanis, quos ingenti auro ad se transtulerat, anteferret veteri ac Romano militi.
[448.] Britannia fertilis provincia tyrannorum: È una memorabile espressione adoperata da Girolamo nella controversia Pelagiana, e variamente interpretata nelle dispute dei nazionali nostri Antiquari. Pare che le rivoluzioni del secolo passato giustifichino l'immagine del sublime Bossuet: «Cette isle plus orageuse que les mers qui l'environnent».
[449.] Zosimo dice dei soldati Britannici: των αλλων απαντων πλεον αυθαδεια και θυμῳ: son molto superiori a tutti gli altri in arroganza ed in ardire.
[450.] Elena figlia d'Eudda. Può vedersi ancora la sua cappella a Caer-Segont, ora Caer-Noarvon (Carte Istor. d'Inghil. Vol. I. p. 168 dalla Mona antiqua di Rowland). Il prudente lettore non sarà probabilmente soddisfatto di tal testimonianza Gallese.
[451.] Cambden (Vol. I. Introd. p. 101) lo caratterizza governatore della Britannia, ed il padre delle nostre antichità vien seguitato, com'è solito, dai ciechi suoi figli. Pacato e Zosimo avean preso qualche cura per impedir quest'errore o favola; ed io mi difenderò con le decisive loro testimonianze. Regali habitu exulem suum, illi exules orbis induerunt (in Paneg. vet. XII. 23) e l'Istorico Greco con molto minor equivoco, αυτοϛ (Maximus) δε ουδου εις αρχην εντιμον ετυχη προελθων (lib. IV. p. 248) esso poi non era costituito in onorevol comando.
[452.] Sulpic. Sever. Dial. II. 7. Orosio l. VII. c. 34. p. 556. Ambidue riconoscono (Sulpicio era stato suo suddito) l'innocenza ed il merito d'esso. Egli è ben singolare, che Massimo sia stato trattato meno favorevolmente da Zosimo, parziale avversario del suo rivale.
[453.] L'Arcivescovo Usserio (Antiq. Britann. Eccl. p. 107, 108) ha diligentemente raccolto le leggende dell'Isola e del Continente. Tutta l'emigrazione consisteva in 30000 soldati e 100000 plebei, che si stabilirono nella Brettagna. Le spose loro destinate, cioè S. Orsola con 11000 nobili Vergini, e 60000 plebee, sbagliarono la strada, preser terra a Colonia, e furono crudelissimamente trucidate dagli Unni. Ma le sorelle plebee vennero defraudate di tal onore: e quel che è più strano, Giovanni Tritemio pretende di far menzione dei figli di queste Vergini Britanniche.
[454.] Zosimo (l. IV. p. 248. 249) ha trasferito la morte di Graziano da Lugdunum (Lione) nella Gallia a Singidunum nella Mesia. Possono rilevarsi alcuni cenni dalle Croniche, e scuoprirsi alcune falsità in Sozomeno (l. VII. c. 13) ed in Socrate (l. V. c. 11). Ambrogio è la nostra guida più autentica (Tom. I. Enarrat. in Psalm. 61. p. 961. Tom. II. Epist. 24. p. 888, ec. et de Obitu. Valent. Consol. n. 28. p. 1182).
[455.] Pacato (XII. 68) celebra la fedeltà di Mellobaude, mentre nella Cronica di Prospero si nota il suo tradimento come la causa della rovina di Graziano. Ambrogio, che ha motivo di pensare a scolpare se stesso, non condanna che la morte di Vallio, servo fedele di Graziano (Tom. II. ep. 24 p. 891. Ed. Benedict.)
[456.] Egli si protesta, nullum ex adversariis nisi in acie occubuisse: Sulpic. Sever. in vit. B. Martin, a. 23. L'orator di Teodosio accorda una ripugnante, e pure autorevol lode alla clemenza di Massimo: si cui ille, pro ceteris sceleribus suis, minus crudelis fuisse videtur. Paneg. vet. XII. 28.
[457.] Ambrogio fa menzione di quelle leggi di Graziano, quas non abrogavit hostis: Tom. II. epist. 17. p. 827.
[458.] Zosimo l. IV. p. 251. 252. Noi possiamo ben disapprovare questi odiosi sospetti; ma non possiamo tralasciare il trattato di pace, che gli amici di Teodosio hanno assolutamente dimenticato, o ne han fatta leggiera menzione.
[459.] L'Arcivescovo di Milano, oracolo del Clero, assegnò al suo discepolo Graziano un sublime e rispettabile posto nel Cielo. Tom. II. de Obit. Val. Consol. p. 1193.
[460.] Pel Battesimo di Teodosio vedansi Sozomeno (l. VII c. 4) Socrate (l. V. c. 6) e Tillemont (Hist. des Emper. Tom. V. p. 728).
[461.] Ascolio o Acolio fu onorato dall'amicizia e dalle lodi d'Ambrogio, che lo chiama: murus fidei atque sanctitatis (Tom. II. ep. 15 p. 820), e quindi celebra la sua prontezza e diligenza in correre da Costantinopoli in Italia, ec. (epist. 16. p. 822) virtù, che non conviene nè ad un muro nè ad un Vescovo.
[462.] Cod. Teod. lib. XVI. Tit. I. leg. 2. col Comment. del Gotofredo Tom. VI. p. 5-9. Tale editto meritava le più alte lodi del Baronio: auream sanctionem, edictum pium et salutare. Sic itur ad astra.
[463.] Sozomeno l. VII. c. 6. Teodoreto l. V. c. 16. Al Tillemont (Mem. Eccles. Tom. VI. p. 627, 628) dispiacciono i termini di rozzo Vescovo, e d'oscura città. Pure bisogna che mi si permetta di credere, che Anfilochio ed Icone fosser oggetti d'inconsiderabil grandezza nell'Impero Romano.
[464.] Sozomeno l. VII. c. 5. Socrat. l. V. c. 7. Marcellin. in Chron. Bisogna cominciare il computo dei quarant'anni dall'elezione o intrusione d'Eusebio, che saggiamente cambiò il Vescovato di Nicomedia con la sede di Costantinopoli.
[465.] Vedi Jortin Osservaz. sull'Istor. Eccl. Vol. IV. p. 71. L'Orazione trentesimaterza di Gregorio Nazianzeno somministra invero qualche idea simile, ed alcune anche più ridicole; ma io non ho potuto trovar le parole di questo notabile passo, che adduco sulla fede d'un esatto ed ingenuo erudito.
[466.] Vedi l'Orazione 32 di Gregorio Nazianzeno, ed il racconto ch'egli ha fatto della sua vita in 1800 versi jambici. Pure ogni Medico è disposto ad esagerare l'inveterata natura della malattia ch'egli ha curata.
[467.] Io mi confesso altamente obbligato alle due vite di Gregorio Nazianzeno, composte, con molto diverse mire dal Tillemont (Mem. Eccles. Tom. IX. p. 305-560, 695-741) e dal Le Clerc. (Bibliot. Univ. Tom. XVII. p. 1. 128).
[468.] A meno che Gregorio Nazianzeno non abbia fatto l'error di trent'anni nella sua propria età, egli era nato, ugualmente che Basilio, suo amico, circa l'anno 329. L'anticipata cronologia di Suida si è ricevuta favorevolmente, perchè toglie lo scandalo, che il padre di Gregorio, ancor egli santo, generasse figli dopo d'esser divenuto Vescovo (Tillemont Mem. Eccles. Tom. IX. p. 693-769).
[469.] Il Poema di Gregorio sulla propria vita contiene alcuni bei versi (Tom. II. p. 9), che nascono dal cuore, ed esprimono i torti d'una ingiuriata e perduta amicizia.
.... πονοι κονοι λογων,
Ομοςεγος τε και σινεςιος βιος
Νους εις εν αμφοιν
Διεσκεδασαι παντα ερριπται χαμαι
Αυραι φερουσι τας παλαιας ελπιδας
... Eran comuni le fatiche dai ragionamenti, famigliare e congiunta la vita, un animo in ambidue ... Tutto si è dissipato, è caduto a terra, i venti portano via le antiche speranze.
Nel Sogno della Notte di Mezza State, Elenia fa l'istesso patetico lamento all'amico Ermia.
Is all the counsel that we two have shared,
The sister's vows, ecc.
«Fra noi due comune abbiamo ogni consiglio, i voti della sorella ec.»
Shakespeare non aveva mai letto i poemi di Gregorio Nazianzeno, egli non sapeva la lingua Greca: ma la sua madre lingua, cioè quella della natura, è l'istessa nella Cappadocia e nell'Inghilterra.
[470.] Questo svantaggioso ritratto di Sasima è preso da Gregorio Nazianzeno (Tom. II. de vita sua p. 7. 8). Nell'Itinerario d'Antonino se ne fissa la situazione precisa in distanza di quarantanove miglia da Archelaide, e di trentadue da Tiana. (p. 144. Edit. Wesseling.).
[471.] Si è reso immortale da Gregorio il nome di Nazianzo, ma si fa menzione della sua patria sotto il nome Greco o Romano di Diocesarea da Tillemont (Memoir. Eccles. T. IX. p. 692), da Plinio (VI. 3), da Tolomeo e da Ierocle (Itin. Wesseling p. 709 ). Sembra che fosse situata sul confine dell'Isauria.
[472.] Vedi Du Cange Const. Christ. l. IV. p. 141. 142. La Θεια δυναμις Divina forza di Sozomeno (l. VII. c. 5) viene interpretata per Maria Vergine.
[473.] Tillemont (Mem. Eccl. Tom. IX. p. 432. ec. ) diligentemente raccoglie, estende e spiega gli oratorj e poetici tratti di Gregorio medesimo.
[474.] Ei recitò un'orazione (Tom. I. Orat. XXIII. p. 409) in sua lode; ma dopo la lor contesa fu mutato il nome di Massimo in quello di Erone (Vedi Girolamo T. I. in Catal. Script. Eccles. p. 301). Io tocco di volo tali personali ed oscure discordie.
[475.] Sotto il modesto velo d'un sogno, Gregorio (T. II. Carm. IX. p. 78) descrive il proprio buon successo con qualche umana compiacenza. Pure dalla famigliare conversazione di lui con S. Girolamo, suo discepolo (Tom. I. Epist. ad Nepotian. p. 14), parrebbe, che il predicatore sapesse il vero valore dell'applauso popolare.
[476.] Lacrymae auditorum laudes tuae sint: questo è il vivace e giudizioso parere di S. Girolamo.
[477.] Socrate (l. V. c. 7) e Sozomeno (l. VII. c. 5) riferiscono l'evangeliche parole ed azioni di Damofilo, senza neppure una parola d'approvazione. Egli riflettè, dice Socrate, ch'è difficile resistere ai potenti: ma era facile, e sarebbe stato vantaggioso il sottomettersi.
[478.] Vedi Gregor. Naz. Tom. II. de vita sua p. 21. 22. Il Vescovo di Costantinopoli, per istruzione della posterità, fa menzione di uno stupendo prodigio. Nel mese di Novembre era una mattinata nuvolosa; ma quando la processione entrò in Chiesa, comparve il Sole.
[479.] Frai tre storici Ecclesiastici, il solo Teodoreto (l. V. c. 2) ha rammentato quest'importante commissione di Sapore, che il Tillemont (Hist. des Emper. Tom. V. p. 728) ha giudiziosamente trasferito dal regno di Graziano a quello di Teodosio.
[480.] Io non fo conto di Filostorgio, quantunque faccia egli menzione dell'espulsion di Damofilo (I. c. 19). L'Istorico Eunomiano si è diligentemente fatto passare per un crivello cattolico.
[481.] Le Clerc ha dato un curioso estratto (Bibl. Univ. Tom. XVIII. p. 91-105) dei discorsi Teologici che Gregorio Nazianzeno recitò a Costantinopoli contro gli Arriani, gli Eunomiani, i Macedoniani ec. Ei dice ai Macedoniani, che divinizzavano il Padre ed il Figlio senza lo Spirito Santo, che essi potevano chiamarsi Triteisti così bene che Diteisti. Gregorio medesimo era quasi un triteista; e la sua monarchia del Cielo somiglia una ben regolata aristocrazia.
[482.] Il primo Concilio Generale di Costantinopoli adesso trionfa nel Vaticano; ma i Papi lungamente avevano esitato sopra di esso, e la lor dubbiezza rende perplesso, e fa quasi vacillare l'umile Tillemont Mem. Eccl. Tom. IX. p. 499-500.
[483.] Avanti la morte di Melezio, sei o otto de' suoi Preti più popolari, fra' quali era Flaviano, avean rinunziato con giuramento, per amor della pace, al Vescovato d'Antiochia. (Sozomeno l. VII. c. 3. 11. Socrate l. V. c. 5). Il Tillemont si crede in dovere di non prestar fede all'istoria; ma confessa che nella vita di Flaviano si trovano molte circostanze, che non sembrano coerenti alle lodi del Grisostomo ed al carattere d'un santo. (Mem. Eccl. T. X. p. 541).
[484.] Si consulti Gregorio Nazianzeno (de vita sua T. II. p. 25-28). Può vedersi la sua generale e particolare opinione del Clero e delle adunanze di esso, tanto in verso quanto in prosa (Tom. I. Orat. I. p. 33. epist. LV. p. 814. T. II. carm. X. p. 81). Tali passi vengono leggermente indicati dal Tillemont, ed ingenuamente prodotti dal le Clerc.
[485.] Vedi Gregorio Tom. II. de vita sua p. 28-31. Le orazioni 17. 28. 32. furono pronunziate nelle varie scene di quest'azione. La perorazione dell'ultima (Tom. I. p. 528) in cui dà un solenne addio agli uomini ed agli Angeli, alla Città ed all'Imperatore, all'Oriente ed all'Occidente ec., è patetica e quasi sublime.
[486.] Sozomeno attesta la capricciosa ordinazion di Nettario (l. VII. c. 8), ma il Tillemont osserva (Memoir. Eccles. Tom. IX. p. 719) che «après tout, ce narré de Sozomene est si honteux pour tous ceux qu'il y mèle, et sur-tout pour Théodose, qu'il vaut mieux travailler à le détruire, qu'à le soutenir»: ammirabile regola di critica!
[487.] Io intendo solamente di dire, che tale era la naturale sua indole, quando non era infiammata o indurita dallo zelo religioso. Dal suo ritiro, egli esorta Nettario a perseguitar gli Eretici di Costantinopoli.
[488.] Vedi Cod. Teodos, lib. XVI. Tit. V. leg. 6. 23 col commento del Gotofredo a ciascheduna legge, ed il suo sommario generale o Paratitlo: Tom. VI. pag. 104-110.
[489.] Essi facevan sempre la Pasqua, come gli Ebrei, nel decimoquarto giorno del primo mese dopo l'equinozio di primavera, e così pertinacemente opponevansi alla Chiesa Romana ed al Concilio Niceno, che avea fissato la Pasqua in Domenica. Bingham. Ant. l. XX. c. 5. Vol. II. p. 309. fol.
[490.] Sozomeno l. VII. c. 12.
[491.] Vedi l'Istoria Sacra di Sulpizio Severo (l. II. p. 447-455 ed. Lugd. Batav. 1647) scrittore corretto ed originale. Il Dottor Lardner (Credibil ec. Part. II. Vol. IX. p. 256, 340) ha lavorato quest'articolo con pura erudizione, con moderazione e buon senso. Il Tillemont (Mem. Eccles. T. VIII. p. 491-527) ha ammucchiato tutta la spazzatura dei Padri: l'utile spazzino!
[492.] Severo Sulpizio parla con istima e pietà dell'arcieretico: Felix profecto, si non pravo studio corrupisset optimum ingenium: prorsus multa in eo animi et corporis bona cerneres (Hist. Sacr. l. II. p. 439). Anche Girolamo (Tom. I. in Script. Eccl. p. 202) parla con moderazione di Priscilliano e di Latroniano.
[493.] Questo Vescovato (nella vecchia Castiglia) rende presentemente 20000 ducati l'anno (Busching Geog. Vol. II. p. 308), ed è perciò assai meno atto a produrre l'autore d'una nuova eresia.
[494.] Exprobabatur mulieri viduae nimia religio et diligentius culta divinitas (Pacat. in paneg. vet. XII. 29). Tal era l'idea d'un umano, quantunque ignorante politeista.
[495.] Uno di essi fu mandato in Syllinam insulam, quae ultra Britanniam est. Qual esser doveva l'antico stato degli scogli di Scilly (Cambden Britann. Vol. II. p. 1519)?
[496.] Le scandalose calunnie di Agostino, di Leone Papa ec. che il Tillemont ingoia come un fanciullo, e Lardner confuta da uomo, possono suggerire qualche ingenuo sospetto in favore degli antichi Gnostici.
[497.] Ambrog. Tom. II. epist. 24. P. 891.
[498.] Sulpizio Severo nell'Istoria Sacra, e nella vita di S. Martino usa qualche cautela; ma si dichiara più liberamente nei dialoghi (III. 15). Martino però fu ripreso dalla propria coscienza e da un Angelo; nè potè in seguito far de' miracoli sì facilmente.
[499.] Tanto il Prete Cattolico (Sulpic. Sev. l. II. p. 448) quanto l'Oratore Pagano (Pacat. in Paneg. vet. XII. 29) disapprovano con uguale indignazione il carattere e la condotta d'Itacio.
[500.] La vita di S. Martino, ed i dialoghi intorno a' suoi miracoli, contengono fatti adattati alla più grossolana ignoranza, in uno stile non indegno del secolo d'Augusto. È così naturale la connessione fra il buon gusto ed il buon senso, che mi fa sempre stupore questo contrasto.
[501.] La breve e superficial vita di S. Ambrogio, scritta da Paolino suo Diacono (Append. ad edit. Bened. p. I. XV) ha il pregio d'una testimonianza originale. Il Tillemont (Mem. Eccles. Tom. X. p. 78-306) e gli Editori Benedettini (p XXXI-LXIII) vi hanno lavorato con la solita lor diligenza.
[502.] Ambrogio medesimo (Tom. II. ep. XXIV. p. 888. 891) dà all'Imperatore un assai spiritoso ragguaglio della sua ambasceria.
[503.] La rappresentazione, ch'egli stesso fa dei suoi principj e della sua condotta (Tom. II. ep. XX. XXI. XXII. p. 851-880), è uno dei più curiosi monumenti d'antichità ecclesiastica. Essa contiene due lettere a Marcellina sua sorella con una supplica a Valentiniano, ed il discorso de Basilicis non tradendis.
[504.] Il Cardinale di Retz ebbe una simile ambasciata della Regina, affinchè quietasse il tumulto di Parigi. Ciò non era più in suo potere: à quoi j'ajoutai tout ce que vous pouvez vous imaginer de respect, de douleur, de regret et de soumission etc. (Mém. T. I. p. 140). Io non paragono certamente fra loro nè le cause nè le persone; ma il Coadiutore medesimo aveva qualche idea (p. 84) d'imitar S. Ambrogio.
[505.] Il solo Sozomeno (l. VII. c. 13), involge questo luminoso fatto in una oscura e dubbiosa narrazione.
[506.] Excubabat pia plebs in Ecclesia mori parata cum Episcopo suo.... Nos adhuc frigidi excitabamur tamen civitate attonita atque turbata. August. Conf. l. IX. c. 7.
[507.] Tillemont Mem. Eccl. Tom. II. p. 78, 498. Furono consacrate molte Chiese in Italia, nella Gallia ec. a quest'incogniti Martiri, fra' quali sembra che S. Gervasio sia stato più fortunato del suo compagno.
[508.] Invenimus mirae magnitudinis viros duos, ut prisca aetas ferebat. Tom. II. epist. XXII. p. 875. La grandezza di questi scheletri era fortunatamente o artificiosamente adattata al popolar pregiudizio della successiva decadenza della statura umana, ch'è prevalso in ogni secolo fin dal tempo d'Omero.
Grandiaque effossis mirabitur ossa sepulchris.
[509.] Ambros. T. II. ep. XXII. p. 875. August. Confess. l. IX. c. 7 de Civ. Dei l. XXII. c. 8. Paulin. in vit. S. Ambros. c. 14 in append. Bened. p. 4. Il cieco aveva nome Severo, ei toccò la sacra veste, ricuperò la vista, e consacrò il resto della sua vita (almeno per venticinque anni) al servizio della Chiesa. Io raccomanderei questo miracolo a' nostri Teologi, se non provasse il culto delle reliquie, ugualmente che la fede Nicena.
[510.] Paulin. in vit. S. Ambros. c. 5. in app. Bened. p. 5.
[511.] Tillemont. Mem. Eccl. Tom. X. p. 190, 750. Egli accorda parzialmente la mediazione di Teodosio, e capricciosamente rigetta quella di Massimo, quantunque si attesti da Prospero, da Sozomeno e da Teodoreto.
[512.] La modesta censura di Sulpicio (Dial. III. 15) gli porta una ferita molto più profonda, che la debole declamazione di Pacato (XII. 25, 26).
[513.] Esto tutior adversus hominem pacis involucro tegentem. Tale fu il prudente avviso d'Ambrogio (Tom. II. p. 891) dopo che fu tornato dalla sua seconda ambasceria.
[514.] Il Baronio (an. 387. n. 63) applica a questo tempo di pubblica calamità alcuni de' sermoni penitenziali dell'Arcivescovo.
[515.] Zosimo riferisce la fuga di Valentiniano, e l'amor di Teodosio per la sorella di esso (l. IV. p. 263. 264). Il Tillemont produce alcune deboli ed ambigue testimonianze per anticipare il secondo matrimonio di Teodosio (Hist. des Emper. Tom. V. p. 740), e conseguentemente per confutare ces contes de Zosime, qui seroient trop contraires à la piété de Théodose.
[516.] Vedi Gotofred. Cronol. delle leggi Cod. Theod. T. I. p. XCIX.
[517.] Oltre i cenni che possono raccogliersi dalle croniche e dall'Istoria Ecclesiastica, Zosimo (l. IV. p. 259. 267), Orosio (l. VII. c. 35.) e Pacato (Paneg. vet. XII. 30. 48) somministrano gli sconnessi e scarsi materiali di questa guerra civile. Ambrogio (Tom. II. Epist. 40. p. 952-953.) allude oscuramente ai ben noti fatti della sorpresa d'un magazzino, d'un'azione a Petavio, d'una vittoria, forse navale, nella Sicilia ec. Ausonio applaudisce al merito singolare ed alla buona fortuna d'Aquileia.
[518.] Quam promptum laudare Principem, tam tutum siluisse de Principe (Pacat. in Paneg. vet. XII. 2). Latino Pacato Drepanio, nativo della Gallia, recitò quest'orazione a Roma (l'anno 388). Egli di poi fu Proconsole dell'Affrica: ed Ausonio, suo amico, lo loda come un Poeta, inferiore solo a Virgilio, (Vedi Tillemont Hist. des Emper. Tom. V. p. 303).
[519.] Vedasi un bel ritratto di Teodosio fatto da Vittore il Giovane; i delineamenti sono distinti, ed i colori ben fusi. La lode di Pacato è troppo generale, e Claudiano pare che sempre tema d'esaltare il padre sopra il figlio.
[520.] Ambrog. Tom. II. epist. 40. p. 955. Pacato, per mancanza di cognizione o di coraggio, tralascia questa gloriosa circostanza.
[521.] Pacat. in Paneg. vet. XII. 20.
[522.] Zosimo l. IV. p. 271. 272. La sua parziale testimonianza porta seco l'aria di verità e di candore. Ei nota queste vicende di pigrizia e di attività non già come un vizio, ma come una singolarità nel carattere di Teodosio.
[523.] Tal collerico temperamento si confessa e si scusa da Vittore. Sed habes (dice S. Ambrogio con decente e viril contegno al suo Sovrano) naturae impetum, quem si quis lenire velit, cito vertes ad misericordiam: si quis stimulet, in magis exsuscitas, ut eum revocare vix possis: (Tom. II. Epist. 51. p. 998), Teodosio (ap. Claudian. in IV. Cons. Hon. 866. etc.) esorta il figlio a moderar la sua collera.
[524.] Tanto i Cristiani che i Pagani erano d'accordo nel credere che i demonj suscitato avessero la sedizione d'Antiochia. Si facea veder per le strade, dice Sozomeno (l. VII. c. 23), una donna gigantesca con una sferza in mano. Un vecchio, dice Libanio (Orat. XII. p. 396) si trasformò in giovane, e quindi in fanciullo.
[525.] Zosimo nel suo breve e non ingenuo racconto (l. IV. p. 258. 259), erra sicuramente in mandare Libanio stesso a Costantinopoli. Le proprie orazioni di lui indicano, che restò in Antiochia.
[526.] Libanio (Orat. I. p. 6. Edit. Venet.) dichiara, che sotto un regno di quella sorte, il timor del macello era senza fondamento ed assurdo, specialmente, nell'assenza dell'Imperatore, poichè la sua presenza, secondo l'eloquente schiavo, avrebbe potuto legittimare gli atti più sanguinosi.
[527.] Laodicea sulla costa marittima, settantacinque miglia distante da Antiochia (vedi Noris Epoch. Syro-Maced. Diss. 3. p. 230). Gli Antiocheni si stimarono offesi, che la città di Seleucia, lor dipendente, ardisse d'interceder per loro.
[528.] Siccome i giorni del tumulto dipendono dalla festa mobile di Pasqua, essi non si posson determinare, se non ne venga prima fissato l'anno. Dopo ricerche assai laboriose si è preferito l'anno 387 dal Tillemont (Hist. des Emper. Tom. V. p. 741. 744), e dal Montfaucon (Chrys. T. XIII. p. 105-110).
[529.] Grisostomo contrappone il loro coraggio, che non portava seco gran rischio, alla codarda fuga dei Cinici.
[530.] Si rappresenta la sedizione d'Antiochia in una maniera vivace, e quasi drammatica da due Oratori, ciascheduno dei quali ha la sua dose d'interesse e di merito. Vedasi Libanio (Orat. XIV. XV. p. 389. 420. Edit. Morel, Orat. I. p. 1-14. Venet. 1754), e le venti orazioni di S. Gio. Grisostomo de statuis (T. II. p. 1-225. edit. Montfaucon). Io non pretendo ad una gran famigliarità personale con Grisostomo: ma il Tillemont (Hist. des Emper. Tom. V. p. 263. 283), e l'Hermant (Vie de S. Chrysost. Tom. I. p. 137-224) l'avevan letto con più curiosità e diligenza.
[531.] La testimonianza originale d'Ambrogio (T. II. ep. 51, p. 998), d'Agostino (de Civ. Dei v. 26) e di Paolino (in vit. Ambros. c. 24), si manifesta in generali espressioni di orrore e di compassione. Essa poi viene illustrata dalle successive e disuguali autorità di Sozomeno (l. VII. c. 25), di Teodoreto (l. V. c. 17), di Teofane, (Chronogr. p. 62), di Cedreno (p. 317), e di Zonara (Tom. II. l. 13. p. 34). Il solo Zosimo, parzial nemico di Teodosio, non si sa per qual causa passa sotto silenzio la peggiore delle sue azioni.
[532.] Vedasi tutto questo fatto appresso Ambrogio (Tom. II. epist. 60. 61. p. 946-956), e Paolino di lui biografo (c. 23). Bayle e Barbeirac (Moral des Peres c. 17. p. 325. ec.) hanno giustamente condannato l'Arcivescovo.
[533.] Il suo discorso è una strana allegoria della verga di Geremia, di un albero di mandorle, della donna che bagnò ed unse i piedi di Cristo: ma la perorazione è diretta e personale.
[534.] Hodie, Episcope, de me proposuisti. Ambrogio lo confessò modestamente; ma con forza riprese Timesto, Generale di Cavalleria e d'infanteria, che aveva ardito di dire, che i Monaci di Callinico meritavan d'esser puniti.
[535.] Ma cinque anni dopo, essendo lontano Teodosio dalla spirituale sua guida, tollerò gli Ebrei, e condannò la distruzione delle loro sinagoghe. (Cod. Teod. l. XVI. Tit. VIII. leg. 9 col comment. del Gotofredo Tom. VI. p. 225).
[536.] Ambros. Tom. II. Ep. 51 p. 997-1001. La sua lettera è una miserabile cantilena sopra un nobil soggetto. Ambrogio sapeva meglio operare, che scrivere. Le sue composizioni sono prive di gusto o di genio, senza lo spirito di Tertulliano, la copiosa eleganza di Lattanzio, il vivace sapere di Girolamo o la grave energia di Agostino.
[537.] Secondo la disciplina di S. Basilio (can. 56), l'omicida volontario per quattro anni era piangente: cinque audiente, sette prostrato; e quattro consistente. Io ho l'originale (Beveridge Pand. Tom. 2. p. 47, 151) ed una traduzione (Chardon Hist. des Sacrem. T. 4, p. 219-277) delle Epistole Canoniche di S. Basilio.
[538.] La penitenza di Teodosio viene autenticamente descritta da Ambrogio (Tom. VI. de obit. Theod. c. 34. p. 1207), da Agostino (de civ. Dei v. 26), e da Paolino (in vit. Ambros. c. 24). Socrate è ignorante, e Sozomeno (l. VII. c. 25) succinto; e bisogna servirsi con cautela della copiosa narrazione di Teodoreto.
[539.] Cod. Theod. l. IX. tit. 40. leg. 13. La data e le circostanze di questa legge portano seco delle difficoltà; ma io mi sento inclinato a favorire gli onesti sforzi del Tillemont (Hist. des Emp. Tom. V. p. 721), e del Pagi, (Crit. Tom. I. p. 158).
[540.] Un prince, qui aime la religion, et qui la craint, est un lion qui cède à la main qui le flatte, ou à la voix qui l'appaise. Esprit des loix l. XXIV. c. 2.
[541.] Τουτο περι τους ευερλνειας καθηκον εδοξεν ειναι, ciò parve che fosse decente verso i benefattori. Tal'è l'avara lode di Zosimo stesso (l. IV. p. 267). Agostino dice con qualche felicità d'espressione: Valentinianum... misericordissima veneratione restituit.
[542.] Sozomeno l. VII. c. 14. La sua cronologia è molto irregolare.
[543.] Vedi Ambrogio, Tom. II. de obit. Valentin. c. 15. ec. p. 1178. c. 36. ec. p. 1184. Allorchè il giovane Imperatore faceva un trattamento, digiunava egli stesso; ricusò di vedere una bella attrice ec. Poichè ordinò che le sue fiere fossero uccise, il rimprovero d'aver amato quel divertimento appresso Filostorgio (l. XI. c. 1.) non è generoso.
[544.] Zosimo (l. IV. p. 275) loda il nemico di Teodosio. Ma egli è detestato da Socrate (l. V. c. 25) e da Orosio (l. VII. c. 35).
[545.] Gregorio di Tours (l. 2. c. 9. p. 165. nel secondo volume degli Istorici di Francia) ci ha conservato un curioso frammento di Sulpicio Alessandro, istorico molto più valutabile di lui medesimo.
[546.] Il Gotofredo (dissert. ad Philostorg. p. 428-434) ha diligentemente raccolto tutte le circostanze della morte di Valentiniano II. Le variazioni e l'ignoranza degli scrittori contemporanei provano che essa fu segreta.
[547.] De obitu Valentin. Tom. II: p. 1173. 1196. Egli è costretto ad usare un linguaggio discreto ed oscuro: pure è molto più ardito di quello che alcun laico, o forse qualunque altro Ecclesiastico si sarebbe arrischiato di essere.
[548.] Vedi c. 51. p. 1188. c. 75. p. 1193. Dom Chardon (Hist. des Sacrem. Tom. I. p. 86), che confessa che S. Ambrogio sostiene col maggior vigore l'indispensabile necessità del Battesimo, stenta a conciliare la contraddizione.
[549.] Quem sibi Germanus famulum delegerat exul. Tal'è la disprezzante espressione di Claudiano (IV Cons. Hon. 74). Eugenio professava il Cristianesimo; ma è probabile in un grammatico, che fosse in segreto attaccato al Paganesimo (Sozomen. l. VII. c. 22 Filostorg. l. XI. c. 2), e quasi l'assicurerebbe l'amicizia di Zosimo (l. IV. p. 276, 277).
[550.] Zosimo (l. IV. p. 278) fa menzione di quest'ambasceria; ma un'altra storia lo distrae dal riferirne l'evento.
[551.] Συνεταραξεν η τουτου γαμετη Γαλλα βασιληια τον αδελφον ολοφυρομενη: l'eccitò l'Imperatrice Galla, sua moglie, che piangeva il fratello. Zosimo l. IV. p. 278. In seguito dice (p. 280), che Galla morì di parto, e riferisce che fu estrema l'afflizione del marito, ma breve.
[552.] Licopoli è la moderna Siut, ossia Osiot, città di Said, della grandezza incirca di S. Denis, che fa un vantaggioso commercio col regno di Sennaar; ed ha una molto conveniente fontana, cujus potu signa virginitatis eripiuntur. Vedi Danville (Descr. de l'Egypt. p. 171), Abulfeda (Desc. Aegipt. p. 74) e le curiose annotazioni (p. 25. 92) del suo editore Michaelis.
[553.] Fu descritta la vita di Giovanni di Licopoli da due dei suoi amici, da Ruffino (l. II. c. 1. p. 449) e da Palladio (Hist. Laus. c. 43 p. 738) nella gran Collezione delle Vitae Patrum di Rosvveide. Il Tillemont (Mem. Eccles. T. X. p. 718. 720) ne ha determinata la cronologia.
[554.] Sozomeno l. VII. c. 22. Claudiano (in Eutrop. l. I. 311) fa menzione del viaggio dell'Eunuco: ma deride col maggior disprezzo i sogni Egiziani, e gli oracoli del Nilo.
[555.] Zosimo l. IV. p. 280. Socrat. l. VII. 10,. Alarico medesimo (de bello Get. 524) si ferma con più compiacenza sulle sue prime imprese contro i Romani.
.... Tot Augustos Hebro qui teste fugavi:
Pure la sua vanità difficilmente avrebbe potuto provare questa pluralità d'Imperatori fuggitivi.
[556.] Claudiano in IV. Cons. Honor. 77. ec. pone a confronto i disegni militari dei due usurpatori.
.... Novitas audere priorem
Suadebat, cautumque dabant exemplo sequentem.
Hic nova moliri praeceps: hic quaerere tuta
Providus. Hic fusis; collectis viribus ille.
Hic vagus excurrens; hic intra claustra reductus.
Dissimiles; sed morte pares...
[557.] Il Frigido, piccolo, quantunque memorabile fiume nella Gorizia, ora chiamato Vipao, si getta nel Sonzio, o Lisonzo sopra Aquileia in distanza di qualche miglio dal mare Adriatico. Vedi Danville Cart. Antich. Mod. e l'Italia Antiqua del Cluverio Vol. I. p. 188.
[558.] Lo spirito di Claudiano è intollerabile: la neve era tinta di rosso; il freddo fiume fumava; ed il canale avrebbe dovuto riempirsi di cadaveri, se non si fosse accresciuta la corrente dal sangue.
[559.] Teodoreto asserisce, che comparvero al vigilante o addormentato Imperatore S. Giovanni e S. Filippo a cavallo. Questo è il primo esempio della cavalleria apostolica, che divenne poscia sì popolare in Ispagna ed al tempo delle Crociate.
Te propter gelidis Aquilo de monte procellis
Obruit adversus acies, revolutaque tela
Vertit in auctores, et turbine repulit hastas,
O nimium dilecte Deo, cui fundit ab antris
Aeolus armatas hyemes, cui militat aether,
Et conjurati veniunt ad classica venti!
Questi famosi versi di Claudiano (in III. Cons. Hono. 93. an. 396) son riferiti dai suoi contemporanei Agostino ed Orosio, che sopprimono la Pagana Divinità d'Eolo; ed aggiungono alcune circostanze, che avevan sapute dai testimoni di veduta. Dentro i quattro mesi dopo la vittoria, fu essa paragonata da Ambrogio alle vittorie miracolose di Mosè e di Giosuè.
[561.] Hanno raccolto gli avvenimenti di questa guerra civile Ambrogio (Tom. II. ep. 62 p. 1022), Paolino (in vit. Ambros. c. 26-34), Agostino (De Civ. Dei V. 26), Orosio (l. VII. c. 35), Sozomeno (l. VII. c. 24). Teodoreto (l. V. c. 24), Zosimo (l. IV. p. 281 ec.), Claudiano (in III. Con. Hon. 63-105. in IV. Cons. Honor. 70-117) e le Croniche pubblicate dallo Scaligero.
[562.] Questa malattia, da Socrate (l. V. c. 26) attribuita alle fatiche della guerra, si rappresenta da Filostorgio (l. XI. c. 2) come un effetto di pigrizia e d'intemperanza; perlochè Fozio lo chiama uno sfacciato mentitore; (Gotofredo Diss. p. 438).
[563.] Zosimo suppone, che il fanciullo Onorio accompagnasse suo padre (l. IV. p. 280). Pure l'espressione quanto flagrabant pectora voto, è tutto quello che l'adulazione potè permettere ad un poeta contemporaneo, il quale chiaramente descrive la negativa dell'Imperatore, ed il viaggio d'Onorio dopo la vittoria (Claudiano in III. Cons. 78-125).
[564.] Zosimo l. IV. p. 244.
[565.] Veget. de re milit. l. I. c. 10. La serie delle calamità, che egli nota, ci costringe a credere, che l'Eroe a cui dedica il suo libro, sia l'ultimo ed il meno glorioso dei Valentiniani.
[566.] S. Ambrogio (Tom. II. de obit. Theod. p. 1208) loda espressamente e raccomanda lo zelo di Giosia nel distruggere l'idolatria. Il linguaggio di Giulio Firmico Materno sul medesimo soggetto (de error. profan. relig. p. 467. Edit. Gronov.) è piamente inumano: Nec filio jubet (lex Mosaica) parci, nec fratri, et per amatam coniugem gladium vindicem ducit etc.
[567.] Bayle (Tom. II. p. 406 nel suo Comment. Filos.) giustifica e limita queste leggi d'intolleranza nel regno temporale di Jehovah sopra gli Ebrei. Il tentativo è lodevole.
[568.] Si vedano i tratti della Gerarchia Romana in Cicerone (De legib. II. 7, 8), in Livio (l. 20), in Dionisio d'Alicarnasso (l. II. p. 119-129. Edit. Hudson), in Beaufort (Republ. Rom. T. I. p. 1-90) ed in Moyle (Vol. I. p. 10. 55). Quest'ultima è l'opera d'un Inglese repubblicano, non meno che di un Romano antiquario.
[569.] Questi mistici e forse immaginari simboli hanno dato motivo a varie favole e congetture. Sembra probabile, che il Palladio fosse una piccola statua di Minerva (alta tre cubiti e mezzo) con una lancia ed una conocchia; che fosse ordinariamente inclusa in una seria o barile, e che tal barile fosse collocato in modo da eludere la curiosità o il sacrilegio. Vedi Meziriac. Comment. sur les Epitr. d'Ovid. T. I. p. 60. 66, e Lipsio Tom. III. p. 610. de Vesta ec. c. 10.
[570.] Cicerone francamente (ad Attic. l. II. epist. 5) o indirettamente (ad Famil. l. 15 ep. 4) confessa che l'Augurato è il principale oggetto dei suoi desiderj. Plinio ambisce di camminare sulle vestigia di Cicerone, (l. IV. ep. 8) e potrebbe continuarsi la catena della tradizione per mezzo dell'istoria e dei marmi.
[571.] Zosimo l. IV. p. 249, 250. Ho soppresso le stolte sottigliezze sopra le parole Pontifex e Maximus.
[572.] Quella statua da Taranto erasi trasferita a Roma, posta da Cesare nella Curia Giulia, e decorata da Augusto con le spoglie dell'Egitto.
[573.] Prudenzio (l. II. in princ.) ha delineato un ritratto molto sgraziato della Vittoria; ma il lettore curioso resterà più soddisfatto dalle antichità del Montfaucon (T. I. p. 341).
[574.] Vedi Svetonio (in August. c. 35) e l'esordio del panegirico di Plinio.
[575.] Questi fatti sono vicendevolmente concessi dai due avvocati, Simmaco e Ambrogio.
[576.] La Notitia Urbis, più recente di Costantino, non trova fra gli edifizi della città veruna Chiesa Cristiana degna di essere nominata. Ambrogio (Tom. II. ep. 17. p. 825) deplora i pubblici scandali di Roma, che continuamente offendevano gli occhi, gli orecchi, ed il naso del fedele.
[577.] Ambrogio afferma più volte, contro il sentimento comune (Moyle Oper. vol. II. p. 147), che i Cristiani avevano una superiorità di partito nel Senato.
[578.] La prima dell'anno 382 a Graziano, che non le volle dare udienza: la seconda, nel 384 a Valentiniano, allorchè disputavasi il campo fra Simmaco ed Ambrogio: la terza nel 388 a Teodosio: e la quarta nel 392 a Valentiniano. Lardner (Testimonianze Pagane ec. Vol. IV. p. 372, 399) rappresenta bene tutto questo fatto.
[579.] Simmaco il quale era investito di tutti gli onori Sacerdotali e Civili, rappresentava l'Imperatore sotto i due caratteri di Pontefice Massimo e di Principe del Senato. Vedesi la superba inscrizione alla testa delle sue opere.
[580.] Come se uno dice Prudenzio, (in Symmach. I. 639), scavasse la terra con un istrumento d'oro e d'avorio. Anche i Santi, e i Santi polemici, trattan questo nemico con rispetto e civiltà.
[581.] Vedasi l'Epistola 54 del Lib. X di Simmaco. Nella forma e nella disposizione dei suoi dieci libri di lettere, esso imitò Plinio il Giovane, del quale supponevano i suoi amici che uguagliasse o superasse il ricco e florido stile (Macrob. Saturnal. l. V. c. 1). Ma Simmaco è soltanto lussureggiante in vane foglie senza frutti e senza fiori. Pochi fatti e pochi sentimenti si possono trarre dal suo verboso carteggio.
[582.] Vedi Ambrogio Tom. II. ep. 17. 18. p. 825-833. La prima di queste lettere è una breve precauzione; la seconda è una replica formale alla domanda o al libello di Simmaco. Le stesse idee sono espresse più copiosamente nella poesia, seppure può meritar questo nome, di Prudenzio, il quale compose i due suoi libri contro Simmaco (nell'anno 404) mentre viveva ancora quel Senatore. Egli è molto stravagante, che Montesquieu (Considerat. c. 19. T. III p. 487. ec.) trascurasse i due nemici dichiarati di Simmaco, e si divertisse a spaziare nelle più distanti e indirette confutazioni di Orosio, di S. Agostino e Salviano.
[583.] Vedi Prudent. in Symmach. l. I. 545 ec. I Cristiani convengono col Pagano Zosimo (l. IV. p. 283) nel collocar questa visita di Teodosio dopo la seconda guerra civile: gemini bis victor caede tyranni (l. 1. 410). Ma il tempo e le circostanze meglio s'adattano al suo primo trionfo.
[584.] Prudenzio, poi che provato che si dichiarò il sentimento del Senato per mezzo d'una legittima superiorità di voti, prosegue a dire. 609. ecc.
Adspice quam pleno subsellia nostra. Senatu
Decernant infame Jovis pulvinar, et omne
Idolium longe purgata ab urbe fugandum.
Qua vocat egregii sententia Principis, illuc
Libera cum pedibus, tum corde frequentia transit.
Zosimo attribuisce ai Padri Conscritti un coraggio pel Paganesimo, che si trovò solo in pochi di loro.
[585.] Girolamo porta l'esempio del Pontefice Albino, che era circondato da tal famiglia di figli e di nipoti tutti fedeli, che sarebbero stati sufficienti a convertire anche Giove medesimo: che straordinario proselito! (Tom. I. ad Laetam p. 54).
Exsultare Patres videas, pulcherrima mundi
Lumina, conciliumque senum gestire Catonum
Candidiore toga niveum pietatis amictum
Sumere; et exuvias deponere Pontificales.
La fantasia di Prudenzio è riscaldata ed elevata dalla vittoria.
[587.] Prudenzio, dopo d'aver descritto la conversione del Senato e del popolo, domanda con qualche verità e fiducia:
Et dubitamus adhuc Romam tibi, Christe, dicatam
In leges transisse tuas?
[588.] Girolamo esulta nella desolazione del Campidoglio e degli altri tempj di Roma (Tom. I. p. 54. Tom. II. p. 95).
[589.] Libanio (Orat. pro Templis p. 10. Genev. 1634 pubblicata da Giacomo Gotofredo, e adesso molto rara) accusa Valentiniano e Valente d'aver proibito i sacrifizi. Può l'Imperatore orientale aver dato qualche ordine particolare: ma vien contraddetta l'idea di qualunque legge generale dal silenzio del Codice e dalla testimonianza dell'Istoria ecclesiastica.
[590.] Vedansi le sue leggi nel Codice Teodosiano lib. XVI. Tit. X. leg. 7-11.
[591.] I sacrifizi d'Omero non sono accompagnati da alcuna investigazione di viscere (Vedi Feithius Antiq. Homers l. I. c. 26): I Toscani, che produssero i primi Aruspici, soggiogarono tanto i Greci, quanto i Romani (Cicer. de Divinat. 2. 23).
[592.] Zosimo l. IV. p. 245, 249. Teodoret. l. V. c. 21. Idazio in Chron. Prosper. Aquitan. l. III. c. 38 appresso il Baronio Annal Eccl. an. 389. n. 52. Libanio (pro Templis p. 10) si sforza di provare, che gli ordini di Teodosio non furono diretti e positivi.
[593.] Cod. Teodos. l. XVI. Tit. X. leg. 8. 18. Vi è luogo di credere, che quel tempio d'Edessa, che Teodosio bramava di salvare per gli usi civili, divenisse poco tempo dopo un mucchio di sassi. Libanio pro Templis p. 26. 27 e not. del Gotofred. p. 59.
[594.] Vedasi la curiosa orazione di Libanio pro Templis, pronunziata, o piuttosto composta circa l'anno 390. Io ho consultato con vantaggio la versione e le note del dottor Lardner (Testim. Pagan. Vol. IV. p. 135. 163).
[595.] Vedi la vita di Martino fatta da Sulpicio Severo (c. 9-14). Il Santo prese una volta (come avrebbe fatto Don Chisciotte) un innocente funerale pur una processione idolatrica, ed imprudentemente commise un miracolo.
[596.] Si confronti Sozomeno (l. 7. c. 15) con Teodoreto (l. V. c. 21). Fra tutti due riferiscono la crociata e la morte di Marcello.
[597.] Libanio (pro Templis. p. 10-13) scherza intorno a quegli uomini vestiti di nero, cioè a' Monaci Cristiani, che mangiano più degli elefanti. Poveri elefanti! Essi sono animali moderati.
[598.] Prosper. Aquit. l. III. c. 38. ap. Baron. Annal. Eccles. an. 389. 258. Quel tempio restò chiuso per qualche tempo, e n'era stato impedito l'accesso con pruni.
[599.] Donat. Roma antiq. et nova l. IV. c. 4. pag. 468. Fu fatta questa consagrazione dal Pontefice Bonifazio IV. Io non so quali favorevoli circostanze avessero conservato il Panteon più di dugento anni dopo il regno di Teodosio.
[600.] Sofronio ne compose una recente storia a parte (Girol. in Script. Eccles. Tom. I. p. 303) che ha somministrato i materiali a Socrate (l. V. c. 16), a Teodoreto (l. I. V. c. 22) e a Ruffino (l. II. c. 22). Pure quest'ultimo, che si trovò in Alessandria avanti e dopo il fatto, può meritar la fede di testimone originale.
[601.] Gerardo Vossio (Oper. Tom. V. p. 80 e de Idol. I. c. 29) tenta di sostenere la strana opinione dei Padri, che in Egitto sotto la forma del loro Api, e del Dio Serapide si adorasse il Patriarca Giuseppe.
[602.] Origo Dei nondum nostris celebrata. Aegyptiorum Antistites sic memorant. Tacit. Hist. IV. 83. I Greci, che avevan viaggiato in Egitto, parimente ignoravano questa nuova Divinità.
[603.] Macrob. Saturnal. l. I. c. 7. Un fatto sì forte prova decisivamente la sua origine straniera.
[604.] A Roma furono uniti nel medesimo tempio Iside e Serapide. La precedenza, che avea la Regina, può servire a dimostrare la sua disugual congiunzione con lo straniero del Ponto. Ma era stabilita in Egitto la superiorità del sesso femminile, come una instituzion civile e religiosa (Diodor. Sicul. Tom. I. l. I. p. 31. edit. Wessel.), ed il medesimo ordine si osserva nel trattato di Plutarco d'Iside e d'Osiride, che esso identifica con Serapide.
[605.] Ammiano XXII. 26. L'Expositio totius mundi (p. 8. in Geog. Minor. d'Hudson. Tom. III), e Ruffino (l. II. c. 22) celebrano il Serapeo come una delle maraviglie del mondo.
[606.] Vedi Memoir. de l'Acad. des Inscr. Tom. IX p. 197-416. La vecchia libreria de' Tolomei fu totalmente consumata nella guerra Alessandrina di Cesare. Marc'Antonio diede tutta la collezione di Pergamo (200000 volumi) a Cleopatra per servir di fondamento alla nuova libreria d'Alessandria.
[607.] Libanio (pro Templis p. 21.) imprudentemente provoca i Cristiani, suoi Signori, con questa insultante osservazione.
[608.] Noi possiamo scegliere fra la data di Marcellino, anno 389, e quella di Prospero anno 391. Il Tillemont (Hist. des Emp. Tom. V. p. 310. 756.) preferisce la prima, ed il Pagi la seconda.
[609.] Tillemont, Mem. Eccl. Tom. XI. p. 441-500. L'ambigua situazione di Teofilo, ch'è un Santo, risguardato come amico di Girolamo, ed è un diavolo, come nemico di Grisostomo, produce una specie d'imparzialità; pure esaminato il tutto, la bilancia pende giustamente contro di lui.
[610.] Lardner (Pagan. Tevimon. vol. IV. p. 411), ha addotto un bel passo di Suida, o piuttosto di Damasio, che presenta il devoto e virtuoso Olimpio non già in aspetto di guerriero, ma di profeta.
[611.] Nos vidimus armaria librorum, quibus direptis, exinanita ea a nostris hominibus nostris temporibus memorant. Orosio l. VI. c. 15 p. 421. Edit. Haverc. Sembra che Orosio, quantunque pinzochero e controversista ne abbia rossore.
[612.] Eunapio, nelle vite d'Antonino e d'Edesio, detesta la sacrilega rapina di Teofilo. Il Tillemont (Mem. Eccl. T. XIII. p. 453) cita una lettera d'Isidoro di Pelusio, che accusa il Primate del culto idolatrico dell'oro, dell'auri sacra fames.
[613.] Ruffino nomina un Sacerdote di Saturno, che sotto la forma di quel Dio conversava famigliarmente con molte pie donne di qualità, finattantochè si tradì da se stesso in un momento di trasporto, in cui non potè mascherare il tuono della sua voce. L'autentica ed imparziale narrazione d'Eschine (Vedi Bayle Diction. Cri. Scamandre) e l'avventure di Mondo (Gioseff. Ant. Giud. l. XVIII. c. 3. p. 877. Edit. Haverc.) possono provare che tali amorose frodi si son praticate con buon successo.
[614.] Si vedano le immagini di Serapide appresso Montfaucon (Tom. II. p. 296), ma la descrizione di Macrobio (Saturnal. l. I. c. 20.) è molto più pittoresca e soddisfacente.
Sed fortes tremuere manus, motique verenda
Majestate loci, si robora sacra ferirent,
In sua credebant redituras membra secures.
(Lucan. III. 429). È vero, disse Augusto ad un veterano di Italia, in casa del quale cenava, che quello, che diede il primo colpo alla statua d'oro d'Anaitide, restò immediatamente privo degli occhi e della vita? Io fui quello, rispose l'illuminato veterano, e voi presentemente cenate sopra una gamba della Dea. Plin. Hist. Nat. XXXIII. 24.
[616.] Sozomeno lib. VII. c. 20. Io ho supplito la misura. La stessa misura dell'inondazione, e per conseguenza del cubito, è durata uniforme fino dal tempo d'Erodoto. Vedi Freret nelle Mem. de l'Acad. des Inscr. Tom. XVI. 344-353. Greaves Oper. miscellan. vol. I. p. 233. Il cubito Egiziano è circa ventidue pollici del piede Inglese.
[617.] Libanio, (pro Templis p. 15. 16. 17) difende la loro causa con delicata ed insinuante rettorica. Fino dai più antichi tempi avevano tali feste ravvivato la campagna; e quelle di Bacco (Georg. II. 380) avevan prodotto il teatro d'Atene. Vedi Gotofredo ad Liban. e Cod. Teod. VI. p. 284.
[618.] Onorio tollerò queste rustiche feste, an. 309. Absque ullo sacrificio, atque ulla superstitione damnabili. Ma nove anni dopo credè necessario di rinnovare ed invigorire la stessa costituzione. Cod. Teod. l. XVI. tit. X. leg. 17. 19.
[619.] Cod. Teod. l. XVI. Tit. X. leg. 12. Jortin (Osserv. sull'Istor. Eccl. vol. IV. p. 134) censura con asprezza lo stile ed i sentimenti di questa intollerante legge.
[620.] Non dovrebbe leggermente darsi un'accusa di tal sorta: ma può sicuramente giustificarsi coll'autorità di S. Agostino, il quale così parla ai Donatisti. Quis nostrum, quis vestrum non laudat leges ab Imperatoribus datas adversus sacrificia Paganorum? Et certe longe ibi poena severior constituta est: illius quippe impietatis capitale supplicium est. Epist. 93. n. 10. citata dal Leclerc, (Bibl. Chois. Tom. VIII. p. 277) il quale aggiunge alcune riflessioni sull'intolleranza de' vittoriosi Cristiani.
[621.] Orosio l. VII. c. 28. p. 537. Agostino (Enarr. in Ps. 140. ap. Lardner Testim. Pag. volum. IV. p. 458.) insulta la lor codardia; Quis eorum comprehensus est in sacrificio (cum his legibus ista prohiberentur) et non negavit?
[622.] Libanio (pro Templis. p. 17. 18.) fa menzione dell'accidentale conformità di quest'ipocriti, come d'una scena teatrale, senza censurarla.
[623.] Libanio termina la sua apologia (p. 32.) con dichiarare all'Imperatore, che qualora egli espressamente non garantisca la distruzione dei tempj, i proprietari difenderanno se stessi e le leggi; ισθι του των αγρων δεσποτας καί αυτοις, καί τῳ νομω βοηθησοντας. Sappi che i Signori delle campagne provederanno a se stessi ed alla legge.
[624.] Paolin. in. vit. Ambros. c. 26. Agostino de Civ. Dei l. V. c. 26. Teodoret. l. V. c. 24.
[625.] Libanio suggerisce la forma di un editto di persecuzione, che Teodosio avrebbe potuto fare (pro Templis p. 32.); scherzo imprudente, ed esperienza pericolosa! Qualche altro Principe potrebbe aver preso il suo consiglio.
Denique pro meritis terrestribus aeque rependens
Munera, sacricolis summos impertit honores
· · · · · · · · · · · · ·
Ipse magistratum tibi Consulis, ipse tribunal
Contulit. (Prudent. in Symmach. I. 617. ec.)
[627.] Libanio (pro Templis c. 32) s'insuperbisce, che Teodosio distinguesse in tal modo uno, che anche alla sua presenza giurasse per Giove. Pure questa presenza non sembra esser altro che una figura rettorica.
[628.] Zosimo, che chiama se stesso Conte ed Ex-avvocato del Tesoro, con indecente e parzial bacchettoneria maltratta i Principi Cristiani, ed eziandio il padre del proprio Sovrano. L'opera di lui dev'essere andata in giro privatamente, poichè ha scansato le invettive degli Istorici Ecclesiastici anteriori ad Evagrio (l. III. c. 40. 42.) che visse verso il fine del sesto secolo.
[629.] Ciò non ostante, i Pagani dell'Affrica si dolevano che i tempi non permettessero loro di risponder con libertà alla città di Dio: nè S. Agostino (V. 26.) contraddice all'accusa.
[630.] I Mori della Spagna, che conservarono segretamente la religione Maomettana per più d'un secolo, onde evitare il rigore dell'inquisizione, avevano il Koran, coll'uso loro proprio della lingua Arabica. Vedasi la curiosa ed ingenua storia della loro espulsione appresso Geddes, Miscell. vol. I. p. 1-198.
[631.] Paganos, qui supersunt, quamquam jam nullos esse credamus. Cod. Theod. lib. XVI. Tit. X. leg. 22. an. 423. Teodosio il Giovane restò in seguito persuaso che il suo giudizio era stato un poco immaturo.
[632.] Vedi Eunapio nella vita del sofista Edesio; in quella d'Eustazio ei predice la rovina del Paganesimo, και τι μυθωδες και αειδες σκοτος τυραννησει τα επι γης καχλισα; E carte favolose, ed oscure tenebre domineranno la miglior parte della terra.
[633.] Cajo (ap. Euseb. Hist. Eccl. l. II. c. 25.) Prete Romano, che visse al tempo di Zeffirino (an. 202-219.) è un antico testimone di questa superstiziosa costumanza.
[634.] Chrysost. Quod Christus sit Deus. Tom. I. nov. Edit. n. 9. Io son debitore di questa citazione alla lettera pastorale di Benedetto XIV. in occasione del giubbileo del 1750. Vedi le piacevoli e curiose lettere di M. Chais; Tom. 3.
[635.] Male fecit ergo Romanus Episcopus? qui super mortuorum hominum, Petri et Pauli, secundum nos ossa veneranda...... offert Domino sacrificia, et tumulos eorum Christi arbitratur altaria. Girol. Tom. II. adv. Vigilant. p. 153.
[636.] Girolamo (Tom. II. p. 122.) fa fede di tali traslazioni, che son trascurate dagli Istorici Ecclesiastici. La passione di S. Andrea a Patra vien descritta in una lettera dal Clero dell'Acaia, che il Baronio (Annal. Eccl. an. 60. n. 34.) desidera d'ammettere, e il Tillemont è costretto a rigettare. S. Andrea fu adottato per fondatore spirituale di Costantinopoli (Mem. Eccl. Tom. II. p. 317-325. 188-594).
[637.] Girolamo (T. II. p. 122.) pomposamente riferisce la traslazione di Samuel, di cui si fa menzione in tutte le croniche di quei tempi.
[638.] Il Prete Vigilanzio, che fu il protestante del suo secolo, fortemente, quantunque senza effetto, s'oppose alla introduzione de' Monaci, delle reliquie dei santi, dei digiuni ec.; per lo che Girolamo lo paragona all'Idra, al Cerbero, a' Centauri ec.; e lo considera solo come l'organo del demonio (Tom. II. p. 120-126). Chiunque leggerà la controversia fra S. Girolamo e Vigilanzio, e la narrazione che fa S. Agostino dei miracoli di S. Stefano, può prendere in breve qualche idea dello spirito dei Padri.
[639.] Il Beausobre (Hist. du Manich. Tom II. p. 648.) applicò un senso mondano alla pia osservazione del Clero di Smirne, che diligentemente conservò le reliquie di S. Policarpio martire.
[640.] Martino di Tours (vedi la sua vita c. 8. scritta da Sulpicio Severo) ne trasse la confessione dalla bocca del morto. Si accorda che l'errore sia naturale; la scoperta di esso è supposta miracolosa. Quale di queste due cose è verisimile che sia seguita più frequentemente?
[641.] Luciano compose in Greco la sua narrazione originale, che fu tradotta da Avito, e pubblicata dal Baronio (An. Eccl. An. 325. n. 7-16.). Gli Editori Benedettini di S. Agostino ne hanno dato (al fin dell'opera de Civitate Dei) due diverse copie con molte varianti. Il carattere della falsità è la sconnessione e l'incoerenza. Le parti più incredibili della leggenda son mitigate, e rese più probabili dal Tillemont Mem. Eccl. Tom. II. p. 9 ec.
[642.] A Napoli si liquefaceva ogni anno una boccetta del sangue di S. Stefano, fintantochè non gli successe quello di S. Gennaro: Ruinart Hist. Pers. Vandal. p. 529.
[643.] Agostino compose i ventidue libri de Civitate Dei nello spazio di tredici anni, dal 413 al 426. (Tillemont Mem. Eccl. Tom. XIV. p. 608. ec.) Ei troppo spesso prende da altri la sua erudizione, e da se stesso i suoi argomenti: ma tutta l'opera ha il merito di un magnifico disegno, vigorosamente ed abilmente eseguito.
[644.] Vedi Agostino (de Civ. Dei. l. XXII. c. 22.) e l'appendice che contiene due libri de' miracoli di S. Stefano, fatta da Evodio Vescovo d'Uzalis. Freculso (ap. Basnag. Hist. des Juifs Tom. VIII. p. 249.) ci ha conservato un proverbio Gallico o Spagnuolo: chi pretende d'aver letto tutti i miracoli di S. Stefano è bugiardo.
[645.] Burnet (de statu mortuor. p. 56-85.) raccoglie le opinioni dei Padri, che sostenevano il sonno o riposo delle anime umane sino al giorno del giudizio. In seguito espone (p. 91.) gli inconvenienti, che dovrebbero nascere, se avessero un'esistenza più attiva e sensibile.
[646.] Vigilanzio poneva le anime dei Profeti e dei Martiri o nel seno d'Abramo (in loco refrigerii) o anche sotto l'altare di Dio, nec posse suis tumulis, et ubi voluerunt adesse praesentes. Ma Girolamo (Tom. II. p. 122.) fortemente confuta questa bestemmia: Tu Deo legem pones? Tu Apostolis vincula injices, ut usque ad Diem judicii teneantur custodia, nec sint cum Domino suo, de quibus scriptum est; sequuntur agnum quocumque vadit. Si agnus ubique, ergo et hi, qui cum agno sunt, ubique esse credendi sunt. Et cum diabolus et daemones toto vagentur in orbe etc.
[647.] Fleury, Disc. sur l'Ist. Eccl. III p. 80.
[648.] In Minorca, le reliquie di S. Stefano convertirono in otto giorni 540 Ebrei, coll'aiuto in vero di qualche severità, come di bruciare la Sinagoga, di cacciare gli ostinati a soffrir la fame fra scogli ec. Vedasi la lettera originale di Severo Vescovo di Minorca (ad calc. 3. Augustin. de Civ. Dei), e le giudiziose osservazioni del Basnagio (T. VIII. p. 245-251).
[649.] David Hume (Sagg. vol. 3 p. 474) osserva, come filosofo, il natural flusso e riflusso del Politeismo e del Teismo.
[650.] D'Aubignè (Vedi le sue Memorie p. 156-160) francamente offerì, col consenso dei ministri Ugonotti, d'accordare i primi 400 anni per servir di regola della fede. Il Cardinal du Perron chiese quarant'anni di più, che imprudentemente furon concessi. Nessuno però dei due partiti si sarebbe trovato contento di questo folle accordo.
[651.] Il culto praticato ed inculcato da Tertulliano e da Lattanzio, è tanto puro e spirituale, che le loro declamazioni contro le cerimonie Pagane alle volte attaccano anche le Giudaiche.
[652.] Fausto Manicheo accusa i Cattolici d'idolatria; Vertitis idola in Martyres..... quos votis similibus colitis. Il Beausobre (Hist. Crit. du Manich. Tom. II. p. 629. 700) Protestante, ma filosofo, ha rappresentato con candore e dottrina l'introduzione della Cristiana idolatria nel quarto e nel quinto secolo.
[653.] Può vedersi la somiglianza della superstizione, che non potrebbe ascriversi all'imitazione, dal Giappone al Messico. Warburton ha fatt'uso di quest'idea, ch'egli contorce per volerla rendere troppo generale ed assoluta (Div. Legaz. V. IV p. 126. ec.).
[654.] L'imitazione del Paganesimo forma il soggetto di una piacevol lettera, che il Dot. Middleton scrisse da Roma. Le osservazioni di Warburton l'obbligarono ad unire (Vol. III. p. 120-152) l'istoria delle due religioni, ed a provare l'antichità della copia Cristiana.
[655.] Il Sig. Giovanni Kirk in data di Roma dei 12 Giugno 1784 scrisse all'Autore delle Riflessioni in questi termini. Monsig. Stonor is Wholly of your mind, that Gibbon of all other Libertines or Deists is the most dangerous, as he has disguised himself under the cloak of authority...... Hence it is that he approves of your having published a precaution, that heedless readers may not be deceived with his fluid and nervous style, and with the fame, that he has acquired. He was pleased with... and desired me, if you should send any thing else of that nature to give him the satisfaction of the perusal of it. ec. ec.
[656.] Plut. Ex versione Xylandri Itasil. 1570. Sicut..... qui ex arte et callide adulantur aliquando multis et longis laudationibus vituperationes admiscent leviculas..... ita malignitas; ut fidem criminibus faciat, laudem simul ponit.
[657.] V. Tillem. Mem. Eccl. T. IX. p. 132. e 134. Bolland. 9. May p. 370.
[658.] S. Greg. Naz. Orat. V. p. 135. «spiritum amicitiae posthabere minime sustinuisti, quandoquidem pluris nos fortasse, quam alios omnes ducis: ita rursum spiritum nobis longe anteponis». Parlò anche più chiaro nell'Orazione funebre 20. p. 357. Vedi la Vita di S. Basilio Tom. III. Ediz. de Bened. p. 112.
[659.] S. Greg. Naz. Orat. 7.
[660.] Tillem. Mem. Eccl. T. IX. p. 558. Du Pin. 656.
[661.] Carm. I. p. 7.
[662.] Or. VII. p. 142-43. etc.
[663.] Leggete di grazia la sua Oraz. Apologetica. Tom. I. Orat. I.
[664.] Carm. I. p. 8. 9. Carm. VI. p. 74. Orat. 8. p. 147-48.
[665.] Carm. I. p. 9. Epist. 65. p. 824. Epist. 222. p. 900.
[666.] Orat. 25. p. 439.
[667.] Ep. 222 p. 910.
[668.] Ep. 14 p. 777.
[669.] Tillem. Mem. Ecclesiastic. Tom. IX. p. 412 T. IV.
[670.] Vedi l'Oraz. 27 de se ipso et ad eos, qui ipsum Cathedram Constantinopol. affectare dicebant.
[671.] Soz. l. 4. C. 2. 7. Ruff. L. 1. c. 25. Philost. l. 8 c. 2, Greg. Carm. 1 p. 10. Orat. 32 pag. 525.
[672.] Tillem. Mem. Eccles. T. IX. pag. 407 e pag. 431.
[673.] Sozom. l. VII. c. V. Suida in V. Δημοφιλος Niceph. L. 12 c. 8.
[674.] Carm. I. p. 17. 18. Orat. 28 p. 483.
[675.] Soz. L. 7. C. 7.
[676.] Vedi l'Oraz. 27 sopracc.
[677.] Carm. I. p. 24.
[678.] d. Carm. p. 30.
[679.] Carm. I. p. 30.
[680.] Carm. I. p. 30.
[681.] Sozom. L. 7. c. 7 ex Vales. Ac mihi quidem sapientissimum hunc virum tum ob alia multa, cum maxime in hoc negotio mirari subit. Nam neque fasta elatus propter facundiam, nec inanis gloriae studio ei Ecclesiae praesidere concupivit, quam pene extinctam ac mortuam ipse regendam susceperat. Sed reposcentibus Episcopis depositum reddidit, nihil de multis laboribus conquestus, nihil de periculis, quae adversus haereses decertans subierat etc. V. Tillem. Tom. I. Mem. Eccl. p. 479. e Basnage Annal. V. III p. 76. ec.
[682.] Jam quod ab altera parte huic respondet, nemo non videt, bonum scilicet aliquod videri impune posse omitti. Sed tamen malitiose hoc fit, quando quod omittitur in locum incidit, qui ad historiam pertinet. Illibenter enim laudare non est, quam libenter vituperare, honestius, fortasse etiam turpius. Plutar. de Herod. Malignit.
[683.] Id ibid. Quartum ergo signum est ingenii in historia scribenda parum aequi, cum duo sunt aut plures una de re sermones, deteriorem amplecti... Ac de rebus, quas gestas fuisse constat, caussa autem et institutum actionis in obscuro est; malignus est, qui in deteriorem partem conjecturas facit ... tum qui praeclaris factis caussam subjiciunt vitiosam, calumniandoque in sinistras abducunt suspiciones de latente ejus, qui rem gessit, consilio; quando ipsum factum palam vituperare non possunt.... hos liquet ad summam invidentiam et nequitiam nihil sibi fecisse reliquum.
[684.] Orat. 19. p. 78.
[685.] Carm. I. de V. S. p. 22. 21.
[686.] Neppur questo elogio è senza eccezione. Nel N. 1. intende di dir solamente, che tal'era l'indole naturale di Gregorio, quando non era infiammata o indurita dallo zelo religioso. Il fondamento dell'eccezione è l'esortazione fatta a Nettadio di perseguitare gli Eretici di Costantinopoli. Perchè dunque non citare nè le parole, nè il luogo? La ragione è patente. Perchè tutta la persecuzione doveva consistere in pregare l'Imperatore a non permettere, che gli Apollinaristi colla loro libertà di predicare, e con la loro licenza rovesciassero un domma fondamentale. Vedi la Lett. a Nettar. indic. col tit. di Orazione 46. La mansuetudine di S. Gregorio verso gli Eretici è sorprendente. Vedi la sua Ep. 81. e Tillem. nella sua vita art. 67.
[687.] Il disprezzo dell'A. pe' Sinodi quantunque legittimi ed ecumenici è già manifesto dal Cap. 20. della sua Stor. T. IV. in f. Vedi la Confutazione del Ch. Sig. Ab. Spedalieri P. 1. Sez. 5 c. 4.
[688.] L. V. C. 7 e 8.
[689.] Ad. an. 381. §. 22. V. Basnage Annal. Vol. III. p. 76.
[690.] T. IX. M. Eccl. V. de S. Gregoire de Naz. art. 69. p. 473.
[691.] Lib. VI. Ep. 31.
[692.] Can. Sancta Romana Dist. 15. Sancta R. Ecclesia post illas veteris testamenti et novi scripturas... etiam has suscipi non prohibet. S. Synodum Constantinopolitanam, mediante Theodosio Seniore A., in qua Macedonius haereticus debitam damnationem excepit.
[693.] L. I. ep. 23 p. 390.
[694.] Lup. in Schol. T. I. p. 368. Nat. Alex. Diss. 37. ad saec. IV.
[695.] Ita ne raptus est murus fidei gratiae et sanctitatis, quem toties ingruentibus Gothorum catervis, nequaquam tamen potuerunt barbarica penetrare tela, expugnare multarum gentium bellicus furor?... Urgebat et praeliabatur S. Acholius non gladiis, sed orationibus, non telis, sed meritis percurrebat omnia excursu frequenti Costantinopolim, Achajam, Epirum, Italiam. Venit enim tamquam David ad pacem populi reformandam. V. Ep. XV. et XVI. S. Ambros. Hermant. V. de S. Ambr. L. 3 c. 6. Till. T. 9. M. Eccl. pag 478. Vedi Van-Espen. de Cura Episcop. Part. I. Tom. 16. cap. 3. etc.
[696.] Chardon. T. I. p. 86. etc. L'A. de Re Sacramentar. L. 2. Quaest. 6. Append. §. I. Berti de Theol. discipl. L. 31. c. 23. Prop. 2.
[697.] V. Trident. Syn. Sess. 6. cap. 4. et Sess. 7. c. 4.
[698.] De Ob. Valent. Consol. T. 2. p. 1188. etc.
[699.] Ibid. §. 53 ivi S. Ambr. porta la parità del Martirio. «Quid aliud in nobis est nisi voluntas, nisi petitio? Si quia solemniter non sunt celebrata mysteria hoc movet: ergo nec martyres, si cathecumeni fuerint, coronentur... Quod si suo abluuntur sanguine, et hunc sua pietas abluit et voluntas. Nel qual luogo notano gli eruditi Editori Benedettini: Idem sensus fuit totius Christianae antiquitatis, circa Martyres... Et certe ne Ambrosius videatur hic loqui ad gratiam. Vide Serm. 3. in Psalm. 118. N. 14. Sed ei praeiverat Tertull. L. de Bapt. c. 16. Cyprian. Ep. 73 ad Juba. jan. et al. sicut eosdem Augustinus, posterioresque in hoc secuti sunt.»
[700.] P. 1194. § 76. l. cit. V. Not. B. Editor.
[701.] S. Ambros Serm. 2.
Negant coecum illuminatum, sed ille non negat se sanatum. Notus homo est, publicis cum valeret mancipatus obsequiis, Severus nomine, lanius ministerio. Deposuerat officium postquam inciderat impedimentum. Vocat ad testimonium homines, quorum ante substentabatur obsequiis etc.
[702.] S. Aug. lib. 9. Cons. C. 7.
[703.] Lib. 22. C. 8.
[704.] Serm. 39 de divers. «Ibi eram, Mediolani eram, facta miracula VIDI, novi attestantem Deum pretiosis mortibus sanctorum suorum. Coecus notissimus universae Civitati illuminatus est. Cucurrit, adduci se fecit, forte adhuc vivit. In ipsa eorum Basilica, ubi sunt corpora totam vitam suam se serviturum esse devovit».
[705.] V. Franc. Veron. Reg. Fid. Cath. §. 3. in Append. ad Natal. Alexand.
[706.] Il Sig. Gibbon non vuol miracoli di veruna sorta, nè in verun tempo: egli investe quelli degli Apostoli, e di Gesù Cristo medesimo. Vedi il Saggio di Confutazione di Niccola Spedalieri ec.
[707.] Quantum ergo signum est etc. Vedi il Muratori De Ingenior. moderat. in Relig. neg. l. 3. C. 11.
[708.] Lib. 16. Tit. 2. L. 25. p. 64. In quello del Cuiacio Lugduni 1566 si legge sotto il tit. generale de Episcop. et Cler.
[709.] Lib. 9. T. 29. L. 1.
[710.] V. Sulle leggi contro gli Eretici Enr. Cocc. de Hug. Grot. Lib. 2. cap. 20. §. 50, il quale cita le dissertazioni di B. Par. Tom. 2. Ed. Lausan. 1752. p. 403.
Ita jure communi, et legibus primorum Christianissimorum Imperatorum tota haec causa accuratissime saeculo IV, et V definita est, et omni ex parte pro natura delicti, et modo circumstantiarum aequa justaque satis severitate in haereticos a Catholicae Ecclesiae regula deviantes animadvertitur. Vedi ancora Not. Vales. ad cap. 3. L. 7. H. E. Socrat. Si conviene però del principio Platonico, che la pena della ignoranza, e del semplice errore sia l'istruzione: onde sono lodevolissimi que' Sovrani i quali con una giusta tolleranza provvedono egualmente alla Religione e allo Stato.
[711.] T. 8. p. 811. Ed. de' Maur.
[712.] T. 2. Ep. 237. p. 850.
[713.] Haeres. 70.
[714.] Contr. Mendac. T. 6.
[715.] L. 2. Retract. C. 60. Tunc et contra mendacium scripsi librum, cujus operis ea causa extitit, quod ad Priscillianistas investigandos, qui haeresim suam non solum negando, atque mentiendo, verum etiam pejerando existimant occulendam, visum est quibusdam Catholicis Priscillianistas se debere simulare, ut eorum latebras penetrarent. Quod ego fieri prohibens hunc librum condidi. — Un nemico così giurato della menzogna, e della simulazione dovremo dirlo calunniatore? È ella questa la ragionevolezza del nostro secolo?
[716.] Jo. Albert. Fabric. collect. veter. PP. Brixieni. p. 45.
[717.] Sulp. Sever. Hist. Sacr. L. 2. Edit. Hieron. de Prato T. 2. §. 47. 48.
[718.] Histoire des dogm. de Manich. T. 2. I. 9. p. 755.
[719.] Hieron. in Catalog. Script. N. CXXI
[720.] Sulp. L. 2. Hist. S. §. 50.
[721.] Socrat. H. E. Lib. 7. C. 3. S. Leon. Ep. 15. Ediz. del Cacc. v. Hermant. V. de S. Ambroise L. 5. C. 4. e L. 7. C. 1.
[722.] Epist. ad Ctesiph. adv. Pelag.
[723.] Ibid.
[724.] Lib. 2. Hist. Sac. §. 50. Ed. Hieron. de Prato.
[725.] Sever. Sulp. in Vit. Mart. C. 20.
[726.] Plutarch. loc. cit.
[727.] Paneg. ad Theodos. C. 29. Quin etiam cum (Episcopi) judiciis capitalibus adstitissent, cum gemitus, et tormenta miserorum auribus ac luminibus hausissent etc.
[728.] H. S. L. 2. §. 51.
[729.] Vedi Calogerà Vol. 27. Bachiar. illustr. seu de Priscill. haeres.
[730.] Quid adhuc proxime proditum sit Manichaeos sceleris admittere non argumentis, neque suspicionibus dubiis vel incertis, sed ipsorum confessione, inter judicia prolatis, malo quod ex gestis ipsis tua sanctitas quam ex nostro ore cognoscas, quia hujuscemodi non modo facta turpia, verum etiam foeda dictu proloqui sine rubore non possumus. Baron. Annal. T. 4. ad An. 387. p. 440.
[731.] Serm. 6 de Epiph. C. 5.
[732.] Serm. 4 de Nativ. C. 4. Serm. 2 de Pentec. C. 2. V, Cacciar. de Manich. haeres. Cap. 7 e 9. Exercit. de Priscill. haeres.
[733.] Epist. ad. Episc. Ital. — Ad instructionem vestram ipsa acta direximus, quibus lectis omnia quae a nobis reprehensa sunt nosse poteritis. 8. Ap. Quesnel. al. 11. Cap. 1.
[734.] Ep. 15 ac Turrib. Asturic. C. 4 — qui sicut in nostro examine detecti atque convicti per omnia sint a nostra fidei unitate discordes. —
[735.] Ann. T. 4 p. 359 etc.
[736.] T. 1. H. E. p. 301. 302. Romae 1717.
[737.] T. 4. Sec. 4. Art. 17.
[738.] T. 4. Hist. Ec. Ed. Bruxell. p. 384. etc.
[739.] Sec. 4. Art. 15 §. 22.
[740.] Stor. Eccl. Lib. 18.
[741.] Sopr. Cit.
[742.] Sec. 4 an. 381 vol. 1 p. 278.
[743.] T. 1 p. 891.
[744.] In Epist. S. Hieron. ad Ctesiph. T. 2 p. 164 in Not.
[745.] Centur. 4. C. 5 p. 225 e Cap. 11 p. 812.
[746.] Annal. Polit. Eccl. T. 3 p. 72.
Nota del Trascrittore
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