LETTERA

Se io fossi libero nei miei giudizj, quanto lo è il Sig. Gibbon, non temerei di affermare, che egli bramasse tuttora di veder fumare l'are del Campidoglio: tante sono, e sì acerbe le sue querele contro gl'Imperadori ed i Vescovi, e quanti altri ebber parte dell'adempimento del vaticinio[374] della distruzione del Paganesimo. Ma, per non dipartirmi dall'argomento proposto nell'altra mia lettera, io dirò solo, che egli a norma dei saggi Canoni di Plutarco[375] sostien piuttosto il carattere di Sofista, che quello di Storico, e ad onta delle sue belle proteste partecipa non solo alla sorpresa, ma eziandio alla malizia di Libanio, e di Eunapio.

Ed infatti affermando il Sig. Gibbon, che in quasi tutte le Province del Mondo Romano un esercito di fanatici SENZA AUTORITA' invase i pacifici abitatori: che un piccol numero di tempj degl'idoli rimase difeso dalla distruttiva rabbia del fanatismo, e della rapina, diretta, o piuttosto mossa dai Regolatori spirituali della Chiesa; chi, non riconoscendo lo stile del pagano Sofista Libanio[376], asterrebbesi dal giudicare, che i Vescovi e i Monaci capricciosamente, e con animo di ribelli recassero per tutto l'Impero stragi e ruine? L'asserir che talora il disfacimento dei templi si eseguì pel soverchio zelo dei Monaci, e degli Ecclesiastici[377] senza l'autorità, od il comando dei Principi, sarebbe stata proposizione da Storico; ma il rendere odiosi tanti venerabili Vescovi ed illustri Solitarj con una induzion generale fondata sopra di pochi fatti particolari, è conforme soltanto alla Dialettica dei Sofisti[378].

Io leggo pertanto, che non si diè mano alla demolizione dei templi di Gaza[379] senza l'assenso di Arcadio, ottenuto da S. Porfirio, Vescovo di quella città: e leggo altresì, che se S. Giovanni il Grisostomo credè bene di commettere ai Monaci la distruzione dei tempj per la Fenicia, non trascelse quei pochi, i quali si abbandonavano alla intemperanza[380]; ma bensì alcuni tra quei moltissimi, che ardevan di zelo pel Culto divino ασκμτας ζμλω θειω πυροπολουμενους συνεξε, e ve gli diresse muniti degli Editti Cesarei νομοισ δ’αυτους οπλισας βασιλικοις[381]. Bramereste voi di sapere quali fossero i termini di quell'Editto? Combinandosene la pubblicazione in Damasco Metropoli della Fenicia con l'epoca dell'an. 399 corrispondente ai principj del Vescovado di S. Giovanni il Grisostomo, possiamo persuadersi che sieno i seguenti = Si qua in agris templa sunt, sine turba ac tumultu diruantur: his enim dejectis atque sublatis omnis superstitionis materia consumetur[382] =. Alla qual legge il Ch. Gotofredo ci avverte, che due anni prima per una Costituzione del medesimo Arcadio fu ordinato a quel Prefetto di restaurare con i lor materiali le strade, i ponti, gli aquidotti, e le mura[383].

Che se dall'Oriente, secondo la moderna Geografia, passiamo nell'Affrica, il Sig. Gibbon istesso non niega, che il Serapeo, (rappresentatosi da tutti gli Storici, e da Ruffino medesimo che può meritare la fede di testimone originale come l'infame asilo d'ogni empietà, sul qual fatto ei non pertanto poche pagine dopo sparge un orribile scetticismo, onde Plutarco direbbe[384], «Perplexa, nilque sani, Ambages omnia») non niega io diceva, che fosse abbattuto per uno rescritto speciale di Teodosio, e soggiunge, che la sentenza di distruzione comprese non solo Serapide, ma gl'Idoli di Alessandria. Siccome però tante costituzioni Imperiali distinguono gl'Idoli, l'are, e gli ornati superstiziosi dai Templi[385]; così non la facendo da destro e malizioso Sofista, doveva scrivere schiettamente, che la sentenza fu pronunziata contro gli stessi Templi[386].

Che anzi l'Imperatore non esitò di risguardar come martiri coloro, i quali nella distruzione del Serapeo rimasero uccisi, accordando ad un tempo stesso agli uccisori Pagani un generoso perdono[387]; giudizio, che in certo modo ha canonizzato la Chiesa[388]. Se tali cose fossero state omesse da un altro Scrittore, potrebbe forse esser degno di scusa. Ma chi si ferma ad investigar se Serapide fosse uno dei mostri di Egitto: chi censura come strana l'opinione dei Padri sostenuta, dal Vossio, che sotto la forma d'Api e Serapide si adorasse il Patriarca Giuseppe[389]: chi, per istruire il lettore delle cagioni della rovina del più grande Impero del Mondo, descrive minutamente il sito, la figura e la magnificenza di un tempio, la forma di un Idolo, il corbello, le tre code, i tre capi del mostro, che esso avea nella destra, e lo strazio che ne fu fatto, impiegandovi nove pagine: chi finalmente inserisce nel testo con i colori più tetri le cattive qualità di Teofilo, allora Vescovo di Alessandria, traendole da Tillemont, e nelle note tra le molte lodi di esso accennate da quel fedele Scrittore, rammenta insultando la sola amicizia, che Teofilo avea per Girolamo, chiaramente dimostra, che l'odio e l'ingiustizia gli aguzzan lo stile[390].

Quanto poi fosse ben radicato negli animi dei Regolatori spirituali della Chiesa Affricana il rispetto per l'autorità del Sovrano in tale affare, non si può meglio comprendere, che dagli atti del V. Concilio Cartaginese, in cui così decretarono[391]: = Instant etiam aliae necessitates a religiosis Imperatoribus postulandae, ut reliquias idolorum per omnem Affricam jubeant penitus amputari... et templa eorum, quae in agris, vel in locis abditis constituta NULLO ORNAMENTO sunt, jubeantur omnino destrui =. L'idolatria a dispetto di tante leggi si manteneva ostinata nelle campagne dell'Affrica, si trattava di tempj di nessun ornamento, i Cristiani si traevano a forza da quei Gentili ai loro infami spettacoli, ed ai conviti, nei quali si abbruciavano incensi, e si cantavan degl'inni ad onore dei falsi numi; e tutto ciò non ostante quei Padri non operaron a capriccio, come forse avevano operato i Conti Giovio e Gaudenzio nel cuor di Cartagine poco prima, i quali non erano certamente nè Monaci, nè Vescovi[392]; ma consultarono riverentemente l'oracolo dei Cesari non solo per i tempj di nessun pregio, ma per gl'idoli stessi. E posto ciò, come è mai verisimile, che osassero quei Vescovi di aver per costume di attaccare i più bei monumenti d'Architettura nelle più illustri Città, e sotto gli occhi dei Magistrati, quando erano già chiusi all'Idolatria[393] da Graziano, Valentiniano, e Teodosio; e ciò senza autorità, anzi contro l'espresso divieto[394] di quegl'Imperatori medesimi, che consultavano? Che se ciò si pretende tuttavolta non solo verisimile, ma di fatti avvenuto; altro ci vuole che le Libaniane invettive del Sig. Gibbon a dimostrarlo.

Ma i più malmenati, pur mio avviso, da questo Storico sono i due Santi Marcello Apamiense, e Martino di Tours, sopra i quali vanno principalmente a cadere i titoli di Entusiasti, e di motori della rapina. Marciava, egli dice del primo, una copiosa truppa di soldati e di gladiatori sotto l'Episcopale stendardo alla distruzione dei magnifici tempj della diocesi di Apamea, e dovunque temevasi qualche pericolo, il campion della fede, che per essere storpiato non poteva fuggir, nè combattere, si poneva ad una conveniente distanza oltre la portata dei dardi. Qui non si parla, come vedete, di permissione ottenuta da Cesare, e non si accenna altro mezzo usato dal S. Vescovo, nella distruzione di tanti tempj magnifici se non se quello dei soldati e dei gladiatori. Teodoreto però[395] fa espressa testimonianza della prima, dicendo, che egli era οπλω του νομου χρησαμενος Legis praesidio munitus: e smentisce in secondo luogo l'esagerata impostura del Critico[396] soggiungendo, che quel grand'uomo = fana destruxit fiducia magis in Deum, quam hominum opera ad eam reni usus: e dopo aver raccontato in qual modo si demolisse il tempio di Giove, conchiude = Reliqua quoque delubra eodem modo destruxit divinus ille Antistes, che è quanto dire coll'orazione, e non senza una singolare assistenza del Cielo[397]. Nella distruzione del tempio, che era in Aulone, Marcello si prevalse, egli è vero, del mezzo accennato dal Sig. Gibbon, conforme al racconto di Sozomeno[398]; ma questo caso è unico e singolare, e l'asserzione di Gibbon è generale; ed inoltre Sozomeno, che ivi scrive da Storico, e non da Sofista, c'istruisce dell'ostinazione, e delle violenze degli Apamiesi, e della proibizione fatta dal Sinodo di vendicare una morte, per cui dovevansi render grazie all'Altissimo.

Nè da quella descritta da Teodoreto mi sembra molto diversa la condotta di Martino di Tours, sebbene il Sig. Gibbon voglia che si decida dal prudente Lettore se ei fosse sostenuto dal soccorso di miracolosa potenza, o dall'armi corporali; ed in tal guisa ambigendo efficit, ut suspiciones altius insideant[399]. Non dubita però di affermare con Clerc, che il Santo prese una volta un innocente funerale per una processione idolatrica, e fece imprudentemente un miracolo. Ora, su quali fondamenti, io dimando, si dovrà stabilire questo giudizio? Sull'autorità certamente di Sulpizio, a cui ci indirizza il Sig. Gibbon. O Sulpizio adunque è privo di senso, come egli accenna, ed in tal caso ei poteva risparmiarsi il suo dubbio, e non obbligare con tanta inciviltà un prudente lettore a consultare una leggenda di niuna fede, non disputandosi qui di eleganza di stile: o Sulpizio è uno Scrittore corretto ed originale, siccome avverte, e lo prova con i più forti argomenti, dopo Tillemont[400], l'erudito Editore Veronese[401] contro il Clerc; ed essendo così, mi si permetterà di asserir con Sulpizio da me consultato con qualche sorta di diligenza, che il S. Vescovo Turonese ricevette e grazie, ed onori grandissimi, e senza numero da Valentiniano I, non men che da Massimo, e dalla Imperatrice moglie di esso[402], tanto era applaudita la sua condotta: che l'armi sue consuete erano le più fervorose orazioni[403]: che ora imperante Domino, ora divino nutu, ora virtute divina superò la resistenza dei Pagani nell'atterrare od incendiare i lor tempj[404]; e che = plerumque contradicentibus sibi rusticis, ne fana eorum destrueret, ita praedicatione sancta Gentilium animos mitigabat, ut luce eis veritatis ostensa IPSI sua templa subverterent[405]. Giudichi pure adesso il prudente Lettore, se Martino semper paupertatis suae custos[406] fosse direttore e motor di rapine, e se ei fosse sostenuto dal soccorso di miracolosa potenza, o dall'armi corporali. E dov'è poi l'imprudente miracolo di quell'Apostolo delle Gallie? Quelle contrade eran piene di adoratori degl'Idoli[407]: era lontano Martino non meno di cinquecento passi da una turba di uomini rusticani, che portavano il cadavere di un Gentile al sepolcro: scorgeva intanto dei lini agitati dal vento, e gli era nota d'altronde la lor costumanza di recar follemente in giro con bianchi veli le false loro divinità[408]. Eravi adunque tutto il motivo di sospettare, che quel funerale superstizioso[409] fosse una processione idolatrica. Come adunque tacciar d'imprudente un Vescovo destinato a schiantare l'errore ed il vizio, se fatto il segno di Croce comanda ad una turba sospetta di arrestare il cammino per sincerarsi di ciò che ella faccia, e sinceratosi, le permette di proseguirlo? Che se piacque all'Altissimo, rendendo immobili quei Pagani, di glorificare il suo nome e il suo Servo con uno di quei prodigi, che la sua provvidenza destinò specialmente alla conversione degl'infedeli[410], chi è il Sig. Gibbon, che voglia farla da economo all'Onnipotente medesimo!

Resta ora a vedersi se veramente un piccol numero di tempj rimase protetto dalla distruttiva rabbia del fanatismo. Certo è che se rimasero in piedi per tutto l'Impero Romano i due soli accennati dal Sig. Gibbon, cioè il tempio della Venere Celeste a Cartagine, ed il Panteon a Roma, il numero per esser plurale, non può idearsi più piccolo. Io però non so di leggieri persuadermi, che fosser sì pochi, quand'Onorio ordinò[411] = Aedes inclitis rebus vacuas... ne quis conetur evertere; decernimus enim, ut aedificiorum quidem sit integer status: nè che fosse insolentemente trasgredita una legge fatta in ispecial modo per l'Affrica, ove quanto fosser fanatici i Vescovi, lo avete veduto di sopra. Altrimenti dovettero rendersi ben ridicoli i due Imperatori fratelli Arcadio ed Onorio stesso, quando nove anni dopo con altra legge (e questa universale) ordinarono,[412] che i tempj pubblici in civitatibus, vel oppidis, vel extra oppida si riducessero ad uso pubblico; che gli esistenti nelle possessioni Imperiali si trasferissero in utili usi, e si demolissero i soli privati: ed assai più ridicolo dovette mostrarsi Teodosio II, comandando colla sua legge dell'anno 426, che i tempj di ogni maniera, i quali tuttora contro le anzidette sanzioni rimanevano intatti[413], si spogliassero di qualsivoglia superstizione, e col venerabil segno della S. nostra Religione si espiassero. Il Commentario del Gotofredo oh quanto può consolare il Sig. Gibbon, mostrandogli eseguito esattamente dai Cesari quel progetto, che viene a farci tredici buoni secoli dopo! «Certe, son le parole di quel Chiariss. Giureconsulto, hoc aevo ipso jam Paganorum templa QUAMPLURIMA in Ecclesias Christianorum conversa liquet. Sic Theodosius M. templum Heliopolitanum, quod Balanii dicebatur ingens et celeberrimum, in Christianorum Ecclesiam convertit εποιηοεα υτο εκκλησιαν χιρσιαυων parique modo et templum Damasci teste vel Auctore Chronici Alexandrini. Sic et Theodoretus serm. de Martyr. 8. in f. sub. Theodosio Juniore tempio, idolorum vel diruta, vel ea ipsa, eorumque materias in Ecclesias mutata testatur». Di un tempio della Fortuna mutato in una Chiesa Cristiana parla pure Niceforo[414]: e di quello di Bacco nella città di Alessandria cambiato in un'altra[415] prima della distruzione del Serapeo fa espressa menzione Sozomeno. Ne brama forse di più questo Critico incontentabile? Ammiri adunque per colmo di sua consolazione dai Papi medesimi rispettati i tempj, e specialmente i più belli della sua stessa nazione: scrivendo dopo un maturo esame Gregorio M. per regola dell'Apostolo dell'Inghilterra Agostino in tal guisa. «Fana idolorum destrui in eadem gente minime debent... si fana eorum bene constructa sunt necesse est, ut a cultu daemonum in obsequium veri Dei debeant commutari».[416] Io però lo dovea dire per colmo di sua confusione. Imperocchè, per quel che riguarda i magnifici templi di codesta, una volta Regina del Mondo, ove or dimorate, bastava solo per vergognarsi della sua ingiustissima iperbole, che egli si rammentasse della piacevole Lettera del Sig. Middleton[417], ove fa menzione delle Chiese di Roma, che anticamente furono tempj d'Idoli: e Voi per confonderlo non dovete far altro, in ciò imitando Diogene nella confutazione di Diodoro Crono, che una semplice passeggiata pel Foro boario, e nei contorni della vostra vigna del Circo[418]. Qualora poi si volesse, che tali proposizioni non fossero figlie della malignità, farà di mestiero almeno il supporre, che la Memoria del S. Gibbon abbia sofferto la disgrazia medesima, a cui soggiacque in Cartagine il tempio di quella Dea, smantellato dai Vandali per testimonianza di Vittore Vitense[419] dopo l'epoca fissata dal nostro Critico alle devastazioni dei barbari Monaci, ed Ecclesiastici: come tant'altri dovettero essere nei saccheggi ed incendj dei veri Barbari Unni, Goti ed Alani, la rapina de' quali non era nè diretta nè mossa dai Regolatori spirituali della Chiesa[420].

Ma come attribuire del pari a labil memoria l'ingiurioso confronto, che fu il Sig. Gibbon degl'Imperadori Cristiani co' Diocleziani, e co' Decj, scusando la crudeltà di questi per i motivi d'ignoranza, e timore, ed accusando quelli come violatori dei precetti dell'umanità, e del Vangelo poichè proibirono l'Idolatria col rigor delle pene? Fu forse il trionfo della Chiesa macchiato di sangue, che, voglia o no col suo Dodwell il Sig. Gibbon[421], scorse a ruscelli nelle tante persecuzioni dei primi tre secoli? Il sarebbe stato, ei risponde, se i Gentili avessero avuto pei loro numi quello zelo sì indomito ed ostinato, (sono elleno queste lodi, od ingiurie?) che occupava lo spirito dei primi credenti. Ma intanto nol fu: e se non lo fu, sarà falso, che rigorosamente si eseguisser le leggi Imperiali, che proibivano i sacrifizj, e le cerimonie del Paganesimo. «Tanto tumultu, ac dissensione malignitas ejus plena est, in narrationes quacumque passim se insinuans occasione!»[422]. Fecero forse quei Cesari, più crudeli dei Diocleziani e dei Decj, qualche violenza per obbligare direttamente i lor sudditi ad onorar Gesù Cristo, come facevasi ai nostri Martiri[423] per offerir degl'incensi alle statue di Giove, e di Apollo? Volgete, e rivolgete quanto vi aggrada le leggi del Codice Teodosiano de sacrificiis, Paganis, et Templis, e vi sfido a trovarne una sola, la quale non prenda di mira azioni superstiziose e sacrileghe tutte esteriori, e tendenti alla depravazion del costume, siccome fatte in ossequio di certe divinità, delle quali si veneravano gli adulterj, gli stupri, e le frodi[424]. Potete però risparmiarvi una tal diligenza, giacchè lo stesso Libanio ha lodato la moderazione di un Principe (e questi è Teodosio) che non obbligò mai con legge positiva tutti i suoi sudditi ad immediatamente abbracciare e praticar In Religione del proprio Sovrano. Ma qui Libanio è considerato dal Sig. Gibbon come uno schiavo sempre pronto ad applaudire alla clemenza del suo Signore, che nell'abuso del potere assoluto non diviene all'ultima estremità dell'ingiustizia e della oppressione. Oh quanto è diverso (perdonatemi se vel rammento) da un suo nazionale Filosofo del passato secolo[425] il sig. Gibbon! Quegli accordò stranamente ai Sovrani un illuminato potere anche nelle materie di Religione; questi trascorrendo all'estremo opposto teme di pensare da schiavo, se non ispoglia i Monarchi di uno degli essenziali diritti[426] inerenti al sacro loro carattere, e non condanna come violatori delle naturali leggi, e dei precetti vangelici gl'Imperadori, i quali crederono spediente di esercitarlo, rammentando ai lor sudditi quella spada, che i Principi non cingono invano, nel vietar che facevano atti puramente esteriori di un culto condannato dalla natural ragione medesima, fautore della corruttela e del vizio[427], e, che che dicasi il Sig. Gibbon, mal confacente, in ispecial modo nel regno di alcuni, alla pubblica tranquillità, era sì strettamente connessa l'arte vanissima sì, ma funesta della divinazione co' riti del Paganesimo, che la stessa vita dei Principi, non che dei privati, finchè sussistevano, era sovente esposta a pericolo. Ed in fatti il celebre Gotofredo[428] giustificando per questo capo la severità di Costanzo nel proibire i sacrifizj, soggiunge = Quod et Theodosio M. evertit, antequam sacrificio penitus prohiberentur. Una conferma di ciò la troviamo nella legge duodecima del Codice Teodosiano, in cui si duole il nostro Critico, che fossero inclusi nella condanna (udite linguaggio!) gl'innocenti diritti del Genio domestico, e dei Penati; perciocchè in essa il Legislatore così ragiona intorno alle vittime vietate con più rigore: «Sufficit enim ad criminis molem naturae ipsius leges velle rescindere, inlicita perscrutari, occulta recludere, interdicta temprare; finem quaerere salutis alienae, spem alienis INTERITUS polliceri». Ne debbo omettere la memorabil combriccola narrata da Zosimo, ed Ammiano Marcellino[429] non men che dai nostri[430]; in cui i Gentili, annojatisi degl'Imperadori Cristiani, sebbene fosse loro accordata in quel tempo una pienissima libertà religiosa[431], ansiosi tuttavolta di aver un Principe del lor partito, tentarono, come si esprime Sozomeno, ogni maniera dell'arte divinatoria per risapere il successor di Valente[432]. I Pagani, son riflessioni del Sig. Gibbon, nutrivano sempre una forte speranza che una felice rivoluzione, un secondo Giuliano potesse di nuovo ristabilire gli altari degli Dei[433]. Libanio alle suppliche in favore dei tempj accoppiò un'insolente minaccia[434]; in Oriente, con uno spirito ben diverso da quello, che animava i mansueti Cristiani nel furore delle più crude persecuzioni, non si erano risparmiate le armi[435]: si spargevano pubblicamente dei vaticinj, che il Paganesimo doveva risorgere trionfante[436]: si ripeteva l'antica querela, che le calamità dell'Impero fossero un castigo dei numi irritati pel nuovo culto[437]: e l'esperienza mostrava, che la moderazione del Principe[438] rendeva più audaci quei creduli sudditi, che ammettevano le favole di Ovidio, e rigettavano ostinati i miracoli del Vangelo. E si negherà tuttavolta agl'Imperadori Cristiani la scusa di sospetto e di timore, che tanto liberalmente si concede ai Tiranni?

Io mi do a credere, che il Sig. Gibbon esigesse, che i Cesari, prima di promulgare veruna legge penale contro i riti del Paganesimo, lasciassero decretar dal Senato qual culto dovesse formare la Religion dei Romani. Or bene, Teodosio appunto ch'ei tenta di rendere odioso sopra di ogni altro, come se ancora il governo di Roma fosse stato sul piede, su cui era allor quando fu solennemente prescritta la licenza dei Baccanali[439], rilasciò al Senato una tal decisione; e quel rispettabile ceto decise, che si formasse dal culto di GESU' CRISTO. Un'azione sì bella e sì nobile, e tanto più gloriosa per Teodosio, quanto men necessaria, doveva riscuoter gli applausi di uno Storico vero; ma la malignità per esser coerente a se stessa dee sempre annettere facto pulcherrimo atque justissimo imposturae calumniam[440]. Quindi è che dal Sig. Gibbon pretendesi la libertà di quei voti conceduta da Teodosio per affettazione, anzi tolta dalle speranze, e dai timori inspirati dalla presenza di lui. Che le grandi speranze fossero un forte allettativo ad operare io lo sapeva già da fanciullo[441]; ma che giungano a togliere la libertà non l'ho per anco imparato. Neppur so comprendere qual timor tanto grave da togliere la libertà[442] potesse ispirar la presenza di un Principe che perdonava ai carnefici di coloro, i quali non dubitava di venerar come martiri[443]; Principe di un carattere sì virtuoso da potersi quasi scusare la supposizione dell'Oratore Pacato, che se al vecchio Bruto fosse stato permesso di ritornar sulla terra, avrebbe quel rigido Repubblicano deposto a' piè di Teodosio l'odio che aveva pe' Re (così il Sig. Gibbon) = Ita enim accusas (direbbe Plutarco) mox patrocinaris calumniasque de viris illustribus perscribis, quas rursum dilluas[444]. «La professione del Cristianesimo, aggiunge l'autore, non divenne essenziale per godere i diritti civili, non s'impose alcun peso ai Pagani; il palazzo, le scuole, l'esercito n'eran pieni. Simmaco fu innalzato alla dignità consolare. Libanio era distinto per l'amicizia del suo Sovrano, gli apologisti più eloquenti del Paganesimo non furono mai sollecitati o a mutare o a dissimulare le religiose loro opinioni». Da tali fatti considerati come tante premesse, la mia Dialettica, vel confesso, non si sente inclinata a dedurre, che fosse affettata la libertà dei voti concessa al al Senato Romano da Teodosio il Grande, e molto meno che fosse tolta dalle speranze, e dai timori inspirati dalla presenza di lui. Giudicate poi Voi, se il sig. Gibbon sia punto partecipe della malizia dei Sofisti Pagani Libanio, ed Eunapio.

Del primo ho già detto abbastanza. Declamava il secondo furiosamente[445] contro il nuovo culto dei martiri, dolendosi, che i templi si fosser cambiati in sepolcri coll'introdurvi le loro reliquie, e rinfacciando ai Cristiani, che venerassero quei malfattori, come altrettante Divinità. Guardimi il Cielo dall'opinare, che il Sig. Gibbon consideri come giustamente condannati alla morte i Campioni della fede di Gesù Cristo; egli è però manifesto che il culto dei Santi e delle Reliquie è considerato da lui come una innovazione adottata e favorita ne' tempi di Costantino, innovazione perniciosa, la qual corruppe la pura e perfetta semplicità del Cristiano Sistema: pratica superstiziosa che fece introdurre nel Mondo Cristiano le cerimonie pagane, che Tertulliano, e Lattanzio avrebbono riguardata con tanto sdegno, che diè luogo al risorgimento del Politeismo ed estinse appoco appoco il lume della Storia, e della ragione: onde venne a verificarsi la profezia di Eunapio[446], il quale predisse la rovina del Paganesimo in quelle parole και τι μυθωδες, και αειδεξ σκοτος τηραννησει τα απι γης καλλιςα. Dopo ciò crederassi in diritto qualunque Cattolico[447], di conchiudere, che se in Eunapio vi era malizia, il Sig. Gibbon n'è partecipe in buona dose: anzi temo, che alcuno nol creda più malizioso dello stesso Eunapio, a cui, siccome ad uomo pagano, dee molto valere la scusa di una cognizione imperfetta dei nostri dommi e della nostra disciplina[448]; scusa la quale non vorrassi ammettere sì di leggieri nel Sig. Gibbon. Se egli si fosse limitato a rilevare gli abusi, che in tutti i secoli, ma specialmente in quelli di universale barbarie, si sono introdotti nella Chiesa rispetto al culto dei Santi, e delle loro Reliquie, sarebbe stato partecipe di quella lode[449], che hanno meritato i Pastori, e i fedeli zelanti della purità del Sistema Cristiano, alzando contro di essi la voce in ogni età: ma il riprovare come nuova, superstiziosa, nocevole ed idolatrica in se medesima una dottrina, ed una pratica buona ed utile[450] sol perchè alcuni semplici, e troppo fervorosi divoti l'hanno talora sfigurata e corrotta, e forse anche ai dì nostri la sfigurano e la corrompono contro lo spirito di quel corpo, di cui son membra[451], oltre ad essere una manifesta ingiustizia, egli è altresì un incorrere nella censura fatta dal nostro Plutarco a Licurgo Driantide, il quale volle recise le viti per impedir l'ubbriachezza[452]. Gli atti pubblici, come i Concilj, e le Professioni di fede, gli scritti dei Santi Padri e Pastori depositarj legittimi della credenza, questi sono i fonti, dai quali si debbe attingere il domma e la disciplina del Cristianesimo[453].

Ecco pertanto ciò che insegna precisamente un Concilio, da noi riputato ecumenico, su questi punti. I Santi che regnano con Gesù Cristo offeriscono a Dio le loro preghiere a favore degli uomini, e per conseguenza ella è una pratica buona e vantaggiosa l'invocarli, perchè c'impetrino da Dio i benefizj per mezzo di Gesù Cristo, unico nostro Redentore e Salvatore[454]. Non si credono adunque i Santi gli arbitri delle nostre suppliche, e molto meno altrettante Divinità. Per esser superstiziosi e idolatri bisognerebbe togliere a Dio alcuna delle perfezioni della sua essenza infinita, od attribuirne alcuna alle sue creature propria unicamente di Lui[455]. «Ma la nostra Chiesa non permette di riconoscere nei più gran Santi alcun grado di eccellenza che non venga da Dio, nè alcun pregio avanti agli occhi di Lui, che per le virtù loro, nè alcuna virtù che non sia un DONO della SUA GRAZIA[456], nè alcuna conoscenza delle cose umane che quella, che egli loro comunica[457], nè alcun potere di assisterci, che per le loro preghiere.»

Se l'invocazione dei Santi considerata in questo aspetto diminuisse la confidenza in Dio o fosse ingiuriosa alla mediazione di Gesù Cristo, sarebbe da condannarsi egualmente il costume di ricorrere alle preghiere dai nostri fratelli ancor viatori[458]. Che se un tal costume è inculcato come utilissimo dalle Sante Scritture[459]; perchè saremo noi idolatri, se ci rivolgiamo ai medesimi nostri fratelli già liberati dai legami del corpo, o regnanti con Cristo (non essendo il Dio di Abramo, di Giacobbe, e d'Isacco il Dio dei morti, ma bensì dei viventi non sonnecchiosi ed inerti[460]); affinchè ci rendan propizio pe' meriti del Redentore[461] il nostro Padre comune con le loro preghiere, le quali debbono essere più potenti assai delle nostre, perchè fatte da servi a Lui costantemente fedeli, che hanno compita la virtuosa loro carriera, e combattuto con gloria[462]?

Essendo pertanto i nostri sentimenti intorno alle anime dei Beati sì scevri da ogni ombra di Politeismo, o di superstizione; ed essendo uno dei motivi del culto esteriore quello di render pubblica testimonianza dei sentimenti interni dell'animo; è egli impossibile, che noi veneriamo le Reliquie per qualche Divinità che si creda ad esse inerente, o che ad esse noi dirigiamo le nostre suppliche[463], o che in esse riponghiamo la nostra fiducia. La Chiesa nell'intimarci una tale venerazione, c'insegna ancora[464], che ella si debbe ai corpi dei Santi, perchè già furono membra vive di Cristo, e templi del S. Spirito, perchè Dio stesso non isdegnerà di coronarli colla gloria celeste dopo l'universale resurrezione, o perchè il medesimo Dio per mezzo delle Reliquie[465] si è compiaciuto talora di di spargere su l'uman genere le sue sovrane beneficenze: ed è suo intendimento esponendole con qualche pompa alla pubblica venerazione di risvegliar nei suoi figli un amore sincero per le virtuose azioni dei Santi, e renderli in cotal guisa adoratori veraci del nostro eterno Padre e Signore: che è l'altro motivo giustissimo, per cui si è stabilita una forma di culto esterno[466].

Nulla vi ha dunque in un tal culto dei Santi, e delle Reliquie, che possa accusarsi di Gentilesimo, o di Superstizione, nulla che a Dio non si riferisca, unico fonte di ogni santità, e d'ogni bene. Testimone ne sia oltre il Grozio allegato di sopra, il Ministro Sig. Noguier, il quale dopo aver letto l'Esposizione etc., di M. Bossuet ripeteva sovente, che quel Prelato aveva cambiato partito. Il fatto però si è che egli si era limitato ad esporre la pura dottrina del Tridentino, e che quella immortale Operetta fu applaudita dai Ricci, dai Bona, dai Lauria, da tutti i dotti del secolo, e dal Pontefice stesso Innocenzo XI[467].

Quindi è che sebbene alcuni riti del Gentilesimo di lor natura indifferentissimi, come l'uso dei fiori, dell'incenso, dei lumi, ed il bacio, con ragione si riputassero abbominevoli, perchè destinati all'onore di numi bugiardi: non son però riprensibili in verun conto attesa la rettitudine dei sentimenti, e per la mutazion dell'oggetto, mentre si praticano in onore dei Santi. L'accusa dunque di Fausto, Vertitis idola in martyres... quos votis similibus colitis ripetuta dal Sig. Gibbon è inconcludente, l'erudizione di Beausobre, e di Middleton[468] inopportuna, e la risposta di S. Girolamo è senza replica. Quia quondam colebamus Idola, nunc Deum colere non debemus, ne simili eum videamur cum idolis honore venerare? Illud fiebat idolis, et idcirco detestandum est: hoc fit (Deo, ejusque) martyribus, et ideo recipiendum est[469]. Egli è pure un progetto del Sig. Gibbon, che si sarebbe forse potuto concedere ai vittoriosi Cristiani, che sufficientemente purificate le mura dei tempj coi sacri riti, il culto del vero Dio espiasse l'antico delitto dell'Idolatria. E ciò avvenne appunto rispetto a non pochi di quelli edifizj, come vedemmo, e ciò altresì in multis Gentilium superstitionibus contigit, ut earum usus sacris ritibus expiatos, et sacrosanctus redditus in Dei Ecclesiam laudabiliter introductus sit[470]; lo che si conferma colla riflessione del Grisostomo. Deus ob deceptorum salutem se coli passus est, per ea, per quae daemones illi ante coluerant, aliquanto in melius inflectens, ut eos paulatim a consuetudine reduceret, et ad altiorem Philosophiam perduceret[471]. Per accusar questa pratica senza ingiustizia era necessario, che quei Sofisti ignoranti, o quegli Eretici maliziosi già nemici di Santa Chiesa per altri titoli mostrassero, che i sentimenti della maggior parte almen dei Cattolici del loro secolo erano superstiziosi ed erronici. Ma come farlo, se la dottrina del Tridentino esposta di sopra è presa quasi letteralmente da S. Agostino? Voi già vel sapete; ma siccome non tutti quelli, a cui verrà fatto di leggere questa lettera il fanno, lo proverò brevemente. Quaecumque adhibentur religiosorum obsequia in Martyrium locis, ornamenta sunt Memoriarum, non sacra vel sacrificia mortuorum, tamquam Deorum. Così il S. Padre[472]. Il Sig. Beausobre citando un tal passo a suo modo[473] soggiunge «ces mots ornamenta memoriarum sont bien ambigus. Je ne saurois les définir». Questa definizione per altro sarebbe stata ben facile a chi avesse letto di sopra, che gli atti di ossequio resi dai Fedeli alle Memorie, o tombe dei Martiri recavano ad esse senza dubbio un certo lustro, e splendore; ma non consistevano già in sacrifizj, nè si partivano dalla opinione, che i martiri fossero genus quoddam inferiorum deorum, dicendo Agostino, non ipsi, sed Deus eorum nobis est Deus: e quegli onori medesimi eran diretti alla gloria di Dio, ed alla santificazione del popolo. Honoramus Memorias eorum tamquam Sanctorum hominum; ut ea celebritate et DEO VERO de illorum victoriis gratias agamus, et nos ad IMITATIONEM talium coronarum adhortemur. In fatti qual Sacerdote, qual Vescovo, scriveva Agostino medesimo[474], ha mai offerto ad un Martire, benchè celebrasse sulla sua tomba, il sacrifizio che è l'atto del culto esteriore consacrato per universale consentimento alla sola Divinità? «Quis enim antistitum in locis sanctorum corporum assistens, altari aliquando dixit: offerimus tibi Petre, aut Paule, aut Cypriane? Sed quod offertur, offertur DEO, qui Martyres coronavit; ut ex ipsorum locorum admonitione major effectus exurgat AD ACUENDAM CHARITATEM, et in illos, quos imitari possumus, et in ILLUM, quo adjuvante possumus. Colimus ergo Martyres eo cultu dilectionis, et societatis, quo et in hac vita coluntur S. homines Dei.... sed illos tanto devotius, quanto securius post superata certamina ec.». Una ragion sì trionfante, e per sè sola bastevole a rintuzzar le calunnie di Fausto, ha imbarazzato talmente Beausobre, che precipitando di abisso in abisso è costretto a negare, secondo i principj della sua setta, che ai tempi di S. Agostino[475] il Pane, ed il Vino Eucaristico si credessero un vero e real Sacrifizio; non si avvisando quel Candido, e dotto Storico della Cristiana idolatria nel quarto e nel quinto secolo[476], che se non vi fosse stato allora un rito Ecclesiastico (od a ragione, od a torto, che or ciò non monta) creduto un vero sacrificio comunemente, Agostino Dottore di sublimissimo ingegno, per difender la Chiesa dalla taccia più nera, che si possa ideare, avrebbe dato una risposta del tutto priva del senso comune[477]. Eppure lo credereste? a giudizio di Beausobre les idées de S. Augustin sur le culte des Martyres... sont asses pures[478]. Sia lode all'eterna Verità: ed il Sig. Gibbon ammiratore di lui confessi altrettanto. «Mais nous nous tromperions infiniment, (soggiunge lo Storico del Manicheismo) si nous jugions par là des idées, et de la pratique des Peuples. Il en étoit du Christianisme de S. Augustin, comparé a celui des peuples, comme du Paganisme des Philosophes comparé de méme à celui des peuples». Distinguo: c'inganneremmo credendo o che tutti i Cristiani del 4, e del 5 secolo fossero altrettanti Agostini in Teologia[479], o che non vi fossero nel Mondo Cristiano tra tante Sette di Eretici, ed ancor tra i Cattolici molti sepulcrorum adoratores, molti qui luxuriosissime super mortuos biberent[480], lo concedo; tanto più che agli occhi dei Santi, a' quali per lo zelo che hanno di veder tutti come sono eglino stessi, secondo l'espression dell'Apostolo, i cattivi non sembran mai pochi; c'inganneremmo credendo, che il complesso dei Pastori, e dei popoli componenti la Chiesa Cattolica non avesse idee bastevolmente pure sul culto dei Martiri, e delle Reliquie da distinguersi di lunga mano dal volgo pagano relativamente ai suoi falsi Numi, lo nego costantemente, e i Sigg. Beausobre, e Gibbon infinitamente s'ingannano pensando altrimenti. E che hanno che fare pochi oziosi Filosofi rammentati dal primo, senza autorità, senza missione, senza popoli subordinati, e per patria, e per età tra lor rimotissimi con un numero prodigioso di Dottori, e di Vescovi[481] quasi tutti contemporanei, inteso unicamente ad istruire i lor popoli, obbligali sovente[482] a render conto della loro dottrina, e condotta al Sinodo della Provincia, ed uniti col mondo tutto per mezzo delle lettere di Comunione[483]. Come non veder che Agostino non parla di se medesimo, ma del corpo intero dei sacri Pastori, venendo alle strette coll'avversario, ed interrogandolo quis enim Antistitum aliquando dixit, offerimus tibi, Petre? e che egli nei sermoni pubblici informava bene il suo gregge della sana dottrina[484], dicendo; quando autem audisti dici apud memoriam.... offero tibi, Petre? etc. Nunquam audistis, non fit, non licet. Non della sua unicamente, ma della fede comune tra i Cattolici rendeva testimonianza Girolamo, quando scriveva: quis aliquando martyres adoravit? Honoramus autem reliquias martyrum, ut eum, cujus sunt martyres, adoremus: honoramus servos etc. ut honor servorum redundet ad Dominum[485]. L'impegno dei Santi Agostino e Girolamo era di giustificar la dottrina, e la pratica della Chiesa, non già la propria. Era dunque necessario, che la morale totalità dei Fedeli avesse idee pure sul culto de' Martiri, e delle Reliquie quanto le avevano nella sostanza eglino stessi. In fatti, soggiungeva Agostino, se taluno cade giammai nell'errore di tributare alla creatura, fosse anche l'anima la più santa, od un angiolo, il culto dovuto a Dio solo, costui per sanam doctrinam corripitur, sive ut condamnetur, sive ut caveatur, e così cessi di appartenere alla Chiesa[486]. In caso diverso domanderemo a questi sagacissimi Critici come potesse avvenire, che il susurro della profana ragione di Fausto, e Vigilanzio fosse sì debole, e inefficace, e gli onori dei santi, e dei martiri quantunque superstiziosi, ed infetti d'Idolatria generalmente si stabilissero. Se io non ravvisassi in questo fenomeno il carattere della novità nella dottrina di Fausto e di Vigilanzio[487] crederei d'esser mandato in Antioira, secondo l'antico proverbio; ed intanto i Sigg. Gibbon, Beausobre, Daillé ec. vogliono ravvisare questo stesso carattere nella dottrina e nella pratica della Chiesa. Vediamo adunque per chi si dee preparare l'imbarco. Si conviene, che nei primi secoli, si avesse un rispetto grandissimo per i martiri ancor viventi. Oltre le indulgenze accordate dai Vescovi alle loro preghiere, baciavansi con riverenza all'entrar nelle carceri le lor catene[488]. Se il bacio, senza riguardo allo spirito di chi lo dà, ed all'oggetto di sua natura «étoit le plus haut degré de l'adoration, et la plus profonde humiliation, où une creation raisonnable pût descendre[489]», ecco l'idolatria delle stesse catene de' martiri portata all'eccesso senza rimprovero, ed antichissima. Si conviene altresì, che gli Smirnesi, nel 2. secolo, nel protestar di adorare il solo Gesù Cristo, soggiunsero martyres vero tamquam discipulos et imitatores Domini merita amore prosequimur: si conviene altresì che eglino altamente si dolessero perchè il demonio invidioso gli avesse tolto il cadavere di S. Policarpo[490]: che l'ossa avanzate alle fiamme fosser da essi stimate gemmis pretiosissimis cariora, e collocate dov'esigea la decenza: e duopo è convenire, che già celebravasi il giorno natalizio, o sia del martirio dei Santi cum hilaritate, et gaudio[491] per due motivi, cioè tum in MEMORIAM eorum qui glorioso certamine perfuncti (erant), tum ad posteros hujusmodi Exemplo crudiendos et confirmandos[492]».

La premura, e potrebbe quasi dirsi la smania[493], per le Reliquie è qui manifesta, ed una festiva ed onorevole commemorazione dei Martiri nelle sacre funzioni è chiarissima. Resta soltanto il dubbio, se quella commemorazione fosse congiunta con qualche specie d'invocazione dei Martiri stessi. Beausobre asserisce che no, fondandosi su quelle parole di S. Agostino[494] suo loco et ordine nominantur, non tamen a Sacerdote, qui sacrificati, invocantur; anzi pretende, che anticamente si pregasse pei Martiri, facendo gran conto di una Liturgia ben antica attribuita a S. Giacomo, ma d'altra mano[495], sfacciatamente falsificata da S. Cirillo, seppure le Catechesi sono un parto genuino di esso. In mal punto è citato S. Agostino. Non s'invocavano i Martiri certamente, come abbiam detto, e come ripete quel S. Padre in quel luogo stesso (troncato da Beausobre, perchè intiero lo incomodava) per offerir loro il S. Sacrifizio[496]; ma però s'invocavano per ottenere la loro intercessione, ed il lor patrocinio, come tuttora si pratica nella Chiesa. «Unde magni....? Unde quod norunt fideles, distincti a defunctis loco suo Martires recitantur, nec pro eis oratur, sed eorum orationibus Ecclesia commendatur»? Così Agostino[497]. «Ecclesiastica disciplina, quod fideles noverunt, cum Martyres recitantur ad altare Dei, ubi nos pro ipsis oretur, pro ceteris vero commemoratis defunctis oratur. Injuria est enim pro Martyre orare, cujus nos debebamus orationibus commendari.» Così l'istesso Agostino[498], il quale ripete altrove: «Ideo ad ipsam mensam non sic eos commemoramus quemadmodum alios, sed magis ut orent ipsi pro nobis[499].» E qual frenesia non sarebbe l'immaginarsi, che volesser pregare per S. Policarpo quegli Smirnesi persuasissimi, che egli, e per l'illibatezza della sua vita, e pel suo Martirio, avesse riportato βραβειον αναντιρρητον senza il minimo dubbio il premio del suo glorioso combattimento? O per S. Pietro, e S. Paolo i Fedeli che avevano eretti alla loro memoria quei monumenti, o trofei, che si mostravano a dito agli Eretici per confonderli fino dai tempi del Pontefice Zefirino[500]!

On touche difficilement aux Liturgies, riflette al passo di S. Agostino da esso citato male a proposito il S. Beausobre[501]. La riflessione è giustissima; ma eccole intanto, se crediamo a lui stesso, alterate a Gerusalemme da S. Cirillo[502], e ciò sotto gli occhi di chi sa quanti battezzati, istruiti, e ordinati dai Padri del terzo secolo[503] illibatissimo: eccole interpolate, come dovrebbe dedursi da ciò che ho mostrato, nell'Affrica, ed ivi con approvazione ed applauso di quell'Agostino, che aveva idées assez pures sul culto dei Martiri, e delle Reliquie: eccole guaste a Costantinopoli, e senza che alcuno Storico contemporaneo rampogni o rammenti la mano sacrilega che lo tentò[504]; e quel che è più difficile a concepirsi tante alterazioni eseguironsi nel periodo di non molt'anni, ed in quella venerabile età, in cui a tutti gli assistenti, agli uffizj divini era famigliarissimo il sacro linguaggio. E come mai è potuto avvenire, che i Fedeli del quarto secolo leggendo le Sante Scritture, più avidamente di quel che si leggano ai dì nostri i Romanzi, non si accorgessero, o non curassero di una innovazione contraria (per quanto pretendesi) al primo, ed al massimo tra i precetti, ed alla Dottrina, e alla pratica dei Padri del secondo, e del terzo secolo viventi almeno nelle opere loro cotanto ammirate, e nella memoria di tanti, i quali potevano aver conversato con essi? Si spieghi almeno come potesse mai l'illusione portarsi tant'oltre, che fosse universalmente creduta antica[505] una massima ed una disciplina nascente, e Fausto e Vigilanzio essere abbominati quai novatori[506].

Ma sia pure avvenuta nel quarto secolo sul culto de' Martiri delle Reliquie una innovazione superstiziosa, nocevole, ed infetta di Paganesimo. Dunque S. Gregorio il Grande, ed il S. Arcivescovo di Cantorbery Agostino non introdussero nel vostro Regno, la pura e perfetta semplicità del Cristiano sistema, ma la superstizione e l'Idolatria; ed altrettanti superstiziosi e Idolatri dovettero essere i vostri Maggiori quasi fino al principio del secolo decimosettimo[507]. Siccome poi quello, che io dico della Chiesa Anglicana, in adempimento della pretesa profezia di Eunapio si debbe estendere a tutto il Mondo Cristiano[508] da Costantino fino a Lutero, così debbe ancora conchiudersi, che le solenni promesse di Gesù Cristo di esser co' suoi discepoli fino alla consumazione dei secoli, e di non permettere, che le porte infernali giammai prevalessero contro la Chiesa, furono di una molto breve durata, ed andarono in fumo ben presto. Lo che sarebbe una bestemmia esecranda.

Felici Voi, se ritornando alla Patria, come ben tosto avverrà, essendo uno oramai Sacerdote, e l'altro Suddiacono, poteste indurre i Protestanti vostri fratelli ad avere un miglior concetto della colonna, e della saldissima base del vero in materia di Religione. Mostrate ad essi con S. Ireneo[509], che pur dovrebbono rispettare, come coloro, qui relinquunt praeconium Ecclesiae, imperitiam sanctorum Presbyterorum arguunt, non contemplantes quanto pluris sit idiota religiosus a blasphemo, et IMPUDENTE SOPHISTA.

Che se mai ritrovaste chi più volentieri ascoltasse un Poeta[510], che un Santo Padre, ripetetegli col mio Dante a Voi famigliare.

«Avete il vecchio, e nuovo Testamento,

E 'l Pastor della CHIESA, che vi guida:

Questo vi basti a vostro salvamento.

Se mala cupidigia altro vi grida,

Uomini siate, e non pecore matte;

Sì che il Giudeo tra voi di voi non rida:

Non fate come agnel, che lascia il latte

Della sua madre semplice, e lascivo

Seco medesmo a suo piacer combatte.»