NOTE:

[1.] Sarà un piacere non una pena pel lettore lo scorrere Erodoto (l. VII c. 104, 134 p. 550, 615). Il colloquio fra Serse e Demarato alle Termopili è una delle più interessanti e morali scene dell'istoria. L'aspetto delle virtù della sua patria formava il tormento del regale Spartano, che con angoscia e rimorso le rimirava.

[2.] Veggasi quest'orgogliosa iscrizione in Plinio (Hist. nat. VII. 27). Pochi uomini hanno meglio assaporato le dolcezze della gloria e le amarezze della sventura, nè poteva Giovenale (Sat. X) offrire un più vivo esempio delle vicende della fortuna e della vanità degli umani desiderii.

[3.] Γραικους .... εξ ων τα προτερα ουδενα ες Ιταλιαν ηκοντα ειδον, οτι μη τραγωδους, και ναυτας λωποδυτας. Quest'ultimo epiteto di Procopio troppo nobilmente si traduce col termine di pirati: ladri navali è la parola propria, e significa gente che spoglia, sia per rubare sia per oltraggiare (Demostene contra Conon. negli Oratori greci di Reiske, t. 2, p. 1264)

[4.] Vedi il libro 3 e 4 della Guerra Gotica; lo scrittore degli Aneddoti non può aggravar questi abusi.

[5.] Agatia, l. 5 p. 157, 158. Egli ristringe questa debolezza dell'Imperatore e dell'Impero alla vecchiezza di Giustiniano; ma, pur troppo, Giustiniano non fu mai giovane.

[6.] Questa dannosa politica, che Procopio (Aneddoti c. 19) imputa all'Imperatore, si manifesta nella sua lettera ad un principe Scita, il quale era capace d'intenderla (Agatia l. V p. 170, 171).

[7.] Gens Germana feritate ferociore, dice Vellejo Patercolo, parlando de' Germani (II 106). Langobardos paucitas nobilitat. Plurimus ac valentissimis nationibus cincti, non per obsequium, sed praeliis et periclitando tuti sunt (Tacito, de Moribus German., c. 40). Vedi parimente Strabone l. 7 p. 446. I migliori geografi li collocano di là dell'Elba, nel vescovato di Maddeborgo e la Marca di mezzo di Brandeborgo. Questa situazione si accorda colla patriottica osservazione del conte di Hertzberg, che la maggior parte dei conquistatori Barbari uscirono dagli stessi paesi che ora partoriscono gli eserciti della Prussia.

[8.] L'origine Scandinava dei Goti e dei Lombardi, come è asserita da Paolo Warnefrido, soprannominato il Diacono, viene impugnata dal Cluvier (Germania antiqua, l. 3 c. 26 p. 102 ecc.), natìo Prussiano, e difesa da Grozio (Proleg. ad hist. Goth., p. 28 ecc.) ambasciatore di Svezia.

[9.] Due fatti nel racconto di Paolo Diacono (l. 1 c. 20) esprimono i costumi nazionali: 1. Dum ad tabulam luderet, mentre giuocava alle dame. 2. Camporum viridantia lina. La coltivazione del lino suppone la proprietà, il commercio, l'agricoltura e le manifatture.

[10.] Mi sono servito, senza pretendere di conciliarli insieme, de' fatti recati da Procopio (Goth. l. 2 c. 14, l. 3 c. 33, 34, l. 4 c. 18, 25); da Paolo Diacono (de Gestis Langobardorum, l. 1 c. 1-23; in Muratori, Script. rer. ital., t. 1 p. 405-419); e da Giornandes (de success. Regn., p. 242). Il lettore paziente può trarre qualche lume da Mascou (Storia de' Germani, ed Annot. XXIII) e dal Buat (Hist. des Peuples, ecc. t. ix, x, xi).

[11.] Adotto la denominazione di Bulgari, seguendo Ennodio (in Panegyr. Theodorici, Opp. Sirmond, t. 1 p. 1598, 1599), Giornandes (de Rebus Geticis, c. 5 p. 194, e de Regn. success. p. 242), Teofane (p. 185), e le Cronache di Cassiodoro e Marcellino. Il nome di Unni è troppo vago: le tribù de' Cutturgurii ed Utturgurii formano divisioni troppo minute, ed offrono nomi di troppo aspra pronuncia.

[12.] Procopio (Goth. l. 4 c. 19). Quest'imbasciata verbale (egli confessa da se di essere un Barbaro senza lettere) vien riportata in forma di una lettera. Selvaggio n'è lo stile, pieno di figure ed originale.

[13.] Risulta questa somma da una lista particolare, che trovasi in un curioso frammento manoscritto del 550, che sussiste nella Biblioteca di Milano. L'oscura geografia di quei tempi eccita ed esercita la pazienza del conto di Buat (t. XI p. 69-189). Il ministro francese spesso perdesi in un deserto che richiede una guida Sassone o Polacca.

[14.] Panicum, milium. Vedi Columella, l. 2 c. 9 p. 430, ed. Gesner; Plinio, (Hist. Nat. XVIII, 24, 25). I Sarmati facevano una polenta di miglio, mista con latte o sangue di cavalla. Nell'ubertà del nostro moderno stato domestico, il miglio serve a nudrire i polli e non gli eroi. Vedi i Dizionarii di Bomare e di Miller.

[15.] Quanto al nome, alla nazione, alla situazione ed a' costumi degli Schiavoni, vedi le testimonianze originali del VI secolo in Procopio (Goth. l. 2 c. 26, l. 3 c. 14), e ciò che ne dice l'Imperatore Maurizio (Stratagemat. l. 2 c. 5 ap. Mascou, Annot. XXXI). Gli stratagemmi dell'Imperatore Maurizio non furono stampati, per quanto io sappia, che in fine alla Tattica di Arriano, edizione di Scheffer, in Upsala, 1664 (Fabr., Bibliot. Graec. l. 4 c. 8 t. 3 p. 278), libro raro e che non mi venne fatto di avere.

[16.] Antes eorum fortissimi..... Taysis qui rapidus et vorticosus in Histri fluenta furens devolvitur (Giornandes, c. 5 p. 194 ed. Muratori. Procopio, Goth. l. 5 c. 14, e de Edif. l. IV c. 7). Pure lo stesso Procopio ricorda i Goti e gli Unni come vicini, Γειτονουντα, il Danubio (de Edif. l. 4, c. 1).

[17.] Il titolo nazionale di Anticus, preso nelle leggi ed iscrizioni da Giustiniano, fu adottato da' suoi successori, e vien giustificato dal pio Ludewig (in vit. Justinian. p. 515). Esso ha stranamente intricato i giureconsulti del medio evo.

[18.] Procopio, Goth. l. 4 c. 25.

[19.] Un'irruzione degli Unni viene unita da Procopio coll'apparizione di una cometa, forse quella del 531 (Persic. l. 2 c. 4); Agatia (l. 5 p. 154, 155) toglie a prestito dal suo predecessore varj fatti più antichi.

[20.] Procopio riferisce od ingrandisce le crudeltà degli Schiavoni (Goth. l. 3 c. 29, 38). Quanto al mite e liberale loro procedere co' prigionieri, possiamo appellarci all'autorità, alquanto più recente, dell'imperatore Maurizio (Stratagem. l. 2 c. 5).

[21.] Topiro giaceva presso Filippi nella Tracia o Macedonia, dirimpetto all'isola di Taso, dodici giornate distante da Costantinopoli (Cellario, t. 1 p. 676, 840).

[22.] Se pongasi fede alla maligna testimonianza degli Aneddoti (c. 18), queste incursioni aveano ridotto le province meridionali del Danubio allo stato delle solitudini Scitiche.

[23.] Da Caf a Caf; che una geografia più ragionevole può forse interpretare dall'Imao al monte Atlante. Secondo la filosofia religiosa de' Maomettani, la base del monte Caf è di smeraldo, il cui riflesso produce l'azzurro del cielo. La montagna è dotata di un'azione sensitiva nelle sue radici o nervi; e la vibrazion loro, dipendente dal cenno di Dio, produce i terremoti (D'Herbelot, p. 230, 231).

[24.] Il ferro della Siberia è il migliore ed il più abbondante del mondo, e, nelle parti meridionali, l'industria dei Russi ne scava al presente più di sessanta miniere (Strahlenberg, Storia della Siberia, p. 342, 387. Voyages en Siberie par l'abbé Chappe d'Auteroche, p. 603-608, ediz. in 12. Amsterdam, 1770). I Turchi offrivano ferro per sale: eppure gli ambasciatori Romani, con istrana ostinazione, persistevano in credere, che un artifizio era desso, e che il loro paese punto non ne produceva (Menandro in Excerpt. Leg. p. 152).

[25.] Di Irgana-Kon (Abulghazi Kan, Hist. Généalog. des Tatars, P. 2 c. 5, p. 71, 77 c. 15 p. 155). La tradizione conservata da' Mogolli de' 450 anni ch'essi passaron ne' monti, concorda coi periodi Chinesi dell'istoria degli Unni e dei Turchi (De Guignes, t. 1 P. 2 p. 376) e colle venti generazioni dalla loro restaurazione sino a Zingis.

[26.] Il paese de' Turchi, ora de' Calmucchi, è descritto benissimo nella Storia Genealogica p. 521-562. Le curiose note del traduttore Francese sono ampliate e riordinate nel secondo volume della Traduzione inglese.

[27.] Visdelou, p. 141, 151. Questo fatto si può qui introdurre, benchè, strettamente parlando, esso appartenga ad una tribù subordinata e che venne dopo.

[28.] Procopio, Persic. l. 1 c. 12, l. 2 c. 3. Peyssonel (Observ. sur les Peup. Barb. p. 99, 100) stabilisce la distanza che corre tra Caffa e l'antica Bosforo, in 16 lunghe leghe tartare.

[29.] Vedi, in una Memoria del De Boze (Mem. de l'Acad. des Inscrip., t. VI p. 549-565), gli antichi Re e le medaglie del Bosforo Cimmerio; e la gratitudine di Atene, nelle orazioni di Demostene contro Leptine (negli Oratori Greci di Reiske, t. 1 p. 466, 467).

[30.] Intorno all'origine ed alle rivoluzioni del primo impero Turchesco, ne ho tolto le particolarità dal De Guignes (Hist. des Huns, t. 1 P. 2 p. 367-462), e da Visdelou (suppl. à la Biblioth. Orient. d'Herbelot, p. 82-114). I cenni Greci e Romani sono raccolti in Menandro (p. 108-164) ed in Teofilacte Simocatta (l. VII c. 7, 8).

[31.] Il fiume Til, o Tula, secondo la geografia di De Guignes (t. 1 P. 2 p. 58 e 352), è una piccola ma gentil riviera del deserto, che cade nell'Orhon, Selinga, ecc. Vedi Bell, Viaggio da Pietroburgo a Pechino (vol. 2 p. 124); non per tanto la descrizione ch'egli fa del Keat, giù pel quale discese nell'Oby, rappresenta il nome e gli attributi del fiume nero (p. 139).

[32.] Teofilacte, l. 7 c. 7, 8. Nondimeno i veri Avari sono invisibili anche agli occhi di De Guignes, e che può averci di più illustre de' falsi? Il diritto de' fuggitivi Ogori a questa denominazione nazionale viene riconosciuto dagli stessi Turchi (Menandro, p. 108).

[33.] Si trovano gli Alani nell'Istoria Genealogica de' Tartari (p. 617) e nelle carte di Danville. Essi affrontarono le mosse dei generali di Zingis intorno al mar Caspio, e furono disfatti in una gran battaglia (Hist. de Gengiscan, l. 4 c. 9 p. 447).

[34.] Le ambascerie e le prime conquiste degli Avari si possono leggere in Menandro (Excerpt. Legat. p. 99, 100, 101, 154, 155), in Teofane (p. 196), nell'Historia Miscella (l. XVI p. 109) ed in Gregorio di Tours (l. 4 c. 23, 29; negl'Istorici di Francia, t. 2 p. 214, 217).

[35.] Teofane (Chron. p. 204) e l'Historia Miscella (l. 16 p. 110), come interpreta il De Guignes (t. 1 P. 2 p. 354), sembrano parlare di un'ambasceria Turca allo stesso Giustiniano; ma quella di Maniaco, nel 4 anno del suo successore Giustino, è positivamente la prima che sia pervenuta a Costantinopoli (Menandro, p. 108).

[36.] I Russi hanno scoperto caratteri, rozzi geroglifici, lungo le rive dell'Irtish e del Genissì, intagliati sopra medaglie, tombe, idoli, rocce, obelischi, ecc. (Strahlenberg, Storia della Siberia, p. 324, 346, 406, 429). Il D. Hide (de Religione veterum Persarum, p. 521 ecc.) ha pubblicato due alfabeti del Tibet e degli Eigori. Io sono, da lungo tempo, in sospetto che tutto il sapere degli Sciti, ed un poco e forse assai del sapere Indiano, sia derivato dai Greci della Battriana.

[37.] Tutte le particolarità delle ambascerie Turchesca e Romana, così curiose nell'istoria degli umani costumi, sono levate dagli estratti di Menandro (p. 106-110, 151-154, 161-164), in cui sovente è dispiacevole la mancanza di ordine e di connessione.

[38.] Vedi d'Herbelot (Biblioth. Orient. p. 568, 929). Hyde (de Relig. vet. Pers. c. 21 p. 290, 291); Pocock (specimen Hist. Arab. p. 70, 71); Eutichio (Annal. t. 2 p. 176); Texeira (in Stevens, Storia della Persia, l. 1 c. 34).

[39.] La fama della nuova legge per la comunanza delle donne si propagò in Siria ben presto (Asseman. Bibl. Orient. t. 3 p. 402) ed in Grecia (Procopio, Persic. l. 1 c. 5).

[40.] Egli offrì la propria moglie e la sorella al profeta; ma le preghiere di Nushirvan salvarono la madre; e lo sdegnato monarca mai non dimenticò l'umiliazione a cui avea dovuto discendere la sua filiale pietà: pedes tuos deosculatus (disse egli a Mazdak), cujus foetor adhuc nares occupat (Pocock, specimen Hist. Arab. p. 71).

[41.] Procopio, Persic. l. 1 c. 11. Non fu Proclo savio più del dovere? Non fu per avventura immaginario il pericolo? La scusa almeno era offensiva per una nazione che non ignorava le lettere: ου γραμμασι οι βαρβαροι τους παιδας ποιουνται αλλ’οπλων σκευη. Dubito che in Persia vi fossero forme di adozione in uso.

[42.] Appoggiandosi a Procopio ed Agatia, il Pagi (t. 2 p. 543, 626) ha provato che Cosroe Nushirvan salì al trono nel 5 anno di Giustiniano (A. D. 431 1. di aprile; A. D. 532, 1 di aprile). Ma la vera cronologia che consente coi Greci e cogli Orientali, è stabilita da Gio. Malala (t. II p. 211). Cabade, o Kobad, dopo un regno di 43 anni e due mesi, ammalò agli 8, e morì ai 13 di settembre, A. D. 531, in età di 82 anni. Secondo gli annali di Eutichio, Nushirvan regnò 47 anni e 6 mesi; onde si dee porre la sua morte nel marzo del 579.

[43.] Procopio, Persic. l. 1 c. 23. Brisson. de Regn. Pers. p. 494. La porta del palazzo d'Ispahan è, od era, la scena fatale del disfavore o della morte (Chardin, Viaggio in Persia, t. 4 p. 312, 313).

[44.] In Persia, il principe delle acque è un ufficiale di Stato. Il numero de' pozzi e de' canali sotterranei è molto diminuito ed insieme con essi è diminuita la fertilità del suolo: si sono perduti recentemente 400 pozzi vicino a Tauris, e se ne contavano altre volte 42,000 nella provincia di Korasan (Chardin, t. 3 p. 99, 100. Tavernier, t. 1 p. 416).

[45.] Il carattere ed il governo di Nushirvan vien qui rappresentato talvolta colle proprie parole di d'Herbelot (Bibl. Orient. p. 680 ecc. da Khondemir); ora con quelle di Eutichio (Annal. t. 3 p. 179, 180 ecc. che son molto ricchi), di Abulfaragio (Dynast. VII p. 94, 95 ch'è molto povero), di Tarikh Schikard (p. 144-150), di Texeira (in Stevens, l. 1 c. 35), di Assemanno (Bibl. Orient. t. 3 p. 404-410), e dell'Ab. Fourmont (Hist. de l'Acad. des inscript. t. 7 p. 325-334), il quale ha tradotto uno spurio o genuino testamento di Nushirvan.

[46.] Mille anni prima ch'egli nascesse, i giudici di Persia aveano proferito una solenne opinione. τω βουσιλευoντι Περσεων εξειναι ποιειν το αν βουληται (Erodoto l. 3 c. 31 p. 210, ediz. Wesseling). Nè questa massima costituzionale era già stata negletta come un'inutile e sterile teoria.

[47.] Per tutto ciò che spetta allo stato letterario della Persia, alle versioni greche, ai filosofi, ai sofisti, alla scienza ed ignoranza di Cosroe, Agatia (l. 2 c. 66-71) mostra di esser male informato e fortemente pregiudicato.

[48.] Asseman. Bibl. Orient. t. 4 p. DCCXLV, VI, VII.

[49.] Il Shà Nameh, o libro dei Re, è forse l'originale monumento d'istoria che fu tradotto in greco dall'interprete Sergio (Agatia l. 5 p. 141), conservato dopo la conquista dei Maomettani, e posto in versi nell'anno 994, dal poeta nazionale Ferdussi. Vedi d'Anquetil (Mem. dell'Accad. t. 31 p. 379), e il cav. Guglielmo Jones (Ist. di Nadir Shà p. 161).

[50.] Nel 5 secolo il nome di Restomo, o Rostam, eroe che pareggiava la forza di dodici elefanti, era familiare agli Armeni (Mosè da Corene, Stor. Armena, l. 2 c. 7 p. 96, ed. Whiston). Nel principio del 7 secolo, il romanzo Persiano di Rostam ed Isfendiar era applaudito alla Mecca (Koran., ed. di Sale, c. 31 p. 335). Eppure Maracci non ci dà quest'esposizione del ludicrum novae historiae (Refut. Alcoran, p. 544-548).

[51.] Procop. Goth. l. 4 c. 10. Kobad aveva un medico greco per favorito, ch'era Stefano di Edessa (Persic. l. 2 c. 26). Antica era l'usanza, ed Erodoto racconta le avventure di Democede di Crotona (l. 3 c. 125-137).

[52.] Vedi Pagi, t. 2 p. 626. In uno de' trattati che fece, s'inserì un onorevole articolo per la tolleranza de' Cattolici, e per la loro sepoltura (Menandro, in Excerpt. Legat. p. 142). Nushizad, figlio di Nushirvan, fu un Cristiano, un ribelle ed un martire (D'Herbelot, p. 681).

[53.] Intorno alla lingua Persiana ed a' suoi tre dialetti, si consulti d'Anquetil (p. 339-343) e Jones (p. 152-185). Αγρια τινι γλωττη και αμουσοτατω, è il carattere che Agatia (l. 2 p. 66) ascrive ad un idioma rinomato nell'Oriente per la poetica sua dolcezza.

[54.] Agatia specifica il Gorgia, il Fedone, il Parmenide e il Timeo. Renaudot (Fabricio, Bibl. gr. t. 12 p. 246-261) non fa menzione di questa barbarica traduzione di Aristotele.

[55.] Di queste favole ho veduto tre copie in tre lingue differenti: 1. in Greco, tradotte da Simeone Seth (A. D. 1100) dall'Arabo, e pubblicate da Starck a Berlino nel 1697 in-12; 2. in Latino, versione dal greco, intitolata: Sapientia Indorum, inserita dal P. Pussino al fine dell'edizione di Pachimero (p. 547-620, ed Rom.); 3. in Francese, versione dal turco, dedicata, nel 1540, al sultano Solimano. Contes et Fables indiennes de Pilpay et de Lokman, par MM. Galland et Cardonne. Paris, 1778, 3 vol. in-12. Il Warton (Storia della Poesia inglese, vol. 1 p. 129, 131) si prende un campo più largo.

[56.] Vedi l'Historia Shahiludii del Dott. Hyde (Syntagm. Dissert. t. 2 p. 61-69).

[57.] La pace perpetua (Procopio, Persic. l. 1 c. 21) fu conchiusa o ratificata nel 6. anno e nel consolato 3. di Giustiniano (A. D. 533, tra il primo di gennaio e il primo di aprile. Pagi, t. 2 p. 550). Marcellino, nella sua Cronaca, usa lo stile dei Medi e dei Persiani.

[58.] Procopio, Persic. l. 1 c. 26.

[59.] Almondar, re di Hira, fu deposto da Kobad e ristabilito sul trono da Nushirvan. La madre di lui, per la sua bellezza, fu soprannominata l'Acqua celeste, nome che divenne ereditario, e fu esteso per una più nobil cagione (la liberalità in tempo di carestia) ai principi Arabi della Siria. Pocock, Specimen Hist. Arab. p. 69, 70.

[60.] Procopio, Persic. l. 11 c. 1. Non conosciamo l'origine e l'oggetto di questo strata, via selciata di dieci giornate di viaggio da Auranite a Babilonia (Vedi una Nota latina nella Carta dell'Impero Orientale di Delisle). Vesseling e Danville non ne fan cenno.

[61.] Ho fuso, in una breve diceria, le due orazioni degli Arsacidi dell'Armenia, e degli ambasciatori Goti. Procopio, nella sua istoria pubblica, sente e ci fa sentire che Giustiniano fu il vero autor della guerra. Persic. l. II c. 2, 3.

[62.] L'invasione della Siria, la rovina di Antiochia, ecc., vengono raccontate regolarmente e per disteso da Procopio (Persic. l. II c. 5-14). Si può trarre qualche altro aiuto dagli Orientali. D'Herbelot (p. 680) avrebbe dovuto arrossire quando li biasima di far contemporanei Giustiniano e Nushirvan. Danville (l'Euphrate et le Tigre) spiega con chiarezza la geografia del teatro di quella guerra.

[63.] Nell'istoria pubblica di Procopio (Persic. l. II c. 16, 18, 19, 20, 21, 24, 25, 26, 27, 28). Con qualche piccola eccezione, noi possiamo ragionevolmente chiuder l'orecchio alle maligne insinuazioni degli Aneddoti (c. 23 colle note, secondo il solito, dell'Alemanno).

[64.] La guerra Lazica, la contesa di Roma e della Persia sul Fasi, è noiosamente tessuta in molte pagine da Procopio (Persic. l. II c. 15, 17, 28, 29, 30. Gothic. l. IV c. 7-16) e da Agatia (l. II, III, p. 55-132, 141).

[65.] Sallustio descrisse in Latino, ed Arriano in Greco il Periplo, ossia la navigazione intorno al mare Eussino. 1. Debrosses primo Presidente del Parlamento di Digione ha restituito con singolar cura l'opera del primo che più non esiste (Hist. de la Republique Romaine, t. II l. III p. 199-298). Egli ha il coraggio di assumere il carattere dello storico romano. La sua descrizione dell'Eussino è ingegnosamente formata di tutti i frammenti dell'originale, e di tutti gli autori Greci e Latini che Sallustio potè copiare, o da cui potè esser copiato. Il merito dell'esecuzione fa perdonare la stranezza del disegno. 2. Il Periplo di Arriano è indirizzato all'Imperatore Adriano (in Geograph. Minor. Hudson, t. I), e contiene tutto ciò che il Governatore del Ponto avea veduto da Trebisonda a Dioscurias, tutto ciò che aveva udito da Dioscurias al Danubio, e tutto ciò che sapeva dal Danubio a Trebisonda.

[66.] Oltre i molti cenni che ne fanno per occasione i poeti, gli storici, ecc., dell'antichità, possiamo consultare le geografiche descrizioni del Colco, lasciate da Strabone (l. XI p. 760-765) e da Plinio (Hist. Nat. VI, 5, 19, ecc.).

[67.] Ho fatto uso di tre descrizioni moderne della Mingrelia e de' paesi adiacenti. 1. Del Padre Arcang. Lamberti (Relations de Thevenot, part. I p. 31-52 con una Carta), il quale aveva tutta la dottrina e tutti i pregiudizi di un Missionario. 2 Di Chardin (Voyages en Perse, t. I p. 54, 68-168); giudiziose ne sono le osservazioni; e le avventure a lui seguite in quel paese, instruiscono più delle sue osservazioni. 3. di Peyssonel (Observations sur les Peuples barbares, p. 49, 50, 51, 58, 62, 64, 65, 71, ecc. ed un trattato più recente sur le Commerce de la mer Noire, t. II p. 1-53): lungo tempo egli è vissuto a Caffa, in qualità di Console di Francia: la sua erudizione val meno della sua sperienza.

[68.] Plinio, Hist. Nat. l. XXXIII, 15. Le miniere aurifere ed argentifere della Colchide trassero colà gli Argonauti (Strabone, l. I p. 77). Il sagace Chardin non potè rinvenir oro nelle miniere, nei fiumi, od altrove. Eppure un Mingrelio perdè una mano ed un piede per aver mostrato in Costantinopoli alcuni saggi d'oro nativo.

[69.] Erodoto, l. II c. 104, 105, p. 150, 151. Diodoro Siculo l. I p. 33, ediz. Wesseling. Dionisio Perieget, 689, ed Eustazio ad loc. Scholiast. ad Apollonium Argonaut. l. IV, 282-291.

[70.] Montesquieu, Espr. des Lois, l. XXI c. 6. L'Isthme.... couvert de villes et de nations qui ne sont plus.

[71.] Bougainville (Memoires de l'Acad. des Inscr. t. XXVI p. 33) sopra il viaggio affricano di Annone ed il commercio dell'antichità.

[72.] Un istorico greco, Timostene, ha asserito, in eam CCC nationes dissimilibus linguis descendere; ed il modesto Plinio si contenta di aggiugnere: et a postea a nostris CXXX interpretibus negotia ibi gesta (VI, 5); ma le parole nunc deserta ricoprono una moltitudine di antiche finzioni.

[73.] Buffon (Hist. Nat. t. III p. 433-437) raccoglie l'unanime suffragio dei naturalisti e de' viaggiatori. Se, al tempo di Erodoto, essi erano veramente μελαγχες e ουλοτριχεσ (ed egli osservati gli aveva con cura), questo prezioso fatto è un esempio dell'influenza del clima sopra una colonia straniera.

[74.] Un Ambasciatore mingrelio arrivò a Costantinopoli con duecento persone; ma le mangiò (vendè) una ad una, finchè non rimase che con un secretario e due servitori (Tavernier, t. I p. 365). Un Signore mingrelio vendette ai Turchi dodici preti e la sua moglie per comperarsi una concubina.

[75.] Strabone, l. XI p. 765. Lamberti, Relation de la Mingrelie. Non conviene però cadere nell'altro estremo di Chardin, che non dà alla Mingrelia più di 20,000 abitanti per supplire ad un'annua esportazione di 12,000 schiavi: assurdità indegna di quel giudizioso viaggiatore.

[76.] Erodoto, l. III c. 97. Vedi nel libro VII c. 79 le armi ed il servizio loro nella spedizione di Serse contro la Grecia.

[77.] Senofonte che s'era azzuffato co' Colchi nella sua ritirata (Anabasis, l. IV p. 130, 343, ed. Hutchinson; e la Dissertazione di Forster, p. LIII-LVIII nella versione inglese di Spelmann, vol. II) li chiama αυτονομοι; prima della conquista di Mitridate, sono denominati da Appiano αρειμανες (de bello Mithrid. c. 15 t. 1 p. 661 dell'ultima e miglior edizione di Gio. Schweighaeuser, Lipsia, 1785, 3 vol. in 8 gr.).

[78.] Appiano (de bello Mithrid.) e Plutarco (in vita Pomp.) parlano della conquista della Colchide, fatta da Mitridate e da Pompeo.

[79.] Possiamo rintracciare l'origine e la caduta della famiglia di Polemone in Strabone (l. XI p. 755, l. XII p. 867), in Dion Cassio o Zifilino (p. 588, 593, 601, 719, 754, 915, 946, ed. Reimar), in Svetonio (in Ner. c. 18, in Vespas. c. 8), in Eutropio (VII, 14), in Gioseffo (antiq. Judaic. l. XX c. 7 p. 970, ediz. Havercamp) ed in Eusebio (Chron. colle Animadv. di Scaligero).

[80.] Al tempo di Procopio non v'erano Fortezze romane sul Fasi. Pizio e Sebastopoli furono sgombrate al sentire che i Persiani si avvicinavano (Goth. l. IV c. 4); ma l'ultima di queste piazze fu restaurata da Giustiniano (de Edif. l. IV c. 7).

[81.] A' giorni di Plinio, di Arriano e di Tolomeo, i Lazi formavano una particolare tribù sul confine settentrionale della Colchide (Cellario, Geograph. ant. t. 11 p. 222.) Nell'età di Giustiniano, si sparsero, od almeno regnarono su tutto il paese. Al presente, hanno trasmigrato lungo la costa verso Trebisonda, e compongono un rozzo popolo, dedito alla pescagione, che parla un linguaggio particolare (Chardin, p. 149. Peyssonel. p. 64).

[82.] Gio. Malala, Cron. t. 11 p. 134-137. Teofane, p. 144 Hist. Miscel. l. XV p. 103. Autentico è il fatto, ma la data par troppo recente. Nel parlare della loro alleanza persiana, i Lazi contemporanei di Giustiniano usano obsolete parole: εν γραμμασι μινιμεια, προγονοι. — Potevano queste parole appartenere ad un'alleanza che da soli vent'anni era sciolta?

[83.] Non rimane altro vestigio di Petra che negli scritti di Procopio e di Agatia. La maggior parte delle città e castella della Lamica si può ritrovare col paragonare i nomi, e la posizione loro colla carta della Mingrelia, in Lamberti.

[84.] Vedi le piacevoli lettere di Pietro della Valle, viaggiatore romano (Viaggi, t. 2 p. 207, 209, 213, 215, 266, 286, 300, t. III p. 54, 127). Negli anni 1618, 1619 e 1620, egli conversò con Shà Abbas e vivamente incoraggiò un disegno che avrebbe unito la Persia e l'Europa contro il Turco, loro comune inimico.

[85.] Vedi Erodoto (l. 1 c. 140 p. 69), il qual parla con diffidenza (Larcher, t. 1 p. 399-401. Notes sur Herodote), Procopio (Persic. l. 1 c. 11), e Agatia (l. 2 p. 61, 62). Questa pratica, conforme al Zendavesta (Hide, de Relig. Pers. c. 34 p. 414-421); dimostra che la sepoltura dei Re persiani (Senofonte, Cirop. l. 8 p. 658, Τι γαρ τουτου μακαριωτερον του τῃ γῃ μιχθηναι), è una finzione greca, e che le tombe loro non potevano essere che cenotafi.

[86.] Il supplizio di scorticare un uomo vivo non potè esser introdotto in Persia da Sapore (Brisson, de Regn. Pers. l. 2, p. 578), nè copiato dalla insulsa storiella di Marsia, suonatore di Frigia, più insulsamente citata, come esempio, da Agatia (l. 4 p. 132, 133).

[87.] Nel palazzo di Costantinopoli v'erano trenta silenziarj, che si chiamavano hastati ante fores cubiculi, της σιγης επισαται, onorevol titolo, che conferiva il grado di Senatore, senza imporne i doveri (Cod. Teodos. l. 6 tit. 23. Coment. del Gotofred. t. 2 p. 129).

[88.] Intorno a queste orazioni giudiciali, Agatia (l. 3 p. 81-89, l. 4 p. 108-119) spende diciotto o venti pagine di una falsa e fiorita rettorica. L'ignoranza o trascuranza di lui giunge al segno di passare in silenzio il più forte argomento contro il Re di Lazica cioè l'antecedente sua ribellione.

[89.] Procopio espone l'usanza della Corte gotica di Ravenna (Goth. l. 1 c. 7). Gli Ambasciatori stranieri sono stati trattati con gelosia e rigor non diverso in Turchia (Busbechio, ep. 3 p. 149, 242 ecc.), in Russia (Viaggio di Oleario), e nella China (Relazione del sig. di Lange ne' viaggi di Bell, vol. 2 p. 189-311).

[90.] Le pratiche ed i trattati tra Giustiniano e Cosroe si spiegano copiosamente da Procopio (Persic. l. 2 c. 10, 13, 26, 27, 28. Goth. l. 2 c. 11, 15), da Agatia (l. 4 p. 141, 142) e da Menandro (in Excerpt. Legat. p. 132-147). Si consulti Barbeyrac, Hist. des anciens Traités, t. 2 p. 154, 181-184, 193-200.

[91.] D'Herbelot, Bibliot. Orient. p. 680, 681, 294, 295.

[92.] Vedi Buffon, Hist. Natur. t. 3 p. 449. La forma dei lineamenti arabi, ed il colore della lor pelle, che han durato per 3400 anni (Ludolph. Hist. et Comment. Æthiop. l. 1 c. 4) nella colonia dell'Abissinia, può giustificare il sospetto, che la razza ugualmente che il clima abbiano contribuito a formare i Negri delle regioni adiacenti e simili fra loro.

[93.] I Missionari portoghesi, Alvarez (Ramusio, t. 1 f. 204 rect. 274 vers.), Bermudez (Purcha's Pilgrims, vol. 2 l. V c. 7 p. 1149-1188), Lobo (Relation etc. par M. Legrand, con XV Dissertazioni. Parigi 1728) e Tellez (Relation de Thévenot, part. IV) non han potuto riferire della moderna Abissinia che quanto essi hanno veduto od inventato. L'erudizione di Ludolfo (Hist. Ætiop. Francoforte, 1681, Commentario, 1691. Append. 1694) in venticinque lingue, non potè aggiungere gran cosa all'istoria antica di quel paese. Non pertanto la fama di Caled od Ellisteo, conquistatore dell'Yemen, vien celebrata in canti nazionali e in leggende.

[94.] Le negoziazioni di Giustino cogli Axumiti o Etiopi son ricordate da Procopio (Persic. l. 1 c. 19, 20) e da Giovanni Malala (t. 2 p. 163-165, 193-196). L'istorico di Antiochia cita la relazione originale dell'ambasciatore Nonnoso, della quale un curioso estratto ci venne serbato da Fozio (Bibl. Cod. 3).

[95.] Il commercio degli Axumiti sulle coste dell'India e dell'Affrica e nell'isola di Ceilan, è curiosamente descritto da Cosma Indicopleuste (Topogr. Christ. l. 2 p. 132, 138, 139, 140, l. 11 p. 338, 339).

[96.] Ludolfo, Hist. et Comment. Æthiop. l. 2 c. 3.

[97.] La città di Negra, o Nag'ran, nell'Yemen, è circondata da palme, e giace sulla strada maestra fra la capitale Saana e la Mecca; distante dieci giornate di una carovana di cammelli dalla prima, e venti dalla seconda (Abulfeda, Descript. Arabiae, p. 52).

[98.] Il martirio di S. Areta, Principe di Negra, e de' suoi trecento e quaranta compagni, è abbellito nelle leggende di Metafraste e di Niceforo Callisto, copiato dal Baronio (A. D. 522, n. 22-26. A. D. 523, n. 16-29), ed è confutato, con oscura diligenza dal Basnagio (Hist. des Juifs, t. 12 l. 8 c. 2 p. 333-348), il quale investiga lo stato degli Ebrei nell'Arabia e nell'Etiopia.

[99.] Alvarez (in Ramusio, t. I f. 219 vers. 221 vers.) vide il florido stato di Axuma nell'anno 1520, luogo molto buono e grande. Axuma cadde in rovina per un'invasione de' Turchi. Non rimangono ora più di 100 case; ma la rimembranza della sua passata grandezza vien tuttavia serbata dall'incoronazione dei Re (Ludolfo, Hist. et Comment. l. 2 c. 11).

[100.] Le rivoluzioni dell'Yemen nel sesto secolo si debbono raccogliere da Procopio (Persic. l. I c. 19, 20), da Teofane Bizantino (apud Phot. cod. 63 p. 80), da S. Teofane (in Chronograph. p. 144, 145, 188, 189, 206, 207, ch'è piena di strani abbagli), da Pocock (Specimen Hist. Arab. p. 62, 63), da D'Herbelot (Bibliot. Orient. p. 12-477) e dal Discorso preliminare e Corano di Sale (c. 105). La rivolta di Abrahah è ricordata da Procopio; e la sua caduta, benchè annuvolata da miracoli, è un fatto istorico.

[101.] Per le turbolenze dell'Affrica, io non ho, nè desidero di aver altra guida fuorchè Procopio, il qual vide co' proprj occhi i memorabili avvenimenti de' suoi tempi, o ne raccolse colle proprie orecchie il racconto. Nel secondo libro della guerra Vandalica, egli narra la ribellione di Stoza (c. 12-24), il ritorno di Belisario (c. 15), la vittoria di Germano (c. 16, 17, 18), la seconda amministrazione di Salomone (c. 19, 20, 21), il governo di Sergio (c. 22, 23), di Areobindo (c. 24), la tirannia e morte di Gontari (c. 25, 26, 27, 28); nè posso discernere alcun segno di adulazione o di malevolenza nei suoi diversi ritratti.

[102.] Non posso però ricusargli il merito di pingere, con vivaci colori, l'assassinio di Gontari. Uno degli uccisori manifestò sensi non indegni di un cittadino romano: «Se io fallisco, disse Artasire, il primo colpo, uccidetemi immediatamente, affinchè le torture non abbiano da strapparmi di bocca la confessione de' miei complici».

[103.] Le guerre contro i Mori sono per occasione introdotte nel racconto di Procopio (Vandal. l. II c. 19, 23, 25, 27, 28. Gothic. l. IV c. 17); e Teofane aggiunge alcuni avvenimenti, prosperi ed avversi, che si riferiscono agli ultimi anni di Giustiniano.

[104.] Ora Tibesh nel regno d'Algeri. È bagnata dal fiume Sujerass, che cade nella Mejerda (Bagradas). Tibesh è tuttora osservabile per le sue mura di grosse pietre, simili a quelle del Coliseo di Roma, e per una fontana ed un boschetto di castagni: la contrada è fertile, ed i vicini Bereberi sono una guerriera tribù. Si chiarisce da un'iscrizione, che sotto il regno di Adriano, la strada da Cartagine a Tebeste, fu costruita dalla terza legione (Marmoll. Description de l'Afrique, tom. II p. 442, 443. Shaw's Travels, p. 64, 65, 66).

[105.] Procopio, Aneddoti, c. 18. La serie della storia affricana attesta questa malinconica verità.

[106.] Nel secondo (c. 50) e nel terzo libro (c. 1-40) Procopio continua l'istoria della guerra gotica dal quinto sino al decimoquinto anno di Giustiniano. Siccome gli eventi sono meno importanti che nel primo periodo, il suo racconto occupa metà dello spazio per un tempo del doppio maggiore. Giornande e la Cronica di Marcellino ci somministrano qualche altro lume. Il Sigonio, il Pagi, il Muratori, il Mascou ed il Buat porgono soccorsi di cui ho profittato.

[107.] Silverio, vescovo di Roma, fu da principio trasportato a Patara, nella Licia, e finalmente fatto morire di fame (sub eorum custodia inedia confectus) nell'isola di Palmaria, A. D. 538, mese di giugno (Liberat. in Breviar. c. 22. Anastasius, in Sylverio. Baronius. A. D. 540 n. 2, 3. Pagi, in Vit. Pont. Tom. I pag. 285, 286). Procopio (Aneddoti, c. 1) accusa soltanto l'Imperatrice ed Antonina.

[108.] Palmaria, isoletta che giace dirimpetto a Terracina, ed alla costa dei Volsci (Cluver. Ital. Antiq. 1. III c. 7 p. 1024).

[109.] Siccome il Logoteta Alessandro e la maggior parte de' suoi colleghi civili e militari erano caduti in disgrazia o in disprezzo, l'Autore degli Aneddoti (c. 4, 5, 18) non adopera colori molto più neri che nell'istoria Gotica (l. III c. 1, 3, 4, 9, 20, 21, ecc.).

[110.] Procopio (l. III c. 2, 8 ecc.) rende giustizia ampia e spontanea al merito di Totila. Gli storici Romani, da Sallustio e Tacito in poi, si compiacevano nel dimenticare i vizj dei loro concittadini, riguardando alle virtù dei Barbari.

[111.] Procopio, l. III c. 12. L'anima di un eroe è profondamente impressa in questa lettera, nè possiamo noi confondere tali atti genuini ed originali insieme con le elaborate e spesso vuote concioni degli storici Bizantini.

[112.] Procopio non dissimula l'avarizia di Bessa (l. III c. 17, 20). Questi espiò la perdita di Roma con la gloriosa conquista di Petra (Goth. l. IV c. 12): ma gli stessi vizj lo seguitarono dal Tevere al Fasi (c. 13); e l'istorico narra con egual verità i meriti e i difetti del suo carattere. Il castigo che l'autore del romanzo di Belisario ha inflitto all'oppressore di Roma è più conforme alla giustizia che all'istoria.

[113.] Durante il lungo esilio di Vigilio, e dopo la sua morte, la chiesa romana fu governata dall'arcidiacono, indi Papa (A. C. 555) Pelagio, il quale fu creduto non innocente dei mali sofferti dal suo predecessore. Vedi le vite originali dei Papi sotto il nome di Anastasio (Muratori, Script. rer. italicarum, tom. III P. 1 p. 130, 131. il quale narra varj curiosi accidenti degli assedj di Roma e delle guerre d'Italia).

[114.] Il monte Gargano, ora monte S. Angelo, nel regno di Napoli, si prolunga trecento stadj nel mare adriatico (Strab. l. VI p. 436), e nei secoli tenebrosi fu illustrato dall'apparizione, dai miracoli e dalla chiesa di S. Michele Arcangelo. Orazio, nativo di Apulia o Lucania, avea veduto le querce e gli olmi del Gargano, sbattuti e muggenti per la forza del vento settentrionale che soffiava su quell'alta costa (Carm. II, 9. Epist. II, I, 201).

[115.] Non posso determinare esattamente la posizione di questo campo di Annibale; ma gli alloggiamenti Punici stettero lungo tempo e spesso nelle vicinanze di Arpi (Tito Livio, XXII, 9, 12; XXIV, 3, ecc.).

[116.] Totila..... Romani ingreditur..... ac evertit muros, domos aliquantas igni comburens, ac omnes Romanorum res in praedam accepit, hos ipsos Romanos in Campaniam captivos abduxit. Post quam devastationem, XL aut amplius dies, Roma fuit ita desolata, ut nemo ibi hominum, nisi (nullae?) bestiae morarentur (Marcellin. in Chron. p. 54).

[117.] I Triboli sono ferri con quattro punte, una delle quali si pianta in terra, e le tre altre sorgono verticali od oblique (Procopio, Got. l. III c. 24. Giusto Lipsio, Poliorcete, l. V c. 3). La metafora è tolta dai triboli, pianta che produce frutti spinosi, comune in Italia (Martino, ad Virgil. Georg. I, 153, vol. II p. 33).

[118.] Ruscia, il Navale Thuriorum, fu trasferita in distanza di sessanta stadj a Ruscianum, Rossano, arcivescovato senza suffraganei. La repubblica di Sibari è ora una terra del duca di Corigliano (Riedesel, viaggi nella Magna Grecia e nella Sicilia, p. 166-171).

[119.] Questa cospirazione vien riferita da Procopio (Goth., l. III c. 31, 32) con tal ingenuità e candore, che la libertà degli Aneddoti non gli porge più nulla da aggiungere.

[120.] Gli onori di Belisario sono con piacere rammemorati dal suo segretario (Procopio, Goth. l. III c. 35; l. IV c. 21). Il titolo di Στρατηγος è mal tradotto, almeno in questa occasione, col praefectus praetorio; e trattandosi di una carica militare, sarebbe meglio dire magister militum (Ducange, Gloss. Graec. p. 1458, 1459).

[121.] Alemanno (ad Hist. Arcan. p. 68), Ducange (Familiae Byzant. p. 98) ed Eineccio (Hist. juris civilis, p. 434) rappresentano tutti tre Anastasio come figlio della figlia di Teodora; e l'opinione loro saldamente si appoggia sulla chiarissima testimonianza di Procopio (Aneddoti, c. 4, 5, θυγατριδω, due volte ripetuto). Tuttavia io farò notare, 1. che nell'anno 547, Teodora poteva difficilmente avere un nipote giunto alla pubertà; 2. che noi siamo affatto al bujo di questa figlia e del suo marito; 3. che Teodora nascondeva i suoi bastardi, e che il suo nipote dal lato di Giustiniano sarebbe stato l'erede presuntivo dell'Impero.

[122.] Gli αμαρτηματα, od errori dell'eroe in Italia e dopo il suo ritorno, sono manifestati απαρακαλυωτως, e più probabilmente ingrossati dall'autore degli Aneddoti (c. 4, 5). I disegni di Antonina erano favoriti dalla fluttuante giurisprudenza di Giustiniano: sopra la legge del matrimonio e del divorzio quest'Imperatore era trocho versatilior (Eineccio, Elem. juris civilis ad ordinem Pandect. P. IV n. 233).

[123.] I Romani erano tuttora affezionati ai monumenti dei loro maggiori; e secondo Procopio (Got. l. IV c. 22) la galera di Enea, di un solo ordine di remi, larga 25 piedi, e lunga 120, conservavasi intera nel Navalia presso il Monte Testaceo, ai piedi dell'Aventino (Nardini, Roma antica, l. VII c. 9 p. 466. Donato, Roma antica, l. IV c. 13 p. 334). Ma tutti gli autori antichi nulla dicono di questa reliquia.

[124.] In que' mari, Procopio cercò invano l'isola di Calipso. In Feacea o Corcira, gli fu mostrata la nave impietrita di Ulisse (Odyss. XIII, 163); ma egli trovò che era una fabbrica recente, composta di molte pietre, e dedicata da un mercatante a Giove Cassio (l. IV c. 22). Eustazio aveva supposto che fosse la fantastica rassomiglianza di una rupe.

[125.] Il Danville (Mem. de l'Acad. tom. XXXII p. 513-528) illustra il golfo di Ambracia; ma non può determinare la situazione di Dodona. Un paese che giace in vista della Italia è men conosciuto che i deserti dell'America.

[126.] Vedi gli atti di Germano nell'istoria pubblica (Vandal. l. II c. 16, 17, 18. Got. l. III c. 31, 32) e nell'istoria segreta (Aneddoti, c. 5); e quelli di suo figlio Giustino, in Agatia (l. IV p. 130, 131). Non ostante un'espressione ambigua di Giornande, fratri suo, Alemanno ha trovato che egli era figlio del fratello dell'Imperatore.

[127.] Conjuncta Aniciorum gens cum Amala stirpe, spem adhuc utriusque generis promittit (Giornande, c. 60 p. 703). Egli scrisse in Ravenna prima della morte di Totila.

[128.] Il terzo libro di Procopio termina colla morte di Germano (Add. l. IV c. 23, 24, 25, 26).

[129.] Procopio riferisce tutta la serie di questa seconda guerra gotica e della vittoria di Narsete (l. IV c. 21, 26-35). Splendido quadro! Fra i sei argomenti di poema epico che il Tasso volgeva in mente, egli esitava tra la conquista d'Italia fatta da Belisario e quella fatta da Narsete (Hayley's Works, vol. IV p. 70).

[130.] Ignota è la patria di Narsete, poichè non si dee confonderlo col Persarmeno. Procopio gli dà il nome di (Got. l. II c. 13) Βασιλικων χρηματων ταμιας, Paolo Varnefrido (l. II c. 3 p. 776) lo chiama Chartularius: Marcellino aggiunge il titolo di Cubicularius. In un'iscrizione sul ponte Salario egli vien chiamato Ex-Consul, Ex-Praepositus, Cubiculi Patricius (Mascou, Storia dei Germani, l. XIII c. 25). La legge di Teodosio contro gli eunuchi era caduta in disuso o abolita (annot. XX). Ma la sciocca profezia dei Romani sussisteva in tutto il vigore (Procop. l. IV c. 21).

[131.] Il Lombardo Paolo Varnefrido racconta con compiacenza i soccorsi, i servigi e l'onorevol congedo de' suoi paesani. Reipublicae Romanae adversus aemulos adjutores fuerant (l. II c. 1 p. 774, ediz. Grot.). Mi fa stupore che Alboino, guerriero lor re, non conducesse in persona i suoi sudditi.

[132.] Egli fu, se non un impostore, il figlio del cieco Zame, salvato per compassione ed allevato nella Corte di Bisanzio pei differenti motivi di politica, di generosità e di orgoglio (Procop. Persic. l. I c. 23).

[133.] Al tempo di Augusto e nel medio evo, tutto il territorio che si stende da Aquileja a Ravenna era coperto di boschi, di laghi e di paludi. L'uomo ha vinto la natura, e si coltivò la terra dopo che cacciate od imprigionate ne furon le acque. Vedi le erudite ricerche del Muratori (Antiquitat. Italiae Medii aevi, tom. I, dissert. XXI p. 253, 254) tratte da Vitruvio, Strabone, Erodiano, dai vecchi diplomi, e dalla cognizione de' luoghi.

[134.] La via Flaminia, secondo le correzioni del Danville, fatte dietro gl'itinerari e le migliori carte moderne (Analyse de l'Italie, p. 147-162), può determinarsi nel modo che segue: da Roma a Narni, 51 miglia romani; a Terni, 57; a Spoleto, 75; a Foligno, 88; a Nocera, 103; a Cagli, 142; ad Intercisa, 157; a Fossombrone, 160; a Fano, 176; a Pesaro, 184; a Rimini, 208; circa 189 miglia inglesi. Egli non parla della morte di Totila; ma Vesselingio (Itinerar. p. 614) in luogo del campo di Tagina mette l'incognito nome di Ptanias in distanza di otto miglia da Nocera.

[135.] Tagina, o veramente Tadina, vien ricordata da Plinio; ma la sede vescovile di questa oscura città, posta nella pianura distante un miglio da Gualdo, fu riunita nel 1007 a quella di Nocera. Si conservano i segni dell'antichità nei nomi dei luoghi, come Fossato (il campo), Capraja (Caprea), Bastia (Busta gallorum). Vedi Cluverio (Italia antiqua, l. II c. 6 p. 615, 616, 617), Luca Olstenio (Adnot. ad Cluver. p. 85, 86), Guazzesi (dissert. p. 177-217, che di ciò tratta ex professo), e le carte dello Stato ecclesiastico pubblicate da Le Maire, e Magini.

[136.] Avvenne questa battaglia nell'anno di Roma 458, ed il Console Decio, col sacrificare la propria vita, assicurò il trionfo della sua patria e del suo collega Fabio (Tito Livio, X, 28, 29). Procopio ascrive a Camillo la vittoria di Busta Gallorum; ed il suo errore vien impugnato da Cluverio col nazionale rimprovero di Graecorum nugamenta.

[137.] Teofane, Chron. p. 193. Hist. Miscell. l. XVI p. 108.

[138.] Evagrio, l. IV c. 24. L'inspirazione della Vergine rivelò a Narsete il giorno e la parola d'ordine della battaglia. (Paolo Diacono, l. II c. 3 p. 776).

[139.] Επι τουτου βασιλευοντος το πεμπτον εαλω. (Regnando lui presa cinque volte). Nell'anno 536 da Belisario, nel 546 da Totila, nel 547 da Belisario, nel 549 da Totila, e nel 552 da Narsete. Maltrate si è apposto male traducendo sextum; errore che egli ritratta in appresso: ma il male era fatto; e Cousin, con una mano di lettori francesi e latini, era caduto nell'inganno.

[140.] Si paragonino due passi di Procopio (l. III c. 26; l. IV c. 24), i quali, aggiungendovi qualche lume tolto di Marcellino e da Giornande, illustrano lo stato del Senato spirante.

[141.] Vedi, nell'esempio di Prusia, come trovasi nei frammenti di Polibio (excert. legat. XCVII p. 927, 928) un curioso ritratto di uno schiavo regale.

[142.] Il Δρακων di Procopio (Goth. l. IV c. 35) è manifestamente il Sarno. Cluverio ne accusa od altera con violenza il testo (l. IV c. 3 p. 1156); ma Camillo Pellegrini di Napoli (Discorsi sopra la Campania Felice, p. 330, 331) ha provato con antichi documenti che sia dall'anno 822 quel fiume chiamavasi il Dracontio, o Draconcello.

[143.] Galeno (De Method. Medendi, l. V apud Cluver. l. IV c. 3 p. 1159, 1160) descrive il sito elevato, l'aria pura ed il prezioso latte del monte Lattario, i cui benefici effetti erano egualmente conosciuti e ricercati al tempo di Simmaco (l. VI epist. 18) e di Cassiodoro (Var. XI, 10). Nulla or ne rimane, tranne il nome della città di Lettere.

[144.] Il Buat (tom. XI p. 2 ec.) fa passare in Baviera, suo prediletto paese, questo avanzo di Goti, i quali da altri vengono sepolti nei monti di Uri, o restituiti alla natia lor isola di Godlanda (Mascou, annot. XXI).

[145.] Io lascio che Scaligero (Animadvers. in Euseb. p. 59) e Salmasio (Exercitat. Plinian. p. 51, 52) contendano fra loro intorno all'origine di Cuma, la più antica delle colonie greche in Italia (Strab. l. V p. 372. Vellejo Patercolo, l. I c. 4), già quasi deserta al tempo di Giovenale (Satir. III), ed ora in rovina.

[146.] Agatia (l. I c. 21) mette la grotta della Sibilla sotto le mura di Cuma; egli in ciò si accorda con Servio (ad l. VI Aeneid.); nè io scorgo perchè l'opinione loro sia rigettata da Heyne, eccellente editore di Virgilio (tom. II p. 650, 651). In urbe media secreta religio! Ma Cuma non era ancor fabbricata; ed i versi di Virgilio (l. VI 96, 97) diverrebbero ridicoli, se Enea si trovasse in una città greca.

[147.] Avvi qualche difficoltà nel connettere il capitolo 35. del libro IV della guerra Gotica di Procopio insieme col libro primo dell'istoria di Agatia. Ci è forza ora lasciare uno statista ed un soldato per seguire i passi di un poeta e di un retore (l. I p. 11; l. II p. 51, ediz. Louvre).

[148.] Tra le favolose imprese di Buccellino si trova che egli sconfisse ed uccise Belisario, soggiogò l'Italia e la Sicilia, ec. Vedi, negli Storici di Francia, Gregorio di Tours (tom. II l. III c. 32 p. 203) ed Aimoino (tom. III l. II. De Gestis Francorum, c. 23 p. 59).

[149.] Agatia parla della loro superstizione con filosofico stile (l. I p. 18). A Zug, nella Svizzera, l'idolatria dominava ancora nell'anno 613. San Colombano e San Gallo furono gli apostoli di quel selvaggio paese; e quest'ultimo fondò un romitorio, che, crescendo, divenne un principato ecclesiastico ed una città popolosa, sede della libertà e del commercio.

[150.] Vedi la morte di Lotario in Agatia (l. II p. 38) ed in Paolo Varnefrido, soprannominato il Diacono (l. II c. 3 p. 775). I Greci lo fanno divenir frenetico e mangiarsi la propria carne. Egli avea saccheggiato le chiese.

[151.] Il P. Daniele (Hist. de la Milice françoise, t. I p. 17-21) ha fatto di questa battaglia una descrizione a capriccio, alquanto nel genere del cavaliere Folard, l'editore una volta famoso di Polibio, il quale accomodava, a norma delle sue abitudini ed opinioni, tutte le operazioni militari dell'Antichità.

[152.] Agatia (l. II p. 47) riferisce un epigramma greco di sei versi sopra questa vittoria di Narsete, che favorevolmente vien paragonata alla battaglia di Maratona e di Platea. La differenza principale, a dire il vero, sta nelle conseguenze loro: — così triviali nel primo caso — così durevoli e gloriose nel secondo.

[153.] In cambio del Beroi e del Brincas di Teofane o del suo copista (p. 201) si dee leggere ed intendere Verona e Brixia.

[154.] Ελιπετο γαρ οιμαι, αυτοις υπο αβελτελτεριας τας ασπιδας τυχον και τα κρανη αμφορεως οινου βαρβιτου αποδοσθαι. «Rimanea solo, io penso, alla loro stoltezza, il contrattare scudi e cimieri con fiaschi di vino, e con chitarre». (Agatia, l. II p. 48) Nella prima scena del Riccardo III, Shakespeare ha bellamente amplificato questa idea di cui probabilmente non andava obbligato all'istorico Bizantino.

[155.] Il Maffei ha provato (Verona illustrata, P. I l. X p. 257, 289), contro l'opinione comune, che i Duchi d'Italia furono instituiti avanti la conquista dei Lombardi dallo stesso Narsete. Nella Sanzione Prammatica (n. 23), Giustiniano ristringe gli iudices militares.

[156.] Vedi Paolo Diacono, l. III c. 2 p. 776. Menandro (in Excepta Legat. p. 133) ricorda alcune sollevazioni in Italia, eccitate dai Franchi; e Teofane (p. 201) fa cenno di qualche ribellione dei Goti.

[157.] La Sanzione Prammatica di Giustiniano, la quale stabilisce e regola lo stato civile dell'Italia, è composta di 27 articoli: e porta la data de' 15 agosto anno 554. Essa è indirizzata a Narsete, V. J. Praepositus Sacri Cubiculi, e ad Antioco, Praefectus Praetorio Italiae; e ci fu conservata da Giuliano Antecessore: trovasi nel Corpus Juris Civilis, dopo le Novelle e gli Editti di Giustiniano, di Giustino e di Tiberio.

[158.] Un numero più grande ancora perì di fame nelle province meridionali, senza comprendervi (εκτος) il golfo Jonico. Le ghiande tenevano il luogo del pane. Procopio ha veduto un orfanello abbandonato, cui una capra allattava. Diciassette passaggieri furono alloggiati, trucidati e mangiati da due donne, le quali un diciottesimo viaggiatore discoperse ed uccise, ec.

[159.] Quinta Regio Piceni est; quondam, uberrimae multitudinis CCCLX millia Picentium in fidem P. R. venere (Plin. Hist, Nat. III, 18). Al tempo di Vespasiano, questa antica popolazione era già diminuita.

[160.] Forse quindici o sedici milioni. Procopio (Aneddoti, c. 18) fa il conto che l'Affrica perdè cinque milioni, che l'Italia era tre volte più estesa, e che la spopolazione fu proporzionatamente più grande. Ma questi computi sono esagerati dalla passione, ed annebbiati dall'incertezza.

[161.] La satira che fa Procopio (Aneddoti, c. 24. Alemanno, p. 101 e 103) di queste scuole militari, vien confermata ed illustrata da Agatia (l. V p. 159), che non si può rigettare come testimonio nemico.

[162.] La distanza da Costantinopoli a Melanzia, Villa Caesariana (Ammiano Marcell. XXX, 2), viene variamente fissata da 102 a 140 stadj (Suida, f. II p. 522, 523. Agatia, l. V p. 158), ovvero da diciotto a diciannove miglia (Itineraria, p. 138, 230, 323, 332, ed Osservazioni di Vesselingio). Le prime dodici miglia sino a Reggio furono fatte selciare da Giustiniano, il quale edificò un ponte sopra una palude o un gorgo che trovasi tra un lago ed il mare (Procop. de Edif. l. IV c. 8).

[163.] L'Atyras (Pompon. Mela, l. II c. 2 p. 169, ed. Voss.). All'imboccatura del fiume, Giustiniano fortificò una città o rocca dello stesso nome (Procop. de Aedif. l. IV c. 2. Itin. p. 570 e Vesselingio).

[164.] La guerra contro i Bulgari, e l'ultima vittoria di Belisario sono imperfettamente descritte nella prolissa declamazione di Agatia (l. V p. 154-174) e nell'arida cronaca di Teofane (p. 197, 198).

[165.] Ινδους. Non si può ben credere che fossero veri Indiani; e gli Etiopi, alle volte conosciuti sotto quel nome, non vennero mai usati dagli antichi in qualità di guardie o seguaci: essi formavano il frivolo, benchè costoso oggetto del lusso femminile e regale (Terenzio, Eunuco, atto I, scena II. Svetonio, in August. c. 83, con una buona nota di Casaubono in Caligula, c. 57).

[166.] Procopio fa menzione di Sergio (Vandal. l. II c. 21, 22. Aneddoti, c. 5) e di Marcello (Got. l. III c. 32). Vedi Teofane, p. 197, 201.

[167.] Alemanno (p. 3) cita un antico codice Bizantino, che fu inserito nell'Imperium Orientale del Banduri.

[168.] Il genuino ed originale rapporto della disgrazia e del risorgimento di Belisario si rinviene nel frammento di Giovanni Malala (t. II p. 234-243) e nell'esatta Cronaca di Teofane (p. 194-204). Cedreno (Compendium, p. 387, 388) e Zonara (t. II l. XIV p. 69) sembrano esitare tra la verità invecchiata e la menzogna che prendeva vigore.

[169.] L'origine di questa favoletta par venire da un'opera miscellanea del duodecimo secolo, le Chiliadi, di Giovanni Tzetze Monaco (Basilea 1546, ad calcem Lycophront. Colon. Allobrog. 1614, in Corp. poet. graec.). Egli racconta la cecità e la mendicità di Belisario in dieci versi popolari o politici (Chiliad. III n. 88, 339-348, in Corp. poet. graec. t. II p. 311).

Εκπωμα ξυλινον κρατων εβοα τω μιλιω

Βελισαριω οβολον δοτε τω στρατηλατη

Οκ τυχη μεν εδοξασεν, αποτυφλοι δο φθονος.

«Tenendo in mano una coppa di legno, gridava al popolo: date un obolo a Belisario Generale, glorificato già dalla sorte, poi dall'invidia accecato».

Questa morale o romanzesca novella fu portata in Italia insieme con la lingua ed i codici della Grecia; e quivi fu ripetuta avanti il fine del secolo XV da Crinito, da Pontano e da Volaterrano; impugnata da Alciato, per onor della giurisprudenza; e difesa dal Baronio (A. D. 561 n. 2 ec.) per onor della Chiesa. Non pertanto lo stesso Tzetze aveva letto in altre cronache che Belisario non perdette la vista, e che ricuperò la sua riputazione ed i suoi beni.

[170.] La statua che trovasi nella villa Borghese a Roma, seduta e colla mano stesa a chiedere, che volgarmente si attribuisce a Belisario, può con più dignità attribuirsi ad Augusto in atto di farsi Nemesi propizia (Winkelman, Hist. de l'Art, t. III p. 266). Ex nocturno visu etiam stipem, quotannis, die certo, emendicabat a populo, cavam manum asses porrigentibus praebens (Suet. in August. c. 91, con un'eccellente nota di Casaubono).

[171.] La penna di Tacito punge sottilmente il Rubor di Domiziano (in Vit. Agricol. c. 45). Plinio il giovane (Paneg. c. 48) e Svetonio (in Dom. c. 18) e Casaub. (ad loc.), ne fanno cenno essi pure. Procopio (Aneddoti, c. 8) stoltamente crede che un solo busto di Domiziano fosse pervenuto sino al sesto secolo.

[172.] Gli studj e la scienza di Giustiniano si chiariscono più dalla confessione (Aneddoti, c. 8, 13) che dalle lodi (Got. l. III c. 31, de Aedif. l. I. Proem. c. 7) di Procopio. Si consulti il copioso indice di Alemanno, e si legga la vita di Giustiniano scritta da Ludewig (p. 135-142).

[173.] Vedi nella C. P. Christiana del Ducange (l. I c. 24 n. 1) una sequela di testimonianze originali da Procopio nel VI secolo sino a Gillio nel XVI.

[174.] La prima cometa vien rammentata da Giovanni Malala (t. II p. 190, 219) e da Teofane (p. 154); la seconda da Procopio (Persic. l. II c. 4). Tuttavia io sospetto fortemente l'identità loro. Il pallore del sole (Vandal. l. II c. 14) viene applicato da Teofane (p. 158) ad un anno differente.

[175.] Seneca, nell'ottavo libro delle Questioni Naturali, trattando della teoria delle comete, fa prova di filosofica mente. Però non dobbiamo troppo bonariamente confondere una predizione vaga, un veniet tempus, col merito delle scoperte reali.

[176.] Gli Astronomi possono studiare Newton ed Halley. Io traggo l'umile mia dottrina dall'articolo Cometa, nell'Enciclopedia Francese del sig. d'Alembert.

[177.] Whiston, l'onesto, il pio, il visionario Whiston, ha immaginato, per l'era del diluvio di Noè (2242 anni A. C.), un'apparizione anteriore della stessa cometa, la quale annegò la terra colla sua coda.

[178.] Una Dissertazione di Freret (Mém. de l'Acad. des inscript. t. X p. 357-377) presenta un felice aggregato di filosofia e di erudizione. Il fenomeno del tempo di Ogige fu salvato dell'obblio da Varrone ap. August. de civitate Dei, XXI, 8, il quale cita Castore, Dione di Napoli, ed Adrasto di Cizico, nobiles mathematici. I mitologi greci ed i libri aprocrifi dei versi sibillini ci hanno trasmesso la memoria dei due periodi susseguenti.

[179.] Plinio (Hist. Nat. II, 23) ha trascritto i registri originali di Augusto. Il Mairan, nelle ingegnosissime sue lettere al P. Parennin, missionario alla China, trasporta i giuochi e la cometa del settembre, dall'anno 44 all'anno 43 avanti l'era Cristiana; ma io non mi do interamente per vinto dalla critica dell'Astronomo (Opuscoli, p. 275-351).

[180.] Quest'ultima cometa si fece vedere nel dicembre del 1680. Bayle il quale pose mano ai suoi Pensieri sulle comete nel gennajo del 1681 (Opere, t. III), fu obbligato a servirsi di questo argomento, che una cometa soprannaturale avrebbe confermato gli antichi nella loro idolatria. Bernoulli (Vedi il suo Elogio in Fontenelle, t. V p. 99) diceva che la testa della cometa non è un segno straordinario dello sdegno celeste, ma che la coda può esserne uno.

[181.] Il Paradiso Perduto uscì in luce nell'anno 1667; ed i famosi versi (l. II, 708 ec.) che sbigottirono il censore possono alludere alla recente cometa del 1664 osservata da Cassini a Roma in presenza della regina Cristina (Fontenelle, Elogio di Cassini, l. V p. 338). Aveva forse Carlo II lasciato sfuggire qualche segno di curiosità o di spavento?

[182.] Intorno alla cagione dei terremoti, vedi Buffon (t. I p. 502-536, Supplément à l'Histoire Naturelle, t. V p. 382-399, ediz. in 4), Valmont di Bomare (Diction. d'Histoire Naturelle, Tremblemens de Terre, Pyrites), Watson (Chemical essays, t. I p. 181-209).

[183.] I tremuoti che scossero il Mondo romano nel regno di Giustiniano sono descritti o rammentati da Procopio (Got. l. IV c. 25. Aneddoti, c. 18), da Agatia (l. II p. 52, 53, 54; l. V p. 145-152), da Giovanni Malala (Chronaca, t. II p. 140-146, 176, 177, 183, 193, 220, 229, 231, 233, 234), e da Teofane (p. 151, 183, 189, 191-196).

[184.] Altura scoscesa, Capo perpendicolare tra Arado e Botri, detto dai Greci θεων προσωπον, e ευπροσωπον, o λιθοπροσωπον dagli scrupolosi Cristiani (Polib. l. V p. 411. Pompon. Mela, l. I c. 12 p. 87, cum Isaac Voss. observat. Maundrell, Journey, p. 32, 33. Pocock, descript. vol. II p. 93).

[185.] Botri ebbe per fondatore Itobal, re di Tiro (anno A. C. 935-903. Vedi Marsham, Canon. Chron. p. 387, 388). Il villaggio di Patrona che miserabilmente rappresenta quella città, non ha più alcun porto.

[186.] Eineccio (p. 351-356) celebra l'università, lo splendore, e la rovina di Berito come una parte essenziale dell'istoria della giurisprudenza romana. Berito fu distrutta nell'anno XXV del regno di Giustiniano D. C. 551, ai 9 di luglio (Teofane, p. 192). Ma Agatia (l. II p. 51, 52) sospende il tremuoto sino dopo la conquista dell'Italia.

[187.] Ho letto con gran piacere il breve ma elegante trattato di Mead sopra le malattie pestilenziali, ottava edizione, Londra, 1722.

[188.] La gran peste che infuriò nel 542 e negli anni seguenti (Pagi, Critica, t. II p. 518) può rilevarsi da Procopio (Persic. l. II c. 22, 23), da Agatia (l. V p. 153, 154), da Evagrio (l. IV c. 29), da Paolo Diacono (l. II c. 4 p. 776, 777), da Gregorio di Tours (t. II l. II c. 5 p. 205), il quale la chiama lues inguinaria, e dalle cronache di Vittorio Tunnunense (p. 9, in thesaurum temporum), di Marcellino (p. 54) e di Teofane (p. 153).

[189.] Il Dottore Friend (Hist. Medicin. in Opp. p. 416-420. Londra 1733) è persuaso che Procopio avea studiato la medicina dal vedere la cognizione che ha, e l'uso che fa dei termini tecnici. Nondimeno, molte parole che ora sono scientifiche, erano comuni e popolari nell'idioma greco.

[190.] Vedi Tucidide, (l. II c. 47-54 p. 127-133, ediz. Duker) e la descrizione poetica della stessa pestilenza in Lucrezio (l. VI, 1136-1284). Io sono grato al Dottore Hunter per l'elaborato suo comento sopra questa parte di Tucidide, (vol. in 4. di 600 pag. Venezia 1603, apud Junctas) che fu recitato nella Biblioteca di S. Marco da Fabio Paolino di Udine, medico e filosofo.

[191.] Tucidide (c. 51) afferma non prendersi la peste che una sola fiata; ma Evagrio che aveva sperimentato il contagio in famiglia, osserva che alcune persone, scampate dal primo assalto del male, soggiacquero poi al secondo. Questo ritorno della peste vien confermato da Fabio Paolino (588). Io fo avvertire che i medici sono divisi su questo particolare, e che la natura e il modo di operare del contagio non possono esser sempre somiglianti fra loro.

[192.] Così Socrate si salvò per la sua temperanza, nella pestilenza di Atene (Aulo Gellio, notti Attiche, II, 1). Il Dott. Mead attribuisce la particolare salubrità delle case religiose al doppio vantaggio dell'esser separate dalle altre, e dell'astinenza che vi si osserva (p. 18, 19).

[193.] Il Dott. Mead prova che la pestilenza è contagiosa, coll'appoggio di Tucidide, di Lucrezio, di Aristotile, di Galeno, e dell'esperienza comune (p. 10-20); ed egli confuta (Preface, p. 2-13) l'opinione contraria dei medici francesi che visitarono Marsiglia nell'anno 1720. Non pertanto erano dessi i recenti ed illuminati spettatori di una peste che, in pochi mesi, portò via cinquantamila abitatori (Sur la Peste de Marseille, Paris, 1786) di una città, la quale nei presenti giorni della prosperità e del commercio non contiene più di novantamila anime (Necker, sur les Finances, t. I, p. 231).

[194.] Le forti osservazioni di Procopio, ουτε γαρ ιατρω ουτε γαρ ιδιωτη, (nè al medico nè all'uom volgare) sono distrutte dalla susseguente esperienza di Evagrio.

[195.] Procopio (Aneddoti, c. 18) usa da principio alcune figure di rettorica, come le arene del mare ec., indi procura di fare un computo più regolare, e dice che μιριαδας μυριαδων μυριας furono sterminate sotto il regno dell'Imperiale Demonio. L'espressione è oscura sì in grammatica che in aritmetica, ed una interpretazione letterale produrrebbe più milioni di milioni. Alemanno (p. 80) e Causin (t. III p. 178) traducono questo passo per duecento milioni, ma ignoti mi sono i motivi che a ciò gli inducono. Se tolgasi via il μιριαδας, i rimanenti μυριαδων μυριας, una miriade di miriadi, darebbero cento milioni, numero non affatto inammissibile.

[196.] I legisti de' tempi barbari hanno stabilito un metodo assurdo ed inintelligibile di citare le leggi romane; e l'abitudine lo ha perpetuato. Allorchè si riferiscono al Codice, alle Pandette ed alla Instituta, essi non marcano il numero del libro, ma soltanto quello della legge; e si accontentano di riportare le prime parole del titolo di cui la stessa legge fa parte, mentre di tali titoli se ne contano più di mille. Ludewig (vit. Justin. p. 268) fa voti perchè si scuota questo giogo pedantesco, ed io ho osato adottare il semplice e ragionevole metodo di citare il libro, il titolo e la legge.

[197.] L'Alemagna, la Boemia, l'Ungheria, la Polonia e la Scozia le hanno adottate come la legge o la ragion comune: in Francia, in Italia ecc. esse ottengono un'influenza diretta o indiretta, ed in Inghilterra si ebbero in rispetto da Stefano fino ad Edoardo I, il Giustiniano della Gran Brettagna. Vedi Duck (de usu et auctoritate juris civ., l. II c. 1, 8-15); Eineccio (Hist. juris german. c. 3, 4, n. 55-124) e gli istorici delle leggi di ciascun paese.

[198.] Francesco Ottomanno, abile ed illuminato Giureconsulto del secolo decimosesto, tendeva a mortificare Cujacio ed a far la corte al Cancelliere de l'Hôpital. Il suo Antitribonianus, che non ho mai potuto procurarmi, venne pubblicato in francese nell'anno 1609, e la sua setta si è propagata in Germania (Heineccius, Opp. t. III, sylloge 3 p. 171-183).

[199.] In testa di queste guide io pongo, coi riguardi che gli si debbono, l'abile e sapiente Eineccio, professore tedesco morto ad Halle nel 1741 (Vedi il suo elogio nella Nouvelle Bibliothèque germanique, tom. II p. 51-64). Le numerose sue opere furono raccolte in otto volumi in-4. Ginevra, 1743-1748. I trattati separati di cui mi sono principalmente servito, sono: 1. Historia juris romani et germanici, Lugd. Batav. 1740, in-8; 2. Syntagma antiquitatum romanam jurisprudentiam illustrantium, 2 vol. in-8. Traject. ad Rhenum; 3. Elementa juris civilis secundum ordinem institutionum, Lugd. Batav. 1751, in-8; 4. Elementa J. C. secundum ordinem Pandectarum, Traject. 1772, 2 vol. in-8.

[200.] L'estratto di quest'istoria si ritrova in un Frammento De origine juris (Pandette, l. 1 tit. 2) di Pomponio, Giureconsulto romano che vivea sotto gli Antonini (Heineccius, t. III syll. 3 p. 66-126). Esso fu compendiato e verosimilmente alterato da Triboniano, e ristorato da Bynkershoek (Opp. t. 1 p. 279-304).

[201.] Si può studiare l'istoria del governo di Roma sotto i suoi Re, nel primo libro di Tito Livio, ed ancor più estesamente in Dionigi d'Alicarnasso (l. II p. 80-96, 119-130, l. IV p. 198-220), che qualche volta però si mostra retore e Greco.

[202.] Giusto Lipsio (Opp. t. IV p. 279) ha applicato ai tre Re di Roma queste tre divisioni generali delle leggi civili. Gravina (Orig. jur. civ. p. 28, ediz. di Lipsia 1737) addotta questa idea, che Mascou, suo editore tedesco, non può ammettere che con ripugnanza.

[203.] Terrasson, nella sua Storia della giurisprudenza romana (p. 22-72, Parigi 1750, in fol.), si forza con qualche apparato, ma con poco successo, di ristabilire il testo originale. Quest'opera promette assai più di quel che mantiene.

[204.] Il più antico Codice o Digesto fu chiamato jus Papirianum, dal nome di Papirio che lo compilò, e che viveva un poco prima o poco dopo il Regifugium (Pandect. l. 1 tit. 2). I migliori critici, ed anche Bynkershoek (t. 1 p. 284, 285) ed Eineccio (Hist. J. C. R. l. 1 c. 16, 17; ed Opp. t. III, syll. 4 p. 1-8), prestano fede a questa favola di Pomponio, senza far molta attenzione al valore ed alla rarità di simil monumento del terzo secolo, della città illetterata. Io dubito molto che Cajo Papirio, Pontifex Maximus, che fece rivivere le leggi di Numa (Dionigi d'Alicarnasso, l. III p. 171), non abbia lasciato che una tradizione vocale; e che il jus Papirianum di Granio Flacco (Pand. l. L tit. 16, legge 144) non fosse un comentario, ma un'opera originale, compilata al tempo di Cesare. (Censorin. De die Natali, l. III p. 13; Duker, De latinitate J. C. p. 157).

[205.] Nel 1444 si estrassero dal seno della terra sette od otto tavole di rame fra Cortona e Gubio. Una parte di queste tavole, giacchè il resto è in caratteri etruschi, offre lo stato primitivo de' caratteri e della lingua de' Pelasgi, che Erodoto attribuisce a quell'angolo d'Italia (l. 1 c. 56, 57, 50). Del resto si può spiegare questo passo oscuro d'Erodoto, dicendo che si riferisce a Crestona città della Tracia (Note di Larcher, t. 1 p. 256-261). Il dialetto selvaggio delle tavole Eugubine ha messo a tortura la congetture dei critici, ed è ben lontano d'esser rischiarato; ma le sue radici, indubitatamente latine, sono della medesima epoca e dello stesso carattere del Saliare carmen, che ai tempi d'Orazio nessuno intendeva. L'idioma romano successivamente perfezionandosi con un miscuglio di dorico e di greco eolico, offrì a grado a grado lo stile delle dodici Tavole, della colonna Duilliana, d'Ennio, di Terenzio e di Cicerone (Gruter. Inscript. tom. I p. 192; Scipione Maffei, Istoria diplomatica, p. 241-258; Bibl. ital. t. III, p. 30-41, 174-205; t. XIV, p. 1-52).

[206.] Si paragoni Tito Livio (l. III c. 31-59) con Dionigi di Alicarnasso (l. X p. 644; XI p. 691). Quanto mai l'autore romano è conciso ed animato, ed il greco prolisso e senza vita! Non pertanto Dionigi d'Alicarnasso ha mirabilmente giudicato i grandi maestri, ed abilmente esposte le regole della composizione istorica.

[207.] Appoggiato all'autorità degli Storici, Eineccio (Hist. J. R. l. 1, n. 26) afferma che le Dodici Tavole erano di rame, aereas. Nel testo di Pomponio si legge eboreas; e lo Scaligero ha sostituito a questa parola quella di roboreas (Bynkershoek, p. 286). Pare che siasi potuto successivamente adoperare il legno, il rame e l'avorio.

[208.] Cicerone (Tuscul. Quaest. V, 36) parla dell'esilio di Ermodoro; e Plinio (Hist. nat. XXXIV, II) parla della sua statua. La lettera, il sogno e la profezia d'Eraclito sono supposte (Epist. graec. divers. p. 337).

[209.] Il Dottore Bentley (Dissert. sulle lettere di Falari p. 427, 479) abilmente discute tutto ciò che ha relazione alle monete di Sicilia e di Roma, che è un soggetto assai oscuro. L'onore ed il risentimento l'eccitavano ad impiegare in questa controversia tutti i suoi talenti.

[210.] Le navi de' Romani o de' loro alleati arrivarono fino al bel promontorio dell'Affrica (Polibio, l. III p. 177, ediz. di Casaubon, in fol.). Tito Livio e Dionigi d'Alicarnasso parlano dei loro viaggi a Cuma.

[211.] Questo fatto proverebbe solo l'antichità di Caronda, che diede leggi a Reggio ed a Catania; non è che per uno strano equivoco che Diodoro di Sicilia (t. 1 l. XII p. 485-492) gli attribuisce l'istituzione politica di Turio, la quale è di molto posteriore.

[212.] Zaleuco, di cui con sì poca ragione si contestò l'esistenza, ebbe il merito e la gloria di creare con una banda di proscritti (i Locresi) la più virtuosa e meglio costituita repubblica della Grecia. Veggansi due Memorie del Barone di Santa Croce su la legislazione della Magna Grecia. (Mem. dell'Accad. delle Inscriz. t. XLII p. 276-333). Ma le leggi di Zaleuco e di Caronda, la cui autorità sedusse Diodoro e Stobeo, vennero fabbricate da un sofista pitagorico, la frode del quale fu scoperta dalla critica sagacità del Bentleio (p. 335-377).

[213.] Colgo quest'occasione per indicare i progressi delle comunicazioni fra Roma e la Grecia: 1. Erodoto e Tucidide (A. A. C. 300-350) sembrano ignorare il nome e l'esistenza di Roma (Giuseppe, contra Apion. t. 11 l. 1 c. 12 p. 444, ediz. di Havercamp). 2. Teopompo (A. A. C. 400, Plinio, III, 9) parla dell'invasione dei Galli, di cui Eraclide di Ponto fa menzione in una maniera più vaga (Plutarco, in Camillo, p. 292, ediz. H. Stefano). 3. La reale o favolosa ambasceria de' Romani ad Alessandro (A. A. C. 430) viene attestata da Clitarco (Plinio III, 9), da Aristo ed Asclepiade (Arriano, l. VII p. 294-296), e da Mennone d'Eraclea (apud Photium, Cod. 224 p. 725). Il silenzio di Tito Livio a questo riguardo vale una negativa. 4. Teofrasto (A. A. C. 440) primus externorum aliqua de romanis diligentius scripsit (Plinio, III, 9). 5. Licofrone (A. U. C. 480-500) ha sparsa la prima idea d'una Colonia di Trojani e della favola dell'Eneide (Cassandra, 1226-1280).

Γης και θαλασσης σκηπρα και μοναρχιαν

Δαβοντες.

Della terra e del mar gli scettri e il regno

Pigliando.

Predizione ardita avanti il fine della prima guerra punica.

[214.] La decima Tavola (De modo sepulturae) fu tolta ad imprestito da Solone (Cicerone, De legibus, II, 23-26); il Furtum per lancem et licium conceptum proviene, se si presta fede ad Eineccio, dai costumi d'Atene (Antiq. rom. t. II, p. 167-175). Mosè, Solone ed i Decemviri permisero di uccidere un ladro notturno (Exode 22, 3). Demostene, contra Timocratem, t. 1 p. 736, ediz. di Reiske; Macrobio, Saturnalia, l. 1, c. 4; Collatio legum Mosaicarum et romanarum, tit. 7 n. 1 p. 218, ediz. Cannegieter.

[215.] Βραχεως και απεριττως; tale è l'elogio che ne fa Diodoro (t. 1 l. XII p. 494); e che si può tradurre nell'eleganti atque absoluta brevitate verborum d'Aulo Gellio (Nott. Att. XXI, 1).

[216.] Si ascolti Cicerone (De legibus, 11, 23) e quello che egli fa parlare, Crasso (De oratore, 1, 43, 44).

[217.] Vedi Eineccio (Hist. J. R. n. 29-33). Mi son servito delle Dodici Tavole quali furono restaurate da Gravina (Origines J. C. p. 280-307) e da Terrasson, Storia della Giurisprudenza romana, p. 94-205.

[218.] Finis aequi juris (Tacito, Annal. III, 27). Fons omnis publici et privati juris (Tito Livio, III, 34).

[219.] De principiis juris, et quibus modis ad hanc multitudinem infinitam ac varietatem legum perventum sit, ALTIUS disseram (Tacito, Annal. III, 25). Questa profonda discussione non occupa che due pagine, ma sono pagine di Tacito. Tito Livio diceva nello stesso senso, ma con minor energia (III, 34): In hoc immenso aliarum super alias acervatarum legum cumulo, etc.

[220.] Svetonio, in Vespasiano, c. 8.

[221.] Cicerone, ad Familiares, VIII, 8.

[222.] Dionigi, Arbuthnot, e la maggior parte de' moderni (se se ne eccettua Eisenschmidt, de Ponderibus ecc. p. 137-140), valutano centomila assi, diecimila dramme attiche, vale a dire un poco più di trecento lire sterline. Ma il loro calcolo non può applicarsi che agli ultimi tempi, in cui l'asse non era più che la ventiquattresima parte del suo antico peso; e malgrado la scarsezza de' metalli preziosi, io non posso persuadermi che nei primi secoli della repubblica un'oncia d'argento valesse settanta libbre di rame o d'ottone. È molto più semplice e ragionevole di valutare il rame alla sua tassa attuale; e quando si sarà paragonato il prezzo della moneta ed il prezzo del mercato, la libbra romana e la libbra avere del peso, si troverà che il primitivo asse o una libbra romana di rame può essere valutato uno scellino inglese; e che quindi i centomila assi della prima classe valevano cinquemila lire sterline. E dallo stesso calcolo risulterà che un bue si vendeva a Roma cinque lire sterline, una pecora dieci scellini, ed un quarter di grano trenta scellini (Festus, p. 30, ediz. Dacier; Plinio, Hist. nat., XVIII, 4). Io non trovo ragione di rigettare queste conseguenze che moderano le nostre idee sulla povertà de' primitivi Romani.

[223.] Si consultino gli autori che hanno scritto sui Comizj romani, ed in particolar modo Sigonio e Beaufort. Spanheim (De praestantia et usu numismatum, t. 11. Dissert. X, p. 192, 193) offre una curiosa medaglia, in cui si veggono i cista, i pontes, i septa, il diribitor, ecc.

[224.] Cicerone (De legibus, III, 16, 17, 18) discute questa questione costituzionale, ed assegna a suo fratello Quinto il lato meno popolare.

[225.] Prae tumultu recusantium perferre non potuit. Suet. in August. c. 34. Vedi Properzio (l. 11, eleg. 6). Eineccio ha esaurito in un'istoria particolare tutto ciò che ha relazione alle leggi Julia et Papia Poppaea. Opp. t. VII part. 1, p. 1-479.

[226.] Tac. Ann. 1, 15; Lipsia, Excursus E. in Tacitum.

[227.] Non ambigitur senatum jus facere posse. Tale è la decisione di Ulpiano (l. XVI, ad Edict. in Pandect. l. 1, tit. 3 leg. 9). Pomponio dice che i Comizj del popolo erano una turba hominum (Pand. l. 1 tit. 2 leg. 9).

[228.] Il jus honorarium de' Pretori e degli altri Magistrati vien definito in modo preciso nel testo latino della Instituta, l. 1 tit. 2 n. 7. La greca parafrasi di Teofilo (p. 33-38, ed. di Reitz) che lascia sfuggire l'importante parola honorarium lo spiega in una maniera più vaga.

[229.] Dione Cassio (t. 1 l. XXXVI p. 100) fissa all'anno di Roma 686, l'epoca degli Editti Perpetui. Nondimeno, secondo gli acta diurna pubblicati sulle carte di Luigi Vives, la loro instituzione avvenne nell'anno 585. Pighio (Annal. rom. t. 11 p. 377, 378), Grevio (ad Suet. p. 778), Dodwel (Praelection, Cambden, p. 665) ed Eineccio sostengono ed ammettono l'autenticità di questi atti; ma l'espressione di scutum CIMBRICUM che vi si rinviene, prova che furono fabbricati. Moyle's Works, vol. 1 p. 303.

[230.] Eineccio (Opp. t. VII part. II p. 1-564) ha fatto l'istoria degli Editti e restaurato il testo dell'Editto Perpetuo [Questa ristaurazione non è che un'opera cominciata trovata fra le carte d'Eineccio dopo la sua morte (Nota dell'Editore)]: dalle opere di quest'ingegno superiore, le cui ricerche debbono inspirare somma confidenza, io estrassi quanto ne ho detto. Il Sig. Bonchaud ha inserito nella raccolta dell'Accademia delle Inscrizioni una serie di Memorie su questo punto interessante di letteratura e di giurisprudenza.

[231.] Le sue leggi sono le prime nel Codice. Vedi Dodwell, (Praelect. Cambden p. 319-340) che si allontana dal suo soggetto per istabilire una confusa letteratura, e sostenere deboli paradossi.

[232.] Totam illam veterem et squallentem sylvam legum novis principalium rescriptorum et edictorum securibus ruscatis et caeditis. Apologet. c. 4 p. 50, ediz. di Havercamp. Egli in seguito loda la fermezza di Severo che rivocò le leggi inutili o perniciose, senza alcun riguardo per la loro antichità o per il credito che si erano conciliato.

[233.] Dione Cassio, per mala fede o per ignoranza, s'inganna sul significato costituzionale di legibus solutus, t. 1 l. LIII p. 713. Heimar, suo editore, in quest'occasione aggiunge i proprj ai rimproveri, di cui la libertà e la critica hanno caricato questo servile istorico.

[234.] Vedi Gravina, Opp. p. 501-512; ed anche Beaufort, Repub. rom. t. 1 p. 255-274. Questo fa un uso giudizioso di due dissertazioni pubblicate da Gian Federico Gronovio e Noodt, e tradotte ambedue da Barbeyrac, che vi ha aggiunto note assai preziose; 2 volumi in-12, 1731.

[235.] L'espressione lex regia era ancor più recente della cosa. Il nome di Legge Reale avrebbe fatto inorridire gli schiavi di Commodo e di Caracalla.

[236.] Instit. l. 1 tit. 2 n. 6; Pandect. l. 1 tit. 4 leg. 1. Cod. di Giustin. l. 1 tit. 17 leg. 1 n. 7. Eineccio (nelle sue Antichità e ne' suoi Elementi) ha trattato ampiamente De constitutionibus principum, d'altronde sviluppate da Gotofredo (Comm. ad Cod. Theod. l. 1 t. 1, 2, 3) e da Gravina (87-90).

[237.] Teofilo in Paraphras. graec. Instit. p. 33, 34, ed. di Reitz. Intorno al carattere ed alle opere di questo scrittore, come pure al tempo in cui visse, veggasi il Teofilo di J. H. Mylius, Excursus 3 p. 1034-1073.

[238.] Vi ha più invidia che ragione in quel lamento di Macrino: Nefas esse leges videri Commodi et Caracallae et hominum imperitorum voluntates. Giulio Capitol., c. 13. Commodo venne da Severo innalzato alla sfera degli Dei. Dodwell, Praelect. 8 pag 324, 325. Cionullameno le Pandette non lo citano che due volte.

[239.] Il Codice presenta duecento costituzioni che Antonino Caracalla pubblicò da solo, e cento sessanta che egli pubblicò con suo padre. Questi due principi sono citati cinquanta volte nelle Pandette, ed otto nella Instituta. Terrasson, p. 265.

[240.] Plinio il giovane, Epist. X, 66; Suet. in Domitian., c. 23.

[241.] Costantino aveva per massima che Contra jus rescripta non valeant. Codice Teodosiano, l. 1 tit. 2 leg. 1. Gli Imperatori, sebbene con dispiacere, permettevano qualche esame sulla legge e sul fatto, qualche dilazione, qualche diritto di petizione; ma questi insufficienti rimedj erano troppo in potere de' giudici, ed era troppo pericoloso per essi il farne uso.

[242.] Quest'inchiostro era un composto di vermiglione e di cinabro; esso si ritrova sui diplomi degli Imperatori, da Leone I (A. D. 470) fino alla caduta dell'impero Greco. Bibl. raisonnée de la diplomatique, t. 1 p. 509-514; Lami, De eruditione apostolorum, t. 11 p. 720-726.

[243.] Schulting, Jurisprudentia ante-Justinianea, p. 681-718. Cujacio dice, che Gregorio compilò le leggi pubblicate dal regno d'Adriano fino a quello di Gallieno, e che il resto fu opera di Gallieno. Questa generale divisione può esser giusta; ma Gregorio ed Ermogene molte volte oltrepassavano i limiti del loro terreno.

[244.] Scevola, probabilmente Q. Cervidio Scevola, maestro di Papiniano, considera questa accettazione di fuoco e d'acqua come l'essenza del matrimonio. Pand. l. XXIV, t. 1, leg. 66. Vedi Eineccio, Hist. J. R. n. 317.

[245.] Cicerone (De officiis, III, 19) non può parlare che per supposizione; ma Sant'Ambrogio (De officiis, III, 2) si appella all'uso de' suoi tempi, che egli conosceva come giureconsulto e come magistrato. Schulting, ad Ulpian. Frag. tit. 22 n. 28, 643, 644.

[246.] Ne' tempi degli Antonini non si conosceva più il significato delle forme ordinate in caso di un furtum lance licioque conceptum. (Aulo Gellio, XVI, 10). Eineccio (Antiq. rom. l. IV tit. 1 n. 13-21) che le fa derivare dall'Attica, cita Aristofane, lo scoliaste di questo poeta, e Polluce, a sostegno della sua opinione.

[247.] Nel suo discorso per Murena, Cicerone mette in ridicolo le forme ed i misteri de' legisti, rapportati con più buona fede da Aulo Gellio (Notti Attiche, XX, 10), Gravina (Opp. p. 265, 266, 267) ed Eineccio (Antiq. l. IV t. 6).

[248.] Pomponio (De origine juris Pandect. l. 1 tit. 2) indica la successione de' giureconsulti romani; ed i moderni hanno fatto prova di sapere e di critica nella discussione di questa parte d'Istoria e di Letteratura. Io mi servii specialmente di Gravina (p. 41-79) e di Eineccio (Hist. J. R. n. 113, p. 351). Cicerone (De Oratore, de Claris orator., de Legibus) e la Clavis Ciceroniana d'Ernesti (sotto il nome di Mucio ecc.) offrono molte particolarità originali e piacevoli. Orazio fa spesso allusione alla laboriosa mattinata de' legisti (Serm. l. 1, 10; epist. 2, 1, 103 ec.).

Agricolam laudat juris legumque peritus

Sub galli cantum consultor ubi ostia pulsat.

· · · · · · · · · · · ·

Romae dulce diu fuit et solemne, reclusa

Mane domo vigilare, clienti promere jura.

[249.] Sull'arte o scienza della giurisprudenza, Crasso, o piuttosto Cicerone (De oratore, 1, 41, 42) propone una idea che Antonio, il quale era fornito di naturale eloquenza, ma di poca istruzione, affetta (1, 58) di porre in ridicolo. Quest'idea venne in parte effettuata da Servio Sulpicio (in Bruto, c. 41) che Gravina nel suo classico latino loda con elegante varietà (p. 60).

[250.] Perturbatricem autem omnium harum rerum accademiam, hanc ab Arcesilao et Carneade recentem, exoremus ut sileat, nam si invaserit in haec, quae satis scite instructa et composita videantur, nimis edet ruinas, quam quidem ego placare cupio, submovere non audeo. De legibus, 1, 13. Questo solo passo doveva insegnare a Bentley (Remarks on Free-Thinking, p. 250) quanto Cicerone fosse fermamente attaccato alla speciosa dottrina che egli ha abbellito.

[251.] Panezio, l'amico del giovine Scipione, fu il primo che in Roma insegnasse la filosofia stoica. Vedi la sua vita nelle Mem. dell'Accad. delle Iscriz. t. 10, p. 75-89.

[252.] Come è citato da Ulpiano (leg. 40, ad Sabinum in Pandect. l. XLVII, t. 2, leg. 21). Trebazio dopo essere stato giureconsulto di primo ordine, qui familiam duxit, diventò un Epicureo (Cicer. ad Familiares, VII, 5). Forse in questa nuova setta mancò di costanza o di buona fede.

[253.] Vedi Gravina (p. 45-51) e le frivole obbiezioni di Mascou; Eineccio (Storia I. R. n. 125) cita ed approva una dissertazione di Everardo Otto, de Stoica Jurisconsultorum philosophia.

[254.] Si citava specialmente la regola di Catone, la stipulazione d'Aquilio, e le formole Manilie, duecento undici massime, e duecento quarantasette definizioni (Pandect. l. I, tit. 16, 17).

[255.] Leggasi Cicerone, l. I, de Oratore, Topica, pro Murena.

[256.] Veggasi Pomponio (De origine juris Pandect. l. I, tit. 2 leg. 2 n. 47; Eineccio, ad Instit. l. I tit. 2 n. 8, l. II tit. 25, in Element. et Antiquit.; e Gravina p. 41-45). Sebbene questo monopolio sia stato molto disgustoso, gli scrittori di quell'epoca non se ne lagnano, ed è verisimile che sia stato velato con un decreto del Senato.

[257.] Ho letto la Diatriba di Gotofredo Mascovio, l'erudito Mascou, (De Sectis Jureconsultorum, Lipsia 1728 in-12, p. 276) dotto trattato sopra un fondo sterile e limitatissimo.

[258.] Vedi il carattere d'Antistio Labeone in Tacito (Annal. III, 75) e in un'Epistola d'Ateio Capitone (Aulo Gellio, VIII, 12) che accusa il suo rivale di libertas nimia et VECORS. Tuttavia non posso immaginare che Orazio abbia ardito di sferzare un virtuoso e rispettabile senatore, ed amo adottare la correzione del Bentley, il quale legge LABIENO insanior. Serm. I, III, 82. Vedi Mascou, de Sectis, c. 1 p. 1-24.

[259.] Giustiniano (Instit. I, III tit. 23, e Teofilo, vers. greca, p. 677, 680) ha rammemorato questa gran questione ed i versi d'Omero che si allegarono d'ambe le parti, come autorità. Tale questione fu decisa da Paolo (leg. 33 ad edict. in Pandect. l. XVIII tit. 1 leg. 1). Ecco la sua soluzione: in un semplice cambio non si può distinguere il venditore ed il compratore.

[260.] I Proculeiani pure abbandonarono questa controversa, sentirono che strascinava seco indecenti ricerche, e furono sedotti dall'afforismo d'Ippocrate che era attaccato al numero settenario di due settimane d'anni, o di settecento settimane di giorni. (Instit. l. 1 tit. 22). Plutarco e gli Stoici (De placit. philosophor. l. V c. 24) danno una ragione più naturale. A quattordici anni περι ην ο σπερματικος κρινεται οῥῥος. Vedi i Vestigi delle Sette in Mascou, c. 9 p. 145-276.

[261.] Mascou racconta la storia ed il fine di queste differenti Sette (c. 2-7 p. 24-120), e sarebbe quasi ridicolo di lodarlo della sua parzialità fra Sette totalmente estinte.

[262.] Al primo avviso volò al consiglio, che si tenne sul rombo. Tuttavia Giovenale (Sat. IV, 75-81) chiama questo Prefetto o Podestà di Roma, sanctissimus legum interpres. L'antico Scoliaste dice, che era tanta la sua scienza, che veniva chiamato non un uomo, ma un libro. Egli aveva tolto il suo singolar nome di Pegaso, da una galera di questo nome che suo padre aveva comandato.

[263.] Tacito, Annal. XVII, 7; Svetonio, in Nerone, c. 37.

[264.] Mascou, de sectis, c. 8 p. 120-144; de herciscundis, termine di legge che applicavano a que' giureconsulti ecclesiastici. Herciscere è sinonimo di dividere.

[265.] Vedi il Codice Teodosiano (l. 1 tit. 4) col Comentario del Gotofredo (t. 1 p. 30-35). Questo decreto poteva suscitare discussioni gesuitiche simili a quelle che si trovano nelle Lettere Provinciali: si poteva domandar se un giudice fosse obbligato di seguire, contro il proprio criterio e contro la propria coscienza, l'opinione di Papiniano o della maggioranza, ecc. Del resto un legislatore poteva attribuire a questa opinione, per sè stessa falsa, il valore non già della verità, ma quello della legge.

[266.] Per tener dietro ai lavori di Giustiniano sulle leggi ho studiato la prefazione delle Instante; la prima, la seconda e la terza prefazione delle Pandette; la prima e la seconda prefazione del Codice, ed il Codice medesimo (l. 1 tit. 17, de veteri jure enucleando). Dopo queste originali testimonianze ho consultato fra i moderni Eineccio (Storia I. R. n. 303-404), Terrasson (Histoire de la Jurisp. rom. p. 295-356), Gravina (Opp. p. 93-100) e Ludewig nella sua vita di Giustiniano (p. 19-123, 318-321: per il Codice e le Novelle p. 209-261, per il Digesto o le Pandette p. 262-317).

[267.] Sul carattere di Triboniano vedi le testimonianze di Procopio (Persic. l. 1 c. 23, 24; Anecdot. c. 13, 20), e Suidas (tom. III p. 501, ediz. di Kuster). Ludewig (in vit. Justinian. p. 175-209) si affatica per far diventar bianco un Moro.

[268.] Applico all'istessa persona i due passi di Suida; perchè tutte le circostanze fra di loro perfettamente concordano. Tuttavia i giureconsulti non hanno fatto quest'osservazione, e Fabricio è disposto ad attribuire queste opere a due scrittori. (Bibliot. graec. t. I p. 341; t. II p. 518; t. III p. 418; t. XII p. 346, 353, 474).

[269.] Questa storia vien riferita da Esichio (de viris illustribus), da Procopio (Aneddoti, c. 13) e da Suida (t. III p. 501). Tale adulazione è dessa incredibile?

..... nihil est quod credere de se

Non potest, cum laudatur diis aequa potestas.

Fontenelle (t. 1 p. 32-39) ha volto in ridicolo l'impudenza del modesto Virgilio. Tuttavia lo stesso Fontenelle colloca il suo re al di sopra del divino Augusto; ed il saggio Boileau non ha arrossito di dire: «Le destin à ses yeux n'oserait balancer.» Con tutto ciò Augusto e Luigi XIV non erano al certo due sciocchi.

[270.] Πανδεκται (Raccolta generale) era il titolo comune delle miscellanee greche (Plinio, Praef. ad Hist. nat.). I Digesta di Scevola, di Marcellino, e di Celso erano di già familiari ai legisti; ma Giustiniano s'ingannava prendendo queste due parole per sinonimi. La voce Pandectes è egli greca o latina, mascolina o femminina? Il laborioso Brenckmann non osa decidere quest'importante quistione (Hist. Pandect. p. 300-304).

[271.] Angelo Poliziano (l. V, epist. ult.) enumera trentasette giureconsulti (p. 192-200) citati nelle Pandette. L'indice greco che segue il corpo delle Pandette ne conta trentanove; e lo instancabile Fabrizio ne ha ritrovati quaranta (Bibl. graec. t. III p. 488-502). Si dice che Antonio Augusto (De nominibus propriis, Pandect. apud. Ludewig, p. 283) ve ne abbia aggiunti cinquantaquattro; ma bisogna ch'egli abbia confuso i giureconsulti vagamente citati, con quelli di cui se ne sono dati degli estratti.

[272.] I Στιχοι degli antichi manoscritti erano sentenze o periodi di un senso completo, che formavano altrettante linee non egualmente lunghe, sulla larghezza de' rotoli di pergamena. Il numero de' Στιχοι di ciascun libro manifestava gli errori de' copisti, Ludewig (p. 211-215) e Suicer da dove ha attinto (Thes. eccles. t. 1 p. 1021-1036).

[273.] Un ingegnoso ed erudito discorso di Schulting (Jurisprudentia ante Justinianea, p. 883-907) giustifica la scelta di Triboniano contro le appassionate accuse di Francesco Ottomano e de' suoi settarj.

[274.] Se Triboniano venga spogliato di quella scientifica corteccia in cui si avviluppa, se gli si condonino i termini tecnici, si troverà che il latino delle Pandette non è indegno del secolo d'argento. Esso venne furiosamente attaccato da Lorenzo Valla, fastidioso grammatico, del decimoquinto secolo e da Florido Sabino suo apologista. L'Alciato ed un autore anonimo, verisimilmente Giacomo Capello, lo hanno difeso. Il Duker ha raccolto questi diversi trattati sotto il titolo di Opuscula, de latinitate veterum jureconsultorum. Lugd. Bat. 1721, in-12.

[275.] Nomina quidem veteribus servavimus, legum autem veritatem nostram fecimus. Itaque si quid erat in illis SEDITIOSUM, multa autem talia erant ibi reposita, hoc decisum est et definitum, et in perspicuum finem deducta est quaeque lex (Cod. Just. l. 1 tit. 17 leg. 3 n. 10). Confessione priva d'artifizio!

[276.] Il numero di tali emblemata, termine assai civile per coprire falsità di questa specie, venne molto ridotto da Bynkershoek negli ultimi quattro libri delle sue osservazioni, il quale, con miserabili rapsodie, sostiene il diritto che aveva Giustiniano di pretenderle, e l'obbligo di Triboniano d'obbedirgli.

[277.] Le antinomie, o le leggi contradditorie del Codice e delle Pandette servono talvolta di cagione, e spesso anche di scusa alla gloriosa incertezza delle leggi civili, la quale bene spesso produce, come Montaigne le chiama, les questions pour l'ami. Vedi un bel passo di Francesco Balduino intorno a Giustiniano, l. II p. 259, ecc. apud Ludwig p. 305, 306.

[278.] Quando Fust, o Faust, vendette a Parigi le sue prime Bibbie stampate, come fossero manoscritte, il prezzo d'una copia in pergamena dai quattro o cinquecento scudi fu ribassato ai sessanta, cinquanta, e quaranta. A prima vista il pubblico parve contento di prezzo sì vile; ma poscia se ne sdegnò quando ebbe scoperta la frode (Maittaire, Annal. Tipograph. t. 1 p. 12, prima ediz.)

[279.] Quest'uso abbominevole prevalse dall'ottavo e massime dal dodicesimo secolo in poi, epoca in cui si era fatto quasi universale (Montfaucon nelle Mem. dell'Accad. t. 6, p. 606 ecc. Bibl. raisonnée de la diplom. t. 1 p. 176).

[280.] Pomponio (Pandect. l. 1 tit. 2 leg. 2) dice che di Mucio, Bruto e Manilio che sono i tre fondatori della scienza delle leggi civili, extant volumina, scripta Manilii monumenta; di alcuni giureconsulti della repubblica, haec versantur eorum scripta inter manus hominum. Otto dei saggi legisti del secolo d'Augusto furono ridotti ad un compendium: di Cascellio, scripta non extant sed unus liber ecc.; di Trebazio, minus frequentantur; di Tuberone, libri parum grati sunt. Parecchie citazioni delle Pandette si dicono ricavate dai libri che Triboniano non ha mai veduti; e dal settimo al tredicesimo secolo di Roma l'apparente erudizione dei moderni dipendè mai sempre dalle cognizioni e dalla veracità de' loro predecessori.

[281.] Si dà per certo che tutte le edizioni e tutti i manoscritti in parecchi luoghi replicano gli errori de' copisti e le trasposizioni di alcuni fogli che si rinvengono nelle Pandette fiorentine. Questo fatto, quando sia vero, è decisivo. Tuttavia le Pandette sono citate da Yves di Chartres che morì nel 1117; da Teobaldo Arcivescovo di Cantorbery, e da Vacario che fu il primo in Inghilterra a professare il Diritto civile (Selden ad Fletam, c. 7 t. II p. 1080-1085). Chi ha mai paragonato i manoscritti delle Pandette che esistono in Inghilterra, con quelli che si trovano negli altri paesi?

[282.] Veggasi la descrizione di questo originale in Brenckman (Hist. Pand. Florent. l. I c. 2, 3 p. 4-17, et l. II). L'entusiasta Poliziano lo venerava come lo stesso originale del Codice di Giustiniano (p. 407, 408). Ma questo paradosso è confutato dalle abbreviature del manoscritto di Firenze (l. II c. 3 p. 117-130). Esso è composto di due volumi in-4. a gran margine; la pergamena è sottile, ed i caratteri latini attestano la mano d'un copista greco.

[283.] Brenckman verso la fine della sua Storia ha inserite due dissertazioni sulla repubblica d'Amalfi e la guerra di Pisa nell'anno 1135 ecc.

[284.] La scoperta delle Pandette in Amalfi (A. D. 1137) venne per la prima volta fatta conoscere (nel 1501) da Lodovico Bolognino (Brenckman l. I c. 11 p. 73, 74; l. IV c. 2 p. 417-425) sulla testimonianza d'una Cronaca della città di Pisa (p. 409, 410) senza nome e senza data. Tutti i fatti di questa Cronaca, sebbene ignorati nel secolo dodicesimo, abbelliti dai secoli dell'ignoranza, e resi sospetti dai critici, non sono però in se stessi privi di probabilità (l. I c. 4-8 p. 17-50). È incontrastabile che il gran Bartolo nel secolo quattordicesimo consultò il Liber Pandectarum di Pisa (p. 406, 407; Vedi l. I c. 9 p. 50-62).

[285.] I Fiorentini presero Pisa nell'anno 1406, e nel 1411 trasportarono le Pandette nella loro capitale. Questi avvenimenti sono autentici e celebri.

[286.] Furono di nuovo arricchite d'una coperta porporina; si chiusero in una cassetta; ed i monaci e magistrati le mostravano ai curiosi colla testa nuda e colle torce accese (Brenckman, l. 1 c. 10, 11, 12 p. 62-93).

[287.] Enrico Brenckman, olandese, dopo d'aver paragonato il testo di Poliziano, di Bolognino, d'Antonino Angustino, e la bella edizione delle Pandette del Taurello, intraprese nel 1551 un viaggio a Firenze, e vi passò molti anni a studiar quel solo manoscritto. La sua Historia Pandectarum Florentinorum, Utrecht, 1722, in-4, che annuncia un sì gran lavoro, non è tuttavia che una piccola parte del primitivo suo piano.

[288.] Κρυσεα χαλκειων, εκατομβοιων, apud Homerum patrem omnis virtutis, prima prefazione delle Pandette. In un atto del Parlamento d'Inghilterra ci farebbe sorpresa un verso di Milton o del Tasso. Quae omnia obtinere sancimus in omne aevum. Nella seconda prefazione, parlando del primo Codice, egli dice: in aeternum valiturum. Un uomo ed un per sempre!

[289.] Nel buon latino la parola Novellae è addiettivo, e sostantivo in quello de' tempi barbari (Ludewig, p. 245). Giustiniano non le ha mai raccolte. Le nuove collazioni che servono di norma ai Tribunali moderni, racchiudono novanta Novelle; ma le indagini di Giuliano, di Aloandro, e di Conzio (Ludewig, p. 249, 268; Alemanno, note in Anecdot. p. 98) ne hanno accresciuto il numero.

[290.] Montesquieu, Consid. sur la Grand. et la Décad. des Romains, c. 20 t. III p. 501 in-4. Egli si libera in questo luogo della toga e della berretta di Presidente à mortier.

[291.] Procopio, Anedd. c. 28. Si accordò pure un eguale privilegio alla Chiesa di Roma (Novella IX). Sulla rivocazione generale di questi funesti privilegi vedi la Novella III e l'Edit. 5.

[292.] Lattanzio nelle sue Institute del Cristianesimo, opera elegante e speciosa, si propone per modello il titolo ed il metodo de' giureconsulti. Quidem prudentes et arbitri aequitatis Institutiones civilis iuris compositas ediderunt. (Instit. div. l. 1 c. 1). Egli intendeva parlare d'Ulpiano, di Paolo, di Fiorentino, e di Mariano.

[293.] L'Imperator Giustiniano, parlando di Cajo, si serve della parola suum, sebbene questo scrittore sia morto prima della fine del secondo secolo. Servio, Boezio, Prisciano ecc. citano le sue Istitute, e noi abbiamo l'Epitome che ne ha fatto Arriano (Ved. i Prolegomeni e le Note dell'edizione di Schulting, nella Jurisprudentia Ante justinianae. Lugd. Bat. 1717. Eineccio, St. I. R. n. 313; Ludewig, in vit. Just. p. 199).

[294.] Vedi gli Annali politici dell'abate Saint-Pierre, t. 1 p. 25. Egli li pubblicò nel 1735. Le più antiche famiglie vantano un possesso immemoriale delle loro armi e de' loro feudi. Dopo le crociate, alcune (e sembrano le più degne di rispetto) furono nobilitate dai Re in ricompensa de' loro meriti e de' loro servigi. La turba recente e volgare tira la sua provenienza da quella moltitudine di cariche venali senza funzioni o senza dignità, che estraggono continuamente de' ricchi plebei dalla classe del volgo.

[295.] Se un testamento lasciava a diversi legatarj uno schiavo da scegliere, essi lo estraevano a sorte; e quelli che non lo ottenevano avevano diritto ad una parte del suo valore; uno schiavo ordinario, foss'egli un giovane fanciullo, od una giovane figlia, che avesse meno di dieci anni, era valutato dieci denari d'oro, e venti se ne aveva più di dieci; se lo schiavo sapeva qualche mestiere, trenta; se era notaro o scrivano, cinquanta; se era ostetricante o medico, sessanta. Gli eunuchi minori di dieci anni costavano trenta denari d'oro, e cinquanta se ne avevano di più; se si applicavano alla mercatura, settanta (Cod. leg. 6 tit. 43 leg. 3). Questi prezzi, stabiliti dalla legge, erano ordinariamente minori di quello del mercato.

[296.] Sullo stato degli schiavi e degli affrancati, vedi le Institute (l. I tit. 3-8; l. II tit. 9; l. III tit. VIII, IX); le Pandette od i Digesti (l. I tit. 5, 6, l. XXX tit. 1-4); e tutto il l. XL; il Codice (l. VI tit. 4, 5; l. VII tit. 1-23). Allorchè d'ora innanzi mi occorrerà di citare il testo originale delle Institute e delle Pandette, annoterò contemporaneamente gli articoli corrispondenti nelle antichità e negli elementi di Eineccio; e quando si tratterà de' primi ventisette libri delle Pandette, citerò anche il dotto e ragionato Comentario di Gerardo Noodt (Opera, t. 11 p. 1-590, in fine, Lugd. Bat. 1724).

[297.] Vedi patria potestas nelle Institute (l. 1 tit. 9); nelle Pandette (l. 1 tit. 6, 7) e nel Codice (l. VIII tit. 47, 48, 49). Jus potestatis quod in liberos habemus, proprium est civium romanorum. Nulli enim alii sunt homines, qui talem in liberos habeant potestatem qualem nos habemus.

[298.] Dionigi d'Alicarnasso (l. II p. 94, 95) e Gravina (Opp. p. 286) rapportano le parole delle Dodici Tavole. Papiniano (in Collatione legum roman. et mosaicarum, tit. 4 p. 204) alla patria potestas dà il nome di lex regia. Ulpiano (ad Sabin. l. XXVI, in Pandect. l. 1 tit. 6 leg. 8) dice: Jus potestatis moribus receptum; et furiosus filium in potestate habebit. Che potere sacro o piuttosto assurdo!

[299.] Pandette (l. XLVII tit. 2 leg. 14 n. 13; leg. 38 n. 1). Tale era la decisione d'Ulpiano e di Paolo.

[300.] La Trina mancipatio vien chiaramente definita da Ulpiano (frammenti X p. 591, 692, ediz. Schulting) ed ancor meglio sviluppata nelle Antichità d'Eineccio.

[301.] Giustiniano (Instit. l. IV tit. 9 n. 7) rapporta e rifiuta l'antica legge che accordava a' padri il jus necis. Se ne trovano pure altri vestigi nelle Pandette (l. XLIII tit. 29 leg. 3 n. 4), e nella Collatio legum romanarum et mosaicarum (tit. 2 n. 3 p. 189).

[302.] Bisogna tuttavia eccettuarne le pubbliche occasionali funzioni e l'attualità dell'esercizio negli impieghi. In publicis locis atque actionibus, patrum jura, cum filiorum qui in magistratu sunt, potestatibus collata, interquiescere paululum et connivere ecc. (Aulo Gellio, Notti Attiche, 11, 2). Onde giustificare le lezioni del filosofo Tauro si metteva innanzi l'antico e memorabile esempio di Fabio; e non si ha che a leggere la stessa storia nella lingua di Tito Livio (XXIV, 44) e nel goffo idioma dell'analista Claudio Quadrigario.

[303.] Vedi in che modo il peculio dei figli si estese, ed acquistò insensibilmente una sicurezza nelle Institute (l. 11 tit. 9), le Pandette (l. XV, tit. 1; l. XII tit. 1) ed il Codice (l. IV tit. 26, 27).

[304.] Seneca (De Clementia, 1, 14, 15) cita gli esempj di Erixone e d'Ario: del primo parla con orrore e fa elogi del secondo.

[305.] Quod latronis magis, quam patris jure eum interfecit, nam patria potestas in pietate debet non in atrocitate consistere (Marciano, Instituzioni, l. XIV, nelle Pandette, l. XLVIII tit. 9 leg. 5).

[306.] Le leggi Pompea e Cornelia (de sicariis et parricidis) sono rinnovate o piuttosto abbreviate cogli ultimi supplimenti d'Alessandro Severo, di Costantino o di Valentiniano, nelle Pandette (l. XLVIII tit. 8, 9) e nel Codice (l. IX tit. 16, 17). Vedi eziandio il Codice di Teodosio (l. IX tit. 14, 15), col Comentario di Gotofredo (l. III p. 84, 113) che su queste leggi penali sparge un torrente d'erudizione antica e moderna.

[307.] Quando Cremete in Terenzio rimprovera a sua moglie di avergli disubbidito non esponendo il loro figlio, egli parla da padre e da padrone, e fa tacere gli scrupoli di una sciocca moglie. Vedi Apuleo Metam. (l. X p. 337), ediz. ad usum Delphini.

[308.] L'opinione de' giureconsulti, e la saviezza de' magistrati, all'epoca in cui Tacito visse, avevano introdotto alcune restrizioni legali che potevano giustificare il contrasto che egli stabilisce fra i boni mores de' Germani, e le bonae leges alibi, vale a dire a Roma (De moribus Germanorum, c. 19) Tertulliano (ad Nationes, l. 1 c. 15) confuta le sue proprie accuse, e quelle de' suoi confratelli contro la giurisprudenza pagana.

[309.] L'umana e saggia decisione del giureconsulto Paolo l. II, sententiarum, in Pandect. (l. XXV tit. 3 leg. 4) non è presentata che come un precetto morale da Gerardo Noodt (Opp. t. I in Julium Paulum, p. 567-588, et Amica responsio, p. 591-606) che sostiene l'opinione di Giusto Lipsio (Opp. t. II p. 409; ad Belgas, cent. I epist. 85). Bynkershock ne parla come di una legge positiva ed obbligatoria (De jure occidendi liberos. Opp. t. I p. 318-340; Curae secundae, p. 391-427). In questa controversia ardita e piena di rancore, i due amici sono caduti negli opposti estremi.

[310.] Dionigi d'Alicarnasso (l. II p. 92, 93); Plutarco (in Numa, p. 140, 141) Το σαμα και το ηθος καθαρον και αθικτον επι τω γαμουντι γενεσδαι.

[311.] Fra li frumenta d'inverno, si adoperava il triticum, o frumento barbuto, il siligo od il grano imberbe, il far, l'adorea, l'oryza, la cui descrizione si accorda perfettamente con quelle dei risi di Spagna e d'Italia. Io adotto questa identità sull'autorità del sig. Paucton nella sua laboriosa ed utile opera intorno la Metrologia.

[312.] Aulo Gellio (Noctes Atticae XVIII, 6) presenta una ridicola definizione d'Elio Melisso, Matrona quae semel, Materfamilias quae saepius peperit, come se si trattasse d'una porcetra, o di una scropha. In seguito ne spiega il vero senso: Quae in matrimonium, vel in manum convenerat.

[313.] Era anche troppo d'aver gustato il vino o portata via la chiave della cella del vino (Plinio, Storia nat. XIV, 14).

[314.] Solone pretende che si abbia a soddisfare al dover coniugale tre volte la settimana. La Mishna comanda che il marito giovine e robusto, e che non affatica, vi adempia una volta al giorno. Per l'abitante di città lo fissa a due volte ogni settimana, ed una volta sola pel villano; ad una volta ogni trenta giorni pel conduttore dei cammelli, ed a una volta ogni sei mesi pel marinaro; ma ne vuole esente chi si dedica allo studio, ed il dottore. Una moglie che una volta ogni settimana l'ottenesse, non poteva domandare il divorzio: per una settimana il voto di continenza era permesso. La poligamìa divideva i doveri del marito senza moltiplicarli. (Selden, Uxor ebraica, l. III c. 6, nelle sue opere, vol. 2 p. 717-720).

[315.] Sulla legge Oppia Tito Livio (l. XXXIV 1-8) riferisce il moderato discorso di Valerio Flacco, e l'aringa fatta da Catone l'Antico nella sua qualità di censore. Ma gli oratori del sesto secolo della fondazione di Roma, non avevano lo elegante stile che loro attribuisce l'istorico dell'ottavo. Aulo Gellio (X, 23) ha meglio conservato i principj ed anche lo stile di Catone.

[316.] Rapporto al sistema del matrimonio degli Ebrei e dei Cattolici, vedi Selden (Uxor ebraica, Opp. vol. 2 p. 529-860); Bingham (Christian. antiquitates, l. XXII), e Chardon (Hist. des Sacrem. t. VI).

[317.] Le leggi civili del matrimonio si trovano esposte nelle Institute (l. I tit. 10), nelle Pandette (l. XXIII, 24, 25) e nel Codice (l. V). Ma siccome il titolo dei Ritu nuptiarum è imperfetto, bisogna ricorrere ai Frammenti d'Ulpiano (tit. 9 p. 590, 591) ed alla Collatio legum mosaicarum (tit. 16 p. 790, 791) colle note di Piteo e di Schulting. Nel comentario di Servio vi sono due curiosi passi sul primo libro delle Georgiche, ed il quarto dell'Eneide.

[318.] Secondo Plutarco (p. 57) Romolo non ammise che tre cause di divorzio, cioè l'ubbriachezza, l'adulterio, e le chiavi false. In qualunque altro caso, quando lo sposo abusava del suo diritto di supremazia, si dice che la metà de' suoi beni venisse confiscata in profitto della moglie, e l'altra metà in profitto della Dea Cerere; ed egli offriva un sacrificio, verisimilmente col resto, alle divinità della terra. Questa strana legge od è immaginaria, o non è stata che passeggiera.

[319.] Nell'anno di Roma 523, Spurio Carvilio Ruga ripudiò una moglie bella e buona, ma che era sterile. (Dionigi d'Alicarnasso, l. II p. 93; Plutarco, in Numa, p. 141; Valerio Massimo, l. II c. 1; Aulo Gellio, IV, 3). Egli fu rimproverato da' Censori e detestato dal popolo; ma la legge non si opponeva punto al suo divorzio. [Questo fatto viene altrimenti raccontato e spiegato da Montesquieu. (Esprit. des Lois, l. XVI. c. 16) (Nota dell'Editore).]

[320.]

— Sic fiunt octo mariti

Quinque per autumnos.

Juven. Sat. VI, 90.

Quantunque questa successione sia molto rapida, essa è tuttavia credibile, come pure il non consulum numero, sed maritorum annos suos computant di Seneca (De beneficiis, III 16). A Roma San Gerolamo vide un marito che seppelliva la ventunesima sua moglie, la quale aveva seppelliti ventidue suoi predecessori meno robusti di lui (Opp. tom. I p. 90, ad Gerontiam). Ma i dieci mariti in un mese del Poeta Marziale, sono una stravagante iperbola (l. VI, epigr. 7).

[321.] Publio Vittore, nella sua Descrizione di Roma, parla di un Sacellum Viriplacae (Valerio Massimo, l. II c. 1) che si trovava nel quartiere Palatino ai tempi di Teodosio.

[322.] Valerio Massimo (l. II c. 9). Egli, con qualche ragione, giudica il divorzio più criminoso del celibato: illo namque conjugalia sacra spreta tantum, hoc etiam iniuriose tractata.

[323.] Vedi le leggi d'Augusto e de' suoi successori in Eineccio (ad legem Papiam Poppeam, c. 19, in Opp. t. VI part. I p. 323-333).

[324.] Aliae sunt leges Caesarum; aliae Christi: aliud Papinianus, aliud Paulus NOSTER praecipit (San Gerolamo, t. I p. 198; Selden uxor ebraica, l. III c. 31 p. 847-853).

[325.] Le Institute non contengono nulla su di questo oggetto; ma si può vedere il Codice Teodosiano (l. III tit. 16, col Commentario del Gotofredo, t. I p. 310-315) e quello di Giustiniano (l. V tit. 17), le Pandette (l. XXIV tit. 2), e le Novelle (22, 117, 127, 134, 140). Fino all'ultimo suo momento, Giustiniano vacilla fra la legge civile e l'ecclesiastica.

[326.] Ne' buoni autori greci πορνεια non è una parola familiare, e la fornicazione che essa propriamente significa, non può rigorosamente convenire all'infedeltà del matrimonio. Di quale estensione è desso capace, ed a quali offese è mai applicabile in un senso figurato? Gesù Cristo parlava la lingua de' rabbini o la siriaca? Qual'è l'originale parola che si tradusse per πορνεια? Se si vuol sostenere che Gesù Cristo non abbia eccettuato che questa causa di divorzio, si hanno due autorità (San Marco, X, 11; e San Luca, XVI, 18) contro una (San Mattia, XIX, 9). Adottando una risposta che elude la difficoltà, alcuni critici hanno osato di credere che egli non volesse offendere nè la scuola dei Sammai nè quella di Hillel (Selden, Uxor ebraica, l. III c. 18, 22, 28, 31).

[327.] Giustiniano espone i principj della giurisprudenza romana (Instit. l. I tit. 10); e le leggi ed i costumi delle diverse nazioni dell'antichità intorno ai gradi proibiti ecc. vengono particolarmente sviluppati dal Dottore Taylor ne' suoi Elementi della legge civile, p. 108, 314-339, opera di una piacevole e varia erudizione, ma di cui non si può lodare la precisione filosofica.

[328.] Quando morì Agrippa, suo padre (A. D. 44), Berenice aveva sedici anni (Giuseppe, t. i, Antichità Giudaiche, l. XIX c. 9 p. 962, ediz. Havercamp). Essa quindi aveva più di cinquant'anni quando Tito (A. D. 79) invitus invitam dimisit. Questa data non avrebbe prodotto un effetto felice nella tragedia o nella pastorale del tenero Racine.

[329.] L'Aegiptia coniux di Virgilio (Eneid. VIII, 688) sembra essere annoverata fra i mostri che fecero la guerra con Marc'Antonio contro Augusto, il Senato, e gli Dei d'Italia.

[330.] L'editto di Costantino fu il primo che diede questo diritto; giacchè Augusto aveva proibito di aver per Concubina una donna che si potesse sposare; e se uno la sposava in seguito, questo matrimonio non variava in nulla i diritti dei figli nati antecedentemente: allora si aveva il mezzo dell'adozione propriamente detta arrogazione. (Nota dell'Editore).

[331.] I diritti modesti, ma autorizzati dalla legge, delle concubine, e de' figli naturali, si rinvengono stabiliti nelle Institute (l. V tit. 10), nelle Pandette (l. 1 tit. 7), nel Codice (l. 5 tit. 25) e nelle Novelle (74 e 89). Le indagini d'Eineccio e del Giannone (ad legem Juliam et Papiam Poppeam, l. IV p. 164, 175; Opere postume, p. 108-158) dilucidano questo punto importante de' costumi domestici.

[332.] Vedi l'articolo de' tutori e de' pupilli nelle Institute (l. 1 tit. 13-26), nelle Pandette (l. XXVI, XXVII) e nel Codice (l. V tit. 28-70).

[333.] Inst. l. II tit. 1, 2. Si paragonino i ragionamenti piani e precisi di Cajo o d'Eineccio (l. II tit. 1 p. 69-91) colla vaga prolissità di Teofilo (p. 207-265). Le opinioni di Ulpiano si trovano nelle Pandette (l. 1 tit, 8 leg. 41 n. 1).

[334.] Varrone determina l'heredium de' primi Romani (De re rustica, l. 1 c. 2 p. 141; c. 10 p. 160, 161, ediz. Gesuer). Le declamazioni di Plinio (Hist. nat. XVIII, 2) oscurano questa materia. Si trovano su questo soggetto varie giuste ed erudite osservazioni nell'Administration des terres chez les Romains, p. 12-66.

[335.] Ulpiano (Fram. tit. 18 p. 618, 619) e Bynkershoek (Opp. t. 1 p. 306-315) spiegano la res mancipe con alcuni deboli barlumi ricavati da dati molto lontani; la loro definizione è un poco arbitraria; e non avendo gli autori assegnata una positiva ragione, io diffido di quella che ho allegata.

[336.] In vista della brevità di questa prescrizione, Hume conchiude (Saggi, vol. 1 p. 423) che le proprietà non potevano essere in allora più fisse in Italia di quello che lo siano oggigiorno fra i Tartari. Ma Vallace, suo avversario, più versato nelle leggi di Roma, gli rimprovera con ragione di non aver pensato alle condizioni che l'accompagnavano (Instit. l. II tit. 6).

[337.] Vedi le Institute (l. 1 tit. 4, 5) e le Pandette (l. VII). Nood ha composto un particolare ed erudito trattato de usufructu (Opp. t. 1 p. 387-478).

[338.] Le questioni de servitutibus si trovano discusse nelle Institute (l. II tit. 3) e nelle Pandette (l. 8). Cicerone (pro Murena, c. 9) e Lattanzio (Instit. div. 1. c. 1)affettano di ridere sulle insignificanti dottrine de aqua pluvia arcenda sec. Tuttavia questa specie di processi doveva essere comune tanto in città quanto in campagna.

[339.] Presso i Patriarchi, il primogenito aveva un diritto di una mistica e spirituale primogenitura (Genesi, XXV, 31). Nella terra di Canaan esso avea una doppia parte nell'eredità (Deuteronomio, XXI, 17, col Comentario del sensato Leclerc).

[340.] In Atene, la porzione de' figli era eguale; ma le povere figlie non avevano che ciò che i fratelli volevano loro dare. Vedi le ragioni κληρικοι, che faceva valere Iseo (nel settimo volume degli Oratori greci) sviluppate nella versione e nel comentario di Guglielmo Jones, scrittore erudito, molto instruito nelle leggi, ed uomo d'ingegno.

[341.] In Inghilterra il primogenito eredita egli solo tutti i beni fondiarii; legge, dice l'ortodosso Blackstone (Commentaries on the Laws of England, vol. 2 p. 215), la quale non è ingiusta che nell'opinione de' figli cadetti. Essa, eccitando l'industria, può avere una bontà politica.

[342.] Le Tavole compilate da Blackstone (vol. 2 p. 202) indicano e fra loro avvicinano i gradi della legge canonica e della legge comune. Un particolare trattato di Giulio Paolo (De Gradibus et Affinibus) venne, o per intiero od in ristretto, inserito nelle Pandette (l. XXXVIII tit. 10). Al settimo grado egli conta (n. 18) mille e ventiquattro persone.

[343.] La legge Voconia fu pubblicata l'anno 584 di Roma. Il più giovane de' Scipioni, che aveva allora diciassette anni (Freinsemio, Supplimento di Tito Livio, XLVI, 40); trovò l'occasione d'esercitare la propria generosità verso sua madre, le sue sorelle ecc. Polibio che viveva in casa sua fu il testimonio di questa bell'azione (t. II l. XXXI p. 1453-1464, ediz. di Gronovio).

[344.] Legem Voconiam (Ernesti, Clavis Ciceroniana) magna voce bonis lateribus (a sessantacinque anni) suasissem, dice Catone l'Antico (De Senectute, c. 5). Aulo Gellio (VII, 13; XVII, 6) ne ha conservati alcuni passi.

[345.] Vedi la legge delle successioni nelle Institute di Cajo (l. II tit. 8 p. 130-144) ed in Giustiniano (l. III tit. 1-6, colla versione greca di Teofilo, p. 515-575, 588-601), nelle Pandette (l. XXXVIII tit. 6-17), nel Codice (l. VI tit. 55-60) e nelle Novelle (118).

[346.] Taylor, scrittore illuminato e pieno di fuoco, ma soggetto ad aberrazioni, ha dimostrato (Elements of Civil Law p. 519, 527) che la successione è la regola, ed il testamento l'eccezione. Nel III e nel IV libro il metodo delle Institute è incontrastabilmente contrario all'ordine naturale. Il Cancelliere d'Aguesseau (Opere, t. 1 p. 275) desiderava che Domat, suo compatriotta, fosse stato al posto di Triboniano. Tuttavia i contratti prima delle successioni non formano certamente l'ordine naturale delle leggi civili.

[347.] I testamenti anteriori a quest'epoca sono forse favolosi. In Atene avevano diritto di testare solamente que' padri che morivano senza figli (Plutarco, in Solone, t. I p. 164. Vedi Iseo e Jones).

[348.] Si fa menzione del testamento d'Augusto in Svetonio (in August. c. 101, in Neron. c. 4) scrittore che si può studiare, siccome una raccolta d'antichità romane. Plutarco (Opusc. t. II p. 976) è sorpreso Σταν δε διαθηκας γραφωσιν, ετερους μεν απολειπουσι κληρονομους, ετεροι δε πωλουσι τας ουσιας. (perchè scrivono testamenti, e lasciano altri eredi, e questi vendono le sostanze). Le espressioni d'Ulpiano (Fram. tit. 20 p. 627, ed. di Schulting) sembrano troppo esclusive Solum in usu est.

[349.] Giustiniano (Novella 115 n. 3, 4) fa l'enumerazione de' delitti pubblici e privati, che soli potevano dare anche al figlio il diritto di diseredare suo padre.

[350.] Le sostituzioni fedecommessarie delle nostre leggi civili presentano un'idea feudale innestata sulla giurisprudenza romana, ed esse hanno appena qualche rassomiglianza cogli antichi fedecommessi (Institutions du Droit français, t. 1 p. 347-383; Denisart, Decisions de Iurisprudence, t. IV p. 577-604). Abusando della centocinquantanovesima novella, legge parziale, confusa e declamatoria, esse vennero estese fino al quarto grado.

[351.] Dione Cassio (t. II l. LVI p. 814, colle note di Reimar) specifica venticinquemila dramme, secondo la maniera di computare de' Greci.

[352.] Montesquieu (Esprit des Lois, l. XXVII) ha spiegato col suo solito ingegno, ma qualche volta coll'unica scorta della sua immaginazione, anzi che appoggiato ai monumenti della storia, le rivoluzioni delle leggi romane risguardanti le successioni.

[353.] I principj della civile giurisprudenza sulle successioni, i testamenti, i codicilli, i legati ed i fedecommessi si riscontrano nelle Institute di Cajo (l. II tit. 2-9 p. 91-144), in quelle di Giustiniano (l. II tit. 10-25), e di Teofilo (p. 328-514). Queste immense particolarità occupano dodici libri (28-39) delle Pandette.

[354.] Le Institute di Cajo (l. II tit. 9, 10 p. 144-214), di Giustiniano (l. III tit. 14-30; l. IV tit. 1, 6) e di Teofilo (p. 616 637) distinguono quattro sorta d'obbligazioni, aut re, aut verbis, aut litteris, aut consensu; ma io confesso che preferisco la divisione da me adottata.

[355.] Quanto mai è superiore a lodi vaghe ed indeterminate il ragionevole e tranquillo attestato di Polibio (l. VI p. 693, l. XXXI p. 1459, 1460)! Omnium maxime et praecipue fidem coluit (A. Gellio, XX, 1).

[356.] Gerardo Noodt ha composto un trattato particolare e soddisfacente sul ius praetorium de pactis et transactionibus (Opp. t. 1, 463, 564); ed io coglierò quest'occasione per osservare che al principio di questo secolo (XVIII) le università dell'Olanda e del Brandeburgo sembrano avere studiato le leggi civili sui più giusti e nobili principj.

[357.] Ciò che si riferisce alla dilicata e varia materia de' contratti consensuali, si trova sparso nel quarto libro delle Pandette (17, 20); ed essa è una delle parti che più meritano d'essere studiata da un Inglese.

[358.] La natura delle locazioni è fissata nelle Pandette (l. XIX) e nel Codice (l. IV tit. 65). Il quinquennium o termine di cinque anni sembra esser derivato da una consuetudine piuttosto che da una legge. In Francia tulle le locazioni delle terre erano stabilite a nove anni; e tale restrizione non venne abolita che nel 1775 (Enciclopédie méthodique, t. 1, de la Jurisprudence, p. 668, 669); ed io devo, con dispiacere, osservare che essa esiste ancora nella felice e bella contrada che abito (nel paese di Vaud).

[359.] Potrei qui, senza restrizione alcuna, rimettermi all'opinione ed alle indagini dei tre libri di Gerardo Noodt, de foenore et usuris (Opp. t. 1 p. 175, 268). I migliori critici ed i più abili giureconsulti circolano gli asses o centesimae usurae al dodici, e lo unciariae ad uno per cento. Vedi Noodt, l. II c. 2 p. 207; Gravina Opp. p. 205, ec., 210; Eineccio, Antiquit. ad Institut. l. III tit. 15; Montesquieu, Esprit des Lois, l. XXII c. 22 t. 2 p. 36; t. 3 p. 478 ec. Défense de l'Esprit des Lois, e specialmente Gronovio, (de pecunia veteri, l. III c. 13 p. 213-227, e le sue tre Antexegeses, p. 455, 655), fondatore o campione di questa opinione probabile, che tuttavia non lascia di presentare qualche difficoltà.

[360.] Primo 12 Tabulis sancitum est, ne quis unciario foenore amplius exerceret (Tacito, Annali, VI. 16). Pour peu, dice Montesquieu (Esprit des Lois, l. XXII c. 22), qu'on soit versé dans l'histoire de Rome, on verra qu'une pareille loi ne devait pas être l'ouvrage des Décemvirs. Dunque Tacito era ignorante o stupido? I più savj e virtuosi patrizj potevano sagrificare la loro avarizia alla loro ambizione, e tentare di annullare un costume vizioso, con fissare un interesse, al quale nessun mutuante avrebbe voluto esporsi a tali pene a cui niun debitore avrebbe voluto andar incontro.

[361.] Giustiniano non si è degnato di parlare delle usure nelle sue Institute; ma le regole e le restrizioni su questa materia si trovano nelle Pandette (l. XXII tit. 1, 2) e nel Codice (l. IV tit. 32, 33).

[362.] Su questo punto l'opinione de' Padri della Chiesa è unanime (Barbeyrac, Morales des Pères, p. 144 ec.). Vedi San Cipriano, Lattanzio, San Basilio, San Crisostomo (i suoi frivoli argomenti si ritrovano in Noodt, l. I c. 7 p. 188), San Gregorio di Nissa, Sant'Ambrogio, San Gerolamo, Santo Agostino, ed una moltitudine di Concilii e di Casuisti.

[363.] Catone, Seneca e Plutarco hanno altamente condannato l'uso o l'abuso dell'usura. Secondo l'etimologia di foenus e di τοκος, si suppone che il principale generi l'interesse. Posterità d'uno sterile metallo! esclama Shakespeare, ed il teatro è l'eco della voce pubblica.

[364.] Guglielmo Jones ha composto un saggio ingegnoso e ragionato sulla legge delle cauzioni (Londra, 1781, p. 127 in-8). È forse l'unico Giureconsulto che abbia un'eguale estesa cognizione de' registri di Vestminster, de' Commentarj d'Ulpiano, delle Aringhe Attiche d'Iseo, e delle Sentenze de' giudici dell'Arabia e della Persia.

[365.] Noodt (Opp. t. 1 p. 137, 172) ha composto un trattato particolare sulla legge Aquilia (Pandect. l. IX tit. 2).

[366.] Aulo Gellio, (Notti Attiche, XX, 1). Egli ha ricavato questa storia dai Comentarii di Q. Labeone sulle Dodici Tavole.

[367.] La narrazione che ne fa Tito Livio (1, 28) è imponente e grave. At tu dictis Albane maneres, è una riflessione assai dura, indegna dell'umanità di Virgilio (Eneide, VIII, 643). Heyne, col suo solito buon gusto, osserva che questo soggetto era troppo orribile, e che l'autore dell'Eneide non avrebbe dovuto collocarlo sullo scudo d'Enea (t. III p. 229).

[368.] Giovanni Marsham (Canon chronicus, p. 593, 596) ed il Corsini (Fasti Attici, t. III p. 62) hanno stabilita l'epoca in cui Dracone visse (Olimpiade XXXIX, 1). Quanto alle sue leggi, vedi gli autori che hanno scritto sul governo d'Atene, Sigonio, Meursio, Potter ec.

[369.] La settima De Delictis, nelle Dodici Tavole, viene sviluppata da Gravina (Opp. p. 292, 293, con un Comentario, p. 214, 230). Aulo Gellio (XX, 1) e la Collatio legum mosaicarum et romanarum, contengono molte istruttive particolarità.

[370.] Tito Livio fa menzione di due epoche di delitto, in cui tremila persone furono accusate, e centonovanta matrone convinte del delitto d'avvelenamento. (XL, 43, VIII, 18). Hume distingue i tempi della virtù pubblica da quelli della virtù privata (Saggi, vol. 1 p. 22, 23). Io crederei piuttosto che queste effervescenze di crimini, come l'anno 1680 in Francia, sono accidenti e mostruosità che non possono lasciar macchia ne' costumi di una nazione.

[371.] Le Dodici Tavole e Cicerone (pro Roscio Amerino, c. 25, 26) non parlano che del sacco. Seneca (Excerpt. controv. V, 4) vi aggiunge i serpenti. Giovenale ha pietà della scimia che non aveva fatto alcun male (innoxia simia, sat. XIII, 156). Adriano (apud Dositheum magistrum, l. III c. 16 p. 874, 876, colle note di Schulting), Modestino (Pandette, XLVIII, tit. 9 leg. 9), Costantino (Codice, l. IX tit. 17), e Giustiniano (Institute, l. IV tit. 18) indicano tutto quello che si metteva nel sacco del parricida. Ma in pratica questo supplizio bizzarro veniva semplificato. Hodie tamen vivi exuruntur vel ad bestias dantur (Paolo, Sentent. recep. l. V tit. 24 p. 512, ediz. di Schulting).

[372.] Il primo parricida, che siasi avuto a Roma fu L. Ostio, dopo la seconda guerra punica (Plutarco, in Romulo, t. 1 p. 57). Durante la guerra de' Cimbri, P. Malleolo si rese colpevole del primo matricidio (Tito Livio, Epit. l. LXVIII).

[373.] Orazio parla di Formidine fustis (l. II, epist. 2, 154); ma Cicerone (De republica, l. IV, apud, Sant'Agostino, De civit. Dei, IX, 6, in Fragment. philosoph. t. III p. 393, ediz. d'Olivet) afferma che i Decemviri decretarono pene capitali contro i libelli: Cum perpaucas res capite sanaissent. — PERPAUCAS!

[374.] Bynkershoek (Observ. juris rom. l. 1 c. 1; in Opp. t. 1 p. 9, 10, 11) si sforza di provare che i creditori non dividevano il corpo, ma il valore del debitore insolvibile. Ma la sua interpretazione non è che una continuata metafora, e non può distruggere l'autorità romana, di Quintiliano, di Cecilio, di Favonio, e di Tertulliano. Vedi Aulo Gellio (Notti Attiche, XXI).

[375.] Il primo discorso di Lisia (Reiske, Orator. graec. t. V p. 2-48) è la difesa di un marito che avea ucciso un adultero. Il Dottore Taylor (Lectiones Lysiacae, c. 11, in Reiske, t. VI, 301-308) discute con molta dottrina i diritti dei mariti e de' padri in Roma ed in Atene.

[376.] Vedi Casaubon, (ad Athenaeum, l. 1 c. 5 p. 19). Percurrent raphanique mugilesque (Catullo, p. 41, 42, ed. di Vossio). Hunc mugilis intrat (Giovenale, Sat. X, 317). Hunc perminxere calones (Orazio, l. I, Sat. II, 44). Familiae stuprandum dedit..... Fraudi non fuit (Valerio Massimo, l. VI c. 1 n. 13).

[377.] Tito Livio (11, 8) e Plutarco (in Publicola, t. 1 p. 187) allegano questa legge: essa interamente giustifica la opinion pubblica su la morte di Cesare; opinione che Svetonio non temette di pubblicare sotto il governo degli Imperatori. Jure caesus existimatur, dice egli, in Julio, c. 76. Leggansi anche le lettere che si scrissero Cicerone e Muzio poco dopo gl'Idi di Marzo (ad Fam. XI, 27, 28).

[378.] Πρωτοι δε Αθηναιοι τον τε σιδηρον κατεθεντο (Tucidide, l. 1 c. 6). L'istorico che da questa circostanza ricava un mezzo di giudicare lo stato della civiltà, sdegnerebbe il barbarismo d'una Corte Europea.

[379.] Cicerone aveva in origine calcolato i danni della Sicilia a millies (ottocentomila lire sterline, Divinatio in Caecilium, c. 5); in seguito poi li ridusse a quadraginties (trecentomila lire sterline, prima aringa, in Verrem, c. 18), e finalmente si accontentò di tricies (ventiquattromila lire sterline). Plutarco (in Ciceron. t. III p. 1584) non ha dissimulato i sospetti ed i romori che in allora si sparsero.

[380.] Verre passò circa trent'anni nel suo esilio, fino all'epoca del secondo triumvirato, in cui egli fu proscritto dal buon gusto di Marc'Antonio, che si era invaghito del suo bel vasellame di Corinto (Plinio, Hist. Nat. XXXIV, 3).

[381.] Tale è il numero assegnato da Valerio Massimo (l. IX c. 2 n. 1). Floro (IV, 21) dice che duemila senatori e cavalieri furono proscritti da Silla. Appiano (De bello civili, l. 1 c. 95 t. II p. 133, ediz. Schweighaeuser) con maggior esattezza enumera quaranta vittime dell'ordine senatorio, e mille seicento dell'ordina equestre.

[382.] Su le leggi penali, vale a dire su le leggi Cornelia, Pompea, Giulia, di Silla, di Pompeo e di Cesare, vedi le Sentenze di Paolo (l. IV tit. 18-30 p. 497-528, ed. di Schulting); la Collatio legum mosaicarum et romanarum (t. 1-15); il Codice Teodosiano (l. IX); il Codice di Giustiniano (l. IX); le Pandette (XLVIII); le Institute (l. IV tit. 18) e la gran versione di Teofilo (p. 917-926).

[383.] Egli era un tutore che aveva avvelenato il suo pupillo. Quantunque il delitto fosse atroce, Svetonio (c. 9) colloca questo castigo nel numero delle azioni in cui Galba si mostrò acer, vehemens, et in delictis coercendis immodicus.

[384.] Gli Abactores o Abigeatores che portavan via un cavallo, due cavalle od un paio di buoi, cinque porci o dieci capre incorrevano una pena capitale (Paolo, sentent. recept. l. IV tit. 18 p. 497, 498). Adriano (ad Concil. Boetic.) in ragione della frequenza del delinquere, più severo, condanna i rei ad gladium, ludi damnationem (Ulpiano, De officio proconsulis, l. VIII, in Collatione legum mosaicarum et romanarum, tit. 11 p. 235).

[385.] Infino a che non si fece la pubblicazione del Giulio Paolo di Schulting (l. II tit. 26 p. 317, 323), si è tenuto per fermo, o si è da tutti creduto, che le leggi Giulie condannassero l'adultero alla pena di morte. Questo sbaglio è nato da una frode o da un errore di Triboniano. Non pertanto a tenore di quanto racconta Tacito, Lipsio indovinava la verità (Annali, II, 50; III, 24; IV, 42), secondato anche dal costume d'Augusto che nelle debolezze delle mogli della sua famiglia distingueva quelle che seco traevano il delitto di lesa maestà.

[386.] Severo ristrinse al solo marito il diritto d'una pubblica accusa in caso d'adulterio (Cod. Giustiniano, lib. IX tit. 9 leg. 1). Forse non è affatto ingiusto questo favore accordato al marito, poichè l'infedeltà delle mogli seco strascina conseguenze d'assai più disgustose di quelle degli uomini.

[387.] Timone (l. 1) e Teopompo (l. XLIII, apud Athenaeum, l. XII p. 517) descrivono il lusso e la dissolutezza degli Etruschi: πολυ μεν τοι γε χαιρουσι συνοντες τοις παισι και τοις μειρακιοις. Verso quel tempo (A. U. C. 445) i giovani romani frequentavano le scuole d'Etruria (Tito Livio, IX, 36).

[388.] I Persiani s'erano corrotti alla stesse scuola: απ’ Ελληνων μαθοντες παισι μισγονται (Erodoto, l. 1 c. 135). Vi sarebbe da fare una curiosissima dissertazione sull'introduzione del vizio contro natura, nei tempi posteriori ad Omero; sui progressi che fece tra i Greci dell'Asia e dell'Europa, sulla veemenza delle passioni di questi ed il sì fievole espediente della virtù e dell'amicizia che tanto ricreava i filosofi d'Atene. Ma scelera ostendi oportet dum puniuntur, abscondi flagitia.

[389.] In una istessa incertezza cadono il nome, l'epoca e le disposizioni di questa legge (Gravina, Opp. p. 432, 433; Eineccio, Hist. iur. rom. n. 108; Ernesti, Clav. Ciceron. in Indice legum). Ma devo notare per la verità che la nefanda Venus del riservato Tedesco è dall'Italiano più castigato chiamata aversa.

[390.] Vedi il discorso d'Eschine contro il catamita Timarco (in Beiske, Orat. graec. t. III p. 21-184).

[391.] Si presentano in folla alla mente del lettore, che ha cognizioni degli autori antichi, i nefandi passi; per me mi contenterò di indicare in questo luogo la fredda riflessione d'Ovidio:

Odi concubitus qui non utrumque resolvunt.

Hoc est quod puerum tangar amore MINUS.

[392.] Elio Lampridio (nella vita d'Eliogabalo, nella Storia Augusta, p. 112), Aurelio Vittore (in Philipp. Cod. Theod. l. IX tit. 7 leg. 7), ed il Comentario di Gotofredo (t. III p. 63). Teodosio abolì le malaugurate leggi che erano stabilite nei sotterranei di Roma, ove ambo i sessi impunemente si prostituivano.

[393.] Veggansi le leggi di Costantino e de' suoi successori contro l'adulterio, la sodomia, ec., nel Codice Teodosiano (l. IX tit. 7 leg. 7; l. XI tit. 36 leg. 1, 4) ed il Codice Giustinianeo (l. IX tit. 9 leg. 30, 31). Questi Principi parlano tanto col linguaggio della passione, quanto con quello della giustizia, ed hanno la cattiva fede d'attribuire la propria loro severità ai primi Cesari.

[394.] Giustiniano, Novelle 77, 134, 141; Procopio, Aneddoti, c. 1-16, colle annotazioni d'Alemanno; Teofane, p. 151; Cedreno, p. 368; Zonaro, l. XIV, p. 64.

[395.] Montesquieu, Spirito delle leggi, l. XII c. 5. Questo filosofo cotanto pel suo genio commendevole, concilia i diritti della libertà e della natura che non dovrebbero giammai trovarsi in opposizione fra loro.

[396.] Vedi venti secoli prima dell'Era Cristiana, intorno alla corruzione della Palestina, la Storia e le leggi di Mosè. Diodoro Siculo (t. 1 l. V p. 356) agli antichi Galli fa un rimprovero di questo vizio; i viaggiatori mussulmani e cristiani l'imputano alla China (Antic. Relaz. dell'India e della China, p. 34, tradotte dal Padre Rinaldetto e dal Padre Premaro, aspro suo critico, nelle Lettere edificanti, t. XIX p, 433) Gli storici spagnuoli, ne accusano gli indigeni dell'America. (Garcilasso della Vega, l. III c. 13; e Dizionario di Bayle, t. III p. 88). Voglio sperare ed amo credere che questa peste non siasi peranco sparsa fra i Negri dell'Affrica.

[397.] Carlo Sigonio (l. III, De judiciis in Opp. t. III p. 679-864) spiega molto eruditamente e con classico stile l'importante materia delle liti e dei giudizj che si tenevano pubblicamente in Roma, e se ne trova un compendio molto bene scritto nella Repubblica Romana di Belforte (t. II l. V p. 1-121). Chi desiderasse maggiori schiarimenti e più precise particolarità, può studiare Noodt (De iurisdictione et imperio, libri duo, t. 1 p. 93-134), Eineccio (ad Pandect., l. I c. 11; ad Instit. l. IV tit. 17; Element. ad Antiquit.) e Gravina (Opp. 230-251).

[398.] Le funzioni dei giudici di Roma, come quelle dei giurati d'Inghilterra, non potevano essere risguardate che come un dovere passeggiero, e non mai come una magistratura, od una professione, ma le leggi della Gran Brettagna esigono particolarmente l'unanimità dei voti: esse espongono i giurati ad una sorta di tortura da cui hanno liberato i rei.

[399.] Siamo debitori di questo fatto interessante ad un frammento d'Asconio Pediano che vivea mentre regnava Tiberio. La perdita che si è fatta de' suoi Comentarii sulle Orazioni di Cicerone, ci ha tolto un fondo prezioso di cognizioni storiche o relative alle leggi.

[400.] Polibio, lib. VI p. 633. L'estensione dell'Imperio, non che dei luoghi compresi nella città di Roma, forzava l'esiliato a procurarsi un ritiro che fosse ad una gran distanza.

[401.] Qui de se statuebant, humabantur corpora, manebant testamenta; pretium festinandi. Tacito, Annali VI, 25, colle Annotazioni di Giusto Lipsio.

[402.] Giulio Paolo, Sentent. recept. l. V tit. 12 p. 476; le Pandette, l. XLVIII tit. 21; il Codice, l. IX tit. 50; Bynkershoek, t. 1 p. 59; Observat. J. G. R. IV, 4, e Montesquieu (Esprit. des Lois, l. 29 c. 9) notano le civili restrizioni della libertà, ed i privilegi del suicida. Le pene che gli vennero inflitte, furono inventate in un tempo posteriore e meno illuminato.

[403.] Plinio, Hist. Nat. XXXVI, 24. Quando Tarquinio per edificare il Campidoglio tormentò talmente i suoi sudditi che ridusse alla disperazione parecchi fra gli operai, onde si diedero la morte, fece inchiodare i cadaveri di quegli sgraziati su d'una croce.

[404.] I rapporti che s'incontrano fra una morte violenta, ed una morte immatura, determinarono Virgilio (Eneide, VI, 434-439) a confondere insieme il suicidio e la morte dei neonati, quelli che muoiono per amore e le persone ingiustamente condannate a morte. Il migliore fra i suoi editori, Heyne, non sa come spiegare le idee, ossia il sistema di giurisprudenza del romano poeta in intorno questo soggetto.

[405.] Vedi nelle Familiae byzantinae di Ducange (p. 89-101), quanto si riferisce alla famiglia di Giustino e di Giustiniano. Ludewig (in vit. Justinian. p. 131) ed Eineccio (Hist. iuris rom. p. 374), giureconsulti devoti, hanno spiegata la genealogia del favorito lor principe.

[406.] Per raccontare come è salito al trono Giustino, ho tradotto in semplice e concisa prosa gli ottocento versi dei due primi libri di Corippo, De laudibus Justini (Appendix Hist. bizant. p. 401-416, Roma, 1777).

[407.] Fa meraviglia che Pagi (Critica in Annal. Baron. t. II p. 639) sulla fede di qualche cronaca siasi tratto a contraddire il chiaro e decisivo testo di Corippo (Vicina donal. II, 354; Vicina dies, l. IV), ed a posporre il consolato di Giustino, sino all'A. D. 567.

[408.] Teofane, Chronograph. p. 205. È inutile di allegare la testimonianza di Cedreno e di Zonara, mentre essi non sono che semplici compilatori.

[409.] Corippo, l. III, 390. Si tratta incontestabilmente dei Turchi vincitori degli Avari; ma la parola scultor sembra non aver senso; e l'unico manoscritto esistente di Corippo, sul quale fu pubblicata la prima edizione di questo scrittore (1581, apud Plantin), non si trova più. L'ultimo editore, Foggini di Roma, congetturò che tal parola dovesse esser corretta in quella di Soldano; ma le ragioni allegate dal Ducange (Joinville, Dissertat. 16 p. 238-240) per provare che questo titolo fu assai di buon'ora adoperato dai Turchi e dai Persiani, sono deboli od equivoche; ed io mi trovo più disposto in favore di Herbelot (Bibl. orient. p. 825) che attribuisce a quel vocabolo un'origine araba o caldea, e lo fa incominciare nell'undecimo secolo, in cui il califfo di Bagdad l'accordò a Mahmud, principe di Gazna e vincitore dell'India.

[410.] Su questi caratteristici discorsi si paragonino i versi di Corippo (l. III, 251-401) colla prosa di Menandro (Excerpt. legat. p. 102, 103). La loro diversità prova che non furono copiati l'uno dall'altro, e la loro rassomiglianza che furono attinti alla stessa fonte.

[411.] Sulle guerre degli Avari contro gli Austrasiani, vedasi Menandro (Excerpt. legat. p. 110), San Gregorio di Tours (Hist. Franc. l. IV c. 29), e Paolo Diacono (De gest. Langob. l. II c. 10).

[412.] Paolo Warnefrido, Diacono del Friuli (De gest. Langob. l. I c. 23, 24). I suoi quadri de' nazionali costumi, quantunque grossolanamente abbozzati, sono più animati ed esatti di quelli di Beda o di San Gregorio di Tours.

[413.] Questa istoria è raccontata da un impostore (Teofilatto Simocat. l. VI c. 10); il quale però ebbe l'accortezza di stabilire le sue finzioni su fatti pubblici e notorj

[414.] Dopo le osservazioni di Strabone, di Plinio e d'Ammiano Marcellino, sembra che questo fosse un uso comune fra le tribù degli Sciti (Muratori, Script. rer. italicar. t. I p. 424). Le chiome dell'America settentrionale sono esse pure trofei di valore; i Lombardi conservarono per più di due secoli il cranio di Cunimondo; e lo stesso Paolo intervenne al banchetto, in cui il duca Radechisio fece portar fuori questa coppa destinata alle grandi solennità.

[415.] Paolo, l. 1 c. 27; Menandro, in Excerpt. legat. p. 110, 111.

[416.] Ut hactenus etiam jam apud Bajoariorum gentem quam et Saxonum sed et alios ejusdem linguae homines..... in eorum carminibus celebretur (Paolo, l. 1 c. 27). Esso morì, A. D. 799 (Muratori, in Praefat. t. 1 p. 397). Queste canzoni de' Germani, alcune delle quali potevano risalire ai tempi di Tacito (De morib. Germ. c. 2), furono compilate e trascritte per ordine di Carlo Magno. Barbara et antiquissima carmina, quibus veterum regum actus et bella canebantur scripsit memoriaeque mandavit (Eginardo, in vit. Car. Magn. c. 29 p. 130, 131). I poemi di cui fa elogio Goldast (Animad. ad Eginard. p. 207) sembrano essere romanzi moderni e spregevoli.

[417.] Paolo (l. II c. 6-26) parla delle altre nazioni. Muratori (Antich. Ital. t. I, Dissert. 1 p. 4) ha scoperto il villaggio de' Bavari alla distanza di tre miglia da Modena.

[418.] Gregorio il Romano (Dialog. l. III c. 27, 28, apud Baron. Annal. eccles. A. D. 579 n. 10) suppone che essi adorassero una capra. Io non conosco che una religione in cui la Divinità sia ad un tempo stesso la vittima.

[419.] I rimproveri che dal Diacono Paolo (l. II c. 5) vengono fatti a Narsete, possono essere senza fondamento; ma le migliori critiche rifiutano la debole apologia pubblicata dal Cardinale Baronio (Annali Eccles. A. D. 567 n. 8-12). Fra questi critici io indicherò il Pagi (tom. II p. 639, 640), il Muratori (Annali d'Ital. t, V p. 160-163), e gli ultimi editori, Orazio Bianco (Script. rer. Italic. t. I p. 427, 428), e Filippo Argelato (Sigon. Opera, t. II p. 11, 12). È certo che quel Narsete che assistette alla coronazione di Giustino (Corippo, l. III, 221) era un'altra persona dello stesso nome.

[420.] Paolo (l. II c. 11), Anastasio (in vit. Johan. III p. 43), Agnello (Liber pontifical. Raven. in Script. rer. Ital. t. II part, 1 p. 114-124) fanno menzione della morte di Narsete. Ma non posso convenire con Agnello che questo Generale avesse novantacinque anni. Com'è probabile che agli ottant'anni cominci l'epoca delle gloriose sue imprese?

[421.] Paolo Diacono nell'ultimo capitolo del suo primo libro, e ne' sette primi del secondo, ci fa conoscere i disegni di Narsete e dei Lombardi intorno all'invasione dell'Italia.

[422.] In seguito a questa translazione, l'Isola di Grado prese il nome di Nuova Aquileja (Chron. Venet. p. 3). Il Patriarca di Grado non tardò molto a diventare il primo cittadino della Repubblica (p. 9 ec.); ma la sua sede non si trasferì a Venezia che nel 1450, e presentemente è carico di titoli e di onori. Ma il genio della Chiesa s'abbassò innanzi al genio dello Stato, ed il governo di Venezia cattolica è presbiteriano in tutto il rigor del termine (Tomassino, Discip. de l'Eglise, t. 1 p. 156, 157, 161-165; Amelot da la Houssaye, Gouvernement de Venise, t. 1 p. 256-261).

[423.] Paolo fece una descrizione delle diciotto regioni in cui l'Italia era allora divisa (l. II c. 14-24). La Dissertatio chorographica de Italia medii aevi del Padre Beretti, religioso Benedettino e professore Reale a Pavia, è stata consultata con molto profitto.

[424.] Veggansi i materiali raccolti da Paolo sulla conquista d'Italia (l. II c. 7-10, 12, 14, 25, 26, 27), l'eloquente racconto di Sigonio (t. II, De regno Italiae, l. I p. 13-19), e le esatte critiche Dissertazioni del Muratori (Annali d'Italia, t. V p. 164-180).

[425.] Il lettore ricorderà la storia della moglie di Candaulo e l'assassinio di questo sposo che viene narrato da Erodoto in un modo sì piccante nel primo libro della sua Storia. La scelta di Gige αιρεεται αυτος περιειναί può servire d'una specie di scusa a Peredeo; ed i migliori scrittori dell'antichità si sono serviti di questa blanda insinuazione di un'idea odiosa (Graevius, ad Ciceron. Orat. pro Milone, c. 10).

[426.] Vedi l'Istoria di Paolo, l. II c. 28-32. Ho cavato parecchie interessanti particolarità dal Liber pontificalis d'Agnello, in Script. rer. Ital. t. II p. 124. Fra tutte le guide cronologiche, la più sicura è il Muratori.

[427.] Gli autori originali sul Regno di Giustino il Giovine sono Evagrio (Hist. eccl. l. V c. 1-12), Teofane (Chronograph. p. 204-210), Zonara (t. II l. XIV p. 70-72), Cedreno (in Compend. p. 388-392).

[428.]

Dispositorque novus sacrae Baduarius aulae;

Successor soceri mox factus Cura palati.

Corippo.

Fra i discendenti e gli alleati della casa di Giustiniano contasi Badoario. Una casa Badoero nel nono secolo, famiglia nobile di Venezia, vi ha fabbricato chiese e dato alcuni Duchi alla Repubblica; e se la di lei genealogia è comprovata come si conviene, in Europa non v'ha Re che vantarne possa una tanto antica ed illustre (Ducange, Fam. Byzant. p. 99, Amelot de la Houssaye, Gouvern. de Venise, t. 11 p. 555).

[429.] Gli elogi più puri e più autorevoli sono quelli che ricevono i Principi prima del loro esaltamento. Mentre si innalzava Giustino al trono, Corippo avea encomiato Tiberio (l. I p. 212-222). Del resto un Capitano stesso delle guardie poteva instigare l'adulazione d'un Affricano esigliato.

[430.] Evagrio (l. V c. 13) ha aggiunto il rimprovero di Giustino a' suoi Ministri. Egli applica questo discorso alla cerimonia, in cui fu conferita a Tiberio la dignità Cesarea. Non per un vero sbaglio, ma per le loro vaghe espressioni, Teofane ed alcuni altri fecero pensare che si avesse a riferire all'epoca in cui Tiberio fu decorato del titolo d'Augusto, subito dopo la morte di Giustino.

[431.] Teofilatto Simocatta (l. III c. 11) attesta formalmente, che trasmette ai posteri l'aringa di Giustino quale la pronunziò, e senza voler correggere gli errori di lingua e di rettorica. Probabilmente questo futile sofista non sarebbe stato capace di farne una simile.

[432.] Vedi, sul carattere ed il regno di Tiberio, Evagrio (l. V c. 13), Teofilatto (l. III c. 12 ecc.), Teofane (in Chron. p. 210-213), Zonara (t. II l. XIV p. 22), Cedreno (p. 392), Paolo Warnefrido (De gestis Longobard. l. III c. 11, 12). Il Diacono del Forum Julii pare che abbia avuto veramente cognizione di alcuni fatti curiosi ed autentici.

[433.] È singolare che Paolo (l. III c. 15) lo distingue come il primo fra gli Imperatori greci, primus ex graecorum genere in imperio constitutus. È vero che i suoi immediati predecessori erano nati nelle province latine d'Europa: e nel testo di Paolo bisogna forse leggere in Graecorum imperio; ciò che applicherebbe l'espressione all'impero anzi che al Principe.

[434.] Sul carattere e regno di Maurizio vedi il quinto e sesto libro d'Evagrio, e specialmente il libro VI c. 1, gli otto libri della prolissa ed ampollosa istoria di Teofilatto Simocatta, Teofane (p. 213 ec.), Zonara (t. II l. XIV p. 73), Cedreno (p. 394).

[435.] Αυτοκρατωρ οντως γενομενος την μεν οχλοκρατειαν των παθων εκ της οικειας εξενηλατησε ψυκης: αρισοκρατειαν δε εν τοις εαυτου λογισμοις κατασησαμενος. Evagrio compose la sua storia nel duodecimo anno del regno di Maurizio, ed egli era stato così saggiamente indiscreto, che l'Imperatore conobbe e ricompensò le sue favorevoli opinioni (l. VI c. 24).

[436.] I geografi antichi fanno spesso menzione della columna rhegina, situata nella più stretta parte del Faro di Messina, alla distanza di cento stadj dalla città di Reggio. Vedi Cluvier (Ital. antiq. t. II p. 1295), Luca Olstenio (Annot. ad Cluvier, p. 301) e Wesseling (Itiner. p. 106).

[437.] Gli storici Greci non ispargono che una debole luce sulle guerre d'Italia (Menandro, in Excerpt. legat. p. 124-126; Teofilatto, l. III c. 4). I Latini, e specialmente Paolo Warnefrido (l. III c. 13-34), che aveva lette le anteriori istorie di Secondo e di Gregorio di Tours, sono più soddisfacenti. Il Baronio cita alcune lettere de' Papi ec., e si trovano stabilite le epoche nell'esatta Cronologia del Pagi e del Muratori.

[438.] Zacagni e Fontanini, difensori della causa de' Papi, hanno potuto a giusto titolo reclamare le valli e le paludi di Comacchio come una parte dell'Esarcato; ma nella loro ambizione, essi hanno voluto comprendere anche Modena, Reggio, Parma e Piacenza, ed hanno ottenebrata una questione di geografia, già dubbiosa ed oscura per se stessa. Anche il Muratori, come servitore della casa d'Este, non va esente di parzialità e di prevenzione.

[439.] Vedi Brenckmann, Dissert. prima de republica Amalphitana, p. 1-42, ad calcem Hist. Pandect. Florent.

[440.] Gregorio Magno, l. III, epist. 23, 25, 26, 27.

[441.] Io ho descritto l'Italia colla scorta dell'eccellente Dissertazione del Beretti. Il Giannone (Istoria Civile, t. I p. 374-387), nella geografia del Regno di Napoli, ha seguìto il dotto Camillo Pellegrino. Quando l'Impero ebbe perduto la Calabria propriamente detta, la vanità de' Greci sostituì il nome di Calabria all'ignobile denominazione di Bruzio; e sembra che questa alterazione abbia avuto luogo prima del Regno di Carlo Magno (Eginardo, p. 75).

[442.] Maffei (Verona illustrata, part. I p. 310-321) e Muratori (Antich. Ital. t. II, Dissert. 32, 33 p. 71-365), il primo col massimo entusiasmo, ed il secondo colla più gran moderazione, hanno ambedue sostenuto le pretensioni della lingua latina, e spiegato molto sapere, spirito ed esattezza in questa discussione.

[443.] Paolo, De gest. Longobard. l. III c. 5, 6, 7.

[444.] Paolo, (l. II c. 9) applica a queste famiglie o a queste generazioni il nome teutonico di Faras, che si rinviene eziandio nelle leggi dei Lombardi. Il Diacono con tutta la sua modestia non era insensibile alla nobiltà della sua razza. Vedi L. IV c. 39.

[445.] Si confrontino il num. 3 ed il num. 177 delle leggi di Rotario.

[446.] Paolo, l. II c. 31, 32; l. III c. 16. Le leggi di Rotario pubblicate A. D. 643 non contengono alcun'orma di questo tributo del terzo dei prodotti; ma ci danno parecchie minute e curiose particolarità intorno lo stato dell'Italia ed i costumi dei Lombardi.

[447.] Le razze di Dionigi di Siracusa, e le frequenti sue vittorie nei giuochi Olimpici, aveano divulgata fra i Greci la fama dei cavalli della Venezia; ma la loro razza erasi perduta ai tempi di Strabone (l. V p. 325). Gisulfo da suo zio ottenne generosarum equarum greges (Paolo, l. II c. 9). Successivamente i Lombardi introdussero in Italia caballi sylvatici, cavalli selvaggi (Paolo, l. IV c. 11).

[448.] Tunc (A. D. 596) primum, Bubali in Italiam delati Italiae populis miracula fuere (Paolo Warnefridio, l. IV, c. 11). I bufali che paiono essere originarj dell'Affrica e dell'India, non si conoscono in Europa, eccetto in Italia, dove sono numerosi ed utili: gli antichi non avevano la menoma idea di questi animali, a meno che Aristotile (Hist. anim. l. III c. 1 p. 58, Parigi, 1783) non abbia inteso darne una descrizione sotto il nome di buoi selvaggi d'Aracosia (Vedi Buffon, Hist. nat. t. XI, e supplem. t. VI; Hist. gen. des Voyages, t. I p. 7, 481; II, 105; III, 291; IV, 234, 461; V, 195; VI, 491; VIII, 400; X, 666; Pennant's Quadrupedes, p. 24; Dictionn. d'Hist. nat. par Valmont de Bomare, t. II p. 74). Del resto non devo tacere che Paolo, verisimilmente per un errore invaso nel volgo, ha dato il nome di bubalus, all'auroco, o toro selvaggio dell'antica Germania.

[449.] Vedi la ventesima Dissertazione di Muratori.

[450.] Se ne ha una prova nel silenzio stesso degli autori che hanno scritto sulla caccia e la storia delle bestie. Aristotile (Hist. animal. l. IX c. 36 t. 1 p. 586, e le Annotazioni del sig. Camus che ne è l'ultimo editore, t. II p. 314), Plinio (Hist. nat. l. X c. 10), Eliano (De nat. animal. l. II c. 42), e forse Omero (Odyss. XXII, 302-306), parlano con istupore d'una tacita lega e d'una caccia comune fra i falconi ed i cacciatori della Tracia.

[451.] Specialmente il girifalco od il gyrfalcon, che ha la stessa grossezza d'una piccola aquila. Vedi la descrizione animata che ne fa il sig. di Buffon (Hist. nat. t. XVI p. 239).

[452.] Script. rer. Ital. t. 1 part. II p. 129. Si è la 16. legge dell'Imperatore Luigi il Pio. Falconieri e cacciatori formavano parte del servizio della casa di Carlo Magno suo padre (Mem. sull'antica Cavalleria del sig. di Saint-Palaye, t. III p. 175). Le leggi di Rotario parlano dell'arte della falconeria in un'epoca anteriore (n. 322); e sino dal quinto secolo, Sidonio Apollinare l'annoverava fra i talenti del Gallo Avito (202-207).

[453.] A parecchi de' suoi compatriotti si può applicare l'epitaffio di Droctulfo (Paolo, l. III c. 19).

Terribilis visu facies, sed corde benignus,

Longaque robusto pectore barba fuit.

Nel palazzo di Monza distante dieci miglia da Milano si mirano ancora oggi giorno i ritratti degli antichi Lombardi; quel palazzo fu fabbricato o restaurato dalla Regina Teodolinda (l. IV, 22, 23).

[454.] Paolo (l. III c. 29, 34) riferisce la Storia d'Autario e di Teodolinda; ed ogni frammento degli antichi Annali della Baviera anima le instancabili ricerche del conte di Buat (Histoire des Peuples de l'Europe, t. XI p. 595-635; t. XII p. 1, 53).

[455.] Giannone (Storia civile di Napoli, t. I p. 263) biasima con ragione l'impertinenza del Boccaccio (Giorn. III, Nov. 2), il quale senza motivo, o pretesto, e contro ogni verità, presenta la Regina Teodolinda nelle braccia d'un mulattiere.

[456.] Paolo, l. III c. 16. Si consultino sullo Stato del Regno d'Italia le prime Dissertazioni del Muratori, ed il primo volume della Storia di Giannone.

[457.] La più esatta edizione delle leggi Lombarde è quella dei Script. rer. Italic. t. 1 part. II p. 1-181. È stata collazionata sul manoscritto più antico, ed illustrata da annotazioni critiche del Muratori.

[458.] Montesquieu (Esprit des Lois, l. XXVIII c. 1): «Abbastanza giudiziose sono le leggi dei Borghignoni, ma più ancora lo sono quelle di Rotario, o di altri principi Lombardi.»

[459.] Vedi le leggi di Rotario, n. 379 p. 49. Striga è usato come il nome di una strega. Questo vocabolo è figlio del più puro latino (Orazio, Epod. V, 20; Petronio, c. 134). Pare che un passo di quest'ultimo autore, Quae striges comederunt nervos tuos? comprovi che un tal pregiudizio fosse di origine italiana, anzi che barbara.

[460.] Quia incerti sumus de iudicio Dei, et multos audivimus per pugnam sine iusta causa, suam causam perdere. Sed propter consuetudinem gentem nostram Langobardorum legem impiam vetare non possumus. Vedi p. 74 n. 65 delle Leggi di Luitprando, promulgate A. D. 724.

[461.] Leggi la Storia di Paolo Warnefrido, e specialmente il libro III c. 16. Il Baronio non vuol acconsentire a questo fatto che pare in contraddizione colle invettive di Papa Gregorio il Grande; ma il Muratori (Annali d'Italia, t. V p. 217) ha il coraggio di far sentire che il Santo può benissimo avere esagerato i falli imputati agli Arriani ed ai nemici.

[462.] Il Baronio ha copiato ne' suoi Annali (A. D. 590 n. 16; A. D. 595 n. 2 ec.) i passi delle Omelie di San Gregorio, che mettono in chiaro lo stato sciagurato della città e della campagna di Roma.

[463.] Un Diacono che da San Gregorio di Tours venne spedito a Roma, per procurarsi reliquie, fa una descrizione dell'inondazione e della peste. Lo spiritoso deputato abbellisce il suo racconto coll'arricchire il fiume d'un gran drago accompagnato da una coorte di piccole serpi (S. Greg. di Tours, l. X c. 1).

[464.] San Gregorio di Roma (Dialog. l. II c. 15) riferisce una predizione memorabile di San Benedetto. Roma a gentilibus non exterminabitur, sed tempestatibus, coruscis turbinibus ac terrae motu in semeptisa marcescet. Questa profezia, col testificare il fatto per cui e con cui è stata inventata, rientra nel dominio della Storia.

[465.] Quia in uno se ore cum Jovis laudibus, Christi laudes non capiunt, et quam grave nefandumque sit episcopis canere, quod nec laico religioso conveniat, ipse considera (l. IX, epist. 4). Gli scritti di San Gregorio fanno testimonianza della sua innocenza intorno al gusto ed alla letteratura dei classici.

[466.] Bayle (Dizionario critico t. II p. 598, 599) in un eccellente articolo relativo a Gregorio I cita Platina sulla distruzione de' fabbricati e delle statue, di cui si fa rimprovero a Gregorio I; quanto alla Biblioteca Palatina egli allega Giovanni di Salisbury (De nugis curialium, l. II c. 26); e per Tito Livio cita Antonio Fiorentino: il più antico di codesti tre testimonj viveva nel secolo dodicesimo.

[467.] San Gregorio, l. III, epist. 24, indict. 12 ec. Dalle epistole di S. Gregorio e dall'ottavo volume degli Annali di Baronio, i pii lettori potranno conoscere quali particelle delle catene di S. Paolo amalgamate con oro e fabbricate sotto forma di chiavi o di croci venissero disseminate nella Brettagna, la Gallia, la Spagna, a Costantinopoli ed in Egitto. Il fabbro pontificio che adoperò la lima dovè per certo aver contezza de' miracoli che avea il potere di fare o d'impedire; il che, a spese della veracità di S. Gregorio, deve scemare l'idea della sua superstizione.

[468.] Oltre alle epistole di S. Gregorio classificate da Dupin (Bibl. eccles. t. V p. 103-126), abbiamo tre vite di questo Papa. Le due prime furono scritte nell'ottavo e nono secolo (De triplici vita S. Gregor. Prefazione del 4. volume dell'ediz. dei Benedettini) dai Diaconi Paolo (p. 1-18) o Giovanni (p. 19-188); esse contengono molte testimonianze originali ma dubbie. La terza vita è un lungo o fastidioso epilogo degli editori Benedettini (p. 199-305). Gli Annali del Baronio somministrano una Storia copiosa ma parziale. Il buon senso di Fleury (Hist. eccles. t. VIII) corregge i pregiudizj papali di questo scrittore, e Pagi e Muratori hanno rettificato le sue date.

[469.] Il Diacono Giovanni parla di questo ritratto che avea veduto (l. IV c. 83, 84); ed Angelo Rocca antiquario romano ha illustrato la sua descrizione (San Gregorio, Opere, t. IV p. 312-326). Quest'autore (p. 321-323) asserisce che in alcune antiche Chiese di Roma si conservano mosaici dei Papi del settimo secolo. Le mura che per lo passato rappresentavano la famiglia di San Gregorio, offrono ora il martirio di S. Andrea, ove il genio del Dominichino ha gareggiato col genio del Guido.

[470.] Disciplinis vero liberalibus, hoc est grammatica, rethorica, dialectica, ita a puero est institutus, ut quamvis eo tempore florerent adhuc Romae studia litterarum, tamen nulli in urbe ipsa secundus putaretur (Paolo Diacono, in vita. S. Gregor. c. 2).

[471.] I Benedettini (in vit. sanct. Greg. l. I p. 205-208) fanno tutti gli sforzi onde provare che S. Gregorio pei proprj Monasteri adottò la regola del loro Ordine; ma da che confessano avere il fatto qualche dubbiezza, è evidente che la pretensione di questi potenti Monaci è totalmente falsa. Vedi Butler, Lives of the Saints, vol. III p. 145, opera di merito: il buon senso ed il sapere sono dell'Autore, ed i pregiudizj che vi si incontrano appartengono alla sua professione.

[472.] Monasterium Gregorianum in eiusdem beati Gregorii aedibus ad clivum Scauri prope ecclesiam SS. Johannis et Pauli in honorem S. Andreae (Gio. in vit. S. Greg. l. 1, c. 6; S. Gregorio, l. VII, epist. 13). Questa casa e questo Monastero erano collocati sul fianco del Monte Celio che sta rimpetto al Monte Palatino; in oggi è posseduta dai Camaldolesi. San Gregorio trionfa e Sant'Andrea si è ritirato in un'angusta Cappella (Nardini, Roma antica, l. III c. 6 p. 100; Descrizione di Roma t. I p. 442-446).

[473.] Tutto il Pater noster non è costituito che da cinque o sei linee; invece il Sacramentarius e l'Antiphonarius di San Gregorio riempiono 880 pag. in fol. (t. III part. I p. 1-880); eppure non formano che una sola parte dell'Ordo Romanus che Mabillon ha spiegato, e che è stato compendiato da Fleury (Hist. eccl. t. VIII p. 139-152).

[474.] L'Abbate Dubos (Riflessioni sulla poesia e la pittura, t. III p. 174, 175) osserva che il canto Ambrosiano è tanto semplice, che non impiega che quattro tuoni; e che la più perfetta armonia del canto di San Gregorio comprendeva gli otto tuoni, ossiano le quindici corde della musica antica. E soggiunge (p. 332) che gli intelligenti ammirano la prefazione e parecchi pezzi dell'officio Gregoriano.

[475.] Giovanni il Diacono (in vit. S. Greg. l. III c. 7) ci dà a conoscere il disprezzo dimostrato fin di buon'ora dagli Italiani pel canto all'uso oltramontano. Alpina scilicet corpora vocum suarum tonitruis altisona perstrepentia, susceptae modulationis dulcedinem proprie non resultant; quia bibuli gutturis barbara feritas dum inflexionibus et repercussionibus mitem nititur edere cantilenam, naturali quodam fragore quasi plaustra per gradus confuse sonantia rigidas voces iactat, ec. Sotto il Regno di Carlo Magno, i Franchi convenivano, benchè alquanto ritrosamente, della giustizia di questo rimprovero (Muratori, Dissert. 25).

[476.] Un critico francese (P. Gussainv. Op. t. II, p. 105-112) ha vendicato il diritto di S. Gregorio all'intera assurdità dei Dialoghi. Dupin (t. V p. 138) dubita nemmeno che siavi chi non abbia a garantire la verità di tutti questi miracoli. Io però sarei ben curioso di sapere quanti egli stesso ne adottava.

[477.] Il Baronio non ama di fermarsi su questi dominj ecclesiastici, perchè teme di far vedere che erano composti di fattorie o poderi e non di regni. Gli scrittori francesi, i Benedettini (t. IV l. III p. 272 ec.) e Fleury (t. VIII p. 29 ec.) non temono d'internarsi in queste modeste ma utili particolarità, e l'umanità di Fleury insiste sulle virtù sociali di San Gregorio.

[478.] Mi vien tutta la tentazione di credere che questa pecuniaria ammenda sui matrimonj dei villani sia quella che ha prodotto il famoso e bene spesso favoloso diritto di cuissage, di marquette, ec. È possibile che una vaga sposa, col consentimento del marito, commutasse il pagamento fra le braccia di un giovane signore, e che questo mutuo favore abbia potuto servire ad esempio onde autorizzare qualche atto tirannico locale, senza alcuna legalità.

[479.] Il Sigonio espone abilmente il temporale governo di Gregorio I. Vedi il libro primo De Regno Italiae, t. II della raccolta delle sue Opere, p. 44-75.

[480.] Missis qui..... reposcerent..... veteres Persarum ac Macedonum terminos, seque invasurum possessa Cyro et post Alexandro, per vaniloquentiam ac minas jaciebat (Tacito, Annali, VI, 31) Tale era il linguaggio degli Arsacidi. In parecchi luoghi ho ricordato le alte pretensioni dei Sassanidi.

[481.] Vedi le ambascierie di Menandro, ostruite e raccolte nell'undecimo secolo d'ordine di Costantino Porfirogenito.

[482.] La generale independenza degli Arabi, che non si può ammettere senza molte restrizioni, vien ciecamente difesa in una particolare Dissertazione dagli autori dell'Istoria universale, (t. XX p. 196-250). Essi suppongono che un continuo miracolo abbia conservata la profezia in favore de' figli d'Ismaele; e questi devoti eruditi non hanno verun timore di compromettere la verità del Cristianesimo, appoggiandola su di una base tanto fragile e pericolosa.

[483.] D'Herbelot, Bibliot. Orient. p. 477; Pocock, Specimen Hist. Arabum, p. 64, 65. Il Padre Pagi (Critica, t. II p. 646) ha dimostrato che dopo dieci anni di pace, la guerra che aveva durato venti anni, ricominciò A. D. 571. Maometto era nato A. D. 569, l'anno dell'elefante o della disfatta di Abrahah (Gagnier, Vie de Mahomet, t. I p. 89, 90, 98); e secondo questo calcolo, due anni furono spesi nella conquista dell'Yemen.

[484.] Pompeo avea vinto gli Albani che gli si erano fatti incontro in numero di dodicimila cavalieri, e di sessantamila fanti; ma la sua marcia fu arrestata dalla comune opinione, che in quel paese si trovasse una quantità di rettili velenosi, l'esistenza de' quali è tuttora molto dubbiosa, come quella delle Amazzoni, che si collocavano in que' contorni (Plutarco, Vita di Pompeo, t. II p. 1165, 1166).

[485.] Negli Annali dell'Istoria io non ritrovo che due flotte comparse sul mar Caspio: 1. quella de' Macedoni, quando Patroclo, ammiraglio di Seleuco e di Antioco, Re di Siria, giunse dalle frontiere dell'India, dopo d'aver disceso un fiume che è probabilmente l'Oxo (Plinio, Hist. nat. VI, 21): 2. quella de' Russi quando Pietro il Grande condusse una flotta ed un esercito dai contorni di Mosca alla costa della Persia (Bell's Travels, vol. II p. 325-352). Egli con ragione osserva che mai non s'era spiegata una simile pompa marziale sul Volga.

[486.] Sulle guerre Persiane, e sui trattati con quella nazione, vedi Menandro, in Excerpt. legat. p. 113-125; Teofane di Bisanzio, apud Photium, Cod. 64 p. 77, 80, 81; Evagrio, l. V c. 7-15; Teofilatto, l. III c. 9-16; Agatia, l. IV p. 140.

[487.] In quanto al suo carattere ed alla sua situazione Buzurg-Mihir può esser riguardato come il Seneca dell'Oriente. Le sue virtù e forse i suoi difetti, sono molto meno conosciuti di quelli del filosofo Romano, che sembra essere stato assai più loquace. Fu appunto Buzurg che apportò dalle Indie il giuoco degli Scacchi, e le Favole di Pilpay. Lo splendore della sua saggezza e delle sue virtù fu tale che i Cristiani pretendono che seguisse il Vangelo, ed è venerato dai Mussulmani per aver anticipatamente abbracciato la dottrina del gran Profeta. (D'Herbelot, Bibl. Orient., p. 218).

[488.] Vedi questa imitazione di Scipione in Teofilatto, l. I. c. 14, e nel 1. II, c. 3, egli parla dell'immagine di Gesù Cristo. Più sotto e molto distesamente tratterò delle immagini dei Cristiani; ho creduto dire degli idoli. Questo, se non m'inganno fu il più antico αχειροποιμτος, delle manifatture celesti, ma ne' successivi dieci secoli, molti n'escirono dalla stessa fabbrica.

[489.] Nel libro apocrifo di Tobia vien citato Ragae o Rei, come già in florido stato, sette secoli avanti Gesù Cristo, sotto l'impero degli Assirj. I Macedoni ed i Parti successivamente abbellironla sotto gli stranieri nomi di Europo e di Arsacia. Questa città era situata cinquecento stadj al Mezzogiorno delle porte Caspie (Strabone l. XI, p. 196). Quanto si riferisce intorno alla sua grandezza ed alla sua popolazione nel nono secolo è assolutamente incredibile: del resto essa venne posteriormente ruinata dalle guerre e dall'insalubrità dell'Atmosfera. (Chardin, Voyage en Perse, t. 1, p. 279, 280; d'Herbelot, Bibliot. orient. p. 714).

[490.] Teofilatto, l. III, c. 18. Nel suo terzo libro Erodoto parla de' sette Persiani che furono i Capi di queste sette famiglie. Spesso si tratta de' loro nobili discendenti, e specialmente ne' frammenti di Ctesia. Ad ogni modo l'indipendenza di Otanes (Erodoto, l. III, c. 83, 84) ripugna allo spirito del dispotismo, nè sembra verisimile che le Sette Famiglie abbiano sopravvissuto alle rivoluzioni di undici Secoli; tuttavia esse poterono venir rappresentate, dai sette ministri (Brisson, De regno Pers., l. 1, p. 190), ed alcuni nobili Persiani, come i Re del Ponto (Polibio, l. V, p. 540) e della Cappadocia (Diodoro di Sicilia, l. XXXI, t. II, p. 517) potevano dirsi discesi dai prodi compagni di Dario.

[491.] Vedi un'esatta descrizione di questa montagna scritta da Oleario (Voyage en Perse, p. 997, 998) che la salì con molta difficoltà e pericolo, ritornando da Ispahan al mar Caspio.

[492.] Gli Orientali suppongono che Bahram abbia convocato questa assemblea, e proclamato Cosroe; ma in questo luogo Teofilatto è più chiaro e più degno di fede.

[493.] Ecco le parole di Teofilatto (l. IV, c. 7): Βαραμ φιλος τοις θεοις, νικητης επιφανης, τυραννων εθχρος, σατραπης μεγισανων, της Περσικης αρχων δυναμεως, etc. Baram caro agli Dei, vincitore esimio, nemico de' tiranni, satrapa supremo, capitano delle forze Persiane, ec. Nella sua risposta, Cosroe si qualifica di τη νοκτι χαριζομενος ομματα.... ο τους Ασωνας (i genii) μισθουμενος d'uno che fa grazia alla notte col guardarla...... che tiene al servigio gli Asoni (i genii). È lo stile Orientale in tutta la sua pompa.

[494.] Teofilatto (l. IV c. 7) imputa la morte di Hormus al suo figlio, dicendo, se gli si deve prestar fede, che spirò sotto i colpi del bastone d'ordine suo. Ho preferito di appigliarmi a quanto ne dicono Condemirio ed Eutichio; sono sempre inclinato ad adottare i testimonii più temperati, massime quando si tratti di scemare l'orrore e l'atrocità d'un parricidio.

[495.] Nel poema di Lucano (l. VIII, 256, 455) si osserva che Pompeo, dopo la battaglia di Farsaglia, mette in campo una disputa dell'istessa natura. Pompeo voleva ricoverarsi fra i Parti; ma i compagni de' suoi disastri avevano in orrore una simile alleanza fuor di natura; e non è difficile che un eguale principio fosse con altrettanta forza impresso nell'animo di Cosroe e de' suoi commilitoni, che potevano dipingersi con egual veemenza il contrasto delle leggi, della religione e dei costumi che l'Oriente affatto separano dall'Occidente.

[496.] Tre Generali tutti col nome di Narsete incontransi in questo secolo, e spesso venner confusi, (Pagi, Critica, t. II, p. 460). Un Persarmeno, fratello d'Isacco e d'Armazio che dopo un avventuroso combattimento contro Belisario, disertò dalle bandiere del Re di Persia, suo sovrano, ed andò a servir dopo nelle guerre d'Italia; 2. l'Eunuco conquistatore dell'Italia; 3. quello che ristabilì Cosroe sul trono e nel poema di Corippo vien portato alle stelle (l. III, 220-227), come excelsus super omnia vertice agmina.... habitu modestus.... morum probitate placens, virtute verendus, fulmineus, cautus, vigilans etc.

[497.] Experimentis cognitum est Barbaros malle Roma petere reges quam habere. È ammirabile il quadro che fa Tacito dell'invito e dell'espulsione di Vonone (Ann., II, 1-3), di Tiridate (Ann. XI, 10, XII, 10-14) e di Meerdate (Ann. XI, 10, XII, 10-14). Leggendolo è forza dire che l'occhio del suo genio pare aver penetrato tutti i più reconditi segreti del campo dei Parti e delle mura dell'Harem.

[498.] Si pretende che Sergio e Bacco suo compagno abbiano conseguito la corona del martirio nel tempo della persecuzione di Massimiano. In Francia, in Italia, a Costantinopoli e per tutto l'Oriente gli vennero resi gli onori divini. Tanto era celebre il loro sepolcro pei miracoli, che alla città che lo possedeva venne commutato il nome di Rasafa in quello di Sergiopoli. (Tillemont, Mém. eccles. t. V, p. 491-496; Butler's Saints, vol. X, p. 155).

[499.] Evagrio (l. VI, c. 21) e Teofilatto Simocatta (l. V, c. 13, 14) ci hanno conservato e tramandato le lettere originali di Cosroe scritte in greco, sottoscritte di suo pugno, e successivamente inscritte su croci e tavole d'oro, deposte nella Chiesa di Sergiopoli; erano indirizzate al Vescovo di Antiochia qual Primate della Siria.

[500.] I Greci non dicono altro se non che era di stirpe romana e che aveva abbracciato il cristianesimo; ma i romanzi della Persia e della Turchia la significano figlia dell'Imperatore Maurizio: descrivono gli amori di Cosroe per Schirin e gli amori di Schirin per Ferhad, il più avvenente fra i giovinetti dell'Oriente (D'Herbelot, Bibl. Orient. p. 789, 997, 998).

[501.] Sono due Greci contemporanei, cioè Evagrio con uno stile conciso (l. XI, c. 16, 17, 18, 19) e Teofilatto Simocatta (l. III, c. 6-18; l. IV, c. 1-16; l. V, c. 1-15) diffusissimamente, che ci hanno lasciato la storia compiuta della tirannide di Ormuz, della ribellione di Bahram, della fuga e del restauramento di Cosroe. Tutti i successivi compilatori fra i quali Zonara e Cedreno non hanno fatto che copiare e compendiare; e gli Arabi cristiani fra i quali Eutichio (Ann. t. II, p 200-208) ed Abulfaragio (Dynast. p. 96-98), pare non abbiano che memorie particolari. Mirkond e Khondemir, i due famosi Storici persiani del decimoquinto secolo, non mi sono noti che per gli imperfetti estratti di Schikard (Tarikh, p. 150-155), di Texeira o piuttosto di Stevens (Hist. de Perse p. 182-186), d'un manoscritto turco tradotto dall'abate Fourmont (Hist. de l'Accad. des Inscript. t. VII, p. 325-334) e di Herbelot, ai vocaboli Hormouz (p. 457, 459), Bahram (p. 174), Kosrou Parviz (p. 996). Se avessi maggior fede nell'autorità di questi Scrittori Orientali, amerei che fossero più numerosi.

[502.] Chiunque voglia formarsi un'idea generale dell'orgoglio e della possanza del Cacano, legga Menandro (Excerpt. legat. p. 117,) e Teofilatto (l. I, c. 3, l. VII, c. 15) i cui otto libri sono di maggior onore al Capo degli Avari che all'Imperatore d'Oriente. Gli antenati di Bajano avevano assaggiato la liberalità di Roma, e Bajano sopravvisse al regno di Maurizio. (Du Buat, Hist. des Peuples Barbares, t. XI, p. 545). Il Cacano che fece un'irruzione in Italia, A. D. 611 (Muratori Annali, t. V, p. 305) era allora juvenili aetate florens. (Paolo Warnefrido, De gest. Langobard. l. VI, c. 38). Egli era il figlio o fors'anche il nipote di Bajano.

[503.] Teofilatto, l. 1, c. 5, 6.

[504.] Il Cacano si dilettava di far uso di questi aromati anche nel campo, e comandava che gli si presentassero Ινδικας καρυχιας e ricevette πεπρι και φυγγον Ινδων, κασιαν τε και τον λεγομενον κοσον. (Teofilatto, l. VII, c. 13). Gli Europei, delle età più rozze, consumavano nel mangiare e nel bere più aromi che non comporti la delicatezza di un moderno palato. Vie privée des Français, t. II, p. 162, 163.

[505.] Teofilatto, l. VI, c. 6; l. VII, c. 16. Lo Storico greco confessa la verità e l'aggiustatezza del rimprovero del Cacano.

[506.] Menandro (in Excerpt. legat., p. 126-132, 174, 175) ci riferisce il falso giuramento di Bajano e la resa di Sirmio; ma si è perduta la sua storia dell'assedio della quale Teofilatto parla con encomio (l. I, c. 3) το δ’οπως Μενανδρω τω περιφανει σαφως διηγορευται.

[507.] Vedi d'Anville, (Mém. de l'Accad. des Inscriptions t. XXVIII, p. 412-443). Costantino Porfirogenito nel decimo secolo faceva uso del nome di Belgrado che è schiavone, ed i Franchi nel nono secolo ai servivano della denominazione latina di Alba Graeca (p. 414).

[508.] Baronio, Ann. Ecc., A. D. 600, n. 1. Paolo Warnefrido (l. IV, c. 38) dà contezza dell'invasione degli Avari nel Friuli, e (c. 39) della schiavitù de' suoi antenati, A. D. 632. Gli Schiavoni valicarono il mare Adriatico, cum multitudine navium, e fecero una scorreria nel territorio Sipontino (c. 47).

[509.] Loro insegnò eziandio a far uso dell'Elepolis ossia della torre mobile (Teofilatto, l. II, c. 16, 17).

[510.] Gli eserciti e le alleanze del Cacano si estesero infino ai contorni d'un mare posto all'Occidente e lontano da Costantinopoli quindici mesi di cammino. L'imperatore Maurizio conversò con alcuni musici ambulanti di quel rimoto paese, e solo sembra che abbia preso una professione per una nazione (Teofilatto l. VI, c. 2).

[511.] Il conte di Buat fa qui una delle più verisimili e più luminose congetture (Histoire des Peuples barbares, t. XI, p. 546-568). I Tzechi ed i Serbi si trovano insieme confusi nei contorni del monte Caucaso, nell'Illirio e nella parte bassa dell'Elba. Pare che le più bizzarre tradizioni dei Boemi confermino la sua ipotesi.

[512.] Vedi negli storici Francesi Fredegario, t. II. p. 432. Bajano non faceva mistero dell'orgogliosa sua insensibilità. Οτι τοιουτους (e non τοσουτους, come si vorrebbe in una ridicola correzione) επαφησω τη Ρωμαικη, ως ει και συμβαιη γε σφισι θανατω αλωναι, αλλ’εμοι γε μη γενεσθαι συναισθησοιν.

[513.] Vedi in Teofilatto (l. V, c. 16, VI, c. 1, 2, 3) la spedizione ed il ritorno di Maurizio. Se questo scrittore dimostrato avesse o spirito o gusto, si potrebbe supporre che si fosse permessa una dilicata ironia; ma sicuramente Teofilatto non ha tanta malizia da rimproverarsi.

[514.]

Εις οιωνος αριστος αμυνεσθαι περι πατρης

Iliade, XII, 243.

Questo eccellente verso che sì bene ci spiega il coraggio di un eroe, e la ragione di un savio, ci prova chiaramente quanto Omero fosse, sotto ogni aspetto, superiore al suo secolo ed al suo paese.

[515.] Teofilatto. (l. VII, c. 3) Sulla testimonianza di questo fatto, che m'era sfuggito dalla memoria, il candido lettore scuserà e correggerà l'annotazione trentesimasesta del trentaquattresimo capitolo ove mi sono troppo affrettato a raccontare la rovina d'Azimo o Azimunto. Un altro secolo di valore e di patriottismo, non è pagato a troppo caro prezzo con una tal confessione.

[516.] Vedi l'obbrobriosa condotta di Commenziolo in Teofilatto, l. II, c. 10-15; l. VII, c. 13, 14; l. VIII, c. 2, 4.

[517.] Vedi le imprese di Prisco, l. VIII, c. 2, 3.

[518.] Si può tener dietro alle particolarità della guerra fra gli Avari, nel primo, secondo, sesto, settimo ed ottavo libro dell'Istoria dell'Imperatore Maurizio, scritta da Teofilatto Simocatta. Egli scriveva sotto il regno d'Eraclio, e non poteva quindi esser tentato ad adulare: ma la sua mancanza di discernimento lo rende diffuso nelle bagatelle, e conciso sui fatti più importanti.

[519.] Maurizio medesimo compose dodici libri sopra l'arte della guerra che esistono tuttora, e che furono pubblicati (Upsal, 1664) da Giovanni Schaeffer, in fine della Tattica d'Arriano (Fabrizio, Bibl. graeca l. IV, c. 8, t. III p. 278 che promette d'estendersi ancor più su quest'opera, allorchè gliene si presenterà una favorevole occasiono).

[520.] Vedi le particolarità degli ammutinamenti avvenuti sotto il regno di Maurizio in Teofilatto, l. III, c. 1-4; l. VI, c. 7, 8, 10; l. VII, c. 1; l. VIII, c. 6, etc.

[521.] Teofilatto e Teofane sembrano ignorare la cospirazione e la cupidità di Maurizio. Tali accuse così sfavorevoli alla memoria di quest'Imperatore, si ritrovano per la prima volta nella Cronaca di Pasquale (p. 379, 380), da cui Zonara le attinse (t. II, l. XIV, p. 77, 78). In quanto al riscatto dei dodicimila prigionieri, Cedreno (p. 399) ha seguito un altro calcolo.

[522.] Ne' suoi clamori contro Maurizio, il popolo di Costantinopoli lo infamò col nome di Marcionito o di Marcionista; eresia, dice Teofilatto (l. VIII, c. 9) μετα τινος μωρας ευλαβειας, ευηθης τε και καταγελασος. Era questo un vago rimprovero? oppure aveva Maurizio realmente ascoltato qualche oscuro predicante della Setta degli antichi gnostici?

[523.] La Chiesa di S. Autonomo (che non ho l'onore di conoscere) era situata alla distanza di centocinquanta stadj da Costantinopoli. (Teofilatto, l. VIII, c. 9) Gillio (De Bosphoro Thracio, l. III, c. II) parla del porto d'Eutropia in cui Maurizio ed i suoi figli furono assassinati, come di uno de' due porti di Calcedonia.

[524.] Gli abitanti di Costantinopoli andavano generalmente soggetti a' νοσοι αρθρητιδες; e Teofilatto fa sentire, che se le regole dell'Istoria glie lo permettessero, egli potrebbe assegnare la causa di tal malattia. Tuttavia simile digressione non sarebbe stata più fuori di luogo che le sue ricerche (l. VII, c. 16, 17) sulle periodiche inondazioni del Nilo, e le opinioni de' filosofi greci su questa materia.

[525.] Da questo generoso tentativo Cornelio ha preso l'idea di formare il tanto implicato intrigo della sua tragedia l'Eraclio, che non si riesce a ben intendere se non dopo averne veduta la rappresentazione più d'una volta (Cornelio di Voltaire, t. V, p. 300) e che, a quanto si assicura, ha messo in imbroglio l'istesso suo autore dopo alcuni anni d'intervallo (Anecdot. dramat., t. I, p. 422).

[526.] Teofilatto Simocatta (l. VIII, c. 7-12) la Cronaca di Pasquale (p. 379, 280) Teofane (Cronograph., p. 238-244) Zonara (t. II, l. XIV, p. 77-80) e Cedreno (p. 393-404) raccontano la ribellione di Foca, e la morte di Maurizio.

[527.] S. Gregorio, l. XI, epist. 38, indict. 6. Benignitatem vestrae pietatis ad imperiale fastigium pervenisse gaudemus. Laetentur coeli et exultet terra, et de vestris benignis actibus universae reipublicae populus, nunc usque vehementer afflictus hilarescat, etc. questa vile adulazione che s'attirò le invettive de' protestanti, vien giustamente criticata dal filosofo Bayle. (Dictionnaire critique, Gregoire I. note H, t. II, p. 597, 595.) Il Cardinale Baronio giustifica il Papa a spese del detronizzato Imperatore.

[528.] I ritratti di Foca furono distrutti; ma i suoi nemici ebbero l'avvertenza di sottrarre alle fiamme una copia di questa caricatura. (Cedreno, p. 404).

[529.] Il Ducange (Fam. byzant., p. 106, 107) somministra alcune particolarità sulla famiglia di Maurizio; Teodosio, suo primogenito, era stato coronato all'età di quattro anni e mezzo, e S. Gregorio ne' suoi complimenti sempre lo riunisce a suo Padre. Fra le sue figlie io son sorpreso di trovare accanto ai nomi cristiani d'Anastasia e di Teoctesta, il nome pagano di Cleopatra.

[530.] Teofilatto (l. VIII, c. 13, 14, 15) descrive alcune delle crudeltà di Foca. Giorgio di Pisidia, poeta d'Eraclio, lo chiama (Bell. Abaricum, p 46; Roma 1777) της τυραννιδος ο δυσκαθεκτος και βιοφθορος δρακων. L'ultimo epiteto è giusto; ma il corruttore della vita venne facilmente vinto.

[531.] Gli autori ed i loro copisti sono talmente dubbiosi fra i nomi di Prisco e di Crispo (Ducange Famil. Byzant., p. 111) che io fui tentato ad unire in una stessa persona il genero di Foca, e l'Eroe che trionfò cinque volte degli Avari.

[532.] Secondo Teofane, portava κιβωτια, e εικονα θεομητορος. Cedreno aggiunge un αχειροποιητον εικονα του κυριου; di cui Eraclio si servì come di bandiera nella prima spedizione di Persia. Vedi Giorgio Pisid. Acroas, 1, 140. Sembra che le manufatture prosperassero ma Foggini, editore romano, (p. 26) si trova imbrogliato nel determinare s'era un originale od una copia.

[533.] Si trovano varie particolarità sopra la Tirannia di Foca, e l'esaltamento al Trono d'Eraclio, nelle Cronache di Pasquale (p. 380-383), in Teofane (p. 242-250), in Niceforo (p. 3-7,) in Cedreno (p. 404-407,) in Zonara (t. II, l. XIV, p. 80-82).

[534.] Teofilatto, l. VIII, c. 15. La vita di Maurizio fu scritta l'anno 628 (l. VIII, c. 13) dall'ex Prefetto Teofilatto Simocatta, nato in Egitto. Fozio, che dà un lungo estratto di quest'opera, dolcemente critica l'affettazione e l'allegoria che dominano il suo stile. La prefazione consiste in un dialogo fra la Filosofia e l'Istoria; esse siedono sotto un platano, e l'Istoria suona la sua lira.

[535.] Christianis nec pactum esse, nec fidem, nec foedus.... Quod si ulla illis fides fuisset, regem suum non occidissent. (Eutichio, Annal., t. II, p. 211, vers. Pocock).

[536.] Per qualche secolo noi siamo qui obbligati di abbandonare gli autori contemporanei, e di abbassarci, se ciò può dirsi abbassarsi, dall'affettazione della retorica alla grossolana semplicità delle Cronache e de' Compendj. Le opere di Teofane (Cronograph. p. 244-279) e di Niceforo (p. 3-16) offrono la serie della guerra persiana, ma in un modo imperfetto. Quando dovrò riferire de' fatti che essi non accennano, citerò le particolari autorità. Il cortigiano Teofane, che si fece poi Monaco, nacque A. D. 748; e Niceforo, Patriarca di Costantinopoli, che morì A. D. 829, era un poco più giovane: tutti e due ebbero a soffrire per la causa delle immagini (Hankius, Descript. byzantinis, p. 200-246).

[537.] Gli storici di Persia furono essi stessi ingannati su questo punto; ma Teofane (p. 244) rimprovera a Cosroe questa superchieria e questa menzogna; ed Eutichio crede (Ann. t. II, p. 211) che il figlio di Maurizio, che potè sfuggire agli assassini, si sia fatto monaco sul monte Sinai, dove morì.

[538.] Eutichio attribuisce tutte le perdite dell'Impero al regno di Foca, e quest'errore salva la gloria d'Eraclio. Egli fa venire quel Generale non da Cartagine ma da Salonica, con una flotta carica di vegetali per Costantinopoli (Annal. t. II, p. 223, 224). Gli altri Cristiani dell'Oriente, Barebreo (ap. Asseman., Bibl. orient., t. III, p. 412, 413), Elmacin (Hist. Saracen. p. 13-16), Abulfaragio (Dynast., p. 98, 99) sono di più buona fede, e più esatti. Il Pagi indica i diversi anni della guerra persiana.

[539.] Sulla conquista di Gerusalemme, avvenimento tanto interessante per la Chiesa, vedi gli Annali d'Eutichio (t. II, p. 122-223) ed i lamenti del monaco Antioco (apud Baron., Annal. eccles., A. D. 614, n. 16, 26), centoventinove Omelie del quale tuttora sussistono, se pure si può dire che sussistano, mentre nessuno le legge.

[540.] Il Vescovo Leonzio, suo contemporaneo, scrisse la vita di questo degno prelato. Baronio (Ann. eccles. A. D. 610, n. 10) e Fleury (tom. VIII, p. 235, 242) hanno dato sufficienti notizie di quest'opera edificante.

[541.] L'errore di Baronio e di altri parecchi scrittori che ci hanno voluto far credere che le conquiste di Cosroe si fossero estese sino a Cartagine, in luogo di Calcedonia, si fondò sulla rassomiglianza dei greci vocaboli Καλχηδονα e Καρχηδονα che si leggono nei testi di Teofane, e che sono stati confusi ora dai copisti ed ora dai critici.

[542.] Gli Atti originali di sant'Anastasio sono stati pubblicati frammisti a quelli del settimo Concilio generale, da cui e Baronio (Annal. eccles., A. D. 614, 426, 627) e Butlero (Lives of the Saints, vol. 1, p. 242-248) hanno cavato i loro racconti. Questo santo martire abbandonò le bandiere del Re di Persia, sotto cui serviva ed entrò nelle romane legioni; a Gerusalemme vestì l'abito di frate, e fece oltraggio al culto dei Magi allora vigente in Cesarea, città della Palestina.

[543.] Abulfaragio, Dynast., p. 99; Elmacin, Hist. Sarac. p. 14.

[544.] D'Anville, Mem. de l'Acad. des Inscript. t. XXXII, p. 568-571

[545.] L'una di queste razze ha due gobbe e l'altra una sola. La prima si è propriamente il cammello; la seconda il dromedario. Il cammello è nativo del Turkestan o della Bactriana ed il dromedario non nasce che in Arabia ed in Affrica. (Buffon, Hist. nat., t. XI, p. 211); Aristotile (Hist. animal., t. I, l. II, c. I; t. II, p. 185).

[546.] Teofane, Cronograph., p. 268, e d'Herbelot, Bibl. Orient. p. 997. I Greci ci descrivono Dastagerda nel momento del suo declinamento, invece che i Persi ce la rappresentano nell'epoca del suo maggior splendore; ma i primi non parlano che con sincerità su quanto sono stati testimoni di veduta; ed i secondi non narrano che quanto loro è stato vagamente riferito.

[547.] Gli storici di Maometto, Abulfeda (in vita Mohammed, p. 92, 93) e Gagniero (Vita di Maometto, t. II, p. 247) vogliono che questa ambasciata avvenisse nell'anno settimo dell'Egira che principiò A. D. 628, l'11 maggio; ma la loro cronologia è sbagliata, mentre Cosroe morì nel mese di febbrajo dell'istesso anno (Pagi, Critica, t. II, p 779). Il conte di Boulainvilliers (Vita di Maometto, p. 327, 328) la sostiene nell'anno 615, poco dopo la conquista della Palestina. È però vero che Maometto non poteva essersi così presto avventurato ad un fatto di simil sorta.

[548.] Vedi il capitolo trentesimo dell'Alcorano intitolato i Greci. Il dotto ed insieme savio Sale che ha tradotto l'Alcorano in lingua inglese, (p. 330, 331) ci presenta sotto un eccellente aspetto queste congetture, questa predizione, o questa scommessa di Maometto; ma Boulainvilliers (p. 329-334) colle più cattive intenzioni fa tutti i sforzi per istabilire la verità di questa profezia, che secondo i suoi principj doveva imbarazzare i polemici scrittori del Cristianesimo.

[549.] Paolo Warnefrido, De gest. Longobard., l. IV, c. 38, 42; Muratori, Annali d'Italia, t. V, p. 307, etc.

[550.] La cronica di Pascal che soventi, mentre annoia con un indice sterile di nomi e di date, ci compensa con qualche pezzo di storia, dà una esattissima descrizione del tradimento degli Avari (p. 389, 390). Niceforo indica il numero dei prigionieri.

[551.] Qualche scritto originale, come l'aringa, o la lettera degli ambasciatori romani (p. 386-388) rendono interessante la cronica di Pascal, che deve essere stata dettata sotto il regno d'Eraclio e verisimilmente in Alessandria.

[552.] Niceforo che (p. 10, 11) coi nomi di αθεσμον, e di αθεμιτον, fa ogni sforzo por coprire d'ignominia questo matrimonio, si fa un vero piacere di narrare che i due figli sortiti da quell'incestuoso maritaggio portarono ambedue, per tutta la loro vita, l'impronto della collera divina, il primo nell'immobilità del collo, ed il secondo nella mancanza dell'udito.

[553.] Giorgio di Pisidia (Acroas. 1, 112-125, p. 5) nell'esporre le opinioni, dice che i pusillanimi suoi consiglieri non avevano cattive intenzioni. Avrebb'egli dunque voluto scusare un sì disdegnoso ed altiero avvertimento di Crispo? Επιθωπταζων ουκ εξον βασλει εφασκε κτααλίμανειν βασιλεία, και τοις ποῤῤω επιχωριαζειν δυναμεσιν.

[554.]

Ει τας επ’ ακρον ηρμενας ευεζιας

Εσφαλαμενας λεγουσιν ουκ απεικοτως

Κεισθω το λδίπον εν καικος τα Περσιδος

Αντίστροφκ δε, etc.

Georg. Pisid. Acroas. 1, 51, pag. 4.

Gli Orientali provano pur essi la più gran compiacenza di ricordare queste sì strane vicende; e mi rammento benissimo la storiella di Cosrou Parviz che molto non varia da quella dell'anello di Policrate di Samos.

[555.] Baronio ci fa con tutta gravità il racconto di questa scoperta; o per dir meglio di questo trasmutamento di molti barili di mele in un barile d'oro. (Annal. eccles.; A. D. 620, n. 3). Tuttavia l'imprestito fu arbitrario perchè fu riscosso col mezzo di soldati, i quali avevano avuto ordine di non lasciare al Patriarca d'Alessandria che due marchi d'oro. Niceforo due secoli dopo (p. 11) parla con gran rancore su questa contribuzione, dicendo che la chiesa di Costantinopoli se ne risentiva tutt'ora.

[556.] Teofilatto Simocatta l. VIII, c. 12. Questi è un fatto che non deve recar meraviglia, perchè, persino in tempo di pace, in meno di venti o venticinque anni i soldati d'un reggimento si trovano intieramente rinnovati.

[557.] Lasciò i coturni di color di porpora per calzar i neri che tinse poscia del sangue de' Persiani. (Giorgio di Pisidia, Acroas. 111, 118, 121, 122. Vedi le annotazioni di Foggini p. 35).

[558.] Giorgio di Pisidia (Acroas. II, 10, p. 8) ha determinato questo punto sì importante sulle porte della Siria e della Cilicia. Senofonte che era, dieci secoli prima, passato di là, ne fa la descrizione coll'ordinaria sua eleganza. Una gola, della larghezza di tre stadii, circondata da rupi alte e fatte a picco (πετραι ηλιβαται) da un lato, e dall'altro dal Mediterraneo; in ciascheduna delle sue estremità veniva chiusa da due grosse porte inaccessibili dalla parte di terra (παρελθειου ουκ ηκ βια) ma accessibili dalla parte del mare (Retr. des dix mille, l. 15, p. 35, 36 colla dissertazione geografica di Hutchinson, p. 6). Le due porte erano alla distanza di trentacinque parasanghe o leghe da Tarso (Ibid., l. I, p. 33, 341), e di otto o dieci da Antiochia, (si confronti l'Itinerario di Wesseling, p. 580, 581; l'Index geographique di Schultens, ad calcem vit. Saladen., p. 9, Voyage en Turquie et en Perse, di Otter. t. I, p. 78, 79).

[559.] Eraclio avrebbe potuto acconcissimamente scrivere al suo amico le parole modeste di Cicerone: «Castra habuimus ea ipsa quae contra Darium habuerat apud Issum Alexander, imperator, haud paulo melior quam tu aut ego» (Ad Atticum c. 20). Prosperando Alessandria o Scanderoon situato al di là della baja, rovinò Issus che ai tempi di Senofonte era florida e ricca città e che chiamasi anche Ajazza o Leiazza.

[560.] Foggini (Annotat. p. 31) dubita che i Persiani siano stati ingannati dalla Φαλανξ πεπληγμενη d'Eliano (Tactique c. 48) movimento spirale e complicato fatto dall'esercito. Egli osserva (pag. 28) che le militari descrizioni di Giorgio di Pisidia sono letteralmente copiate nella Tattica dell'Imperatore Leone.

[561.] La prima spedizione d'Eraclio trovasi descritta in tre acroaseis o canti di Giorgio di Pisidia che ne fu testimonio oculare (Acroas. II, 222). Il suo poema fu pubblicato in Roma nell'anno 1777; ma quanto sono lontani gli elogi vaghi e le declamazioni che vi si leggono, di corrispondere alle belle speranze che si erano messe in mente Pagi, d'Anville etc.

[562.] Teofane (p. 256) trasporta troppo prestamente Eraclio (κατα ταχος) in Armenia. Ambedue le spedizioni vengono confuse da Niceforo, che però indica la provincia di Lazica. Eutichio (Annal. t. II, p. 231) ne circoscrive il numero in cinquemila uomini, e li staziona a Trebisonda, il che ha tutta la probabilità.

[563.] Nel viaggio di Costantinopoli a Trebisonda, con vento favorevole, non si consumavano che quattro in cinque giorni; da Trebisonda ad Erzerom, cinque giorni; da Erzerom ad Erivan, dodici giorni, da Erivan finalmente in fino a Tauride dieci; vale a dire trentadue giorni, in tutto, di cammino. E tale si è l'itinerario che Tavernier (Voyages, t. I, p. 12-56) il quale avea piena cognizione di tutte le strade dell'Asia, ci ha indicato. Tornefort che viaggiava in compagnia di un Pacha consumò dieci in dodici giorni nel cammino da Trebisonda ad Erzerom (Voyage du Levant, t. III, Lettere XVIII); e Chardin (Voyages, t. I, p. 249-254) è molto più esatto nel determinare la questione, mentre la dà di cinquantatre parasanghe di cinque miglia l'una (ma di qual passo?) fra Erivan e Tauride.

[564.] La spedizione d'Eraclio in Persia è stata assaissimo illustrata dal Signore d'Anville (Mém. de L'Acad. des Inscriptions, t. XXVIII, p. 559-573). È ammirabile la dottrina del pari che l'ingegno dimostrati nell'indagare la posizione di Gandzaca, di Thebarma, di Dastagerda ec.; ma non fa veruna menzione della oscura campagna del 624.

[565.]

Et pontem indignatus Araxes.

Virgil. Eneide. VIII, 728.

L'Arasse è un fiume che corre con gran strepito, impeto e la massima rapidità, e non v'è modo di resistergli quando le nevi si sgelano: rovescia i più forti ed i più massicci ponti, e le rovine d'un gran numero d'archi che si mirano in vicinanza dell'antica città di Zulfa, sono una testimonianza irrefragabile del suo sdegno. (Voyages de Chardin, t. I, p. 252).

[566.] Chardin (t. I; p. 255-259) come gli Scrittori orientali (Herbelot, Bibl. orient., p. 834) attribuisce a Zobeide moglie del celebre Califfo Haroun-Alrashid, la fondazione di Tauride o Tebride; ma pare che abbia ad avere essa una data più antica, ed infatti li nomi di Gandzaca, Gazaca e Gaza significano che in essa stava rinchiuso il tesoro regio. Chardin in vece di seguire la comune opinione che dava ad essa un milione e centomila anime, le limita al solo numero di cinquecento cinquantamila.

[567.] Aprì l'Evangelio ed il primo passo, che il caso gli fece cadere sotto gli occhi, lo applicò al nome ed alla situazione dell'Albania. (Teofane, p. 258).

[568.] La landa di Mogan che si trova fra il Ciro e l'Arasse conta sessanta parasanche in lunghezza e venti in larghezza. (Olear., p. 1023, 1024). Offre molte acque e fertilissimi pascoli. (Hist. de Nader-Shah tradotta dal Signor Iones su di un manoscritto persiano part. II, p. 2, 3). Vedi i campi di Timur (Hist. scritta da Skerefeddin-Ali, l. V, c. 37; l. VI, c. 13), l'incoronazione di Nader-Shah (Hist. persane, p. 3-13) e la sua vita, del Signor Iones p. (64, 65).

[569.] D'Anville ha provato che sì Thebarma che Ormia vicino al lago Spauta, non sono che una sola ed identica città (Mem. de l'Acad. des Inscript., t. XXVIII, p. 564, 565). I Persiani la venerano persuasi essere nato in quella città Zoroastro (Schultens, Index géograph. p. 48): e il Signore d'Anquetil-Duperron (Mem. de l'Acad. des Inscript. t. XXXI p. 375) dà varj testi del loro Zendavesta, o del Zendavesta dei Persiani che sostengono questa tradizione.

[570.] Non posso trovare dove fosse situato Salbano, Taranto, territorio degli Unni, ec. del quale fa menzione Teofane (p. 260-262), e ciò che più si è, anco il Signor d'Anville non ha tentata la più piccola indagine in proposito. Eutichio (Annal. t. II, p. 231, 232) autore inetto, nomina Aspahan; e pare verisimile che Casbin sia la città di Sapore. Ispahan è situata a ventiquattro giorni di distanza da Tauride, e Casbin a metà cammino fra queste due città. (Voyages de Tavernier, t. I, p. 63-82).

[571.] Il Sarecs della larghezza di tre plethri circa, distante da Tarso venti parasanghe fu passato dall'esercito di Ciro. Il Pyramo o Malmistra d'uno stadio circa di larghezza scorreva cinque parasanghe più all'Oriente. (Senofonte, Anabas l. 1, p. 33, 34).

[572.] Con molta ragione Giorgio di Pisidia (Bell. Abaricum 246-265, p. 49) esalta il perseverante coraggio delle tre campagne (τρεις περιξρομους) contro i Persiani.

[573.] Petau (adnotation. ad Nicephorum, p. 26, 63, 64) segnala i nomi e le azioni di cinque Generali persiani che vennero l'un dopo l'altro spediti contro ad Eraclio.

[574.] Giorgio di Pisidia (Bell. Abar., 219) specifica il numero di otto miriadi. Questo poeta (50-88) dice chiaramente che il vecchio Cacano visse fino al tempo che regnò Eraclio, e che il di lui figlio, che fu anche il di lui successore, era nato da madre straniera. Tuttavia Foggini (Annotat. p. 57) ha altrimenti interpretato questo passo.

[575.] (Erodoto, l. IV, c. 131, 132). Il Re dei Sciti spedì a Dario un uccello, un ranocchio, un sorcio e cinque dardi. «Che a questi segni, dice Rousseau con molto sale, si sostituisca una lettera; e questa più sarà scritta in tuono minaccioso, porterà meno spavento: non sarà che una millanteria che si attirerà le risa di Dario» (Emila, t. III, p. 146). Io però sono molto in dubbio se il Senato ed il Popolo di Costantinopoli abbiano riso di quest'ambasciata del Cacano.

[576.] Un racconto specificato ed autentico dell'assedio e della liberazione di Costantinopoli si legge nella cronica di Paschal. Altri fatti vi furono aggiunti da Teofane (p. 264) e si può dedurne qualche barlume dell'esaltazione di mente di Giorgio di Pisidia, il quale ad oggetto di celebrare questo sì felice evento ha composto a bella posta un poema (De bell. Abar., p. 45, 54).

[577.] La potenza ed il dominio de' Cozari che furono conosciuti dai Greci, dagli Arabi e persino sotto il nome di Kosa, dai Cinesi, durò in tutto il settimo, l'ottavo ed il nono secolo. (De Guignes, Hist. des Huns, t. II, p. 11, p. 507-609).

[578.] L'unica figlia d'Eraclio e d'Eudossia sua prima moglie, Epifania od Eudossia nominata, nacque in Costantinopoli alli 7 di luglio, A. D. 611; ai 15 d'agosto fu portata al fonte battesimale, ed alli quattro d'ottobre dell'istesso anno gli fu posta la corona sulla testa nella Cappella di San Stefano del palazzo. Era dunque in età di circa quindici anni. A tal effetto venne spedita al Principe turco; ma strada facendo, ricevette la nuova che lo sposo destinatogli, era morto. (Ducange, Fam. byzant., p. 118).

[579.] Nell'Elmacino (Hist. Saracen., p. 13-16) si leggono fatti curiosi e verisimili; ma le sue computazioni aritmetiche sono troppo considerabili, perchè suppone 300,000 Romani riuniti ad Edessa, e 100,000 Persiani ammazzati nella battaglia di Ninive. La sottrazione tutt'al più d'uno zero da ogni uno di questi numeri basterebbe per dare a' calcoli di tal natura un'aria di ragionevolezza.

[580.] Ctesias (Vedi Diodoro Siculo, t. I, l. II, p. 115 edit. Wesselling) vuole che la circonferenza di Ninive fosse di Quattrocento ottanta stadii (forse soltanto trentadue miglia). Gionata parla di tre giornate di marcia: le centoventimila persone, di cui fa menzione il profeta e dice che non potevano distinguervi la mano destra dalla sinistra, farebbero supporre a settecentomila persone d'ogni età la popolazione di questa antica capitale (Goguet. Origine des Loix etc. t. III, part. I, p. 92, 93) che cessò d'esistere seicento anni prima di Gesù Cristo. Nel primo secolo dei Califfi arabi sussisteva tutt'ora il sobborgo occidentale, e gli storici ne parlano sotto al nome di Mosul.

[581.] Niebuhr (Voyage en Arabie etc. t. II, p. 286) senza avvedersene passò su Ninive, e prese un vecchio bastione di mattoni o di terra per una catena di colline. È fama che questo bastione avesse cento piedi d'altezza, che fosse fiancheggiato da mille e cinquecento torri, ciascheduna delle quali avesse duecento piedi d'altezza.

[582.] Rex regia arma fero, disse Romolo, all'epoca della prima consecrazione del Campidoglio... Bina postea, continua Tito Livio, I, 10, inter tot bella, opima parta sunt spolia, ed adeo rara ejus fortuna decoris. Che se si fossero accordate le opime spoglie al soldato semplice che avesse ucciso il Re, o il Generale nemico, siccome dice Varrone (apud Pomp. Festum, p. 306, edit. Dacier) un tal onore sarebbe stato o più facile o più comune.

[583.] I fatti, i luoghi, e le date che Teofane (p. 265-271) indica nel racconto che fa di quest'ultima spedizione d'Eraclio sono talmente esatti e veri, che bisogna di necessità che abbia tenuto dietro alle lettere originali dell'Imperatore, di cui la Cronica di Paschal ci ha conservato un curioso squarcio, (p. 398-402).

[584.] Sono da notarsi le espressioni di Teofane: Εισηλθε Χοσροης εις οικον γοωργου μηδαμινου μειναι, ου χωρηθεις εν τουτου θυρα ην ιδων εσχατον Ηρακλειος εθαμασε (p. 269). I giovani principi che danno segni d'avere inclinazione per lo stato militare, dovrebbero trascrivere e tradurre soventi passi di questa natura.

[585.] Nella lettera d'Eraclio (Chronic., Paschal, p. 398), e nella Storia di Teofane (p. 271), si legge l'autentica relazione della caduta di Cosroe come Re.

[586.] Al primo udir che si fece la morte di Cosroe a Costantinopoli, Giorgio di Pisidia (p. 97-105) pubblicò un Eracliade in due canti. Questo scrittore prete e poeta faceva feste perchè si fosse dannato il pubblico nemico (εμτεσον εν ταρταῤω, v. 56). Ma una vendetta così vile è indegna di un Re e di un conquistatore; ed altamente mi duole il trovare nella lettera d'Eraclio una sì fatta gioja, figlia d'una grossolana superstizione; Θεομαχος Χοσνκς επεσε και επτωμα τισθη εις τα καταχθονια...... εις το πορακατασβεσον, etc. Arrivò quasi a fare applausi al parricidio di Siroe, come ne avrebbe fatti ad un atto di pietà e di giustizia.

[587.] Eutichio (Ann., t. II, p. 251-256) che per altro dissimula il parricidio di Siroe; d'Herbelot (Bibl. orient. p. 789) ed Assemanni (Bibl. orient., t. III, p. 415-420), danno il più circostanziato ed esatto ragguaglio su quest'ultimo periodo dei Re sassaniani.

[588.] Nella cronaca di Paschal la lettera di Siroe sgraziatamente finisce pria che verun'affare fosse stato cominciato. Da ciò che Teofane e Niceforo riferiscono della esecuzione del trattato, possono indovinarsene gli articoli.

[589.] Il nojoso ritornello di Cornelio

Montrez Heraclius au peuple qui l'attend.

converrebbe assai più applicato a questa circostanza. Vedi il suo trionfo in Teofane (p. 272, 273) e Niceforo (p. 15, 16). Giorgio di Pisidia ci assicura della madre e del tenero affetto del figlio. (Bell. Abar. 255, etc. p. 49). La metafora del Sabbato adottata da Cristiani Bizantini, era veramente un poco troppo profana.

[590.] Vedi Baronio (Annal. eccles., A. D. 628. n.º 1-4), Eutichio (Annal., t. II, p. 240-248) Niceforo (Brev., p. 15). Era tutt'ora illesa e si vuole attribuire questa conservazione della Croce (dopo Dio) alla divozione della regina Sira.

[591.] Giorgio di Pisidia, Acroas. III, de Expedit. contra Persas, 415, etc.; ed Heracleid. Acroas. 1, 65-138. Taccio gli altri paralleli di minor autorità quali sono quei di Daniele, Timoteo, ec. Cosroe ed il Cacano dagli stessi rettori furono, siccome era ben giusto, posti fra loro a paragone con Baldassare, con Faraone, col vecchio serpente ec.

[592.] Questo è il numero che assegna Suidas (in Excerpt. Hist. byzant., p. 46). Ma è d'uopo invece delle parole la guerra d'Isauria, leggere la guerra di Persia; altrimenti questo passo in nessun modo concerne l'imperatore Eraclio.

Nota del Trascrittore

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