CAPITOLO LI.
Conquisto della Persia, della Siria, dell'Egitto, dell'Affrica e della Spagna, fatto dagli Arabi o Saraceni. Impero de' Califfi o successori di Maometto. Situazione de' Cristiani sotto quel governo.
A. D. 632
La rivoluzione dell'Arabia non avea cangiata l'indole dagli Arabi; la morte di Maometto fu segnale d'independenza, e sin dalle fondamenta crollò l'edifizio ancora mal fermo del suo potere e della sua religione. Solo un drappello fedele e poco numeroso, formato da' suoi primi discepoli, ne aveva intesa la voce eloquente, e divise con lui le angustie; con lui erano scampati dalla persecuzion della Mecca, o raccolti i fuggiaschi entro le mura di Medina. Que' milioni di uomini, che poi salutarono Maometto per loro Profeta e re, erano stati domati dalle sue armi, o sedotti dai suoi trionfi. L'idea semplicissima d'un solo Dio inaccessibile a' sensi, difficilmente entrava nel capo dei politeisti, e que' Cristiani o Giudei che s'erano dati all'Islamismo sdegnavano il giogo d'un legislatore mortale già lor contemporaneo. Le abitudini di fede e di ubbidienza non erano ben radicate, e fra i nuovi convertiti buon numero si dolea d'aver posposta la veneranda antichità della legge di Mosè, i riti e misteri della Chiesa cattolica, o gl'idoli, i sagrifici e le feste piacevoli del paganesimo professato dagli antenati. Non ancora un sistema d'unione e di subordinazione aveva acquetato il tumulto degli interessi e le liti ereditarie delle tribù Arabe; i Barbari non potevano sottomettersi alle leggi, anche più dolci e salutari, quando comprimevano le passioni loro o ne violavano i costumi. S'erano essi acconciati con repugnanza ai comandamenti religiosi del Corano, all'astinenza totale dal vino, al digiuno del Ramadan, e alle cinque orazioni quotidiane; e sotto altro nome non ravvisavano, nelle elemosine e nelle decime che si esigevano per l'erario di Medina, altro che un tributo perpetuo e ignominioso. L'esempio di Maometto avea destato uno spirito di fanatismo, e d'impostura, e lui vivente aveano molti de' suoi rivali osato imitarne il costume e affrontarne l'autorità. Il primo Califfo, co' suoi fuorusciti ed ausiliari, si vide ristretto alle città della Mecca, di Medina e di Tayef, e sembra che i Coreishiti avrebbero rimessi gl'idoli della Caaba, s'egli non ne avesse affrenata la leggerezza con questo rimbrotto: «Uomini della Mecca, diss'egli, sarete voi stati gli ultimi ad abbracciare l'Islamismo, e i primi ad abbandonarlo?» Dopo aver esortati i Musulmani a confidare nell'aiuto di Dio e del suo appostolo, risolvette Abubeker di prevenire con un vigoroso assalto la congiunzion de' ribelli. Ritirò le mogli e i figli nelle caverne e ne' monti: sotto undici bandiere marciarono i suoi guerrieri, sparsero il terrore delle lor armi per ogni dove, e da questa comparsa di nerbo militare ravvivò e rassodò la fedeltà de' credenti. Le tribù incostanti si sottomisero con umile pentimento all'orazione, al digiuno, all'elemosina, e dopo qualche buon esito, e qualche esempio di severità, i più arditi appostati si prostrarono davanti la spada del Signore e quella di Caled. Nella fertile provincia di Yemanah[209], tra il mar Rosso e il golfo Persico, in una città inferiore a Medina, un Capo possente, di nome Moseilama, s'era vantato Profeta, e la tribù d'Hanifa aveva ascoltato le sue prediche. Queste attirarono presso lui una profetessa: non si degnarono que' due favoriti del cielo d'osservare la decenza delle parole e delle azioni, e passarono più giorni in un commercio mistico ed amoroso[210]. Una sentenza oscura del Corano di Moseilama è giunta sino a noi[211], e nell'orgoglio inspiratogli dalla sua missione, degnò proporre a Maometto la divisione della Terra. Questi gli rispose con dispregio; ma i rapidi avanzamenti di Moseilama diedero grande apprensione al successor dell'appostolo. Quarantamila Musulmani raccolti sotto il vessillo di Caled esposero la loro religione alla sorte d'una battaglia decisiva. In un primo fatto d'armi furono respinti colla perdita di mille e dugento uomini; ma mercè dell'abilità e perseveranza del lor generale finirono col vincere, vendicarono la prima sconfitta col sangue di diecimila infedeli, e uno schiavo Etiope trafisse Moseilama colla chiaverina che ferì mortalmente lo zio di Maometto. Non andò guari che il vigore e la disciplina della monarchia nascente conculcarono i ribelli dell'Arabia, privi di Capi, o d'una causa comune che raccozzar li potesse, e così tutta la nazione s'attaccò di bel nuovo, e più saldamente che mai, alla religione del Corano. Prestamente dall'ambizione de' Califfi fu aperto il campo da esercitare il turbolento valore de' Saraceni; tutto il grosso delle milizie maomettane si raunò in una guerra santa, i cui successi ed ostacoli ne crebbero del pari l'entusiasmo e il coraggio.
Vedendo i rapidi conquisti de' Saraceni, s'inclina a credere che i primi Califfi comandarono personalmente gli eserciti de' fedeli, e cercarono nelle prime file la corona del martirio. Abubeker[212], Omar[213] e Othmano[214] dimostrato avevano in fatti un gran coraggio nel tempo della persecuzione e delle guerre del Profeta, e dalla sicurezza che avevano essi d'ottenere il paradiso avranno imparato a non curare i piaceri, e i pericoli di questo Mondo. Ma erano vecchi, o avanzati in età, quando ascesero il trono, e s'avvisarono che le cure interne della religione e della giustizia fossero i primi doveri d'un sovrano. Trattone l'assedio di Gerusalemme, fatto in persona da Omar, i lor più lunghi viaggi furono le frequenti peregrinazioni che facevano da Medina alla Mecca. Le notizie di vittoria li trovavano a pregare, o a predicare tranquillamente dinanzi alla tomba del Profeta. L'austerità e frugalità della vita erano effetto sia di virtù, sia d'abitudine, e la lor orgogliosa semplicità insultava la vana magnificenza de' re della Terra. Quando Abubeker cominciò ad esercitare la carica di Califfo, ingiunse ad Ayesha sua figlia di fare un inventario esatto del suo patrimonio, acciocchè si vedesse se diverrebbe ricco o povero al servigio dello Stato. Credè di poter chiedere per suo stipendio tre pezze d'oro, e il conveniente mantenimento d'un cammello e d'uno schiavo nero. Nel venerdì d'ogni settimana soleva distribuire quanto gli rimaneva d'averi propri, e del danaro pubblico, primamente a' Musulmani più virtuosi, poscia a' più indigenti. Alla sua morte, un vestito grossolano e cinque pezze d'oro componevano tutta la sua ricchezza: furono rimesse al suo successore che fu tanto modesto da dire sospirando, lui disperare di assomigliarsi mai ad un modello sì mirabile. Nondimeno non furono minori delle virtù d'Abubeker l'astinenza e l'umiltà d'Omar: cibavasi di pane d'orzo e di datteri, non beveva che acqua, predicava vestito d'un abito forato in dodici luoghi; e un satrapo di Persia, che venne a fare omaggio al vincitore, lo trovò addormentato fra i mendichi su i gradini della moschea di Medina. L'economia è la fonte della liberalità, e l'aumento delle rendite permise ad Omar di fondare premii durevoli per li servigi passati e presenti. Senza curarsi del suo personale mantenimento, assegnò ad Abbas, zio del Profeta, un'entrata di venticinquemila dramme o pezze d'argento; fu la maggiore di tutte; se ne promisero cinquemila ogni anno a ciascheduno de' vecchi guerrieri ch'erano stati alla battaglia di Beder, e l'ultimo compagno di Maometto fu ricompensato con un trattamento annuo di tremila dramme. Mille ne decretò a' veterani che aveano combattuto contro i Greci e i Persiani nella prima battaglia, e regolò gli altri soldi in ragion decrescente sino a cinquanta pezze, secondo il merito e l'anzianità dei soldati. Sotto il regno di lui e del suo predecessore, i vincitori dell'oriente si manifestarono zelanti servi di Dio e della nazione: erano consacrati i danari pubblici alle spese della pace e della guerra. Saggiamente accoppiate, la giustizia e la generosità serbarono la disciplina de' Saraceni, e, per una sorte assai rara, collegarono la speditezza e l'energia alle massime d'eguaglianza e di frugalità d'un governo repubblicano. Il coraggio eroico d'Alì[215], la saviezza specchiata di Moawiyah[216], accesero l'emulazione ne' sudditi, e i saggi, che s'erano istruiti nelle discordie civili, furono più profittevolmente impiegati a propagare la fede e l'impero del Profeta. Ma ben tosto datisi all'inerzia e alle vanità della reggia di Damasco, i principi della casa d'Ommiyah parvero ad un tempo scemi de' talenti politici, e delle virtù esemplari[217]. Nondimeno si recavano di continuo al piè del loro trono le spoglie di nazioni ad essi sconosciute, e debbe attribuirsi l'incremento costante della potenza degli Arabi piuttosto al coraggio della nazione, che al merito de' suoi Capi. Certamente convien valutare per molto ne' trionfi loro la debolezza de' nemici. Era nato per avventura Maometto ne' giorni in cui estremo era il digradamento e la confusione fra i Persiani, i Romani, e i Barbari dell'Europa. L'impero di Traiano, o quello pure di Costantino o di Carlomagno, avrebbe respinto que' Saraceni seminudi, e il torrente del fanatismo si sarebbe disperso e dileguato nelle arene deserte dell'Arabia.
Al tempo delle vittorie della repubblica Romana, avea sempre avuto cura il senato di unire in una sola guerra tutte le sue forze e i suoi artificii politici, e di abbattere totalmente il primo nemico prima di provocare un secondo. Fosse magnanimità o entusiasmo, sdegnarono i Califfi arabi queste massime timorose: con ugual vigore, e con pari fortuna invasero i demani de' successori d'Augusto, non che quelli de' successori d'Artaserse, e le due monarchie rivali divennero in un punto stesso la preda d'un nemico, che da tanto tempo solevano dispregiare. In tutti i dieci anni del regno d'Omar sottomisero i Saraceni trentaseimila città o castella: demolirono quattromila chiese o templi di miscredenti, ed alzarono mille e quattrocento moschee per l'esercizio del culto di Maometto. Un secolo dopo la sua fuga dalla Mecca, i suoi successori davano la legge dalle frontiere dell'India all'oceano Atlantico; 1. alla Persia, 2. alla Sorìa, 3. all'Egitto, 4. all'Affrica, 5. alla Spagna. Io m'atterrò a questa partizion generale nel racconto di tanti memorandi conquisti: narrerò brevemente quelli che si riferiscono alle contrade più remote, e meno ragguardevoli dell'oriente: sarò più prolisso per quelle che erano porzioni dell'impero Romano. Ma per ottenere qualche scusa all'imperfezione di questa parte della mia Opera, deggio a buon dritto lagnarmi della cecità, e della insufficienza delle guide, a cui sono stato ridotto. I Greci, tanto verbosi nella controversia, pochissima cura posero nel celebrare i trionfi de' lor nemici[218]. Il primo secolo dell'Islamismo fu epoca d'ignoranza, e allora quando sulla fine di quel secolo furono scritti i primi annali de' Musulmani, non si fece in gran parte che seguire la tradizione[219]. Fra le tante opere della letteratura Araba e della Persiana[220], i nostri interpreti scelsero gli abbozzi imperfetti che riguardavano un periodo più moderno[221]. Gli Asiatici sono ignari dell'arte e dello spirito della Storia[222]; ignorano le leggi della critica: quelle tra le lor opere che ebbero maggior fama, manchevoli d'ogni filosofia e del menomo sentimento di libertà, ponno compararsi alle cronache pubblicate a que' giorni da' Monaci. La Biblioteca Orientale, di cui andiam debitori ad un Francese[223], istruirebbe il più dotto Muftì dell'oriente, e forse gli Arabi non troverebbero in un solo de' loro storici un racconto delle glorie patrie più chiaro ed esteso di quello, che siamo per esporre.
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I. Nell'anno primo del regno del primo Califfo, Caled, suo Luogo-tenente, Spada di Dio, e flagello degl'infedeli, s'inoltrò sino alle sponde dell'Eufrate, e sommise le città d'Anbar e di Hira. Una tribù d'Arabi sedentari s'era collocata su la frontiera del deserto, all'occidente delle ruine di Babilonia, e in Hira risedeva una stirpe di re che abbracciato avevano il cristianesimo, e che da più di sei secoli regnavano all'ombra del trono della Persia[224]. Da Caled fu sconfitto e morto l'ultimo de' principi Mondari; il suo figlio prigioniero fu mandato a Medina; i suoi Nobili piegarono le ginocchia davanti al successor di Maometto: fu sedotto il popolo dall'esempio e dalle vittorie de' suoi concittadini, e per primo frutto di sue conquiste ricevette il Califfo un annuo tributo di settantamila monete di oro. Sbalorditi rimasero i vincitori, e i loro storici ancora, da questo primo lampo di futura grandezza. «Nell'anno stesso, scrive Elmacin, diede Caled molte grandi battaglie: fece immensa strage d'infedeli, e un'innumerevole quantità di spoglie preziosissime cadde in balìa de' vittoriosi Musulmani»[225]. Ma all'invitto Caled sorvenne ben presto l'impegno della guerra di Sorìa: capitani meno operosi e meno avveduti diressero l'invasione della frontiera di Persia. Respinti furono con gran perdita i Saraceni al passo dell'Eufrate: è bensì vero che punirono l'insolenza de' Magi, ma fu poi ridotto il rimanente del loro esercito a vagare qua e là nel deserto di Babilonia.
A. D. 636
Per lo sdegno e pel timore rimasero alquanto tempo sopite le intestine turbolenze de' Persiani. Fu deposta Arzema loro regina per l'unanime voto dei sacerdoti e de' nobili: era essa il sesto degli usurpatori surti e scomparsi nello spazio di tre o quattro anni, dopo la morte di Cosroe e la ritratta di Eraclio. Ne fu data la corona a Yezdegerd, nipote di Cosroe, e per la coincidenza d'un periodo astronomico[226] è segnata in una guisa memorabile l'epoca della caduta totale della dinastia de' Sassanii, e della religione di Zoroastro[227]. Non contava il nuovo re che quindici anni, e dalla gioventù ed inesperienza sua fu persuaso a sottrarsi dal rischio d'una battaglia. Lo stendardo regio fu consegnato nelle mani di Rustam, generale del suo esercito, il quale da trentamila soldati che lo formavano, s'aumentò, dicesi, a centomila, sudditi, o alleati della Persia. I Musulmani, che dapprima eran dodicimila, pe' rinforzi ricevuti presentavano un corpo di trentamila combattenti; accampavano nelle pianure di Cadesia[228], e quantunque avessero meno teste, aveano più soldati che l'esercito irregolare degl'infedeli. Farò qui una osservazione cui mi verrà il taglio di rinnovare frequentemente: l'assalto degli Arabi non era, come quello de' Greci e de' Romani, l'urto d'una linea ben compatta e stretta di fanteria: cavalieri e arcieri erano il maggior nerbo delle loro forze, e non raro addiveniva che una battaglia, spesso interrotta e spesso rinnovata con zuffe corpo a corpo, e con iscaramuccio di fuggiaschi, potevasi prolungare per più giorni senza che vi fosse alcuna decisione di vittoria: con ispeciali denominazioni si distinguono i vari periodi della battaglia di Cadesia. Il primo s'appella la giornata del soccorso, a cagione di mille Siri che giunsero in tempo a soccorrere gli Arabi: la giornata della scossa indica senza altro il trambusto d'uno degli eserciti, e forse di entrambi: il terzo, nel quale seguirono gli assalti di notte, ha ricevuto il bizzarro titolo di notte del ruggito, a motivo delle grida discordi de' guerrieri, paragonate a' suoni inarticolati de' più feroci animali. La mattina susseguente decise la sorte della Persia, e una bufèra, sopraggiunta opportunamente, cacciò nembi di polvere negli occhi de' miscredenti. Il fragore dell'armi pervenne sino alla tenda di Rustam, il quale, ben diverso da un antico eroe così denominato, stavasi coricato mollemente ad un'ombra tranquilla, fra le salmerie del suo campo, e il numeroso seguito di muli carichi d'oro e d'argento. Al rumor del pericolo, si slanciò precipitosamente il generale fuori di quel luogo di riposo, ma, fermatolo nel fuggire ed afferratolo per un piede, un Arabo gli troncò la testa, e la portò in cima alla sua lancia nel campo di battaglia, ove disseminò la strage e il terrore nelle file più folte dell'esercito persiano. Confessano i Saraceni la perdita di settemila e cinquecento guerrieri; e descrivono con ragione la battaglia di Cadesia come ostinata ed atroce: tali sono le loro frasi[229]. Nel conflitto fu dagli Arabi portato via lo stendardo della monarchia, fatto del grembiale di cuoio d'un fabbro ferraio che s'era già sollevato al grado di liberatore della Persia; ma da una profusione di gemme era coperta e nascosta quasi del tutto questa insegna d'una eroica povertà[230]. Dopo questa vittoria la ricca provincia d'Irak, o dell'Assiria, si sottomise al Califfo, e per la fondazione di Bassora[231], piazza che domina sempre il commercio e la navigazion de' Persiani, furono prontamente assicurati i conquisti. Lungi ottanta miglia dal golfo, l'Eufrate e il Tigri si congiungono a formare una sola corrente ampia e retta, oggi chiamata giustamente la riviera degli Arabi. Bassora fu piantata su la sponda occidentale, a mezza strada fra la congiunzione e la foce de' due celebri fiumi. Ottocento Musulmani formarono la prima colonia; ma per la felice sua situazione divenne ben presto una florida e popolosa capitale. L'aria, comecchè sia eccessivamente calda, n'è pura e salubre; di palme e di truppe di bestiami sono coperti i prati all'intorno, e una delle valli del circondario è noverata fra i quattro paradisi, o giardini dell'Asia. Sotto i primi Califfi, stendeasi la giurisdizione di questa colonia Araba sino alle province meridionali della Persia; è stata consacrata la città dai sepolcri di parecchi compagni di Maometto, martiri dell'Islamismo; e non cessano i navili europei di frequentare il porto di Bassora, che apre una comoda stazione, e un passaggio al commercio dell'India.
Non ostante la battaglia perduta a Cadesia, poteva un paese, tagliato da fiumi e da canali, essere uno schermo insuperabile per la cavalleria de' vincitori, e le mura di Ctesifone e di Modano, che avevano ributtato le macchine romane, non potevano essere abbattute da' dardi Musulmani; se non che fu determinata la rovina de' Persi dall'opinione che giunto fosse l'ultimo giorno per la religione e l'impero loro: i posti più forti furono, dalla vigliaccheria o dal tradimento di chi li guardava, abbandonati: e il re, seguitato da una porzione della famiglia e da' suoi tesori, ricoverossi in Holwan, alle falde de' colli della Media. Nel terzo mese dopo la battaglia, Said, luogotenente d'Omar, varcò senza ostacolo il Tigri: la capitale della Persia fu presa d'assalto, nè valse la disordinata resistenza popolare che a crescer l'impeto de' colpi de' Musulmani, che con religioso trasporto esclamavano: «Ecco il palazzo bianco di Cosroe; ecco adempiuta la promessa dell'appostolo di Dio». Improvvisamente la miseria de' masnadieri del deserto cangiossi in una ricchezza, che sorpassava ogni loro speranza, ogni idea. Ciascheduna camera di quel palazzo mostrava un nuovo tesoro, o celato con arte, o esposto alla vista con grande sfarzo: l'oro, l'argento, i mobili, le vestimenta preziose vinsero di gran lunga, a detta d'Abulfeda, tutti i calcoli dell'immaginazione, o la estensione de' numeri; ed un altro storico porta la somma inaudita, e quasi infinita di quelle favolose ricchezze, a tremila migliaia di milioni di pezze d'oro[232]. Qualche piccolo fatto, ma che alletta la curiosità, dimostra chiaramente il contrapposto della ricchezza coll'ignoranza. Racchiudea la città gran provvigione di canfora[233] venuta dalle lontane isole dell'oceano Indiano, la quale doveva essere mescolata alla cera che serve a illuminare i palazzi d'oriente. Non conoscendo nè la proprietà, nè il nome di quella gomma odorosa, i Saraceni la credettero sale, ne misero nel pane, e stupirono a sentirne l'amarezza. Un tappeto di seta, lungo sessanta cubiti e largo altrettanto, ornava un appartamento del palazzo, e rappresentava un paradiso, o giardino, con fiori, frutta, arboscelli ricamati in oro, o raffigurati con pietre preziose, e il tutto circondato da un contorno verde variato da più colori. Il generale Arabo, persuaso con ragione che il Califfo potrebbe mirar con piacere questo bel lavoro della natura e dell'arte, indusse i soldati a rinunciare questa parte di bottino. Il rigido Omar, senza por mente a' pregi dell'arte e della regia magnificenza che sfoggiavano in quella composizione, ne distribuì i frammenti a' suoi fratelli di Medina. Il disegno fu distrutto; ma tanto era il valore della materia, che la sola porzione d'Alì fu venduta ventimila dramme. Fu arrestato un mulo che trasportava la tiara e la corazza, la cintura e i braccialetti di Cosroe, e questo bel trofeo venne offerto al comandante de' fedeli: i più gravi de' suoi compagni non contennero le risa guardando la barba bianca, le braccia pelose e la goffa figura di quel vecchio soldato adorno delle spoglie del gran re[234].
Dopo il saccheggio di Ctesifone, questa città ben presto abbandonata andò a poco a poco in rovina. Non piaceva a' Saraceni nè l'aria, nè la situazione, e ad Omar fu consigliato da un suo generale di portar la sede del governo su la riva occidentale dell'Eufrate. Furono in ogni tempo e facili e pronte la fondazione e la rovina delle città d'Assiria. Manca il paese di legname da costruzione e di pietre: i più solidi edificii[235] son di mattoni cotti al sole, e uniti con un cemento di bitume che si trova nel paese. Il nome di Cufa[236] non può dare altra idea che d'una abitazione fabbricata di canne e di terra; ma una ricca, numerosa e brava colonia di veterani popolava allora quella nuova capitale, e la facea ragguardevole: i Califfi più saggi, per tema di provocare a sedizione centomila guerrieri, ne tolleravano le licenziose abitudini. «Abitanti di Cufa, diceva Alì nel domandarne il soccorso, vi siete sempre segnalati in valore. Avete vinto il re di Persia, e teneste sperperate le sue forze sino al giorno in cui vi insignoriste del suo retaggio». Le battaglie di Jalula e di Nehavend poser termine a sì gran conquisto. Perduta la prima, Yezdegerd non si credette più sicuro in Holvan; andò a celare la sua vergogna e la disperazione nelle montagne del Farsistan, da cui Ciro era disceso co' suoi prodi campioni, allora suoi eguali. Al coraggio del monarca sopravvisse quello della nazione; in mezzo alle colline meridionali di Ecbatana, ossia Hamadan, cento cinquantamila Persiani tentarono un terzo ed ultimo sforzo per difendere la religione e il paese nativo, e gli Arabi alla battaglia decisiva, accaduta in Nehavend, posero il nome di vittoria delle vittorie. Se è vero che il general Persiano fosse preso in mezzo ad una truppa di muli e di cammelli carichi di mele che lo avea fermato nella sua fuga, questo accidente, per quanto possa comparirci leggiero o singolare, giova ad indicarci quali inciampi[237] dovesse soffrire nel suo cammino un esercito d'oriente dal lusso che l'accompagnava.
A. D. 637-651
E Greci, e Latini parlarono molto imperfettamente della geografia della Persia; ma pare che le sue città più celebri sieno anteriori all'invasione degli Arabi. La conquista di Hamadan e di Ispahan, di Casvino, di Tauride e di Rei, venne avvicinando a poco a poco questi vincitori alle rive del mar Caspio, e gli oratori della Mecca ebbero campo di celebrare i trionfi e il valor de' fedeli, i quali avean già perduta di vista l'Orsa settentrionale, e trapassato quasi i limiti del Mondo abitato[238]. Volgendosi di poi alla parte dell'occidente dell'impero Romano, varcarono di nuovo il Tigri sul ponte di Mosul, e in mezzo alle province prigioniere dell'Armenia e della Mesopotamia abbracciarono i loro concittadini dell'esercito di Sorìa, i quali avevan pure ottenuto grandi vittorie. Dal palagio di Modano si incamminarono di bel nuovo verso oriente, e non furono nè meno rapidi, nè meno estesi i loro progressi. Si inoltrarono lungo il Tigri, e il golfo di Persia, e, valicate le gole delle montagne, sboccarono nella vallata di Estachar, ossia Persepoli, e profanarono l'ultimo santuario dell'impero dei Magi. Credè il nipote di Cosroe d'essere sorpreso fra le colonne che crollavano e fra le statue mutilate, miseri emblemi della passata e della presente fortuna persiana[239]; attraversò fuggendo colla massima celerità il deserto di Kirman; implorò l'aiuto dei bravi Segestani, e andò in traccia d'un oscuro ricovero sulla frontiera dell'impero dei Turchi e di quel dei Cinesi: ma un esercito vittorioso non teme fatica: divisero gli Arabi le forze loro per inseguir da ogni lato il timoroso nemico, e dal Califfo Othmano fu promesso il governo di Korasan al primo generale, che penetrato avrebbe in quella contrada vasta e popolosa, già regno un tempo della Battriana. Fu accettata la condizione, e meritato il premio: fu piantato lo stendardo di Maometto sulle mura di Herat, Merou, e Balch, e il general vincitore non si riposò se non dopo che i suoi cavalli, fumanti di sudore, si furono dissetati nelle correnti dell'Oxo. Nella generale anarchia i governatori delle città e delle castella, divenuti independenti, ottennero capitolazioni speciali; dalla stima, dalla prudenza o dalla pietà dei vincitori ne furon dettati gli articoli, e secondo la rispettiva professione di fede, il vinto rimase loro concittadino o loro schiavo. Harmozan, principe di Ahvah e di Susa, dopo un'ardita difesa fu astretto a cedere la sua persona e i suoi Stati in balìa del Califfo. Il loro abboccamento darà a conoscere i costumi degli Arabi. Quando questo voluttuoso Barbaro fu d'avanti ad Omar, ordinò il Califfo che fosse spogliato delle sue vesti di seta ricamate in oro, e della tiara tempestata di rubini e di smeraldi: «Adesso, disse il vincitore al suo prigioniero, riconoscete voi il decreto di Dio, e il diverso trattamento che si compete alla sommessione ed alla infedeltà?» «Oimè! rispose Harmozan, non me ne accorgo che troppo. Nei giorni della nostra comune ignoranza noi combattevamo con armi terrene, e la mia nazione ebbe vittoria. Allora Iddio stava neutrale; dopo che ha sposata la vostra causa, egli ha rovesciato il regno, e la religione nostra». Stanco di questo noioso dialogo si lagnò il Persiano d'una gran sete che soffriva; ma diede a divedere il timore d'essere ucciso nell'atto di bere. «Non abbiate timore, gli disse il Califfo, la vostra vita è sicura sinchè abbiate bevuto di quell'acqua». L'astuto Satrapo gli rendè grazie per quella promessa, e nel punto stesso gettò a terra il vaso dell'acqua. Voleva Omar castigare la sua superchieria, ma gli ricordarono i Musulmani la santità del giuramento, e quindi, con la sua pronta conversione alla religione di Maometto, acquistò Harmozan non solamente un diritto al perdono, ma ben anche un assegno di duemila pezze d'oro. Per regolare la buona amministrazione della Persia si fece un'enumerazione del popolo, del bestiame e dei frutti della terra[240]. Se questo monumento, che ci prova la vigilanza dei Califfi, fosse giunto a noi sarebbe utile ai filosofi di tutti i secoli[241].
A. D. 651
Yezdegerd s'era trasferito fuggendo oltre l'Oxo, e sino a Jaxarte, due fiumi[242] notissimi agli antichi e ai moderni, e che scendono dalle montagne dell'India alla volta del mar Caspio; egli fu con molta ospitalità accolto da Tarkhan, principe della Fargana[243], provincia fertile alle sponde dell'Jaxarte. Tanto il re di Samarcanda che le geldre turche della Sogdiana e della Scizia furono commosse dalle querele e dalle promesse del monarca deposto; e lo sventurato principe implorò l'amicizia assai più ferma e potente dell'imperator della Cina[244]. Il virtuoso Taitsong[245], primo re della dinastia dei Tang, può giustamente essere paragonato agli Antonini; viveva il suo popolo nella pace e nella prosperità, e quarantaquattro tribù di Tartari obbedivano alle sue leggi. Cashgar e Khoten, guarnigioni delle sue frontiere, mantenevano comunicazioni frequenti con le popolazioni che abitavano le sponde dell'Jaxarte e dell'Oxo. Da una colonia di Persiani, stanziatasi recentemente nella Cina, era stata colà introdotta la astronomia dei Magi, e potè Taitsong essere sbigottito dai rapidi progressi, e dalla pericolosa vicinanza degli Arabi. L'autorevole credito, e forse i soccorsi del governo Cinese ravvivarono lo speranze di Yezdegerd, non che lo zelo degli adoratori del fuoco, ed egli s'avanzò con un esercito di Turchi a riconquistare il reame de' suoi padri. Senza sguainare la spada godettero i fortunati Musulmani lo spettacolo della sua sconfitta e morte. Il nipote di Cosroe fu tradito da un servo, insultato dai ribelli abitanti di Merou, e assalito, disfatto, inseguito dai Tartari che egli avea presi per alleati. Giunto alla sponda d'un fiume pregò un mugnaio perchè lo portasse nel suo battello all'altra riva, e gli offerse le anella e i braccialetti che aveva: inetto a comprendere, o a sentir le disgrazie d'un re, quel rozzo uomo gli rispose, che il suo mulino gli fruttava al giorno quattro dramme d'argento, e che non abbandonerebbe il suo guadagno se non nel caso di un sufficiente compenso. Questo momento di esitazione e di ritardo diede agio alla cavalleria turca per arrivare e trucidare l'ultimo re di Sassania[246], che allora contava il decimonono anno dell'infelice suo regno. Firuz, suo figlio, umile cortigiano dell'imperator della Cina, accettò l'impiego di capitano delle sue guardie, e da una colonia di Persiani che si collocò nella provincia di Bucaria, vi fu conservata per lungo tempo la religione dei Magi. Suo nipote ereditò il titolo di re; ma dopo un debole, ed infruttuoso tentativo se ne ritornò nella Cina, e finì la vita nel palazzo di Sigan. Così s'estinse la linea mascolina de' Sassanidi; ma le prigioniere del sangue reale di Persia furono date ai vincitori per ischiave, o spose, e da queste illustri madri fu nobilitato il sangue dei Califfi, e degli Imani[247].
Distrutto il reame di Persia l'impero dei Saraceni non si disgiunse più da quello dei Turchi che per la riviera dell'Oxo. Non andò guari, che questo stretto confine fu tolto dal valore degli Arabi: a poco a poco i governatori del Korasan estesero le scorrerie, ed una vittoria valse loro la conquista di un coturno che una regina de' Turchi lasciò cadere mentre precipitosamente fuggiva al di là delle colline di Bochara[248]; ma la conquista definitiva della Transoxiana[249], come quella della Spagna, era serbata al regno glorioso dell'inerte Valid; ed il nome di Catibah, che significa un condottier di cammelli, indica la condizione e il merito d'un generale che soggiogò queste due regioni. Nel mentre che uno de' suoi colleghi per la prima volta inalberava lo stendardo de' Musulmani sulle rive dell'Indo, sottomettea Catibah alla religione del Profeta, e all'impero del Califfo le vaste contrade chiuse fra l'Oxo, l'Jaxarte, e il mar Caspio[250]. Gli infedeli furono obbligati ad un tributo di due milioni di pezze d'oro; furono arsi o messi in pezzi i lor idoli; il capitan Musulmano pronunciò un discorso nella nuova moschea di Carizma; dopo molti combattimenti le masnade turche furono respinte fino al deserto, e dagli imperatori della Cina si chiese l'amicizia degli Arabi vincitori. Debbesi attribuire in gran parte all'industria loro la fertilità di quella provincia, che era la Sogdiana degli antichi: ma dopo il regno dei re Macedoni si conosceano i vantaggi del suo territorio e del clima, e se ne traeva profitto. Prima dell'invasione dei Saraceni, Carizma, Bochara e Samarcanda erano città ricche e popolose, soggette ai pastori del settentrione. Le contornava un doppio muro, e un muro esterno chiudeva i campi e i giardini che al distretto appartenevano delle città. Dai negozianti della Sogdiana si fornivano tutte le merci che l'India e l'Europa abbisognavano, e dalle fabbriche di Samarcanda si è diffusa in occidente quell'arte inestimabile che trasforma i cenci di lino in carta[251].
A. D. 632
II. Abubeker dopo avere rimessa l'unità della fede e del governo, scrisse a tutte le tribù Arabe questa lettera: «Nel nome del Dio misericordioso, salute e prosperità al resto de' veri credenti, e le benedizioni del cielo siano con voi. Io lodo il Dio onnipotente, e prego pel suo profeta Maometto. — Vi do avviso che io intendo di mandare i veri credenti nella Sorìa[252] per toglierli dalle mani degli infedeli, ed ho voluto ammonirvi, che il combattere per la religione è un atto d'ubbidienza al volere di Dio». Ritornarono i suoi inviati annunciando il pio e guerriero ardore onde avevano infiammate tutte le province, e si videro giugnere successivamente al campo di Medina le intrepide turbe dei Saraceni, gloriosi di marciare alla guerra, che si lagnavano del calor della stagione, e della penuria di vittovaglie, e che con impazienti mormorazioni accusavano la lentezza e gli indugi del Califfo. Come tosto fu compiuto l'armamento, salì Abubeker sopra una collina, fece la rassegna degli uomini, dei cavalli, e delle armi, ed orò fervorosamente al cielo pel buon esito dell'impresa. Coll'esercito e a piedi camminò tutto il primo giorno; e quando i capitani per riverenza vollero smontar da cavallo egli ne dissipò gli scrupoli dicendo, avere ugual merito chi marciava a cavallo e chi a piedi in servigio della religione. Le sue istruzioni[253] ai generali dell'armata di Sorìa furono dettate da quel fanatismo guerriero che corre a conquistare oggetti di mondana ambizione, affettando di non curarli. «Sovvengavi, disse loro il successor del Profeta, che siete sempre alla presenza di Dio, e alla vigilia della morte; pensando alla certezza del giudizio, e sperando il paradiso, guardatevi dalla ingiustizia e dall'oppressione. Deliberate co' vostri fratelli, e ingegnatevi di mantenervi l'amore e la fiducia dei vostri soldati. Quando combatterete per la gloria di Dio operate da uomini, senza volger le spalle; ma la vostra vittoria non si lordi del sangue delle donne, nè dei fanciulli. Non distruggerete le palme, non arderete i campi di biada: non abbatterete mai gli alberi fruttiferi, nè farete danno ai bestiami, trattine quelli che ucciderete per cibarvi. Quando accorderete un trattato, o una capitolazione, siate solleciti d'adempierne gli articoli, e sinceri come la vostra parola. Nel procedere avanti incontrerete persone religiose che vivono in monasteri, e si elessero questa maniera di servire Iddio. Lasciatele in pace, non le uccidete, nè distruggete i loro monasteri[254]: troverete un altra classe d'uomini che appartengono alla sinagoga di Satanasso, ed hanno la testa rasa in cerchio[255]: non mancate di fendere a questi il cranio e di negar loro quartiere, sempre che non vogliano divenir Maomettani o pagare il tributo». I trattenimenti profani o frivoli, e quanto potesse ricordare antiche dispute, erano fra gli Arabi severamente vietati: sin nei tumulti de' campi attendevano assiduamente agli esercizi di religione, consacrando gli intervalli di riposo alla preghiera, alla meditazione, e allo studio del Corano. L'abuso, od anche l'uso del vino era punito con ottanta bastonate sulla pianta de' piedi, e nel fervore dei primi tempi si videro peccatori ignoti che rivelavano i propri falli, e ne chiedevano la punizione. Dopo qualche incertezza, il comando dell'esercito di Sorìa fu conferito ad Abu-Obeidah uno de' fuggiaschi della Mecca, e de' compagni di Maometto. Dalla somma dolcezza e bontà della sua indole veniva raddolcito il suo zelo e la sua divozione, senza che si indebolissero per questo; ma tosto che la guerra si faceva terribile, i soldati invocavano il genio superiore di Caled; e, comunque fosse la scelta del principe, era sempre nel fatto e nella opinione la Spada di Dio il primo generale dei Saraceni. Questo Caled sì rinomato ubbidiva per altro senza ripugnanza, ed era consultato senza gelosia; tale era la sommessione di questo guerriero, o piuttosto la consuetudine del suo tempo, che si dichiarava pronto a servire sotto la bandiera della fede, quand'anche fosse fra le mani d'un fanciullo, o di un nemico. Certo è che al Musulmano vittorioso erano promesse gloria e dovizie; ma si aveva avuto premura di ripetergli, che se cercava nei beni di questo Mondo i soli moventi delle sue azioni, quei soli ne sarebbero il guiderdone.
La vanità romana aveva onorato del nome di Arabia[256], tra le quindici province della Sorìa, quella che racchiudeva i terreni coltivati all'oriente del Giordano, e parve che da una specie di diritto nazionale rimanessero giustificate le prime invasioni dei Saraceni. Si arricchiva questo Cantone coi frutti d'un traffico variato: era stata cura degli imperatori di coprirlo con una serie di Fortezze, ed era almeno sicuro da una sorpresa per la solidità delle mura di Gerasa, Filadelfia e Bosra[257]. Quest'ultima era la decima ottava stazione dopo Medina: ne conoscevan benissimo il cammino le carovane di Hejaz e dell'Irak, le quali ogni anno concorrevano a quel mercato, abbondantemente provveduto delle produzioni della provincia e del deserto. I timori perpetui che dava la vicinanza degli Arabi aveano avvezzato gli abitanti all'uso dell'armi, e dodicimila cavalieri potevano uscire delle porte di Bosra, nome che, nell'idioma siriaco, significava una torre munita. Quattromila Musulmani, incoraggiati dai primi trionfi contro le borgate aperte e le fanterie leggiere dei confini, osarono assaltare la Fortezza di Bosra dopo averle intimata la resa; ma furono oppressi dalla moltitudine dei Siri e sarebbero periti tutti se Caled non giungeva in aiuto con mille e cinquecento cavalli. Il quale biasimò quella impresa, rimise l'eguaglianza nel conflitto, liberò il suo amico, il venerando Serjabil, che indarno invocava l'unità di Dio e le promesse dell'appostolo. Dopo un breve riposo fecero i Musulmani le loro abluzioni con una sabbia la quale supplì alle veci dell'acqua[258], e Caled recitò l'orazione della mattina prima che montassero a cavallo. Il popolo di Bosra, confidando nelle proprie forze, aperse le porte, ordinò l'esercito nella pianura, e giurò di morire per la difesa della religione. Ma una religion di pace non potea resistere a quel grido forsennato: «alla battaglia! alla battaglia! Il paradiso! Il paradiso!» che da ogni parte risonava fra le schiere de' Saraceni: il trambusto della città, il suono delle campane[259], le esclamazioni dei preti e dei monaci raddoppiavano lo spavento e la confusione dei Cristiani. Non perdettero gli Arabi che dugentotrenta uomini, e rimasero padroni del campo di battaglia: sin per invitare l'aiuto del cielo, o quel della terra, furon coperte le mura di Bosra con croci benedette, e con bandiere consacrate. Romano, governatore di questa città, aveva sin dai primi momenti condotto a sommessione gli abitanti; deposto dal popolo, che lo spregiava, ardeva di voglia di vendicarsi, e ne avea per disgrazia i modi. In un abboccamento notturno che egli ebbe cogli emissari di Caled gli avvisò d'un passaggio fatto sotto la sua casa, il quale si prolungava fuori della Piazza; il figlio del Califfo e cento volontari si fidarono della parola di Romano, e con una fortunata intrepidezza apersero una strada facile al rimanente de' Saraceni. Poichè Caled ebbe determinato la servitù ed il tributo cui doveano soggiacer gli abitanti, Romano, apostata o convertito, si diè vanto nell'assemblea popolare di quel tradimento così meritorio agli occhi della nuova sua religione. «Io rinuncio, soggiunse egli, alla vostra società in questo Mondo e nell'altro: rinnego colui che fu crocifisso e i suoi adoratori; eleggo Iddio per mio padrone, l'Islamismo per mia religione, la Mecca per mio tempio, i Musulmani per miei fratelli, e riconosco per mio profeta Maometto mandato sulla terra per guidarci alla via della salute, e per glorificare la vera religione a dispetto degli uomini che danno colleghi a Dio».
A. D. 633
Non era Bosra lontana da Damasco[260] se non quattro giornate, e la brama di conquistarla animò gli Arabi ad assediare l'antica capitale della Sorìa[261]. Posero campo a qualche distanza dalle mura fra i boschetti e le fontane di quel dilettevole luogo[262]; e proposero a' cittadini pieni di coraggio, e già rinforzati da cinquemila Greci, la solita alternativa di sommettersi al Maomettismo, al tributo, o alla guerra. Nella decadenza del pari che nell'infanzia dell'arte militare, anche i generali stessi hanno soventi volte offerto ed accettato disfide[263]. Più d'una lancia si ruppe nella pianura di Damasco, e alla prima sortita degli assediati segnalossi Caled col suo valor personale. Aveva già dopo una zuffa ostinata abbattuto e fatto prigioniero un dei campioni cristiani, che per la statura e l'intrepidezza era un avversario degno di lui; nel tempo stesso prese un cavallo fresco datogli dal governatore di Palmira, e corse frettoloso alla prima linea del suo esercito: «Riposatevi un poco, gli disse Derar suo amico, e permettetemi di fare le vostre veci: troppo vi siete stancato nella lotta contro quel cane di cristiano. — Oh Derar, risposegli l'istancabile Caled, ci riposeremo poi nel Mondo avvenire: chi fatica oggi si riposerà domani». Collo stesso ardore rispose alla disfida d'un altro campione; lo battè e lo rovesciò pure sulla polvere, e indispettito pel rifiuto che fecero questi due prigionieri d'abbandonare la propria religione ne fece gettar le teste nella città. Dal cattivo esito di molti fatti generali e particolari, furono obbligati gli abitanti di Damasco di tenersi coperti dietro le mura. Un messaggiero calato giù dai bastioni rientrò nella città colla promessa d'un potente rinforzo che sarebbe giunto fra poco. Ne furon ben presto avvisati gli Arabi dal tumulto di gioia suscitato da questa nuova. Dopo vari dibattimenti risolvettero i generali di levare, o piuttosto sospendere, l'assedio, sinchè non avessero data battaglia alle forze dell'imperatore. Volea Caled nella ritratta collocarsi al retroguardo, cioè nel sito più pericoloso; pur lo cedette modestamente ai desiderii d'Abu-Obeidah: ma nel punto del maggior rischio volò in aiuto del suo compagno fortemente stretto da seimila cavalieri, e da diecimila fanti sortiti dalla città, dei quali non rimase che un ben piccolo drappello che andasse a raccontare a Damasco le circostanze della loro sconfitta. Questa guerra diveniva assai rilevante per non esigere la riunione dei Saraceni dispersi sulle frontiere della Sorìa, e della Palestina: riferirò qui una delle lettere circolari inviate per questo oggetto ai vari governatori, ed era diretta ad Amrou, quegli che soggiogò di poi L'Egitto. «Nel nome di Dio misericordioso, Caled ad Amrou, salute e felicità. Sappi che i Musulmani tuoi fratelli han fatto disegno di trasferirsi in Aiznadin, ove sta un esercito di settantamila Greci, i quali intendono di marciar contro di noi per estinguere colla lor bocca la luce di Dio: ma Dio conserva la sua luce a dispetto degli infedeli[264]. Tosto che questa lettera sarà consegnata alle tue mani vieni seguitato da coloro che sono con te ad Aiznadin, ove, se così piace al massimo Iddio, ci troverai». Furono con gioia eseguiti gli ordini di Caled, e i quarantacinquemila Musulmani, che arrivarono nello stesso giorno e nello stesso luogo, attribuirono al favor della Providenza gli effetti del loro zelo, e della loro prontezza.
Quattro anni dopo i trionfi della guerra persiana fu turbata la quiete d'Eraclio e dell'impero da un nuovo nemico, e da una religione della quale sentivano troppo i Cristiani d'oriente le conseguenze senza comprenderne chiaramente i dogmi. L'invasion della Sorìa, la perdita di Bosra, e l'assedio di Damasco risvegliarono l'imperatore nella sua reggia di Costantinopoli o di Antiochia. Settantamila soldati, tanto veterani che di nuova leva, si raccolsero in Hems, o Emesa, sotto gli ordini di Werdan[265] suo generale, e queste squadre, quasi tutte composte di cavalleria, potevano egualmente denominarsi Sire, Greche o Romane; Sire a cagion del luogo d'onde eran tratte, o del teatro della guerra: Greche per la religione, o la lingua del sovrano: Romane per la nobile denominazione profanata mai sempre dai successori di Costantino. Werdan, montato sopra una mula bianca ornata di catene d'oro, e circondato da bandiere e stendardi, attraversava la pianura di Aiznadin, quando gli venne veduto un guerriero feroce e seminudo, che andava a scoprire il nemico, ed era Derar guidato dal fanatismo del secolo e della nazione, la quale ha forse troppo esagerato questo atto di valore. Odio del cristianesimo, avidità di saccheggio, non curanza di pericolo eran queste le passioni dominanti dell'ardito Saraceno; la vista della morte non indeboliva mai la sua fiducia religiosa, mai non ne turbava la tranquilla intrepidezza, e non potea nemmeno impedire le naturali e facete arguzie della sua giovialità marziale; col coraggio e colla prudenza riuscivano a bene le sue imprese più disperate. Dopo aver corsi innumerevoli rischi, dopo essere stato tre volte in balìa degli infedeli, superò tutti i pericoli, ed ebbe la sua parte nei guiderdoni della conquista di Sorìa. Nella qual occasione resistè, ritirandosi, all'assalto di trenta Romani che Werdan mandò contro lui, e dopo averne uccisi o scavalcati diecissette tornò sano e salvo al campo dei Musulmani, che ne applaudivano la prodezza. Avendolo il suo generale gentilmente rimproverato della temerità che aveva dimostrata, egli se ne scusò colla semplicità di un soldato. «Non io cominciai quell'assalto, egli disse; vennero essi per prendermi, ed io avea timore che mi vedesse Iddio volger le spalle agli infedeli. Ma daddovero io mi battea di buona voglia, e sicuramente Iddio è venuto in mio soccorso. Senza la tema di mancare ai vostri ordini non sarei tornato sì presto, e veggo di qua che coloro cadranno fra le nostre mani». Un Greco, venerando per la canizie, si fece avanti in mezzo ai due eserciti, e offerse una pace che sarebbe liberalmente pagata: dichiarò che se i Saraceni si ritiravano avrebbe ogni soldato in dono un turbante, una veste, e una moneta d'oro, il generale dieci vesti e cento monete d'oro, e cento vesti e mille monete d'oro il Califfo. Un sogghigno disdegnoso fu la risposta di Caled. «Cani di cristiani sapete già quale alternativa vi si concede; sottomettetevi al Corano, pagate un tributo, o venite a combattere. Noi ci dilettiamo della guerra, e la preferiamo alla pace; abbiamo a schifo le vostre misere limosine, poichè presto saremo padroni delle vostre ricchezze, delle famiglie, e delle persone vostre». Con tutte queste sembianze di dispregio, sentiva forte il pericolo in cui si trovavano i Musulmani. Quei sudditi del Califfo che erano stati in Persia, e veduto avevano gli eserciti di Cosroe, confessavano che mai non s'era presentato ai loro sguardi un esercito più formidabile. L'astuto Saraceno trasse dalla superiorità del nemico l'argomento da riscaldare di più il valor dei soldati. «Voi vedete a fronte, egli disse, tutte congiunte le forze de' Romani. Non vi rimane speranza di camparne; ma potete in un sol giorno conquistare la Sorìa; l'evento dipende dalla disciplina e dalla pazienza vostra. Riservate il vostro valore a questa sera. Le vittorie del Profeta succedeano di sera». Il nemico attaccò successivamente per due volte, e sostenne Caled con calma e fermezza i dardi romani, e le mormorazioni del suo esercito. Finalmente quando s'avvide essere omai esinanite le forze e i turcassi de' nemici, diede il segnale della carica, e della vittoria. Gli avanzi dell'esercito imperiale fuggirono in Antiochia, in Cesarea, in Damasco, e si consolarono i Musulmani della perdita di quattrocentosettanta uomini, ripensando d'aver mandato all'inferno più di cinquantamila infedeli. Difficil cosa sarebbe valutare il bottino di quella giornata: si impadronirono i Saraceni di gran quantità di bandiere, di croci, di catene d'oro e d'argento, di pietre preziose e d'una immensa farragine di armature e di vestimenta di gran valore. Si differì la generale distribuzion della preda sino al tempo che sarebbe presa Damasco; ma di grande utilità furono le armi che divennero nuovi istrumenti di vittoria. Si spedirono al Califfo queste gloriose notizie, e le tribù Arabe, che apparivano le più insensibili o le più avverse alla mission di Maometto, domandarono con grande ardore la grazia di partecipare alle spoglie della Sorìa.
Il dolore, e la costernazione portarono tostamente a Damasco quei tristi ragguagli, e dall'alto delle mura miravano gli abitanti il ritorno degli eroi di Aiznadin. Amrou capitanando diecimila cavalieri formava la vanguardia. Le schiere dei Saraceni venivano l'una dopo l'altra con un apparato spaventevole, e nel retroguardo stava Caled preceduto dallo stendardo dell'Aquila Nera. Il quale aveva all'attività di Derar affidato l'impegno di fare la ronda intorno la città con duemila cavalieri, di sgombrar la pianura e di intercettare i soccorsi, o le lettere che si volessero mandare alla Piazza. Gli altri capitani Arabi furono postati davanti le sette porte, e con nuovo vigore e nuova fiducia l'assedio ricominciò. Nelle fortunate ma semplici fazioni de' Saraceni, raro è che si scontri l'arte, la fatica e le macchine di guerra de' Greci e de' Romani; colla persona de' guerrieri anzichè colle trinciere investivano una città; si contentavano a respingere le sortite degli assediati, avventuravano una sorpresa o un assalto, ovvero aspettavano che la penuria, o qualche sedizione mettesse in lor balìa una Fortezza. Volea Damasco sottomettersi dopo la battaglia d'Aiznadin, considerandola come una sentenza definitiva pronunciata contro l'imperatore in vantaggio del Califfo; ma l'esempio e l'autorità di Tommaso, nobile greco, che in una condizione privata divenne illustre per la sua alleanza con Eraclio[266], le rendettero il coraggio. Dal tumulto e dalla illuminazione notturna ebbero ad avvedersi gli assedianti che la città preparava una sortita per la punta del giorno, e benchè l'eroe cristiano fingesse di spregiare il fanatismo degli Arabi, ricorse anch'esso agli spedienti d'una superstizione consimile. Fece innalzare un gran Crocifisso davanti la porta principale alla vista de' due eserciti, vennero in processione il Vescovo ed il Clero, e deposero il Nuovo Testamento ai piedi dell'immagine di Gesù Cristo; e le due parti furono secondo la rispettiva credenza edificate, o scandolezzate da una orazione diretta al figlio di Dio, perchè difendesse i suoi servi e la verità della sua legge. Furiosi furono i combattimenti, e la destrezza di Tommaso[267], il più bravo degli arcieri, avea costata la vita ai Saraceni più prodi, quando una eroina valse finalmente a vendicarne la morte. La moglie di Aban, che in quella guerra santa accompagnava il marito, se lo strinse fra le braccia nel punto che spirava per le sue ferite, dicendogli: «Beato te, beato te caro amico, tu vai a raggiugnere il tuo padrone che ci aveva uniti, ed ora ci separa. Io vendicherò la tua morte, e farò quanto dipenderà da me per venire al luogo ove tu vai. D'ora innanzi nessun uomo più mi toccherà, perchè mi sono consacrata al servigio di Dio». Senza mandar un gemito, senza versare una lagrima lavò il cadavere dello sposo, e colle usate cerimonie lo seppellì. Adempiuto che ella ebbe il tristo ufficio, vestì le armi del marito, a maneggiar le quali s'era nel suo paese avvezzata, e il suo intrepido braccio corse a cercare l'uccisore di Aban, che stava combattendo nel più forte della mischia. Col primo strale ferì la mano dell'alfiere di Tommaso, col secondo trapassò l'occhio al capitano, e i Cristiani sbigottiti non videro più nè il loro stendardo, nè il generale. Nulla di meno non volle il generoso difensor di Damasco ritrarsi al suo palazzo; gli fu curata la piaga sulle mura, continuò la zuffa fino a sera, e i Siri stettero sotto le armi sino a giorno. Nel più fitto della notte un colpo della campana grande diede il segnale; si spalancarono le porte, ognuna delle quali vomitò uno sciame di guerrieri che impetuosamente si scagliarono sul campo dei Saraceni addormentati. Caled fu il primo a pigliar l'armi, e corse con quattrocento cavalli al luogo del pericolo; a quest'uomo insensibile corsero le lagrime sul viso quando esclamò: «oh Dio, che non dormi mai, getta un'occhiata su tuoi servi, e non abbandonali in mano dei lor nemici». La presenza della Spada di Dio arrestò il valore e il trionfo di Tommaso; non così tosto ebbero conosciuto i Musulmani il pericolo, che tornarono alle loro file, e caricarono ai fianchi ed a tergo gli assalitori. Dopo aver perduto soldati a migliaia, il general cristiano si ritirò con un sospiro di disperazione, e le macchine di guerra piantate sulle mura contennero i Saraceni dall'inseguire.
A. D. 634
Dopo un assedio di settanta giorni[268] erano già esauste le munizioni probabilmente come il coraggio degli abitanti di Damasco: sì che i più valorosi dei lor capitani piegarono alla legge della necessità. Nelle diverse occasioni di pace e di guerra, aveano imparato a temere la ferocia di Caled, e a rispettare l'affabilità e le virtù di Abu-Obeidah. Cento deputati del clero e del popolo a mezza notte giunsero nella tenda di quel rispettabile capitano, che urbanamente gli accolse, e li congedò; riportarono in città una convenzione scritta in cui, sulla fede del compagno del Profeta, erasi stipulato che cesserebbero le ostilità, che sarebbe libero agli abitanti di Damasco il ritirarsi con quanto potessero portare con sè delle loro robe; che i sudditi tributari del Califfo continuerebbero a possedere le terre, e le case loro, e che conserverebbero sette chiese. A queste condizioni vennero consegnati ad Abu-Obeidah gli ostaggi più ragguardevoli, non che la porta più vicina al suo campo; i suoi soldati ne imitarono la moderazione, ed egli godè l'umile gratitudine del popolo da lui sottratto alla distruzione. Ma il buon esito de' negoziati scemata avea la vigilanza della città, e nel punto stesso era stato preso d'assalto il quartiere opposto a quello per cui entrava Obeidah. Da una fazione di cento Arabi era stata consegnata la porta orientale a un nemico più inflessibile: «non si dà quartiere, esclamò l'avido e sanguinario Caled, non si dà quartiere ai nemici del Signore». Le sue trombe squillarono, e il sangue cristiano inondò le vie di Damasco. Quando arrivò alla chiesa di S. Maria, stupì di vedervi i suoi compagni, e fu sdegnato dei loro atteggiamenti pacifici; pendean le loro spade dal fianco, ed erano circondati da una folla di sacerdoti e di monaci. Abu-Obeidah salutò il generale: «Iddio, gli disse, ha consegnata la città in mia mano per capitolazione, ed ha risparmiato ai fedeli la fatica di combattere. — Ed io, rispose irritato Caled, non sono io forse il luogotenente del comandante de' fedeli? non ho io presa d'assalto la città? Gli infedeli periranno di spada; piombate su loro.» Correvano gli Arabi inumani, ed assetati di sangue, ad eseguire sì bramato comando, ed era rovinata Damasco se la bontà del cuore di Obeidah non era sostenuta dalla autorità del grado, e dalla nobile di lui fermezza. Si cacciò fra i cittadini atterriti, e fra i più impazienti de' Barbari; e ingiunse loro, pel santo nome di Dio, di rispettare la sua promessa, di frenare la furia, ed aspettare la decisione del Consiglio. Si ritirarono i Capi nella chiesa di S. Maria, e dopo un dibattito assai veemente si sottomise Caled, in qualche parte, alla ragione e alla autorità d'un suo collega, il quale dimostrò dover esser sacra la capitolazione, utile ed onorevole ai Musulmani il mantenere esattamente la parola, e che portando la diffidenza e la disperazione alle altre città della Sorìa, queste si difenderebbero con una ostinazione che difficilmente si potrebbe superare. Fu convenuto adunque di rimettere la spada nel fodero; che la parte di Damasco che si era arresa ad Obeidah, da quel punto, godrebbe i vantaggi della capitolazione[269]; e che finalmente alla prudenza e alla giustizia del Califfo si rimetterebbe la decision dell'affare. La maggior parte degli abitanti accettò la promessa data loro di tollerare la loro religione, e si sottomise a un tributo. Erano in Damasco ventimila cristiani; ma il prode Tommaso e i valorosi patriotti, che aveano combattuto sotto il suo vessillo, preferirono la povertà, e l'esiglio. Sacerdoti e laici, soldati e cittadini, donne e fanciulli formarono un numeroso campo in un prato vicino alla città; frettolosi e sbigottiti portarono colà le loro cose di maggior pregio, e con dolorosi lamenti, o col silenzio della disperazione, abbandonarono la terra natale, e le amene rive del Farfar. Non valse lo spettacolo della loro miseria a commovere l'animo inesorabile di Caled; contese egli agli abitanti di Damasco la proprietà d'un magazzino di biada; si ingegnò di privar la guarnigione dei beneficii del trattato: con ripugnanza permise ai fuggiaschi d'armarsi d'una spada, d'una lancia o d'un arco, e dichiarò aspramente che dopo tre giorni potrebbono i suoi soldati inseguirli, e trattarli da nemici de' Musulmani.
La passione d'un giovane Siro fu il compimento della rovina degli esuli Damasceni. Un nobile cittadino di quella città, nomato Giona[270], s'era impalmato ad una giovanetta d'opulenta famiglia, appellata Eudossia; avendo i parenti di questa differite le nozze, si indusse ella a fuggire collo sposo prescelto. I due amanti subornarono con denaro i soldati che nella notte guardavano la porta di Keisan. Giona, che passava il primo, fu circondato da una truppa d'Arabi; esclamò in lingua greca: «L'uccello è preso», e così diede avviso alla sua Bella di ritornarsene a Damasco. Lo sciagurato Giona, tratto avanti a Caled, e minacciato di morte, dichiarò che credeva in Dio solo, e in Maometto suo appostolo, e fino al giorno del suo martirio adempiè i doveri di un bravo e leale Musulmano. Presa la città, andò al monastero ove erasi ricoverata Eudossia: ma costei avea dimenticato l'amante, non vedendo più in lui che un apostata cui ricevette con sommo dispregio. Preferì essa la sua religione alla terra nativa, e Caled, sordo alla compassione, ma guidato in questo caso dalla giustizia, ricusò di ritenere per forza un uomo, o una donna di Damasco: per un articolo del Trattato, e per le provvidenze che esigeva questo nuovo conquisto, dimorò Caled in Damasco per quattro giorni. Conteggiando il tempo e la distanza avrebbe egli in tal occasione perduto la smania delle stragi e delle rapine; ma s'arrese alle importune istanze di Giona, che lo assicurava potersi ancora arrivare i fuggitivi spossati di fatica. Gli inseguì di fatto Caled con quattromila cavalieri travestiti da cristiani Arabi. Non si fermava che pel momento dell'orazione, e ben conoscevano le sue guide il paese. Per lungo spazio di strada furon visibili le vestigia degli abitanti di Damasco; ma ad un tratto disparvero; tuttavolta furono rincorati i Saraceni nelle lor mosse dalla sicurezza avuta, che i fuggiaschi s'erano sperperati nelle montagne, e che potrebbero raggiugnerli presto. Durarono stenti eccessivi nel valicare le giogaie del Libano; ma l'indomabile ardor d'un amante sostenne e confortò il coraggio di que' vecchi fanatici. Un paesano di quel Cantone gli avvisò, che l'imperatore avea mandato ai fuorusciti un ordine di radere la costa del mare senza indugio, sulla strada che conduceva a Costantinopoli, temendo per avventura che lo spettacolo e il racconto dei loro patimenti avessero a scoraggiare i soldati, e il popolo di Antiochia. Furon guidati i Saraceni attraverso del territorio di Gabala[271] e di Laodicea scansando sempre le città. Continua era la pioggia, oscurissima la notte; solo una montagna gli separava dai fuggitivi, e Caled, sempre inquieto per la sicurezza dei suoi guerrieri, confidava al compagno i tristi presagi avuti in sogno; ma dai primi raggi del giorno furono dissipati tutti i suoi timori. Scorse davanti a sè in una bella vallata le tende dei Cristiani scampati da Damasco. Dopo aver consacrati alcuni istanti al riposo e all'orazione, divise in quattro corpi la cavalleria; affidò il primo al suo caro Derar, e riservò l'ultimo per sè; piombarono questi quattro corpi un dopo l'altro sopra una moltitudine scompigliata, mal fornita d'arme, e già debellata dal dolore, e dalla fatica. Trattone un prigioniero che ottenne perdono, e fu rimandato, ebbero i Musulmani la soddisfazione di credere che nemmeno un cristiano, dell'uno o dell'altro sesso, era campato dai colpi della loro scimitarra. Sparso era nel campo l'oro e l'argento di Damasco: vi trovarono i vincitori più di trecento some d'abiti di seta, bastanti a vestire un esercito di Barbari. Cercò Giona, e scoperse in mezzo alla strage, l'oggetto della sua costante ricerca; ma l'ultimo atto della sua perfidia avea messo il colmo al risentimento d'Eudossia, la quale facendo ogni suo potere per liberarsi dall'odiose carezze di costui, si immerse un pugnale nel seno. Un'altra donna, la vedova di Tommaso, creduta, non so se a torto o a ragione, la figlia di Eraclio, fu pure salvata e rimandata senza riscatto; ma solamente per disprezzo mostrossi tanto generoso Caled, ed un insolente messaggio portò sino al trono de' Cesari le disfide dell'orgoglioso Saraceno. Dopo aver fatto più di centocinquanta miglia nella provincia Romana, colla stessa rapidità e segretezza, se ne tornò a Damasco. Omar salendo al trono gli tolse il comando: ma se il Califfo biasimò la temerità della impresa, lodò il vigore e la prudenza di lui nell'eseguirla.
In un'altra occasione dimostrarono egualmente i vincitori di Damasco come amassero, e come dispregiassero le ricchezze di questo Mondo. Seppero che nella fiera di Abyla[272], la quale si faceva lungi trenta miglia incirca della città, concorrevano ogni anno le produzioni naturali e quelle della industria di tutta la Sorìa, che una folla di pellegrini andava, in que' giorni, a visitare la cella d'un santo eremita, e che le nozze della figlia del governator di Tripoli doveano rallegrare la festa del commercio e della superstizione. Abdallah, figlio di Jaafar, santo e glorioso martire, prese l'incarico, guidando cinquecento cavalieri, dell'utile e religiosa missione di spogliare gl'infedeli. Nell'avvicinarsi alla fiera d'Abyla venne a sapere, non senza inquietudine, che i Giudei e i Cristiani, i Greci e gli Armeni, gli originali della Sorìa e gli abitanti dell'Egitto formavano una truppa di diecimila uomini, e che la sposa era scortata da cinquemila cavallieri. I Saraceni si fermarono: «Per me, disse Abdallah, non so dare addietro; numerosi sono i nostri nemici, grandi i pericoli che corriamo; ma luminoso e certo è il guiderdon che otterremo o in questo, o nell'altro Mondo: ciascuno, a suo grado, vada avanti o si ritragga». Nemmeno un Musulmano si ritirò. «Menateci, disse Abdallah al Cristiano che gli serviva di guida, e vedrete che possono fare i compagni del Profeta». I suoi soldati caricarono in cinque distaccamenti; ma dopo i primi istanti di vantaggio che ebbero in questo impreveduto assalto, furono circondati e quasi oppressi dal numero superior de' nemici; e la loro brava gente fu paragonata al punto bianco che si vede sulla pelle d'un cammello nero[273]. Sul tramontar del sole cadevano le armi dalle lor mani per la fatica, ed eran sul punto d'essere precipitati nella eternità, quando scorsero venir loro in faccia un nembo di polvere: colpì le loro orecchie il grato suono del tecbir[274], e ben presto videro lo stendardo di Caled, che con tutta la velocità dei cavalli della sua soldatesca giungeva in aiuto. Il quale sbaragliò i battaglioni cristiani, e senza cessar la strage li perseguitò sino al fiume di Tripoli. Rimasero abbandonate le ricchezze poste in mostra alla fiera, il danaro portato per le provviste, la brillante pompa delle nozze, la figlia del governatore, e quaranta donne del seguito. Frutta, vittoaglie, mobili, argento, vasellame, gioielli, tutto fu tostamente ammucchiato sulla schiena de' cavalli, degli asini e dei muli, e tornarono i pii masnadieri in trionfo a Damasco. L'eremita dopo breve e violenta discussione con Caled sulle rispettive religioni ricusò la corona del martirio, e fu lasciato in vita soletto su quella scena di eccidio e di desolazione.
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È la Sorìa[275] un dei paesi più anticamente coltivati; merita essa questa preferenza[276]. La vicinanza del mare e delle montagne, l'abbondanza delle legne e dell'acqua, temperano l'ardor del clima, e dalla fertilità del suolo deriva sì gran quantità di sussistenze, che n'è mirabilmente giovata la propagazione degli uomini e degli animali. Dal secolo di Davide a quello d'Eraclio si coperse il paese di fiorenti città: ricchi e numerosi ne eran gli abitanti, e quantunque lentamente devastata dal dispotismo e dalla superstizione, dopo le recenti calamità della guerra persiana, poteva ancora la Sorìa essere un incentivo alla rapacità delle ingorde tribù del deserto. Una pianura di dieci giornate, che da Damasco si stende ad Aleppo e ad Antiochia, è innaffiata alla parte di ponente dal tortuoso Oronte. Le vette del Libano, e dell'anti-Libano le sovrastano da settentrione a mezzogiorno fra l'Oronte e il mediterraneo, e in addietro si diede l'epiteto di concava (Coelesyria) ad una lunga e fertilissima valle cinta nella medesima direzione da due catene di montagne coperte sempre di neve[277]. Tra le città indicate nella geografia e nella storia della conquista di Sorìa, coi loro nomi greci e coi nomi orientali, si nota Emesa o Hems, Eliopoli o Baalbek: la prima, metropoli della pianura, la seconda, capitale della vallata. Sotto l'ultimo Cesare erano ben munite e piene d'abitanti: ne risplendeano da lontano le torri: edifici pubblici e privati occupavano un vasto terreno, e gran fama avevano i cittadini pel coraggio od almen per l'orgoglio, per le ricchezze o almeno per lusso. Al tempo del Paganesimo, Emesa ed Eliopoli adoravano Baal ovvero il Sole; ma caduta la superstizione e la grandezza loro, ebbero a provare una sorte molto diversa. Niun vestigio rimane del tempio d'Emesa il quale, se si presta fede ai poeti, eguagliava in altezza la cima del monto Libano[278], mentre le rovine di Baalbek, ignote agli scrittori antichi, solleticano la curiosità e ottengono la ammirazione de' viaggiatori Europei[279]. Il tempio è lungo dugento piedi, largo cento: un doppio portico d'otto colonne adorna la facciata: se ne contano quattordici da ogni lato, ed ogni colonna, formata di tre pezzi di pietra o di marmo, ha quaranta piedi d'altezza. L'ordine corintio che si osserva nelle proporzioni e negli ornamenti annunzia l'architettura greca: ma poichè Baalbek non fu mai residenza d'un monarca, si stenta a capire come la liberalità dei cittadini, o del Corpo municipale abbian potuto sopperire alla spesa di costruzioni tanto magnifiche[280]. Dopo la conquista di Damasco marciarono i Saraceni alla volta di Eliopoli e di Emesa, ma non rivangherò particolarità di sortite, e di combattimenti, dopo averle già rappresentate in prospetto sopra una scena più vasta. Nella continuazion di questa guerra, ottennero trionfi non solo colle armi ma anche colla politica; seppero dividere i nemici con tregue particolari e di poca durata; avvezzarono i popoli della Sorìa a paragonare i vantaggi della loro alleanza e i pericoli dell'averli nemici; si addomesticarono colla lingua, colla religione e colle costumanze loro, e vennero con segrete compre vuotando i magazzini e gli arsenali delle città cui voleano assediare. Vollero un riscatto più costoso dai più ricchi e dai più ostinati; alla sola Calcide fu imposta la tassa di cinquemila oncie d'oro, d'altrettanto d'argento, di duemila vesti di seta e della quantità di fichi e di ulive che potesse essere portata da cinquemila asini. Osservarono per altro scrupolosamente gli articoli delle tregue e delle capitolazioni, ed il luogotenente del Califfo avendo promesso di non entrare nelle mura di Baalbek, tenuta come prigioniera dalle sue armi, si rimase tranquillo nella sua tenda sino a tanto che le fazioni che laceravano la città richiesero che un padrone straniero andasse a sedarle. In meno di due anni si terminò la conquista della pianura e della valle di Sorìa. Nulla di meno ebbe a lagnarsi di lentezza il Califfo, e i Saraceni espiando i lor falli con lagrime di pentimento e di rabbia, domandarono ad alta voce d'esser condotti alle battaglie del Signore. In un fatto accaduto poco tempo prima sotto le mura di Emesa, s'udì esclamare un giovane Arabo, cugino di Caled: «Credo vedere le houris dagli occhi neri che mi guardano; se una sola comparisce sulla terra tutti gli uomini morirebbero d'amore. Ne scorgo una che ha un fazzoletto di seta verde, e un cappello di pietre preziose; mi fa segno e mi chiama: vieni subito mi dice, perchè sono innamorata di te.» Così dicendo, si scagliò furiosamente sui Cristiani, e spargeva per ogni parte la strage, quando il governatore di Hems, che l'osservò, lo trafisse con una chiaverina.
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Era d'uopo ai Saraceni di tutto il valore ed entusiasmo loro per far fronte alle forze dell'imperatore, il quale dalle tante perdite sofferte aveva argomentato abbastanza che voleano i pirati del deserto conquistare regolarmente, e conservare a sè la Sorìa, e che in poco tempo verrebbero a capo del lor disegno. Ottantamila soldati delle province europee ed asiatiche furono mandati per mare e per terra ad Antiochia e a Cesarea: sessantamila Arabi cristiani, della tribù di Gassan, erano le soldatesche leggiere di quell'esercito, e lo precedevano sotto la bandiera di Iabalah, l'ultimo de' loro principi: avevano i Greci per massima: che col diamante si tagliava meglio che in altra guisa il diamante. Non si espose Eraclio in persona ai rischi di quella guerra: ma presuntuoso siccome egli era, o forse per mancanza di coraggio, diede comando espresso di decidere in una sola giornata il destino della provincia e di quella guerra. Gli abitanti della Sorìa difendeano la causa di Roma e di Cristo; Nobili, cittadini, paesani furono del pari irritati dalla ingiustizia, e dalla barbarie di un esercito licenzioso che come sudditi li opprimeva, e li spregiava come stranieri[281]. Aveano i Saraceni posto campo sotto le mura d'Emesa, quando ebbero sentore di que' grandi apparecchi, e benchè i capitani fossero ben risoluti al combattere, raunarono consiglio di guerra: voleva il pio Abu-Obeidah ricevere la corona del martirio in quel luogo medesimo: ma fu saggio avviso di Caled il fare una ritratta onorevole sulla frontiera della Palestina e dell'Arabia, ove potrebbe l'esercito attendere il soccorso degli amici, e l'assalto degli infedeli. Un corriere spedito a Medina ritornò prestamente colle benedizioni di Omar e di Alì, colle preghiere delle vedove del Profeta, e con un rinforzo di ottomila Musulmani. Questo piccolo drappello battè per via un distaccamento dei Greci, e arrivando a Yermuk, ove erano accampati i Saraceni, s'ebbero la lieta novella, che Caled avea già sbaragliato e disperso gli Arabi cristiani della tribù di Gassan. Nei dintorni di Bosra cadono a torrenti della montagna di Hermon le acque sulla pianura di Decapoli, ossia delle dieci città, e d'Hieromax, di cui si alterò il nome cangiandolo in quello di Yermuk dopo un breve corso si perdè nel lago di Tiberiade.[282] Le sue sponde mal conosciute furono allora illustrate da lunga e sanguinosa battaglia. In quella gran circostanza dalla voce pubblica, e dalla modestia di Abu-Obeidah fu renduto il comando al Musulmano più degno. Caled si collocò sulla fronte dell'esercito; alle spalle pose il suo collega, acciocchè i Musulmani, se mai fossero tentati a fuggire, fossero arrestati dal suo aspetto venerando e dalla vista della bandiera gialla, che Maometto avea spiegata avanti le mura di Chaibar. Stava nell'ultima linea la sorella di Derar e le donne arabe che s'erano coscritte per quella santa guerra, che sapeano trattare l'arco e la lancia, e che in un momento di cattività aveano difesa contro gli incirconcisi la verecondia loro e la religione[283]. L'arringa dei generali fu breve, ma energica. «Avete in faccia il paradiso, alle spalle il diavolo e il fuoco dell'inferno». Nondimeno fu tanto impetuosa la carica della cavalleria romana che ne fu rotta l'ala destra degli Arabi, e separata dal centro. La quale per tre volte s'indietreggiò alla rinfusa, e tre volte fu riordinata dai rimproveri e dai colpi delle donne. Negli intervalli dell'azione, Abu-Obeidah visitava le tende dei confratelli, ne prolungava il riposo recitando in una volta due delle cinque orazioni quotidiane, ne curava le ferite di propria mano, e li confortava colla riflessione, che gli infedeli che partecipavano ai loro mali non participerebbero alla loro ricompensa. Quattro mila e trenta Musulmani furono seppelliti sul campo di battaglia, e la destrezza degli arcieri Armeni procacciò a settecento Arabi la gloria di perdere un occhio nell'esercizio di quel religioso dovere. Confessarono i veterani della guerra di Sorìa non aver mai veduto azione così terribile, ed il cui esito fosse sì lungo tempo incerto; ma non ve n'ebbe altresì veruna più decisiva di quella; Greci e Siri a migliaia caddero sotto la spada degli Arabi; gran numero di fuggitivi fu dopo la vittoria trucidato pei boschi, e nelle montagne. Parecchi altri, che perdettero il guado, annegarono nell'acqua dell'Yermuk, e, qualunque sia l'esagerazione dei Musulmani[284], dagli autori cristiani si confessa che il cielo li punì in maniera ben sanguinosa dei loro peccati[285]. Manuele che comandava i Romani fu ucciso a Damasco, dove si ricoverò nel monastero del monte Sinai. Jabalah, esigliato dalla Corte di Bisanzio, pianse colà i costumi dell'Arabia da lui abbandonati, e la sciagura d'aver preferito la causa de' Cristiani[286]. Altra volta era stato propenso all'Islamismo; ma in un pellegrinaggio alla Mecca, essendosi trasportato a percuotere un suo concittadino, avea presa la fuga per salvarsi dall'imparziale e severa giustizia del Califfo. I Saraceni vittoriosi passarono un mese a Damasco nella quiete e nei sollazzi: la division del bottino fu rimessa alla prudenza di Abu-Obeidah. Ogni soldato ebbe una parte per sè, ed una pel suo cavallo, ed ai nobili corsieri di razza araba fu riservata doppia porzione.
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Dopo la battaglia di Yermuk non si vide più comparire l'esercito romano, e furono arbitri i Saraceni di scegliere quella delle città munite della Sorìa volessero prima attaccare. Chiesero al Califfo se marciar dovessero verso Cesarea o Gerusalemme, ed a seconda della risposta di Alì fu messo subitamente l'assedio a quest'ultima città. Agli occhi di un profano era Gerusalemme la prima o la seconda capitale della Palestina: ma considerata come il tempio della Terra Santa, consacrata dalle rivelazioni di Mosè, di Gesù, e dello stesso Maometto, era, dopo la Mecca e Medina, l'oggetto di venerazione e delle peregrinazioni dei Musulmani devoti[287]. Il figlio di Abu-Sophian fu spedito con cinquemila Arabi a tentare da prima di insignorirsi della Piazza per sorpresa o con un trattato; ma nell'undecimo giorno fu investita da tutto l'esercito di Abu-Obeidah; il quale fece al comandante e al popolo di Elia[288] la solita intimazione: «Salute e felicità, diss'egli, a coloro che seguono la via retta. Noi ve lo comandiamo: dichiarate che non vi ha che un Dio, e che Maometto è il suo appostolo. Se non lo fate, consentite a pagare un tributo e ad essere nostri sudditi; altrimenti io condurrò contro di voi una gente che apprezza più la morte, che voi il vino e la carne di porco; e non vi lascerò, se piace a Dio, che dopo avere sterminato quanti combatteranno con voi, e ridotti a schiavitù i vostri figli». La città per ogni parte era difesa da valli profonde e da rupi scoscese: dopo l'invasion della Sorìa erano state accuratamente restaurate le mura e le torri; essendosi fermati in quella Piazza, che non era molto lontana, i più prodi dei guerrieri campati dall'eccidio d'Yermuk, questi, non men che la difesa del santo sepolcro[289], doveano accendere nell'anima di tutti quelli che riempieano la città qualche scintilla dell'entusiasmo, onde era infiammato lo spirito de' Saraceni. Quattro mesi durò l'assedio di Gerusalemme; ogni giorno fu segnato da qualche sortita o da qualche assalto: le macchine degli assediati molestarono costantemente i nemici dall'alto delle mura, e fu ancora agli Arabi più funesto il rigore del verno. Cedettero finalmente i Cristiani alla perseveranza dei Musulmani. Il Patriarca Sofronio si affacciò sulle mura, e, servendosi dell'organo di un interprete, domandò un abboccamento. Dopo avere indarno tentato di distogliere il luogotenente del Califfo dal suo empio disegno, chiese in nome del popolo una capitolazione vantaggiosa, e ne propose gli articoli con questa clausola insolita, che l'autorità e la presenza di Omar sarebbero mallevadori della esecuzione. Fu discussa la cosa nel consiglio di Medina: la santità del sito, e l'opinione di Alì determinarono il Califfo ad appagare in questo proposito i voti dei soldati propri e de' nemici, e la semplicità che dimostrò in questo viaggio è notabile più che mai lo fosse tutta la pompa dell'orgoglio e della tirannide. Il vincitor della Persia e della Sorìa sedeva sopra un cammello di pelo rosso, il quale era altresì caricato d'un sacco di biada, d'un altro sacco di datteri, d'un piatto di legno, e d'un otricello di cuoio pieno di acqua. Quando si fermava, erano invitati tutti quelli che lo accompagnavano, senza far distinzione alcuna, a partecipare del suo pasto frugale che egli consacrava con orazioni e con un'esortazione[290]. Nel tempo stesso durante questa spedizione, o pellegrinaggio, esercitava i suoi poteri amministrando la giustizia: frenava la licenziosa poligamia degli Arabi; reprimeva le estorsioni e le crudeltà che usavansi verso i tributari; e per punire i Saraceni del troppo lusso, levava loro di dosso le ricche vesti di seta, e stropicciava loro la faccia nel fango. Come scorse da lungi Gerusalemme esclamò ad alta voce: «Dio è vittorioso. Signore agevolateci questa conquista;» e dopo avere alzata la sua tenda, fatta di rozza stoffa, placidamente s'assise per terra. Segnata che ebbe egli la capitolazione, entrò in città senza cautele e senza timori, e conversò urbanamente col Patriarca intorno le antichità religiose della sua chiesa[291]. Sofronio si prostrò davanti al nuovo padrone dicendo in suo segreto, colle parole di Daniele: «L'abbominazione della desolazione sta nel Luogo Santo[292]». Si scontrarono insieme nella chiesa della Risurrezione all'ora della preghiera: ma non volle il Califfo far quivi le sue divozioni, e si contentò di orare sui gradini della chiesa di Costantino. Ragguagliò il Patriarca del prudente motivo che lo aveva determinato: «Se mi fossi arreso alle istanze vostre, gli disse, sarebbe avvenuto che col pretesto di imitare il mio esempio avrebbero un giorno i Musulmani rotto gli articoli del trattato»; ordinò che si edificasse una Moschea[293] sul terreno per l'addietro occupato dal tempio di Salomone; e nei dieci giorni che passò a Gerusalemme, pose ordine anche per l'avvenire a ciò che per l'amministrazione della Sorìa si conveniva. Potea Medina temere non fosse il Califfo trattenuto dalla santità di Gerusalemme, o dalla vaghezza di Damasco; ma tosto egli sbandì ogni inquietudine ritornando spontaneamente al sepolcro dell'appostolo[294].
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Formò il Califfo due corpi d'esercito per condurre a termine la conquista del rimanente della Sorìa; un distaccamento scelto fu lasciato nel campo della Palestina sotto gli ordini d'Amrou e d'Yezid, mentre Abu-Obeidah e Caled, capitanando lo stuolo più considerevole, marciavano di bel nuovo alla volta del settentrione per impadronirsi d'Antiochia e di Aleppo; quest'ultima città, la Berea de' Greci, non aveva ancora la celebrità d'una capitale, e colla volontaria loro sommissione, non che per la miseria, ebbero gli abitanti la sorte di riscattare, a condizioni moderate, colla vita la libertà della loro religione. Il castello d'Aleppo[295], separato dalla Piazza, si ergeva sopra un'alta collina formata dalla mano degli uomini; i fianchi di quella altura, quasi perpendicolare, erano guerniti di pietre da taglio, e si poteva empiere totalmente la fossa coll'acqua delle vicine sorgenti. La guarnigione dopo aver perduto tremila uomini, avea tuttavolta modo di difendersi, e il Capo ereditario, il prode Youkinna, aveva ammazzato suo fratello, un santo monaco, perchè avea pronunziata la parola di pace. Rimase morto o ferito gran numero di Saraceni durante quell'assedio che durò quattro o cinque mesi, e che fu il più penoso di tutti gli assedi della guerra siriaca; gli altri si ritrassero in distanza d'un miglio dalla Piazza, ma senza poter deludere la vigilanza di Youkinna; nè venne pure fatto ai medesimi di sbigottire i Cristiani colla morte di trecento prigionieri cui decapitarono sotto le mura del castello. Primamente dal silenzio, poi dalle lettere d'Abu-Obeidah comprese il Califfo essere ormai sfinita la pazienza delle sue soldatesche, ed aver esse omai perduta ogni speranza di prendere quella Fortezza. «Io partecipo co' miei affetti, gli rispose Omar, a tutte le vicende vostre, ma non posso assolutamente permettervi di levar l'assedio del castello. La ritirata vostra scemarebbe la fama delle nostre armi, e darebbe coraggio agli infedeli di piombare sopra di voi da ogni lato: rimanete davanti Aleppo, fino a tanto che Iddio decida dell'evento, e la vostra cavalleria vada foraggiando nel circondario». Alcuni volontari di tutte le tribù dell'Arabia, giunti al campo sopra cavalli o cammelli, crebbero forza alle esortazioni. Era con essi certo Damete, guerriero di servile estrazione, ma di figura gigantesca e d'animo intrepido. Nel giorno quarantesimosettimo di servigio chiese trenta uomini con cui sorprendere il castello. Caled, che lo conosceva, commendò il suo disegno, ed Abu-Obeidah avvertì i suoi fratelli di non avere dispregio per la nascita di Damete, e protestò che se potesse abbandonare gli affari pubblici, di buon grado avrebbe militato sotto gli ordini dello schiavo. Per mascherare l'impresa ideata, finsero i Saraceni di ritirarsi trasportando il campo lungi una lega incirca da Aleppo. I trenta avventurieri stavano in imboscata a piè del colle, e Damete finalmente si procacciò le notizie che bramava, ma non senza andare nelle furie contro l'ignoranza de' suoi prigionieri greci. «Maladetti da Dio questi cani! esclamava l'ignorante Arabo: che strano e barbaro linguaggio è quello che parlano!» Nel più fitto della notte scalò l'altura che egli aveva attentamente visitata dal lato più accessibile, sia che in quella parte fossero più degradate le pietre, sia che il pendìo fosse più declive, o men vigilante la guardia. Sette de' suoi compagni più robusti salirono sulle spalle gli uni degli altri, e lo schiavo gigantesco sosteneva sopra il suo largo e nervoso dosso il peso di tutta la colonna. I più elevati potevano aggrapparsi alla parte inferiore dei muri. Vi si arrampicarono finalmente, pugnalarono alla sordina le sentinelle e le gettarono abbasso dalla Fortezza; ed i trenta guerrieri ripetendo questa pia giaculatoria, «Appostolo di Dio aiutateci e salvateci,» furon successivamente tirati sul muro, mercè delle lunghe tele de' lor turbanti. Damete andò cautamente a spiare il palazzo del governatore, che con romorose allegrie festeggiava la ritirata del nemico: e ritornato ai suoi compagni assalì dalla parte interna l'ingresso del castello. La sua piccola squadra abbattè la guardia, sgombrò la porta, calò abbasso il ponte levatoio, e difese questo angusto passaggio sino all'arrivo di Caled, che, sul far del giorno, venne a trarlo di pericolo, e ad assicurare la sua conquista. Il bravo Joukinna, che s'era dato a conoscere per un nemico sì formidabile, divenne un utile e zelante proselita; e il general dei Saraceni dimostrò i riguardi che avea pel merito, in qualunque condizione lo trovasse, rimanendo coll'esercito in Aleppo, sin che non fu guarito Damete delle sue onorate ferite. Era tuttavia coperta la capitale della Sorìa dal castello di Aazaz, e dal ponte di ferro dell'Oronte. Ma perduti quei posti di gran momento, e sconfitto l'ultimo esercito Romano, Antiochia[296], ammollita dal lusso, tremò e si sottomise con un riscatto di trecentomila pezze d'oro, e fu salva dalla distruzione; ma quella città, soggiorno un tempo dei successori d'Alessandro, sede del governo romano in Oriente, decorata da Cesare coi titoli di città libera, santa e vergine, altro non fu poi sotto il giogo dei Califfi che città di provincia e di secondo ordine[297].
A. D. 638
Nella vita d'Eraclio si vede che dall'obbrobrio, e dalla debolezza dei primi e degli ultimi anni della sua amministrazione fu oscurata la gloria del trionfo della guerra persiana. Allorchè i successori di Maometto si armarono contro di lui per l'onore della propria religione, egli si sentì gelare alla prospettiva degli stenti e dei pericoli innumerabili in cui si sarebbe ingolfato: per natura indolente, non trovava più in una inferma vecchiaia il modo di sollevarsi ad un secondo sforzo. Per un sentimento di vergogna, e per la sollecitazione dei Siri fu impedito dall'allontanarsi, sin nel primo momento, dal teatro della guerra; ma più non vivea l'eroe, e puossi in qualche modo attribuire all'assenza o al cattivo procedere del sovrano la perdita di Damasco e di Gerusalemme, non che le sanguinose giornate di Aiznadin, e d'Yermuk. In vece di difendere il sepolcro di Cristo, impelagò la Chiesa e lo Stato in una controversia metafisica[298] sopra l'unità della volontà; e mentre dava la corona al figlio, avuto della seconda moglie, si lasciava tranquillamente spogliare della porzion più preziosa del retaggio, che egli assegnava ai suoi figli. Prostrato a terra nella cattedrale di Antiochia, al cospetto dei vescovi ed ai piedi del Crocifisso, pianse i suoi peccati e quelli del popolo suo, ed insegnò al Mondo essere inutile e forse empia cosa l'opporsi al decreto di Dio. Erano di fatto i Saraceni come invincibili, poichè considerati erano per tali; e poteva la disfatta di Youkinna, il suo falso pentimento, e le tante sue perfidie giustificare i sospetti dell'imperatore, il quale si credeva accerchiato da traditori ed appostati pronti a consegnar la sua persona e l'impero in mano dei nemici di Cristo. Offuscato in mente dall'avversità e dalla superstizione, si abbandonò al terrore di sogni e di presagi nei quali parvegli vedere enunciata la caduta della sua corona; e dato alla Sorìa un eterno addio, salpò con un seguito poco numeroso sciogliendo i sudditi dal giuramento di fedeltà[299]. Costantino, suo figlio primogenito, comandava quarantamila uomini in Cesarea, sede dell'amministrazion civile delle tre province della Palestina. Ma i suoi particolari interessi lo chiamavano alla Corte di Bisanzio; e dopo la fuga del padre s'avvide che mal potea resistere alle forze congiunte del Califfo. La sua vanguardia fu intrepidamente assalita da trecento Arabi, e da mille Schiavi negri, i quali nel cuor del verno aveano superate le nevi del Libano, e furon ben tosto seguiti dagli squadroni di Caled. I Saraceni che stavano in Antiochia e in Gerusalemme arrivarono dal settentrione e dal mezzogiorno lungo la costa marittima, e si ricongiunsero sotto le mura delle città della Fenicia. Tripoli e Tiro furono consegnate per tradimento, e da un navile di cinquanta bastimenti da trasporto, che senza diffidare entravano nei porti allora dal nemico occupati, ebbero i Musulmani un utile rinforzo d'armi e di munizioni: ben presto ebber fine le loro fatiche per l'inaspettata resa di Cesarea. Il figlio d'Eraclio s'era imbarcato nella notte[300], e, vedendosi abbandonati, comperarono i cittadini il perdono al prezzo di dugentomila pezze d'oro. Le altre città della provincia Ramlah, Tolomeide o Acri, Sichem o Neapoli, Gaza, Ascalona, Berita, Sidone, Gabala, Laodicea, Apamea e Jerapoli, non osarono lungamente resistere ai voleri del conquistatore; e la Sorìa piegò il collo sotto lo scettro dei Califfi, sette secoli dopo il tempo in cui Pompeo ne privò l'ultimo dei re Macedoni[301].
A. D. 633-639
Gli assedi, e le fazioni di sei campagne avean costata la vita a migliaia di Musulmani. Morivan come martiri ebbri di gloria e di allegrezza, e da queste parole d'un giovanetto Arabo, che per l'ultima volta abbracciava la madre e la sorella, si può conoscere la semplicità della lor fede. «Non già, disse loro, le squisitezze della Sorìa, e le gioie passeggere di questo Mondo m'hanno indotto a consacrare la vita per la causa della religione; voglio impetrare il favor di Dio, e del suo appostolo: ho udito dire da un compagno del Profeta, che le anime dei martiri saranno alloggiate nel gozzo degli uccelli verdi che mangiano le frutta del paradiso, e che bevono l'acqua delle sue correnti. Addio: ci rivedremo fra i boschetti, e presso le fontane che Dio riserva a' suoi eletti». Quei fedeli che cadeano in balìa del nemico aveano occasione di esercitare la costanza men forte, ma più difficile, e fu applaudito il cugino di Maometto, il quale, dopo tre giorni d'astinenza, ricusò il vino e il maiale offertogli dalla malizia degli infedeli per unico nudrimento. La debolezza di parecchi Musulmani, meno coraggiosi, diveniva soggetto di disperazione per quegli implacabili fanatici, e il padre di Amer deplorò in tuono patetico l'apostasia e la dannazione del figlio, che avea rinunciato alle promesse di Dio e alla intercessione del Profeta, per occupare un giorno fra i sacerdoti e i diaconi i più profondi abissi dell'inferno. I più fortunati degli Arabi che sopravvissero alla guerra, perseverando nella fede, furono preservati mercè dell'accortezza de' loro capitani dal pericolo di far abuso della loro prosperità. Abu-Obeidah non lasciò alle sue truppe che tre giorni di riposo, e, allontanandoli dal contagio de' costumi di Antiochia assicurò il Califfo, che solo poteano i rigori della povertà e della fatica mantenerli nella religione e nella virtù. Ma la virtù d'Omar sì austera per lui, era indulgente e dolce pe' suoi fratelli. Dopo aver pagato al suo luogotenente un giusto tributo d'elogi e di azioni di grazia, concedette una lagrima alla compassione, e sedutosi in terra scrisse una lettera ad Obeidah, rinfacciandogli amorevolmente la troppa severità. «Iddio, dissegli il successor del Profeta, non ha interdetto l'uso delle buone cose di questo Mondo ai fedeli, ed a coloro che han fatte opere buone; però avreste dovuto concedere più riposo alle vostre soldatesche, e lasciare che godessero i sollievi che offre il paese in cui siete. I Saraceni, che non han famiglia in Arabia, possono maritarsi in Sorìa, e ognun d'essi è padrone di comperarsi le schiave di cui abbisogna». Eran già disposti i vincitori a usare ed abusare di queste permissioni aggradevoli: ma l'anno del loro trionfo fu guasto da una mortalità d'uomini o di animali, per cui perirono in Sorìa venticinquemila Saraceni. Ebbero i Cristiani a piangere Obeidah: ma i suoi fratelli rammentarono esser lui uno dei dieci eletti che il Profeta avea nominati eredi del suo paradiso[302]. Caled visse ancora tre anni, e si mostra nei contorni di Emesa la tomba della Spada di Dio. Il suo valore, da cui i Califfi riconoscono il loro impero nella Sorìa e nell'Arabia, si rafforzava coll'opinione che aveva, che la Providenza avesse una cura particolare di lui; e sinchè portò una cappa benedetta da Maometto si credette invulnerabile in mezzo ai dardi degli infedeli.
A. D. 639-655
Ai Musulmani, che morirono in Sorìa dopo la conquista, succedettero i loro figli o concittadini; quel paese divenne la residenza e il sostegno della casa d'Ommiyah; e le entrate, le soldatesche e le navi di un regno sì potente furono impiegate ad allargare per ogni lato l'impero de' Califfi. Sprezzavasi dai Saraceni ciò che è superfluo nella gloria, e rade volte degnano i loro storici indicare le minori conquiste che si perdono nella luce e nella rapidità della lor vittoriosa carriera. Al nort della Sorìa passarono il monte Tauro, soggiogarono la provincia di Cilicia e Tarso la capitale, antico monumento dei re d'Assiria. Giunti al di là d'una seconda giogaia di quelle montagne, diffusero il fuoco della guerra, anzi che la face della religione, sino alle coste dell'Eussino, e ai dintorni di Costantinopoli. Dalla parte d'oriente s'innoltrarono fino alle sorgenti dell'Eufrate e del Tigri[303]. I limiti sì lungo tempo contestati di Roma e della Persia sparirono per sempre; Edessa, Amida, Dara e Nisibi, videro rase quelle mura che aveano durato contro l'armi e le macchine di Sapore e di Nushirvan, e nulla valsero la lettera di Gesù Cristo[304], nè l'impronta della sua figura nella santa città d'Abgara in faccia ad un conquistatore infedele. Dal mare è confinata la Sorìa all'occidente, e la rovina di Aredo, isoletta o penisola sulla costa, non avvenne che dieci anni dopo. Ma i colli del Libano erano adombrati d'alberi atti a costruzione; il commercio della Fenicia dava una moltitudine di marinai, e gli Arabi poterono allestire ed armare un naviglio di mille e settecento barche, le quali fecero fuggire i navigli dell'impero dagli scogli della Panfilia sino all'Ellesponto. L'imperatore, nipote di Eraclio, prima del combattimento era stato vinto da un sogno e da un giuoco di parole[305]. Rimasero i Saraceni signori del Mediterraneo, e vennero saccheggiando successivamente le isole di Cipro, di Rodi, e delle Cicladi. Tre secoli avanti l'Era cristiana, il memorando ed inutile assedio di Rodi[306], fatto da Demetrio, aveva dato a quella repubblica soggetto e materia d'un trofeo: erasi da lei in un ingresso del porto collocata una statua colossale d'Apollo, ossia del Sole, nobile monumento della libertà e dell'arti della Grecia alto settanta cubiti. Il colosso di Rodi sussisteva da cinquantasei anni, quando fu atterrato da un tremuoto; l'enorme suo tronco e i vasti suoi brani restarono sparsi per otto secoli sul terreno, e furono sovente descritti come una delle maraviglie del Mondo antico. I Saraceni ne raccolsero i frantumi e gli vendettero a un mercadante Ebreo di Edessa; il quale, è fama, vi trovò tanto rame per caricar novecento cammelli; peso che par ben considerabile anche quando vi fossero comprese le cento figure colossali[307] e le tremila statue, che decoravano la città del Sole nei suoi giorni di prosperità.
III. Fa mestieri, per ispiegare la storia del conquisto d'Egitto, ragionare alquanto sul carattere del vincitore. Amrou, uno dei primari Saraceni nel tempo in cui l'ardire e l'entusiasmo esaltavano sopra sè stesso l'ultimo dei Musulmani, avea sortito natali abbietti ad un tempo ed illustri. Era nato da una celebre prostituta la quale, dei cinque Koreishiti che accoglieva in casa, non seppe dire qual fosse il padre di questo fanciullo; ma per la rassomiglianza delle fattezze lo attribuì ad Aasi il men giovine de' suoi amanti[308]. Amrou dal suo brio giovanile si lasciò dare in preda alle passioni e ai pregiudizi della famiglia: esercitò il suo ingegno poetico in versi satirici contro la persona e la dottrina di Maometto; la fazione allor dominante impiegò la sua accortezza contro gli esuli, per motivo di religione, rifuggiti alla Corte del re di Etiopia[309]. Ma egli ritornò dalla sua ambasciata addetto secretamente all'Islamismo; la ragione ovver l'interesse lo determinarono ad abbandonare il culto degli idoli: scampò dalla Mecca col suo amico Caled, e il Profeta di Medina ebbe il piacere d'abbracciare nel punto medesimo i due campioni più intrepidi della sua causa. Amrou, che mostrava gran desiderio di comandare gli eserciti de' fedeli, fu rimbrottato da Omar che lo consigliò a non cercare autorità e dominio, poichè l'uomo che oggi è suddito può domani essere principe. Per altro non trascurarono il suo merito i due primi successori dell'appostolo, e alla sua prodezza furon debitori dei conquisti della Palestina: egli in tutte le battaglie, e negli assedi della Sorìa diede a divedere congiunta la calma di un generale al valore di un ardente soldato. In uno de' suoi viaggi a Medina se gli mostrò voglioso il Califfo di veder la spada che aveva mietuto tante teste cristiane. Il figlio di Aasi gli presenta una scimitarra cortissima che nulla avea di singolare, e accortosi della sorpresa di Omar. «Oimè, gli disse il modesto Saraceno, anche la spada senza il braccio del suo padrone sovrano non è più tagliente, nè più pesante della spada del poeta Pharezdak[310].» Dopo il conquisto dell'Egitto la gelosia indusse il califfo Othmano a richiamare Amrou; ma nelle turbolenze sopravvenute potè il suo ardore nel dimostrarsi capitano, uom d'alto affare, e oratore trarlo ben presto dalla classe de' privati. Al potente suo aiuto, sia nei consigli, sia nell'esercito andarono debitori gli Ommiadi della assodata loro grandezza. Moawiyah, per gratitudine, restituì il governo e l'amministrazione delle rendite pubbliche dell'Egitto a un amico fedele, che da sè stesso erasi sollevato dalla condizione di semplice suddito, e Amrou terminò i suoi giorni nel palazzo e nella città che avea fondato sulle sponde del Nilo. Gli Arabi citano come un modello d'eloquenza e di sapienza il discorso che fece ai figli nel letto di morte; deplorò i trascorsi della sua gioventù: ma per poco che gli rimanesse della vanità di poeta[311], potè esagerare volontieri il veleno e il pericolo delle sue vecchie satire contro l'Islamismo.
A. D. 638
Accampato era Amrou nella Palestina, quando avendo carpita per sorpresa la permission del Califfo, o forse anche senza aspettarla, s'incamminò a conquistare l'Egitto[312]. Il magnanimo Omar confidava in Dio e nelle sue armi che crollato avevano i troni di Cosroe e di Cesare: ma ponendo a confronto il debole esercito Musulmano colla grandezza della impresa, si pentì dell'imprudenza sua, e diede ascolto ai timidi compagni. L'orgoglio e la potenza degli antichi Faraoni erano idee familiari ai lettori del Corano, e appena avean bastato prodigi dieci volte rinnovati a condurre ad effetto, non la vittoria, ma la fuga di seicentomila figli di Israele. Aveva l'Egitto gran numero di città popolatissime e forti: il Nilo solo coi tanti suoi rami formava una barriera insuperabile, e doveano i Romani ostinatamente difendere il granaio della capitale dell'impero. In questa angustia si rimise il Califfo alla decision della sorte, o, secondo il suo avviso, a quella della providenza. Era partito da Gaza l'intrepido Amrou e marciava verso l'Egitto con quattromila Arabi solamente, quando fu raggiunto dal messo di Omar. «Se siete ancora in Sorìa, diceva la lettera equivoca del Califfo, ritiratevi tostamente, ma se all'arrivo del corriere toccate già la frontiera d'Egitto, inoltrate pure francamente, e fidatevi nell'aiuto di Dio e de' vostri fratelli». Dalla esperienza, o piuttosto da' segreti avvisi, imparato aveva Amrou a diffidare della stabilità delle risoluzioni delle Corti, e continuò la sua strada fino a tanto che si trovò sul territorio d'Egitto. Raunò allora i suoi ufficiali, ruppe il suggello, lesse il foglio, e dopo avere con gravità domandato che nome avesse e qual fosse il luogo dov'era, protestò piena sommessione agli ordini del Califfo. Dopo un assedio di trenta giorni si insignorì di Farmah, ossia Pelusio, e l'acquisto di questa città, nomata con ragione la chiave dell'Egitto, gli aperse l'ingresso del paese sino alle rovine d'Eliopoli in vicinanza dell'odierna città del Cairo.
Sulla sponda occidentale del Nilo, poco lungi dalla parte orientale delle piramidi ed al mezzogiorno del Delta, la città di Menfi, che avea di circonferenza centocinquanta stadi, mostrava la magnificenza degli antichi re dell'Egitto. Sotto il regno dei Tolomei e dei Cesari era stata trasferita alla riva del mare la residenza del governo; ben presto le arti e le ricchezze d'Alessandria offuscarono l'antica capitale: divenuti deserti i palagi e i templi di Menfi andarono in rovina; ma nel secolo di Augusto, ed anche al tempo di Costantino, era annoverata fra le città più vaste e più popolose[313]. Le due sponde del Nilo, largo in quel sito tremila piedi, erano collegate da due ponti, l'un di sessanta battelli e l'altro di trenta, appoggiati nel mezzo della corrente all'isolotto di Ruda adorno di giardini e di case[314]. Nell'estremità orientale del ponte si vedeva la città di Babilonia, e il campo di una legione romana che guardava il passo del fiume e la seconda capitale dell'Egitto. Investì Amrou quella gran Fortezza, che potea considerarsi come una parte di Menfi o Misrah; non andò guari che giunse al campo un rinforzo di quattromila Saraceni, e convien daddovero far onore all'industria e alla fatica dei Siri suoi alleati per la costruzion delle macchine che si adoperarono a battere le mura. L'assedio intanto durò sette mesi, e i temerari assalitori si videro accerchiati dall'inondazion del Nilo che minacciò di inghiottirli[315]. Finalmente trionfarono per la temerità dell'ultimo assalto; passarono la fossa guernita da punte di ferro; piantarono le scale e penetrarono nella Fortezza gridando: Dio è vittorioso: indi respinsero il resto dei Greci sino ai lor battelli e sino all'isola di Ruda. Presentando questo luogo una comunicazione agevole col golfo e con la penisola di Arabia, Amrou lo preferì a Menfi, che fu abbandonata. Le tende degli Arabi divennero abitazioni stabili, e la prima moschea quivi eretta fu santificata dalla presenza di ottanta compagni di Maometto[316]. Il campo sulla riva orientale del Nilo si trasformò in una nuova città; e nello stato ruinoso in cui son oggi i quartieri di Babilonia e di Fostati, si confondono sotto la denominazione di vecchio Misrah o vecchio Cairo, del quale fecero un ampio sobborgo; ma il nome di Cairo, che significa la città della vittoria, appartiene veramente all'odierna capitale dai Califfi fatimiti fondata nel decimo secolo[317]. Essa s'è a poco a poco discostata dal Nilo; ma può un osservatore attento tener dietro alla continuità delle fabbriche, cominciando dai monumenti di Sesostri fino a quelli di Saladino[318].
A. D. 638
Dopo un trionfo sì glorioso, avrebbero tuttavolta dovuto gli Arabi rifuggir nel deserto, se non trovavano nel centro dell'Egitto un poderoso alleato. Dalla superstizione e dalla rivolta degli oriundi del paese furon già facilitati i conquisti d'Alessandro: abborrivano coloro quei Persiani, loro tiranni, discepoli dei Magi, che avevano arso i templi dell'Egitto, e sbramata la lor fame sacrilega colla carne del dio Api[319]. Un motivo simile originò dieci secoli dopo una rivoluzione somigliante, e i cristiani Cofti si diedero a conoscere del pari ardenti a sostenere un dogma incomprensibile[320]. Ho già spiegata l'origine e i progressi della controversia de' Monofisiti, come pure la persecuzion degli imperatori che cangiò una Setta in una nazione, e indispettì l'Egitto contro la religione e il governo loro. Furono accolti i Saraceni come liberatori della chiesa Giacobita, e si intavolarono, durante l'assedio di Menfi, i negoziati d'un Trattato fra un esercito vittorioso e un popolo di schiavi. Fuvvi un Egiziano nobile e ricco, di nome Mokawkas, il quale aveva dissimulata la sua credenza per ottenere l'amministrazione della sua provincia. Giovandosi della confusione, che fu conseguenza della guerra de' Persiani, aspirò egli alla independenza, e una ambasciata di Maometto lo innalzò al grado dei principi; ma con ricchi donativi, e con equivoci complimenti eluse la proposta fattagli d'abbracciare una nuova religione[321]. Per aver abusato dell'autorità commessagli, fu esposto al risentimento d'Eraclio; l'arroganza e il timore gli impedivano di sottomettersi, e tutto l'induceva a gettarsi nelle braccia della nazione, ed a procacciarsi l'assistenza dei Saraceni. Nelle sue prime conferenze con Amrou intese senza sdegnarsi l'intimazione della solita alternativa: il Corano, il tributo o combattere: «I Greci, diss'egli, sono presti e parati a rimettersi alla sorte dell'armi; ma io non voglio aver che fare coi Greci nè in questo Mondo, nè nell'altro; rinnego per sempre il tiranno che dà legge a Bisanzio, il suo Concilio di Calcedonia ed i Melchiti suoi schiavi. I miei fratelli ed io abbiam risoluto di vivere e di morire nella profession dell'evangelo e nell'unità di Cristo. Noi non possiamo abbracciar la religione del vostro Profeta, ma bramiamo la pace, e consentiam di buon cuore a prestare tributo ed obbedienza ai suoi successori temporali». Il tributo fu fissato in due pezze di oro per ogni cristiano: i vecchi, i monaci, le donne, e i fanciulli dei due sessi, sino all'età di sedici anni, furono esentati da questa tassa personale: i Cofti, domiciliati al di sopra e al di sotto di Menfi, diedero il giuramento di fedeltà al Califfo, e promisero ospitalità per tre giorni a qualunque Musulmano viaggiasse nel lor Cantone. Questa carta di sicurezza annichilì la tirannide ecclesiastica e civile de' Melchiti[322]: gli anatemi di S. Cirillo risonarono in tutti i pulpiti, e furono restituite le chiese col lor patrimonio alla comunion de' Giacobiti, i quali godettero smodatamente di quel momento di trionfo e di vendetta. Beniamino, lor Patriarca, uscì del suo deserto mosso dai pressanti inviti di Amrou, il quale dopo un colloquio con esso degnò dichiarare graziosamente sè non aver giammai scontrato alcun sacerdote cristiano che fosse di più puri costumi, e di più venerandi sentimenti[323]. Il Luogo-tenente di Omar passò da Menfi in Alessandria, e in questo viaggio confidò tanto nell'affetto e nella gratitudine degli Egiziani, che non pigliò veruna precauzione per la propria sicurezza: al suo avvicinarsi si restauravano le strade ed i ponti, e per tutta la via fu generale la premura di fornirgli i viveri, e di informarlo di quanto accadea. Universale fu la diserzione, e i Greci d'Egitto, che appena uguagliavan la decima parte degli abitanti nativi, non furono in caso d'opporre la menoma resistenza: erano stati sempre odiati, e non erano più temuti: più non osava il magistrato comparire in tribunale, nè il vescovo mostrarsi all'altare: le guarnigioni lontane furono sopraprese, o affamate dai paesani. Se non avesse il Nilo offerta un'agevole e pronta comunicazione col mare, non sarebbesi salvato alcuno di coloro che per nascita, lingua, impiego e religione erano collegati coi Greci.
La ritirata loro nell'alto Egitto avea riunito gran soldatesca nell'isola di Delta; dai canali del Nilo, naturali e artificiali, era formata una serie di posti vantaggiosi, e agevoli alla difesa: e per giungere in Alessandria i Saraceni vittoriosi spesero ventidue giorni, ne' quali diedero molte battaglie generali e particolari. Negli annali dei loro conquisti, non s'incontra per avventura un'impresa più rilevante e difficile dell'assedio d'Alessandria[324]. Questa città, primo emporio del traffico dell'intero Mondo, era abbondevolmente ricca d'ogni sorta di munizioni, e di presidii per la difesa. I suoi numerosi abitanti combattevano pei dritti che sono i più cari al cuor dell'uomo, religione e proprietà; e pareva che dall'odio dei nativi del paese non potessero sperare giammai nè pace, nè tolleranza. Era sempre libero il mare, e se l'angustia in cui era l'Egitto fosse stata bastante a scuotere l'indolente Eraclio, avrebbe costui agevolmente potuto versare nella seconda capital dell'impero nuovi eserciti di Romani e di Barbari. Aveva Alessandria dieci miglia di circuito, e tanta estensione avrebbe di leggieri portato l'inconveniente di dividere le forze dei Greci, e di favorire gli stratagemmi di un vigilante nemico: ma edificata in un rettangolo assai lungo, coperto ai due lati dal mare e dal lago Mareotide, presentava ad ogni estremità una fronte non maggiore di dieci stadi. Adeguavano gli Arabi le loro forze alla difficoltà dell'assedio, e alla fortezza della Piazza. Dall'alto del suo trono in Medina, teneva Omar gli occhi fissi sul campo e sulla città: la sua voce suscitava a combattere e le tribù Arabe, e i veterani della Sorìa, e dalla fama e fertilità dell'Egitto era possentemente avvivato e sostenuto lo zelo di questa santa guerra. Agitati gli Egiziani dalla brama di distruggere, o di cacciare i lor tiranni, secondavano colle loro braccia gli sforzi di Amrou; e forse l'esempio dei loro alleati valse a riaccendere loro in petto qualche scintilla di fuoco marziale, mentre Mokawkas nudriva l'ambiziosa speranza d'avere la tomba nella chiesa di S. Giovanni d'Alessandria. Osserva il patriarca Eutichio che i Saraceni combatterono con un coraggio da leone; ributtarono le frequenti e quasi giornaliere sortite degli assediati, e non tardarono ad attaccare le mura e le torri della città. In ogni assalto la spada e il vessillo di Amrou splendevano eminenti nella vanguardia. Un giorno fu trasportato dal suo valor temerario: i guerrieri del suo seguito, dopo aver penetrato nella cittadella n'erano stati scacciati, e il generale rimase in balìa de' Cristiani con un amico e uno schiavo. Condotto davanti al Prefetto Amrou si ricordò del suo grado, e non pensò al suo stato presente. Un contegno fastoso, e un linguaggio altero già svelavano il Luogo-tenente del Califfo, e la scure d'un soldato era alzata sul suo capo pronta a punire l'insolente cattivo. Ebbe salva la vita mercè della prontezza ingegnosa del suo schiavo, il quale, battendo il viso del suo padrone, gli comandò in aria fiera di starsene zitto davanti ai superiori. Il credulo Greco fu ingannato, prestò l'orecchia alla proposta d'una negoziazione, e rimandò i prigionieri sperando che giugnerebbe in loro vece una deputazione più ragguardevole; ma ben presto le acclamazioni del campo annunciarono il ritorno del generale, e beffarono la semplicità degli infedeli. Finalmente, dopo un assedio di quattordici mesi[325] e la perdita di ventitremila uomini, i Saraceni la vinsero. Non rimaneva più nella Piazza che un piccolo drappello di Greci abbattuti e avviliti, che salparono alla volta di Costantinopoli, e la bandiera di Maometto sventolò sulle mura della capitale dell'Egitto. «Ho presa la gran città dell'occidente, scriveva Amrou al Califfo, e non è possibile far l'enumerazione delle ricchezze e delle rarità che contiene. Mi ristringerò ad osservare che vanta quattromila palagi, quattromila bagni, quattrocento teatri, o luoghi da spettacoli, dodicimila botteghe di commestibili, e quarantamila Ebrei tributari. La città è stata vinta dalla forza dell'armi, senza trattato o capitolazione, e sono ansiosi i Musulmani di godere i frutti della lor vittoria[326].» Il Califfo ributtò con fermezza ogni pensier di saccheggio, e ordinò al suo Luogo-tenente che riserbate fossero le ricchezze e le rendite di Alessandria al servigio pubblico, e alla propagazion della fede; furono numerati gli abitanti, e assoggettati a un tributo; fu domato il fanatismo, e il mal talento dei Giacobiti; ed avendo i Melchiti piegato il collo al giogo degli Arabi, ottennero la grazia di esercitare occultamente sì, ma tranquillamente il proprio culto. Giunse la nuova di questo vergognoso e funesto avvenimento ad accrescere i mali dell'imperatore, la salute del quale andava ogni dì declinando: egli si morì d'idropisia sette settimane circa dopo la perdita di Alessandria[327]. Sotto la minorità di suo nipote, i clamori d'un popolo privato dei grani, che gli erano stati sin allora dispensati giornalmente, decisero il Consiglio di Bisanzio a fare un tentativo per ricuperare la capitale dell'Egitto. Una squadra e un esercito romano due volte, in quattro anni, occuparono il porto e le fortificazioni d'Alessandria. Due volte ne furono discacciati dal valore d'Amrou, che dalle minacce di interne sedizioni nella provincia di Tripoli e della Nubia, ove avea portata la guerra, fu indotto a rivolgersi colà. Ma vedendo quanto quest'impresa fosse facile, Amrou, dopo il secondo assalto ove aveva durato fatica a respingere i Greci, giurò che se fosse una terza volta obbligato di gettare gli infedeli in mare, farebbe sì che Alessandria fosse da ogni parte accessibile al pari della casa d'una prostituta. Tenne parola di fatto, perchè smantellò in molti luoghi le mura e le torri: ma castigando la città risparmiò il popolo, ed eresse la moschea della Clemenza nel sito dove, nella sua vittoria, aveva raffrenato il furore de' suoi soldati.
Deluderei l'aspettazione del lettore, se qui non favellassi del caso che distrusse la biblioteca d'Alessandria, riferitoci dal dotto Abulfaragio. Era dotato Amrou d'un ingegno più avido di sapere, e di idee più liberali che non il resto de' suoi concittadini, e nelle ore di riposo amava di conversar con Giovanni discepolo d'Amonio, che, per lo studio assiduo che faceva della grammatica e della filosofia, era soprannomato Filopono[328]. Animato da questa famigliarità osò Filopono domandare un dono per lui inestimabile, spregevole pei Barbari: chiese la biblioteca reale, quella sola delle spoglie d'Alessandria in cui non erasi apposto il suggello del vincitore. Era propenso Amrou a compiacere il grammatico, ma alla sua scrupolosa integrità non si addiceva alienare il menomo che senza la permissione del Califfo. La famosa risposta d'Omar, dipinge benissimo tutta l'ignoranza del fanatismo: «Se gli scritti dei Greci son concordi al Corano, sono inutili e non si denno conservare: se discordi da quello, son pericolosi e si denno abbruciare». Questa sentenza fu ciecamente eseguita; i volumi in carta o in pergamena furono distribuiti ai quattromila bagni della città, e tanto era l'incredibile numero di quelli, che appena bastaron sei mesi per consumarli tutti. Dopo che s'è pubblicata una version latina delle dinastie di Abulfaragio[329], questa novella fu ripetuta diecimila volte, e non vi ha un erudito che con un santo sdegno non abbia deplorato questo irreparabile annientamento del sapere, delle arti e del senno dell'antichità. Per me sono assai tentato a negare il fatto e le conseguenze. Quanto al fatto, non v'ha dubbio, è sorprendente. «Udite e stupite», dice lo storico anch'esso, e l'asserzione isolata d'un forestiere, che sei secoli dopo scorreva sui confini della Media, è bilanciata dal silenzio di due Annalisti d'un tempo anteriore, entrambi originari di Egitto, il più antico de' quali, cioè il patriarca Eutichio, ha molto minutamente narrata la conquista d'Alessandria[330]. Il rigido decreto d'Omar ripugna ai precetti più fermi, e più ortodossi de' casisti Musulmani[331], i quali dichiarano formalmente che non è lecito giammai dare alle fiamme i libri religiosi de' Giudei e dei Cristiani, ancor che si acquistino per dritto di guerra, e che si possono legittimamente impiegare ad uso de' fedeli le composizioni profane degli storici o de' poeti, dei medici o dei filosofi[332]. Convien forse supporre nei primi successori di Maometto un fanatismo più distruttore: ma in questo caso avrebbe dovuto finir presto l'incendio per mancanza di materiali. Non rianderò qui tutti gli accidenti sofferti dalla biblioteca d'Alessandria, non l'incendio involontariamente cagionatovi da Cesare nel difendersi[333], non il pernicioso fanatismo de' Cristiani che badavano di distruggere i monumenti dell'idolatria[334]. Ma se discendiamo poi dal secolo degli Antonini a quello di Teodosio, una serie di testimonianze contemporanee ci avviserà, che il palagio del re e il tempio di Serapide non conteneano più li quattro o settecentomila volumi raccoltivi dal buon gusto e dalla magnificenza de' Tolomei[335]. Forse la metropoli o la residenza dei Patriarchi vantava una biblioteca: ma se le voluminose opere dei controversisti, Ariani o Monofisiti, andarono daddovero a riscaldare i bagni pubblici[336], confesserà sorridendo il filosofo che finalmente avranno giovato qualche cosa al genere umano. Io piango sinceramente altre biblioteche più preziose, che furono avvolte nella rovina dell'impero Romano. Ma quando mi metto seriamente a calcolare la lontananza dei tempi, i guasti fatti dalla ignoranza, e infine le calamità della guerra, ho più maraviglia dei tesori rimasti che dei perduti. Gran numero di fatti curiosi e rilevanti son caduti nell'oblivione; non ci pervennero che mutilate le opere dei tre grandi storici di Roma, e manchiamo d'una quantità di bei passi della poesia lirica, giambica e drammatica dei Greci; ma conviene che ci rallegriamo al vedere che gli eventi e le devastazioni fatte dal tempo abbiano rispettato i libri classici, a cui dal suffragio dell'antichità[337] fu decretato il primo posto dell'ingegno e della gloria. I nostri maestri, per l'intelligenza dell'antichità, avean letto e confrontato le opere dei loro predecessori[338], nè abbiam motivo di credere d'aver perduta qualche verità importante, o qualche utile scoperta.
Amrou, nell'amministrazion dell'Egitto[339], ebbe pure riguardo alle massime dell'equità e della politica, agli interessi del popolo credente difeso da Dio medesimo, e a quelli del popolo dell'Affrica protetto dal diritto delle genti. Nel disordine della conquista e d'un primo istante di libertà, avvenne che la tranquillità della provincia fosse turbata specialmente dalla lingua dei Cofti e dalla spada degli Arabi. Dichiarò Amrou ai Cofti che punirebbe doppiamente la fazione e la perfidia colla pena dei delatori, che riguarderebbe come suoi nemici personali, e coll'innalzamento dei cittadini innocenti cui si fosse tentato di perdere o soppiantare. Rammentò agli Arabi tutti i motivi di religione e d'onore che doveano impegnarli a sostenere la dignità del proprio carattere, a piacere a Dio ed al Califfo colla schiettezza e la moderazione, a risparmiare, a difendere un popolo che s'era fidato alla lor parola, ed a tenersi contenti alle luminose ricompense che aveano legittimamente ricevute in guiderdone della lor vittoria. Quanto alla maniera con cui regolò le rendite del paese; si scorge che disapprovò il testatico, imposizione semplicissima, ma sommamente oppressiva, e che preferì giustamente altri tributi calcolati sulla rendita netta dei vari rami dell'agricoltura e del commercio. Fu assegnato il terzo della contribuzione a mantenere gli argini e i canali cotanto alla pubblica prosperità necessari. Sotto il suo governo supplì la fertilità dell'Egitto alle carestie dell'Arabia, e una schiera di cammelli, carichi di biada ed altre derrate, copriva quasi senza lasciar intervallo la lunga strada da Menfi a Medina[340]. Il senno d'Amrou rinnovò ben tosto la comunicazion col mare, già intrapresa o eseguita dai Faraoni, dai Tolomei, e dai Cesari, e fu aperto dal Nilo al mar Rosso un canale lungo per lo meno ottanta miglia. Questa navigazione interna, che avrebbe congiunto il Mediterraneo coll'oceano dell'Indie, fu ben presto abbandonata come inutile e pericolosa; la sede del governo era passata da Medina a Damasco, e s'ebbe timore non i navili Greci penetrassero per avventura fino alle sante città dell'Arabia[341].
Solo per la fama e per le leggende del Corano, Omar aveva cognizion dell'Egitto a lui testè sottomesso: volle perciò che il suo Luogo-tenente gli descrivesse il reame di Faraone e degli Amaleciti, e la risposta d'Amrou presenta una dipintura brillante e molto esatta di quel singolar paese[342]. «O comandante dei credenti, egli disse, l'Egitto è un composto di terra nera, e di piante verdi collocate fra una montagna polverizzala, e una sabbia rossa. Un uomo a cavallo che parta da Siene giugne in un mese alla sponda del mare. Scorre nella valle un fiume su cui riposa mattina e sera la benedizione dell'Altissimo, e che s'alza e s'abbassa a seconda dei rivolgimenti del sole e della luna. Quando l'annuale bontà della providenza dischiude le sorgenti e le fontane che alimentano il suolo, le acque del Nilo straripano con fracasso in tutta la contrada, e per questo salutare allagamento spariscono le campagne, e i villaggi non comunicano più insieme se non mercè d'una moltitudine di barche dipinte. Ritirandosi le acque, depongono un limo fertile atto a ricevere le varie semenze. I nugoli di coltivatori che oscurano la terra ponno paragonarsi a un formicaio industrioso; la naturale loro indolenza è stimolata dalla sferza del padrone, e dalla speranza dei fiori e delle frutta cui le loro braccia debbono moltiplicare. Rare volte è illusa questa speranza: ma la ricchezza che proccacciano il frumento, l'orzo, il riso, i legumi, gli alberi fruttiferi, e le gregge vien divisa inegualmente fra i lavoratori, e i proprietari. A seconda delle vicende delle stagioni, la superficie del paese è adorna di acque argentine, di verdi smeraldi e del giallo cupo delle ricolte dorate[343]». Nondimeno, quest'ordine benefico resta qualche volta interrotto, e la tardanza dell'inondazione come pure il subitaneo straripamento del fiume, che sopravennero nel primo anno della conquista, poterono originare l'edificante favoletta che si spacciò in questo proposito. Si pretese che avendo la pietà d'Omar vietato il sagrifizio d'una vergine, che si immolava ogni anno al Nilo[344], sdegnato il fiume si stette queto nel suo letto: ma che quando vi fu gettato l'ordine del Califfo, le onde ubbidienti si sollevarono all'altezza di sedici cubiti in una notte. L'ammirazione che avevano gli Arabi pel paese allora conquistato, suscitava l'estro sregolato del loro spirito romanzesco. Asseriscono autori gravi che in Egitto si contavano allora ventimila città o villaggi;[345] che senza parlar dei Greci e degli Arabi, risultarono da una numerazione sei milioni di Cofti tributari[346], e venti milioni di Cofti d'ogni età e d'ogni sesso; che lo erario del Califfo riscoteva annualmente da quel paese trecento milioni d'oro o d'argento[347]. La nostra ragione è ferita della stravaganza di queste asserzioni; ma si risentirà di più se ha la pazienza di prendere il compasso, e di misurare l'estension delle terre da lavoro; una valle che si prolunga dal tropico sino a Menfi, e che rare volte ha più di dodici miglia di larghezza, ed il triangolo del Delta, pianura di duemila cento leghe quadrate, non son che la decima parte dell'ampiezza della Francia[348]. Da più esatte indagini si potrà ricavare una stima più ragionevole. I trecento milioni creati da un error di copista sono ridotti alla somma, per altro considerabile, di quattro milioni e trecentomila pezze d'oro, novecentomila delle quali erano assorbite dallo stipendio de' soldati[349]. Due tabelle autentiche, una del duodecimo secolo, l'altra del secolo presente, restringono a duemila e settecento le città e i villaggi, numero che può parere tuttavia rilevante[350]. Un Console francese, dopo lungo soggiorno al Cairo, ha calcolata la popolazione odierna dell'Egitto in quattro milioni circa di Musulmani, di Cristiani e d'Ebrei, calcolo assai forte, ma non incredibile[351].
IV. Furon gli eserciti del califfo Othmano i primi che fecero il conquisto della parte dell'Affrica, che del Nilo corre sino all'oceano Atlantico[352]. I compagni di Maometto e i Capi delle tribù approvarono questo pio disegno; e si partirono da Medina ventimila Arabi carichi dei doni e delle benedizioni del comandante dei fedeli. Si riunirono a ventimila dei lor concittadini accampati nei contorni di Menfi; fu eletto a condur questa guerra Abdallah[353], figlio di Said, e fratello di latte del Califfo, uno che avea soppiantato poco innanzi il vincitore e il Luogo-tenente dell'Egitto. Nè il suo merito, nè il favor del principe bastavano a fare che dimenticata fosse la sua apostasia. Aveva Abdallah abbracciata per tempo la religione di Maometto, e perchè scriveva benissimo gli era stato commesso il rilevante ufficio di copiare i fogli del Corano; mancò egli di fedeltà nell'eseguire questa gran commissione; guastò il testo, volse in derisione alcuni errori che erano suoi, e rifuggì alla Mecca per salvarsi dal castigo, e per dimostrare l'ignoranza dell'appostolo. Dopo la conquista della Mecca venne a gettarsi ai piedi del Profeta: le sue lagrime e le preghiere di Othmano carpirono a Maometto un perdono che egli concedette a mal in cuore, dichiarando aver esitato sì lungo tempo solamente perchè sperava, che un discepolo zelante vendicherebbe nel sangue del perfido l'oltraggio fatto alla religione. A questa, poichè non aveva più interesse nell'abbandonarla, servì in processo di tempo assai bene, e con un'apparenza di fedeltà. La sua nascita, i suoi talenti lo collocarono in un grado onorevole fra i Coreishiti: e da un popolo, che quasi sempre era a cavallo, fu citato come il più destro e il più ardito cavaliere. Partì d'Egitto capitanando quarantamila Musulmani, e si internò nelle regioni sconosciute dell'occidente. Le arene di Barca poterono arrestare una Legion romana: ma gli Arabi, seguiti dai lor fidi cammelli, videro senza spavento un suolo ed un clima che ai deserti del lor paese rassomigliavano. Dopo un penoso cammino posero campo in faccia alle mura di Tripoli[354], città marittima, ove erano concorsi a poco a poco gli abitanti e le ricchezze della provincia di cui serbava ella sola il nome, e che oggi è la capitale della terza Potenza barbaresca. Un rinforzo di Greci fu sorpreso e tagliato a pezzi sulla costa del mare: ma le fortificazioni di Tripoli resistettero ai primi assalti, e alla giunta del prefetto Gregorio[355] dovettero i Saraceni abbandonare i lavori dell'assedio per dare una battaglia decisiva. Se è vero che Gregorio comandasse, siccome è fama, un esercito di centoventimila uomini, le milizie regolari dell'impero si saranno appena vedute in quella moltitudine formata da una geldra di Mori, e di Affricani nudi e non disciplinati, i quali n'erano la forza o piuttosto la massa. Ributtò egli con isdegno la proposta d'abbracciar la religione del Corano, o di pagare un tributo; e per molti giorni combatterono i due eserciti con grande accanimento dalla punta del giorno sino al mezzodì, nella qual ora la fatica e l'eccesso del caldo gli obbligavano a cercare nei campi rispettivi un po' di riposo. Fu detto che la figlia di Gregorio, giovanetta di rara bellezza e di gran coraggio, combattesse a fianco del padre. Sin da fanciulla era stata ammaestrata a maneggiare un cavallo, a lanciar dardi, a trattar la scimitarra, ed era segnalata nelle prime file dalla ricchezza delle armi e delle vestimenta. Fu promessa la sua mano, con centomila pezze d'oro, a chi recherebbe la testa del generale Arabo, e da una sì bella ricompensa erano allettati i giovani guerrieri dell'Affrica. Abdallah fortemente pregato dai suoi compagni s'allontanò dalla battaglia: ma la sua ritirata e la continuazione di tanti assalti, o indecisi nell'esito o avversi, posero l'avvilimento fra i Saraceni.
Un Arabo, nomato Zobeir[356], di nobile famiglia, che poi divenne l'avversario d'Alì e padre d'un Califfo, si era segnalato pel suo valore in Egitto: ed era quegli che avea piantato il primo una scala alle mura di Babilonia. Nella guerra d'Affrica era stato distaccato dall'esercito di Abdallah. Alle prime nuove del conflitto fu visto con dodici guerrieri farsi strada in mezzo al campo dei Greci, e senza pigliar cibo o riposo correre a partecipare ai pericoli dei Musulmani. Volgendo gli occhi al campo di battaglia: «Dov'è, diss'egli, il nostro generale? — Nella sua tenda — Il general dei Musulmani dee stare nella tenda quando si combatte?» replicò Zobeir. Abdallah gli rispose arrossendo quanto preziosa era la vita di un generale, e gli spiegò a quai pericoli lo esponesse il premio promesso dal prefetto Romano. «Rivolgete contro gli infedeli stessi questo artificio poco generoso, gli rispose Zobeir; fate gridare fra le schiere, che chiunque recherà la testa di Gregorio avrà in dono la figlia del Prefetto e centomila pezze d'oro». Al coraggio e alla prudenza di Zobeir affidò il Luogo-tenente del Califfo l'esecuzione d'uno stratagemma da lui proposto: espediente che fissò in fine della parte dei Saraceni la vittoria per tanto tempo indecisa. Supplendo i Musulmani con l'attività e l'artifizio al difetto del numero, parte dell'armata si tenne nascosta nelle tende, intanto che l'altra tenne a bada il nemico con irregolari scaramuccie, sino al momento che il sole salì al punto più alto del cielo. I guerrieri delle due parti s'erano ritirati oppressi dalla fatica, aveano levate le briglie ai cavalli, e svestiti gli arnesi, e pareva che i due eserciti non pensassero più che a godere del fresco della sera, e aspettassero la domane per tornare alla zuffa. Improvvisamente Zobeir fa dare il segno della carica; il campo degli Arabi riversa un torrente d'armati intrepidi, ed ecco che la lunga linea dei Greci e degli Affricani è colta alla impensata, assalita e sconfitta da nuovi squadroni di fedeli, i quali agli occhi del fanatismo comparvero sicuramente quasi un esercito di angeli discesi dal cielo. Cadde il Prefetto per la mano di Zobeir: sua figlia, che anelava alla vendetta e alla morte, venne in potere del nemico: i Greci, fuggendo, involsero nel lor disastro la città di Sufetula, ove cercarono un asilo dalle sciabole e dalle lance degli Arabi. Sufetula giaceva lungi da Cartagine centocinquanta miglia al mezzogiorno, sopra una costa alquanto pendente, innaffiata da un ruscello, e ombreggiata da un boschetto di ginepri; le rovine d'un arco trionfale, d'un portico, e di tre templi d'Ordine corintio offrono tuttavia ai viaggiatori gli avanzi della romana magnificenza[357]. Occupata quella città dai Musulmani, vennero da ogni parte gli abitatori della provincia ed i Barbari ad implorare clemenza dal vincitore: esibizioni di tributo, professioni di fede concorsero a solleticare la pietà, o l'orgoglio degli Arabi: ma per le perdite, le fatiche, o i mali sofferti da una malattia epidemica, non poterono formare stanza durevole in quel paese, e dopo una campagna di quindici mesi, si ritrassero ai confini dell'Egitto coi prigionieri e col bottino. Il Califfo cedette il suo quinto ad un suo favorito in pagamento d'un preteso prestito di cinquecentomila pezze d'oro[358]: ma se è vero che la distribuzione reale della preda abbia dato ad ogni fante mille pezze d'oro, e ad ogni cavaliere tremila, lo Stato in questo affare ebbe doppia lesione di interesse per fraudolose disposizioni. Ognuno aspettava di vedere che l'autore della morte di Gregorio si presentasse ad esigere il guiderdone più prezioso per quella vittoria: nessuno compariva, e si credette che fosse stato ucciso nella mischia; ma le lagrime e le dogliose grida della figlia del Prefetto, quando ebbe scorto Zobeir, rivelarono la prodezza e la modestia di quel bravo soldato. Fu offerta la sventurata prigioniera all'uccisor di suo padre, che appena degnò riceverla nel numero delle sue schiave, freddamente dichiarando aver consacrata la sua spada al servigio della religione, e che militava per ottenere un premio ben superiore alle bellezze d'una mortale, e alla ricchezza d'una vita passeggera. Gli fu assegnata per altro una ricompensa, adeguata al suo carattere, con dargli l'onorevole commissione di recare al califfo Othmano la novella del trionfo dei Musulmani. Si raunarono i compagni di Maometto, i Capi ed il popolo nella moschea di Medina ad ascoltare la narrazione di Zobeir; e non avendo dimenticato l'oratore cosa alcuna, tranne il merito dei propri consigli e delle proprie imprese, accoppiarono gli Arabi il nome di Abdallah ai nomi eroici di Caled ed Amrou[359].
A. D. 689
L'invasione cominciata dai Saraceni verso l'occidente fu sospesa per lo spazio di circa vent'anni, sino al tempo che la casa d'Ommiyah, fattosi forte colà, terminò la discordia civile: allora dai gridi degli Affricani stessi fu invitato il califfo Moawiyah. Aveano i successori d'Eraclio ricevuta la nuova del tributo dalla forza imposto ai sudditi della provincia romana in Affrica; ma invece d'aver compassion di quel popolo e di alleviarne la miseria, il gravarono d'un secondo tributo della stessa somma, a titolo di compenso e di ammenda. Invano allegarono gli Affricani la povertà e la totale loro rovina; il ministero di Costantinopoli fu inesorabile; il perchè, disperati, preferirono il dominio d'un sol padrone, e dalle angherie del Patriarca di Cartagine, investito del potere civile e militare, furono indotti i Settari, ed anche i Cattolici, ad abbiurare la religione come pure l'autorità de' lor tiranni. Il primo Luogo-tenente di Moawiyah si procacciò molta gloria: soggiogò una città ragguardevole, battè un esercito di trentamila Greci, fece ottantamila prigionieri, e colle loro spoglie arricchì gli avventurieri della Sorìa, e dell'Egitto[360]. Ma il soprannome di vincitor dell'Affrica appartiene più giustamente al suo successore Akbah. Partì egli di Damasco con diecimila Arabi dei più prodi, che furono di poi assistiti dal soccorso incerto di molte migliaia di Barbari, affezionati ad essi per una conversione del pari dubbiosa. Difficil cosa sarebbe, e poco sembra necessaria, indicare precisamente la strada delle armi di Akbah. Gli Orientali hanno empiuto l'interno dell'Affrica e di eserciti e di cittadelle immaginarie. La provincia bellicosa di Zab, o di Numidia, poteva armare quarantamila uomini, ma se le attribuirono trecentosessanta città, numero incompatibile collo stato miserabile in cui, o per l'ignoranza o per la trascuraggine degli abitanti, giaceva allora l'agricoltura[361]; e le rovine d'Erba, o Lambesa, antica metropoli dell'interno di quel paese, non presentano una circonferenza di tre leghe quale le fu supposta. Accostandosi alla costa del mare si trovano le notissime città di Bugia[362] e di Tanger[363], che furono, per quanto sembra, il limite delle vittorie dei Saraceni. La comodità del porto conserva a Bugia un resto di traffico: dicesi che in tempi più prosperi quella città racchiudesse ottantamila case; il ferro che si ricava, abbondantissimo, dai monti vicini avrebbe potuto ad un popolo più valoroso somministrare gli strumenti necessari alla sua difesa. Si compiacquero i Greci e gli Arabi d'abbellire delle lor favole la situazione lontana, e l'antica origine di Tingi, o Tanger. Ma quando gli ultimi ci parlano delle sue mura di rame, dell'oro e dell'argento che coprivano le cime de' suoi edifici, non si dee in questo linguaggio figurato vedere che emblemi di forza e di ricchezza. Solamente in un modo imperfetto aveano i Romani osservata e descritta la provincia della Mauritania Tingitana[364], così chiamata pel nome della capitale: vi aveano stanziate cinque colonie, le quali per altro non occupavano che piccola parte del paese, e se si eccettuino gli agenti del lusso i quali correvano le foreste, per cercarvi l'avorio e il legname di cederno[365], e le coste dell'oceano, per trovar le conchiglie della porpora, poco s'innoltravano i Romani nelle parti meridionali. L'intrepido Akbah penetrò nell'interno delle terre, attraversò il deserto, ove i suoi successori innalzarono le belle capitali di Fez e di Marocco[366], e finalmente giunse alla riva del mar Atlantico e alla frontiera del gran deserto. Il fiume di Sus discende dalla parte occidentale del monte Atlante come il Nilo, e fecondando il suolo dei contorni, si scarica in mare poco lontano dalle isole Canarie, o Fortunate. Abitavano le sue rive i Mori più grossolani, selvaggi senza leggi, senza disciplina, senza religione, i quali rimasero sbigottiti dall'invincibile forza degli Arabi; e poichè non possedevan nè oro, nè argento, la parte più preziosa del bottino, che fecero colà i Musulmani, si ridusse a un certo numero di belle schiave, alcune delle quali si vendettero sino per mille pezze d'oro. Sebbene la vista dell'oceano non raffreddasse lo zelo di Akbah, pure lo forzò ad arrestare i passi. Spinse egli il cavallo in mezzo all'onde del mare, e alzati gli occhi al cielo esclamò con tuono fanatico. «Gran Dio, se non fossi arrestato da questo mare, andrei sino ai regni ignoti dell'occidente predicando per via l'unità del tuo santo nome, e passando a fil di spada le nazioni ribelli che adorano altri Dei fuori di te»[367]. Intanto questo nuovo Alessandro, che aspirava a nuovi Mondi, non potè conservare le regioni che aveva occupate. La diserzion generale dei Greci e degli Affricani lo richiamò dalle sponde dell'Atlantico, ed egli, accerchiato in ogni parte da una moltitudine furibonda, non ebbe altro scampo che quello di morir gloriosamente. L'ultima scena della sua vita fu un bell'esempio di quella generosità che fra gli Arabi è sì comune. Era tratto prigioniero al campo di Akbah un capitano ambizioso, che conteso aveagli il comando, e che era stato sfortunato nell'impresa; gli insorgenti, sperando nel suo odio e desiderio di vendetta, pensavano a farlo entrare nei loro disegni: ma sdegnò egli quelle proferte, e rivelò la cospirazione: quando Akbah si vide accerchiato da ogni parte, spezzò i ferri del prigioniero e lo consigliò a ritirarsi: ma quegli protestò voler piuttosto morire sotto la bandiera del suo rivale. Allora tenendosi tutti due abbracciati, come amici e martiri, sguainarono la scimitarra, ne ruppero il fodero, e combatterono sino a tanto che finalmente caddero l'uno presso l'altro, dopo, aver veduti trucidati sino all'ultimo i loro concittadini. Zobeir, che fu il terzo generale o terzo governatore dell'Affrica, fece vendetta della morte del suo predecessore, ed ebbe il destino medesimo. Riportò molte vittorie sugli originari del paese: ma fu oppresso da un grande esercito spedito in aiuto di Cartagine da Costantinopoli.
Addiveniva sovente che le tribù dei Mori si congiungevano alle squadre degli Arabi, partecipavano della preda, e si sottomettevano alla lor religione: ma tosto che si ritiravano, o provavano qualche disastro, faceano ritorno alla selvaggia loro independenza ed all'idolatria. Prudentemente avea divisato Akbah di porre una colonia d'Arabi nel centro dell'Affrica, e pensava che una città fortificata avrebbe tenuta a freno la leggerezza dei Barbari, e sarebbe un luogo sicuro ove, in tempo di guerra, potrebbero i Saraceni preservare le famiglie e le ricchezze. Nel cinquantesim'anno dell'Egira vi pose di fatto una colonia col modesto titolo di stazione d'una carovana. Nello stato di decadimento a cui oggi è ridotta Cairoan, quella colonia[368] è tuttavia la seconda città del regno di Tunisi, lontana dalla capitale cinquanta miglia incirca verso il settentrione[369]: come ella è distante dodici miglia dalla costa del mare, verso occidente, non è stata esposta agli insulti delle navi greche e siciliane. Sgombrato che fu il terreno dalle bestie selvatiche e dai serpenti, quando fu schiarata la foresta, o piuttosto il deserto, si videro in mezzo ad una pianura di sabbia le vestigia di una città romana. I legumi che consuma Cairoan vengono da lungi, e mancando le sorgenti nel circondario sono astretti gli abitanti a raccogliere in cisterne e serbatoi l'acqua piovana. Ma l'industria d'Akbah vinse ogni ostacolo; segnò un recinto di tremila e seicento passi di contorno, e lo circondò d'un muro di mattoni, e in men di cinque anni si vide sorgere intorno al palagio del governatore un numero sufficiente di case private. Fu fabbricata una spaziosa moschea sostenuta da cinquecento colonne di granito, di porfido e di marmo di Numidia, e divenne Cairoan la sede del sapere come del governo. Ma non pervenne a questo grado di gloria che nei tempi posteriori. Le sconfitte d'Akbah e di Zobeir diedero un gran crollo alla nuova colonia, e per le dissensioni civili della monarchia degli Arabi furono interrotte le imprese verso occidente. Il figlio del prode Zobeir ebbe a sostenere contro la casa degli Ommiadi una guerra di dodici anni e un assedio di sette mesi. Vuolsi che Abdallah accoppiasse in sè la ferocia del leone e l'astuzia della volpe; ma se fu erede del coraggio paterno, nol fu punto della generosità[370].
A. D. 692-698
Il ritorno della pace nell'interno dell'impero concedette al califfo Abdalmalek agio a terminare la conquista dell'Affrica. Hassan, governator dell'Egitto, ebbe il comando delle soldatesche, e fu assegnato a questa impresa la rendita dell'Egitto, e quarantamila uomini. Aveano i Saraceni, nelle vicende della guerra, ora soggiogate or perdute le province interiori: ma la costa del mare era sempre occupata dai Greci: dai predecessori di Hassan era stato rispettato il nome e le fortificazioni di Cartagine, ed il numero dei suoi difensori s'era aumentato dagli abitanti di Cabes e di Tripoli che colà si erano ricoverati. Hassan fu più ardimentoso e più fortunato; ridusse a soggezione, e saccheggiò la metropoli dell'Affrica servendosi di scale per prenderla, come dicono gli storici, il che dà a credere che per un assalto egli risparmiò le noiose operazioni d'un assedio regolare. Ma non andò guari che la gioia dei vincitori fu turbata dalla giunta d'un rinforzo di Cristiani. Giovanni, prefetto e patrizio, abile e rinomato generale, imbarcò a Costantinopoli le forze dell'impero d'oriente[371]; fu raggiunto ben presto dalle navi e dai soldati della Sicilia, e ottenne dalla paura e dalla religione del monarca Spagnuolo una numerosa schiera di Goti[372]. I suoi navigli fransero la catena che chiudeva l'ingresso del porto, e gli Arabi si ritrassero a Cairoan o a Tripoli. Sbarcarono i Cristiani: i cittadini salutarono il vessillo della Croce, e fu speso inutilmente il verno a pascersi di vane chimere di trionfo o di liberazione; ma l'Affrica era perduta per sempre. Animato dallo zelo e dal risentimento, il Commendatore dei fedeli[373] mise in punto tanto in mare che in terra, per la campagna seguente, un armamento più grosso del primo, e fu costretto Giovanni ad abbandonare il posto e le fortificazioni di Cartagine. Vi fu una seconda battaglia nei contorni di Utica, ove Greci e Goti furon di bel nuovo sconfitti, ed altro scampo non ebbero che un pronto imbarco per sottrarsi alla spada di Hassan, che aveva investito la debole palizzata del campo loro. Quanto rimaneva di Cartagine fu dato alle fiamme, e la colonia di Didone[374] e di Cesare, fu lasciata in abbandono per più di due secoli sino all'epoca in cui il primo del Califfi fatimiti ne ripopolò un quartiere, che non era forse la ventesima parte dello spazio per lo innanzi occupato. Al principio del sedicesimo secolo era rappresentata la seconda capitale dell'occidente da una moschea, da un collegio senza scolari, da venticinque o trenta botteghe, e dalle capanne di cinquecento paesani, che immersi nella più cenciosa povertà pur conservavano tutta l'arroganza dei senatori Cartaginesi: ma fu ancora distrutto questo miserabil villaggio dagli Spagnuoli, che Carlo V posti avea nella Fortezza della Goletta. Disparvero le rovine di Cartagine, nè si saprebbe ove si fossero un giorno, se gli archi spezzati d'un acquidoccio non guidassero i passi del viaggiatore che le ricerca[375].
A. D. 692-698
Erano già stati espulsi i Greci, ma non ancora erano padroni gli Arabi del paese. I Mori, o Barbari[376], sì deboli sotto i primi Cesari, e di poi sì formidabili ai principi di Bisanzio, contrapponevano nelle province interne una disordinata resistenza alla religione e al potere de' successori di Maometto. Sotto i vessilli della lor regina Cahina vennero le tribù independenti ad accordarsi in certo modo ed a pigliare disciplina; e come i Mori attribuivano alle lor mogli il dono di profezia, attaccarono i Musulmani del paese con un fanatismo simile al loro. Mal poteano bastare le vecchie soldatesche di Hassan alla difesa dell'Affrica: le conquiste d'una generazione furono perdute in un giorno: il generale Arabo, trascinato dalla corrente, si ritrasse alle frontiere d'Egitto, e cinque anni attese i soccorsi che gli andava promettendo il Califfo. Dopo la ritirata de' Saracini, la profetessa vittoriosa raunò intorno a sè i Capi dei Mori, e diede loro uno stravagante consiglio degnissimo della politica dei Selvaggi. «Le nostre città, diss'ella, e l'oro e l'argento che contengono allettano continuamente gli Arabi ad insignorirsene; questi vili metalli non sono l'oggetto dell'ambizione nostra: ci bastano le semplici produzioni della terra. Distruggiamo queste città, seppelliamo sotto le rovine que' funesti tesori, e quando non offriremo più esca alla cupidigia de' nostri nemici, forse cesseranno di turbare la tranquillità d'un popolo che sa far la guerra». Da unanimi applausi fu accolta la proposta: cominciando da Tanger fino a Tripoli furon demoliti gli edifizii, o per lo meno le fortificazioni, tagliati gli alberi fruttiferi, annientati i mezzi di sussistenza: Cantoni fertili e popolosi divennero deserti, e sovente gli storici dei tempi posteriori accennavano i vestigi della prosperità e della devastazione dei loro antenati. Ecco che ne dicono gli Arabi moderni. Ma quanto a me, son molto inclinato a credere che solo per l'ignoranza dell'antichità, per voglia del maraviglioso, e per quell'abitudine, divenuta quasi una moda, d'esagerare la filosofia de' Barbari, abbiano rappresentato come un atto volontario le calamità e i guasti di tre secoli, contando dai primi furori dei Donatisti e dei Vandali. Nel corso della rivoluzione è probabile che per la sua parte Cahina contribuisse ai disastri; e forse il timore della propria rovina spaventò o indispettì le città, che lor malgrado al giogo d'una donna s'erano sottomesse. Non isperavano più i coloni, e forse non bramavano più, il ritorno del sovrano che regnava in Bisanzio. Non era mitigata la loro servitù dai beneficii del buon ordine e della giustizia, e doveano i più zelanti cattolici preferire di buon grado le imperfette verità del Corano alla cieca e goffa idolatria dei Mori. Fu adunque il general dei Saracini per la seconda volta accolto come il salvator della provincia: gli amici del viver civile cospirarono contro i Selvaggi di quella parte di Mondo; Cahina fu uccisa nella prima battaglia, e cadde con lei il mal fermo edificio del suo impero e della superstizione che lo fiancheggiava. Lo stesso spirito di sedizione si riaccese sotto il successore di Hassan: ma infine fu soffocato dall'attività di Musa e de' suoi due figli; e si può giudicare qual fosse il numero dei ribelli da quello di trecentomila di loro che furono ridotti a cattività. Sessantamila di quelli schiavi, assegnati pel quinto dovuto al Califfo, furono venduti a pro dell'erario: trentamila giovani furono arrolati nelle milizie, e per le pie sollecitudini di Musa, che non cessò di porre ogni opera ad inculcare ai vinti le dottrine e le pratiche del Corano, s'abituarono gli Affricani ad obbedire l'appostolo di Dio e il comandante dei fedeli. Pel clima che abitavano e pel loro governo, non che pel modo di vivere e per le qualità delle abitazioni, i Mori vagabondi rassomigliavano ai Bedoini del deserto, che abbracciando la religione di Maometto ebbero l'orgoglio di appropiarsi la lingua, il nome e l'origine degli Arabi. Così a poco a poco si mischiò il sangue degli stranieri con quello dei nativi del paese, e parve allora che la medesima nazione si fosse diffusa dall'Eufrate all'Atlantico, sulle arenose pianure dell'Asia e dell'Affrica. Concedo per altro che cinquantamila tende di Arabi puri abbian potuto passare il Nilo, e disperdersi nel deserto della Libia, e so che cinque tribù di Mori conservan tuttavia il loro idioma barbaresco, e portano il nome e il carattere d'Affricani bianchi[377].
A. D. 709
V. Continuando i Goti la lor conquista dal settentrione al mezzodì, e i Saracini dal mezzodì al settentrione vennero a scontrarsi sui confini dell'Europa e dell'Affrica. Credean gli ultimi d'aver ragione di detestare ed assalire un popolo che non avea la lor religione[378]. Sin dal tempo che regnava Othmano[379], aveano i lor pirati devastata la costa di Andalusia[380], e sempre si risovvenivano dei Goti che avean soccorsa Cartagine. I re di Spagna allora, come adesso, possedean la Fortezza di Ceuta, una delle colonne d'Ercole, separata da uno stretto angusto dall'altra colonna che è la punta d'Europa. Rimaneva ancora agli Arabi da conquistare il piccolo Cantone della Mauritania, ma Musa, che altero della vittoria avea investito Ceuta, fu respinto dalla vigilanza e dal coraggio del conte Giuliano generale dei Goti. Si riebbe ben presto da questa disgrazia, e fu tratto d'impaccio da un messaggio inaspettato del duce cristiano, che offeriva ai successori di Maometto la sua persona, la sua spada, e la piazza che comandava, chiedendo il vergognoso onore di introdurre gli Arabi nel cuor della Spagna[381]. Se si cerca il motivo del tradimento, gli storici Spagnuoli ripetono, giusta una novella popolare, che la sua figlia Cava[382] era stata sedotta o violata dal suo sovrano, e che quel padre sacrificò alla vendetta la sua religione e la patria. Soventi volte apparvero sregolate e funeste le passioni dei principi; ma questa sì nota favoletta, romanzesca per sè medesima, non s'appoggia che a deboli prove, e può bene l'istoria di Spagna offrire motivi d'interesse e di prudenza più atti a far impressione sullo spirito d'un politico veterano[383]. Dopo la morte o la deposizione di Witiza, i suoi due figli erano stati soppiantati dall'ambizione di Rodrigo signore Goto di nobile lignaggio, il cui padre, duca o governatore d'una provincia, era stato la vittima della tirannia del regno precedente. La monarchia era sempre elettiva: ma i figli di Witiza educati sui gradini del trono, non poteano tollerare la condizion di privati a cui erano ridotti. Il loro risentimento palliato dalla dissimulazione delle Corti diveniva più pericoloso. Erano stimolati i lor partigiani dalla ricordanza dei favori un tempo ricevuti, e dalla speranza che potevano avere in una rivoluzione; ed il loro zio Oppas, arcivescovo di Toledo e di Siviglia, era il primo personaggio della chiesa, e il secondo dello Stato. È verosimile che Giuliano fosse avvolto nella disgrazia di questa sventurata fazione; che avesse molto a temere e poco a sperare dal nuovo regno, e che l'imprudente Rodrigo non potesse in trono dimenticare, nè perdonare gli oltraggi dalla sua famiglia sostenuti. Il merito e l'autorità di Giuliano lo rendeano un soggetto utile, ma formidabile; avea grandi poderi, partigiani arditi e numerosi, e per mala sorte ha dato a divedere anche troppo che, padrone dell'Andalusia e della Mauritania, teneva in mano le chiavi della monarchia di Spagna. Troppo debole siccome egli era a romper guerra contro il sovrano, cercò l'aiuto di estera Potenza, e invitando stoltamente i Mori e gli Arabi originò le calamità d'otto secoli: gli ragguagliò per lettere o in un abboccamento della ricchezza, non che della poca forza del suo paese, della debolezza d'un principe poco amato dal popolo, e dello stato di degradamento in cui era caduta quella effeminata nazione. Non erano più i Goti quei Barbari vittoriosi che aveano umiliata la superbia di Roma, spogliata la regina delle nazioni, e trionfato dal Danubio al mare Atlantico: segregati pei Pirenei dal rimanente del Mondo, s'erano addormentati i successori d'Alarico nella quiete d'una lunga pace. Le mura delle città cadevano in brani, i giovani cittadini aveano lasciato l'esercizio delle armi, e sempre alteri dell'antica fama doveano nella loro presunzione essere colla prima guerra perduti. L'ambizioso Saracino fu spronato a quel conquisto dalla facilità e dall'importanza che vedea di farlo; ma non vi si accinse che dopo aver consultato il Califfo. Un corriere da lui spedito a Walid ne recò una lettera che permetteva di aggregare i reami ignoti dell'occidente alla religione, ed al trono dei Califfi. Musa intanto manteneva segretamente e cautamente in Tanger il suo carteggio con Giuliano, e sollecitava gli apparecchi; ma per liberare i congiurati da ogni rimorso gli andava assicurando, che si terrebbe contento alla gloria o al bottino di quella impresa, nè mai avvisarebbe di stanziare gli Arabi al di là del mare che separa l'Affrica dall'Europa[384].
A. D. 710
Prima di affidare un esercito di fedeli ai traditori e agli infedeli d'una terra estrania, volle Musa fare della lor forza e veracità una prova di poco rischio. Cento Arabi, e quattrocento Affricani tragittarono su quattro navi da Tanger a Ceuta; il nome di Tarik, lor Capo, indica tuttavia il sito ove sbarcarono, e la data di questo memorando avvenimento[385] è fissata nel mese di ramadan del novantunesimo anno dell'Egira, ossia nel mese di luglio, 748, se si conteggia come gli Spagnuoli dall'Era di Cesare[386] in poi, o finalmente settecento dieci anni dopo la nascita di Cristo. Partendo da questo primo porto fecero diciotto miglia, sopra un terreno sparso di colline, prima di giugnere al castello e alla città di Giuliano[387], a cui l'aspetto verdeggiante d'un promontorio che s'avanza in mare diede il nome di isola Verde, ed è anche conosciuta sotto nome di Algeziras. La grande ospitalità con che furono accolti, il numero de' cristiani che ad essi si congiunse, le scorrerie che fecero in una provincia ubertosa e mal custodita, la ricchezza del bottino e la sicurezza loro nel ritorno, furono considerati dai loro concittadini come i più favorevoli presagi di sicura vittoria. Sin dai primi giorni della primavera vegnente s'imbarcarono cinquemila veterani e volontari sotto gli ordini di Tarik, bravo ed intrepido guerriero che superò le speranze del suo capitano. Il troppo fedele Giuliano avea fornito navi di trasporto. Approdarono i Saracini alla punta di Europa[388]. Nel nome corrotto di Gibraltar, ovvero di Gibilterra, si scontra tuttavia la prima denominazione di Gebel al Tarik, montagna di Tarik, e le trincere del campo degli Arabi sono state il primo sbozzo di quelle fortificazioni che, difese dagli Inglesi, hanno ultimamente resistito all'arte e alla potenza della Casa di Borbone. Dai governatori dei Cantoni vicini fu ragguagliata la Corte di Toledo dello sbarco e dell'avvicinamento degli Arabi; e la disfatta di Edeco un dei generali di Rodrigo, che aveva avuto ordine di prendere e d'incatenare que' presuntuosi forestieri, avvertì questo principe del gran pericolo che correva. Per suo comando furono raunati i duchi e i conti, i vescovi e i nobili del reame tutti seguìti dai loro vassalli, e colla uniformità di linguaggio, di religione e di costumi, allora dominante fra le varie nazioni soggette alla monarchia Spagnuola, si può spiegare quel titolo di re dei Romani dato da un istorico Arabo a Rodrigo. Le forze di questo re ascendevano a novanta o a centomila uomini, esercito ben formidabile pel numero, se del pari lo fosse stato per la fedeltà e la disciplina. Quello di Tarik, cresciuto di nuovi rinforzi, era composto di dodicimila Saracini; ma il credito di Giuliano vi trasse da ogni parte i cristiani malcontenti, e gran numero d'Affricani fu sollecito di partecipare ai piaceri temporali che loro offriva il Corano. La battaglia che decise la sorte di questo regno fu data nei contorni di Cadice, presso la città di Xeres, fatta celebre da questo avvenimento[389]; la piccola riviera di Guadaleta che va a cadere nella baia, separava i due campi, e a conquistare o a perdere il possesso delle due rive di questa si limitarono i vantaggi e i disastri di tre giornate consecutive spese in sanguinose scaramucce; ma nel quarto giorno vennero i duo eserciti a una battaglia fiera o decisiva. Avrebbe Alarico avuto vergogna, mirando il suo indegno successore ornato il capo di un diadema di perle, avvolto in una lunga veste ricamata d'oro e di seta, coricato mollemente sopra una lettiga o sopra un cocchio d'avorio tirato da due muli bianchi. Malgrado del loro valore furono oppressi i Saracini dal numero, e sedicimila di loro copersero dei propri cadaveri il terreno. «Fratelli miei, disse Tarik alle schiere che gli rimanevano, il nemico ci sta a fronte, di dietro il mare. Dove potreste voi ritirarvi? Seguite il vostro generale: ho giurato di morire o di calcare sotto i miei piedi il re de' Romani». Egli aveva pure altri soccorsi oltre l'intrepidezza del suo disperato coraggio; assai sperava nel carteggio segreto e nei notturni abboccamenti che aveva il Conte Giuliano co' figli e col fratello di Witiza. I due principi e l'arcivescovo di Toledo stavano nel posto più importante: seppero essi scegliere a tempo il momento di disertare; si trovarono sbaragliate le file dei cristiani; lo spavento e il sospetto s'erano impadroniti di tutti gli animi, e ciascheduno più non pensò che alla personal sicurezza; gli avanzi dell'esercito dei Goti, perseguitati dai vincitori per tre giorni, furono totalmente distrutti o dispersi. In mezzo alla confusion generale si slanciò Rodrigo dal cocchio, e saltò sul suo cavallo Orelia, il più veloce dei suoi corridori; ma non campò da quella morte che più conviene a un soldato, se non per perire meno gloriosamente nelle acque del Beti, o del Guadalquivir. Fu trovato sulla riva il suo diadema, la sua veste e il cavallo; ma poichè era scomparso il suo corpo nelle onde, probabilmente la testa che il Califfo ricevè per la sua, e che fece esporre con grande fasto davanti il palagio di Damasco, era quella di qualche vittima più oscura. «Tale è, dice un valente storico degli Arabi, la sorte dei re che stanno lontani del campo di battaglia[390].»
A. D. 711
Erasi tanto ingolfato il conte Giuliano nei delitti e nell'infamia, che più non ponea speranza in altro che nella total ruina della patria. Dopo la battaglia di Xeres, consigliò al generai Saracino le operazioni che terminar dovevano nel più sicuro modo il conquisto. «Il re dei Goti è perito, gli disse, i principi sono in fuga, l'esercito sconfitto, sbigottita la nazione: spedite distaccamenti ad assicurarsi delle città della Betica; ma quanto a voi, marciate in persona e senza indugio alla città reale di Toledo, e non lasciate ai cristiani già scompigliati il tempo o la quiete necessaria ad eleggere un nuovo monarca.» Tarik seguì questo parere. Un prigioniero Romano che abbracciato avea l'Islamismo, e che era stato liberato dal Califfo medesimo, andò ad assalire Cordova con settecento cavalieri, guadò il fiume a nuoto e sorprese la città; i cristiani rifuggiti entro una chiesa si difesero più di tre mesi. Da un altro distaccamento fu sottomessa la costa meridionale della Betica, la quale, negli ultimi giorni della potenza dei Mori, formava il piccolo ma popoloso reame di Granata. Tarik dal Beti si trasferì verso il Tago[391]; attraversando la Sierra Morena, che separa l'Andalusia dalla Castiglia, comparve rapidamente sotto le mura di Toledo[392]. I più zelanti cattolici se n'erano fuggiti con le reliquie dei Santi, e se furon chiuse le porte lo furono solamente sino a tanto che non ebbe il vincitore sottoscritta una capitolazione onesta e ragionevole. Concedette egli agli abitanti libertà di andarsene colle robe loro; permise ai cristiani sette chiese; lasciò che l'arcivescovo e il clero esercitassero le loro funzioni religiose, e che i monaci seguitassero o infrangessero la loro Regola, e in tutti gli affari civili e criminali rimasero sommessi i Goti e i Romani alle leggi e ai magistrati propri. Ma se i cristiani furono protetti dalla giustizia di Tarik, fu egli indotto dalla gratitudine e dalla politica a premiare i Giudei, i quali e in segreto e pubblicamente aveano giovato i suoi più rilevanti trionfi. Questa nazione perseguitata dai re e dai Concilii di Spagna, che le avevano fatta più volte l'alternativa dell'esiglio o del battesimo, ributtata dal grembo della società, avea colto allora il destro opportuno per vendicarsi. La memoria dell'anterior sua condizione paragonata alla presente era un pegno sicuro della sua fedeltà; e di fatto si mantenne l'alleanza de' discepoli di Mosè e di quelli di Maometto sin al tempo che gli uni e gli altri furono dalla Spagna cacciati. Da Toledo avanzò il Capo degli Arabi le sue conquiste verso il nort, e assoggettò i distretti che di poi hanno costituito i regni di Castiglia e di Leone. Ma vano sarebbe annoverare ad una ad una le città che si arresero quando loro si avvicinò, o descrivere di nuovo quella tavola di smeraldo[393] che portarono i Romani dall'oriente in Italia, e che fra le spoglie di Roma passò nelle mani dei Goti, e fu da Tarik spedita al piè del trono di Damasco. La città marittima di Gijon fu, al di là dei monti delle Asturie, il termine delle imprese del luogotenente di Musa[394], il quale con la celerità di un viaggiatore avea corso le settecento miglia che separano la roccia di Gibilterra dalla baia di Biscaglia. La barriera dell'oceano l'obbligò a ritornarsene addietro, e ben presto fu richiamato a Toledo per giustificarsi della presunzione che egli aveva avuta di soggiogare un regno, mentre il suo generale era assente. La Spagna allora più selvaggia, e che meno regolarmente difesa avea per due secoli resistito alle armi Romane, fu vinta in pochi mesi dai Saracini, e tanta era la premura dei popoli di sottomettersi e di trattar col nemico, che si cita il governatore di Cordova come l'unico capitano, che senza venire a patti sia divenuto suo prigioniero. Dalla battaglia di Xeres fu irrevocabilmente decisa la sorte dei Goti, e nel generale spavento ogni parte della monarchia credette necessario evitare una lotta, ove aveano dovuto soccombere le forze di tutta la nazione congiunte insieme[395]. Vennero poi la carestia e la peste, una dopo l'altra, a terminare la desolazione di quel paese, ed i governatori ansiosi di arrendersi, poterono per avventura esagerare le difficoltà che incontravano a radunare le provvisioni necessarie per sostenere un assedio. Contribuirono pure i terrori della superstizione a disarmare i cristiani: l'astuto Arabo seppe accreditare voci di sogni, di presagi, di profezie in favore della sua causa, come quella d'avere scoperto in un appartamento del palagio i ritratti dei guerrieri destinati a conquistare la Spagna. Pure viveva ancora una scintilla che doveva rianimare la monarchia Spagnuola; una folla di invitti fuggiaschi preferì una vita miserabile, ma libera, nelle vallate dell'Asturia, e i robusti montanari respinsero gli schiavi del Califfo, e quindi la spada di Pelagio si trasformò nello scettro dei re cattolici[396].
A. D. 712-713
Alla notizia di questi rapidi trionfi la soddisfazione di Musa degenerò in invidia temendo, senza palesarlo, che Tarik non gli lasciasse più luogo a conquisti. Partissi dalla Mauritania con diecimila Arabi e ottomila Affricani per andare in Ispagna, e sotto le sue bandiere militavano i più nobili dei Coreishiti. Al suo figlio maggiore lasciò il governo dell'Affrica, e condusse con sè i tre più giovani i quali, per l'età ed il valore, si mostravano atti a secondare le imprese più coraggiose del padre. Approdò egli ad Algeziraz, dove fu rispettosamente accolto dal conte Giuliano, il quale soffocando i rimorsi della coscienza testificò, in parole ed in fatti, che la vittoria degli Arabi non avea punto nè poco scemata l'affezione sua per la lor causa. Nondimeno rimanevano a Musa alcuni nemici da sottomettere. I Goti, nel tardo lor pentimento, paragonavano il loro numero a quel dei vincitori: le città trascurate da Tarik si credevano imprendibili, e da intrepidi patriotti erano difese le fortificazioni di Siviglia e di Merida. Dal Beti marciò Musa all'Anas, ossia dal Guadalquivir alla Guadiana, ne assediò le città, e le sottomise successivamente. Quando scorse le opere della romana magnificenza, il ponte, gli acquidotti, gli archi trionfali e il teatro dell'antica metropoli della Lusitania, disse egli a quattro uffiziali del suo seguito: «Si direbbe che la razza umana abbia unito tutta l'arte e tutte le forze che aveva per fondare questa città: fortunato colui che potrà divenirne padrone!» A tanta ventura egli aspirava in fatti; ma gli abitanti di Merida sostennero in questa occasione l'onore che avevano di discendere dai bravi legionari d'Augusto[397]. Sdegnando di confinarsi entro le mura, uscirono ad assalire gli Arabi nel piano; ma furono puniti di tanta imprudenza da un distaccamento nemico che postosi in agguato, nel fondo d'una cava o in mezzo a muricci, precluse loro la ritirata. Allora Musa fece condurre all'assalto le torri di legno che usavansi negli assedi: la difesa della piazza fu lunga ed ostinata, ed il Castello dei Martiri sarà per le generazioni future una perpetua testimonianza della rotta dei Musulmani. Finalmente la costanza degli assediati fu vinta alla lunga dalla fame e dalla disperazione, e il vincitore prudente attribuì nella capitolazione alla stima e alla clemenza ciò che fu ridotto a concedere per l'ansietà di godere della vittoria. Fu lasciata agli abitanti la scelta fra l'esiglio o il tributo: le due religioni si divisero fra loro le chiese, e furono confiscati a profitto dei Musulmani gli averi di coloro che perirono nell'assedio, o che ripararono nella Galizia. Venne Tarik su Merida e Toledo a salutare Musa, e lo condusse al palazzo dei re Goti. Il loro primo abboccamento fu freddo e cerimonioso: volle il Luogo-tenente del Califfo un conto esatto dei tesori della Spagna, ed ebbe Tarik occasione di vedere che esposta era la sua riputazione ai sospetti ed all'infamia. Quest'eroe fu imprigionato, insultato e ignominiosamente frustato per mano, o almeno, per ordine di Musa. I primi Musulmani per altro osservavano una sì stretta disciplina, ed avevano uno zelo sì puro e uno spirito sì docile, che dopo questo pubblico oltraggio non vi fu difficoltà di commettere a Tarik l'onorevole impresa di ridurre a sommessione la provincia di Tarragona. Dalla liberalità dei Coreishiti fu eretta in Saragossa una moschea; il porto di Barcellona riaperto ai vascelli della Sorìa; e gli Arabi perseguitarono i Goti al di là dei Pirenei nella provincia di Settimania (la Linguadoca) di cui erano quelli in possesso[398]. Trovò Musa in Carcassona sette statue equestri di argento massiccio, che stavano nella Chiesa di Santa Maria, e non è credibile che ve le abbia lasciate. Da Narbona, ove pose un termine ossia una colonna, se ne tornò sulle coste della Galizia e della Lusitania. In sua assenza, Abdelaziz, uno dei suoi figli, ebbe a punire gli insorgenti di Siviglia, e da Malaga sino a Valenza soggiogò le sponde del Mediterraneo. Il trattato ch'egli fece col saggio e prode Teodemiro, e che ci è rimasto in originale[399], darà a conoscere i costumi e la politica di quel tempo. «Articoli di pace convenuti e giurati tra Abdelaziz, figlio di Musa, figlio di Nassir, e Teodemiro, principe dei Goti. Nel nome del misericordioso Iddio, Abdelaziz concede la pace alle seguenti condizioni: non sarà turbato Teodomiro nel suo principato; non si recherà ingiuria alla vita, nè alle proprietà, nè alle donne, nè ai fanciulli, nè alla religione, nè ai templi dei cristiani; Teodemiro consegnerà spontaneamente le sue sette città di Orihuela, Valentola, Alicante, Mola Vacasora, Bigerra (oggi Bejar), Ora (ossia Opta) e Lorca; non soccorrerà, nè riceverà i nemici del Califfo, ma comunicherà fedelmente quanto egli per avventura scoprisse dei loro disegni ostili; pagherà annualmente, come pure ogni Goto di famiglia nobile, una pezza d'oro, quattro misure di biada, altrettanto d'orzo, e una certa quantità di mele, d'olio e d'aceto: l'imposizione di ciascuno dei loro vassalli sarà la metà di questa tassa. Segnato il quattro di Regeb, l'anno dell'Egira 94, e sottoscritto da quattro testimoni Musulmani[400]». Tanto Teodemiro che i suoi sudditi furono trattati con singolare dolcezza; ma pare che la rata del tributo variasse dal decimo al quinto, a seconda della docilità od ostinazione dei cristiani[401]. In questa rivoluzione ebbero essi molto a soffrire dalle passioni naturali e religiose degli Arabi, i quali profanarono varie chiese, e qualche volta presero per idoli le reliquie e le immagini. Alcuni ribelli furono passati a filo di spada, ed una città situata fra Cordova e Siviglia, della quale non conosciamo il nome, fu rasa sino alle fondamenta. Se per altro si paragonano queste violenze con quelle commesse dai Goti, quando invasero la Spagna, o alle altre che accadero quando i re di Castiglia e d'Aragona la ripigliarono, converrà far elogio alla moderazione ed alla disciplina degli Arabi.
A. D. 714
Era Musa assai attempato, quantunque, per nascondere la sua vecchiezza, coprisse sotto una polve rossa la canizie della barba; ma il suo cuore riscaldato dall'amore di gloria sentiva tuttavia il fervore della gioventù. Non vedendo nel possesso della Spagna che il primo passo alla conquista d'Europa, dopo avere in terra ed in mare apparecchiato un poderoso armamento, si metteva in punto per varcare di nuovo i Pirenei, per battere nella Gallia e nell'Italia i regni de' Franchi e de' Lombardi, allora pendenti verso l'ultima rovina, e per predicare l'unità di Dio sull'altare del Vaticano. Di là, soggiogando i Barbari della Germania, voleva seguire il corso del Danubio, dalla sua sorgente sino al Ponto-Eusino, rovesciare l'impero di Costantinopoli, e, ripassando d'Europa in Asia, riunire le contrade, che avrebbe vinte, al governo di Antiochia ed alle province della Sorìa[402]; ma questo vasto disegno, che non era poi forse tanto difficile ad eseguirsi, doveva agli occhi delle anime volgari sembrare stravagante, e quasi una visione da conquistatore. Non andò guari che Musa fu obbligato a risovvenirsi della propria dependenza e servitù. Gli amici di Tarik avevano esposto con buon successo i suoi servigi e l'ingiuria che aveva sofferta: la Corte di Damasco biasimò il procedere di Musa, entrò in sospetto delle sue intenzioni, e la tardanza sua ad obbedire al primo ordine, che lo richiamava, ne fece venire un secondo più severo e perentorio. Fu spedito dal Califfo un intrepido messaggero al campo di Musa, a Lugo in Galizia, e quivi alla presenza dei Musulmani e dei cristiani afferrò la briglia del suo cavallo. Fosse la fedeltà di Musa, o quella delle sue milizie, non seppe egli pensare a disobbedire; ma fu mitigata la sua disgrazia dal richiamo del suo rivale, e dalla licenza ch'egli ebbe di dare i due governi che aveva a due suoi figli Abdallah e Abdelaziz. Nel suo viaggio trionfale da Ceuta a Damasco, fece pompa delle spoglie dell'Affrica e dei tesori della Spagna, ed aveva al suo seguito quattrocento Goti nobili che portavano corone e cinture d'oro. Si valutava a diciotto ed anche a trentamila il numero dei prigionieri maschi e femmine trascelto, secondo la nascita e bellezza loro, a decorare il trionfo. Giunto a Tiberiade in Palestina seppe da un corriere di Solimano, fratello di Valid ed erede presuntivo del trono, essere il Califfo infermo di pericolosa malattia, e che Solimano desiderava che Musa riservasse all'epoca del suo regno lo spettacolo dei trofei della sua vittoria. Se fosse guarito Valid, sarebbe stata colpevole la dilazione di Musa; quindi egli proseguì il suo cammino e ritrovò già sul trono un nemico. Fu esaminata la sua condotta da un giudice parziale: il suo avversario era caro al popolo, e quindi fu quegli dichiarato reo di vanità e di mala fede, e l'ammenda, a cui fu condannato, di dugentomila pezze d'oro, se non lo ridusse alla miseria divenne una prova delle suo rapine; l'indegno trattamento che aveva usato a Tarik fu punito con una ignominia somigliante, e il vecchio generale, dopo essere stato pubblicamente flagellato, stette un giorno intiero sotto la sferza del Sole davanti la porta del suo palazzo, e finì coll'ottenere un onesto esiglio col pio nome di pellegrinaggio alla Mecca. La caduta di Musa avrebbe dovuto saziare l'odio del Califfo; ma egli temeva una famiglia potente ed oltraggiata, e il suo spavento ne domandava l'estirpazione. Fu segretamente, e con prontezza, spedita la sentenza di morte in Affrica ed in Ispagna a' fedeli servi del trono, e se fu giusta, certamente furono nell'eseguirla violate le forme dell'equità. Abdelaziz morì nella moschea, o nel palazzo di Cordova sotto il ferro de' cospiratori, ed i suoi assassini gli rinfacciarono d'avere avuto pretensione agli onori di re, come pure lo scandolo del suo matrimonio con Egilona, vedova di Rodrigo, che offendeva i pregiudizi dei Cristiani non che dei Musulmani. Con un raffinamento di crudeltà fu presentata la sua testa al padre domandandogli, se conosceva le fattezze di quel ribelle: «Sì, esclamò con indignazione, conosco quel volto; sostengo che fu innocente, e invoco sul capo dei suoi assassini un egual destino, ma più giusto». Ben presto la disperazione e la vecchiaia liberarono Musa dal timore dei re; egli si morì di affanno dopo che fu giunto alla Mecca. Fu trattato meglio il suo rivale Tarik al quale furon perdonati i suoi servigi, e permesso d'entrare nel novero degli schiavi[403]. Non so se il conte Giuliano ricevesse per guiderdone la morte che aveva meritata, ma non l'ebbe per mano dei Saracini, avvegnachè sia smentito dalle testimonianze più irrefragabili ciò che si disse dell'ingratitudine loro verso i figli di Witiza. Ai due principi si restituirono i privati demanii del padre; ma alla morte del primogenito, chiamato Eba, sua figlia dallo zio Sigebut fu ingiustamente spogliata del paterno retaggio. Andò la figlia dal principe Goto a perorare la sua causa davanti al Califfo Hashem, ed ottenne la restituzione delle sue proprietà; fu data in matrimonio ad un nobile Arabo, e i suoi due figli, Isacco ed Ibrahim, furono in Ispagna accolti con quei riguardi che alla nascita e alla ricchezza loro si convenivano.
Una provincia conquistata prende facilmente le abitudini del vincitore, sia per l'introduzione degli stranieri, sia per lo spirito di imitazione che s'insinua ne' nazionali: così la Spagna, che avea veduto alternativamente mischiarsi al proprio sangue quello dei Cartaginesi, dei Romani, dei Goti, in poche generazioni venne pigliando il nome ed i costumi degli Arabi. Dietro ai primi generali ed ai venti Luogo-tenenti del Califfo, che si succedettero in quel paese, giunse pure un seguito numeroso d'ufficiali civili e militari, i quali amavan meglio menare una vita agiata in paese lontano, che vivere stentatamente in patria. Queste colonie di Musulmani portavano vantaggio all'interesse del pubblico e dei privati, e le città della Spagna rammemoravano con fasto la tribù, o il cantone dell'oriente donde traevano origine. Le vittoriose brigate di Tarik e di Musa, quantunque miste di molte nazioni, eran distinte col nome di Spagnuole il quale formava in certo modo il lor diritto di conquista; permisero nondimeno ai Musulmani dell'Egitto di stanziarsi nella Murcia e in Lisbona. La legione regia di Damasco si domiciliò in Cordova, quella di Emesa in Siviglia, quella di Kinnisrin ossia Calcide in Jaen, quella di Palestina in Algeziras e in Medina Sidonia. i guerrieri venuti dall'Yemen e dalla Persia si sperperarono intorno a Toledo e nell'interno del paese, e le fertili possessioni di Granata furono date a diecimila cavalieri[404] della Sorìa e dell'Irak, i quali erano la razza più pura e più nobile che fosse in Arabia. Queste fazioni ereditarie mantenevano uno spirito di emulazione talora utile, ma il più delle volte pericoloso. Dieci anni dopo la conquista, fu presentata al Califfo una carta della Spagini ove erano segnati i mari, i fiumi, i porti, le città, il numero degli abitanti, il clima, il suolo e le produzioni minerali[405]. Nello spazio di due secoli, l'agricoltura[406], le manifatture e il commercio d'un popolo illustre crebbero vie meglio le beneficenze della natura, e gli effetti della operosità degli Arabi furono anche abbelliti dalla oziosa loro fantasia. Il primo degli Ommiadi che regnò in Ispagna chiese in sussidio i cristiani; e col suo editto di pace e di protezione si tenne contento ad un modico tributo di diecimila oncie d'oro, di diecimila libbre d'argento, di diecimila cavalli, di altrettanti muli, di mille corazze e d'un ugual numero di elmetti e di lancie[407]. Il più possente dei suoi successori ricavò dallo stesso regno una rendita annuale di dodici milioni e quarantacinquemila denari ossia pezze d'oro, che formano circa sei milioni sterlini[408], somma che nel decimo secolo probabilmente superava la totalità delle rendite di tutti i monarchi cristiani. Risedeva il Califfo in Cordova, città che vantava seicento moschee, novecento bagni e dugentomila case; dava leggi a ottanta città di prim'ordine, a trecento del secondo e del terzo, e dodicimila villaggi ornavano le fertili sponde del Guadalquivir. Queste sicuramente sono esagerazioni degli Arabi, ma è vero però che non mai fu più ricca la Spagna, nè meglio coltivata e popolosa, come sotto il loro governo[409].
Aveva il Profeta santificate le guerre de' Musulmani; ma tra i vari precetti, e gli esempi da lui dati in vita, prescelsero i Califfi le lezioni di tolleranza più acconce a disarmare la resistenza degl'increduli. Era sempre l'Arabia il santuario ed il retaggio del Dio di Maometto, il quale poi guardava con occhio men amorevole e men geloso le altre nazioni della terra. Quindi gli adoratori del suo Dio credevano potere a buon dritto estirpare i politeisti e gl'idolatri che ignoravano il suo nome[410]; ma non andò guari tempo che vennero sagge considerazioni politiche in supplimento delle massime di giustizia, e, dopo qualche misfatto d'uno zelo intollerante, seppero i Musulmani, insignoritisi dell'India, rispettare le pagodi di quel popolo numeroso e devoto. A' discepoli di Abramo, di Mosè e di Gesù[411] fu mandato solenne invito, perchè abbracciassero il culto del Profeta, come il più perfetto, ma però, quando avessero voluto pagare piuttosto una tassa moderata, si concedea loro libertà di coscienza, e facoltà di adorare Iddio alla lor maniera[412]. Col professare l'Islamismo poteano i prigionieri, fatti sul campo di battaglia, redimersi dalla morte; le donne peraltro doveano adattarsi alla religione de' padroni, e così, per l'educazione che davasi a' figli de' prigionieri, andava a poco a poco crescendo il numero de' proseliti sinceri. Ma dalla seduzione per avventura più che dalla forza furono vinti que' milioni di neofiti dell'Affrica, i quali si dichiararono pronti a seguire la novella religione. Con un atto di poco momento, con una semplice profession di fede, in un istante il suddito o lo schiavo, il prigioniero o il delinquente diveniva uom libero, eguale e compagno de' Musulmani vittoriosi. Espiati erano tutti i suoi peccati, infranti tutti i suoi impegni anteriori: a' voti di castità sostituivansi le inclinazioni della natura; la tromba de' Saracini svegliava gli spiriti ardenti sopiti nel chiostro, e in quella generale convulsione ogni Membro d'una nuova società si collocava in quella situazione, che a' suoi talenti e al suo coraggio si conformava. Non era minore l'impressione che faceva su la moltitudine la felicità promessa da Maometto nell'altra vita, di quel che i piaceri in questa permessi; e vuol carità che si pensi, che da buon numero de' suoi proseliti si credesse lealmente alla verità e santità della sua rivelazione, la quale di fatto, ad un politeista ragionatore, potea parere degna della natura divina, non che dell'umana. Più pura del sistema di Zoroastro, più generosa della legge di Mosè[413], sembrava la religion di Maometto meno contraria alla ragione di quello che i tanti misteri e le superstizioni che, nel settimo secolo, la semplicità digradavano dell'Evangelo.
Nelle vaste regioni della Persia e dell'Affrica avea l'Islamismo sradicata la religion nazionale. Tra le Sette dell'oriente, la teologia equivoca de' Magi era la sola che tuttavia sussistesse, ma si potea di leggieri, sotto il venerando nome d'Abramo, destramente collegare alla catena della rivelazione divina gli scritti profani di Zoroastro[414]. Potevasi raffigurare il suo cattivo principio, il genio Ahriman, come il rivale o la creatura di Lucifero. Non v'era un'immagine che ornasse i templi della Persia, ma si poteva rappresentare come una goffa e cerimoniosa idolatria il culto che al Sole ed al fuoco era diretto[415]. Dalla prudenza de' Califfi, per l'esempio dato da Maometto[416], fu rivolta l'opinione all'avviso più moderato, e tanto i Magi che i Guebri furono posti co' Giudei e co' Cristiani nel novero de' popoli della legge scritta[417]; di modo che nel terzo secolo dell'Egira, la città di Herat offerse un singolare conflitto di fanatismo privato e di pubblica tolleranza[418]. Per la legge musulmana era assicurata la libertà civile e religiosa dei Guebri di Herat con patto che pagassero un tributo; ma l'umile moschea, di recente innalzata dai Musulmani, era oscurata dall'antico splendore di un tempio del Fuoco unito all'edifizio musulmano. Predicando si lagnò un fanatico Imano di questa scandalosa vicinanza, ed accagionò di debolezza o d'indifferenza i fedeli. Attizzato dalla sua voce si raunò il popolo tumultuariamente, furon date alle fiamme le moschee ed il tempio, ma sul loro suolo si cominciò subito una nuova moschea. Ricorsero i Magi al sovrano del Corasan per ottenere riparazione all'ingiuria sofferta, ed egli avea promesso giustizia e soddisfazione, quando (ciò che si stenterà a credere) quattromila cittadini di Herat, di carattere austero e d'età matura, giuravano con voce unanime che mai non aveva esistito il tempio del Fuoco. Allora non vi fu più modo per continuare l'inquisizione del fatto, e la coscienza de' Musulmani, scrive lo storico Mirchond[419], non ebbe rimorso di questo suo pio e meritorio spergiuro[420]. Il più gran numero per altro dei templi della Persia andò in rovina per la diserzione accaduta a poco a poco, ma generale, di quelli che li frequentavano. Fu la diserzione fatta a poco a poco, poichè non se ne sa nè il tempo nè il luogo, e non pare che fosse accompagnata da persecuzioni e da resistenza. Fu generale, poichè fu l'Islamismo abbracciato da tutto il regno, cominciando da Shiraz sino a Samarcanda, mentre la lingua del paese, conservata dai Musulmani di quella regione, prova la loro origine persiana[421]. Da parecchi miscredenti, dispersi nelle montagne e nei deserti, fu ostinatamente difesa la superstizione dei loro antenati, e rimane una debole tradizione della teologia dei Magi nella provincia di Kirman, sulle sponde dell'Indo, fra i persiani che stanno a Surate e nella colonia fondata presso Ispahan da Shah Abbas. Il gran pontefice si è ritirato nel monte Elbourz, diciotto leghe distante dalla città di Yezd. Il fuoco perpetuo, se continua ad ardere, è inaccessibile ai profani, ma i Guebri, che nelle fattezze uniformi e molto grossolane attestano la purezza del sangue loro, vanno in peregrinazione a visitare il domicilio di quel pontefice che è lor maestro ed oracolo. Colà ottantamila famiglie conducono una vita tranquilla e innocente sotto la giurisdizione de' vecchi, e con alcuni lavori industriosi e con le arti meccaniche provvedono alla sussistenza, non trascurando di coltivare la terra con quello zelo che, come dovere, è loro inspirato e prescritto dalla religione. Il volere dispotico di Shah Abbas, il quale pretendea con minacce e torture forzarli a consegnargli i libri di Zoroastro, fu vano contro la loro ignoranza; ed ora, sia moderazione o disprezzo, i sovrani attuali non danno più inquietudine agli oscuri Magi superstiti[422].
A. D. 749-1076
La costa settentrionale dell'Affrica è quel solo paese, ove dopo essersi ampiamente diffusa e aver dominato per lungo tempo, sia poi la luce dell'Evangelo totalmente scomparsa. Una nebbia d'ignoranza avea pure avvolto nelle tenebre stesse le scienze e le arti, colà venute da Roma e da Cartagine, nè più era oggetto di studio la dottrina di San Cipriano e di Sant'Agostino. Sotto il furore de' Donatisti, de' Vandali e de' Mori erano cadute cinquecento chiese vescovili; scemato il numero de' sacerdoti, docilmente si sottomise il popolo, privo di regola, di lumi e di speranze, al giogo del Profeta d'Arabia. Dopo un mezzo secolo dall'espulsione de' Greci in poi, un Luogo-tenente dell'Affrica avvisò il Califfo che per la conversione degl'infedeli[423] era cessato il tributo che pagavano; e questo pretesto, da lui preso per celare la sua frode e ribellione, diveniva in qualche guisa specioso pei rapidi progressi che l'Islamismo avea fatti. Nel secolo susseguente, cinque vescovi, spediti dal patriarca Giacobita, si rendettero da Alessandria a Cairoan con una missione straordinaria per quivi raunare e rianimare i moribondi avanzi del cristianesimo[424]; ma basta l'intervento d'un prelato estero, separato dalla chiesa latina e nemico de' cattolici, per indicare il deperimento e la dissoluzione della gerarchia affricana. Non erano più que' tempi che i successori di San Cipriano, presedendo un Sinodo numeroso, potevano a forze eguali contendere contro l'ambizione del pontefice Romano. Nell'undecimo secolo dovette lo sventurato prete, che sedea su le rovine di Cartagine, implorare limosina e protezione dal Vaticano, e amaramente si dolse d'essere stato non solo ignominiosamente spogliato e battuto colle verghe da' Saracini, ma di vedere contestata la sua autorità dai quattro suffraganei ch'erano le deboli colonne della sua sede episcopale. Abbiamo due lettere di Gregorio VII[425], nelle quali si studia questo Papa d'alleviare i mali de' Cattolici, e d'ammansare l'orgoglio d'un principe Moro. Assicura egli il soldano che il Dio da lui adorato è lo stesso che il suo, e soggiugne che ha speranza di trovarlo un giorno nel seno d'Abramo; ma dalle sue doglianze di non avere colà tre vescovi che potessero consacrarne un quarto, s'argomentava la pronta ed inevitabile caduta dell'Ordine episcopale. Da lungo tempo i cristiani d'Affrica e di Spagna s'erano sottomessi alla circoncisione; da lungo tempo s'astenevano dal vino e dal maiale, ed erano denominati Mosarabi[426], o Arabi adottivi, perchè negli usi loro civili e religiosi s'accostavano a quelli de' Musulmani[427]. Verso la metà del duodecimo secolo, il culto di Cristo, e i pastori di quella comunione cessarono totalmente sulla costa di Barbaria, e ne' reami di Cordova e di Siviglia, di Valenza e di Granata[428]. Il trono degli Almohadi o Unitari posava sul più cieco fanatismo, e dalle recenti vittorie e dallo zelo intollerante de' principi di Sicilia, di Castiglia, d'Aragona e di Portogallo fu suscitato, o forse giustificato, l'insolito rigore del lor governo. Alcuni missionari inviati dal Papa ravvivarono a quando a quando la fede de' Mozarabi, e allorchè Carlo V approdò alle coste dell'Affrica, presero coraggio varie famiglie cristiane di Tunisi e d'Algeri, e mostrarono la fronte; ma ben presto fu totalmente soffocata la semente dell'Evangelo, e da Tripoli sino al mare Atlantico fu posta del tutto in dimenticanza la lingua e la religione di Roma[429].
Volgono omai undici secoli dacchè cominciò il regno di Maometto, e tuttavia Giudei e Cristiani nell'impero Turco godono della libertà di coscienza ad essi dai Califfi arabi consentita. Ne' primi tempi della conquista, ebbero sospetto i Califfi sulla fedeltà dei cattolici, ai quali il nome di Melchiti dava l'impronta d'una segreta inclinazione per l'imperatore Greco, mentre i Nestoriani e i Giacobiti, suoi vecchi nemici, palesavano pei Musulmani una devozione sincera ed affettuosa[430]. Ma il tempo e la sommessione dissiparono queste particolari inquietudini; quindi e Cattolici e Maomettani si divisero le chiese dell'Egitto[431], e tutte le Sette dell'oriente rimasero comprese in una tolleranza generale. Il magistrato civile proteggeva la dignità, le immunità e le autorità de' patriarchi, dei vescovi e del clero: poteano i particolari colla dottrina innalzarsi agl'impieghi di segretari e di medici, arricchirsi nelle commissioni lucrose di esattori delle tasse, e salire col merito al comando di città e di province. Fu inteso un Califfo della casa di Abbas dichiarare i cristiani essere quelli che più di ogni altro erano degni di fiducia per l'amministrazion della Persia. «I Musulmani, diss'egli, abuseranno della loro presente fortuna; i Magi piangono la perduta grandezza, e i Giudei sperano vicina la lor liberazione[432].» Ma gli schiavi del dispotismo son sempre esposti alle vicende del favore e della disgrazia. In ogni secolo furono oppresse le chiese dell'oriente dalla cupidigia, o dal fanatismo de' lor padroni, e poterono le vessazioni portate dall'uso o dalla legge irritare l'orgoglio e lo zelo de' cristiani[433]. Circa due secoli dopo Maometto, furono distinti dagli altri sudditi dell'impero Ottomano per l'obbligo di portare un turbante, o una cintura d'un colore meno onorevole; fu loro interdetto l'uso de' cavalli e delle mule, e vennero condannati a cavalcare gli asini nella foggia delle donne. Fu limitata l'estensione pei loro edificii pubblici e privati: nelle strade o nei bagni debbono ritrarsi o inchinarsi davanti l'infimo della plebe, e si ricusa la lor testimonianza qualora possa pregiudicare un vero fedele. È ad essi vietata la pompa delle processioni, il suono delle campane, e la salmodia; nelle prediche e nei discorsi debbono rispettare la credenza nazionale, e quel sacrilego che tenti d'entrare in una moschea, o sedurre un Musulmano, non potrebbe sfuggire al castigo. Ora, trattine i tempi di turbolenza e d'ingiustizia, mai non furono sforzati i cristiani ad abbandonar l'Evangelo, o a preferire il Corano; ma si è inflitta la pena di morte agli apostati che han professata e poi rigettata la legge di Maometto, e i martiri della città di Cordova provocarono la sentenza del Cadi[434] solamente perchè dichiararono in pubblico la loro apostasia, e proruppero in violente invettive contra la persona e la religion del Profeta.
Sulla fine del primo secolo dell'Egira, erano i Califfi i più possenti e più assoluti monarchi del Mondo; non era limitata, di diritto o di fatto, l'autorità loro nè dal potere dei Nobili, nè dalla libertà dei comuni, nè dai privilegi della chiesa, nè dalla giurisdizion del senato, nè infine dalla memoria di una costituzione libera. L'autorità de' compagni di Maometto era spirata con essi, e i Capi, o Emiri, delle tribù Arabe lasciando il deserto, abbandonavano dietro di sè le loro massime d'eguaglianza e di independenza. Al carattere regio accoppiavano i successori del Profeta il carattere sacerdotale, e se il Corano era la norma delle loro azioni, erano essi i giudici e gli interpreti di quel libro divino. Per dritto di conquista regnavano sulle nazioni dell'oriente che ignorano persino il nome di libertà, e sogliono nei loro tiranni lodare gli atti di violenza e di severità da cui sono oppressi. Sotto l'ultimo degli Ommiadi stendeasi l'impero degli Arabi da oriente a occidente, per lo spazio di duecento giornate, cominciando ai confini della Tartaria indiana sino ai lidi del mare Atlantico; e se leviamo dal conto la Manica del vestito, per usare la frase dei loro scrittori, cioè la lunga ma stretta provincia dell'Affrica, doveva una carovana impiegare quattro o cinque mesi ad attraversare da qualunque banda, cioè da Fargana sino ad Aden e da Tarso sino a Surate, quella region dell'impero che formava per così dire un solo pezzo non interrotto[435]. Invano si sarebbe cercata colà quella unione indissolubile, e quella agevole sommessione che s'incontrava sotto l'impero d'Augusto e degli Antonini; ma la religion musulmana dava a sì vaste contrade una generale rassomiglianza di costumi e di opinioni. In Samarcanda, in Siviglia, con pari ardore, si studiavano la lingua e le leggi del Corano; e Mori e Indiani si scontravano in pellegrinaggio alla Mecca, s'abbracciavano, come concittadini e fratelli, e l'idioma degli Arabi era il dialetto popolare di tutte le province giacenti all'occidente del Tigri[436].