NOTE:

[1.] Abbiamo già detto altrove, e lo ripetiamo, che la Teologia ci dice non essere i misterj del Cristianesimo contrarj alla ragione, ma soltanto superiori alla ragione. Bisogna poi convenire, che la carità, fondamento della parte morale del Cristianesimo, è stata dalle fierissime controversie teologiche non solo violata, ma mutata in odj, in persecuzioni crudeli, in orribili stragi che si rinovarono fra' cristiani per una successione di secoli. (Nota di N. N.)

[2.] La Casa imperiale d'Isauria proscrisse il culto delle Immagini; noi abbiamo già scritto, spiegandolo, una lunga nota al T. IX. (Nota di N. N.)

[3.] Un teologo troverebbe più conveniente il dire, che il Cristianesimo aveva prevalso al Politeismo, ed al Giudaismo, e che le decisioni de' sei primi Concilj generali, sostenute dalla forza dei cattolici imperatori greci, avevano punito severamente, e condannate al silenzio le opinioni erronee, che, nate fra' cristiani stessi, avevano formato moltissime Sette cristiane, e ne vennero reciproche, e crudeli persecuzioni. (Nota di N. N.)

[4.] Potevasi moderare questa forte espressione, e sebbene le persecuzioni che si fecero fra loro i Cristiani ortodossi, ed eterodossi, per le loro contrarie opinioni in Teologia dogmatica sieno state lunghe, feroci, e sanguinose, posto che oggidì i saggi, illuminati Governi, provvidamente più non permettono, per le passate terribili esperienze, che avvengano simili pubblici disastri, potevansi coprire d'un velo i moltissimi fatti storici, che provano a che grado di furiosa crudeltà possa giungere l'entusiasmo, ed il fanatismo de' popoli rozzi, nelle controversie di religione. (Nota di N. N.)

[5.] Il dotto Mosheim coll'imparzialità e buona fede, solite in lui, esamina gli errori e le virtù de' Paoliziani (Hist. eccles. seculum IX, p. 311, ec.) desumendo i fatti da Fozio (contra Manichaeos, l. I), e da Pietro il Siciliano (Hist. Manichaeorum). La prima delle ridette opere non mi è venuta fra le mani: ho letta la seconda, che d'ordinario il Mosheim ha preferita, valendomi di una versione latina inserita nella Maxima Bibliotheca Patrum (t. XVI, p. 754-764), Edizione del Gesuita Radero (Ingolstadt, 1064, in 4).

[6.] Nei giorni di Teodoreto, la diocesi di Cirro nella Sorìa contenea ottocento villaggi; due de' quali abitati dagli Ariani, e dagli Eunomj, otto dai Marcioniti, che quell'operoso vescovo unì alla Chiesa cattolica (Dupin, Biblioth. eccles. t. IV, p. 81, 82).

[7.] Nobis profanis ista (sacra Evangelia) legere non licet, sed sacerdotibus duntaxat; fu questo il primo scrupolo di un cattolico cui veniva consigliato legger la Bibbia (Pietro il Siciliano, p. 761).

[8.] L'opinione de' Paoliziani che ricusavano di ammettere la seconda Epistola di S. Pietro, trova appoggio nell'autorità di alcuni rispettabilissimi scrittori tanto antichi quanto moderni (V. Wetstein, ad loc. Simon, Hist. crit. du Nouveau Testament, c. 17). I Paoliziani ricusavano ancora l'Apocalisse; (Pietro il Sic., p. 736). Dal vedere che i contemporanei non ne apposero ad essi un delitto, potrebbe quasi dedursi che i Greci del nono secolo non facessero gran caso delle rivelazioni.

[9.] Una tale contesa, che alla malignità di Porfirio non isfuggì, suppone errore o passione nell'uno e nell'altro de' due appostoli, o forse anche in entrambi. S. Grisostomo, S. Gerolamo ed Erasmo, la suppongono una lite finta, un pietoso artifizio ideato per istruire i Gentili, e per correggere gli Ebrei (Middleton's Works, vol. II, p. 1-20).

[10.] Chiunque bramasse tutte le particolarità che riguardano i libri eterodossi può consultare le ricerche del Beausobre (Hist. critique du Manichéisme, t. I, p. 305-437). S. Agostino parlando de' libri manichei, che si trovano nell'Affrica dice: Tam multi, tam grandes, tam pretiosi codices (contra Faust., XIII, 14); ma aggiunge poi senza misericordia: incendite omnes illas membranas, e tal consiglio fu rigorosamente seguito.

[11.] La religion cristiana è composta di tre parti: la morale, la dogmatica, la disciplinare: la parte morale è contenuta intera chiaramente, senza bisogno di spiegazioni, e di interpretazioni, in queste parole, scritte nell'Evangelo, nelle quali disse Gesù Cristo consistere tutta la legge, Ama il signore Dio tuo sopra tutte le cose, ed il Prossimo tuo come te stesso; in questi due precetti tutta la legge ed i Profeti stanno. Queste poche parole sono da annoverarsi fra quelle delle quali scrisse, con buon senso, Agostino: Vi sono alcune cose nelle Scritture, le quali richiedono più il semplice uditore che il comentatore. La parte morale intrinsecamente non ha cangiato mai.

La parte dogmatica è pure negli Evangelj, ma pel modo ond'è esposta, ha avuto bisogno di spiegazioni, di interpretazioni, ed in conseguenza di queste (le quali furono fatte da scrittori ecclesiastici, ed anche da Concilj generali, cominciando quanto a questi ultimi dall'anno 325, in cui si adunò quello generale di Nicea, e venendo all'anno 381 in cui fu convocato l'altro generale di Costantinopoli, e indi all'anno 400 in cui si convocò quello primo di Toledo soltanto nazionale, o provinciale, e poscia all'anno 1274 in cui si tenne quello generale di Lione) fu scritto, e compiuto il Credo in unum Deum ec., che dicesi nella Messa, e ch'è la formula della credenza de' cattolici. Non si può sostenere, che sieno state fatte veramente innovazioni nella parte dogmatica; era questa già contenuta negli Evangelj, non vi fu bisogno, che d'interpretarla, dilucidarla, e scriverla in una formula da presentarsi a' Cristiani, perchè da essi dovesse esser creduta. Ecco ciò che fecero molti Concilj in differenti secoli, secondo, che porgevasi l'occasione di decidere controversie, che spesso sorgevano, e che le une dalle altre nascevano intorno ai dogmi. Per esempio (pigliando la prima, e principal controversia) sta scritto nell'Evangelo che Gesù Cristo disse: mio Padre è in me, ed io sono in lui: ed in un altro luogo pure dell'Evangelo è scritto, che Gesù Cristo disse: il Padre, che mi mandò è maggiore di me; ed altrove pure nell'Evangelo; siccome il Padre mandò me, così io mando voi; disse Cristo agli Appostoli. Da questi due ultimi passi dell'Evangelo giudicavano i Cristiani, detti Ariani dal loro Capo il prete Ario, che Gesù Cristo non fosse della stessa sostanza del Padre, ossia dell'esser supremo, e perciò non fosse Dio; ed il Concilio di Nicea di 318 vescovi, l'anno 325, condannandoli giudicò, che per il primo passo, Gesù Cristo era, per le parole di lui medesimo, della stessa sostanza del Padre, vale a dire, ch'era Dio, e perciò si scrisse nel Concilio il Credo in unum Deum ec., in cui i Vescovi, contro il minor numero de' Vescovi Ariani, decretarono, che si scrivesse, come fu scritto, che Gesù Cristo era consustanziale del Padre, cioè della stessa sostanza del Padre, cioè ch'era Dio, siccome leggesi nel Credo di Nicea. Tuttavia la guerra per la parola consustanziale, e per l'idea che racchiude, durò moltissimi anni nelle province cristiane d'Asia, e d'Europa; l'Arianismo mutò d'aspetto colla denominazione Nestorianismo da Nestorio Patriarca di Costantinopoli; vi venne dopo l'Eutichianismo, poi seguitò il Monotelismo, e questa Storia empiè alcuni volumi.

La parte disciplinare poi ha avuto tali, e tante variazioni sì inferiormente che esteriormente, che sarebbe troppo lungo il riferirle; converrebbe scrivere un grosso volume in-folio. (Nota di N. N.)

[12.] Bisogna osservare, che qui l'autore, riferisce le cose dette dai Paoliziani, che erano nell'errore, ed il Cattolico non dee punto turbarsi nella sua credenza. (Nota di N. N.)

[13.] Si faccia qui la medesima riflessione, da ripetersi ogni volta, che l'autore riferisce gli errori de' Paoliziani. (Nota di N. N.).

[14.] Il legame fra l'Antico, ed il Nuovo Testamento fu stabilito dai Concilj, dai Padri, e dai Teologi. Agostino ci dice; novum in vetere est figuratum, et vetus in novo est revelatum, nel Testamento Nuovo spesso si cita l'Antico: la Teologia è tutta fondata sull'autorità dei libri del Testamento Vecchio e Nuovo, dei decreti dei Concilj, dei Papi, e delle spiegazioni dei Padri, e dei Teologi che ottennero credito. (Nota di N. N.)

[15.] Pietro il Siciliano (p. 756) ha additati, ma con molta parzialità e passione i sei errori capitali dei Paoliziani.

[16.] Primum illorum axioma est, duo rerum esse principia; Deum malum et Deum bonum, aliumque hujus mundi conditorem et principem, et alium futuri aevi. (Pietro il Siciliano, p. 756.)

[17.] Due dotti critici il Beausobre (Hist. critique du Manichéisme, l. I, IV, V, VI), e il Mosheim (Institut. histor. eccles. et De rebus christianis ante Constantinum, sec. I, II, III), sonosi studiati di riconoscere e distinguere gli uni dagli altri i diversi sistemi de' Gnostici intorno ai due Principj.

[18.] Appostolo vuol dire inviato in generale; ciò è vero; ma questo vocabolo, per quanto sembra, è da usarsi soltanto parlando di quelli, che furono inviati da Gesù Cristo a spargere la sua religione: euntes, docete etc., e non di Silvano che andava diffondendo le sue opinioni contrarie a quelle determinate dai Concilj generali. (Nota di N. N.)

[19.] I Medi e i Persiani possedettero più di tre secoli e mezzo le province poste fra l'Eufrate a l'Halis (Erodoto l. I, c. 103), e i Re di Ponto perteneano alla reale casa degli Achemenidi (Sallustio, Frammento l. III, con supplimento e note dal presidente di Brosse).

[20.] Gli è verisimile che Pompeo fondasse questa città dopo la conquista del Ponto. Trovasi la medesima in riva al Lico, al di sopra di Neo-Cesarea: i Turchi la chiamano Culei-Hisar, ovvero Scionac; assai popolata, e posta in un paese ben difeso dalla natura (D'Anville, Géographie ancienne, t. II, p. 34; Tournefort, Voyage du Levant, t. III, lettera 21, p. 293).

[21.] Il tempio di Bellona a Comana, nel Ponto, ricca e possente fondazione, ove il gran Sacerdote veniva onorato, come seconda persona del regno. Di tale carica erano stati insigniti diversi proavi materni di Strabone, che con particolare compiacenza si arresta a descrivere (l. XII, p. 809-835, 836, 837) il tempio, il culto della Dea, e la festa che ad onore di essa ogni anno si celebrava; ma la Bellona del Ponto più alla Dea dell'amore che a quella della guerra si assomigliava.

[22.] Gregorio, vescovo di Neo-Cesarea (A. D. 240-265), soprannomato Taumaturgo, ossia facitore di maraviglie. Un secolo dopo, Gregorio di Nissa, fratello del gran S. Basilio, pubblicò la storia o veramente il romanzo della vita di Gregorio il Taumaturgo[*].

* Non è da dirsi che la vita di S. Gregorio Taumaturgo sia un romanzo, perchè fu scritta, e pubblicata un secolo dopo da un altro Santo, Gregorio di Nissa. (Nota di N. N.)

[23.] Non bisognava unire insieme il tempio di Bellona, ed i miracoli di Gregorio. (Nota di N. N.)

[24.] Hoc caeterum ad sua egregia facinora, divini atque orthodoxi imperatores addiderunt, ut Manichaeos Montanosque capitali puniri sententia juberent, eorumque libros quocumque in loco inventi essent flammis tradi; quod si quis uspiam eosdem occultasse deprehenderetur, hunc eundem mortis paenae addici, ejusque bona in fiscum inferri. (Pietro il Siciliano p. 759). Che di più poteano augurarsi il bigottismo e lo spirito di persecuzione?

[25.] Sembrerebbe che i Paoliziani si fossero fatti leciti alcuni equivoci o alcune restrizioni mentali, sintanto che i Cattolici trovassero finalmente con quali interrogazioni poteano ridurli all'alternativa della apostasia, o del martirio (Pietro il Sicil. p. 760).

[26.] Pietro il Siciliano (p. 579-767) racconta questa persecuzione con gioia e in tuono di scherzo. Justus justa persolvit. — Simeone non era τιτος, Tito, ma κητος, Ceto, (convien dire che la pronunzia di questi due vocaboli fosse all'in circa la stessa), una grande balena che sommergeva i marinai caduti nell'errore di crederla un'isola (V. Cedreno p. 434-435).

[27.] Se gl'Imperatori Greci iconoclasti fossero stati indulgenti verso i Paoliziani, siccome questi avevano alcuni errori comuni co' Manichei, i Monaci già padroni degli animi de' sudditi, gli avrebbero al solito accusati di manicheismo; cotale accusa avrebbe prodotto il tristo effetto di sollevazioni, e di nuovi mali, che i saggi e forti governi d'oggidì sanno allontanare da' loro Stati contenendo il Clero nei doveri di sudditanza. (Nota di N. N.)

[28.] Pietro il Siciliano (p. 763-764), il Continuatore di Teofane (l. IV, c. 4, p. 103, 104), Cedreno (p. 541, 542, 545) e Zonara (t. II, l. XVI; p. 156) narrano la ribellione e le imprese di Carbeas e de' suoi Paoliziani.

[29.] Otter (Voyages en Turquie et en Perse t. II) giusta ogni apparenza fu il solo tra i Franchi, innoltratosi fin nel territorio de' Barbari independenti, e in Tefrica, oggidì Divrigni: ed ebbe la ventura di fuggire dalle lor mani accompagnandosi ad un ufiziale turco.

[30.] Genesio nel tessere la storia di Crisocario (Chron. p. 67-70, ediz. di Venezia), ne ha dato a divedere qual fosse allora la debolezza dell'Impero. Costantino Porfirogeneta (in vit. Basil., c. 37-43, p. 166-171) parla pomposamente della gloria dell'avo suo. Cedreno (p. 570-573) mostra come fosse privo delle passioni, ma anche delle cognizioni dei precedenti.

[31.] L'Autore mostra qui la sua non curanza delle risposte che sanno dare i teologi alle proposizioni simili a questa non ha potuto impedire ec.; le ricorderemo noi al lettore. I Santi hanno fatto, e possono fare meravigliose cose, e miracoli; ma siccome essi gli intercedono da Dio, e siccome vengono fatti, o non fatti, secondo che li meritiamo, o no, così può avvenire, siccome moltissime volte avvenne, che non sieno fatti miracoli anche allor quando sembra ragionevole, ed opportuno di vederne operati: dei nostri meriti poi, o delle nostre colpe, noi non possiamo esser giudici, e ne viene che quantunque si abbia una buona causa, siccome era quella contro i Paoliziani, non si ottengano miracoli a punizione delle colpe nostre, o degli atti nostri. (Nota di N. N.)

[32.] Ricordiamo al lettore che la ribellione è sempre un atto che merita punizione, e non trionfo. (Nota di N. N.)

[33.] Συναπεμαθανθη πασα η’ ανθουσα της Τεφθιπης ευανδρια, venne meno insieme la florida Fortezza di Tefrica. Come è elegante la lingua greca fra le labbra ancor di un Cedreno!

[34.] Copronimo trapiantò i suoi συγγενεις, concittadini eretici; e parimente επλατυνθη η’ αιθεσις Παυλικιανων, si dilatò l'eresia dei Paoliziani, dice Cedreno (p. 465), che ha copiati gli Annali di Teofane.

[35.] Pietro il Siciliano, dimorato nove mesi a Tefrica (A. D. 870) per negoziare il riscatto de' prigionieri (p. 764), fu istrutto di questa divisata missione; e ad impedire il trionfo dell'eresia, inviò la sua Historia manichaeorum al nuovo arcivescovo dei Bulgari (p. 754).

[36.] Zonara (t. II, l. XVII, pag. 209) e Anna Comnena (Alexiad., l. XIV, p. 450, ec.) parlano della colonia di Paoliziani e Giacobiti, che Zimiscè, nell'anno 970, dall'Armenia trapiantò nella Tracia.

[37.] Anna Comnena racconta nell'Alessiade (l. V, p. 31; l. VI, p. 154-155; l. XIV, p. 450-457, colle osservaz. del Ducange) la condotta appostolica tenutasi dal padre suo rispetto ai Manichei, da essa chiamati abbominevoli eretici, che ella aveva in animo di confutare.

[38.] Fra Basilio, capo de' Bogomili, Setta di gnostici che ben tosto disparve (Anna Comnena, Alessiade, l. XV, p. 486-494; Mosheim, Hist. eccles., p. 420).

[39.] Matt. Paris, Hist. major., p. 267. Il Ducange riporta questo passo dello Storico inglese in una eccellente nota ad una pagina del Villehardouin (n. 208), che trovò a Filippopoli i Paoliziani strettisi in lega coi Bulgari.

[40.] V. Marsigli, Stato militare dell'impero Ottomano, p. 24.

[41.] Bisogna convenire che la Corte di Roma ne' tempi andati si mostrò avara; ma l'aggettivo tirannica, è eccessivo; quanto poi al dispotismo, i Papi usavano dell'autorità del loro primato e per determinarlo molto si questionò; e se alcuni ne abusarono, o ne oltrepassarono i limiti, fu cosa cattiva. Del resto, noi ora non vogliamo entrare, perchè ne verrebbe una lunga dissertazione, nelle controversie mosse, e sostenute ne' famosi Concilj generali di Costanza e di Basilea, intorno l'autorità del Papa, e dai Concilj, nell'occasione del processo, e della deposizione del famoso Papa Giovanni XXIII, che fece la guerra non meno al Concilio di Costanza, che ai due Papi contemporanei Gregorio XII, e Benedetto XIII. V. Fleury, e Lenfant. (Nota di N. N.)

[42.] Gesù Cristo, siccome è scritto nell'Evangelo, disse nella Cena, tenendo del pane in mano, questo è il mio corpo; ma non disse: questo pane è la figura del mio corpo, perciò il senso figurato, ossia metaforico delle parole questo è il mio corpo ec., è da rigettarsi, e devesi ritenere il loro senso naturale, e letterale. Il Testamento Nuovo, in tutti i luoghi ne' quali fa menzione di questo atto di Cristo nella Cena, parla con termini, che presi in senso naturale e letterale, esprimono, coerentemente alle parole di Cristo, la presenza reale del corpo, e del sangue di lui, e perciò la mutazione del pane nel corpo, e del vino nel sangue di Cristo; non ci parla mai in modo, che il pane, ed il vino sieno figure, o segni soltanto del corpo, e del sangue di lui, siccome sostennero indi nell'undecimo secolo, e dopo, i moltissimi seguaci di Berengario Arcidiacono d'Angers, e maestro di Teologia in Tours sua patria, e poscia gli Albigesi, e finalmente i dottori protestanti Lutero, Calvino, Zuinglio ec., in un con tutti i popoli, che indussero co' loro ragionamenti a cotale errore. Dunque la credenza del cangiamento, ossia della transustanziazione ebbe origine dalle parole di Cristo, e non fu una innovazione della Chiesa romana, ossia d'Innocenzo III nel Concilio generale di Roma l'anno 1215, cui vuol alludere l'Autore: riferiremo poi le nuove espressioni definitive d'Innocenzo, e del Concilio intorno l'Eucaristia.

Per poter pigliare le parole riferite nell'Evangelo questo è il mio corpo ec. in senso figurato, e sostenere, che il pane eucaristico (ossia pane di rendimento di grazie pel mistero della Redenzione) sia soltanto la figura del corpo, e del sangue di Cristo, sarebbe necessario, o che Cristo ci avesse fatti avvertiti che prendeva in senso figurato, e metaforico le espressioni usate (senso di cui spesso si serviva per far intendere più facilmente dagli ascoltanti le sue lezioni di morale), e non nel naturale, e letterale, o che queste espressioni, prese in questo senso, avessero significato un'assurdità sì palpabile, e sì grossolana, che l'uomo il più ignorante, avesse dovuto accorgersi, che Gesù Cristo non potea giammai prenderle nel senso naturale, e letterale.

I. Gesù Cristo ben lungi dal darci questo avvertimento, dispose anzi i suoi seguaci a prendere le dette parole in senso naturale e letterale, dicendo loro, prima d'istituire l'Eucaristia colle parole stesse, che la sua carne era cibo, che il suo sangue era bevanda; aveva di più promesso loro di dare ad essi questo pane, e gli Ebrei udendolo dir ciò, si chiedevano l'un l'altro, come potrebbe dare a mangiar loro la sua carne; e Gesù Cristo, avendoli uditi, non rispondendo a questa interrogazione, ripetè, che la sua carne era cibo veramente, ed il suo sangue bevanda veramente, e che se non mangiassero la carne del figlio dell'uomo, e non bevessero il suo sangue, non avrebbero la Vita Eterna.

II. Non si può dire, che il senso naturale, e letterale delle parole questo è il mio corpo ec., onde fu istituita l'Eucaristia, contenga un'assurdità palpabile, o una contraddizione aperta, di modo, che udendo le parole stesse, la mente lasci il senso letterale, e s'appigli al figurato, perchè in tal caso i Cristiani non avrebbero mai creduto alla presenza reale del corpo e del sangue di Cristo nel pane Eucaristico; inoltre sembra che non si avrebbe potuto stabilire giammai questa credenza, questo dogma, o almeno si avrebbe udito fra Cristiani, ne' primi secoli, dei reclami contro di esso, ed i più si sarebbero appigliati al senso figurato. Al contrario, quando Berengario combattè questa credenza, questo dogma della presenza reale, i Cristiani vi credevano, nè pensavano, che l'Eucaristia fosse la figura, il segno soltanto del corpo di Cristo. Non si trova che alcun scrittore ecclesiastico, che alcun vescovo si sia giammai lamentato, che s'introducesse al suo tempo un'idolatria condannabile, perchè si adorasse Gesù Cristo, come realmente presente, sotto le apparenze del pane e del vino. (Perpetuité de la foi, vol. in 12, pag. 23).

Rilevasi dagli scritti de' Padri dei primi secoli, ch'essi prendevano le parole di Cristo questo è il mio corpo ec. nel senso naturale, e non nel figurato, e che quindi credevano alla presenza reale. Non conviene in ciò appigliarsi ad un picciolo numero di passi delle loro opere per assicurarsi della loro opinione, bisogna prendere tutto il contesto de' luoghi dove hanno parlato di ciò. Dunque se talora si leggerà, che i Padri abbiano dato al pane Eucaristico il nome di segno, d'Immagine, di figura, non si conchiuderà, che non credessero alla presenza reale (N. Ales. t. 2, l. I).

Per le parole della consacrazione, la sostanza del pane, e dal vino è mutata, secondo i Padri, nella sostanza del corpo e del sangue di Cristo; ma questo corpo, e questo sangue non si vedono: i sensi non sentono che le specie del pane e del vino, e perciò esse, dopo la consecrazione sono i segni del corpo di Gesù Cristo; ecco come il pane, ed il vino sono i segni del corpo e del sangue di Cristo.

Pascasio monaco, e poi abate di Corbia, diede origine all'errore di Berengario verso la fine del secolo nono, avendo composto poco prima per l'istruzione de' Sassoni (che la forza di Carlomagno costrinse a farsi Cristiani, mettendone a morte molte migliaia, che non vollero rinunciare alla lor religione) un trattato del corpo e del sangue di Cristo: stabiliva la presenza reale, e sosteneva che il corpo, che noi riceviamo, e mangiamo nel pane Eucaristico è quello stesso nato da Maria, e ch'era stato appeso alla croce, e che noi beviamo quel sangue uscito dal Costato di Cristo. Sebbene Pascasio seguisse la credenza de' Cattolici, non v'era il costume di dire formalmente queste cose. Questa maniera di esprimersi ebbe de' contraddittori; egli la sostenne; la controversia menò rumore, e durò finchè Berengario prese ad esaminare lo scritto di Pascasio, ed i libri de' suoi oppositori.

Berengario, vedendo che il pane ed il vino conservavano dopo la consecrazione le proprietà e le qualità che avevano prima, e che davano tanto prima, che dopo i medesimi effetti, affermò che il pane, ed il vino non erano il corpo, ed il sangue di Cristo, siccome diceva Pascasio. Sostenne, ed insegnò, che il pane, ed il vino non si cangiavano; ma non negò la presenza reale, secondo il senso naturale e letterale delle parole di Cristo; sosteneva che il pane, ed il vino contenevano il corpo ed il sangue di lui, perchè il Verbo si univa al pane ed al vino, e che per tale unione, il pane, ed il vino divenivano poi il corpo ed il sangue di Cristo, senza che la loro natura, e la loro essenza fisica si mutassero.

Berengario insegnò queste cose nella scuola di Tours, e le sostenne in una lettera, che, letta in un Concilio di Roma fu condannata, e l'Autore scomunicato, ed essendolo stato nuovamente, timoroso si ritrattò, visse ritirato, e morì intorno l'anno 1088.

Ma l'errore di Berengario fu sostenuto dal gran numero de' suoi discepoli, che presero il nome di Berengariani. Non istettero attaccati all'errore del maestro, andavano innanzi con arditi ragionamenti: tutti riconoscevano col maestro, che il pane ed il vino non si cangiavano; ma molti non potendo concepire, che il Verbo si unisse al pane ed al vino, come aveva detto Berengario, conchiusero che in nessun modo il pane, ed il vino non erano il corpo ed il sangue di Cristo, e che non ne erano, che la figura, il segno; quindi negarono compiutamente il cangiamento.

Benchè condannato, l'errore si sostenne e si divulgò moltissimo in Francia, in Alemagna, ed in Italia. Presero i Berengariani da Alby in Francia, loro centro, il nome di Albigesi. Essi inoltre non volevano tollerare le grandi ricchezze, e la potenza del Clero, giunte all'estremo, e sostenevano non doversegli pagare le decime; la qual cosa fu sostenuta anche dal povero Arnaldo da Brescia, fatto miseramente bruciar vivo dal Papa Adriano IV. Per verità, i vizj, e i disordini del Clero erano al colmo: vendevasi ogni cosa nelle Chiese; gli Albigesi generalmente erano poveri, e di poche fortune, e regolati.

Rammentando con rammarico i moltissimi Albigesi bruciati vivi dagli Arcivescovi di Tolosa e di Lione, e l'armata de' crocesegnati, raccoltasi per pigliar la promessa indulgenza, comandata dall'Abate de' Cisterciensi, Legato del Papa, e da' Vescovi, che trucidò, o bruciò (Istoria di Linguad.) furiosamente in Bezieres, settantamila persone, donne, vecchi, uomini, fanciulli, veri, o creduti Albigesi, lo stabilimento del tribunale de' Padri Inquisitori, che scorsero le province, scomunicando, e bruciando Albigesi, per molti anni, onde di loro non rimase che il nome, e la lagrimevole istoria, e ritornando al punto di Fede, al dogma, il Concilio generale di Roma, l'anno 1215, presieduto dal Papa Innocenzo III, lo confermò, e stabilì contro i Berengariani, e contro gli Albigesi, usando in modo di spiegazione la parola transustanziazione, che cangiamento di sostanza significa, con queste espressioni.

«In qua (ecclesia) idem ipse sacerdos, et sacrificium Jesus Christus; cujus corpus, et sanguis in sacramento altaris sub speciebus panis, et vini veraciter continentur: transubstantiatis pane in corpus, et vino in sanguinem, potestate divina, ut at perficiendum mysterium unitatis accipiamus ipsi de suo quod accepit ipse de nostro.» (Labbe Collectio Concil.)

E Bossuet dice a questo proposito a' Dottori protestanti. «Puisqu'il étoit convenable, ainsi qu'il a été dit, que les sens n'aperçussent rien dans ce mystère de foi, il ne falloit pas qu'il y eut rien de changé à leur égard dans le pain, et dans le vin de l'Eucharistie. C'est pourquoi etc.» Bossuet: Exposition de la doctrine p. 105, picciolo libro scritto in vano con molta abilità ed avvedutezza per persuadere ed attrarre i protestanti all'unione co' cattolici. Chi poi volesse vedere distesamente come rispondano i teologi cattolici alle obbiezioni de' teologi protestanti (raccolte specialmente nell'Opera del dottore Eduardo Albensino) legga ne' Corsi di Teologia dogmatica i capitoli dell'Eucaristia, o l'Opera Variazioni ec. di Bossuet, giacchè i Protestanti sostennero, e sostengono lo stesso errore de' Berengariani, e degli Albigesi intorno il pane, ed il vino dopo le parole della consecrazione. Gli Albigesi furono distrutti, come detto è, ma i Protestanti per le loro vittorie contro l'Imperator Carlo V, e per l'editto nomato Interim, che fu costretto a dare, prosperarono, estesero, e rafforzarono la Riforma in molte regioni considerevoli dell'Europa. (Nota di N. N.).

[43.] Il Muratori (Ant. Ital. medii aevi, t. V, Dissert. 60, p. 81-152) e il Mosheim (p. 379-382, 419-422) discutono partitamente quanto si riferisce ai Paoliziani che posero dimora nell'Italia e nella Francia. Ma entrambi gli autori ommisero nelle precitate opere un passo osservabilissimo di Guglielmo di Puglia, che in modo ben chiaro segnalò i Paoliziani, descrivendo una battaglia accaduta fra i Greci e i Normanni nell'anno 1040 (in Muratori, Script. rerum Italic., t. V, p. 256):

Cum Graecis aderant quidam, quos pessimus error

Fecerat amentes, et ab ipso nomen habebant.

Ma lo stesso Muratori conosce sì poco la dottrina de' Paoliziani, che la converte in una specie di Sabellianismo o di Patripassianismo.

[44.] Il nome di Bulgari, B-ulgres, B-ugres, non indicava che un popolo; i Francesi ne han fatto un termine di vilipendio, a mano a mano applicato agli usurai, e a coloro che commettono peccati contro natura; fu dato il nome di Paterini, o Patelini, a quegli ipocriti che hanno un linguaggio adulatorio e melato, siccome il protagonista della vaghissima burletta, l'avvocato Patelin. (Ducange, Gloss. latin. medii et infimi aevi). I Manichei venivano anche nomati Chatari o Puri, corrottamente Gazari ec.

[45.] Il Mosheim (p. 477-481) offre un'idea giusta, benchè generale, delle leggi emanate, della Crociata bandita contro gli Albigesi, e della persecuzione che sopportarono. Se ne leggono le particolarità presso gli Storici ecclesiastici antichi e moderni, cattolici e protestanti, fra' quali il più imparziale e moderato di tutti è il Fleury.

[46.] Gli atti (Liber sententiarum) della Inquisizione di Tolosa (A. di Cristo 1307-1323) sono stati pubblicati dal Limborch (Amsterdam 1692), e li precede una Storia generale della Inquisizione. Meritavano essi un autore più dotto e migliore nella critica. Non essendo lecito calunniare nè il demonio, nè il santo Ufizio, farò osservare a questo proposito come, in una lista di rei che tiene diciannove pagine in foglio, solamente quindici uomini e quattro donne siano stati consegnati al braccio secolare.

[47.] I nomi di Zuinglio, di Lutero, di Calvino sono pronunciati con lode e riverenza, da alcuni popoli della Germania, della Svizzera, dell'Olanda, dell'Inghilterra, della Svezia ec. che pervennero a persuadere, ma non lo sono dagli altri popoli dell'Europa, che rimasero cattolici. (Nota di N. N.)

[48.] Se i dottori protestanti adottarono molti errori, ritennero però la credenza a' misterj principali dell'Unità, e Trinità di Dio, dell'Incarnazione ec. (Nota di N. N.)

[49.] Il Mosheim, nella seconda parte della sua Storia generale, racconta le opinioni e la condotta de' primi riformatori; ma dopo avere fin lì tenuta la bilancia con occhio sicuro, e mano fermissima, incomincia, d'allora in poi, a farla inclinare a favore de' Luterani, suoi confratelli.

[50.] Gesù Cristo è venuto a riformare, a perfezionare non ad abolire la legge di Mosè, data pure da Dio; egli disse, non veni solvere legem sed adimplere. (Nota di N. N.)

[51.] La transustanziazione è un mistero, è una cosa di Fede, e perciò deve credersi sommessamente, e non bisogna ragionarvi sopra: siccome poi in cotale cangiamento rimangono le specie, ossia le apparenze del pane e del vino, anche per dichiarazione del Concilio stesso di Roma dell'anno 1215, così la testimonianza de' sensi non fa ostacolo alla credenza del cangiamento suddetto, che presso i protestanti, e gl'increduli. È naturale poi che a' dottori protestanti facessero impressione le parole di Gesù Cristo hoc est ec. riferite nell'Evangelo, perchè ammettevano, del pari, che i Cattolici, le decisioni, e spiegazioni dei Concilj generali del quarto e del quinto secolo, e quindi credevano, siccome credono, che Gesù Cristo sia Dio: non conterranno verità le parole di Dio? la contengono, dissero i dottori protestanti, ma nello spiegare le parole, che la contenevano, errarono con sottili ragionamenti su i vocaboli, sull'uso delle metafore, fatto spesso da Gesù Cristo, e con confronti d'altri passi del Nuovo Testamento, perchè vollero, e pretesero riformare, in iscambio di conformarsi alla tradizione, ai Padri, ai Concilj ed ai Papi, e di credere sommessamente. (Nota di N. N.)

[52.] In modo più spiegato e compiuto accadde sotto il regno di Eduardo VI la Riforma della Inghilterra; ma una formale e violenta dichiarazione, che contro la Presenza reale conteneasi negli articoli fondamentali della Chiesa Anglicana, venne cancellata dall'originale per piacere al popolo, ai Luterani, o forse anche alla regina Elisabetta (Burnet's History of the Reformation, vol. II; p. 82-128-302).

[53.] Intorno a tutte queste materie si deve ammettere, e credere ciò che insegna la Chiesa generale, spiegando di pien diritto il Nuovo Testamento, di cui come si sa, fanno parte le lettere di S. Paolo. (Nota di N. N.)

[54.] È noto a' dotti, che i teologi e filosofi, detti scolastici dal secolo duodecimo, e dopo, movevano nelle scuole sottili quistioni, che sostenevano furiosamente con forme sillogistiche, e con vane parole da essi adoperate invece di ragionamenti. Facevano una moltitudine di definizioni, e distinzioni, sostenevano pertinacemente una ridicola guerra di sillogismi, senza avere bene spesso cognizioni, e idee positive della materia che trattavano, e dopo una lunga scena, i questionanti stanchi dal combattere, ma nè vinti, nè vincitori, nulla avevano imparato, e concluso. La Logica e la Filosofia d'oggidì, dopo i Loke, i Baconi, i d'Alembert, i Condillac, sommi uomini, fondate sull'osservazione, sull'esperienza, su i fatti, sul retto uso della ragione, sull'analisi della cose, e delle idee, mandò in dileguo la Scolastica. Quanto ai Padri della Chiesa, ve ne furono alcuni le cui opinioni furono condannate, per esempio Origene e Tertuliano, dai Concilj, e perciò se taluno di loro prepararono alcune sottili quistioni, non è questo un appoggio a' dottori protestanti, per non conformarsi alle spiegazioni, e decisioni de' Concilj. (Nota di N. N.)

[55.] Il Cattolico deve dire entusiasti dell'errore. (Nota di N. N.)

[56.] «Se non vi fossimo stati Lutero ed io, diceva il fanatico Whiston al filosofo Halley, rimarreste ancora in ginocchione dinanzi ad una immagine di S. Vinifredo».

[57.] Il Cattolico deve ritenere tutto ciò, che gl'insegna la Chiesa cattolica, cioè i Concilj, e se i dottori protestanti hanno levato via molte cose da questo insegnamento, ciò non riguarda che i popoli, ch'essi venivano a capo di persuadere, e nulla i Cattolici. Quanto poi alle Indulgenze, ecco ciò che ci dice il Bossuet: «Quand donc elle (la Chiesa) impose aux pêcheurs des oeuvres pénibles, et laborieuses, et qu'ils les subissent avec humilité, cela s'appelle satisfaction, et lorsqu'ayant égard ou à la ferveur des pénitens, ou à d'autres bonnes oeuvres, qu'elle leur prescrit, elle relâche quelque chose de la peine, qui leur est due, cela s'appelle Indulgence.» Exposition de la doctrine de l'Eglise Catholique p. 53. (Nota di N. N.)

[58.] L'autore qui allude al culto delle Immagini, da noi già altrove spiegato, ed al culto esteriore prestato da' Cattolici. Il culto interiore, ch'è quello solo, che rendono a Dio i protestanti, e ch'è pure reso da' Cattolici, non basta; vi vuole anche il culto esteriore, ch'è quello che prestiamo col corpo essendo pure l'uomo un composto d'anima e di corpo: l'unione delle due parti del culto lo rendono perfetto. (Nota di N. N.)

[59.] La Chiesa Cattolica vuole che si sia soggetto a questa catena d'autorità; di già la Teologia è fondata sull'autorità. (Nota di N. N.)

[60.] La dottrina de' protestanti lascia interpretare a ciascuno la Sacra Scrittura, ma la dottrina de' Cattolici ciò proibisce espressamente; nessuno può, secondo la propria privata ragione, interpretarla e intenderla; questo potere spetta soltanto a' Padri, a' Papi, a' Concilj, ed il credente deve sommessamente ammettere soltanto le loro spiegazioni, e rinunciare a quelle che fossero suggerite dallo spirito privato, ch'è da riguardarsi in ciò siccome una petulanza: così decretò due secoli e mezzo sono, il Concilio generale di Trento: «Praeterea ad coescenda petulantia ingenia, decernit, ut nemo suae prudentiae innixus, in rebus fidei, et morum ad aedificationem doctrinae Christianae pertinentium, Sacram Scripturam ad suos sensus contorquens, contra eum sensum, quem tenuit, et tenet sancta Mater ecclesia, cujus est judicare de vero sensu, et interpretatione Scripturarum Sanctarum, aut etiam contra unanimem consensum patrum, ipsam scripturam sacram interpretari audeat, etiam si ejusmodi interpretationes nullo unquam tempore in lucem edendae forent. Qui contravenerint per ordinarios declarentur, et poenis a jure statutis, puniantur.» Sessio 4 Conc. Trid.

Ordina, il Concilio, che i Vescovi rispettivi debbano dichiarare, e denunciare coloro, che interpretano la Scrittura, secondo la loro ragione privata, quand'anche non pubblichino colle stampe le spiegazioni date, acciò sieno puniti. (Nota di N. N.)

[61.] L'articolo Servet del Dizionario Critico del Chauffepié, è quanto ho trovato di meglio fra gli scritti che danno conto di questa indegna ed inumana condanna. V. anche l'abate di Artigny, Nouveaux Mémoires d'Histoire, etc., t. II, p. 55-154.

[62.] Move in me più ribrezzo il supplizio di Servet, che non gli auto-da-fè della Spagna, e del Portogallo. 1. Giusta ogni apparenza, lo zelo di Calvino era invelenito dall'astio e fors'anche dalla gelosia. Egli accusò l'avversario dinanzi ai giudici di Vienna, nemici d'entrambi; e a fine di perderlo con maggior sicurezza, ebbe la viltà di tradire il sacro deposito di un carteggio particolare. 2. Questo atto di crudeltà, non fu nemmeno colorato dal pretesto di un pericolo per la Chiesa, o per lo Stato; perchè dal momento in cui Servet a Ginevra si trasferì, vi condusse una vita tranquilla; non predicò, non pubblicò alcun libro, non fece proseliti. 3. Un inquisitore cattolico si sottomette almeno al giogo ch'egli medesimo ha imposto; ma Calvino trasgredì quella sublime massima di fare agli altri quanto vorremmo fatto a noi stessi; massima che io trovo in un tratto morale d'Isocrate (in Nicocle, t. I, p. 93 ediz. Battie), e che precedè di quattro secoli la pubblicazione dell'Evangelo. Α πασχονκες υφ’ ετερων οργιζεσθε, ταυτα τοις αλλοις μη ποιειτε Non fate agli altri quello, per cui v'adirate, soffrendolo dagli altri.

[63.] V. Burnet, vol. II, pag. 84-86. L'autorità del primate soggiogò il senno e l'umanità del giovine monarca.

[64.] Erasmo può venire considerato come il padre della Teologia nazionale. Ella sonnecchiava da un secolo, allorchè la tornarono in onore nell'Olanda gli Arminiani, il Grozio, il Limborch e il Leclerc: in Inghilterra il Chillingworth e i Latitudinarj di Cambridge (Hist. of own Times, vol. I, p. 261-268, ediz. in 8), Tillotson, Clerke, Hoadley ec.

[65.] La libertà di coscienza veramente non si oppone allo spirito della religione Cristiana. Quanto poi alla tolleranza, ella è o civile, o ecclesiastica: la prima che consiste soltanto nel non perseguitare alcuno per motivo di religione, che non fu a grande sventura ammessa ne' secoli di fanatismo, e di barbari costumi, e quindi furono immolate a migliaia, e migliaia le misere vittime, e ne vennero tanti, e lunghi disastri, è oggidì pe' progressi della filosofia, della ragione e dell'umanità, uno de' principj fondamentali di tutti i Governi, ed è un vero benefizio: la tolleranza ecclesiastica poi, che esigerebbe una lunga dissertazione, consiste nel non prevalersi, per contenere nella credenza, e nel rispetto della religione i Cristiani cattolici, che dei mezzi, e dei metodi prescritti dall'Evangelo in quel luogo: Sit tibi tanquam Etnicus, et publicanus si ecclesiam non audierit. (Nota di N. N.)

[66.] Duolmi osservare che i tre filosofi del secolo passato, Bayle, Leibnitz, e Locke, segnalatisi nel difendere sì nobilmente i diritti della tolleranza, fossero laici, e filosofi.

[67.] V. l'eccellente capitolo di Sir Guglielmo Temple, intorno la Religione delle Province Unite. Non so perdonare al Grozio (De rebus belgicis, Annal., l. I, pag. 13, 34, ediz. in 12), l'avere approvate le leggi imperiali che alla persecuzione si riferiscono, e serbati i suoi biasimi al solo tribunal sanguinario della Inquisizione.

[68.] Sir Guglielmo Blackstone (Commentaries, vol. IV, p. 53, 54), dilucida la legge inglese qual fu posta all'atto della Rivoluzione. Severa non solamente contro i Papisti e coloro che negano la Trinità, essa lascerebbe un campo bastantemente ampio alla persecuzione in generale, se lo spirito della nazione non fosse più forte di cento atti del Parlamento.

[69.] Essi s'avvedono con dispiacere che l'audace spirito di ricerca seco trae facilmente una poca credenza alla rivelazione, e può condurre al deismo. Ognun sa che gli Arminiani, gli Ariani, i Nestoriani, i Sociniani, hanno rotta la catena de' misterj creduta da' Cattolici, e si andò avverando ciò che aveva preveduto S. Paolo: in novissimis temporibus discedent quidam a fide, attendentes spiritibus erroris etc.

[70.] Denunzio alla pubblica considerazione due passi del dottore Priestley, i quali scoprono a che intendano realmente le opinioni di questo scrittore. L'uno di essi (Hist. of the Corruptions of Christianity, vol. I, p. 275, 276) dee fare tremare il sacerdozio, l'altro (vol. II, p. 484) la magistratura.

[71.] Il diligentissimo Giovanni Gotthelf Stritter ha compilati, raccolti e tradotti in latino tutti i passi della Storia Bisantina che si riferiscono ai Barbari nelle sue Memoriae populorum, ad Danubium, Pontum-Euxinum, Paludem Maeotidem, Caucasum, mare Caspium, et inde magis ad septentriones incolentium, Pietroburgo, 1771-1779, 4 tomi, o 6 volumi in 4; ma col merito del suo lavoro non ha fatto spiccare il valore di questi indigesti materiali.

[72.] V. il capitolo XXXIX della presente opera.

[73.] Teofane, p. 296-299, Anastasio, pag. 113; Niceforo, C. P. p. 22, 23. Teofane colloca l'antica Bulgaria sulle rive dell'Atell, o del Volga; ma asserendo egli che questo fiume mette foce nell'Eussino, un errore si grossolano, gli toglie fede anche nel rimanente.

[74.] Paolo Diacono (De gestis Langobard., l. V, c. 29, p. 881, 882), Camillo Pellegrino (De ducatu Beneventano, dissert. 7, in scriptores rerum ital., t. V, p. 186, 187), e il Beretti (Chronograph. Ital. medii aevi, p. 273 ec.), conciliano facilmente le apparenti differenze che si ravvisano fra lo Storico Lombardo, e i Greci mentovati nella nota precedente. Questa colonia di Bulgari si stanziò in un cantone deserto del Sannio, ove imparò la lingua latina senza dimenticare la nativa.

[75.] Nella disputa di giurisdizione ecclesiastica fra i Patriarchi di Roma e di Costantinopoli, queste province dell'Impero vennero, adoperando il linguaggio del Baronio (Annal. eccles. A. D. 869, n. 75), assegnate al regno de' Bulgari.

[76.] Cedreno (p. 713) indica chiaramente la situazione di Licnido, o Acrida, e il regno di cui questa città era la Capitale. La traslazione dell'Arcivescovato o Patriarcato di Justinianea prima a Licnido e indi a Ternovo, ha portata confusione nell'idee e nelle espressioni de' Greci. Niceforo Gregoras (l. II, c. 2, p. 14, 15), Thomassin (Discipline de l'Eglise, t. I, l. I, c. 19-23), e un Francese (d'Anville) mostrano di avere sulla geografia del greco Impero assai più precise nozioni (Hist. de l'acad. des inscriptions t. 31).

[77.] Calcocondila, atto a profferir giudizio su di tale argomento, afferma l'identità dell'idioma de' Dalmati, de' Bosnj, de' Serviani, de' Bulgari e de' Polacchi (De rebus turcicis, l. X, p. 283), e altrove de' Boemi (l. II, p. 38). Il medesimo autore ha accennato qual fosse l'idioma particolare degli Ungaresi.

[78.] V. l'opera di Gian Cristoforo Giordano (De originibus sclavicis; Vienna 1745, in quattro parti, o due vol. in fol.). La Raccolta, e le Ricerche di questo Autore portano schiarimenti sulle antichità della Boemia e de' paesi circonvicini; ma troppo limitato è il suo disegno, barbaro lo stile, ne è superficiale la critica, e si vede che il Consigliere aulico non si è liberato affatto dalle pregiudicate opinioni d'un Boemo.

[79.] Giordano ammette la ben nota e verisimile etimologia di Slava, laus, gloria, termine di uso famigliare ne' varj dialetti, e che forma la desinenza di chiarissimi nomi (De originibus sclavicis, pars. I, p. 40: para. IV, 101, 102).

[80.] Sembra che tal cambiamento di un nome proprio in un nome appellativo, sia accaduto nel duodecimo secolo presso gli abitanti della Francia orientale, ove i Principi e i Vescovi aveano molti Schiavoni, in istato di cattività, non della schiatta boema, esclama Giordano, ma di quella de' Sorabi. Indi il termine divenne di un uso generale, passando nelle lingue moderne e persin nello stile degli ultimi autori di Bisanzio (V. i Glossarj greci e latini). La confusione poi del nome σερβλοι Serviani e del latino Servii, anche maggiormente si propagò, ed era più famigliare ai Greci del basso Impero (Costant. Porfir. De administrando imperio, c. 32, p. 99).

[81.] L'imperatore Costantino Porfirogeneta, esattissimo allorchè parla degli avvenimenti del suo tempo, ma favoloso oltre ogni dire, quando racconta cose accadute prima di lui, narra diverse particolarità intorno agli Schiavoni della Dalmazia (c. 29-36).

[82.] V. la Cronaca anonima del secolo XI, attribuita a Giovanni Sagornin (p. 94-102) e la Cronaca composta nel secolo XIV dal Doge Andrea Dandolo (Script. rerum ital., t. XII, pag. 227-230), i due più antichi monumenti della Storia di Venezia.

[83.] Gli Annali di Cedreno e di Zonara parlano, nelle note che a ciò si riferiscono, del primo regno de' Bulgari. Lo Stritter (Memoriae popolorum, t. II, part. II, p. 441-647) ha raccolti i materiali somministrati dagli Autori bisantini, e il Ducange ha determinata e posta in ordine la serie dei re della Bulgaria (Fam. byzant., p. 305-318).

[84.] Simeonem semi-Graecum esse aiebant, eo quod a pueritia Byzantii Demosthenis rhetoricam et Aristotelis syllogismos didicerat (Luitprand, l. III, c. 8). Questo autore dice in altro luogo: Simeon, fortis bellator, Bulgariae praeerat; christianus, sed vicinis Graecis valde inimicus (l. I, c. 2).

[85.]

— Rigidum fera dextera cornu

Dum tenet infregit, truncaque a fronte revellit.

Ovidio (Metamorph., IX, 1-100) ha dipinte arditamente le pugne fra i nativi del paese, e gli stranieri, sotto figura del Dio del fiume e dell'eroe.

[86.] L'ambasciatore di Ottone sentì fin ribrezzo delle scuse che i Greci fecero a questo re: Cum Christophori filiam Petrus Bulgarorum VASILEUS conjugem duceret, Symphona, id est consonantia, scripto juramento firmata sunt ut omnium gentium apostolis, id est nunciis, penes nos Bulgarorum apostoli praeponantur, honorentur, diligantur (Luitprando, in Legatione, p. 482). V. il Cérémonial di Costantino Porfirogeneta t. I, p. 82; t. II, p. 429, 430-434, 435-443, 444-446, 447, colle Osservazioni del Reiske.

[87.] Un vescovo di Virtzburgo sottomise questa opinione al giudizio di un reverendo Abate, che gravemente decise essere Gog e Magog i persecutori spirituali della Chiesa, perchè Gog significa il fasto e l'orgoglio degli eretici, e Magog la conseguenza del fasto, vale a dire la propagazione delle loro Sette. Questi erano nullameno gli uomini che pretesero imprimere rispetto in tutto il genere umano! (Fleury, Hist. eccles., l. XI, p. 594, ec.).

[88.] I due Autori ungaresi de' quali più mi sono giovato, sono Giorgio Pray (Dissertationes ad Annales veterum Hungarorum, etc., Vienna, 1775, in folio), e Stefano Katona (Hist. critica ducum et regum Hungariae stirpis Arpadianae, Pest, 1778-1781, 5 vol. in 8). Il primo comprende un grande intervallo di tempo, sul quale non può spesse volte formare che congetture. Il secondo, per dottrina, sagacità e senno, merita il nome di Storico critico.

[89.] Vien dato all'autore di questa cronaca il titolo di notaio del re Bela. Il Katona che lo colloca nel dodicesimo secolo, lo difende contro le accuse del Pray. Sembra che il ridetto Autore di annali, malgrado la sua rozzezza siasi giovato unicamente di alcuni monumenti storici, poichè così si esprime con dignità, Rejectis falsis fabulis rusticorum, et garrulo cantu joculatorum. Queste favole poi vennero raccolte nel secolo XV dal Tutotzio, e abbellite dall'italiano Bonfini (V. il discorso preliminare della Historia critica, Ducum p. 7-133).

[90.] V. Costantino (De administrando imperio, c. III, 4-13-38-42). Il Katona con assai d'intelligenza ha riferita la data di quest'opera agli anni 949, 950, 951 (p. 4-70). Lo storico critico (p. 34-107) s'ingegna provare l'esistenza e le geste del Duca Almo, padre di Arpad, cose tacitamente ricusate da Costantino.

[91.] Il Pray (Dissert. p. 37-39) riporta, e chiarisce i passi originali de' missionarj ungaresi, Bonfini ed Enea Silvio.

[92.] Vedonsi ne' deserti posti a libeccio di Astrakan, le rovine di una città detta Madsciar, che attesta essere soggiornate in questi luoghi bande di Ungaresi, o Magyar (Précis de la Géogr. univ., di Malte-Brun, t. I, pag. 353). (Nota dell'edit.)

[93.] Il Fischer (Quaestiones petropolitanae, de origine Hungarorum) e il Pray (Dissert. 1, 2, 3, ec.), hanno pubblicate diverse tavole di confronto fra la lingua degli Ungaresi, e i dialetti finnici. L'affinità è grande; ma brevi sono i cataloghi, e le parole che ne' medesimi si rinvengono, sono state scelte con troppo studio. Leggo poi nel dotto Bayer (Comment. acad. Petropol., t. X, p. 374) che, comunque la lingua degli Ungaresi abbia ammesso un grande numero di voci finniche (innumeras voces), le due lingue differiscono fra loro toto genio et natura.

[94.] Nel paese di Turfan che i geografi cinesi chiaramente e partitamente descrivono (Gaubil, Histoire du grand Gengis-Kan, pag. 13; de Guignes, Histoire des Huns, t. II, pag. 31 ec.).

[95.] Historia genealog. de' Tartari, di Abulghazi-Bahadur-Khan (part. II, p. 90-98).

[96.] Isbrand Ives (Harris's Collection of Voyages and Travels, vol. II, p. 920, 921), e Bell (Travels, v. I, p. 174), andando alla Cina, trovarono i Vogulitz ne' dintorni di Tobolsk. Mettendo i vocaboli alla tortura, come gli etimologisti hanno l'arte di fare, Ugur e Vogul offrono il medesimo nome. Le montagne circonvicine vengono di fatto chiamate Ugriane, e fra tutti i dialetti finnici, il voguliano è quello che si avvicina meglio all'ungarese (Fischer, Disser. I p. 20-30; Pray, Dissert. 2, p. 31-34).

[97.] Le otto tribù della schiatta finnica veggonsi descritte nella opera apprezzabilissima del signor Levesque (Hist. des Peuples soumis à la domination de la Russie, t. I, p. 361-561).

[98.] Questa pittura degli Ungaresi e de' Bulgari è tratta principalmente dalla Tattica di Leone (p. 796-801), e dagli Annali latini riportati dal Baronio, dal Pagi, e dal Muratori, A. D. 889 ec.

[99.] Buffon (Hist. nat., t. V, p. 6, in 12). Gustavo Adolfo si accinse, ma senza frutto, ad instituire un reggimento di Lapponi. Il Grozio parlando di queste tribù antiche si esprime: Arma, arcus et pharetra, sed adversus feras (Annal. l. IV, pag. 236). Indi, conformandosi all'esempio di Tacito, procura di colorare con una vernice filosofica la brutale ignoranza di costoro.

[100.] Dalle osservazioni di Leone apparisce che il governo dei Turchi era monarchico; e che presso queste genti si usava di rigorose punizioni (Tattica p. 86; απεινεις και βαρειας). Reginone (in Chron., A. D. 889) mette il furto fra i delitti capitali, il che è confermato dal codice originale di S. Stefano (A. D. 1016). Se uno schiavo commettea un delitto, per la prima volta gli venia tagliato il naso obbligandolo a pagar cinque vacche; la seconda volta perdea le orecchie ed era costretto ad un'ammenda simile alla prima; la terza volta veniva punito di morte; quanto all'uomo libero non soggiaceva al supplizio capitale che dopo il quarto delitto, giacchè in pena del primo perdea soltanto la libertà (Katona, Hist. regum hungar., t. I, p. 231, 232).

[101.] V. Katena, Hist. ducum Hungar., p. 321-352.

[102.] Hungarorum gens, cujus omnes fere nationes expertae saevitiam, etc. Così comincia la prefazione di Luitprando, (l. I, c. 2 ) che assai si diffonde sulle sciagure della sua età (V. l. I, c. 5; l. II, c. 1, 2, 4, 5, 6, 7, l. III, c. 1, ec. l. V, c. 8, 15, in Legat. p. 485). Le tinte di questo Storico sono vivaci, ma fa duopo correggerne la cronologia, seguendo le osservazioni del Pagi, e del Muratori.

[103.] Il Katona (Hist. ducum ec. p. 107-499) ha diffusa la luce della critica sui tre regni sanguinosi di Arpad, di Zoltano e di Toxo. Egli ha cercato accuratamente tutto quanto riferivasi ai nativi del paese, e agli stranieri; nondimeno a questi annali di gloria e di devastazione ho aggiunta la distruzione di Brema; fatto storico che l'Autore sembra avere ignorato; così Adamo di Brema (1, 43).

[104.] Il Muratori con patriottica accuratezza ha esaminati i pericoli ai quali fu esposta Modena, e i modi che questa città avea per liberarsene. I cittadini supplicarono S. Geminiano loro avvocato a distorre da essi, mediante la sua intercessione, la rabies, il flagellum etc.

Nunc te rogamus, licet servi pessimi,

Ab Ungarorum nos defendas jaculis.

Il Vescovo edificò mura per la pubblica difesa, non già contra Dominos serenos (Antiq. Italic. med. aevi, t. I, Dissert. 1, p. 21, 22); e la canzone della guardia notturna non è priva di eleganza e di utilità (t. III, Dissert. 40, p. 709). Questo Autore degli Annali d'Italia ha accennata con molta esattezza la sequela delle correrie degli Ungaresi (Annali d'Italia, t. VII, p. 365-367-393-401-437-440; t. VIII, p. 19-41-52 ec.).

[105.] Gli annali dell'Ungheria e della Russia suppongono che gli Ungaresi assalissero, assediassero, o per lo meno insultassero Costantinopoli (Pray, Dissert. 10, pag. 239; Katona, Hist. ducum, p. 354-360). Gli Storici di Bisanzio (Leone Grammatico, p. 506; Cedreno t. II, p. 629) quasi concedono un tal fatto; ma il Katona, ed anche il notaio di Bela, lo impugnano, o certamente lo mettono in dubbio, benchè glorioso, alla loro nazione. Degno d'elogi è un tale scetticismo: certamente non poteano nè copiare, nè ammettere le rusticorum fabulae; ma il Katona avrebbe dovuto far caso della testimonianza di Luitprando: Bulgarorum gentem atque GRAECORUM tributariam fecerant (Hist., l. II, c. 4, p. 435).

[106.]

─ λεονθ’ ως δηρινθητην

Οτ’ ουρεως κορυφεσι περι κταμενης ελαφιοιο

Αμφω πειναοντε μεγα φρονεοντε μαχεςθον

Contendeano come due leoni i quali nelle vette di un monte combattono affaticati e animosi per una cerva uccisa.

[107.] Il Katona (Hist. ducum, p. 360-368-427-470) discute a lungo tutto quanto a queste due battaglie si riferisce. Luitprando (l. II, c. 8, 9) offre sicurissime testimonianze intorno alla prima, e Witichin (Annal. Saxon. l. III) sulla seconda; ma uno Storico critico non potrà starsi dal far qualche osservazione sulla cornetta d'un guerriero conservata, ivi dicesi, a Jaz-Berin.

[108.] Hunc vero triumphum tam laude quam memoria dignum, ad Meresburgum rex in superiori caenaculo domus per ζωγραφιαν, idest, picturam notari, praecepit, adeo ut rem veram potius quam verisimilem videas (Luitprand. l. II, c. 9). Carlomagno avea fatti dipingere argomenti sacri in un altro palagio dell'Alemagna, e il Muratori giustamente osserva: nulla saecula fuere in quibus pictores desiderati fuerint(Antiqu. ital. med. aevi, t. II, Dissert. 24, p. 360, 361). Le pretensioni degli Inglesi all'antichità dell'ignoranza e dell'imperfezione originale, per valermi delle pungenti espressioni del Signor Walpole, hanno una data assai più recente (Anecdotes of Painting, vol. I, p. 2 ec.).

[109.] Non è superstizione l'invocare i Santi nelle disgrazie; il Cattolico che gli ammette e crede alla loro intercessione sente, chiamandoli, un conforto alla sua debolezza, e al tristo suo stato; perchè toglierglielo? (Nota di N. N.)

[110.] V. Baronio (Annal. Eccles. A. D. 929, n. 2, t. 5), Luitprando (l. IV, c. 12); Sigeberto, e gli Atti di S. Gerardo, testimonj di fede degnissimi, parlano della lancia di Gesù Cristo; ma quanto ho detto delle altre reliquie, non è fondato che su l'opera Gesta Anglorum post Bedam, (l. XI, cap. 8).

[111.] Katona (Hist. ducum Hungar. p. 500, ec.).

[112.] Fra queste colonie possono distinguersi, 1. i Chazari, o Cabari che si unirono agli Ungaresi. (Costant. De admin. imper. c. 39, 40, p. 108, 109); 2. i Giazigi, i Moravi e i Siculi che gli Ungaresi trovarono sul territorio ove posero domicilio; questi ultimi, forse gli avanzi degli Unni di Attila, ebbero l'incarico di guardare i confini; 3. i Russi, che, come gli Svizzeri oggidì presso i Francesi, diedero il loro nome ai portinai de' reali palagi; 4. i Bulgari, i Capi de' quali (A. D. 956) vennero chiamati, cum magna multitudine HISMA-HELITARUM. Che mai alcuni di questi Schiavoni avessero abbracciato l'Islamismo? 5. i Bisseni, e i Cumani, miscuglio di Patzinaciti, di Uzi e di Cazari ec., dilatatisi fino alla parte infima del Danubio. I Re Ungaresi (A. D. 1239) ricevettero e convertirono l'ultima colonia di quarantamila Cumani, e da essi ottennero un nuovo titolo (Pray, Diss. 6, 7, p. 109-173; Katona, Hist. ducum, pag. 95-99, 259-264, 476-479; 483, ec.).

[113.] Christiani autem, quorum pars major populi est, qui ex omni parte mundi illuc tracti sunt captivi, ec. Così parlava Piligrino il primo missionario che entrasse nell'Ungheria (A. D. 973). Pars major è molto dire (Hist. ducum, p. 517).

[114.] Gli antichi diplomi fanno menzione de' fideles Teutonici di Geisa; e il Katona colla solita sua abilità è giunto a calcolare con giustezza la forza di queste colonie, cotanto esagerata dall'italiano Ranzani (Hist. crit. ducum, p. 567-681).

[115.] Presso i Greci questo nome di nazione è espresso da Ρως, Ros, parola indeclinabile, che ha dato luogo a molte immaginarie etimologie. Ho letta con piacere e vantaggio una dissertazione De origine Russorum (Comment. acad. Petropolitanae, t. VIII, p. 388-436) di Teofilo Sigefredo Bayer, Alemanno pieno di dottrina, che ha consacrate le sue fatiche e la vita al servigio della Russia. Ho profittato parimente di un tratto di Geografia del d'Anville, intitolato; de l'Empire de Russie, son origine et ses accroissemens (Parigi, 1772, in 12).

[116.] V. tutto il passo (dignum, dice il Bayer, ut aureis in tabulis figatur) negli Annales Bertiniani Francorum (in Script. ital. Muratori, t. II, part. I, p. 525) A. D. 839, 22 anni prima dell'era di Ruric. Luitprando che viveva nel duodecimo secolo parla (Hist. l. V, cap. 6) de' Russi e dei Normanni, come di que' medesimi Aquilonares homines, fattisi soprattutto discernere per la vivacità del lor colorito.

[117.] Io non conosco questi Annali che dalla storia della Russia del signor Levesque. Nestore il primo e il migliore fra i compilatori degli Annali russi era monaco a Kiovia, e morì nel principio del duodicesimo secolo. Ma la Cronaca da esso composta è rimasta poco meno che sconosciuta sino al 1767, nel qual tempo è stata pubblicata in 4.º a Pietroburgo. (Levesque, Hist. de Russie, t. I, p. 16; Coxe's Travels, vol. II, pag. 184)[118].

[118.] Abbiamo ora una traduzione degli Annali di Nestore eseguita dall'erudito Schloetzer che vi ha aggiunte note, preziose massimamente per coloro che di conoscere le antichità russa hanno vaghezza. (Nota dell'Editore)

[119.] Theophil. sig. Bayer, De Varagis (Così il Bayer li denomina) in Comment. Acad. Petropolitanae, tom. IV, p. 275-311.

[120.] Ciò nullameno, nell'anno 1018, Kiovia e la Russia erano tuttavia difese, ex fugitivorum servorum robore, confluentium et maxime Danorum. Il Bayer, citando (p. 292) la Cronaca di Ditmar, di Merseburgo, fa osservare che gli Alemanni non prestavano servizio nelle truppe straniere.

[121.] Il Ducange ha raccolti i passi degli autori originali che hanno scritto dello stato, e della storia de' Varangi a Costantinopoli (Gloss. med. et infim. graecitatis, sub voce βαραγγοι; med. et infim. latinitatis, sub voce Vagri. Not. ad Alex. Annae Comnenae, p. 256, 257, 258; Notes sur Villehardouin, p. 296-299). V. ancora le note del Reiske sul Ceremoniale aulae Byzant. di Costantino t. II, p. 149, 150. Sassone il Grammatico assicura che essi parlavano la lingua danese; ma se si crede al Codino si valsero fino al decimoquinto secolo, dell'inglese, come idioma nativo. Πολυχρονιζουσι Βαραγγοι κατα την πατριην γλωσσαν αυτων ητοι Ιγκιληνισι. Perseverano i Varangi nella lingua patria come nell'inglese.

[122.] Le nozioni che abbiamo sulla geografia, e sul commercio della Russia vennero pubblicate in quel tempo dall'imperatore Costantino Porfirogeneta (De administrat. imperii, c. 2, p. 55, 56, c. 9, p. 59-61, c. 13, p. 63-67; c. 37, p. 106, c. 42, p. 112, 113), e rischiarate per le cure del Bayer (De geographia Russiae vicinarumque regionam circiter, A. D. 948, tra Comment. academ. Petropol., t. IX, p. 367-422, t. X, p. 371-421) col soccorso delle Cronache e delle tradizioni della Russia, della Scandinavia ec.

[123.] Il signor Levesque (Histoire de Russie t. I, p. 60), attribuisce ai tempi che il regno di Ruric precedettero questo orgoglioso proverbio: «Chi può resistere a Dio, e alla grande Novogorod?» Nel corso della sua Storia egli parla frequentemente di questa Repubblica, distrutta poi nell'anno 1475 (tom. II, p. 252-266). Un esatto viaggiatore, Adamo Oleario, descrive (nel 1035) gli avanzi di Novogorod, e la via che tennero per mare e per terra gli ambasciadori di Holstein (tom. I, p. 123-129).

[124.] In hac magna civitate, quae est caput regni, plus trecentae Ecclesiae habentur et nundinae octo, populi etiam ignota manus (Eggehardus, ad A. D. 1018, apud Bayer, t. IX, p. 412). Egli cita parimente (t. X, p. 397) le parole dell'Annalista sassone: Cujus (Russiae) metropolis est Chive, aemula sceptri constantinopolitani, quae est clarissimum decus Graeciae. Kiovia, soprattutto nell'undecimo secolo, era conosciuta dai geografi arabi ed alemanni.

[125.] In Odorae ostio, qua scythicas alluit paludes, nobilissima civitas, Julinum, celeberrimam Barbaris, et Graecis qui sunt in circuitu, praestans stationem, est sane maxima omnium quas Europa claudit vivitatum (Adamo di Brema, Hist. eccles., p. 19); stravagante esagerazione anche nel labbro di uno scrittore dell'undicesimo secolo. L'Anderson (Hist. Deduction of Commerce) ha trattato accuratamente tutto quanto al commercio del Baltico e alla Lega anseatica si appartiene: su di tale argomento non conosco, nelle lingue almeno che ci sono famigliari, alcun'altra opera così compiuta.

[126.] Stando alle nozioni somministrate da Adamo di Brema (De situ Daniae, p. 58) l'antica Curlandia per un tratto di otto giornate prolungavasi sulla costa; e Pietro il Teutoburgico (p. 68, A. D. 1326) assegna Memel, qual frontiera comune alla Russia, alla Curlandia e alla Prussia. Aurum ibi plurimum (dice Adamo) divinis, auguribus atque necromanticis omnes domus sunt plenae... a toto orbe ibi responsa petuntur, maxime ab Hispanis (forsan ZUPANIS, id est regulis Lettoviae) et Graecis. Davasi ai Russi il nome di Greci, anche prima della loro conversione; conversione imperfetta assai, se conservarono l'uso di consultare gli stregoni della Curlandia. (Bayer, t. X, p. 378-402 ec. Grotius Prolegomen., ad Hist. goth., p. 99).

[127.] Costantino accenna solamente sette cateratte delle quali indica i nomi in lingua russa e schiavona. Ma tredici ne addita il signor di Beauplan, ingegnere francese, che avea esaminato il corso e la navigazione del Dnieper e del Boristene. (V. la sua descrizione De Lucrania, Rouen 1660, picciolo in 4). Sfortunatamente la carta che accompagna quest'opera non trovasi unita all'esemplare che io ne posseggo.

[128.] Nestore, (presso Levesque, Hist. de Russie; t. I, p. 78-80). I Russi, vi si dice, si trasferivano dal Dnieper o dal Boristene nella Bulgaria Nera, nella Chozaria e nella Siria. Nella Siria! e come, e in qual tempo, e in qual porto? Invece di Συρια Siria non potrebbe egli leggersi Σκανια Scania (De administ. imper., c. 42, p. 113)? Il cambiamento è leggiero. La situazione della Scania, posta fra la Chozaria e il Lazico spiegherebbe il tutto, tanto più che questo nome adoperavasi anche nell'undicesimo secolo (Cedrenus, tom. II, pag. 770).

[129.] Le guerre accadute ne' secoli nono, decimo e undecimo fra i Russi ed i Greci, vengono raccontate negli Annali di Bisanzio, e soprattutto dal Zonara e da Cedreno; e le diverse testimonianze di questi scrittori trovansi unite nella Russica dello Stritter (t. II, part. II, p. 939-1044).

[130.] Προσεταιρισαμενος δε και συμμαχικον ου ολιγον αρο των κατοικουντων εν ταις προσαρκτιοις του Οκεανου νησοις εθων. Trasferendo anche non pochi commilitoni dalle genti che abitavano nelle isole settentrionali dell'Oceano. (Cedren., in Compend., p. 758).

[131.] V. Beauplan (Description de l'Ukraine, pag. 54-61). I racconti di questo autore sono vivaci, esatte le sue descrizioni; ed, eccetto l'armi da fuoco, quanto egli accenna de' moderni Cosacchi può perfettamente agli antichi Russi applicarsi.

[132.] Abbiamo a dolerci che il Bayer non abbia pubblicato che una dissertazione De Russorum prima expeditione Constantinopolitana (Comment. acad. Petrop. t. VI, p. 365-391). Dopo avere fatto sparire alcune cronologiche difficoltà, ei porta l'epoca di una tale spedizione agli anni 864, o 865, la qual data avrebbe dovuto dileguare i dubbj, e render meno ardue le difficoltà che si trovano sul principio della storia del sig. Levesque.

[133.] Nel tempo che Fozio scrivea la sua lettera circolare sulla conversione de' Russi, il miracolo non era per anco maturo. Egli rimprovera alla nazione, εις ωμοθητα και μιαιφονιαν παντας δευτερους ταττομενον che educava tutti gli ultimi alla crudeltà e alla strage.

[134.] Leone il Grammatico, p. 463, 464; Constantini, continuator, in script, post. Theophaneum, pag. 121, 122; Simeon Logothet., p. 445, 446; Georg. Monach., p. 535, 536; Cedrenus, t. II, p. 551; Zonara, t. II, p. 162.

[135.] V. Nestore e Nicone nella Histoire de Russie, del signor Levesque (t. I, p. 74-80); il Katona (Hist. Ducum, p. 75-79) usa de' suoi privilegi per non ammettere una tal vittoria de' Russi, che toglierebbe splendore all'assedio di Kiovia operato dagli Ungaresi.

[136.] Leone il Grammatico, pag. 506, 507: Incert. Contin. p. 263, 264; Simeon Logothet, p. 490, 491; Georg. Monach, p. 588, 589; Cedrenus, t. II, p. 629; Zonara, t. II. p. 190, 191; e Luitprando (l. V, c. 6), che descrivendo le cose narrategli dal suocero suo, allora ambasciatore a Costantinopoli, corresse le esagerazioni della vanità de' Greci.

[137.] Non posso citare a tale proposito che Cedreno (t. II, p. 758, 759) e Zonara (t. II, p. 253, 254); ma le testimonianze di questi Scrittori divengono più sicure e meritevoli di fede, a proporzione del loro avvicinarsi ai tempi ne' quali vissero.

[138.] Nestore presso Levesque, Hist. de Russie, t. I, p. 87.

[139.] Questa statua di bronzo veniva da Antiochia, e i Latini la fusero. Supponeasi rappresentasse Giosuè o Bellorofonte. Bizzarra alternativa! V. Niceta Coniate; (p. 413, 414); Codino (De Originibus, C. P. p. 24); e l'Autore anonimo De Antiquitate C. P. (Banduri, Imp. orient. t. I, 17, 18) che vivea verso l'anno 1100. Essi attestano che credeasi alla profezia; non rileva il restante.

[140.] Il signor Levesque (Hist. de Russie, t. I, p. 94-107) ha composto, seguendo le Cronache russe, un epilogo della vita di Swatoslao, o Sviatosla, o finalmente Sphendosthlabus.

[141.] Somiglianza che scopresi con grande chiarezza nel nono libro dell'Iliade (205, 221), e nelle descrizioni della cucina di Achille. Un poeta che al dì d'oggi tal dipintura offerisse in una Epopea, il suo lavoro deturperebbe, nè si renderebbe grato ai lettori; ma i versi greci sono armoniosi; le espressioni di una lingua morta, rare volte, ignobili o troppo famigliari ne sembrano; oltrechè ventisette secoli trascorsi dai giorni di Omero aggiungono ai nostri occhi vezzo alle antiche costumanze.

[142.] Il singolare epiteto di Zimiscè dalla armena lingua deriva. I Greci traducevano la parola ζιμισκες giovandosi dell'altra μουζακιζες o μοιρακιζης. Il significato dell'una e dell'altra espressione essendomi ignoto egualmente, mi sarà lecito il chiedere come nella commedia: Di grazia quale è l'interprete di voi due? Ma dal modo della loro composizione sembra che corrispondano ad adolescentulus (Leone Diacono, l. IV, MS., ap. Ducange, Gloss. graec., p. 1570).

[143.] In lingua Schiavona, Peristhlaba, equivaleva a grande o illustre città, μεγαλη και ουσα και λεγομενη, la quale è veramente, e vien nomata grande, dice Anna Comnena (Alexiade, l. VII, p. 194). Della sua situazione posta fra il monte Emo e la parte inferior del Danubio, potrebbe dirsi che essa occupasse il luogo, o almeno all'incirca il luogo di Marcianopoli. Non troviamo difficoltà nel determinare la giacitura di Durostolo o Dristra che agevolmente si riconosce (Comment. Acad. Petropol. t. IX, p. 415, 416; d'Anville, Geogr. anc. t. I, p. 307-311).

[144.] Il libro De administratione imperii spiega, soprattutto ne' sette primi capitoli, la condotta politica tenutasi da' Greci verso i Barbari e specialmente coi Patzinaciti.

[145.] Nel racconto di una tale guerra, Leone il Diacono (presso il Pagi, Critica, t. II, A. D. 968-973) è più autentico, e porta maggiori particolarità di Cedreno (t. II, p. 660-683) e di Zonara (t. II, p. 205-214). Questi declamatori hanno fatto ascendere a trecento ottomila, e trecento trentamila uomini il numero delle truppe russe, calcolato con maggior moderazione e verisimiglianza dai contemporanei.

[146.] Phot. epist. 2, n. 35, pag. 58 ediz. Montacut. Questo dotto editore non avrebbe dovuto confondere il grido di guerra de' Bulgari colle due parole το Ρως il Ros, le quali non vogliono dir altro che nazione russa; nè Fozio, uom di senno, dovea accusare gli idolatri schiavoni της Σλληνικης και αθειου δοξης, di greca ed atea fede. Essi non erano nè Greci nè Atei.

[147.] Le notizie più compiute che abbiansi su la religione degli Slavi e la conversion della Russia, son quelle offerteci dal Signor Levesque nella sua Hist. de Russie, da esso dedotta, così dalle antiche Cronache, come dalle osservazioni che su queste i moderni hanno fatte, (t. I, p. 35, 54, 59-92, 93, 113-121, 124-129, 148, 149 ec.).

[148.] V. il Cerem. aulae byzant., t. II, c. 15, p. 343-345, ove Olga o Elga vien nominata Αρχοντισσα Ρωσιας, Principe della Rosia. I Greci, per indicare la sovrana delle Russie adopravano il titolo di un magistrato di Atene terminato in desinenza femminina, la qual cosa avrebbe stranamente sonato all'orecchio di Demostene.

[149.] V. un frammento anonimo pubblicato dal Banduri (Imper. or. t. II, p. 112, 113. De conversione Russorum).

[150.] L'Erbestein (apud Pagi, t. IV, pag. 56) narra, che Valadimiro fu battezzato e maritato a Cherson o Corsun. Novogorod conserva anche ai dì nostri tale tradizione, e le porte delle quali parlato abbiamo nel testo. Nondimeno un viaggiatore ed osservatore esatto pretende venute da Magdeburgo queste porte di bronzo, (Coxe's, Travels into Russia ec., v. I, p. 452) e cita un'iscrizione che par fatta per dimostrare tale assunto. I leggitori non debbono confondere questa Cherson, città della Tauride, o della Crimea, con una città del medesimo nome, stata fabbricata alla foce del Boristene, e di recente illustrata da un parlamento che vi hanno tenuto Caterina II e l'Imperatore Giuseppe.

[151.] V. Il testo latino o la versione inglese dell'eccellente Storia della Chiesa del Mosheim, al primo capitolo, ossia alla prima Sezione intorno ai secoli nono, decimo e undecimo.

[152.] Non solo la religione cristiana differiva, e differisce nella teoria dall'antico culto degli idoli, come già abbiamo altrove mostrato, ma anche nella pratica; in questo culto, per esempio, v'erano i sacerdoti particolari di Giove, di Marte, di Cerere; nel culto cristiano non ci sono che i sacerdoti, o ministri di Dio; gli altri oggetti del culto cristiano non hanno sacerdoti proprj: quanto poi a questi oggetti, cioè alla teoria del culto delle imagini, ripetiamo ciò che ne abbiamo detto in una nota al vol. IX. (Nota di N. N.)

[153.] Nel 1000, gli ambasciadori di S. Stefano ricevettero da Papa Silvestro il titolo di Re d'Ungheria, e il donativo d'un diadema che era lavoro di artisti greci. Doveva esserne presentato il Duca di Polonia, ma i Polacchi, per lor confessione medesima, erano troppo barbari, e immeritevoli quindi di una corona angelica ed appostolica. (Katona, Hist. crit. regum stirpis Arpadianae, t. I, p. 1-20).

[154.] Si ascoltino i cantici trionfali di Adamo di Brema (A. D. 1080) che hanno un fondo di verità: Ecce illa ferocissima Danorum, etc. natio..... jamdudum novit in Dei laudibus alleluia resonare.... Ecce populus ille piraticus... suis nunc finibus contentus est. Ecce patria, horribilis semper, inaccessa propter cultum idolorum... praedicatores veritatis ubique certatim admittit, etc. (De situ Daniae, etc., p. 40, 41, ediz. Elzevir); opera ove scorgesi una pittura originale e dilettevole del Nort dell'Europa, e della introduzione del Cristianesimo in questa parte del Mondo.

[155.] I grandi principi abbandonarono nel 1156 la residenza di Kiovia, smantellata indi dai Tartari nel 1240. Mosca divenne nel secolo XIV la sede dell'Impero. V. il primo e secondo volume della Hist. de Russie, del signor Levesque, e i Viaggi di Coxe nel Nort, t. I, p. 241.

[156.] Gli ambasciatori di S. Stefano aveano adoperate le rispettose espressioni di regnum oblatum, debitam obedientiam, etc. che Gregorio VII alla lettera interpretò; onde gli Ungaresi sonosi trovati impacciati fra la santità del Papa e l'independenza della Corona (Katona, Hist. critica, tom. I, p. 20-25, t. II, p. 304, 346, 360 ec.)

[157.] In quanto spetta alla storia d'Italia dei secoli nono e decimo, posso citare i libri quinto, sesto, e settimo del Sigonio, De regno Italiae (secondo volume delle sue opere, ediz. di Milano 1732): gli Annales del Baronio colla critica del Pagi: il settimo e ottavo libro della Istoria civile del regno di Napoli, del Giannone: il settimo e ottavo volume degli Annali d'Italia del Muratori (ediz. in 8), e il secondo volume dell'Abrégé chronologique del signor di Saint-Marc, opera che sotto un titolo superficiale molta dottrina, e indagini molte racchiude. Accerto i miei leggitori, e conoscendo eglino adesso il mio metodo di scrivere la Storia dovrebbero crederlo facilmente, che fin dove ho potuto, e tutte le volte che era utile il farlo, ho portate le mie ricerche a tutte le fonti primitive, e soprattutto ho accuratamente consultati gli originali dei primi volumi della grande Raccolta intitolata Scriptores rerum ital. del Muratori.

[158.] Il dotto Camillo Pellegrino, che viveva a Capua nel secolo XVII, ha rischiarata la storia del ducato di Benevento nella sua Historia principum longobardorum. V. i Scriptores el Muratori (t. II, part. I, p. 221-345; e t. V, p. 159-245).

[159.] V. Costantino Porfirogeneta, De thematibus, lib. II, c. 11, in vit. Basil. c. 55, p. 181.

[160.] La lettera originale dell'imperatore Luigi II all'imperatore Basilio, curioso monumento del nono secolo, è stata per la prima volta pubblicata dal Baronio (Annal. eccles., A. D. 871 n. 51-71), che ha seguìto un manoscritto dell'Erenperto, o piuttosto dello Storico Anonimo di Salerno, tratto dalla Biblioteca del Vaticano.

[161.] V. l'eccellente dissertazione De republica Amalphitana, nella Appendix (p. 1-42) della Historia Pandectarum(Trajecti ad Rhenum, 1722 in 4) di Enrico Brencmann.

[162.] Il vostro signore, dicea Niceforo, ha dato soccorso e protezione, principibus capuano et beneventano, servis meis, quos oppugnare dispono.... Nova (piuttosto Nota) res est od eorum patres et avi, nostro imperio tributa dederunt (Luitprando, in Legat., p. 484). Non si fa qui menzione di Salerno; pur fu in questi giorni all'incirca che questo principe cambiò di parte, e Camillo Pellegrino (Script. rer. ital., t. II, part. I, p. 285) ha osservato con molta accortezza questo cambiamento nello stile della Cronaca Anonima. Luitprando (p. 480) fonda su prove dedotte dalla Storia e dalla Lingua i diritti dei Latini sulla Puglia e sulla Calabria.

[163.] V. I Glossarj greci e latini del Ducange (articoli Κατεπανο Catapana) e le sue note sull'Alexiade (pag. 275). Egli non ammette l'idea de' contemporanei che derivar faceano questo vocabolo da Κατα παν, juxta omne; e trova soltanto che essa è una corruzione del vocabolo latino capitaneus. Il signor di Saint-Marc osserva però giustamente (Abrégé chronolog., t. II, pag. 924) che in quel secolo i Capitanei non erano Capitani, ma solamente i Nobili di primo ordine, i grandi sottovassalli dell'Italia.

[164.] Ου μονον δια πολεμων ακριβως ετεταγμενον το τοιουτον υπηγαγε το εθνος (i Lombardi) αλλα και αγχινοια χρησαμενος, και δικαισυνη και χρηστοτητι επιεικως τε τοις προσερχομενοις προσφερομενος και την ελευθεριαν αυτοις πασης τε δουλειας, και των αλλων φορολογικων χαριξομενος, non solamente con guerre saggiamente condotte assoggettò la nazione (i Lombardi); ma usando d'ingegno, e colla giustizia e l'indulgenza egualmente proferendosi a' nuovi sudditi, e facendo lor grazia della libertà franca, da ogni servitù e dagli altri tributi usitati (Leone, Tattica, c. 15, pag. 741). La Cronaca di Benevento (t. II, part. I, p. 280) offre una idea ben diversa de' Greci in que' cinque anni (891-894) che Leone signoreggiò la città.

[165.] Calabriam adeunt, eamque inter se divisam reperientes, funditus depopulati sunt (o depopularunt) ita ut deserta sit velut in diluvio. Tale è il testo di Eremperto o Erchemperto, giusta le due Edizioni del Caraccioli (Rerum ital. script. t. V, p. 23) e di Camillo Pellegrino (t. II, part. I, p. 246) opere rarissime al tempo che il Muratori le ha pubblicate di nuovo.

[166.] Il Baronio (Annal. eccles. A. D. 874 n. 2) ha tratta questa storia da un manoscritto di Eremperto, che morì a Capua, quindici anni dopo un tale avvenimento. Ma un falso titolo ha ingannato questo Cardinale, e noi non possiamo citare che la Cronaca Anonima di Salerno (Paralipomena, c. 110), composta verso la fine del decimo secolo, e pubblicata nel secondo volume della Raccolta del Muratori. V. le Dissertazioni di Camillo Pellegrino (t. II, part. I, pag. 231-281 ec.).

[167.] Costantino Porfirogeneta (in vit. Basil. c. 58, p. 183) è il primo autore che racconti questo fatto. Ma lo pone accaduto sotto i regni di Basilio e di Lodovico II, mentre la riduzione di Benevento operata dai Greci, non avvenne che nel 891, vale a dire dopo la morte di questi due principi.

[168.] Paolo Diacono (De gest. Longob., l. V, c. 7, 8, p. 870, 871, ediz. Grot.) racconta un fatto simile, accaduto nel 663 sotto le mura della stessa città di Benevento; ma attribuisce ai Greci il delitto di cui gli autori di Bisanzo incolpano i Saracini. Dicesi che nella guerra del 1756 il signor di Assas, ufiziale del reggimento di Auvergne, si consecrasse in egual modo alla morte: ed anzi con maggiore eroismo, perchè i nemici che lo aveano fatto prigioniere, non gli chiedeano che il silenzio. (Voltaire, siècle de Louis XV, c. 33, t. IX, p. 172).

[169.] Tebaldo che Luitprando colloca fra gli eroi, fu, propriamente parlando, duca di Spoleto e marchese di Camerino dall'anno 926 al 935. Il titolo e l'impiego di marchese (comandante della Marca, o della Frontiera) era stato introdotto in Italia dagl'imperatori francesi (V. Abrégé chronologique, t. II, p. 645-732, ec.).

[170.] Luitprando, Hist., l. IV, c. 4, Rerum italic. scriptores, t. I, part. I, p. 453, 454. Se qualcuno trovasse troppo libera tal descrizione sarei costretto ad esclamare col povero Sterne: «Duolmi di non potere trascrivere con circospezione quelle cose che senza scrupolo un vescovo ha scritte; sarebbe stato ben peggio se avessi tradotto alla lettera ut viris certetis testiculos amputare, in quibus nostri corporis refocillatio, etc.».

[171.] I monumenti che ci restano del soggiorno de' Normanni in Italia, sono stati raccolti nel quinto volume del Muratori; fra i quali monumenti conviene distinguere il poema di Guglielmo Pugliese (p. 245-278) e la storia di Galfridus (Gioffredo) Malaterra (p. 537-607). Nati entrambi in Francia, i ridetti autori scrivevano in Italia, colla robusta franchezza di uomini liberi ai giorni de' primi conquistatori (prima dell'anno 1100). Non fa di mestieri il ripetere i nomi de' compilatori e critici della Storia d'Italia, Sigonio, Baronio, Pagi, Giannone, Muratori, Saint-Marc ec. da me consultati sempre, e non copiati giammai.

[172.] Alcuni fra i primi convertiti si fecero battezzare dieci, o dodici volte, affine di ricevere dieci o dodici volte la tonaca bianca che era d'uso il dare in dono ai Neofiti. Ai funerali di Rollone, furono fatte largizioni ai monasteri pel riposo dell'anima del defunto, e sagrificati cento prigionieri; ma nello spazio di una, o due generazioni, il cambiamento fu compiuto e generale.

[173.] I Normanni di Bayeux, città situata sulla costa marittima, parlavano tuttavia (A. D. 940) la lingua danese, mentre a Rouen la Corte e la Capitale l'avevano dimenticata. Quem (Riccardo I) confestim pater Baiocas mittens Botoni militiae suae principi nutriendum tradidit, ut ibi LINGUA eruditus DANICA suis exterisque hominibus sciret aperte dare responsa (Wilhelm Gemeticensis, De ducibus Normannis, l. III, cap. 8, pag. 623, edizione di Camden). Il Selden (Opera, t. II, pag. 1640, 1656) ha offerto un saggio della lingua naturale e favorita di Guglielmo il Conquistatore (A. D. 1035), saggio troppo vieto ed oscuro ai dì nostri anche per gli Antiquari, e pei Giureconsulti.

[174.] V. Leandro Alberti (Descrizione d'Italia, p. 250) e Baronio (A. D. 493, n. 43). Quando anche l'Arcangelo avesse ereditato il tempio dell'oracolo e come è presumibile la caverna di Calcante, l'astrologo degli antichi (Strabone, Geogr. l. VI, pag. 435, 436), i Cattolici in questo caso colla eleganza della loro superstizione aveano superati i Greci.

[175.] I Normanni erano pel loro valore conosciuti in Italia; alcuni anni prima, cinquanta de' loro cavalieri trovatisi a Salerno nel tempo che un'armatetta di Saracini veniva ad affrontar la città, chiesero armi e cavalli a Guaimaro III, allora principe di Salerno, e chiesto si aprissero loro le porte della città, fecero impeto ne' Saracini e li sconfissero. Guaimaro divisava conservar questi guerrieri presso di sè. Ma volendo essi ripartire, si fece promettere che sarebbero tornati con altri prodi di lor nazione per combattere gl'Infedeli (Hist. des republ. ital., t. I, p. 263.) (Nota dell'Editore).

[176.] L'autore della storia delle repubbliche italiane al tomo I p. 267, racconta in ben altro modo la cosa. Dopo la ritirata dell'imperatore Enrico II, i Normanni, unitisi sotto gli ordini di Rainolfo, presero Aversa, in allora piccolo castello del ducato di Napoli; ne erano padroni da pochi anni, quando Pandolfo IV, principe di Capua s'impadronì di Napoli all'impensata. Sergio, duce delle soldatesche, e Capo della repubblica, uscì coi principali cittadini fuori di una città, ove non potea veder senza orrore una straniera dominazione introdursi. Si ritirò in Aversa, e allorchè col soccorso de' Greci, e dei cittadini rimasti fedeli alla loro patria ebbe raccolto quanto denaro bastava a saziare la cupidigia dei venturieri normanni, si valse de' loro soccorsi ad assalire la guernigione del principe di Capua, che egli sconfisse tornando indi in potere di Napoli. In questa occasione, confermò ai Normanni il possedimento di Aversa, e de' suoi dintorni, formandone una contea della quale conferì l'investitura a Rainolfo. (Hist. des republ. ital., t. I, p. 267). (Nota dell'Editore).

[177.] V. il primo libro di Guglielmo Pugliese. Le descrizioni di questo scrittor di versi possono adattarsi a tutti gli sciami di Barbari e di Filibustieri.

Si vicinorum quis PERNITIOSUS ad illos

Confugiebat, eum gratanter suscipiebant,

Moribus et lingua, quoscunque venire videbant,

Informant propria; gens efficiatur ut una.

e altrove quando parla de' venturieri Normanni, in cotal guisa si esprime.

Pars parat, exiguae vel opes aderant quia nullae;

Pars quia de magnis majora subire volebant.

[178.] Luitprand., in Legatione, p. 485. Il Pagi ha schiarito questo avvenimento seguendo il manoscritto storico del Diacono Leone (t. IV, A. D. 965, n. 17-19).

[179.] V. la Cronaca araba della Sicilia, nel Muratori (Script. rerum italic., t. I, p. 253).

[180.] V. Gioffredo Malaterra che narra la guerra della Sicilia e la conquista della Puglia (l. I, c. 7, 8, 9-19), Cedreno, (tom. II, p. 741-743, 755, 756) e Zonara (tom. II, p. 237, 238) descrivono gli avvenimenti medesimi: e poichè i Greci si erano già avvezzi alle umiliazioni, una sufficiente imparzialità scorgesi ne' loro racconti.

[181.] Cedreno specifica il ταλμα ordinanza militare dell'Obsequium (Phrygia) e il μεθος parte, de' Tracesii (Lydia), v. Costantino (De Thematibus, 1, 3, 4, con la carta del Sig. Delisle); e chiama indi i Pisidii, e i Licaonii col predicato foederati.

[182.]

Omnes conveniunt et bis sex nobiliores,

Quos genus et gravitas morum decorabat et aetas,

Elegere duces. Provactis ad comitatum

His alii parent. Comitatus nomen honoris,

Quo donantur erat. Hi totas undique terras

Divisere sibi, ni sors inimica repugnet,

Singula proponunt loca quae contingere sorte

Cuique ducis debent, et quaeque tributa locorum.

E dopo avere parlato di Melfi, Guglielmo Pugliese aggiunge:

Pro numero comitum bis sex statuere plateas,

Atque domus comitum tolidem fabricantur in urbe.

Leone d'Ostia (l. II, c. 67) ne istruisce in qual modo vennero distribuite le città della Puglia: ma inutile mi è sembrata una tal descrizione.

[183.] Guglielmo Pugliese (lib. II, c. 12). Mi fondo sopra una citazione del Giannone (Ist. civ. di Napoli t. II, p. 31), citazione che nell'originale non posso verificare. Il Pugliese loda le validas vires, probitas animi et vivida virtus di Braccio-di-Ferro, aggiugnendo che, se questo eroe fosse vissuto più lungamente, niun poeta avrebbe potuto pareggiarne il merito co' suoi canti (l. I, p. 258, l. II, p. 259). Braccio di ferro fu pianto dai Normanni, quippe qui tanti consilii virum dice il Malaterra (l. I, c. 12, p. 552) tam armis strenuum, tam sibi munificum, affabilem, morigeratum ulterius se habere diffidebant.

[184.] Malaterra (l. I, c. 3, pag. 550): Gens astutissima, injuriarum ultrix..... adulari sciens..... eloquentiis inserviens; espressioni che dimostrano qual fosse l'indole, fin passata in proverbio, de' Normanni.

[185.] Il genio della caccia, e l'uso di addestrare ad essa i falconi, apparteneano specialmente ai discendenti de' marinai della Norvegia; del rimanente è possibile che i Normanni abbiano portati dalla Norvegia e dall'Irlanda i più belli uccelli da falconeria.

[186.] Può confrontarsi questo ritratto, con quello che della stessa popolazione ha fatto Guglielmo di Malmsbury (De gest. Anglorum, l. III, p. 101, 102), il quale i vizj e le virtù de' Sassoni e de' Normanni colla bilancia dello storico e del filosofo apprezza. Certamente l'Inghilterra nell'ultima conquista ha vantaggiato.

[187.] Il Biografo di S. Leone IX avvelena santamente la descrizione che fa dei Normanni; Videns indisciplinatam et alienam gentem Normanorum, crudeli et inaudita rabie et plus quam pagana impietate adversus ecclesias Dei insurgere, passione christianos trucidare, etc. (Wibert, c. 6). L'onesto Pugliese si contenta di indicare con calma l'accusatore di questo popolo qual uomo veris commiscens fallacia (l. XI, p. 259).

[188.] Tutte queste particolarità che si riferiscono alla politica de' Greci, alla ribellione di Maniaces ec., possono vedersi in Cedreno (t. II, p. 757, 758), in Guglielmo Pugliese (l. I, p. 257, 258: l. II, p. 259), e in due Cronache di Bari lasciateci da Lupo Protospata (Muratori Script. rer. ital., t. V, p. 42, 43, 44), e da autore anonimo (Antiq. ital. med. aevi, t. I, p. 31-33). Quest'ultima è un frammento di qualche pregio.

[189.] Argiro ottenne, dice la Cronaca anonima di Bari, imperiali patenti, faederatus et patriciatus et catapani et vestatus. Il Muratori ne' suoi Annali (t. VIII., p. 426) fa giustamente una correzione, ossia interpretazione, su questa ultima parola. Egli legge sevestatus, vale a dire Sebastos, ossia di Augusto: ma nelle sue Antichità, seguendo il Ducange, fa di questo sevestatus, un officio di palagio, cioè quello di Gran Mastro della guardaroba.

[190.] Viberto ha composta una vita di S. Leone IX, ove si ravvisano le passioni e le massime pregiudicate del suo secolo; opera stampata a Parigi nel 1615 in 8.º, e inserita indi nelle Raccolte de' Bollandisti del Mabillon e del Muratori. Il signore di Saint-Marc (Abrégé t. II, p. 140-210, e p. 25-95) ha narrata con molta accuratezza la storia pubblica e privata di questo Pontefice.

[191.] Vuol dire qui l'Autore, che Leone IX il Santo aveva l'indole sì semplice, che poteva ingannare sè stesso, e colla sua autorità sugli animi del popolo, siccome Papa, indurre gli altri in inganno, senza volere, e senza avvedersi di essere ingannatore. Leone per la sua indole poteva ingannarsi ne' negozj familiari, o politici, ed indurre in inganno gli altri; ma nella cosa di cui trattavasi non sembra essersi potuto ingannare, nè essersi ingannato. Trattavasi di soccorrere gli abitanti della Puglia, e di far che i Normanni pagassero le decime ecclesiastiche: bisogna per altro confessare, che è, in quei tempi d'ignoranza e di barbarie, da condannarsi il costume di usare le armi, inducendo ad impugnarle i poveri popoli, per sostenere le censure, le scomuniche, fatte di tal maniera più spaventose. (Nota di N. N.)

[192.] V. intorno alla spedizione di Leone IX contra i Normanni, Guglielmo il Pugliese (l. II; p. 259-261) e Gioffredo Malaterra (l. I, c. 13, 14, 15, p. 253). Questi due autori danno a divedere imparzialità; perchè la preoccupazione nazionale che tiene gli animi loro, è contrabbilanciata da un'altra preoccupazione di mestiere, siccome preti.

[193.] Il Cattolico romano non chiama superstizioso il rispetto dei Normanni verso S. Leone IX: s'egli seguì il cattivo uso del suo tempo barbaro facendo la guerra a' Normanni pei motivi indicati, il buon credente sentirà che doveva a' Normanni, buoni cattolici, far grande impressione il vedere un Papa, generale d'un'armata nemica. (Nota di N. N.)

[194.]

Teutonici quia Caesaries et forma decoros

Fecerat egregie, proceri corporis illos,

Corpora derident normannica, quae breviora

Esse videbantur.

I versi del Pugliese non hanno per l'ordinario maggior pretensione: ma egli si anima poi quando gli accade il descriver battaglie. Due delle sue comparazioni, tratte dalla caccia del falco e della negromanzia, servono ad indicare i costumi dei suoi tempi.

[195.] Il signor di Saint-Marc (t. II, p. 200-204) cita le lamentanze, o le censure che sulla condotta del Pontefice vennero fatte in allora da rispettabili personaggi. Avendo Pietro Damiano, l'oracolo di quella età, ricusato ai Papi il diritto di far la guerra, il cardinale Baronio (Annal. eccles. A. D. 1053, n. 10-17) rimanda l'eremita al suo posto (Lugens eremi incola) sostenendo con calore le prerogative delle due spade di S. Pietro[*].

* Si sa qual uso siasi sempre fatto ne' secoli passati di quell'espressione dell'Evangelo: ecce duo gladii hic, asserendo la Corte romana, e sostenendo i Teologi di quella Chiesa, che una delle due spade era la figura della forza delle scomuniche e dell'autorità spirituale del Papa, e l'altra della sua autorità nelle cose temporali. Quanto al Cardinal Baronio sanno gl'illuminati ingegni, ch'egli ne' suoi Annali ecclesiastici spesse volte eccede in favorire la Corte di Roma, e che quell'Opera corretta dal dottissimo Pagi, e nell'istoria, e nella cronologia, e ne' ragionamenti, acquistò maggior pregio dalla critica di lui, che dall'autore, che ebbe il merito d'aver ordinato gli Annali, ma non discernimento nel trattare la materia, e ne' giudizj. (Nota di N. N.)

[196.] Il Giannone (Istor. civ. di Napoli, t. II, p. 37-49-57-66) discute con eguale abilità e come giureconsulto, e come antiquario, l'origine e la natura delle investiture pontificie: ma fa vani sforzi per conciliare insieme i doveri di patriota e di cattolico, e colla futile distinzione, Ecclesia romana non dedit, sed accepit, si sottrae alla necessità di una confessione sincera, ma pericolosa.

[197.] Le particolarità che riguardano la nascita, l'indole e le prime imprese di Guiscardo, trovansi in Gioffredo Malaterra (l. I, c. 3, 4-11-16, 17, 18-38, 39, 40), in Guglielmo Pugliese (l. II, pag. 260-262), in Guglielmo Gemeticense, o di Jumièges (l. XI, c. 30, p. 663, 664, ediz. di Camden), in Anna Comnena (Alexiade, l. I, p. 23, 27, l. VI, p. 165, 166) colle note del Ducange (Not. in Alex. p. 230-232-320), che ha raccolte tutte le Cronache latine e francesi, e nuovi schiarimenti ne ha tratti.

[198.] Ο δε Ρομπερτος (parola corotta alla Greca) ουτος ην Νορμαννος το γενος, την τυχην ασημος.... e altrove εξ αφανους πανυ τυχης περιφανης, Romperto (parola corrotta alla greca invece di Roberto) era Normanno di nazione, ignobile di nascita.... e altrove divenuto illustre dopo una nascita affatto oscura, e in un altro luogo (l. IV, p. 84) απο εουχατης πενιας και τυχης αφανους da una estrema miseria a da oscura nascita. Anna Comnena era nata per vero dir nella porpora; non così il padre suo di privata condizione, illustre bensì, ma innalzato dal merito solamente.

[199.] Il Giannone (t. II, p. 2), dimenticando i suoi autori originali, per far derivare Guiscardo da una schiatta principesca, si fida alla testimonianza d'Inveges, frate agostiniano di Palermo, che vivea nell'ultimo secolo. Questi due autori prolungano la successione dei Duchi, fino a Guglielmo II il Bastardo o il Conquistatore, che credevasi (comunemente si tiene) il padre di Tancredi di Altavilla. Questo errore è maiuscolo, ed eccita tanta maggior maraviglia, che allor quando il figlio di Tancredi guerreggiava nella Puglia, Guglielmo II non avea più di tre anni (A. D. 1037).

[200.] Il giudizio del Ducange è giusto e moderato: «Certe humilis fuit ac tenuis Roberti familia, si ducalem et regium spectemus apicem, ad quem postea pervenit; quae honesta tamen et, prater nobilium vulgarium statum et conditionem, illustris habita est, quae nec humi reperet, nec altum quid tumeret». (Guglielmo di Malmsb. De gest. Anglorum, l. III, p. 107, Not. ad Alexiad., p. 230).

[201.] Citerò alcuni de' migliori versi del Pugliese (lib. II, pag. 270),

Pugnat utraque manu, nec lancea cassa, nec ensis

Cassus erat, quocunque manu deducere vellet.

Ter dejectus equo, ter viribus ipse resumptis

Major in arma redit: stimulos furor ipse ministrat.

Ut leo cum frendens, etc.

· · · · · · · · · · · · · ·

Nullus in hoc bello, sicuti post bella probatum est,

Victor vel victus, tam magnos edidit ictus.

[202.] Gli autori e gli editori normanni che meglio conoscevano la loro lingua, traduceano la parola Guiscardo o Wiscard nell'altra Callidus, uomo scaltrito ed astuto. La radice Wise è famigliare agli orecchi inglesi, e l'antico vocabolo Wiseacre offre all'incirca lo stesso significato, e la medesima desinenza. Την χυχην πανουργοτατος esprime assai bene il soprannome e l'indole di Roberto.

[203.] La storia del modo onde Roberto Guiscardo si procacciò il titolo di Duca è un argomento assai intralciato ed oscuro. Seguendo le giudiziose osservazioni del Giannone, del Muratori e del Saint-Marc, ho procurato narrarla nella maniera più coerente e meno inverisimile.

[204.] Il Baronio (Annal. ecclesiast. A. D. 1059, n. 69) ha pubblicato l'Atto originale, ch'ei dice aver copiato dal Liber censuum, manoscritto del Vaticano. Ciò nondimeno il Muratori ha pubblicato (Antiq. med. aevi; t. V, p. 851-908) un Liber censuum, ove un tale atto non trovasi; e i nomi di Vaticano e Cardinale destano egualmente i sospetti d'un protestante e d'un filosofo.

[205.] V. la vita di Guiscardo nel II e III libro del Pugliese, nel I e II di Gioffredo Malaterra.

[206.] Il Giannone (vol. II della sua Istoria civile l. IX, X, XI, e l. XVII, p. 460-470) narra con imparzialità le conquiste di Roberto Guiscardo e di Ruggero I, l'esenzione di Benevento, e delle dodici province del regno. Questa ripartizione però accadde soltanto sotto il regno di Federico II.

[207.] Il Giannone (t. II, p. 119-127), il Muratori (Antiq. medii aevi, t. III, Dissert. 44, p. 935, 936), il Tiraboschi (Istor. della letteratura ital.) ne hanno offerto uno specchio storico de' medici della Scuola Salernitana. Quanto al giudicare la teorica e la pratica della lor medicina, è tal bisogna che ai nostri medici sol s'appartiene.

[208.] L'instancabile Enrico Brenckmann ha aggiunte sul finire della sua Historia Pandectarum (Trajecti ad Rhenum, 1722, in 4.), due dissertazioni, De Repubblica amalphitana e Da Amalphi a Pisanis direpta, fondate sulla testimonianza di cenquaranta scrittori; ma poi ha dimenticati i due importanti passi dell'ambasceria di Luitprando (A. D. 959), ove s'instituisce un parallelo fra il commercio e la navigazione di Amalfi e di Venezia.

[209.]

Urbs Latii non est hac delitiosior urbe,

Frugibus, arboribus vinoque redundat; et unde

Non tibi poma, nuces, non pulchra palatia desunt,

Non species muliebris, abest probitasque virorum.

Guglielmus Appulus, l. III, p. 267.

[210.] Il Muratori pretende che i versi di cui parlasi, sieno stati composti dopo l'anno 1066, epoca della morte di Odoardo il Confessore, rex Anglorum, al quale sono indiritti. Le opinioni intorno a ciò, o piuttosto gli sbagli del Pasquier (Recherches de la France, l. VII, c. 2), e del Ducange (Gloss. lat.) non indeboliscono in modo alcuno le prove del Muratori. Già nel settimo secolo, era conosciuta l'usanza de' versi rimati; usanza tolta alle lingue nortiche ed orientali (Muratori, Antiquit., t. III; Dissertat., n. 40, p. 686-708).

[211.] Esattissima ed assai poetica è la descrizione di Amalfi fatta da Guglielmo Pugliese (l. III, p. 267) co' seguenti versi, il terzo de' quali sembra alla bussola riferirsi:

Nulla magis locuples argento, vestibus, auro,

Partibus innumeris: hac pluribus urbe moratur

Nauta MARIS COELIQUE VIAS APERIRE PERITUS.

Huc et Alexandri diversa feruntur ab urbe

Regis, et Antiochi. Gens haec freta plurima transit.

His Arabes, Indi, Siculi nascuntur et Afri.

Haec gens est totum prope nobilitata per orbem,

Et mercando ferens, et amans marcata referre.

[212.] Il nostro Autore appoggia forse questo calcolo ai riferti de' viaggiatori eruditi che nel principio del secolo decimottavo visitarono Amalfi (Brenckm., De rep. Amalph. Diss. 1, c. 23); l'Autore però della Hist. des Rep. Ital., nel vol. I, p. 304, ne porta la popolazione a sei o ottomila abitanti. (N. dell'Ed.)

[213.] Latrocinio armigerorum suorum in multis sustentabatur, quod quidem ad ejus ignominiam non dicimus; sed, ipso ita praecipiente, adhuc viliora et reprehensibiliora dicturi sumus, ut pluribus patescat, quam laboriose et cum quanta angustia a profonda paupertate ad summum culmen divitiarum vel honoris attigerit. Così il Malaterra s'introduce a narrare il furto de' cavalli (lib. I, c. 25). Dal momento che questo autore fa menzione di Ruggero, suo mecenate (l. I, c. 19), Guiscardo, qual secondo personaggio, sol comparisce. Trovasi qualche cosa di somigliante nella condotta di Velleio Patercolo, Storico di Augusto e di Tiberio.

[214.] Duo sibi proficua reputans, animae scilicet et corpori, si terram idolis deditam ad cultum divinum revocaret (Gioffredo Malaterra, l. II, c. 1). I tre ultimi libri di questo Storico son dedicati a narrare la conquista della Sicilia; e lo stesso Malaterra ha composto il Sommario esatto de' suoi Capitoli (p. 544-546).

[215.] V. la parola milites nel Glossario latino del Ducange.

[216.] Fra le altre circostanze curiose, o bizzarre, il Malaterra ne racconta che gli Arabi aveano introdotto in Sicilia l'uso de' cammelli, (l. 1, c. 33), e de' colombi messaggeri (c. 42); che il morso della tarantola produce una malattia quae per anum inhoneste crepitando emergit; fenomeno assai ridicolo cui soggiacque tutto l'esercito de' Normanni, accampato sotto la mura di Palermo (c. 36). Aggiugnerò una etimologia che non è indegna dell'undicesimo secolo. Messana è derivato di Messis, luogo d'onde le biade venivano dalla Sicilia inviate in tributo a Roma (l. II, c. 1).

[217.] V. la capitolazione di Palermo nel Malaterra (lib. II, c. 45) e nel Giannone che parla sulla tolleranza generale conceduta ai Saracini (t. II, p. 72).

[218.] Giovanni Leone Affricano (De medicis et philosophis Arabibus, c. 14, presso Fabricio, Bibl. graec. t. XIII, p. 278, 279). Questo filosofo nomavasi Esseriff, Essascialli, e morì nell'Affrica (A. E. 516, A. D. 1112). Tal denominazione ha molta somiglianza coll'altra Seriff al Eldrisi. Così chiamavasi chi offerse il suo libro (Geogr. nubiens.; V. la Prefazione, p. 88, 90, 176) a Ruggero re di Sicilia (A. E. 548, A. D. 1153; D'Herbelot, Bibl. orient. p. 786; Prideaux, Life of Mahomet, pag. 188; Petis de la Croix, Hist. de Gengis-kan, p. 535, 536; Casiri, Bibl. arab. hispan. t. II, p. 9-13), onde temo sia accaduto in ordine a ciò qualche equivoco.

[219.] Il Malaterra parlando della fondazione de' Vescovadi (l. IV, c. 7) porta la Bolla in originale (l. IV, c. 29). Il Giannone, come istorico del paese, offre un'idea di questo privilegio e della monarchia di Sicilia (t. II, p. 95-102), e Saint-Marc (Abrégé, t. III, p. 217-301) discute una tale quistione con tutta l'abilità d'un giureconsulto siciliano.

[220.] Nelle descrizioni della prima spedizione di Roberto contra i Greci, i miei autori sono: Anna Comnena (I, II, IV, V. libri dell'Alexiade), Guglielmo Pugliese (lib. IV e V, p. 270-275), e Gioffredo Malaterra (l. III, c. 13, 14-24, 29-39); essi erano contemporanei, e possono riguardarsi come autentici i loro scritti, avvertendo però, che niun d'essi fu testimonio oculare delle battaglie.

[221.] Una di queste si sposò ad Ugo, figlio di Azzo, o Axo, marchese di Lombardia (Guglielmo Pugliese, l. III, p. 267), ricco, potente e nobile nell'undecimo secolo, e i cui maggiori il Muratori e il Leibnitz hanno scoperto appartenere al nono e decimo secolo. Le due famose Case di Brunswick e di Este derivano da due figli primogeniti del marchese Azzo. V. Muratori, Antichità Est.

[222.] Anna Comnena loda e sospira con un po' troppo di libertà questo bel giovinetto, che le venne promesso in isposo quando fu sciolto l'altro contratto di nozze colla figlia di Guiscardo. Nel lib. I, pag. 23, ella dice che questo principe era αγαλμα φυσεως... Θεου χειρων φιλοτιμημα.... χρυσου γενους απορροη un gioiello dalla natura... una bell'opera delle mani di Dio... una emanazione dell'età d'oro, ec. (p. 27). Ella descrive altrove il bianco e il vermiglio della pelle, gli occhi di falco ec. l. III, p 71.

[223.] Anna Comnena (l. I, p. 28-29), Guglielmo Pugliese (l. IV, p. 271), Gioffredo Malaterra (l. III, c. 13, p. 579, 580). Più circospetto si mostra quest'ultimo; ma il Pugliese dice,

Mentitus se Michaelem

Venerat a Danais quidam seductor ad illum.

Si lasciò sorprendere da questa frode Gregorio VII; e il Baronio è quasi l'unico che la voglia sostenere qual verità (A. D. 1080, n. 44).

[224.] Ipse armatae militia non plusquam MCCC milites secum habuisse, ab eis qui eidem negotio interfuerunt attestatur (Malaterra, l. III, c. 24, p. 583), e sono i medesimi che il Pugliese al l. IV, p. 273 chiama equestris gens ducis, equites de gente ducis.

[225.] Εις τριακοντα χιλιαδας da trentamila, così si esprime Anna Comnena (Alexias, l. I, p. 37), e un tale calcolo concorda col numero e col carico de' navigli. Ivit in Dyrrachium cum XV militibus hominum, dice il Chronicon Breve Normannicum (Muratori, Scriptores, t. V, p. 278). Io mi sono adoperato a conciliare insieme queste diverse testimonianze.

[226.] L'Itinerario di Gerusalemme (p. 609, ediz. Wesseling) accenna un intervallo ragionevole e vero di mille stadj, o cento miglia, che stravagantemente hanno duplicato Strabone (l. VI, pag. 433) e Plinio (Hist. nat. III, 16).

[227.] Plinio (Hist. nat. III, 6, 16) assegna QUINQUAGINTA miglia a questo brevissimus cursus, e indica la vera distanza da Otranto alla Vallona o Aulon (d'Anville, Analyse de sa carte des côtes de la Grèce, etc. p. 3-6). Ermolao Barbaro che sostituisce il vocabolo centum (Hardouin, not. 66, in Plin. lib. III) avrebbe potuto essere corretto da quanti piloti veneziani erano usciti di quel golfo.

[228.] Infames scopulos Acroceraunia, Horat., Carmen 1 e 3. Vi è qualche poco di esagerazione nel praecipitem Africum decertantem aquilonibus et rabiem Noti, e nel monstra natantia dell'Adriatico; ma Orazio palpitante per la vita di Virgilio, è un esempio che ben comparisce nella storia della poesia e dell'amicizia.

[229.] Των δε εις τον πωγωνα αυτου εφυβρισαντων insultavanlo per la barba (che gli mancava) (Alexias, l. IV, p. 106). Ciò nondimeno i Normanni si radeano la barba; i Veneziani la lasciavano crescere: di qui avrà avuta origine la mancanza di barba attribuita, poco felicemente per dir vero, a Boemondo (Ducange, Not. ad Alex., p. 283).

[230.] Il Muratori (Annali d'Italia, t. IX, p. 136, 137), osserva che alcuni autori (Pietro Diacono, Chron. Casin. lib. III, cap. 49) fanno ascendere l'esercito de' Greci a censettantamila uomini, ma che si può levare il cento, lo stesso Malaterra indicandone soli settantamila; piccola svista! Il passo al quale fa allusione il Muratori trovasi nella Cronaca di Lupo Protospata (Script. ital. t. V, p. 45). Il Malaterra, (l. IV, 17) parla in termini, ampollosi, ma vaghi, di questa imperiale spedizione: Cum copiis innumerabilibus, e il Poeta Pugliese (l. IV, p. 272):

More locustarum montes et plana teguntur.

[231.] V. Guglielmo di Malmsbury, De Gestis Anglor., l. II, p. 92. Alexius fidem Anglorum suscipiens, praecipuis familiaritatibus his eos applicabat, amorem eorum filio transcribens. Orderico Vitale (Hist. eccles., l. IV, pag. 508, l. VII, p. 841) racconta la partenza di questi profughi dall'Inghilterra e il modo onde presero servigio in Grecia.

[232.] V. il Pugliese (l. I, p. 256). Ho già descritto nel capitolo LIV la storia e l'indole di questi Manichei.

[233.] V. il semplice ed ammirabile racconto di Cesare (Comment. de bell. civil. III, 41-75). Gli è da deplorarsi che Quinto Icilio (il Signor Guichard) non sia vissuto a bastanza per far le note a questa parte di essi come le ha fatte alle azioni campali dell'Affrica e della Spagna.

[234.] Παλλας αλλη και μη Σθηνη un'altra Pallade, ma non Minerva. Il presidente Cousin (Hist. de Constantinople, t. IV, p. 131, in 12) ha tradotto molto aggiustatamente «che combattea come una Pallade, benchè non dotta al pari di quella della Grecia». I Greci aveano composti gli attributi delle loro divinità di due caratteri poco fatti per accoppiarsi, quello di Neith, l'artigiana di Sais nell'Egitto, e quello di una vergine amazzone del lago Tritonio nella Libia (Banier, Mythologie, t. IV, p. 1-31, in 12).

[235.] Anna Comnena (lib. IV, p. 116) ammira con una specie di terrore le maschili virtù di una tal donna. Queste erano più famigliari alle Latine, e benchè il Pugliese (lib. IV, p. 273) faccia menzione della presenza e della ferita della moglie di Guiscardo, affievolisce l'idea della sua intrepidezza:

Uxor in hoc bello Roberti forte sagitta

Quadam laesa fuit: quo vulnere TERRITA nullam

Dum sperabat opem, se poene SUBEGERAT hosti.

Il vocabolo subegerat non è felice che trattandosi di una donna prigioniera.

[236.] Απο της του Ρομπερτου προηγησαμενης μαχης, γινοσηων την προτων κατα των εναντιων ιππασιαν των Κελτων ανυποιστον dalla prima battaglia data da Romperto, conoscendo l'invincibile cavalleria de' Celti che primi combattevano nella fronte (Anna, l. V, p. 133) ed altrove και γαρ Κελτος ανηρ πας εποχουμενος μεν ανυπιστος την ορμην, και την θεαν εστιν poichè il Celta a cavallo è formidabile non che all'impeto, alla sola vista (pag. 140). La pedanteria adoperata dalla Principessa nella scelta delle denominazioni classiche ha incoraggiato il Ducange ad attribuire ai suoi compatrioti l'indole degli antichi Galli.

[237.] Lupo Protospata (t. III, p. 45) dice seimila; Guglielmo Pugliese più di cinquemila (l. IV, p. 275): nel che è lodevole e singolare la lor modestia; era sì facile ad essi con un tratto di penna l'uccidere venti o trentamila scismatici, od infedeli.

[238.] I Romani riguardando come nome di cattivo augurio il nome Epidamnus, gli sostituirono l'altro Dyrrachium (Plinio, III, 26), di cui il popolo avea fatto Duracium (V. il Malaterra), vocabolo che ha qualche somiglianza coll'altro, durezza. Durando era uno fra i nomi di Roberto, e veramente Roberto potea chiamarsi un Durando; giuoco scipitissimo di parole. (Alberic, Monach. in Chron., V. Muratori, Annali d'Italia, t. IX, p. 137).

[239.] βρουχους και ακριδας ειπεν αν τις αυτους πατερα και υιον il padre e il figlio erano appellati bruchi e locuste (Anna, lib. I, pag. 35). Mercè tali comparazioni, tanto diverse da quelle di Omero, costei s'immagina inspirar disprezzo ed orrore contra il cattivo animaluzzo che appellasi conquistatore. Fortunatamente il comun raziocinio, ossia la comune irragionevolezza, ai lodevoli disegni della greca Principessa fan guerra.

[240.]

Prodiit hac auctor Trojanae cladis Achilles.

Virgilio nel libro secondo dell'Eneide (Larissaeus Achilles) aggiugne forza alla supposizione del Pugliese (l. I, p. 275), supposizione non giustificata dalle geografiche descrizioni che si trovano in Omero.

[241.] L'ignoranza ha tradotto των πεδιλων προαλματα, (punte de' talari) Speroni; e questi impacciavano i cavalieri che combattevano a piedi (Anna Comnena, Alexias, lib. V, p. 140). Il Ducange ha dedotto il vero significato di queste parole da una usanza ridicola, ed incomoda, durata dall'undicesimo secolo fino al decimoquinto. I ridetti speroni, configurati a guisa di scorpione, aveano talvolta due piedi e una catenella d'argento che gli attaccava al ginocchio.

[242.] Tutta questa lettera merita di essere letta (Alexias, l. III, p. 93, 94, 95). Il Ducange non ha intese le seguenti parole αστροπελεκυν δεδεμενον μετα χρυμαφις. Ho procurato di dar loro una interpretazione possibilmente plausibile: χρυμαφιου significa corona d'oro. Simone Porzio (in Lexico graeco-barbar.) dice che ασροπελεκυς equivale a κεραυνος, πρηστηρ, lampo.

[243.] Intorno a questi principali fatti rimetto i leggitori agli storici Sigonio, Baronio, Muratori, Mosheim, Saint-Marc etc.

[244.] Le vite di Gregorio VII sono o leggende, o invettive (Saint-Marc, Abrégé; t. III. p. 233; ec.), e i moderni leggitori non crederanno più ai suoi miracoli che ai suoi sortilegi. Nel Leclerc (Vie de Hildebrand, Bibliothèque ancienne et moderne, t. VIII) si trovano diverse nozioni instruttive a tale proposito, e molte dilettevoli nel Bayle (Dictionaire critique, Grégoire VII). Questo pontefice fu, non v'ha dubbio, un uomo sommo, un secondo Atanasio, in un secolo più fortunato per la Chiesa. Mi sarà egli lecito aggiugnere che il ritratto di Atanasio da me offerto nel Capitolo XXI è uno de' tratti della mia storia de' quali mi trovo meno scontento?

[245.] Ciò che qui dice l'autore di Gregorio VII forse è esagerato; vegga il lettore ciò che abbiamo scritto di questo Papa famoso in una Nota al vol. IX. (Nota di N. N.)

[246.] Anna, col rancore proprio ad una scismatica greca, chiama Gregorio καταπτυσος ουτς Παπας (lib. I, pag. 32), un Papa e un prete degno che gli sia sputato addosso; lo accusa di aver fatto frustare gli ambasciatori di Enrico, di aver fatto ad essi rader la barba; forse d'averli privati degli organi della virilità (p. 31-33); ma questo crudele oltraggio è poco verisimile, nè ben provato. V. la sensata prefazione del Cousin.

[247.]

.... Sic uno tempore victi

Sunt terrae Domini duo: rex Alemannicus iste,

Imperii rector romani maximus ille.

Alter ad arma ruens armis superatur: et alter

Nominis auditi sola formidine cessit.

È cosa non poco singolare che questo poeta latino parli dell'Imperatore greco come se governasse l'Impero romano (t. IV, p. 274).

[248.] La narrazione del Malaterra (l. III, c. 37; pag. 587, 588) è autentica, minuta, imparziale. Dux ignem exclamans urbi incensa, etc. Il Pugliese attenua la disgrazia: inde quibusdam aedibus exustis, disgrazia che alcune Cronache parziali si studiano esagerare (Muratori, Annali, t. IX, pag. 147).

[249.] Il Gesuita Donato (De Roma veteri et nova, l. IV, c. 8, p. 489) dopo avere parlato di una tale devastazione, aggiugne con grazia: Duraret hodieque in Caelio monte interque ipsum et Capitolium miserabilis facies prostratae urbis, nisi in hortorum vinetorumque amenitatem Roma resurrexisset, ut perpetua viriditate contegeret vulnera et ruinas suas.

[250.] Il titolo di Re promesso, o conferito a Roberto dal sommo Pontefice (Anna l. I, p. 32) è a bastanza provato dal Poeta Pugliese (l. IV, p. 270):

Romani regni sibi promisisse coronam

Papa ferebatur.

e non intendo il perchè questo nuovo tratto di giurisdizione apostolica spiaceva al Gretser e ad alcuni altri difensori del Papa.

[251.] V. Omero Iliade B. (quanto detesto questo metodo pedantesco di citare i libri dell'Iliade colle lettere dell'alfabeto greco!) 87 ec. Le api di Omero offrono l'immagine di una turba disordinata; perchè la loro disciplina, e i lavori repubblicani sembrano idee di un secolo posteriore (V. Eneide, lib. I).

[252.] Guglielmo Pugliesi (l. V, p. 276). L'ammirabile porto di Brindisi ne formava due; il porto esterno offeriva un golfo coperto da un'isola, il quale per gradi si restringeva, e comunicava, mediante un canale, nel porto interno che da due bande comprendea la città. Cesare e la natura, sonosi adoperati a rovinarlo: e a petto di siffatte potenze che valgono i deboli sforzi del governo Napolitano? (Swinburne's Travels in the two Sicilies, vol. I, p. 384-390).

[253.] Guglielmo Pugliese (l. V, p. 276) descrive la vittoria de' Normanni, e dimentica le due sconfitte anteriori, che Anna Comnena però non dimentica (l. VI, p. 159, 160, 161); anzi a sua volta, ella inventa, o esagera una quarta battaglia ove i Veneziani sono vendicati delle perdite sofferte, e del loro zelo ricompensati. I Veneziani non la pensavano così, poichè rimossero il loro Doge, propter excidium stoli. (Dandolo in Chron., Muratori, Script. rerum italicarum, tom. XII, pag. 249).

[254.] I più autentici fra gli storici, Guglielmo Pugliese, (l. V, p. 277), Gioffredo Malaterra (l. III, c. 41, p. 589), e Romualdo di Salerno (Chron. in Muratori, Script. rerum ital. t. VII) non fanno parola di un tale misfatto, che trovano tanto evidente Guglielmo di Malmsbury (l. III, p. 107) e Ruggero di Hoveden (pag. 710, in Scrip. post Bedam). L'Hoveden anzi ne viene spiegando, come Alessio il Giusto sposasse, incoronasse, e facesse bruciar viva la complice della sua colpa. Ma questo Storico inglese è sì cieco che colloca Roberto Guiscardo, o Wiscard, nel novero de' cavalieri di Enrico I, il quale ascese al trono quindici anni dopo la morte del Duca di Puglia.

[255.] Anna Comnena cosparge con gioia d'alcuni fiori la tomba del suo nemico (Alexiade, l. V, p. 162-166); ma il merito di Guiscardo è ben meglio provato dalla stima e dalla gelosia di Guglielmo il Conquistatore, ne' cui Stati la famiglia di Guiscardo vivea. Graecia (dice il Malaterra) hostibus recedentibus libera laeta quievit: Apulia tota, sive Calabria turbatur.

[256.]

Urbs Venusina nitet tantis decorata sepulchris.

Uno dei migliori versi del Poema del Pugliese (l. V, p. 278). Guglielmo di Malmsbury (l. III, p. 107) ne ha data cognizione di un epitafio di Guiscardo, che qui non merita d'aver luogo.

[257.] Ciò nullameno Orazio condotto a Roma sin dalla sua fanciullezza (Sermon. 1 e 6) avea poche obbligazioni a Venosa, e le sue reiterate allusioni agl'incerti limiti della Puglia e della Lucania (Carm. III, 4, Sermon. II, 1) mal si addicono al suo ingegno e al secolo in cui vivea.

[258.] V. Il Giannone (t. II, pag. 88-93) e gli Storici della prima Crociata.

[259.] I Regni di Ruggero e dei Re normanni della Sicilia, tengono quattro libri della Istoria civile del Giannone (t. II, l. XI-XIV, p. 136-140), e trovansi qua e là descritti nel nono e decimo volume degli Annali del Muratori. La Biblioteca Italica (t. I, pag. 175-222) contiene un compendio molto utile delle opere del Capecelatro, moderno Napoletano, che ha pubblicati due volumi sulla storia del suo paese, incominciando da Ruggero I e venendo inclusivamente a Federico II.

[260.] Giusta le testimonianze di Filisto e di Diodoro, Dionigi tiranno di Siracusa manteneva un esercito di diecimila uomini a cavallo, di centomila fantaccini e di quattrocento galee. Si confrontino l'Hume (Saggi, v. I, p. 268-435) e il Wallace, avversario di questo istorico, (Numbers of Mankind, p. 306-307). Tutti i viaggiatori, D'Orville, Reidesel, Swinburne, ec. parlano delle rovine d'Agrigento.

[261.] Un autore contemporaneo che descrive le azioni di Ruggero, dall'anno 1127 all'anno 1135, fonda i titoli di questo principe sul merito e sulla possanza del medesimo, sul consenso de' Baroni, e sull'antichità della monarchia di Palermo e della Sicilia, senza far parola della investitura di Papa Anacleto (Alexand. caenobii Telesini abbatis de rebus gestis regis Rogerii, l. IV, in Muratori, Script. rerum ital., t. V, p. 607-645).

[262.] I Re di Francia, d'Inghilterra, di Scozia, di Castiglia, di Aragona, di Navarra, di Svezia, di Danimarca e di Ungheria. Il trono de' primi tre era assai più antico di quello di Carlomagno. Fra i sei successivi, i tre primi aveano fondate colla spada, i tre ultimi col battesimo le loro monarchie. Il Re d'Ungheria era il solo che avesse avuto l'onore, o l'affronto di ricevere dal Papa la propria corona.

[263.] Fazello, e una folla d'altri Siciliani, hanno immaginata una incoronazione precedente di alcuni mesi, alla quale nè il Papa, nè l'Imperatore avrebbero avuta parte (A. D. 1130, 1 maggio). Il Giannone a proprio malgrado la nega (t. II, p. 137-144): il silenzio dei contemporanei dismentisce una tal favola, nè vale a sostenerla un preteso chirografo di Messina. (Muratori, Annali d'Italia, t. IX, p. 340; Pagi, Critica, t. IV, p. 467, 468).

[264.] Ruggero corruppe il secondo ufiziale dell'esercito di Lottario, il quale fece sonare a ritratta, o piuttosto gridò alle truppe di ritirarsi: perchè gli Alemanni, aggiugne il Cinnamo (l. III, c. I, p. 51) non conoscono l'uso delle trombe. Nell'asserire la qual cosa, ci mostra di non conoscere egli medesimo gli usi de' popoli che ha descritti.

[265.] V. De Guignes, Hist. génér. des Huns, t. I, p. 369-373, e Cardonne, Hist. de l'Afrique, etc., sous la domination des Arabes, t. II, p. 70-140. Sembra che questi due autori abbiamo preso Novairi per loro guida.

[266.] Tripoli (dice il Geografo di Nubia, o parlando con più esattezza il Seriffo al Edrisi) urbs fortis, saxeo muro vallata, sita prope littus maris. Hanc expugnavit Rogerius, qui mulieribus captivis ductis, viros peremit.

[267.] V. la Geografia di Leone l'Affricano (in Ramusio, t. I, fol. 74, vers. fol. 75 recto) e i Viaggi di Shaw (p. 110); il settimo libro del presidente De Thou, e l'undecimo dell'Abate di Vertot. I cavalieri di Malta ebbero la saggezza di rifiutare questa piazza, che Carlo V offeriva loro a condizione di difenderla.

[268.] Il Pagi ha indicate con esattezza le conquiste di Ruggero nell'Affrica: e l'amico di lui, l'abate di Longuerue, ne illustrò le osservazioni con alcune Memorie arabe (A. D. 1147, n. 26, 27; A. D. 1148, n. 16: A. D. 1153, n. 16).

[269.] Appulus et Calaber, Siculus mihi servit et Afer. Orgogliosa iscrizione, dalla quale apparisce che i vincitori normanni veniano sempre contraddistinti dai lor sudditi Cristiani e Musulmani.

[270.] Ugone Falcando (Hist. Sicula, in Muratori, Script., t. VII, p. 270, 271) attribuisce tali perdite alla negligenza, o alla perfidia dell'ammiraglio Maio.

[271.] Al silenzio degli Storici siciliani, che finiscono troppo presto, o cominciano troppo tardi, possono supplire Ottone di Fraysingen (De gest. Freder. I, l. I, c. 33, in Muratori, Scriptor., t. VI, pag. 668), il veneziano Andrea Dandolo (Id., t. XII, p. 282, 283) e gli Autori greci, Cinnamo (l. III, c. 2-5) e Niceta (in Manuel. l. II, c. 1-6).

[272.] Credo riferirsi alla prigionia e alla liberazione di Luigi VII il παρ ελιγον ηλθε του αλωναι, venne dall'essere prigioniero per poco tempo, di Cinnamo l. II, c. 19, p. 47. Il Muratori, fondandosi sopra assai valevoli testimonianze (Ann. d'Ital. t. IX, p. 420, 421), si fa beffe del dilicato riguardo di alcuni autori Francesi i quali asseriscono marisque nullo impediente periculo ad regnum proprium reversum esse; del rimanente il loro difensore Ducange, a quanto osservo, si mostra meno asseverante nel comentare Cinnamo che allorquando presenta l'edizione del Joinville.

[273.] In palatium regium sagittas igneas injecit, dice Dandolo; ma Niceta (l. II, c. 8, p. 66) trasforma queste frecce in Βελη αργντεους εχοντα ατρακτους, frecce che aveano la punta d'argento; aggiugnendo che Manuele qualificava un tale oltraggio co' vocaboli παιγνιον, γελωτα... γηστευοντα, puerili, ridicoli... da ladroni. Un compilatore, Vincenzo di Beauvais, dice che queste frecce erano d'oro.

[274.] V. intorno all'invasione dell'Italia, argomento quasi disdegnato da Niceta, la più accurata storia del Cinnamo (l. IV, c. 1-15, p. 78-101). Quest'ultimo si fa strada ad una diffusa narrazione con questo pomposo proemio, περι της Σικελιας τε, και της Ιταλων εσηεπτετολης, ως και γαυτας Ρωμαιοις ανασωσαιτο, fu veduto intorno alla Sicilia, e all'Italia, inteso a restituire a Roma anche quelle province.

[275.] Un Autore latino, Ottone (De gestis Friderici I, l. II, c. 30, p. 734), attesta essere stato finto un tal documento. Il Greco Cinnamo (l. I, c. 4, p. 78) fa valere una promessa di restituzione di Corrado, o di Federico. Una frode è sempre credibile quando viene attribuita ai Greci.

[276.] Quod Anconitani graecum imperiunt nimis diligerent.... Veneti speciali odio Anconam oderunt. I beneficia e il flumen aureum dell'Imperatore erano la cagione di questo effetto, e forse ancora di una tal gelosia. Il Cinnamo (l. IV, c. 14) conferma la narrazione latina.

[277.] Il Muratori fa menzione di due assedj di Ancona. Il primo nel 1167, sostenuto contra Federico I, che combattè in persona (Ann., t. X, p. 39 ec.), il secondo nel 1173, contra l'arcivescovo di Magonza, luogotenente di questo principe, prelato indegno del suo titolo e delle sue cariche (p. 76 ec.). Le Memorie pubblicate dal Muratori nelle sua grande Raccolta (t. VI, p. 921-946) al secondo assedio si riferiscono.

[278.] Questa circostanza abbiam ricavata da una Cronaca anonima del Fossa Nova, pubblicata dal Muratori (Script. ital., t. VII, p. 874).

[279.] Il βασιλειος σημειον, segno regio, del Cinnamo (l. IV, c. 14, pag. 99) ammette due spiegazioni. Uno stendardo si conforma meglio ai costumi de' Latini, una immagine a quelli de' Greci.

[280.] Nihilominus quoque petebat, ut quia occasio justa et tempus opportunum et acceptabile se obtulerant, romani corona imperii a sancto apostolo sibi redderetur; quoniam non ad Frederici Alamanni, sed ad suum jus asseruit pertinere (vit. Alexandri III a cardinal. Aragoniae, in Script. rer. ital., t. III, part. I, p. 458). Egli partì per la sua seconda ambasceria, cum immensa multitudine pecuniarum.

[281.] Nimis alta et perplexa sunt (vit. Alexandri III, p. 460, 461), dicea il circospetto Pontefice.

[282.] Μηδεν γεσον ειναι λεγλν Ρωμη τη νεοτερα προς την πρεσβυτεραν παλαι απορραμεισωέ, dicendo non essere alcuna differenza dalla nuova Roma in confronto all'antica, dopo averle divise. (Cinnamo, l. IV, c. 14, p. 99).

[283.] Il Cinnamo nel suo sesto libro descrive la guerra di Venezia, che Niceta non ha giudicata degna della sua attenzione. Il Muratori porta all'anno 1171 e successivi alcune particolarità che riguardano gl'Italiani, e che non hanno un vezzo generale per noi.

[284.] Romualdo di Salerno (in Muratori, Scr. Ital., t. VII, p. 198) fa menzione di una tale vittoria. Ella è cosa assai singolare che il Cinnamo (l. IV, c. 13, p. 97, 98) si mostri più animato del Falcando, e racconti particolarità omesse da questo Storico (p. 208, 270) nel far l'encomio del Re di Sicilia. Ma l'Autore greco amava le descrizioni, e il Latino non amava Guglielmo il Cattivo.

[285.] V. intorno alla lettera di Guglielmo I, il Cinnamo (l. IV, c. 15, p. 101, 102) e Niceta (l. II, c. 8). Sarebbe cosa malagevole il decidere, se i Greci s'ingannassero eglino stessi, o volessero ingannare il Pubblico con queste adulatrici descrizioni della grandezza dell'Impero.

[286.] Non posso citare a tal luogo altre originali testimonianze fuor delle miserabili cronache di Sicardo di Cremona (p. 603), e del Fossa Nova (p. 875) che leggonsi nel settimo volume storico del Muratori. Il Re di Sicilia inviò le sue truppe contra nequitiam Andronici... ad acquirendum imperium C. P. I soldati del medesimo furono capti aut confusi... decepti, captique da Isacco.

[287.] Ne manca qui il soccorso del Cinnamo, e ci vediamo ridotti a Niceta (Andronico, l. I, c. 7, 8, 9, l. II, c. 1, Isacco l'Angelo, l. I, c. 1-4) che diviene un contemporaneo di molto peso. Avendo egli scritto dopo la caduta dell'Imperatore e dell'Impero non è trascorso in adulazioni: ma il disastro di Costantinopoli inacerbisce la sua nimistà contro i Latini. Noterò qui ad onore della letteratura che Eustazio, arcivescovo di Tessalonica, il famoso comentatore di Omero, ricusò di abbandonare il suo gregge.

[288.] La Historia Sicula di Ugone Falcando che, per parlare aggiustatamente procede dall'anno 1154 all'anno 1169, trovasi nel settimo volume della Raccolta del Muratori (p. 259-344), ed è preceduta (p. 251-258) da una Prefazione, o eloquente lettera de calamilatibus Siciliae. Il Falcando è stato soprannomato il Tacito della Sicilia, e, salva l'immensa differenza che passa fra il primo secolo, e il dodicesimo, tra un senatore ed un frate, non disputerò al Falcando un simile onore. Rapida e chiara ne è la narrazione, coraggioso ed elegante lo stile, sensatissime le osservazioni: conoscea gli uomini, e cuore d'uomo egli avea. Spiacemi soltanto che abbia spese le sue fatiche sopra un terreno tanto sterile, ed esteso sì poco.

[289.] I laboriosi Benedettini pensano (Art de vérifier les Dates, p. 896) che il vero nome di Falcando sia Fulcandus, o Foucault. A loro avviso, Ugo Foucault, francese d'origine, che divenne in appresso Abate di S. Dionigi, avea seguìto in Sicilia il suo protettore, Stefano De La Perche, zio della madre di Guglielmo II, arcivescovo di Palermo, e Gran Cancelliere del regno. Ciò nullameno il Falcando ha tutti i sentimenti di un Siciliano, e il titolo di Alumnus che egli si attribuisce da sè medesimo, sembra indicare che egli sia nato, o almeno allevato nell'Isola.

[290.] (Falcando p. 303). Riccardo di S. Germano incomincia la sua Storia dal narrare la morte, e dal far gli encomj di Guglielmo II. Dopo alcuni epiteti che non significano nulla, aggiunge: Legis et justitiae cultus tempore suo vigebat in regno: sua erat quilibet sorte contentus (erano questi uomini?), ubique pax, ubique securitas, nec latronum metuebat viator insidias, nec maris nauta offendicula piratarum (Script. rer. ital. t. VII, p. 969).

[291.] Costantia, primis a cunabilis in deliciarum tuarum affluentia diutius educata, tuisque institutis, doctrinis et moribus informata, tandem opibus tuis Barbaros delatura discessit: et nunc cum ingentibus copiis revertitur, ut pulcherrima nutricis ornamenta barbarica foeditate contaminet...... Intueri mihi jam videor turbulentas Barbarorum acies.... civitates opulentas et loca diuturna pace florentia, metu concutere, caede vastare, rapinis atterere et foedare luxuria: hinc cives aut gladiis intercepti, aut servitute depressi, virgines constupratae, metronae, etc.

[292.] Certe si regem non dubiae virtutis elegerint, nec a Saracenis Christiani dissentiant, poterit rex creatus, rebus licet quasi desperatis et perditis subvenire, et incursus hostium, si prudenter egerit, propulsare.

[293.] In Appulis, qui, semper novitate gaudentes, novarum rerum studiis aguntur, nihil arbitror spei aut fiduciae reponendum.

[294.] Si civium tuorum virtutem et audaciam attendas..... murorum etiam ambitum densis turribus circumspectum.

[295.] Cum crudelitate piratica Theutonum confligat atrocitas, et inter ambustos lapides, et Ethnae flagrantis incendia, etc.

[296.] Eam partem quam nobilissimarum civitatum fulgor illustrat, quae et toti regno singulari meruit privilegio praeminere, nefarium esset... vel Barbarorum ingressu pollui. Merita di essere letta la descrizione ricercata sì, ma non priva di vezzo, con cui il Falcando dipinge il palagio, la città, e l'ubertosa pianura di Palermo.

[297.] Vires non suppetunt, et conatus tuos tam inopia civium, quam paucitas bellatorum elidunt.

[298.] At vero, quia difficile est Christianos in tanto rerum turbine, sublato regis timore, Saracenos non opprimere, si Saraceni injuriis fatigati ab eis coeperint dissidere, et castella forte marittima, vel montanas munitiones occupaverint; ut hinc cum Theutonicis summa virtute pugnandum, illinc Saracenis crebris insultibus occurrendum, quid putas acturi sunt Siculi inter has depressi angustias, et velut inter malleum et incudem multo cum discrimine constituti? Hoc utique agent quod poterunt, ut se Barbaris miserabili conditione dedentes, in eorum se conferant potestatem. O utinam plebis et procerum, Christianorum et Saracenorum vota conveniant, ut, regem sibi concorditer eligentes, Barbaros totis viribus, toto conanime, totisque desideriis proturbare contendant; nel qual voto i Normanni e i Siciliani vengono confusi fra loro.

[299.] La testimonianza di un Inglese, Ruggero di Hoveden (p. 689), è di poco peso a fronte del silenzio degli Autori alemanni ed italiani (Muratori, Annali d'Italia, tom. X, p. 156). Gli ecclesiastici, e i pellegrini che tornavan da Roma, innumerevoli favole spacciarono sull'onnipotenza del Santo Padre.

[300.] Ego enim in eo cum Theutonicis manere non debeo. (Caffari, Annales genuenses, in Muratori, Script. rer. ital. t. VI, p. 367, 368).

[301.] V. intorno ai Saracini della Sicilia e di Nocera gli Annali del Muratori (t. X, p. 149, ed A. D. 1223-1247), il Giannone (t. II, p. 385); e fra gli originali citati nella Raccolta del Muratori, Riccardo di S. Germano (t. VII, p. 996), Matteo Spinelli di Giovenazzo (t. VII, p. 1064), Nicolò di Jamsilla (t. X, p. 494) e Matteo Villani (t. XIV, l. VII, p. 103). L'ultimo di questi Scrittori lascia luogo a pensare che Carlo II della Casa di Angiò, adoperasse l'artifizio anzichè la violenza per ridurre in soggezione i Saracini di Nocera.

[302.] Il Muratori cita il passo di Arnaldo di Lubecca (l. IV, c. 20): Reparit thesauros absconditos, et omnem lapidum pretiosorum et gemmarum gloriam, ita ut oneratis 160 sommariis, gloriose ad terram suam redierit. Ruggero di Hoveden, che accenna la violazione delle tombe e de' cadaveri de' monarchi, fa ascendere il valore dello spoglio di Salerno a dugentomila once d'oro (p. 746). Al qual proposito, sarei propenso ad esclamare colla giovinetta stordita del La-Fontaine: «Vorrei aver io quel che ci manca».

[303.] Le particolarità da me narrate sulla vita e l'indole di Mamud sono tolte dal d'Herbelot (Bibl. orient., Mahmud, p. 533-537), dal De Guignes (Histoire des Huns, t. III, p. 155-173) e dal nostro concittadino il colonnello Alessandro Dow (v. I, p. 23-83), il quale ne ha offerti i due primi volumi della sua storia dell'Indostan, come una traduzione dell'opera del persiano Feristà. Ma in mezzo ai pomposi ornamenti di stile adoperati da questo Scrittore, non è sì facile il discernere, se veramente sia versione, o originale.

[304.] La dinastia de' Samanidi durò cenventicinque anni (A. D. 874-999) sotto il successivo governo di dieci principi. V. la genealogia de' medesimi, e la caduta della dinastia nelle tavole del sig. De Guignes (Hist. des Huns, t. I, pag. 404-406). Alla suddetta dinastia venne dopo quella de' Gaznevidi, A. D. 999-1183 (V. t. I, p. 239-240). Il metodo serbato da questo Storico nell'indicare le divisioni de' popoli ha sparsa non poca confusione sulle epoche, e oscurità quanto ai luoghi.

[305.] Gazna hortos non habet: est emporium et domicilium mercaturae indicae (Abulfeda, Geogr.; Reiske, Tabul 23, p. 349; d'Herbelot, p. 364). Niuno fra i viaggiatori moderni ha visitata questa città.

[306.] Fu anzi l'ambasciatore del Califfo di Bagdad che adoperò questo vocabolo arabo, o caldeo, ed equivalente al nostro di Signore e Padrone (d'Herbelot, p. 825). Gli Scrittori bisantini dell'undicesimo secolo si valgono a tradurlo delle voci Αυτοκρατωρ βασιλευς βασιλεων, e la voce Σουλτανος o Soldanus, dopo essere passata dai Gaznevidi ai Selgiucidi, e agli Emiri d'Asia e d'Egitto, vedesi usata spesse volte nel linguaggio famigliare de' Greci e de' Latini. Il Ducange (Dissert. 16 sopra Joinville, p. 238-240; Gloss. graec. e latin.) si sforza per provare che il titolo di Sultano veniva adoperato nell'antico regno di Persia; ma chimeriche sono le prove dal medesimo adotte: ei fonda tal sua opinione sopra un nome proprio de' temi di Costantino (II, 11), sopra un passo di Zonara, che ha confuse le epoche, e sopra una medaglia di Kai-Kosrù, il quale non è, come pensa il Ducange, il Sassanide del secolo XVI, ma il Selgiucida d'Iconium che viveva nel tredicesimo secolo (De Guignes, Hist. des Huns, t. I, p. 246.)

[307.] Feristà, giusta i racconti del Dow (Hist. of Hindostan, v. 1, p. 49), fa menzione di un'arma da fuoco che diceasi adoperata fra gli eserciti degl'Indù; ma non m'indurrò sì facilmente a persuadermi di tale uso anticipato dell'artiglieria (A. D. 1008), e piacerebbemi esaminare prima il testo, indi l'autorità di Feristà che vivea nel secolo XVII alla Corte Mogolla.

[308.] Kinnoga o Canoga (l'antica Palimbotra), vien collocata a 27° 3ʼ di lat. e 80° 11ʼ di long. V. D'Anville (Antiq. de l'Indie, p. 60-62), e la correzione del Maggiore Rennel che ha visitati i paesi in persona. (V. la sua eccellente Memoria sulla carta dell'Indostan, p. 37-43). Molte riduzioni sono da farsi sui trecento gioiellieri, e sulle trentamila botteghe di noci di areca, e sulle sessantamila bande di musici ec. numerati da Abulfeda (Geogr. Tab. XV, pag. 274: Dow, vol. I, p. 16).

[309.] Feristà chiama i Portoghesi gl'idolatri europei (Dow, vol. I, p. 66). V. Abulfeda, p. 272, e la Carte da l'Indostan, del Rennel.

[310.] D'Herbelot, Biblioth. orientale, p. 527. Del rimanente queste lettore, questi apoftegmi ec. offrono di rado il linguaggio del cuore, e il motivo delle pubbliche azioni.

[311.] Essi citano a cagion d'esempio un rubino di quattrocentocinquanta miskali (Dow, vol. I, pag. 53) ossia di sei libbre e tre once: mentre il più grosso fra i rubini trovato nel tesoro di Dely non pesava che diciassette miskali (Voyages de Tavernier, part. II, p. 280). Ben vero è che nell'Oriente si dà il nome di rubino a tutte le pietre colorate (p. 355), e che il Tavernier ne aveva vedute tre, più grosse e più preziose del ridetto rubino, fra le gemme del nostro gran re, il più potente e il più magnifico di tutti i re della terra (p. 376).

[312.] Dow, t. I, pag. 65. Dicesi che il sovrano di Kinnoga avea duemilacinquecento elefanti. (Abulfeda, Geogr. Tab. XV, p. 274). Il lettore può, giovandosi di queste particolarità intorno all'India, correggere una nota del Capitolo VIII, t. I, o seguendo quella nota correggere queste particolarità.

[313.] V. un'esatta e verisimile descrizione di questi costumi pastorali nella Storia di Guglielmo arcivescovo di Tiro (l. I, c. 7, Gesta Dei per Francos; p. 633-634), ed altra importantissima nota che è dovuta all'editore della Histoire généalogique des Tatars, p. 535-538.

[314.] Possono attingersi contezze sulle prime migrazioni dei Turcomanni, sull'incerta origine de' Selgiucidi nella storia laboriosa degli Unni scritta dal de Guignes (t. I, Tables chronolog. l. V, t. III, l. VII, IX, X), nella Biblioth. oriental. del d'Herbelot (pag. 799-802, 897, 901), in Elmacin (Hist. Saracen. pag. 331-333), e in Abulfarage (Dynast., p. 221, 222).

[315.] Dow, Hist. of Indostan, vol. I, pag. 89, 95, 98. Ho copiato questo passo, per dare un saggio sul modo di scrivere dell'Autore persiano: ma suppongo che per una bizzarra fatalità lo stile di Feristà sarà stato perfezionato da quello di Ossian.

[316.] Il Zendekan del d'Herbelot (p. 1028), il Dindaka del Dow (vol. I, pag. 97), secondo tutte le apparenze sono la stessa cosa che il Dandanekan di Abulfeda (Geograph. p. 345 Reiske), piccola città del Korasan, distante due giornate da Marù, e celebre in Oriente perchè vi nasce la bambagia, e gli abitanti suoi la lavorano.

[317.] Gli Storici bisantini (Cedreno t. II, p. 766, 767, Zonara t. II, p. 235, Niceforo Briennio, p. 21), hanno qui confuso le epoche e i luoghi, i nomi e le persone, le cagioni e gli effetti. L'ignoranza e gli errori di questi Greci, nè qui mi fermerò a diciferarli, possono inspirar molti dubbj sulla storia di Ciassare e di Ciro, tal quale la raccontano i più eloquenti fra i loro predecessori.

[318.] Guglielmo di Tiro (l. I, c. VII, p. 633). Il metodo di trar gli augurj dalle frecce è antico e celebre nell'Oriente.

[319.] D'Herbelot (pag. 801). Del rimanente, quando la posterità di Selgiuk fu pervenuta all'apice delle grandezze, non si mancò di celebrarlo, come trentaquattresimo discendente del grande Afrasiab, imperatore di Turan (p. 800). La genealogia tartara di Zingis ne fa conoscere un altro modo di adulare e un'altra favola: al dir dello storico Mirkond, i Selgiucidi di Alankavà derivano da una vergine (p. 801, col. 2); e se questi sono i Zalzut di Abulgazi-Bahadur-Kan (Hist. généalog. p. 148) vien citata in favor loro una testimonianza di molto peso; quella di un principe tartaro, discendente di Zingis, di Alankavà, o Alancù, e di Oguz-Kan.

[320.] Per effetto di un lieve cambiamento, Togrul-Beg trovasi essere il Tangroli-Pix de' Greci. Il d'Herbelot (Bib. orient. p. 1027, 1028) e il De Guignes (Hist. des Huns, t. III, p. 189-201) raccontano con molta esattezza le particolarità del regno e dell'indole di Togrul.

[321.] Cedreno (t. II, p. 774, 775) e Zonara (t. II, p. 257) colle solite lor cognizioni sugli affari di Oriente, ne dipingono questo ambasciatore come uno Sceriffo che simile al Syncellus del Patriarca, sia stato il vicario e il successore del Califfo.

[322.] Ho tolta da Guglielmo di Tiro una tal distinzione fra i Turchi e i Turcomanni, distinzione almeno popolare e spontanea. I nomi sono gli stessi e la sillaba man ha lo stesso valore negli idiomi persiano e teutonico. Pochi fra i critici ammetteranno l'etimologia di Giacomo di Vitry (Hist. Hieros. l. I, c. II, p. 1061), secondo il quale, Turcomanni significa Turci, e Comani un popolo mescolato.

[323.] È vero, che la religione maomettana non ha culto d'Immagini; e se i Cristiani lo avevano, siccome esso nè per la teoria, nè per la pratica non era, come pure non è, un'idolatria, così non sembra aver egli potuto indurre i popoli idolatri del Settentrione ad abbracciare a poco a poco il Cristianesimo. Molti poi di quei popoli s'erano fatti Ariani, ma non Cattolici. (Nota di N. N.)

[324.] Histoire génér. des Huns, t. III, p. 165, 166, 167. Il De Guignes cita Abulmahasan, storico dell'Egitto.

[325.] V. la Biblioteca orientale, agli articoli Abbassidi, Caher o Cayem, e gli Annali di Elmacin e di Abulfaragio.

[326.] Ho tolte dal signor De Guignes (t. III, p. 197-198) le particolarità che a questa stravagante cerimonia si riferiscono; e il dotto Autore le ha tratte da Bondari, che ha composta in arabo la storia dei Selgiucidi (t. V, p. 365). Nulla mi è noto sul carattere di questo Bondari, nè intorno al paese, o al secolo, ne' quali ha vissuto.

[327.] Eodem anno (A. E. 455) obiit princeps Togrul-Becus... Rex fuit clemens, prudens, et peritus regnandi, cujus terror corda mortalium invaserat, ita ut obedirent ei reges atque ad ipsum scriberent. Elmacin, Hist. Saracen., p. 342, vers. Erpenii.

[328.] V. intorno le guerre de' Turchi e de' Romani, Zonara, Cedreno, Scilitzes, il continuator di Cedreno, e Niceforo Briennio Cesare. I due primi erano frati, uomini di Stato i due ultimi; nondimeno tali erano i Greci d'allora, che appena distinguesi fra gli uni e gli altri qualche differenza di stile e di carattere. In quanto spetta agli Orientali mi sono prevalso, giusta il solito, delle erudite ricchezze del d'Herbelot (V. gli articoli de' primi Selgiucidi), e delle esatte ricerche del signor De Guignes (Hist. des Huns, t. III, l. X).

[329.] ’Εφερετος γαρ εν Τουρηοις λογος, ως ειη πεπρωμενον ηαταραφηναι το Τουρηων γενος απο της τοιαυτης δυναμεως, αποιαν ο Μακεδον Αλεξανδρος εχωι κατασρεψατο Περσος. Corse voce fra i Turchi, essere destino che da tanta potenza fosse rovesciata la stirpe turca, come per Alessandro Macedone furono sconfitti i Persiani. (Cedreno, t. II, p. 791). Nulla v'ha di inverisimile nella credulità del volgo, e i Turchi aveano imparata dagli Arabi la Storia, o la leggenda di Escander Dulcarnio. (D'Herb. p. 317, ec.)

[330.] Certamente che Dio fa vedere alcune volte subito, e chiaramente il suo castigo. (Nota di N. N.)

[331.] Οι και Ιβεριαν ηαι Μεσοποταμιαν, και Αρμενοιαν οικουσι και οι την Ιουδαικην του Νεσορου και των Ακεφαλων θρησκεδουτιν αιρεσιν, quelli che abitano l'Iberia e la Mesopotamia, e l'Armenia, e quelli che seguono l'eresia giudaica di Nestorio, e degli Acefali. V. inoltre le osservazioni di Scilitzes a piè della pagina di Cedreno (t. II, p. 834), poichè le costruzioni equivoche di questo Greco non mi inducono tuttavia a credere che egli abbia confuso il Nestorianismo e l'eresia dei Monofisiti. Egli parla frequentemente di μενις, χολος, οργη Θεου, ira, bile, collera di Dio, qualità che mi sembrano appartenere a tutt'altro che ad un ente perfetto; ma la cieca dottrina del ridetto scrittore è costretta a confessare che una tal collera οργε, μενις etc., non tardò a percotere i Latini ortodossi.

[332.] Se i Greci avessero conosciuto il nome di Georgiani (Stritter, Memoriae Byzant., t. IV, Iberica), io ne attribuirei l'etimologia all'agricoltura di questi popoli, come quella del Εκυθαι γεωδγοι, Sciti, Georgj (agricoltori) d'Erodoto (l. IV, c. 18, pag. 289, ediz. di Wesseling). Ma tal voce non rinveniamo nè fra i Latini (Giacomo di Vitry, Hist. Hierosol., c. 79, p. 1095), nè fra gli Orientali (d'Herbelot, p. 407), se non se dopo le crociate, e divotamente è stata tolta dal nome di S. Giorgio di Cappadocia.

[333.] Mosheim, Instit. Hist. eccles., p. 632. V. inoltre nei Voyages de Chardin (t. I, p. 171-174) i costumi e il culto di questa popolazione tanto avvenente e spregevole. La genealogia da' Principi georgiani incominciando da Adamo, e venendo sino ai nostri giorni, leggesi nelle Tavole del sig. de Guignes (t. I, p. 433-438).

[334.] Costantino Porfirogeneta fa menzione di queste città. (De administ. imper. l. II, c. 44, p. 119.) Gli Scrittori bizantini dell'undicesimo secolo ne parlano parimente chiamandola Mantzichierte, che molti confondono con Teodosiopoli; ma il Delisle, nelle sue note e nella sua Carta, ha determinata la situazione di Malazkerd. Abulfeda (Geogr., Tab. 18, p. 310) la vuole una piccola città, costrutta di pietre nere, provveduta d'acqua, ma priva di alberi ec.

[335.] Gli Uzj de' Greci (Stritter, Memor. byzant., t. III, p. 923-948) sono i Gozz degli Orientali (Hist. des Huns, t. II, p. 122; t. III, p. 533 ec.). Se ne trovano sulle rive del Danubio e del Volga, nell'Armenia, nella Sorìa, e nel Korasan, e sembra che il nome di Uzj sia stato dato all'intera popolazione de' Turcomanni.

[336.] Gioffredo Malaterra (l. I, c. 33) accenna con distinzione Urselius (il Russelius di Zonara) fra i Normanni che sottomisero la Sicilia, e gli attribuisce il soprannome di Baliol. Gli Storici inglesi raccontano in qual guisa i Bailleul vennero dalla Normandia a Durham; fabbricarono il castello di Bernard sul Tees; fecero entrare nella loro famiglia una erede di Scozia ec. Il Ducange (Note ad Nicephor. Briennium, l. II, c. 4) ha fatte diverse indagini su questo argomento per onorare il presidente di Bailleul, il cui padre avea abbandonato la professione dell'armi per vestire la toga.

[337.] Elmacin (p. 343, 344) accenna un tal numero che il verisimile non eccede; pure Abulfaragio (p. 227) lo riduce a quindicimila uomini a cavallo, e il D'Herbelot (p. 102) a dodicimila. Del rimanente lo stesso Elmacin fa ascendere a trecenmila uomini l'esercito imperiale, ed anche Abulfaragio si esprime in tal guisa. Cum centum hominum millibus, multisque equis et magna pompa instructus. I Greci si astengono dall'indicare alcun numero determinato.

[338.] Gli autori greci non asseriscono così chiaramente che il Sultano si sia ritrovato alla battaglia: assicurano che Arslan diede il comando delle truppe al suo eunuco, e che indi si ritirò lungi dal campo ec. Parlano forse in tal guisa per ignoranza, o per gelosia, o il fatto sarebbe mai vero?

[339.] Questo Andronico era figliuolo di Cesare Giovanni Duca, fratello dell'Imperator Costantino (Ducange, Fam. byzant. p. 165). Niceforo Briennio, mentre loda le virtù, e attenua le colpe (l. I, p. 30-38, l. II, p. 53) di cotest'uomo, confessa ciò nonostante l'odio del medesimo contra Romano. ου πανυ δε φιλιως εχον προς βασιλεα non avea dramma d'affetto pel re. Scilitzes narra in più chiare note il tradimento di Andronico.

[340.] Niceforo e Zonara operano saggiamente nel tacer questo fatto, raccontato da Scilitzes e da Manasse, ma che non pare troppo credibile.

[341.] Gli Orientali fanno ascendere a tali somme, assai verisimili, il riscatto e il tributo. Ma i Greci conservano un modesto silenzio, eccetto Niceforo Briennio, il quale osa sostenere che gli articoli erano ουκ αναξιας Ρομαιων αρχης non indegni dell'Impero Romano, e che l'Imperatore avrebbe preferita la morte ad un obbrobrioso negoziato.

[342.] Le particolarità intorno alla sconfitta e alla prigionia di Romano Diogene leggonsi in Giovanni Scylitzes (ad calcemCedreni, t. II, p. 835, 843), in Zonara (t. II, pag. 281-284), in Niceforo Briennio (l. I, p. 25-32), in Glica (p. 325-327), in Costantino Manasse (pag. 134), in Elmacin (Hist. Saracen., p. 343, 344), in Abulfaragio (Dynast., p. 227), in d'Herbelot (pag. 102-103), De-Guignes (tom. III, p. 207-211). Oltre ad Elmacin e Abulfaragio, co' quali ho acquistata famigliarità, lo Storico degli Unni ha consultato Abulfeda e Bensciuma suo compilatore, una Cronaca de' Califfi composta da Soyuri, l'egiziano Abulmahasen e l'affricano Novairi.

[343.] Il D'Herbelot (p. 103, 104) e il De Guignes (t. III, p. 212, 213), sulle tracce degli scrittori orientali, raccontano le circostanze di questa morte sì rilevante; ma niun d'essi nelle sue narrazioni ha conservata la vivacità del descrivere di Elmacin (Hist. Saracen., p. 344, 345).

[344.] Un critico celebre (il defunto dottore Johnson, che ha esaminato con tanto rigore gli epitafj di Pope) troverebbe forse argomento a ridire sulle parole di questa sublime iscrizione: Venite a Maru. Chi legge l'iscrizione, vi si dée già trovare.

[345.] La Biblioteca orientale ne presenta il testo per la storia del regno di Malek (p. 452, 543, 544, 654-655), e la Histoire générale des Huns (t. III, p. 214-224) ripete i fatti medesimi aggiugnendo quelle correzioni e que' supplimenti soliti in esse a trovarsi. Confesso che, se mi mancassero le disamine fatte da questi due dotti Francesi, in mezzo al Mondo orientale, mi troverei affatto perduto.

[346.] V. un eccellente Discorso posto in fine alla Storia di Nadir-Shah, di ser William Jones, e gli articoli de' poeti Amak, Anvari, Rascidi, ec., nella Biblioteca orientale.

[347.] Questo Principe turco nomavasi Keder-Kan. Provveduto di quattro sacchi di monete d'oro e d'argento attorno al suo sofà, le distribuiva a piene mani ai poeti che gli recitavano versi (d'Herbelot, p. 107). Tutte queste cose possono essere vere; ma non comprendo egualmente la possibilità che il ridetto principe regnasse nella Transossiana ai tempi di Malek Sà, e anche meno che il primo oscurasse in fasto e munificenza il secondo. Credo che Keder regnasse sull'incominciare, non verso la fine dell'undicesimo secolo.

[348.] V. Chardin, Voyages en Perse, t. II, p. 235.

[349.] L'Era Gelalea (Gelaleddin, la Gloria della Fede, era uno fra i nomi, o titoli attribuiti a Malek-Sà), veniva prefissa ai 15 marzo, A. H. 471, A. D. 1079. Il dottore Hyde ha riportate le testimonianze originali de' Persiani e degli Arabi. (De Religione veterum Persarum, c. 16, p. 200-211).

[350.] Anna Comnena parla di questo regno de' Persiani come απασης κακοδαιμονεσερον πενιας, la maggiore di tutte le calamità. Ella toccava i nove anni sul finire del regno di Malek-Sà (A. D. 1092); e quando narra che questo monarca fu assassinato, confonde il Sultano col suo Visir. (Alexias, l. VI, p. 177, 178).

[351.] Sono essi conosciuti sì poco, che il De Guignes, dopo tutte le sue indagini, si è limitato a trascrivere (t. I, p. 244; t. III, part. I, p. 269, ec.) la storia, o piuttosto il registro de' Selgiucidi di Kerman, qual trovasi nella Biblioteca orientale. Cotesta dinastia è sparita prima della fine del duodecimo secolo.

[352.] Il Tavernier, solo forse tra i viaggiatori che sia andato sino a Kerman, ne descrive la capitale, come un grande villaggio caduto in rovina, situato in mezzo ad una fertile contrada distante di venticinque giorni da Ispahan, e ventisette da Ormus. (Voyages en Turquie et en Perse: p. 107-110).

[353.] Stando ai racconti di Anna Comnena, i Turchi dell'Asia Minore obbedivano ai decreti d'arresto, ossia Sciaus del gran Sultano (Alexias, l. VI, p. 470), il quale, ella dice, teneva alla sua Corte i due figli di Solimano (p. 180).

[354.] Petis de la Croix (Vie de Gengis-khan, p. 161), cita questa espressione che giusta ogni apparenza ad un poeta persiano appartiene.

[355.] Nel narrare la conquista dell'Asia Minore, il De-Guignes non ha potuto giovarsi in modo alcuno degli scrittori arabi o turchi che si contentano di offerire una sterile genealogia de' Selgiucidi di Rum; e poichè i Greci furono ritrosi a palesare la propria ignominia, i moderni storici son ridotti a fondarsi unicamente sopra poche parole sfuggite a Scilitze (p. 860, 863), a Niceforo Briennio (p. 88-91, 92 ec., 103, 104), e ad Anna Comnena (Alexias, p. 91, 92, ec., 168, ec.).

[356.] Così il paese di Rum viene descritto dall'armeno Haiton, autore di una Storia tartara che leggesi nelle Raccolte del Ramusio e del Bergeron (V. Abulfeda, Geogr., Climat 17, p. 301-305.).

[357.] Abbiamo già mostrato in una Nota al vol. IX che la Divinità di Gesù Cristo era già stata creduta anche prima del Concilio generale di Nicea, adunato nell'anno 325, dove poi fu scritto il Credo ec. coll'espressione Consustantialem, che spiega, e stabilisce appunto la Divinità di Gesù Cristo. (Nota di N. N.)

[358.] Dicit eos quemdam abusione sodomitica intervenisse episcopum (Guibert. Abbat., Hist. Hierosol., l. I, p. 468). Ella è cosa singolare che il medesimo popolo ne abbia offerto ai nostri giorni un non dissimile tratto. «Non vi sono orridezze, dice il Barone di Tott nelle sue Memorie (t. II, p. 193) che cotesti Turchi non abbiano commesse; e simili a soldati che senza sentir legge o freno nel sacco di una città, non si appagano di manomettere tutto a lor grado, ma aspirano anche a' successi non lusinghieri in modo veruno, alcuni Spai sfogarono la loro libidine sulle persone del vecchio rabbino della Sinagoga, e dell'arcivescovo greco».

[359.] L'Imperatore, ossia l'Abate Giberto, descrive la scena del campo turco come se vi fosse stato in persona. Matres correptae in conspectu filiarum, multipliciter repetitis diversorum coitibus vexabantur. Cum filiae assistentes carmina praecinere saltando cogerentur. Mox eadem passio ad filias, ec.

[360.] V. diverse particolarità intorno Antiochia e la morte di Solimano in Anna Comnena (Alexias, l. VI, p. 168, 169), colle note del Ducange.

[361.] Guglielmo di Tiro (l. I, c. 9, 10, p. 635) offre descrizioni le più autentiche e le più deplorabili sulle conquiste de' Turchi.

[362.] Nella sua lettera al conte di Fiandra, sembra che Alessio avvilisca il suo carattere e il decoro imperiale; pure il Ducange la ravvisa per autentica (Not. ad Alexiad., p. 335, ec.), benchè sia piuttosto una parafrasi dell'Abate Giberto storico che vivea ai giorni di Alessio. Il testo greco è perduto e tutti i traduttori e copisti hanno potuto dire col citato Giberto (p. 475) verbis vestita meis, privilegio d'una indefinita estensione.

[363.] Due passi estesissimi ed originali di Guglielmo, arcivescovo di Tiro (l. I, c. 1-10; l. XVIII, c. 5, 6), il principale autore dell'opera Gesta Dei per Francos, contengono sicurissime particolarità intorno alla storia di Gerusalemme, cominciando da Eraclio, e venendo sino ai tempi delle Crociate. Il De Guignes ha composta una dotta Memoria sul commercio che, prima delle Crociate, avevano nel Levante i Francesi ec. (Mém. de l'Acad. des inscript., t. XXXVII, p. 467-500).

[364.] Secundum dominorum dispositionem, plerumque lucida, plerumque nubila recepit intervalla, et aegrotantium more, temporum praesentium gravabatur, aut respirabat qualitate (l. I, c. 3, p. 630). La latinità di Guglielmo di Tiro non è affatto sprezzabile; ma quando egli racconta essere trascorsi quattrocentonovanta anni fra il tempo della caduta e quello in cui fu ripresa Gerusalemme, ne mette una trentina di più.

[365.] V. intorno alle corrispondenze di Carlo Magno con Terra Santa Eginardo (De vita Caroli Magni, c. 16, p. 79-82), Costantino Porfirogeneta (De administr. imperii, l. II, c. 26, p. 80), e il Pagi (Critica, t. III, A. D. 800, n. 13, 14, 15).

[366.] Il Califfo concedè diversi privilegi Amalphitanis viris amicis et utilium introductoribus (Gesta Dei, p. 934). Il commercio di Venezia nell'Egitto e nella Palestina, non può vantare sì antica data, quando mai non si ammettesse la burlesca traduzione di un Francese che confondea le due fazioni del Circo (Veneti et Prasini) co' Veneziani e coi Parigini.

[367.] I pellegrini cristiani, a norma della loro fede, dovevano visitare la tomba di Gesù Cristo, come figlio di Dio, ed i pellegrini maomettani, secondo la loro credenza, visitavano quella di Maometto come semplice loro Profeta, ed inviato da Dio. (Nota di N. N.)

[368.] Una cronaca araba di Gerusalemme, presso l'Assemani (Bibl. orient., t. I, p. 628; t. IV, p. 368), attesta l'incredulità del Califfo e dello storico. Ciò nullameno Cantacuzeno osa appellarsi ai Musulmani medesimi sulla realtà di questo perpetuo miracolo.

[369.] L'erudito Mosheim ha discusso separatamente quanto a tal preteso prodigio si riferisce nelle sue dissertazioni sulla Storia Ecclesiastica (t. II, p. 214-306. De lumine sancti sepulchri).

[370.] Giacchè Gesù Cristo che ha fatto tanti miracoli, come sappiamo dagli Evangelisti, poteva operare anche questo, non dovevasi usare l'espressione pia frode. (Nota di N. N.)

[371.] Guglielmo di Malmsbury (l. IV, c. 11, 209) cita l'Itinerario del monaco Bernardo, testimonio oculare, che visitò Gerusalemme nell'anno 870; e la testimonianza di lui vien confermata da un altro pellegrino, che di alcuni anni avealo preceduto; e il Mosheim asserisce che i Franchi cotesta frode inventarono poco dopo la morte di Carlomagno.

[372.] I nostri viaggiatori, Sandys (p. 134), Thevenot (p. 621-627), Maundrell (p. 94, 95) ec., descrivono questa stravagante burletta. I Cattolici si trovano imbarazzati nel determinare il tempo in cui finì il miracolo, e gli fu sostituita la frode.

[373.] Gli stessi Orientali confessano la frode, adducendone poi a giustificazione la necessità e diverse mire edificanti, per cui fu inventata (Mémoires du chevalier d'Arvieux, t. II, p. 140; Giuseppe Abudacni, Hist. Coph., c. 20); ma io non farò prova, come il Mosheim, di indicare il modo onde il creduto miracolo si operava; e penso che i nostri viaggiatori sono caduti in abbaglio volendo spiegare la liquefazione del sangue di S. Gennaro.

[374.] Possono consultarsi il D'Herbelot (Bibl. orient., p. 411), il Renaudot (Hist. patriar. Alex., p. 390-397, 400, 401), Elmacin (Hist. Saracen., p. 321-323), e Marei (p. 384-386), storico dell'Egitto, tradotto dall'arabo nell'alemanno per opera del Reiske, e ch'io mi sono fatto interpretare verbalmente da un amico.

[375.] La religione dei Drusi è nascosta sotto il velo della ignoranza e della ipocrisia. Il segreto della loro dottrina viene comunicato ai soli Eletti che conducono una vita contemplativa. Quanto ai Drusi delle classi comuni, i più indifferenti di tutti gli uomini, si conformarono, giusta le circostanze, al culto de' Maomettani, o a quello de' Cattolici dei loro dintorni. Le poche cose che si sanno, o, a dir meglio, le poche cose che meritano essere conosciute intorno a questa popolazione, trovansi nel Niebur; il quale Autore ha accuratamente esaminati i paesi da lui trascorsi (Voyages, t. II, p. 354-357), e nel secondo volume del Viaggio recente ed instruttivo del Sig. Volney.

[376.] V. Glaber, l. III, c. 7, e gli Annali del Baronio e del Pagi, A. D. 1009.

[377.] Per idem tempus ex universo orbe tam innumerabilis multitudo coepit confluere ad sepulchrum Salvatoris Hierosolimis, quantum nullus hominum prius sperare poterat. Ordo inferioris plebis.... mediocres.... reges et comites.... praesules.... mulieres multae nobiles cum pauperioribus.... pluribus enim erat mentis desiderium mori priusquam ad propria reverterentur. (Glaber., l. IV, c. 6; Bouquet, Historiens de France, t. X, p. 50).

[378.] Glaber (l. III, c. 1). Katona (Hist. crit. reg. Hungar., t. I, pag. 304-311) si fa ad esaminare, se S. Stefano abbia fondato un monastero a Gerusalemme.

[379.] Il Baronio (A. D. 1064, n. 43-56) ha copiata la maggior parte de' racconti originali d'Ingolfo, di Mariano e di Lamberto.

[380.] V. Elmacin (Hist. Saracen., p. 349, 350), e Abulfaragio (Dynast., p. 237, vers. Pocock). Il De Guignes (Histoire des Huns, t. III, part. I, p. 215, 216) aggiugne le testimonianze, o piuttosto i nomi di Abulfeda e di Novairi.

[381.] Dal tempo della spedizione di Isar Atsiz (A. E. 469, A. D. 1076) fino all'espulsione degli Ortokidi (A. D. 1096). Ciò nonostante Guglielmo di Tiro (l. I, c. 16, p. 633) assicura che Gerusalemme rimase trentotto anni in potere dei Turchi; ed una Cronaca araba citata dal Pagi (t. IV, p. 202), suppone che un generale Carizmio l'abbia sottomessa al Califfo di Bagdad, nell'anno dell'E. 463, di Gesù Cristo 1070. Queste date tanto lontano mal si accordano colla storia generale dell'Asia, e son ben certo che nell'anno di Gesù Cristo 1064 il regnum Babylonicum (del Cairo) trovavasi tuttavia nella Palestina (Baronius, A. D. 1064, n. 56).

[382.] De Guignes, Histoire des Huns, t. I, p. 249-252.

[383.] Guglielmo di Tiro (l. I, c. 8, p. 634) si dà molta briga nell'ingrandire i mali che i Cristiani soffrivano. I Turchi pretendeano un aureus da ciascun pellegrino. Il caphar de' Franchi è oggidì di quattordici dollari, nè di tal volontaria tassa l'Europa lamentasi.

[384.] L'origine del vocabolo Picard, e per conseguenza di Picardie, non più remota del duodicesimo secolo, è affatto singolare, e deriva da un scherno, meramente accademico, sugli studenti dell'università di Parigi, venuti dalle frontiere della Francia, o della Fiandra, ai quali a motivo della indole loro litigiosa fu attribuito l'epiteto di Picards. (Valois, Notitia Galliarum, pag. 447; Longuerue, Descript. de la France, pag. 54).

[385.] Guglielmo di Tiro (l. I, c. 11, p. 637, 638) descrive così l'Eremita: Pusillus, personna contemplibilis, vivacis ingenii, et oculum habens perspicacem gratumque, et sponte fluens ei non deerat eloquium. (V. Alberto d'Aix, p. 185; Giberto, p. 482; Anna Comnena in Alex., l. X, p. 284 ec., e le Note del Ducange, p. 349).

[386.] Ultra quinquaginta millia, si me possunt in expeditione pro duce et pontifice habere, armata manu volunt in inimicos Dei insurgere, et ad sepulchrum Domini ipso ducente pervenire. (Greg. VII, epist. 2, 31, t. XII, p. 322, Concil.).

[387.] V. le vite originali di Urbano II, scritte da Pandolfo Pisano, e da Bernardo Guido nel Muratori (Rerum ital. script., t. III, part. I, 352, 353).

[388.] Cotesta donna è conosciuta sotto i nomi di Prasse, Euprecia, Eufrasia e Adelaide. Ella era figlia di un principe russo, e vedova di un Margravio di Brandeburgo (Struw, Corp. Hist. german. p. 340).

[389.] Henricus odio eam coepit habere: ideo incarceravit eam, et concessit ut plerique vim ei inferrent; imo filium hortans ut eam subagitaret (Dodechin, Continuat. Marian. Scot., apud Baron., A. D. 1092 n. 4), e nel Concilio di Costanza, da Bertoldo, rerum inspector viene indicata; quae se tantas et tam inauditas fornicationum spurcitias, et a tantis passam fuisse conquesta est, etc. e indi a Piacenza: satis misericorditer suscepit, eo quod ipsam tantas spurcitias non tam commisisse, quam invitam pertulisse, pro certo cognoverit papa cum sancta synodo (Ap. Baron. A. D. 1093, n. 4, 1094, 3). Bizzarro argomento alle infallibili decisioni di un Pontefice e di un Concilio![*]. Cotali abbominazioni ripugnano a tutti i sentimenti della natura umana, cui non può alterare una contesa che alla mitra e all'anello si riferisca. Sembra ciò nullameno che questa femmina sciagurata si lasciasse indurre dai preti a raccontare, o ad attestare colla propria sottoscrizione alcuni fatti obbrobriosi per essa e per suo marito ad un tempo.

* I cattivissimi costumi di quel tempo davano tali sospetti ai Concilj, che per mancanza di buone leggi, di saggia politica, d'illuminati magistrati, e in somma d'incivilimento, dovevano udire tali cose, e rimediarvi, e giudicarne: di que' secoli di mezzo, disse dottamente il Sabellico, ed abbiam noi maggior diritto di dirlo, giacchè di molto andarono innanzi le scienze, da Sabellico a noi: stupor et amentia quaedam oblivioque morum invaserant hominum animos. (Nota di N. N.)

[390.] V. la Descrizione e gli Atti del Sinodo di Piacenza (Concil. t. XII, p. 821 ec.).

[391.] Giberto, nato in Francia tesse egli stesso l'elogio del valore e della pietà di sua nazione, la quale co' detti e coll'esempio predicò la Crociata: Gens nobilis, prudens, bellicosa, dapsilis et nitida.... Quos enim Britones, Anglos, Ligures, si bonis eos moribus videamus, non illico Francos homines appellemus? (pag. 478). Egli medesimo per altro confessa che la vivacità de' suoi compatriotti degenera in vane millanterie (pag. 502), e in petulanza verso gli estranei (p. 483).

[392.] Per viam quam jamdudum Carolus magnus, mirificus rex Francorum, aptari fecit usque C. P. (Gesta Franc., p. 1, Roberto Monaco, Hist. Hieros., l. I, p. 33 ec.).

[393.] Giovanni Tilpino, o Turpino fu arcivescovo di Reims nell'anno di Cristo 773. Dopo il 1000, un frate delle frontiere della Spagna compose il romanzo che porta in fronte il nome di questo prelato, e ove questo Monsignore vien tratto a dipingersi da sè medesimo, com'uomo al vino e alle risse propenso. Ciò nullameno, tanta era in que' tempi l'opinione del merito degli ecclesiastici, il pontefice Calisto II, A. D. 1122, riconobbe un tale apocrifo libro, siccome autentico, e l'Abate Sugger lo ha citato rispettosamente nelle grandi Cronache di S. Dionigi (Fabric. Biblioth. latin. medii aevi, ediz. Mansi, t. IV, pag. 161).

[394.] V. Etat de la France, del Conte di Boulainvilliers, t. I, p. 180, 182, e il secondo volume delle Observations sur l'Histoire de France dell'abate Mably.

[395.] Nelle province australi della Loira, i primi Capeti godeano appena della supremazia feudale; d'ogni lato la Normandia, la Brettagna, l'Aquitania, la Borgogna, la Lorena e la Fiandra, restrigneano i limiti della Francia, così propriamente detta. V. Adr. Valois, Notitia Galliarum.

[396.] Questi Conti, usciti d'un ramo secondogenito de' duchi di Aquitania, vennero finalmente da Filippo Augusto spogliati della massima parte de' loro dominj; e i vescovi di Clermont insensibilmente diventarono i sovrani della città (Mélanges tirés d'une grande Biblioth., t. XXXVI, p. 288 ec.).

[397.] V. gli Atti del Concilio di Clermont (Concil., t. XII, p. 829, ec.).

[398.] Confluxerunt ad concilium e multis regionibus, viri potentes et honorati innumeri, quamvis cingulo laicalis militiae superbi (Baldric, testimonio occulare, p. 86-88; Roberto monaco, p. 31-32; Gugl. di Tiro, 1, 14-15, p. 639-641; Giberto, p. 478-480; Foulcher di Chartres, p. 382.)

[399.] La tregua di Dio (Treva o treuga Dei) ebbe la sua prima origine in Aquitania, nel 1032; biasimata da alcuni vescovi, come occasione prossima di spergiuro, rifiutata dai Normanni che in contraddizione co' lor privilegi la riguardarono (V. Ducange, Gloss. lat. t. VI, 682-685).

[400.] Deus vult! Deus vult! era il grido del Clero che intendeva il latino (Robert. Monach, l. I, p. 32). I Laici che parlavano il dialetto provenzale, o di Limoges lo corrompevano esclamando: Deus lo volt o Die el volt! V. Chron. Cassinense, l. IV, c. II, p. 497, nel Muratori, Script. rerum ital., t. IV, e Ducange, Diss. XI, p. 207, sopra Joinville, e Gloss. lat., t. II, p. 690. Quest'ultimo autore offre nella sua Prefazione un saggio difficile anzichè no del dialetto di Rouergue nel 1100; e le circostanze di luogo e di tempo, si avvicinano assai a quelle in cui il Concilio di Clermont fu tenuto (p. 15, 16).

[401.] Essi la portavano per lo più sull'omero, ricamata in oro o in seta, ovvero fatta di due pezzi di drappo cuciti sull'abito. Nella prima spedizione di tal genere tutte queste Croci erano rosse; nella terza i soli Francesi aveano serbato questo colore. I Fiamminghi preferirono croci verdi, bianche gl'Inglesi (Ducange, t. II, p. 651). Pure il rosso sembra il color favorito del popolo inglese, e in tal qual modo nazionale, se abbiasi riguardo ai loro stendardi e alle loro vesti militari.

[402.] Il Bongars che ha pubblicate le relazioni originali delle Crociate, adotta con compiacenza il titolo fanatico prescelto da Giberto, Gesta Dei per Francos. Alcuni critici proposero l'ammenda Gesta diaboli per Francos (Hannau 1611, 2 vol. in-fol.). Offrirò qui brevemente la nota degli autori da me consultati per la storia della prima Crociata collocandoli nell'ordine in cui si trovano nella raccolta, 1. Gesta Francorum; 2. Roberto il monaco; 3. Balderico; 4. Raimondo d'Agiles; 5. Alberto d'Aix; 6. Foulcher di Chartres; 7. Giberto; 8. Guglielmo di Tiro; 9. Radolfo Cadomense de gestis Tancredi(Script. rer. ital. t. V, p. 285-333), e 10. Bernardo Tesoriere, De acquisitione Terrae Sanctae (tom. VII, pag. 664-848). Quest'ultimo fu ignoto ad un autore francese moderno che ha composto un lungo registro critico degli storici delle Crociate (Esprit des Croisades, tom. I, p. 13-141), e i cui giudizj credo nella massima parte poter confermare. Non mi è riuscito il procacciarmi che tardi la raccolta degli Storici francesi del Duchesne. 1. Petri Tudebodi sacerdotis Sivracensis Historia de Hierosolymitano Itinere (t. IV, p. 773-815), è stata rifusa nelle opere del primo scrittore anonimo, del Bongars. 2. La storia in versi della prima Crociata, in sette libri divisa (p. 890-912), oltre all'essere assai sospetta, è ben poco istruttiva.

[403.] Se il lettore si farà ad esaminare la prima scena della prima parte dell'Enrico IV, troverà nel testo del Shakespeare gli slanci naturali dell'entusiasmo, e nelle note del dottore Johnson gli sforzi di uno spirito vigoroso, ma ad un tempo pregiudicato, che avidamente afferra tutti i pretesti per odiare e perseguitare chiunque nelle opinioni religiose da lui differisca.

[404.] Il sesto discorso del Fleury intorno alla Hist. ecclesiast. (p. 223-261) contiene un esame filosofico sulla cagione e su gli effetti delle Crociate.

[405.] Muratori (Antiq. ital. medii aevi, t. V, Dissert. 68, p. 709-768) e il sig. Chais (Lettres sur les jubilées et sur les indulgences, t. II, Lettres 21 e 22, p. 478-556) discutono ampiamente il soggetto della penitenza e delle indulgenze del Medio evo. Avvi però fra essi questa diversità che il dotto Italiano dipinge con moderazione, e forse con troppo deboli tinte, gli abusi della superstizione, mentre il ministro olandese gli esagera con eccesso di acerbità.

[406.] Lo Schmidt (Ist. degli Alemanni, t. II, p. 211-220, 452-462) offre uno scritto del Codice penitenziale di Regino nel nono secolo e di Burcardo nel decimo. A Worms in uno stesso anno furono commessi cinquantacinque assassinj.

[407.] Il male di que' tempi, nel quale erano involti i laici del pari, che gli ecclesiastici, ed i difetti delle discipline stesse colle quali pretendevasi porvi rimedio, sono già descritti lungamente dagli Storici. I progressi della civiltà, l'ordinamento delle leggi, la cognizione del vero ben pubblico, la buona filosofia, nata, a cresciuta lentamente, ma sodamente, dopo il coltivamento della lettere, e delle arti che a lei disposa, ed elevò gli animi, ci condussero ad uno stato oltremodo migliore, onde noi riguardiamo con compassione quei passati secoli, ne' quali si aveva una falsa idea dell'indulgenze. (Nota di N. N.)

[408.] Si può provare all'evidenza che fino al dodicesimo secolo il solidus d'argento, o lo scellino, valea dodici danari o soldi, e che venti solidi equivaleano al peso di una libbra d'argento, una lira sterlina in circa. La moneta inglese si trova ridotta ad un terzo del suo valore primitivo, e la francese ad un quinto.

[409.] Una qualche parte di queste grandi somme era impiegata a benefizio de' poveri; ma questa disposizione, per sè stessa pia, non faceva, non altrimenti, che quella simile de' ricchissimi monasteri, che alimentare l'infingardaggine, ed impedire il movimento dell'industria, una delle vere sorgenti della prosperità di un popolo. (Nota di N. N.)

[410.] È noto che v'erano cattive costumanze intorno la remissione de' peccati, e intorno al genere di penitenza, onde cancellarli. (Nota di N. N.)

[411.] Ad ogni centinaio di battiture, il penitente si purificava recitando un salmo; e tutto il Salterio accompagnato da quindicimila staffilate scontava cinque anni di penitenza canonica.

[412.] La vita e le imprese di san Domenico l'Incuoiato si trovano riferite da Pier Damiano, ammiratore ed amico di questo Santo. V. Fleury (Hist. ecclés., t. XIII, p. 96-104). Il Baronio (A. D. 1056, n. 7) osserva, sulle tracce di Damiano, quanto fosse venuto in usanza un tal modo di espiazione (Purgatorii genus), ed anche fra le più ragguardevoli matrone (sublimis generis).

[413.] A un quarto di reale, o anche ad un mezzo reale per battitura. Sancio Pansa non mettea tanto cara l'opera sua; nè forse era più mariuolo.... Mi ricordo aver veduto ne' Voyages d'Italie del padre Labat (t. VII, p. 16-29) una pittura ammirabile della destrezza d'uno di cotesti giornalieri.

[414.] Quicumque pro sola devotione, non pro honoris vel pecuniae adeptione, ad liberandam ecclesiam Dei Jerusalem profectus fuerit, iter illud pro omni paenitentia reputetur. (Canon., Concilio di Clermont, II, p. 829). Giberto chiama novum salutis genus questo pellegrinaggio (p. 471), e tratta, quasi da filosofo, un tale argomento.

[415.] Tali erano almeno la fiducia de' Crociati, e l'opinione unanime degli Storici d'allora (Esprit des Croisades, t. III, p. 477); giusta la teologia ortodossa però, le preghiere pel riposo dell'anime dovrebbero essere incompatibili coi meriti del martirio.

[416.] I venturieri scriveano lettere intese a confermare tutte queste belle speranze, ad animandos qui in Francia residerant. Ugo di Reiteste vantavasi di avere in sua porzione una abbazia e dieci castella, pretendendo che la conquista di Aleppo altre cento glie ne frutterebbe. (Guibert, p. 554, 555).

[417.] Nella sua lettera, o vera, o falsa, al conte di Fiandra, Alessio fa un miscuglio de' rischi della Chiesa, delle reliquie de' Santi e dello amor auri et argenti et pulcherrimarum faeminarum voluptas (p. 476): come se, montando in collera, osserva Giberto, le donne greche fossero più belle delle francesi.

[418.] V. i privilegi de' Crucesignati, immunità da' debiti, usure, ingiurie, braccio secolare ec. Essi erano sotto la perpetua salvaguardia del Papa (Ducange, t. II, p. 651, 652).

[419.] Facevano bene a procacciarsi denari, perchè non dobbiam sempre attendere miracoli. (Nota di N. N.)

[420.] Giberto (p. 481) offre una pittura vivacissima di questa frenesia generale. Egli era nel picciol numero di que' suoi contemporanei, capaci di esaminare e apprezzare con freddezza di mente la scena straordinaria che innanzi agli occhi accadeagli: Erat itaque videre miraculum caro omnes emere, atque vili vendere, ec.

[421.] Per quanto grande fosse il fanatismo, e la cecità degli uomini in quel tempo, bisognava che l'Autore non solamente citasse cotesta specie di pagamento, ma lo provasse con qualche esempio particolare. (Nota di N. N.)

[422.] Trovansi nell'opera (Esprit des Croisades, t. III, p. 169, ec.) intorno a questi stigmi alcune particolarità tolte da autori ch'io non ho confrontati.

[423.] Fuit et aliud scelus detestabile in hac congregatione pedestris populi, stulti et vesanae levitatis, anserem quemdam divino spiritu asserebant afflatum, et capellam non minus eodem repletam; et hos sibi duces secundae viae fecerant, ec. (Alberto d'Aix, l. I, c. 31, p. 169). Se cotesti contadini fossero stati fondatori di un impero, vi avrebbero potuto introdurre, come in Egitto, il culto degli animali che la filosofia de' lor discendenti avrebbe giustificato sotto il velo di qualche sottile e speciosa allegoria.

[424.] Beniamino di Tudela descrive lo stato de' suoi confratelli ebrei, dimoranti sulle rive del Reno, partendosi da Colonia; questi erano ricchi, generosi, istrutti, benefici, e l'arrivo del Messia con impazienza aspettavano (Viaggi t. I, p. 243-245, di Baratier). Ebbero d'uopo di un periodo di settanta anni (egli scrivea verso l'anno 1170) per rilevarsi dopo le perdite e le stragi sofferte.

[425.] Lo spogliamento e le strage degli Ebrei che per ogni Crociata rinnovellavansi, vengono dipinti come cose indifferenti dagli storici di quella età. Vero è che S. Bernardo (epist. 363, t. I, p. 329) avverte i Francesi orientali che non sunt Judaei persequendi, non sunt trucidandi. Ma un frate, rivale di S. Bernardo, predicava un'affatto opposta dottrina.

[426.] V. la Descrizione contemporanea dell'Ungheria in Ottone di Freysingen (l. II, c. 31) e nel Muratori (Script. rerum ital., t. VI, p. 665, 666.).

[427.] Gli antichi Ungaresi, senza eccettuarne Turotzio, sono male istrutti della prima Crociata, che, secondo essi, si ridusse a passar tutta per un sol luogo. Il Katona, costretto, come noi, a citare gli scrittori francesi confronta però con cognizione de' luoghi l'antica e la moderna geografia. Ante portam Cyperon est Sopron o Poson, Mallevilla, Zemlim, Fluvius Maroe, Sava; Lintax, Leith; Mesebroche vel Merseburg, Onar, o Moson; Tollemburg, Praga (De regibus Hungar., t. III, p. 19-93).

[428.] Anna Comnena (Alexias, l. X, p. 287) descrive questo οσων κολωνος, monte d'ossa, υψηλον και βαθος και πλατος και πλατος αξιολογωτατον, alto e scosceso e largo, degnissimo di memoria; i Franchi medesimi, all'assedio di Nicea, se ne prevalsero per fabbricare un muro.

[429.] Trovansi alla successiva [p. 301] in un picciolo specchio i rimandi particolari agli Storici che scrissero i grandi avvenimenti della prima Crociata.

[430.] L'autore dello Esprit des Croisades ha poste in dubbio, e avrebbe anche potuto negare a suo grado, la crociata e la tragica morte del Principe Svenone, e de' suoi mille cinquecento, o quindicimila Danesi trucidati in Cappadocia dal sultan Solimano; ne ha conservata a bastanza la memoria il Tasso nell'ottavo suo canto.

[431.] Gli avanzi del regno di Lotharingia, o Lorena, vennero divisi in due Ducati, della Mosella, e della Mosa; il primo ha conservato il suo nome; l'altro ha acquistato quello di Ducato del Brabante. (Valois, Notit. Gall., p. 283-288).

[432.] V. nella Descrizione della Francia, dell'abate di Longuerue gli articoli intorno a Bologna (part. I, p. 47, 48, Bouillon; p. 134). Nell'atto di sua partenza Goffredo diede in pegno alla Chiesa il Ducato di Buglione, ottenendone tredicimila marchi.

[433.] V. in Guglielmo di Tiro (l. IX, c. 5-8), il carattere di Buglione; il suo antico divisamento, in Giberto (p. 485); l'infermità, e il voto ch'ei fece, in Bernardo il Tesoriere (c. 78).

[434.] Anna Comnena suppone che Ugo ostentasse nascita, potenza e ricchezze (l. X, p. 288); i due ultimi articoli potevano forse a qualche contestazione esser soggetti, ma una ευγενεια, nobiltà celebre, più di settecent'anni addietro nella reggia di Costantinopoli, attestava come antica fosse in Francia la dignità de' Capeti.

[435.] V. Guglielmo Gometicense (l. VII, c. 7, p. 672,673, in Camdem Normannicis). Roberto impegnò il Ducato di Normandia per un centesimo di quanto ne è rendita annuale a' dì nostri. Diecimila marchi possono valutarsi un mezzo milione di lire, e la Normandia oggigiorno paga ogn'anno al Re cinquantasette milioni (Necker, Administ. des finances, t. I, p. 287).

[436.] La lettera che Stefano scrisse a sua moglie trovasi, inserita nello Spicilegium di Dom Luc d'Acheri (t. IV), e citata nello Esprit des Croisades (t. I, p. 65).

[437.] Unius enim, duum, trium seu quatuor oppidorum dominos quis numeret? Quorum tanta fuit copia, ut non vix totidem Trojana obsidio coegisse putetur. Così esprimesi Giberto colla sua sempre dilettevole vivacità. (p. 486).

[438.] È cosa straordinaria che Raimondo di San Gille, personaggio secondario nella Storia delle Crociate, sia dagli scrittori greci ed arabi collocato a capo degli eroi di questa spedizione (Anna Comnena, Alex. l. X, XI, e Longuerue, p. 129).

[439.] Omnes de Burgundia et Alvernia, et Vescovania et Gothi (di Linguadoca) provinciales appellabantur, coeteri vero Francigenae et hoc in exercitu; inter hostes autem Franci dicebantur. (Raimondo d'Agiles, p. 144.)

[440.] La città natalizia, ossia il primo appannaggio di questo Raimondo, era dedicata a sant'Egidio, il nome del qual Santo, ai giorni della prima Crociata, i Francesi convertirono nell'altro di Saint-Gilles o Saint-Giles (san Gille). Situata nella Bassa Linguadoca, fra Nimes e il Rodano, questa città, vanta una Collegiata di cui lo stesso Raimondo è stato il fondatore (Mélanges tirés d'une grande Bibliothèque, t. XXXVII, p. 51).

[441.] Erano genitori di Tancredi il marchese Odone il Buono, ed Emma, sorella del gran Roberto Guiscardo. Fa maraviglia che la patria di un tanto illustre personaggio sia sconosciuta. Il Muratori, con molta probabilità, lo presume italiano, e forse della stirpe de' marchesi di Monferrato nel Piemonte (Script., t. V, p. 281, 282).

[442.] Per compiacere la puerile vanità della Casa d'Este[*] il Tasso ha inserito nel suo poema, e nella prima Crociata un eroe favoloso, il valente e innamorato Rinaldo. Forse ei prese ad imprestito questo nome da un Rinaldo decorato dell'Aquila bianca estense, che vinse l'Imperatore Federico I (Storia imperiale di Ricobaldo, nel Muratori, Script. Ital., t. X, p. 360; Ariosto, Orlando furioso); ma primieramente la distanza di sessant'anni fra la gioventù de' due Rinaldi, distrugge la loro identità; in secondo luogo, la Storia imperiale è una invenzione del Conte Boiardo, architettata sul finire del secolo XV (Muratori, p. 281-289). Per ultimo questo secondo Rinaldo e le sue imprese, non sono men favolose di quelle dell'altro Rinaldo cantato dal Tasso (Muratori, Antichità estensi, t. I, p. 350).

* Più antica di Virgilio, il quale assegna per antenati ad Augusto i pronipoti di Venere, figlia di Giove, è la compiacenza dei potenti nel veder immortalate le loro prosapie dal canto de' sommi poeti; e meglio che puerile potremmo chiamarla, una vanità ingenita nella natura umana. Nel caso particolare poi, chi conosce la vita e le sfortune del Tasso, potrà facilmente persuadersi che la finzione da esso inventata ad onore di una famiglia, la quale non manca d'uomini illustri, anche senza ricorrere a finzioni, gli fu suggerita da desiderio di rendersi accetto ai suoi padroni, anzichè da una brama da essi spiegata di voler essere onorati in tal guisa. (Nota dell'Editore)

[443.] Due etimologie vengono assegnate alla parola gentilis, gentiluomo. L'una deriva dai Barbari del quinto secolo prima arrolatisi come soldati, divenuti indi conquistatori dell'Impero Romano, i quali dalla loro straniera origine traevano vanità. L'altra dall'opinione de' giureconsulti che hanno per sinonimi i vocaboli gentilis ingenuus. Alla prima etimologia inclina il Selden; la seconda più spontanea, è anche la più probabile.

[444.] Framea scutoque juvenem ornant. Tacito, Germania, c. 13.

[445.] Gli esercizj degli atleti, soprattutto il cesto e il pancrazio, vennero biasimati da Licurgo, da Filoppemene e da Galeno, vale a dire da un legislatore, da un Generale e da un medico. Contro la censura di questi il lettore può leggere la difesa che ne ha fatto Luciano nell'elogio di Solone (V. West, sui Giuochi olimpici nel suo Pindaro, v. II, p. 86-96, 245-248).

[446.] Nelle opere del Selden (t. III, part. I. I Titoli di onore: part. II, c. 1-3, 5-8) trovansi molto estese descrizioni intorno la cavalleria, il servigio dei cavalieri, la nobiltà, il grido di guerra, gli stendardi e i tornei. V. anche il Ducange (Gloss. lat. t. IV, p. 398-412 ec., Diss. intorno al Joinville, l. VI, al XII, pag. 127-142, 165-222), e Mémoires de M. de Sainte-Palaye sur la Chevalerie.

[447.] L'opera Familiae dalmaticae del Ducange è arida ed imperfetta; gli storici nazionali troppo moderni e favolosi: troppo lontani e trascurati gli storici greci. Nell'anno 1004, Colomano diede per confini al paese marittimo Salona e Trau (Katona, Hist. crit. t. III, p. 195-207).

[448.] Scodra, presso Tito Livio, sembra essere stata la capitale o la Fortezza di Genzio, re degl'Illirici, arx munitissima, indi non colonia romana (Cellarius, t. I, p. 393-394), che ha preso poi il nome di Iscodar, o Scutari (D'Auville, Géogr. ancien., t. I, p. 164). Il Sangiacco, oggidì Pascià di Scutari, o Sceindeire, era l'ottavo sotto il Beglierbeg di Romania, e somministrava seicento soldati sopra una rendita di settantottomila settecento ottantasette risdaleri. (Marsigli, Stato militare dell'Impero Ottomano p. 128.)

[449.] In Pelagonia castrum haereticum... spoliatum cum suis habitatoribus igne combussere. Nec id eis injuria contigit: quia illorum detestabilis sermo et cancer serpebat, jamque circumjacentes regiones suo pravo dogmate faedaverat (Roberto Mon., p. 36, 37). Dopo avere freddamente raccontato il fatto, l'arcivescovo Baldricco aggiugne come un elogio: Omnes, siquidem illi viatores, Judaeos, haereticos, Saracenos aequaliter habent exosos; quos omnes appellant inimicos Dei (p. 92).

[450.] Αναλαβομενος απο Ρωμης την χρυσην του’ Αγιου Πετρου σημαιαν, levando da Roma tutto l'oro monetato di S. Pietro (Alexiad., l. X, p. 288).

[451.] Ο Βασιλευς των Βασιλεων, και αρχηγος του Φραγγικου στρατεματος απαντος, Re dei Re, e generalissimo di tutto l'esercito Franco: pompa orientale, che è ridicola in un conte di Normandia; ma il Ducange, compreso da patrio zelo (Not. ad Alexiad., p. 352, 353; Dissert. sopra Joinville p. 315) ripete con compiacenza i passi di Mattia Paris (A. D. 1254), e di Froiss (vol. IV, pag. 201) che attribuiscono al re di Francia i titoli di rex regum, o di chef de tous les rois chrétiens.

[452.] Anna Comnena, nata nel dì 1 dicembre, A. D. 1083, ind. VIII (Alexiad., l. VI, p. 166. 167) avea tredici anni all'epoca della prima Crociata. Già atta alle nozze, o forse sposatasi al giovine Niceforo, ella lo chiama con tenerezza τον εμαν Καισαρα, il mio Cesare (l. X, pag. 295, 296). Alcuni moderni hanno attribuita a dispetto amoroso l'avversione in cui ebbe Boemondo. Quanto alle cose accadute a Costantinopoli e a Nicza (Alex., l. X, XI, p. 283-517) la parzialità de' suoi racconti può contrabbilanciare quella degli storici latini; ma si ferma poco sugli avvenimenti che dalle stesse cose seguirono, ed è inoltre a tal proposito male istrutta.

[453.] Nel modo di dipingere il carattere e la politica di Alessio, il Maimbourg ha favoriti i Franchi cattolici, il Voltaire si è mostrato di soverchio parziale ai Greci scismatici. I pregiudizj di un filosofo sono meno scusabili che quelli di un Gesuita.

[454.] Fra il mar Nero ed il Bosforo sta il fiume Barbyses, profondissimo nella state, e che scorre per uno spazio di quindici miglia in mezzo ad una prateria uniforme e scoperta. La sua comunicazione con Costantinopoli e coll'Europa, è assicurata dal ponte di pietra di Blachernae che fu rifabbricato da Giustiniano e da Basilio (Gillio De Bosphoro Thracio, lib. II, c. 3, Ducange C. P. Christiana, lib. IV, cap. 2, pag. 179).

[455.] Due sorta v'erano di adozioni; quella dell'armi, e l'altra, la cerimonia della quale si stava nel far passare il figlio adottivo tra la pelle e la camicia del padre. Il Ducange, Dissert. XXII p. 270, suppone che Goffredo sia stato adottato nel secondo di tali modi.

[456.] Dopo il suo ritorno dalle Crociate, Roberto si fece affatto ligio al re d'Inghilterra. V. il primo atto dei Foedera del Rymer.

[457.] Sensit vetus regnandi, falsos in amore, odia non fingere; Tacito VI, 44.

[458.] La vanità degli storici delle Crociate accenna leggiermente e con imbarazzo questa circostanza umiliante; nondimeno è cosa molto naturale, che se questi eroi s'inginocchiarono per salutar l'Imperatore, che rimaneva immobile sul proprio trono, gli baciarono i piedi o le ginocchia. Solamente fa maraviglia che Anna non abbia ampiamente supplito al silenzio e all'oscurità dei Latini; l'umiliazione dei loro principi avrebbe aggiunto un capitolo, rilevante per questa donna, al Coeremoniale aulae Byzantinae.

[459.] Questo Crociato si diede il nome di φραγγος καθαρος ευγενων, Franco puro fra i Nobili (Alexiad., l. X, p. 301). Bel titolo di nobiltà, ascendente all'undicesimo secolo per chi potesse ai dì nostri provarsi derivato da questo Roberto! Anna racconta, con segnalata compiacenza, che questo arrogante Barbaro Λακινος τετυφωμενος, Latino pien di fumo, fu in appresso ucciso e sconfitto, combattendo alla prima linea dell'esercito nella battaglia di Dorilea, l. XI, p. 317; circostanza che può giustificare quanto il Ducange ha supposto intorno all'audace Barone; cioè essere questi Roberto di Parigi, del distretto chiamato il ducato o l'Isola di Francia.

[460.] Con eguale accorgimento il Ducange scopre che la chiesa di cui favellava il Barone, è S. Drauso o Drosino di Soissons. Quem duello dimicaturi solent invocare: pugiles qui ad memoriam ejus (alla tomba), pernoctant invictos reddit, ut de Italia et Burgundia tali necessitate confugiatur ad eum. Joan. Sariberiensis epist. 139.

[461.] Varie sono le opinioni sul numero d'uomini che questo esercito componeano; ma non avvi autorità paragonabile a quella di Tolomeo che lo determina di cinquemila uomini a cavallo, e trentamila fanti (V. gli Annales di Usher, p. 152).

[462.] V. Foulcher di Chartres p. 587. Egli annovera diciannove nazioni di nome e lingue diverse (p. 389). Io però non comprendo con molta chiarezza qual differenza ei ponga tra Franci e Galli, fra Itali e Apuli. Altrove (p. 385) parla col massimo disprezzo dei disertori.

[463.] V. Giberto, pag. 556. Però la modesta opposizione di questo istorico lascia tuttavia luogo ad ammettere un numero d'uomini considerabilissimo. Urbano II, nel fervor del suo zelo, conta sino a trecentomila i pellegrini (Epist. 16, Concil. t. XII, p. 731).

[464.] V. Alexias, l. X, p. 283-505. La ridicola schifiltà di questa principessa, la trae a lamentarsi della bizzarria di certi nomi alla pronunzia difficilissimi; e di fatto son pochi i nomi latini che ella non siasi studiata di sformare con quella orgogliosa ignoranza sì comune e tanto prediletta ai popoli ingentiliti. Ne citerò un solo esempio; ella trasforma il nome di S. Gille in Sangeles.

[465.] Guglielmo di Malmsbury che scrisse verso l'anno 1130, ha inserito nella sua Storia (l. IV, p. 130-154) il racconto della prima Crociata; ma avrei bramato che invece di prestare orecchio a voci di lieve conto, raccolte attraversando l'Oceano (p. 143), si fosse limitato a narrare quanto riferivasi al numero, alle famiglie, e alle avventure de' suoi compatriotti. Trovo in Dugdale che un Normanno inglese, Stefano conte di Albermarle e di Holdernesse, comandava alla battaglia d'Antiochia l'antiguardo in compagnia del Duca Roberto (Baronage, part. I, p. 61).

[466.] Videres Scotorum apud se ferocium, alias imbellium cuneos (Guibert, p. 471). Il crus intectum, e la hispida chlamys, possono riferirsi ai montanari scozzesi: ma il finibus uliginosis è applicabile con più naturalezza alle paludi della Irlanda. Il Malmsbury parlando degli abitanti di Galles e degli Scozzesi (l. IV, p. 133), dice che i primi abbandonarono venationem saltuum, i secondi familiaritatem pulicum.

[467.] Qui l'Autore a torto allude di nuovo al culto renduto da' Cattolici alle immagini. (Nota di N. N.)

[468.] Questa fame da cannibali, talvolta reale, e più sovente menzognera e artifiziosa, viene affermata da Anna Comnena (Alex., l. X, p. 288), da Giberto (p. 546), da Radolfo Cadom. (capo 97). L'autore dell'opera Gesta Francorum, il monaco Roberto, Baldricco e Raimondo di Agyle, riferiscono questo stratagemma all'assedio e alla carestia di Antiochia.

[469.] I Latini lo additano col nome di Solimano, nome che pur gli davano i Musulmani il carattere e l'indole di questo Sultano è stata di molto sublimata dal Tasso. I Turchi il nomavano Kilidge-Arslan (A. E. 485-500, A. D. 1092-1107. V. le Tavole del De Guignes, t. I, p. 245). Gli Orientali si valeano di questo nome; parimente l'adoperavano, benchè corrotto alcun poco, i Greci, ma non trovasi che un nome solo nelle storie de' Maomettani, i cui scrittori si dimostrano molto aridi e laconici in tutto quanto si aspetta alla prima Crociata (De Guignes t. III, part. II, p. 10-30).

[470.] Su tutto ciò che riguarda fortificazioni, macchine e assedj del Medio Evo, si consulti il Muratori (Antiq. Ital., t. II, Dissert. 26, p. 452-524). Il belfredus, d'onde è venuta la più moderna voce beffroi, era la torre sulle ruote degli Antichi (Ducange t. I, p. 608).

[471.] Non posso starmi dall'osservare la somiglianza tra le fazioni operate dai Crociati nell'assedio di Nicea dal suo lago protetta, e quelle di Fernando Cortez dinanzi alla capitale del Messico. (V. Robertson, Storia dell'America t. I, p. 608.)

[472.] Miscredenti, voce inventata dai Crociati francesi, e adoperata oggidì solamente nel significato ch'essa offre. Sembra però che i nostri antichi, nell'ardore della lor divozione, riguardassero come sinonimi i vocaboli miscredente, e uomo spregevole; questa pregiudicata opinione cova tuttavia nelle anime di alcuni che si pretendono essere veri cristiani.

[473.] Il Baronio ha tratta in campo una lettera molto apocrifa, e scritta al mio fratello Ruggero (A. D. 1098 n. 15). Giusta la medesima l'esercito nemico era composto di Medi, di Persiani e di Caldei: sia! il primo assalto fu a danno dei nostri; è vero anche questo: ma per qual motivo Goffredo di Buglione e Ugo si danno il titolo di fratelli? osservo inoltre che vien dato a Tancredi il nome di filius. Figlio di chi? Non certamente di Ruggero o di Boemondo.

[474.] Verum tamen dicunt se esse de Francorum generatione; et quia nullus homo naturaliter debet esse miles nisi Turci et Franci (Gesta Francorum, p. 7). Tal comune origine ed eguaglianza di valore nelle due genti viene parimente riconosciuta e attestata dall'Arcivescovo Baldricco, (p. 99).

[475.] Balista, balestra, arbalete, V. Muratori, Antiquit., t. II, p. 517-524: Ducange, Gloss. lat., t. I, p. 531, 532. Ai giorni di Anna Comnena, una tal arme, descritta dalla medesima sotto il nome di tzangra, era sconosciuta nell'Oriente. (l. X, pag. 291). Per un sentimento d'umanità che mal coll'altre cose accordavasi, il Papa si adoperò ad impedire nelle guerre de' Cristiani l'uso delle balestre.

[476.] Il leggitore curioso può far confronto tra la erudizione classica del Cellario, e la scienza geografica del d'Anville. Guglielmo di Tiro è il solo storico delle Crociate che conosca alcun poco l'antichità. Il Sig. Otter ha presso che passo a passo seguìti i Franchi da Costantinopoli fino ad Antiochia (Voyage en Turquie et en Perse, t. I, p. 35-88.)

[477.] Quanto avvi di meglio intorno a questa particolare conquista di Edessa, è il racconto fattone da Foulcher di Chartres, il valoroso Cappellano del Conte Baldovino, racconto che trovasi nelle compilazioni di Bongars, Duchesne e Martenne (Esprit des Croisades, t. I, p. 13, 14). E in ciò che spetta alle risse accadute fra questo Principe e Tancredi, la parzialità del ridetto Foulcher può contrapporsi a quella dimostrata da Randolfo Cadomense, soldato e storico del prode Marchese di Puglia.

[478.] V. de Guignes, Hist. des Huns, t. I, p. 456.

[479.] Quanto ad Antiochia, V. la Descrizione del Levante composta dal Pocock, vol. 2, part. 1, p. 188-193; Voyage d'Otter en Turquie, ec. t. I, p. 81, ec.; il Geografo turco nelle Note fatte al predetto viaggio; l'Indice geografico di Schultens (ad calcem Bohadin., vit. Saladini), ed Abulfeda (Tabula Syriae, p. 115, 116, vers. Reiske).

[480.] Ensem elevat, eumque a sinistra parte scapularum, tanta virtute intorsit ut quod pectus medium disjunxit, spinam et vitalia interrupit, et sic lubricus ensis super crus dextrum integer exivit, sicque caput integrum cum dextera parte corporis immersit gurgite, partemque quae equo praesidebat remisit civitati (Robert. Mon. p. 50). Cujus ense trajectus Turcus duo factus est Turci; ut inferior alter in urbem equitaret, alter arcitenens in flumine nataret (Radulph. Cadom., c. 53, p. 54). Questo autore ciò null'ostante si sforza a giustificare il fatto, deducendolo dalle stupendis viribus, o più che naturali di Goffredo. Guglielmo di Tiro cerca salvare la verisimiglianza colla seguente espressione obstupuit populus facti novitate: però un tal fatto ai cavalieri di quel secolo non dovea sembrare incredibile.

[481.] V. le geste di Roberto, di Raimondo, e del modesto Tancredi che imponea silenzio al proprio scudiere (Radulp., Cadom., c. 53).

[482.] Dopo avere raccontato a qual cattivo partito ridotti fossero i Franchi, e l'umile proposta che fecero al nemico, Abulfaragio aggiugne la superba risposta di Codbuka o Kerboga: Non evasuri estis nisi per gladium (Dynast., p. 242).

[483.] La maggior parte degli Storici latini (l'Autore delle Gesta, p. 17; il monaco Roberto, p. 56; Baldric, p. 111; Foulcher di Chartres, p. 392; Giberto, p. 512; Guglielmo di Tiro, l. VI, c. 3, pag. 714; Bernardo il Tesoriere, c. 39, p. 695) nel descrivere l'esercito di Kerboga si limitano alle espressioni vaghe di infinita multitudo, immensum agmen, innumerae copiae o gentes, che combinano coll'altre μετα ανοριθμητων χιλιαδων, innumerabili migliaia di migliaia, di Anna Comnena (Alexias, l. XI, p. 318-320). Alberto d'Aix fa sommare il numero de' Turchi a dugentomila uomini di cavalleria (l. IV, c. 10, p. 242), e Radolfo a quattrocentomila (c. 72, p. 309).

[484.] V. la fine tragica e scandalosa di un arcidiacono di stirpe reale, ucciso dai Turchi, mentre stavasi in un verziere giocando ai dadi con una concubina della Sorìa.

[485.] Il prezzo di un bue da cinque solidi (quindici scellini) salì a due marchi (quattro lire sterline), indi anche di più; un capretto, o un agnello da uno scellino a quindici o diciotto lire tornesi all'incirca. Nella seconda carestia, una pagnotta, o una testa d'animale, vendeansi una piastra d'oro. Molti altri esempj si potrebbero citare; ma sono i prezzi ordinarj non gli straordinarj che meritano l'attenzione del filosofo.

[486.] Alii multi, quorum omnia non tenemus, quia deleta de libro vitae, praesenti operi non sunt inserenda (Guglielmo di Tiro, l. VI, c. 5, p. 715). Giberto, pag. 518-523, cerca di scusare Ugo il Grande ed anche Stefano di Chartres.

[487.] V. il seguito della Crociata, la ritirata di Alessio, la vittoria di Antiochia, e la conquista di Gerusalemme nell'Alessiade, l. II, pag. 317-327. La Principessa greca era tanto propensa alla esagerazione, che neppure narrando le geste dei Latini, ha potuto farne di meno.

[488.] Non è da maravigliarsi, che in quei tempi, ed in quelle circostanze sia ciò avvenuto: ciò nulla ha relazione colla sostanza della religione cristiana. (Nota di N. N.)

[489.] Nel raccontare le cose che alla Santa Lancia si riferiscono, il maomettano Abulmahasen (V. de Guignes, t. II, parte 2, p. 95) è più esatto de' due storici Cristiani, Anna Comnena e Abulfaragio. La Principessa greca confonde la Lancia con un Chiodo della Croce, (l. XI, p. 366); e un primate giacobita col pastoral di S. Pietro (p. 242).

[490.] I due antagonisti che si mostrano meglio istrutti, e più fortemente convinti, l'un del miracolo l'altro della frode, sono Raimondo d'Agiles e Randolfo di Caen, il primo appartenente al seguito del Conte di Tolosa, il secondo al Principe normanno. Foulcher di Chartres osa dire: Audite fraudem et non fraudem! indi invenit lanceam, fallaciter occultatam forsitan: il rimanente della turba sostenea con fermezza e forza la veracità del miracolo.

[491.] V. De Guignes (t. II, part. 2, p. 223 ec.) e gli articoli di Barkiarok, Mohammed, Sangiar, nel d'Herbelot.

[492.] L'Emiro, o sultano Afdal ricuperò Gerusalemme e Tiro nell'anno dell'Egira 489 (V. Renaudot, Hist. patriarch. Alexand., p. 478, de Guignes, t. I, p. 249, indi Abulfeda e Ben-Schounah). Jerusalem ante adventum vestrum recuperavimus, Turcos ejecimus, diceano gli ambasciatori dei Fatimiti.

[493.] V. le transazioni tra il califfo d'Egitto e i Crociati in Guglielmo di Tiro (l. IV, c. 24; l. VI, c. 19) e in Alberto d'Aix (l. III, c. 39), i quali scrittori, a quanto apparisce, meglio de' contemporanei, valutavano l'importanza delle medesime.

[494.] La maggior parte del cammino trascorso dai Franchi trovasi con esattezza descritta nel Viaggio di Maundrell da Aleppo a Gerusalemme (p. 11-67), uno, senza dubbio, dei migliori documenti che abbiasi su tale soggetto (D'Anville, Mémoire sur Jerusaleme, p. 27).

[495.] V. l'ammirabile descrizione di Tacito (Hist. V, 11, 12, 13), il quale pretende che i legislatori degli Ebrei si fossero prefissi di mettere il loro popolo in istato di ostilità perpetua col rimanente del genere umano.

[496.] Il senno e l'erudizione dell'autore francese dell'opera Esprit des Croisades, contrabbilanciano fortemente l'ingegnoso scetticismo del Voltaire. Il predetto scrittore osserva (t. IV, p. 386-388) che, giusta i calcoli degli Arabi, gli abitanti di Gerusalemme oltrepassavano i dugentomila; che nel tempo di Gerusalemme assediata da Tito, Giuseppe li faceva ascendere ad un milione trecentomila; che Tacito stesso tenea per fermo sommassero a seicentomila, onde fatta anche la massima sottrazione, atta a giustificare l'accepimus di questo Storico, ad ogni modo superavano in numero l'esercito dei Romani.

[497.] Maudrell, che fece esattamente il giro delle mura, calcolò una circonferenza di seicentotrenta passi, o quattromila cento sessantasette verghe inglesi (pag. 109-110). Fondatosi sopra una pianta autentica, il d'Anville, nel suo breve e prezioso Trattato, ammette un'estensione di circa mille novecento sessanta tese francesi (p. 23-29). Quanto alla topografia di Gerusalemme, V. Reland (Palestina, t. II, p. 832-860).

[498.] Gerusalemme non trae le sue acque che dal torrente di Cedron, asciutto durante la state, e dal picciolo ruscello di Siloè (Reland, t. I, p. 294-300). E nativi e stranieri, parimente lagnavansi dalla scarsezza di acque, incomodo che in tempo di guerra, i nemici si studiavano accrescere. Secondo Tacito, erano entro la città una fontana, che non inaridiva in veruna stagione, un acquidotto, e cisterne per raccogliere le acque che venivan dal cielo; l'acquidotto le ricevea dal ruscello Tekoe, o Etham, di cui parla anche Boadino nella vita di Saladino (p. 238).

[499.] Gerusalemme liberata, Cant. XIII e XVIII. Non possiamo qui dispensarci dall'osservare con quanta cura il Tasso abbia conservate ed abbellite le più piccole particolarità di questo assedio.

[500.] Oltre agli storici Latini che di narrare questo macello non si vergognano. V. Elmacin (Hist. Saracen., pag. 363), Abulfaragio (Dynast., pag. 243), e il de Guignes (t. II, part. II, p. 9) fondato sulle testimonianze di Abul-Mahasen.

[501.] L'antica torre di Psefina, detta Neblosa nel Medio Evo, incominciò a chiamarsi Castellum Pisanum dopo che Damberto fu nominato patriarca. Essa è tuttavia residenza e rocca di un Agà turco. Da questa torre si scoprono il mar Morto, una parte della Giudea e dell'Arabia (d'Anville, p. 19-23). Venne chiamata parimente πυργος παμμεγεθεςατος, torre di David.

[502.] Hume, Storia dell'Inghilterra, vol. I, p. 311, 312, ediz. in 8.

[503.] Voltaire, Essai sur l'Histoire générale; t. II, c. 54, p. 345, 346.

[504.] Gl'Inglesi attribuiscono a Roberto di Normandia, i Provenzali a Raimondo di Tolosa, la gloria di avere ricusata la corona di Gerusalemme; ma la voce sincera della tradizione ha conservata la ricordanza dell'ambizione e della vendetta del Conte di San-Gille (Villehardouin, n. 136). Morì all'assedio di Tripoli, città posseduta dai successori di questo Conte.

[505.] V. l'elezione di Goffredo e la battaglia di Ascalon in Guglielmo di Tiro, l. IX, c. 1-12, e nella conclusione delle Storie Latine della prima Crociata.

[506.] Renaudot, Hist. patr. Alexand., p. 479.

[507.] V. le rimostranze del patriarca Damberto in Guglielmo di Tiro (l. IX, c. 15-18, l. X, c. 4, 7, 9), il quale scrittore con maravigliosa buona fede sostiene l'independenza dei conquistatori e de' re di Gerusalemme.

[508.] Guglielmo di Tiro (l. X, p. 19), la Historia Hierosolymitana di Giacomo di Vitry (l. I; c. 21, 50), e l'Opera Secreta fidelium Crucis, di Marino Sanuto (l. III, p. 1) offrono le opportune nozioni sullo Stato e sulle conquiste del regno latino di Gerusalemme.

[509.] Nell'instituire il censo de' sudditi, David si accorse di aver sotto i proprj ordini, non comprendendo le tribù di Levi e di Beniamino, un milione trecentomila di soli combattenti, o un milione cinquecento settantaquattromila; dal quale calcolo, aggiugnendo i vecchi, le donne, i fanciulli e gli schiavi, sarebbe risultato che un paese lungo sessanta leghe, largo trenta, contenesse una popolazione di circa tredici milioni. Il Le Clerc (Comment. XXIV, Chron., XXI), aestuat angusto in limite, e dà a divedere qualche sospetto di un error di copista; pericoloso sospetto!

[510.] Il racconto di tali assedj collocato ciascun d'essi al luogo che gli appartiene, trovasi nella grande storia di Guglielmo di Tiro, incominciando dal libro nono, e venendo fino al decimo ottavo. Leggonsi pure più in epilogo nell'opere di Bernardo il Tesoriere De acquisitione Terrae Sanctae (c. 89, 98, p. 732-740). Le Cronache di Pisa, Genova e Venezia, narrano alcuni fatti particolari che a queste repubbliche si riferiscono, ed altre particolarità pur si raccolgono dai tomi sesto, nono e duodecimo del Muratori.

[511.] Quidam populus de insulis Occidentis egressus et maxime de ea parte quae Norvegia dicitur. Guglielmo di Tiro (l. XI, c. 14, p. 804) descrive la loro corsa per Britannicum mare et Calpen, all'assedio di Sidone.

[512.] Benelathir parla certamente dell'interno del paese. V. de Guignes (Histoire des Huns p. 150, 151, A. D. 1127).

[513.] Il Sanato biasima, nè a torto, il diritto della succession femminile usato in una terra, hostibus circumdata, ubi cuncta virilia et virtuosa esse deberent. È però da osservarsi che ogni donna, erede di nobil feudo, veniva obbligata, per ordine e con approvazione del signore da cui le veniva l'investitura, a scegliersi un marito, o un campione (Assises de Jerusalem, c. 242 ec.) V. De Guignes (t. I, p. 441-471). Le tavole di questa dinastia esatte, e che possono essere utili, son tolte dall'opera Lignages d'outre-mer.

[514.] I figli nati da tali mescolanze chiamavansi per derisione pullani, e il loro nome non pronunziavasi che con disprezzo (Ducange, Gloss. lat. t. V, p. 535, Observations sur Joinville, p. 84, 85; Giacomo di Vitry, Hist. Hierosol., l. I, c. 67, 72) Illustrium virorum qui ad Terrae Sanctae.... liberationem, in ipsa manserunt, degeneres filli.... in deliciis enutriti, molles et effeminati (V. Sanuto, l. III, part. VIII, c. 2, p. 182).

[515.] Questo autentico ragguaglio è tolto dalle Assise di Gerusalemme (c. 324-326-331). Sanuto (l. III, c. I, p. 174) non conta che cinquecento diciotto uomini a cavallo, e cinquemila settecentosettantacinque armigeri.

[516.] Le prescrizioni che determinavano il contingente di tre grandi baronie, metteano l'obbligo di soli cento cavalieri. Forse i quattro uomini a cavallo che seguivano il Cavaliere possono dar ragione del testo delle Assise che porta a cinquecento il numero degli uomini a cavallo.

[517.] Nondimeno ne' grandi pericoli dello Stato, dice il Sanuto, i Cavalieri conduceano spontaneamente un seguito più numeroso, decentem comitivam militum juxta statum suum.

[518.] Guglielmo di Tiro (l. XVIII, c. 3, 4, 5) narra l'origine ignobile e la precoce tracotanza degli Ospitalieri, che abbandonarono ben presto il lor più modesto avvocato s. Giovanni l'Elemosiniere, per ostentarne uno più augusto in san Giovanni Battista. Vedansi a tal proposito gl'inutili sforzi del Pagi (Critica, A. D. 1099, n. 14-18). Abbracciarono la professione dell'armi verso l'anno 1120. L'Ospitale era mater; il Tempio filia; la fondazione dell'Ordine Teutonico si riporta all'anno di Cristo 1190, epoca dell'assedio di Acri (Mosh. Instit. p. 389, 390).

[519.] V. S. Bernardo, De laude novae militiae Templi, Opera composta A. D. 1132-1136 in Opp. t. I, parte 2, p. 547-563; ediz. Mabillon, Venezia 1730. Un tale elogio degli antichi Templarj sarebbe grandemente apprezzato dagli storici di Malta.

[520.] V. Mattia Paris, (Hist. Major., p. 544). Egli assegna agli Ospitalieri diciannovemila, ai Templarj novemila maneriu, vocabolo il cui significato, come il Ducange ha giudiziosamente osservato, è più esteso nella lingua inglese che nella francese. Il manor degl'Inglesi equivale a signoria, il francese manoir non è che una abitazione.

[521.] Ne' primi libri della Storia de' cavalieri di Malta, composta dall'abate di Vertot, i nostri leggitori potranno trovare una descrizione luminosa, e talvolta adulatrice, dell'Ordine dei Templarj, sintanto che rimasero a difendere la Palestina. I successivi libri trattano della lor migrazione alle isole di Rodi e di Malta.

[522.] Le Assise di Gerusalemme, scritte in antico francese, vennero, insieme alle Costumanze del Beauvoisis, impresse da Beaumanoir (Bourges et Paris, 1690 in folio), e commentate da Gasp.-Th. de La Thaumassière. Se ne pubblicò una traduzione italiana a Venezia, ad uso del regno di Cipro.

[523.] A la terre perdue, tout fut perdu; tale è l'espressione energica delle Assise (c. 281); ciò nonostante Gerusalemme capitolò con Saladino; la regina e i principali Cristiani ebbero la libertà di ritirarsi, nè questo codice prezioso e portatile adescar potea l'avarizia de' conquistatori. Più di una volta mi son condotto a dubitare sulla esistenza di questo Originale deposto nel Santo Sepolcro, e che ben potrebbe essere stato inventato per santificare quanto sulle costumanze dei Francesi nella Palestina fosse venuto meramente per tradizione.

[524.] Un nobile giureconsulto, Raoul di Tabarie, A. D. 1195-1205, richiesto dal re Amauri di pubblicare per iscritto le nozioni che aveva acquistate a tale proposito, rifiutò di prestarsi a ciò, protestando in chiari termini que de ce qu'il savait, ne ferait-il ja nul borjois son pareil, ne nul sage homme lettré (c. 281).

[525.] Il compilatore di quest'Opera, Giovanni d'Ibelin, era Conte di Giaffa e di Ascalon, signore di Barut (Berite) e di Rames; morì nell'anno di Cristo 1266 (Sanuto, l. III, part. 2, c. 5-8). La famiglia d'Ibelin che derivava da un ramo cadetto de' Conti di Chartres in Francia, occupò per lungo tempo un grado distinto nella Palestina e nel regno di Cipro. V. l'opera Lignages de decà mer o d'outre-mer (c. 6), alla fine delle Assise di Gerusalemme. Questo libro originale contiene tutta la genealogia de' venturieri francesi.

[526.] Sedici commissarj scelti negli Stati dell'isola, terminarono l'opera nel giorno 3 di novembre 1369; e questo codice suggellato con quattro sigilli venne deposto nella Cattedrale di Nicosia. V. la Prefazione delle Assise.

[527.] Il circospetto Giovanni d'Ibelin conchiude, anzichè affermare essere Tripoli la quarta Baronia, e manifesta alcuni dubbj su i diritti o le pretensioni del Contestabile o maresciallo (c. 323).

[528.] Entre seignor et homme ne n'a que la foi.... mais tant que l'homme doit à son seignor révérence en toutes choses (c. 206), tous les hommes du dit royaume sont, par ladite Assise, tenus les uns aux autres....: et en celle manière que le seignor mette main, ou fasse mettre au corps ou au fié d'aucun d'yaux sans esgard et sans connoissance de court, que tous les autres doivent venir devant le seignor, etc. (cap. 212). Le lor rimostranze scritte in uno stile nobile e semplice, offrono le forme caratteristiche della libertà.

[529.] V. Esprit des Lois, lib. XXVIII. Per un corso di quarant'anni dopo la pubblicazione della citata Opera, niun'altra fu maggiormente letta, e a maggiori critiche assoggettata; l'ardore delle ricerche per essa destatosi, non è la minore delle obbligazioni che all'autor della medesima protestiamo.

[530.] A meglio intendere quest'antica ed oscura giurisprudenza mi è stata d'un possente soccorso l'amicizia di un dotto Lord, che ha esaminata con pari accuratezza e sapere la storia filosofica delle leggi. I lavori di cotest'uomo potranno un giorno arricchire la posterità; ma i meriti del Giudice e dell'Oratore non possono essere apprezzati siccome si dee che dai soli contemporanei.

[531.] Il regno di Luigi il Grosso, riguardato come autore di tale instituzione negli Stati di Francia, non incominciò che nove anni dopo il regno di Goffredo (A. D. 1108), Assises (c. 2-324). V. intorno all'origine e agli effetti della instituzione medesima le osservazioni giudiziose del Robertson (St. di Carlo V, vol. 1).

[532.] Tutti i lettori che hanno famigliarità colla storia, intenderanno per popolo di Sorìa i Cristiani orientali, Melchiti, Giacobiti e Nestoriani, i quali tutti avean adottato l'uso della lingua araba.

[533.] V. le Assise di Gerusalemme (310, 311, 312). Queste leggi furono in vigore fino al 1350 nel regno di Cipro. Nello stesso secolo, sotto il regno di Odoardo I (e lo scorgo dal suo libro de' conti di recente pubblicato), il prezzo di un cavallo non era meno esorbitante nell'Inghilterra.

[534.] Anna Comnena racconta le conquiste fatte dal padre suo nell'Asia Minore (Alexiad., l. XI, p. 321-325, l. XIV, pag. 419); la guerra di Cilicia contra Tancredi e Boemondo (p. 228-342); la guerra di Epiro con insopportabile ampollosità (l. XII, XIII, pag. 345-406); la morte di Boemondo (l. XIV, p. 419).

[535.] Cionnullameno i Re di Gerusalemme ad alcune forme di dependenza si sottomisero; e nelle date delle loro iscrizioni, una delle quali è tuttavia leggibile nella chiesa di Betlem, al proprio nome, quello del regnante Imperatore rispettosamente anteponevano (Dissertat. sur Joinville, XXVII, pag. 319).

[536.] Anna Comnena, a compimento della sua favola, aggiunge che venne rinchiuso entro la bara in compagnia del cadavere d'un cuoco, e si degna fare le maraviglie che questo Barbaro abbia potuto sopportare tale imprigionamento e l'odore d'un morto. La ridicola novelletta dai Latini non è conosciuta.

[537.] Απο Θυλης, nella geografia bisantina dovrebbe significare Inghilterra. Pure sappiamo, in modo da non dubitarne, che Enrico I non permise a Boemondo il levar truppe dall'Inghilterra (Ducange, Not. ad Alexiad, p. 41).

[538.] La copia del Trattato (Alexiad, l. XIII, p. 406-416), è un documento meritevole di curiosità, che per essere inteso bene avrebbe d'uopo della carta del Principato di Alessandria: ma potrebbe anche fornire i dati per disegnarla.

[539.] V. nella dotta opera del de Guignes (t. II, part. II) quanto sulla storia de' Selgiucidi d'Iconium, di Aleppo e di Damasco si è potuto raccogliere dagli autori Greci, Latini, ed Arabi; ma questi ultimi poco istruiti degli affari di Rum si dimostrano.

[540.] Iconium viene citato da Senofonte, come posto fortificato; lo stesso Strabone lo accenna col nome equivoco di Κωμοπολις, Comopoli (Cellarius, t. II, p. 121): nondimeno S. Paolo trova questo sito abitato da una moltitudine πληθος di Ebrei, o Gentili. Abulfeda lo descrive, sotto la corrotta denominazione di Kunigià, come città grande, bagnata da un fiume, ricca di sontuosi giardini, distante tre leghe dalle montagne, e ornata, non so il perchè, dal mausoleo di Platone (Abulfeda, Tabul. XVII, p. 304, vers. Reiske, e l'Index geographicus di Schultens, tolto da Ibn Said).

[541.] Come supplimento alla storia della prima Crociata, V. Anna Comnena (Alexiad, l. XI, p. 331 ec.) e il libro ottavo di Alberto d'Aix.

[542.] Intorno la seconda Crociata di Corrado III e di Luigi VII, v. Guglielmo di Tiro (l. XVI, c. 18-29), Ottone di Freysingen (l. I, cap. 34-45, 59, 60), Mattia Paris (Hist. Mayor., p 68), Struve (Corpus Hist. Germanicae, p. 372, 373), Scriptores rerum Franc., del Duchesne, t. IV; Niceta, in Vit. Manuel, l. I, c. 4, 5, 6, pag. 41-48; Cinnamo (l. II, p. 41-49).

[543.] Intorno alla terza Crociata di Federico Barbarossa V. Niceta in Isacco l'Angelo (l. II, cap. 3-8, pag. 257-266), Struvio (Corpus Hist. Ger. p. 414), e due istorici che probabilmente furono spettatori: Taginone (in Script. Freher., t. I, p, 406-416, ediz. Struvio) e l'Anonimo de Expeditione Asiatica, Fred. 1 (in Canisii antiquit. Lection., t. III, part. II, p. 498-526, ediz. Basnage).

[544.] Anna Comnena che pone di quarantamila uomini a cavallo e di centomila fanti il numero di questi migrati, li chiama Normanni, e assegna loro per condottieri i due fratelli di Fiandra. I Greci erano in singolarissima guisa ignoranti sui nomi delle famiglie e de' possedimenti de' Principi latini.

[545.] Guglielmo di Tiro e Mattia Paris contano in ciascun esercito settantamila loricati.

[546.] Il Cinnamo cita questo conto imperfetto (εννενηκοντα μυριαδες, novecentomila), che Odone di Diogile presso il Ducange (ad Cinnamum) riduce alla esattezza col profferire un numero di novecentomila cinquecentocinquantasei individui. Perchè dunque la traduzione e il comentario si stanno al calcolo non compiuto di novecentomila? Goffredo di Viterbo esclama (Pantheon, p. 19 Muratori, t. VII, p. 462).

— Numerum si poscere quaeras,

Millia millena milites agmen erat?

[547.] Questo stravagante calcolo è di Alberto di Stade (V. Struvio, p. 414). Il mio è tolto da Goffredo di Viterbo, da Arnoldo di Lubecca, citato dallo stesso Goffredo, e da Bernardo il Tesoriere (c. 169, p. 804). Gli autori originali tacciono a tal proposito. I Maomettani faceano ascendere il loro esercito a dugento, o dugentosessantamila uomini (Bohadin, in vit. Saladin, p. 110).

[548.] Mi è d'uopo notare che nella seconda e nella terza Crociata, i Greci e gli Orientali chiamano i sudditi di Corrado e di Federico Alamanni. I Lechi o Tzechi del Cinnamo sono i Polacchi e i Boemi; questo autore conserva ai Francesi l'antica denominazione di Germani. Cita ancora i Βριταονοο Britanni o Βριττο, Britti.

[549.] Niceta, tuttavia fanciullo ne' giorni della seconda Crociata, durante la terza, difese contro i Franchi la rilevante piazza di Filippopoli. Cinnamo non respira che orgoglio e parzialità di nazione.

[550.] Niceta biasima la condotta tenutasi dagli abitanti di Filadelfia, intanto che l'anonimo Alemanno accusa i proprj compatriotti (culpa nostra). Sarebbe da augurarsi che solamente contraddizioni di questo genere la Storia offerisse. Gli è ancora da Niceta che sappiamo il pio dolore, e gli umani sentimenti dimostrati da Federico.

[551.] Χθαμαλη εδρα, bassa sedia, vocabolo che il Cinnamo traduce in latino come se fosse un sinonimo di Σεδδιον, sella. Il Ducange si adopera a tutt'uomo per coonestare questa circostanza umiliante pel suo Sovrano e per la sua patria (sur Joinville, Dissert. 27; pag. 317-320). In appresso Luigi insistè per un parlamento, in mari ex aequo, e non ex equo, come fu scioccamente in alcuni manoscritti copiato.

[552.] Ego Romanorum imperator sum, ille Romaniorum (Anonimo Canis. pag. 512). Lo stile pubblico e storico dei Greci era Ρεξ Rex o princeps; però il Cinnamo riguarda come sinonimi Ιμπερατορ, Imperatore e Re Βασιλευς.

[553.] V. nell'Epistole di Innocenzo III (13, p. 184), e nella Storia di Boadino (pag. 129, 130) quali fossero su di un tal genere di tolleranza le opinioni di un Papa e quelle di un Cadì.

[554.] Come conti di Vexin, i re di Francia prestavano omaggio di vassalli al monastero di S. Dionigi, e riceveano dall'Abate la bandiera del Santo, che era di forma quadrata, e di colore rosso fiammeggiante (flamboyant); e dal duodecimo fino al quindicesimo secolo l'oriflamma sempre innanzi ai francesi eserciti sventolò (Ducange sur Joinville, Dissert. 18, p. 244-253).

[555.] I materiali delle storie francesi della seconda Crociata si trovano nell'Opera Gesta Ludovici VII, pubblicata nel decimoquarto volume dalla Raccolta del Duchesne. Questo volume medesimo contiene molte lettere originali del Re, del ministro Suger ec., documenti i più autentici fra quanti la Storia ne somministri.

[556.] Terram horroris et salsuginis, terram siccam, sterilem, inamaenam (Anonim. Canis., p. 517). Modo di esprimersi enfatico e confacevole all'uom che soffriva.

[557.] Gens innumera, sylvestris, indomita, praedones sine ductore; in somma tal genia d'uomini che lo stesso Sultano di Cogni potea sinceramente allegrarsi della lor distruzione (Anon. Canis., p. 517, 518).

[558.] V. nello Scrittore anonimo della Raccolta di Canisio, in Taginone e Boadino (vit. Saladin. p. 119 e 120) la condotta ambigua tenutasi da Kilidge Arslan, sultano di Cogni, che detestava e temeva nel modo medesimo Saladino e Barbarossa.

[559.] Il vezzo di mettere in paralello due grandi uomini, ha tratti molti scrittori a credere, o almeno a voler sostenere, che Federico annegò nel Cidno, famoso per la morte di Alessandro che imprudentemente vi prese un bagno (Q. Curt., l. III, c. 4, 5). Ma la strada tenuta dall'imperatore Barbarossa, m'induce piuttosto a pensare che il Saleph sia tutto un fiume col Calicadno, riviera men rinomata del Cidno, ma nel suo corso più lunga.

[560.] Marino Sanuto mette per principio (A. D. 1321) quod stolus Ecclesiae per terram nullatenus est ducenda; e coll'attribuire a straordinario soccorso celeste il buon esito della prima Crociata, distrugge l'obbiezione, che questa alla massima da esso annunziata opporrebbe (Secreta fidelium crucis, l. II, pars II, c. 11, p. 37).

[561.] Ma questo sepolcro era quello di Gesù Cristo, riguardato da' Crociati, come una cosa preziosissima[*]. (N. di N. N.)

* Alla pia osservazione dell'Autore di queste note un'altra ne aggiugneremo, filosofica semplicemente. I Crociati, e massimamente i loro condottieri, non erano dalla sola pietà guidati a queste imprese, ma dal desiderio di conquistare ricchezze e novelli regni, come lo stesso sig. Gibbon ha osservato nel precedente capitolo. L'esperienza poi delle sciagure de' predecessori non poteva essere di tanto peso, massimamente ne' secoli della cavalleria, per uomini ardentissimi di gloria militare, avvezzi a non calcolare, può dirsi, nulla la vita sol che vedessero una lontana speranza di superare ostacoli da niuno ancor superati. Forse minori pericoli non disprezzavano, e non disprezzano tuttavia, dopo la scoperta del Nuovo Mondo, quegli arditi naviganti, che, avidi di trovare nuove terre, nuovi animali, nuove meteore, affrontano incogniti fondi, furor di selvaggi, e mostri, e fame, e mari di diaccio. (Nota dell'Editore)

[562.] I più autentici schiarimenti intorno a S. Bernardo si trovano ne' suoi scritti medesimi pubblicati nella edizione corretta del padre Mabillon, e ristampati a Venezia nell'anno 1750 in sei volumi in-folio. Tutto quanto l'affezione personale ha potuto raccogliere, tutto quanto la superstizione è stata capace di aggiungere, trovasi nelle due vite di questo Santo, composte da' suoi discepoli, nel sesto volume. Tutto ciò che l'erudizione e la sana critica possono ammettere, leggesi nelle Prefazioni degli Editori benedettini.

[563.] Chiaravalle, detta la valle di Assinto, è situata nelle foreste vicino a Bar di Aube, nella Sciampagna. S. Bernardo arrossirebbe oggidì al vedere il lusso della sua Chiesa; cercherebbe la biblioteca, nè rimarrebbe molto edificato trovando un tino di capacità eguale ad ottocento botti, quasi somigliante a quello di Eidelberga. (Mélanges d'une grande Bibliothèque, t. XLVI, p. 15-20).

[564.] Secondo l'Autore il carattere di Santo non è interamente combinabile colla ragione e coll'umanità. Ma il vocabolo Santo, altro non vuol dire, che buono, nel suo senso generale, applicabile a qualunque uomo, di qualunque nazione, e religione; e l'uomo buono pensa, ed opera secondo la ragione, e l'umanità; dunque non è vero essere il carattere di Santo in generale, e nel suo vero significato non combinabile colla ragione, e coll'umanità. Riferendo poi l'Autore il vocabolo Santo ai Cristiani, fra' quali era S. Bernardo, avverta il lettore, che vie più, quando veramente lo meritino, il vocabolo Santo è, loro bene applicato nel suo vero senso, inseparabile dall'uso della ragione, e dai sentimenti di umanità: nè varrebbe l'opporre alcuni fatti di zelo eccessivo e condannevole. (N. di N. N.)

[565.] I discepoli del Santo (vit. prima, l. III, c. 2, p. 1232; vit. secunda, c. 16, n. 45, p. 1383) raccontano un esempio sorprendente della pietosa apatia del loro maestro. Juxta lacum etiam Lausannensem totius diei itinere pergens, penitus non attendit, aut se videre non vidit. Cum enim vespere facto, de eodem lacu socii collequerentur, interrogabat eos ubi lacus ille esset; et mirati sunt universi. Per farsi idea del senso che una tal distrazione di S. Bernardo dovea eccitare, vorrei che il leggitore avesse, come io in questo momento, dinanzi alle finestre della sua Biblioteca, la deliziosa prospettiva di un sì ammirabil paese.

[566.] Ottone di Freysingen, l. I, c. 4; S. Bernardo, epist. 363, ad Francos orientales, Opp., t. I, pag. 328; vit. prima, l. III, c. 4, t. VI, p. 1235.

[567.] Mandastis et obedivi.... multiplicati sunt super numerum; vacuantur urbes et castella; et pene jam non inveniunt quem apprehendant septem mulieres unum virum; adeo ubique viduae vivis remanent viris (S. Bern. epist. pag. 247).

[568.] Quis ego sum ut disponam acies; ut egrediar ante facies armatorum, aut quid tam remotum a professione mea, si vires, si peritia, ec. (Epist. 256, t. I, pag. 259). Parla con disprezzo di Piero l'Eremita, vir quidam (ep. 363).

[569.] Sic dicunt forsitan isti, unde scimus quod a Domino sermo egressus sit? Quae signa tu facis ut credamus tibi? non est quod ad ista ipse respondeam; parcendum verecundiae meae, responde tu pro me, et pro te ipso, secundum quae vidisti et audisti, et secundum quod te inspiraverit Deus. (Consolat., lib. II, cap. 1, Opp., tom. II, p. 421-423).

[570.] V. le testimonianze, in vit. prima, l. IV, c. 5, 6, Opp., l. VI, p. 1258-1261, l. VI, c. 1-17, p. 1286-1314.

[571.] Filippo, arcidiacono di Liegi, che accompagnava S. Bernardo ha composta una narrazione de' miracoli che attribuivansi a questo Santo, e che, stando al detto del narratore, non erano meno di trentasei al giorno (Fleury, Hist. eccles. l. LXIX, n. 16). (Nota dell'Editore)

[572.] I Miracoli di S. Bernardo, senza entrare nell'esame delle particolarità del loro numero, della loro qualità, e delle loro circostanze, furono creduti; ma oggidì pei progressi delle cognizioni si distinguono gli effetti delle cause naturali, da quelli di una soprannaturale; e la filosofia mostra come sieno da separarsi le illusioni della calda immaginazione e della prevenzione, dalla realità, o l'imposture dalle verità. Molti luoghi poi di S. Bernardo, e specialmente quello sic dicunt farsitanae mostrano la sua abilità nell'arte rettorica. La grandissima prevenzione del popolo a di lui favore, doveva rendere sempre vittoriosa la di lui facondia, che tutti i popoli spingeva alla crociata in Palestina, onde ne venivano disertate le province. Oggidì la facondia di S. Bernardo non produrrebbe alcun effetto. (Nota di N. N.)

[573.] Abul-Mahazen, presso il De Guignes, Histoire des Huns, t. II, part. II, p. 99.

[574.] V. l'articolo Sangiar nella Biblioteca orientale del d'Herbelot, e il de-Guignes (t. II, part. 1, pag. 230-261). Per suo splendente valore, fu soprannomato dagli Orientali il secondo Alessandro, e tanto fu l'eccesso dell'affetto de' sudditi verso di lui, che per un anno intiero dopo la sua morte, continuarono pel Sultano le lor preghiere. Però Sangiar potrebbe essere caduto prigioniero così de' Cristiani, come degli Uzj. Regnò cinquant'anni all'incirca (A. D. 1103-1152), e si mostrò proteggitor generoso ai poeti della Persia.

[575.] L'Autore della Zaira avea del certo presente all'animo questo stato politico dell'Oriente in que' giorni, quando facea dire ad Orosmano:

«Mais la mollesse est douce, et sa suite est cruelle.

Je vois autour de moi cent rois vaincus par elle,

Je vois de Mahomet ces lâches successeurs,

Ces califes tremblans dans leur triste grandeur,

Couchés sur les debris de l'autel et du trone,

Sous un nom sans pouvoir languir dans Babylone;

Eux qui seraient encore, ainsi que leurs ayeux,

Maîtres du monde entier, s'ils l'avoient été d'eux.

Bouillon leur arracha Solyme et la Syrie;

Mais bientôt, pour punir une secte ennemie,

Dieu suscita le bras du puissant Saladin ec.»

(Nota dell'Editore).

[576.] V. la Cronologia degli Atabek di Yrak e della Sorìa nel De Guignes, t. I, p. 254, e nello stesso autore (t. II, part. 2, p. 147-221) i regni di Zenghi e di Noraddino, da esso descritti valendosi del testo arabo di Benelatir, Ben-Sciunà e Abulfeda; la Biblioteca orientale, agli articoli, Atabek e Noradinno; e le dinastie di Abulfaragio (p. 250-267, vers. Pocock).

[577.] Guglielmo di Tiro (l. XVI, capo 4, 5-7) racconta la presa di Edessa, e la morte di Zenghi. Il nome di Zenghi corrotto e trasformato in Sanguino somministra ai Latini materia di una goffa allusione e all'indole del medesimo, che essi fanno sanguinaria, e al suo misero fine: Fuit sanguine sanguinolentus.

[578.] Noradinus (dice Guglielmo di Tiro, lib. XX, 33) maximus nominis et fidei christianae persecutor; princeps tamen justus, vafer, providus, et secundum gentis suae traditiones religiosus. Possiamo aggiungere a questa autorità di un Cattolico, quella d'un primate de' Giacobiti (Abulfaragio, p. 267). Quo non alter erat inter reges vitae ratione magis laudabili: aut quae pluribus justitiae experimentis abundaret. Fra gli elogi fatti ai Re, i più meritevoli di fede sono quelli che questi ottengono dopo morte, e dal labbro stesso dei loro nemici.

[579.] Fondato su i racconti dell'Ambasciatore, Guglielmo di Tiro (l. XIX, cap. 17, 18) descrive il palazzo del Cairo. Vennero trovati nel tesoro del Califfo una perla grossa quanto un uovo di colombo, un rubino che diecisette dramme d'Egitto pesava, uno smeraldo lungo un palmo e mezzo, e grande numero di cristalli e di porcellane della Cina (Renaudot, p. 536).

[580.] Mamluc, al plurale Mamalic. Pocock (Proleg. ad Abulfaragio, pag. 7), e d'Herbelot, pag. 545, definiscono il Mamluc, servum emptitium, seu qui pretio numerato in domini possessionem cedit. Vediamo di frequente i Mammalucchi nelle guerre di Saladino (Bohadin, pag. 236). I primi Mammalucchi introdotti dai discendenti di Saladino nell'Egitto, furono i Mammalucchi Bahartie.

[581.] Giacomo di Vitry pretende che il re di Gerusalemme non avesse condotto con sè più di trecentosettantaquattro cavalieri. Tanto i Franchi, quanto i Musulmani, attribuiscono la superiorità di numero al nemico: i quali due calcoli si possono conciliare sottraendo in un d'essi i timidi Egiziani, nell'altro sommandoli.

[582.] Si parla qui di Alessandria degli Arabi, che, quanto ad estensione e ricchezze, può riguardarsi termine medio fra l'Alessandria de' Greci e de' Romani, e l'Alessandria de' Turchi (Savary, Lettres sur l'Egypte, t. I, p. 25, 26).

[583.] Intorno a questa grande rivoluzione dell'Egitto, V. Guglielmo di Tiro (l. XIX, 5, 6, 7-12-31, XX, 5-12), Boadino (in vit. Saladin. pag. 30-39), Abulfeda (in excerpt., Schultens, p. 1-12), d'Herbelot (Bibl. orient. Adhed, Fathema, ma vi è poca esattezza), Renaudot (Hist. patr. Alex., pag. 522-525, 532-537), Vertot (Hist. des chevaliers de Malte, t. I, p. 141-163, in 4) e de Guignes (t. II, part. II, p. 185-215).

[584.] Quanto ai Curdi, V. de Guignes (t. I, p. 416, 417), l'Indice geografico di Schultens, e Tavernier (Voyages, part. I, p. 308-309). Gli Aiubiti discendeano dalla tribù dei Ravadici, una fra le più nobili; ma essendo infetti della eresia delle Metempsicosi, i Sultani ortodossi procuravano farli credere non derivati dai Curdi, se non se per parte della madre che avesse sposato uno straniero stanziatosi fra queste genti.

[585.] V. il quarto libro dell'Anabasis di Senofonte. I diecimila ebbero più a dolersi delle frecce de' Carduchiani che di tutto il rimanente dell'esercito del gran Re.

[586.] Dobbiamo al professore Schultens i materiali i più autentici e preziosi intorno alla vita di Saladino; e sono: la vita di questo principe, composta dal suo ministro ed amico, il Cadì Boadino; numerose compilazioni della storia composta dal parente di Saladino, principe Abulfeda di Hamà. Aggiugneremo a questi l'articolo Salahaddin della Biblioteca orientale, e quanto è possibile il raccogliere dalle Dinastie di Abulfaragio.

[587.] Poichè il medesimo Abulfeda era un Aiubita, gli si dee merito, d'avere, almeno col suo silenzio, professata la modestia del fondatore.

[588.] Hist. Hieros., nell'Opera Gesta Dei per Francos, (pag. 1152). Trovasi un esempio di simil fatta nel Joinville (pag. 42, ediz. del Louvre); ma il pietoso S. Luigi ricusò agl'Infedeli l'onore di ammetterli a far parte di un Ordine cristiano (Ducange, Observ. p. 70).

[589.] A tutti i titoli degli Arabi fa d'uopo sottintendere sempre l'aggiunto religionis. Noraddino lumen r.; Ezodino, decus r.; Amaduddino, columen r.; il nome proprio del nostro eroe era Giuseppe, e venne soprannomato Salahaddin, Salus r.; Al Malicus, Al-Nasirus, rex defensor r.; Abu-Modafir, pater victoriae r.; (Schultens, prefazion.).

[590.] Abulfeda, nipote ex-fratre di Saladino, osserva, citandone molti esempj, che i fondatori delle dinastie assumono sopra sè medesimi il delitto, o il biasimo, e ne lasciano il frutto ai loro innocenti collaterali (Excerpt. p. 10).

[591.] V. la vita e il carattere di Saladino nel Renaudot (p. 537-548).

[592.] Boadino, testimonio oculare, e divoto di buona fede, esalta nel suo primo capitolo le virtù civili e religiose di Saladino.

[593.] L'ignoranza e de' nativi dell'Egitto, e de' viaggiatori, al proposito di molte di queste fondazioni, e particolarmente del Castello del Cairo e del pozzo di S. Giuseppe, ha confuse insieme le opere del Sultano e del Patriarca.

[594.] Anon. Caris. t. III, parte 2, p. 504.

[595.] Boadino, p. 129-130.

[596.] Intorno al regno latino di Gerusalemme V. Guglielmo di Tiro, (l. IX-XXII), Giacomo di Vitry (Hist. Hieros., l. I) e Sanuto (Secreta fidelium crucis, lib. III, part. VI, VII, VIII, IX).

[597.] Templarii ut apes bombabant, et Hospitalarii ut venti stridebant, et barones se exitio offerebant et Turcopoli (le truppe leggiere de' Cristiani) semetipsi in ignem injiciebant (Ispahani de expugnatione Kudsitica, p. 18, presso Schultens). Questo saggio di araba eloquenza è diverso alquanto dallo stile di Senofonte.

[598.] I Latini affermano che Raimondo avea tradito i Cristiani; gli Arabi lo danno a credere; ma se di questi, egli avesse abbracciata la religione, sarebbe stato posto dai Maomettani nel novero de' loro Santi ed eroi.

[599.] Rinaldo, Reginaldo, o Arnoldo di Castiglione, è celebre fra i Latini così per la sua vita, come la sua morte, le cui circostanze vengono chiaramente raccontate da Boadino e da Abulfeda. Joinville nella storia di san Luigi (p. 70) racconta un'usanza di Saladino, cioè di non commettere mai a morte un prigioniero, al quale avesse offerto pane e sale. Alcuni fra i compagni di Arnoldo caddero trucidati, e può dirsi sagrificati nella valle della Mecca, ubi sacrificia mactantur (Abulfeda pag. 32).

[600.] Vertot che ne ha offerto un racconto ben fatto della caduta del regno e della città di Gerusalemme (Histoire des chevaliers de Malte, t. I, l. II, p. 226-278) a tal proposito ha aggiunte due lettere originali di un Templario.

[601.] Renaudot, Hist. patr. Alex. p. 345.

[602.] Il teologo risponde, che i peccati dei Crociati, già descritti dall'Autore, tolsero loro l'aiuto di Gesù Cristo, e cagionarono la loro intera rovina, estesa sopra alcuni milioni d'uomini, malgrado i meriti dell'impresa. (Nota di N. N.).

[603.] Il culto delle Immagini bene considerato non è idolatria. (Nota di N. N.)

[604.] In quanto riguarda la conquista di Gerusalemme, Boadino (p. 67-76) e Abulfeda (p. 40-43) sono le nostre autorità maomettane. Fra gli storici Cristiani, Bernardo il Tesoriere (c. 151-157) è il più abbondante di particolarità, ed il più autentico. V. anche Mattia Paris (p. 120-124).

[605.] Intorno agli assedj di Acri e di Tiro ampie nozioni possono ottenersi da Bernardo il Tesoriere (De acquisit. Terrae Sanctae, c. 167-179), dall'Autore della Hist. Hieros. (p. 1150-1172), dal Bongars e d'Abulfeda (pag. 43-60), e da Boadino (p. 75-179).

[606.] Mi sono tenuto al racconto più saggio e più verisimile di un tal fatto. Il Vertot ammette senza esitare una novella romanzesca, giusta la quale il vecchio Marchese trovasi di fatto esposto ai dardi degli assediati.

[607.] Northmanni et Gothi, et coeteri populi insularum, quae inter Occidentem et Septentrionem positae sunt, gentes bellicosae, corporis proceri, mortis intrepidae, bipennibus armatae navibus rotundis quae Ysnachiae dicuntur advectae.

[608.] Lo Storico di Gerusalemme (p. 1108) aggiugne le nazioni dell'Oriente dal Tigri all'Indo, e le tribù de' Mauri e dei Getuli; di modo che l'Asia e l'Affrica combatteano contra l'Europa.

[609.] Boadino (pag. 180) e gli storici Cristiani non negano, nè disapprovano questa carnificina. Alacriter jussa complentes (i soldati inglesi), dice Goffredo di Vinisauf (lib. IV, c. 4, p. 346), e calcola di duemilasettecento il numero delle vittime. Roberto Hoveden pretende sieno state cinquemila (p. 697, 698). Fosse umanità, o avarizia, Filippo Augusto si piegò a restituire ai suoi prigionieri la libertà, mediante un riscatto (Giacomo di Vitry, l. I, c. 98, p. 1122).

[610.] Boadino, p. 14. Egli cita la sentenza di Baliano e del principe di Sidon, aggiugnendo: ex illo mundo quasi hominum paucissimi redierunt. Fra i nomi de' Cristiani periti sotto le mura di Acri, trovo quelli degl'Inglesi, Ferrers, conte di Derby (Dugdale, Baronnage, part. I, p. 260), Mowbray (idem., p. 124); Mandevil, Fiennes, S. John, Scrope, Pigot, Talbot ec.

[611.] Magnus hic apud eos, interque reges eorum tum virtute, tum majestate eminens.... summus rerum arbiter (Bohadin, p. 159). Non sembra che questo Storico abbia conosciuti i nomi di Filippo o di Riccardo.

[612.] Rex Angliae praestrenuus....... rege Gallorum minor apud eos censebatur, ratione regni atque dignitatis; sed tum divitiis florentior, tum bellica virtute multo erat celebrior (Bohadin, p. 161). È lecito ad uno straniero l'ammirare queste ricchezze; ma i nostri Storici avrebbero potuto raccontare a Boadino quali angherie, quali funeste depredazioni erano state usate per ammassarle.

[613.] Joinville (p. 17). «Guides-tu que ce soit le roi Richard?»

[614.] Egli era nondimeno colpevole di un tal delitto agli occhi de' Musulmani, i quali attestano che gli assassini confessarono essere stati inviati dal Re d'Inghilterra (Bohadin p. 225); mentre la difesa del re è tutta fondata sopra una supposizione evidentemente assurda (Hist. de l'Acad. des inscript., t. XVI, p. 155-163), sopra una pretesa lettera del Capo degli assassini, lo Sceik, o Vecchio della Montagna, che giustificava Riccardo, assumendo sopra di sè il biasimo, o il merito di un tale assassino.

[615.] V. gli estremi a cui Saladino era ridotto, e la pia fermezza dell'animo suo nella descrizione fattane da Boadino (p. 7-9, 235-236), che aringò egli stesso i difensori di Gerusalemme; l'atterrimento loro non era pei nemici un mistero (Giacomo di Vitry, l. I, c. 100, p. 1123, Vinisauf, l. V, c. 50, p. 399).

[616.] Pure a meno che il Sultano o un principe Aiubita non fosse rimasto entro Gerusalemme, nec Curdi Turcis, nec Turci Curdis essent obtemperaturi (Boadino p. 237). Qui lo Storico solleva una falda del velo politico.

[617.] Boadino (pag. 237) e lo stesso Goffredo di Vinisauf (l. VI, c. 1-8, pag. 403-409) attribuiscono allo stesso Riccardo la ritirata, e Giacomo di Vitry nota che per l'impazienza di partire in alterum virum mutatus est (pag. 1123). Nondimeno Joinville, cavalier francese, ne dà colpa alla gelosia d'Ugo, Duca di Borgogna (p. 116), senza supporre, come Mattia Paris, che questi si fosse lasciato corrompere dall'oro di Saladino.

[618.] Boadino (p. 184-249) e Abulfeda (p. 51, 52) raccontano le spedizioni di Giaffa e di Gerusalemme. L'autore dell'Itinerario, ossia il monaco di S. Albano, non può, in ordine alle prodezze di Riccardo, aggiungere alcuna cosa al racconto che di queste ha fatto il Cadì (Vinisauf, l. VI, c. 14-24, p. 412-421); Hist. major., p. 137-143. In tutta questa guerra è singolare un accordo che regna fra i Cristiani ed i Maomettani, quello cioè di esaltarsi per valore scambievolmente.

[619.] V. il progresso delle negoziazioni e delle ostilità in Boadino (p. 207, 260), che ebbe parte egli stesso nella conclusione del Trattato. Riccardo manifestò l'animo suo di ritornare con nuovi eserciti a compire la conquista di Terra Santa, alla quale minaccia Saladino con un cortese complimento rispose (Vinisauf, l. VI, c. 28, p. 423).

[620.] Fra i racconti che abbiamo di cotesta guerra, il meglio spiegato trovasi nell'Opera originale di Goffredo di Vinisauf, Itinerarium regis Anglorum Richardi et aliorum in terram Hierosolimarum, diviso in sei volumi. Lo stesso racconto trovasi per esteso nel secondo volume di Gale (Scriptores Hist. Anglicanae, p. 247-429). Anche Ruggero Hoveden e Mattia Paris somministrano utili materiali a tale storia: il primo di essi ne dà a conoscere con molta esattezza lo stato di navigazione e la disciplina della flotta inglese in que' tempi.

[621.] Così Saladino denominava il culto de' Cristiani; nè un Maomettano era obbligato a distinguere dall'Idolatria la venerazione che i Cattolici romani prestano alle Immagini de' Santi. Non mi fermo su questo argomento per averne già parlato a lungo nelle note precedenti. (Nota di N. N.)

[622.] Anche il Vertot (t. I, p. 251) ammette in questa ridicola favola della indifferenza religiosa di Saladino; di quel Saladino che fino all'ultimo respiro rigidamente professò l'Islamismo.

[623.] V. la genealogia degli Aiubiti in Abulfaragio (Dynast., p. 277 ec.), le Tavole del de Guignes, la Art de vérifier les dates, e la Bibl. orient.

[624.] Il Thomassin (Discipline de l'Eglise, t. III, p. 311-374) ha esaminato partitamente l'origine, gli abusi e le restrizioni di queste decime. Venne sostenuta per qualche tempo una opinione che facea le decime di legittimo diritto del Papa, come la decima del decimo de' Leviti dovuta al gran Sacerdote, o Pontefice (Selden, sulle Decime: V. le sue Opere, vol. III, parte II, p. 1083).

[625.] Il principale scopo de' Papi, come risulta dalle loro lettere, fu il togliere a' Maomettani Gerusalemme, ed il sepolcro di Gesù Cristo. (Nota di N. N.)

[626.] V. Gesta Innocentii III, nel Muratori, Script. rerum ital., t. III, part. I, p. 486-568.

[627.] Le massime affatto erronee dell'Autore protestante in ordine a questa materia, sono già state confutate nelle precedenti note. (Nota di N. N.)

[628.] V. la quinta Crociata e l'assedio di Damieta in Giacomo di Vitry (l. III, p. 1125-1149), in Bongars, testimonio oculare (Gesta Dei), in Bernardo il Tesoriere, contemporaneo (Script. Muratori, t. VII, p. 825-846, c. 190-207), in Sanuto, laborioso compilatore (Secreta fidel. crucis, l. II, parte XI, cap. 4-9); e fra gli Arabi in Abulfaragio (Dinast., p. 294) e nella fine dell'Opera del Joinville, pag 533-537, 540-547, ec.

[629.] A coloro che presero la Croce contro Manfredi, il Papa (A. D. 1255) concedè plenissimam peccatorum remissionem. Fideles mirabantur quod tantum eis promitteret pro sanguine Christianorum effundendo, quantum pro cruore infidelium aliquando. (Mattia Paris, pag. 785). Era già un ragionar molto nel secolo decimoterzo.

[630.] Questa semplice idea è conforme al retto sentire del Mosheim (Inst. Hist. eccl., p. 332), e alla illuminata filosofia dell'Hume (Storia d'Inghilterra, v. I, p. 330).

[631.] Per rinvenire i materiali di cui la storia della Crociata di Federico II è composta, vogliono essere consultati Riccardo di S. Germano nel Muratori (Script. rer. ital. t. VII, p. 1002-1013) e Mattia Paris (p. 286-291, 300-302, 304). I più ragionevoli fra i moderni sono Fleury (Hist. eccles., t. XVI), Vertot (Chev. de Malte, t. I, l. III), Giannone (Ist. Civ. di Napoli, t. II, l. XVI) e Muratori (Annali d'Italia, t. X).

[632.] Non della Chiesa, ma della Corte di Roma. (Nota di N. N.).

[633.] Il buon Muratori sa ben che pensare, ma non che dire a tale proposito; Chino qui il capo ec. (p. 322).

[634.] Il clero confuse ad arte la moschea ossia la chiesa del Tempio col Santo Sepolcro, errore volontario, che ha tratti in inganno il Vertot e il Muratori.

[635.] L'Invasione de' Carizmj, o Corasmini viene narrata da Mattia Paris p. 546, 547, dal Joinville, da Nangis e dagli storici Arabi.

[636.] Leggete, se ne avete il coraggio, la vita e i miracoli di S. Luigi, scritti dal confessore della regina Margherita (Joinville, p. 291-523, ediz. del Louvre).

[637.] Egli credea tutto quello che la Santa Madre Chiesa insegnava (Joinville p. 10); ma dava per avvertimento a Joinville di non entrare in dispute di religione cogl'Infedeli: «L'homme lay (diceva egli nel suo vecchio linguaggio), quand il ot médire de la loi chrestienne, ne doit pas deffendre la loi chrestienne, ne mais que de l'espée, de quoi il doit donner parmi le ventre dedens, tant camme elle y peut entrer» (p. 12).

[638.] Non è da dirsi superstizione la premura ch'ebbe S. Luigi IX di togliere a' Maomettani Gerusalemme. (Nota di N. N.)

[639.] Possedo due edizioni di Joinville, l'una di Parigi dell'anno 1668, utilissima per le unitevi osservazioni del Ducange, l'altra di Parigi, del Louvre, 1761, preziosa per la purezza e autenticità del testo, il cui manoscritto è stato recentemente scoperto. L'ultimo editore afferma che la storia di S. Luigi fu terminata nell'anno 1309; senza però offerire su di ciò schiarimenti, nè tampoco mostra sorpresa sull'età dell'autore che, in tale supposizione, dovrebbe avere oltrepassati i 90 anni (Pref., p. XI, Obs. Ducange, p. 17).

[640.] Bastava dire, che oggidì per prudenza, per amore dell'umanità, per riguardo alla Sovranità del Gran Signore non s'intraprenderebbe la guerra di Palestina; l'entusiasmo non è sì caldo oggidì, e si ragiona alcun poco. (Nota di N. N.)

[641.] Joinville, p. 32; Extraits arabes, p. 549.

[642.] Gli ultimi editori di Joinville hanno arricchito il loro testo di molte cose meritevoli di erudita curiosità, e tolte dagli Arabi Macrizi; Abulfeda ec. V. anche Abulfaragio (Dyn. p. 322-325) che per barbarismo chiama il Re de' Francesi Redefrans; Mattia Paris (p. 683, 684) ne ha dipinte le folli gare de' Francesi e degl'Inglesi che a Massura combattettero e vi trovarono la morte.

[643.] Il Savary nelle sue dilettevoli lettere intorno all'Egitto ne ha presentata una descrizione di Damieta (t. I, lettera XXIII p. 274-290), e un racconto della Spedizione di Luigi (XXV, p. 306-350).

[644.] Fu chiesto e conceduto pel riscatto di S. Luigi, un milione di bisantini; ma il Sultano lo ridusse a soli ottocentomila, la qual somma Joinville calcola equivalente a quattrocentomila lire francesi de' suoi tempi, e Mattia Paris a centomila marchi d'argento (Ducange, Dissert. 20 sopra Joinville).

[645.] Joinville assicura, con tutta la serietà, il desiderio manifestato dagli Emiri per eleggersi S. Luigi in loro Sultano, la quale idea non trovo tanto assurda quanto al Signor di Voltaire, lo è sembrata (Histoire générale, t. II, p. 386, 387); i Mammalucchi erano eglino stessi stranieri, ribelli, eguali fra loro, conoscevano il valore del re di Francia, speravano forse di convertirlo, e in una tumultuosa assemblea, un tale partito, che non fu poi accettato, poteva anche essere stato proposto da qualcuno di quegli Emiri, segretamente propensi al Cristianesimo.

[646.] V. la Storia di questa spedizione negli annali di S. Luigi, scritti da Guglielmo di Nangis (p. 270-287), e nell'Opera Extraits arabes (p. 545-555, ediz. di Joinville, del Louvre).

[647.] Voltaire, Hist. génér. t. II, p. 391.

[648.] La Cronologia delle due dinastie de' Mammalucchi, i Baariti Turchi o Tartari di Kipsak, e i Borgiti Circassi, trovasi nel Pocock (Proleg. ad Abulfarage, p. 6-31), e nel De Guignes (t. I, p. 264, 270). Anche la loro Storia si legge nel De Guignes, che, fino col principio del secolo XV, ha seguìti Abulfeda, Macrisi, ec. t. IX, p. 110-328.

[649.] Savary, Lettres sur l'Egypte, t. II. lett. XV. p, 189-208. Dubito grandemente sull'autenticità di una tale copia; però è vero che il sultano Selim conchiuse un Trattato coi Circassi o Mammalucchi d'Egitto, lasciando ai medesimi e armi, e ricchezze, e potere, V. Nouvel Abrégé de l'Histoire ottomane, composto in Egitto e tradotto dal Signor Digeon (t. I, p. 55-58, Parigi 1781); monumento di storia nazionale autentico e di vaghezza non privo.

[650.] Si totum quo regnum occuparunt tempus respicias, praesertim quod fini propius, reperies illud bellis, pugnis, injuriis ac rapinis refertum (Al-Jannabi, ap. Pocock, p. 31). Il Regno di Moammed (A. D. 1311-1341) offre una felice eccezione alle cose di sopra affermate (De Guignes, tom. IV, p. 208-210).

[651.] Or sono ridotti ad ottomila cinquecento; ma il mantenimento di ciascun Mammalucco porta una spesa di circa cento luigi, e l'Egitto geme per l'avarizia e la tracotanza di cotesti stranieri (Voyages de Volney, t. I, p. 89-187).

[652.] V. la storia dell'Inghilterra di Carte (v. II, p. 165-175), e gli originali dai quali è desunta, Tommaso Wikes, e Walter Hemingfort, (l. III, c. 34-35), Collezione di Gale (t. II, p. 97, 589-592). Nessuno di questi autori ha inteso far menzione del pio coraggio dimostrato dalla principessa Eleonora, nel succhiare la piaga avvelenata del marito e salvargli la vita, a rischio della propria.

[653.] Sanuto (Secret. fidel. crucis, l. III, part. 12, c. 9), e de Guignes (Hist. des Huns, t. IV, p. 143; desunta dagli autori Arabi).

[654.] Tutte le Cronache di que' tempi ne fanno conoscere lo splendore della città di Acri (l. VII, c. 144). La più copiosa e precisa è quella del Villani (l. VII, c. 144). V. anche Muratori (Script. rer. italiae, t. XIII, p. 337, 338).

[655.] V. l'espulsione definitiva de' Franchi in Sanuto (l. III, part. XII, c. 11-22), Abulfeda, Macrizis, De Guignes (t. IV, p. 162-164) e Vertot (t. I, l. III, p. 407-428).

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le grafie alternative (Aiub/Aìub, follia/follìa e simili), correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. Le citazioni in greco sono state trascritte integralmente, senza apportare alcuna correzione per eventuali inesattezze ortografiche o grammaticali.

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