CAPITOLO LXVIII.

Regno e carattere di Maometto II. Assedio e conquista definitiva di Costantinopoli fatta dai Turchi. Morte di Costantino Paleologo. Servitù de' Greci. Distruzione dell'Impero romano nell'Oriente. Atterrimento dell'Europa. Conquiste di Maometto II, sua morte.

L'assedio di Costantinopoli fatto dai Turchi, eccita primieramente i nostri sguardi e la nostra curiosità sul personaggio e sul carattere del possente distruttore di questo Impero[59]. Maometto II era figlio di Amurat II; la madre di lui, insignita de' titoli di Cristiana e di Principessa, trovossi verisimilmente confusa tra la folla delle tante concubine che venivano d'ogni paese a popolare lo harem del Sultano. Educato da prima nelle massime e ne' sentimenti d'un devoto seguace dell'Islamismo, finchè in lui durò questo fervore, non v'era volta in cui avesse toccate donne infedeli, che non si tergesse indi le mani e il volto colle abluzioni prescritte dalla legge. Ma sembra che, cogli anni e colla consuetudine di regnare, si ammollisse in lui la severità di così stretta osservanza; e l'animo ambizioso di questo principe, disdegnando riconoscere alcuna potestà maggior della sua, vuolsi che, in alcuni momenti di libertà, qualificasse senza riguardi il Profeta della Mecca coi predicati d'impostore e di masnadiero. Ma, agli occhi del pubblico, sempre mostratosi rispettoso alla dottrina e ai precetti del Corano[60], i suoi privati trascorsi non giunsero mai a saputa del popolo; però a tal proposito, non conviene prestar cieca fede alla credulità degli stranieri e de' settarj, ognor proclivi a pensare che uno spirito, recalcitrante alla verità, opponga poi all'errore e alle cose assurde un disprezzo ancor più invincibile. Addottrinato da abilissimi maestri, fece rapidi progressi nel corso degli studj che nel tempo della sua educazione gli vennero prescritti; assicurasi che egli parlasse o intendesse cinque lingue[61], l'araba, la persiana, la caldea o l'ebraica, la latina e la greca. Potea contribuire al suo diletto la persiana, alla sua edificazione l'araba; le quali due lingue d'ordinario tutti i giovani dell'Oriente imparavano. Attese le corrispondenze che trovavansi fra i Greci ed i Turchi, era naturale in lui il desiderio di conoscere la lingua d'una nazione ch'ei divisava di soggiogare: e doveva parimente essergli piacevole d'intendere gli encomj in versi, o in prosa latina[62], che all'orecchio gli pervenivano[63]; ma non intendiamo di qual giovamento potesse divenirgli, o qual merito raccomandasse alla sua politica il rozzo dialetto de' suoi schiavi ebrei. Famigliari erano ad esso la storia e la geografia, e ardea di nobile emulazione in leggendo le vite degli Eroi dell'Oriente e forse di quelli dell'Occidente[64]. I suoi studj di astrologia, poteano essere scusati dalle assurde massime di quel secolo, oltrechè questo studio, vano in sè stesso, suppone in chi lo professa alcuni principj di matematica; le generose sollecitazioni fatte ai pittori dell'Italia, perchè venissero a stare presso di lui, e le ricompense delle quali ai medesimi largheggiò, il palesarono acceso di un gusto profano per le belle arti[65]. Ma la religione e le lettere non pervennero a domare il suo carattere selvaggio ed impaziente di freno. Nè rammenterò già a questo proposito, perchè pochissima fede le presto io medesimo, la storia de' quattordici paggi fatti sventrare dinanzi a sè, per conoscere qual d'essi avesse mangiato un popone, nè l'altra leggenda della bella schiava da lui medesimo decollata per dare a divedere ai suoi giannizzeri che le donne non avrebbero mai soggiogato il loro padrone. Il silenzio degli Annali turchi che accusano di ubbriachezza soli tre Principi della dinastia ottomana[66], attesta la sobrietà di Maometto II; ma sono fuori di dubbio i suoi furori e l'inflessibilità delle sue passioni. Sembra dimostrato ad evidenza che, e nel campo, e nella reggia, lievissimi motivi lo indussero a versar torrenti di sangue, e che le sue inclinazioni, contrarie alla natura, arrecarono spessi oltraggi ai più nobili fra i suoi giovani prigionieri. Durante la guerra d'Albania, egli meditò le lezioni del padre, e ne superò di buon'ora la gloria, onde all'invincibile scimitarra di questo Sultano viene attribuita la conquista di due Imperi, di dodici Reami, e di dugento città, calcolo però falso e dalla sola adulazione instituito. Egli aveva indubitatamente tutte le prerogative di un soldato, e quelle fors'anche di un Generale: la presa di Costantinopoli suggellò la sua fama; ma ponendo in confronto le imprese, i soccorsi per eseguirle, e gli ostacoli, lo stesso Maometto II avrebbe dovuto rifiutar, vergognandone, l'adulazione di chi lo mettea al pari di Alessandro e di Timur. Le forze da lui guidate furono sempre superiori di numero a quelle dell'inimico, e nondimeno, le sue conquiste non si estesero al di là dell'Eufrate e del mare Adriatico, e nondimeno, ne interruppero il corso e Uniade, e Scanderbeg, e il Re di Persia, e i Cavalieri di Rodi.

A. D. 1451-1481

Sotto il regno di Amurat, Maometto gustò due volte i diletti del trono e due volte ne scese: la sua giovine età non gli permettea d'opporsi al ritorno del padre; ma non la perdonò più mai ai Visiri che questo salutare espediente aveano consigliato. Dopo avere sposata la figlia di un Emir turcomanno, e assistito alle feste che durarono due mesi, partì con sua moglie da Andrinopoli per Magnesia, ov'era la residenza del suo governo. In meno di sei settimane, lo richiamò un messaggio del Divano che annunziavagli la morte del padre, e la propensione che mostravano i giannizzeri a ribellarsi. Ma la rapidità del suo arrivo, e il vigore che ei dimostrò, li ricondussero tosto all'ubbidienza: attraversò l'Ellesponto con una scelta guardia, e alla distanza di un miglio da Andrinopoli, gli furono incontro, per prosternarsi ai suoi piedi, i Visiri e gli Emiri, gl'Imani e i Cadì, i soldati ed il popolo, che gioia e tenerezza ostentavano. Egli avea allora ventun anni, e allontanò ogni motivo di sedizione colla morte, indispensabile a' suoi fini, de' fratelli tuttavia fanciulli[67]. Vennero a congratularsi con esso, e a sollecitarne l'amicizia, gli Ambasciatori delle Potenze d'Asia e d'Europa, coi quali favellò in termini che additavano moderazione e pace. Ridestò fiducia nell'animo del greco Imperatore con solenne giuramento e lusinghevoli assicurazioni che andavano unite alla ratifica del Trattato stipulatosi dal padre suo coll'Impero; finalmente assegnò un ricco dominio, in riva allo Strimone, al pagamento annuale de' trecentomila aspri dovuti alla Corte di Bisanzo, che, per secondare le istanze del Sultano, custodiva un Principe della Casa ottomana. Ma i suoi confinanti dovettero palpitare in veggendo la severa austerità di questo giovane Monarca nel riformare il fasto della Casa imperiale. Le somme di danaro che da Amurat venivano consagrate al lusso, egli adoperò ai fini della sua ambizione. Licenziò, incorporandone una parte nel suo esercito, un reggimento di settemila falconieri; nella state di quel primo anno del suo regno, trascorse a capo delle sue soldatesche le province dell'Asia; e dopo avere umiliato l'orgoglio de' Caramani, ne accettò la sommessione, affinchè non gli dessero impaccio ad eseguire imprese di maggior conseguenza[68].

A. D. 1451

I Casisti musulmani, e soprattutto turchi, avean deciso non potere i Fedeli tenersi obbligati da una promessa contraria agl'interessi e ai doveri di lor religione, ed essere in facoltà del Sultano l'annullare i Trattati fatti da lui e da' suoi predecessori; privilegio immorale, che la giustizia e la magnanimità di Amurat avea disdegnato. Ma l'ambizione persuase al figlio di Amurat, il più orgoglioso di tutti gli uomini, la bassezza di discendere agli artifizj della dissimulazione e della perfidia. Colla pace sul labbro e colla guerra nel cuore, ei non pensava che ad impadronirsi di Costantinopoli, e a rompere co' Greci; i Greci stessi gliene somministrarono imprudentemente il pretesto[69]. I greci Ambasciatori, ai quali dovea parer ventura l'essere dimenticati, seguirono al campo il Principe turco per chiedergli il pagamento, anzi l'aumento della somma di danaro annuale ch'egli sborsava all'Impero di Bisanzo. Importunarono parimente con tale inchiesta il Divano; laonde il Visir, amico de' Cristiani in segreto, lor fece conoscere i sentimenti de' suoi colleghi e di Maometto. «Insensati e miserabili Romani, dicea Calil; noi conosciamo i vostri disegni, e voi non sapete il pericolo in cui vi state! Lo scrupoloso Amurat più non vive, e la sua Corona è passata sul capo di un giovane vincitore che alcuna legge non frena, che alcun ostacolo non può arrestare. Se vi scampate da lui, ringraziatene la divina bontà che differisce tuttavia il gastigo de' vostri peccati. Perchè volerci provocare in modo indiretto, e con vane minacce? Mettete in libertà il fuggitivo Orcano. Coronatelo Sultano della Romania. Chiamate gli Ungaresi dall'altra riva del Danubio, armate contro di noi le nazioni dell'Occidente, e siate sicuri esser questo il vero modo di fabbricarvi ed affrettarvi la vostra rovina». Ma se queste tremende parole del Visir spaventarono gli Ambasciatori, altrettanto li rincorarono l'umana accoglienza e gli affettuosi detti del Principe ottomano. Maometto promise loro che appena fosse di ritorno ad Andrinopoli, ascolterebbe le querele de' Greci, e si prenderebbe pensiero de' loro veri interessi. Poi, toccata appena l'altra riva dell'Ellesponto, abolì per prima cosa il pagamento annuale che solea farsi ai Greci, ordinando si scacciassero dalle rive dello Strimone tutti i loro impiegati. Date così a divedere le sue ostili intenzioni, non tardò un secondo decreto che minacciava assedio a Costantinopoli, e in tal qual modo incominciava a metterlo ad effetto. L'avolo di Maometto II avea sulla costa asiatica edificata una Fortezza che dominava il passaggio angusto del Bosforo. Ora il nipote risolvè di innalzarne una più formidabile di rincontro a questa sulla costa europea; laonde mille muratori ricevettero in primavera il comando di trovarsi in un paese detto Azomaton, situato ad una distanza circa di cinque miglia dalla Capitale dell'Impero greco[70]. L'eloquenza è l'espediente dei deboli; ma l'eloquenza dei deboli rare volte persuade, e gli Ambasciatori di Costantino adoperarono invano quest'arme per distorre Maometto dagli ideati divisamenti; ebbero bel rimostrare che l'avolo del Sultano, per fabbricare solamente una Fortezza nel proprio territorio, ne avea chiesta permissione all'Imperatore Manuele, nè trattavasi allora di una duplice fortificazione che rendesse i Turchi padroni dello Stretto, siccome questa, il cui fine non poteva essere se non se di rompere la lega fra le due nazioni, d'impedire il commercio de' Latini sul mar Nero, e fors'anche di affamare Costantinopoli. «Io non intraprendo nulla contro la vostra città, rispondea lo scaltrito Sultano, ma pensate che le sue mura sono il limite del vostro Impero. Vi siete forse dimenticati le strettezze in cui si trovò mio padre, quando vi collegaste cogli Ungaresi, quando questi invadeano dalla banda di terra il nostro territorio, e quando aprivate alle galee francesi l'ingresso dell'Ellesponto? Amurat dovette guadagnarsi colla forza il passaggio del Bosforo, e lo effettuò, perchè il poter vostro non corrispondeva alla vostra mala volontà. Mi ricordo che io, allora fanciullo, stavami ad Andrinopoli; quella volta i Musulmani tremarono, e i Gaburi[71] ci derisero per qualche tempo sulla nostra disgrazia. Ma quando mio padre riportò quella vittoria ne' campi di Warna, fece voto, sappiatelo, d'innalzare, per assicurarsi meglio, una Fortezza sulla riva occidentale; ed io devo mantenere i voti di mio padre: avete voi forse il diritto o la forza per impedirmi di far quel che voglio sul mio territorio? Perchè questo spazio di terra è mio, i possedimenti de' Turchi, in Asia, arrivano fino alle sponde del Bosforo; e quanto all'Europa i Romani l'hanno abbandonata. Tornate a casa vostra, e dite al vostro Re; che l'Ottomano presente è molto diverso dai suoi predecessori; che le sue risoluzioni oltrepassano tutto quanto quelli desiderarono; che egli fa più di quanto essi poteano risolvere. Partite, non vi verrà fatto alcun male; ma farò scorticar vivo il primo di voi che tornasse da me con un siffatto messaggio». Dopo una simile intimazione, Costantino, per valore e per grado il primo di tutti i Greci[72], avea risoluto di prender l'armi, e impedire che i Turchi si avvicinassero maggiormente, e sulla riva europea del Bosforo si stanziassero. Ma il rattennero i consigli de' suoi Ministri dell'Ordine civile ed ecclesiastico, che gli fecero abbracciare un men nobile e in uno men prudente sistema. Questi lo indussero ad opporre nuova pazienza a nuovi oltraggi, a lasciare agli Ottomani il biasimo di farsi i primi aggressori, ad affidare nella fortuna e nel tempo, così la loro difesa, come la distruzione di una Fortezza, che Maometto, i Consiglieri diceano, non potea conservar lungo tempo in vicinanza ad una vasta e popolosa Capitale. Tra le speranze de' creduli e i timori de' saggi, il verno trascorse, differendosi sempre di prendere provvedimenti che avrebbero dovuto stare a cuore di ciascun cittadino, nè lasciare a verun d'essi un istante sol di riposo. I Greci si accecarono sul pericolo che li minacciava, sintanto che il giungere di primavera e l'avvicinare di Maometto, li facesse certi della loro inevitabil rovina.

A. D. 1452

Rare volte vengono disobbediti gli ordini di un padrone che mai non perdona. Ai 26 di marzo, la pianura di Azomaton si vide coperta di uno sciame d'indefessi turchi operai, ai quali, e per terra e per mare, e dall'Europa e dall'Asia, venivano portati i materiali di cui abbisognavano[73]. Nella Catafrigia si preparava la calce; dalle foreste di Eraclea e di Nicomedia erano tratte le legna; gli scavi della Natolia somministravan le pietre. Ognuno dei mille muratori, aiutato da due manovali, aveva l'obbligo giornaliero di due cubiti di fabbrica. Datasi forma triangolare alla Fortezza[74], ciascun angolo di essa venne fiancheggiato da una grossa torre, la prima delle quali stava sul pendio della collina; le due altre occupavano le coste del mare. La grossezza delle mura era di ventidue piedi, di trenta il diametro delle torri; un saldo spianato di piombo formava il coperchio dell'edifizio. Maometto in persona sollecitava e con instancabile ardore regolava il lavoro; ciascuno dei tre Visiri volle per sè l'onore di avere terminata una delle tre torri; lo zelo de' Cadì con quello dei giannizzeri gareggiava; non v'era servigio, comunque triviale, che non venisse nobilitato dall'idea di servir Dio e il Sultano, e la solerzia della moltitudine animavano gli sguardi di un despota, il cui sorriso diveniva pronostico di felicità, un'occhiata severa, di morte. Atterrito l'Imperator greco in veggendo procedere un'opera ch'egli non era più in tempo di arrestare, cercò ma indarno, di ammollire con modi carezzevoli, e con donativi, l'animo d'un inesorabile nemico, che anzi desiderava e fomentava tutte le occasioni di venire ad aperta guerra; occasioni che non poteano più tardare ad offrirsi. Osservando alcuni Cristiani che gli avidi e sacrileghi Musulmani adoperavano, e certamente senza scrupolo, i frantumi di sontuose chiese poste in rovina, e perfino le colonne di marmo consagrate all'Arcangelo S. Michele, col volersi opporre, ricevettero la palma del martirio dalle mani stesse dei distruttori. Costantino avea chiesta una guardia turca che proteggesse i campi e i ricolti de' sudditi greci; e veramente Maometto questa guardia gli concedè, ma comandandole per prima cosa di lasciar pascolare liberamente i muli e i cavalli del campo, e di proteggere i Turchi contro i nativi, ogni qualvolta i secondi si avvisassero di assalire i primi. Accadde una notte che gli uomini del seguito d'un Capo ottomano aveano mandati i lor cavalli in mezzo a un campo di biade mature. Irritati i Greci dal danno, e più dall'insulto, vennero cogli Ottomani ad una rissa, in cui perirono parecchi individui dell'una e dell'altra nazione. Fu fatto su di ciò ricorso a Maometto, che n'ebbe massima gioia, cogliendo questa opportunità per inviar truppe che sterminassero gli abitanti di quel villaggio. I colpevoli, se tali poteano dirsi, s'erano dati alla fuga; ma quaranta agricoltori che, affidati alla propria innocenza, attendevano tranquillamente alla mietitura, caddero vittima delle scimitarre ottomane. Fino a quel momento, Costantinopoli ricevea fra le sue mura que' Turchi che per motivo di commercio, o di curiosità vi si traevano; ma a questo annunzio che accrebbe a dismisura il terrore, il Sovrano ordinò se ne chiudesser le porte; pure sempre lusingato dalla speranza di pace, mise liberi, il terzo giorno, i Turchi che vi si trovavan racchiusi[75], inviando a Maometto un ultimo messaggio, da cui traspirava la ferma rassegnazione di un cristiano e di un guerriero. «Poichè nè i giuramenti, nè i Trattati, nè la stessa sommessione possono assicurare la pace, egli scriveva al Sultano, prosegui gli atti della tua sacrilega nimistà. Solo in Dio è posta la mia speranza. Se gli piace di ammollire il tuo cuore, un sì felice cambiamento mi arrecherà gioia; se egli vuole che Costantinopoli sia tua, mi sottometterò senza lagnarmene ai suoi santi voleri. Ma fin che il Giudice de' Principi della Terra non avrà pronunziato fra noi, io devo vivere e morire difendendo il mio popolo». Maometto diè tal risposta che lo mostrava risoluto inesorabilmente alla guerra. Compiuto essendo e munito a dovere il novello Forte, vi pose un vigilante Agà, e quattrocento giannizzeri incaricati di sottoporre a tributo tutte le navi che, senza distinzion di paese, si trovassero a gittata delle nuove batterie; indi ritornò ad Andrinopoli. Una nave veneziana che ricusava obbedire ai nuovi dominatori del Bosforo, con un solo sparo di cannone fu mandata a fondo. Il capitano e trenta marinai si salvarono nel palischermo; ma condotti indi alla Porta carichi di catene, il loro condottiero venne impalato, eglino decollati: lo storico Duca narra di avere veduti a Demotica i loro corpi esposti alle belve[76]. L'assedio di Costantinopoli venne differito alla successiva primavera; intanto un esercito ottomano marciò nella Morea per dar faccende ai fratelli di Costantino. In questi calamitosi giorni (A. D. 1453), uno de' Principi Paleologhi, il despota Tommaso, ebbe la sorte, o il disastro di vedersi nascere un figlio. «Ultimo erede, dice l'afflitto Franza, dell'ultima scintilla dell'Impero romano[77]».

I Greci ed i Turchi trascorsero il verno nella inquietudine e nell'ansietà; agitati i primi dal timore, fatti impazienti i secondi dalla speranza; e gli uni intesi agli apparecchi di difesa, gli altri a quelli d'assalto; ma più fortemente erano compresi da questi sentimenti, che per diverso motivo agitavano gli animi de' due popoli, i loro Imperatori, l'uno che temea di perder tutto, l'altro che ad acquistar tutto agognava; sentimenti che rendea più vivi in Maometto l'ardore della giovinezza e la violenza della sua indole. Intanto che impiegava l'ore di passatempo ad Andrinopoli[78] nel fabbricare il palagio Gehan Numa (la lanterna del Mondo), edifizio che ad altezza prodigiosa venne innalzato, i suoi pensieri non si dipartivano dal divisamento di conquistare la città de' Cesari. Alzatosi verso l'ora della seconda veglia della notte, mandò pel primo Visir; il messaggio e l'ora, l'indole del principe e i rimbrotti di una non innocente coscienza spaventavano non poco Calil-Baza, il quale, stato confidente di Amurat, fu anche tra coloro che consigliarono di richiamarlo al trono. Vero è che Maometto, all'atto di cingere la Corona, lo avea confermato nella carica di Visir colmandolo di apparenti favori; ma il vecchio Ministro non ignorava di camminare sopra un diaccio fragile e sdruccioloso, che potea rompersegli sotto i piedi, e in un abisso precipitarlo. L'affezione, forse innocente, dimostrata da questo Visir ai Cristiani gli avea, sotto il Regno trascorso, acquistato l'odievole nome di Gabur Ortascì, o di fratel balio degl'Infedeli[79]. Dominato dall'avarizia, mantenea col nemico una venale corrispondenza che fu scoperta e punita dopo la guerra. Nella notte in cui ricevè l'ordine di trasferirsi presso il Sultano, abbracciò la moglie e i figli, paventando di non più rivederli; indi riempiuto di piastre d'oro un calice, corse al palagio, ove prostratosi dinanzi a Maometto, gli offerse, giusta l'uso orientale, quell'oro, come lieve tributo e pegno di sommessione e di gratitudine[80]. «Non voglio, il Sultano gli disse, riprendermi quello che ti ho donato, ma piuttosto accumulare sul tuo capo nuove beneficenze. Però adesso pretendo da te un dono, che mi sarà più utile e che vale ben più del tuo oro; ti chiedo Costantinopoli». Riavutosi dalla sorpresa il Visir, gli rispose: «quel medesimo Dio che ti ha conceduto sì gran parte dell'Impero romano non te ne ricuserà la Capitale, e i pochi dominj che le vanno or congiunti. La Providenza dell'Altissimo e il tuo potere me ne assicurano; i tuoi fedeli schiavi ed io sagrificheremo i nostri giorni e i nostri averi per eseguire la tua volontà.» «Lala[81] (vale a dire mio precettore,) disse il Sultano, vedi tu quest'origliere? questa notte nelle mie agitazioni non ho fatto che mandarlo da una banda e dall'altra. Temi l'oro e l'argento dei Romani; del rimanente, noi vagliamo più di loro alla guerra, e, col soccorso di Dio e del Profeta, non tarderemo ad impadronirci di Costantinopoli.» Per indagar l'animo de' suoi soldati, ei trascorrea sovente le strade solo e travestito, nè era cosa priva di rischio l'aver riconosciuto il Sultano, quando agli occhi del volgo volea nascondersi. Molte ore d'ozio impiegava a delineare la pianta di Costantinopoli, a disputare co' suoi generali ed ingegneri sui luoghi ove conveniva innalzare le batterie, d'onde fosse meglio incominciare l'assalto, o dar fuoco alle mine, o applicare le scale. Durante il giorno, si provavano le fazioni e gli stratagemmi che il Sultano avea ideati la notte.

Nell'esaminare gli strumenti di distruzione, portava sollecita attenzione alla terribile scoperta fatta recentemente dai Latini, onde l'artiglieria di Maometto superò quella dell'altre nazioni d'allora. Un fonditor di cannoni, danese o ungarese, che trovava appena il suo vitto al servizio de' Greci, passò a quello de' Turchi, e largamente nel compensò il Sultano, rimasto contento fin dalla prima risposta che cotest'uomo erasi affrettato di dare ad una sua interrogazione. «Posso io avere un cannone fornito della forza di mandare una palla o un sasso che basti a rovesciare le mura di Costantinopoli?» — «Mi è nota, rispose il fonditore, la fortezza di queste mura, ma quand'anche fossero più salde di quelle di Babilonia, potrei metter contr'esse una macchina di tanto forte gittata che le buttasse a terra; sta poi a vedere, se i vostri ingegneri saprebbero appuntare e collocar questa macchina». Immediatamente, dopo una tale risposta, Maometto fece mettere una fonderia ad Andrinopoli; e provvedutosi quanto metallo a ciò abbisognava, in capo a tre mesi, il fonditore, che nomavasi Urbano, ebbe terminato un cannone di bronzo di una smisurata, e quasi incredibile grandezza. Il calibro era, dicesi, di dodici palmi, e lanciava una palla di pietra che oltre a sei quintali pesava[82]. Fu scelto dinanzi al nuovo palagio un vano di spianato per provare la nuova macchina; e affine di prevenire le infauste conseguenze del terrore che il primo sparo della medesima avrebbe incusso, venne avvertito il pubblico, un giorno prima di mettere il cannone in atto. Lo scoppio fu udito a una distanza di cento stadj all'intorno. Per trasportare questa macchina struggitrice, vennero congiunti insieme trenta carri, a tirare i quali sessanta buoi furono adoperati; dugento uomini stavano ad entrambi i lati, per mantenere in equilibrio e sostenere questa enorme massa, sempre in procinto di rotolarsi, or da una banda, or dall'altra; dugento cinquanta marraiuoli marciavano innanzi per agevolarle il passaggio e riparare le strade ed i ponti; onde fu d'uopo di due mesi circa di lavoro per far fare cencinquanta miglia alla macchina. Un arguto Filosofo[83] deride a tal proposito la greca credulità, giustamente osservando che non giova mai il fidarsi troppo alle esagerazioni de' vinti. Giusta il calcolo istituito dal medesimo, sol per lanciare con effetto alla distanza che fu presa una palla di due quintali, abbisognerebbe un quintale e mezzo di polvere; la qual massa non potendo in un tratto accendersi tutta, la palla uscirebbe, prima che il quindicesimo della polvere avesse preso fuoco, e sarebbe animata quindi da un minimo impulso. Ignorante, come confesso di esserlo in quest'arte struggitrice, aggiugnerò soltanto che la scienza dell'artigliere, di tanto migliorata ai dì nostri, preferisce il numero alla grossezza de' pezzi, la vivacità del fuoco allo strepito, o anche all'effetto di un solo scoppio. Nondimeno non ardisco rifiutare una testimonianza positiva ed unanime de' contemporanei, nè dee parere inverisimile che i primi fonditori, condotti, ne' loro sforzi, più dall'ambizione che dal sapere, tentassero ancora cose oltre al possibile. Però un cannone turco, più grande ancora, nelle dimensioni, del cannone di Maometto, custodisce tuttavia l'ingresso de' Dardanelli, e benchè ne sia incomodo l'uso, una recente prova ha dimostrato esserne tutt'altro che da disprezzarsi gli effetti. Tre quintali di polvere lanciarono lontano seicento tese un sasso pesante undici quintali; questo andò in tre pezzi, che attraversarono il canale lasciando il mare coperto di spuma, e percossero l'opposta collina, e con forza ne vennero rimbalzati[84].

A. D. 1453

Intanto che Maometto minacciava la Capitale dell'Oriente, l'Imperatore greco implorava con ferventi preci i soccorsi della terra e del Cielo; ma le potenze invisibili erano sorde alle sue supplicazioni, e la Cristianità vedea con indifferenza la caduta di Costantinopoli che non avea omai altra speranza di soccorso, fuorchè nella gelosia politica del Sultano d'Egitto. Fra gli Stati che avrebbero potuto soccorrere Costantinopoli, quali erano troppo deboli, quali troppo lontani; alcuni riguardavano immaginario il pericolo, altri inevitabile. I Principi dell'Occidente badavano soltanto alle interminabili querele che li disunivano; il Papa non sapea perdonare ai Greci la loro ostinazione, o doppiezza; ed anzi Nicolò V in vece di adoperare la sua mediazione perchè le armi e le ricchezze dell'Italia li favorissero, predisse la prossima lor distruzione; onde pel suo onore desiderava quasi l'adempimento di tal profezia.

Parve che provasse un istante di compassione allor che li vide al grado ultimo del disastro; ma questa compassione venne troppo tardi, e gli sforzi che produsse, mancando d'energia come di successo, Costantinopoli era già in mano de' Turchi, prima che le squadre di Genova e di Venezia uscissero dei loro porti per andarne in soccorso[85]; gli altri Principi, e persin quelli della Morea e delle isole della Grecia, si mantennero in una fredda neutralità: la colonia genovese dimorante a Galata negoziò a parte col Sultano, il quale non le tolse la lusinga che la sua clemenza le avrebbe permesso di sopravvivere alla rovina dell'Impero. Una gran parte di plebei, ed alcuni nobili abbandonarono da vili il loro paese, quando imminente era il pericolo; l'avarizia fece che i ricchi negassero all'Imperatore, e conservassero pei Turchi quelle ricchezze con cui poteano stipendiarsi più eserciti di mercenarj[86]. In tale stato d'invilimento e derelizione, Costantino si preparò nullameno a sostenere lo scontro col suo formidabil nemico, e per vero, il coraggio del Principe greco pareggiava i pericoli che gli sovrastavano; ma troppo minori erano le sue forze della lotta da sostenersi. Fin dai primi giorni di primavera, l'antiguardo turco, impadronitosi de' borghi e de' villaggi fino alle porte di Costantinopoli, concedea protezione e vita a quelli che si sommettevano; ma sterminava col ferro e col fuoco qualunque paese tentasse resistere. Mesembria, Acheloo e Bizon, città che sul mar Nero rimanevano ai Greci, si arrendettero alla prima intimazione. Unicamente Selimbria meritò l'onore di un assedio, o di un blocco, perchè i prodi suoi abitanti, intanto che erano stretti dal lato di terra, si posero in mare, corsero a devastar la costa di Cizico, e di ritorno, vendettero in mezzo alla pubblica piazza i prigionieri che in questa correria avevano fatti. Ma il silenzio, la sommessione furono generali all'arrivo di Maometto che pose il suo campo cinque miglia distante dalla Capitale del greco Impero, ed avanzatosi indi col suo esercito schierato in battaglia, collocò dinanzi alla Porta di S. Romano il proprio stendardo, dando incominciamento al memorabile assedio di Costantinopoli.

Le milizie europee ed asiatiche di Maometto teneano tutto lo spazio di destra e sinistra dalla Propontide al porto. I giannizzeri occupavano il fronte rimpetto alle tende di Maometto; una profonda fossa copriva le linee ottomane, e un corpo di Turchi a parte circondava il sobborgo di Galata, tenendosi in guardia contro la mal certa fede dei Genovesi. Filelfo, che, trent'anni prima dell'assedio dimorava in Grecia, fondandosi sopra dati accuratamente raccolti, assicura che le forze de' Turchi, tutte comprendendole senza eccezione, non poteano oltrepassare i sessantamila uomini di cavalleria e i ventimila di fanteria, rampognando alle nazioni cristiane la pusillanimità di essersi così docilmente sottomesse ad un pugno di Barbari. E per vero dire, se non si calcolassero che i Capiculi[87], soldati della Porta che andavano di conserva col Principe e dal suo erario venivano stipendiati, il loro numero doveva starsi all'incirca col calcolo di Filelfo; ma è da osservarsi che i Pascià mantenevano, o reclutavano una milizia provinciale a parte ne' proprj governi; che eranvi molti paesi soggetti ad una contribuzione militare; che per ultimo l'esca del bottino attraeva una grande moltitudine di volontarj sotto lo stendardo di Maometto; e lo squillo della sacra tromba, dovette condurvi uno sciame di fanatici affamati ed intrepidi, che, se altro non fosse, accrebbero lo spavento dei Greci e ne rintuzzarono al primo assalto le spade. Duca, Calcocondila, e Leonardo da Chio, fanno ascendere a trecento o quattrocentomila uomini l'esercito del Sultano; ma Franza, trovatosi in maggior vicinanza del campo, e meglio quindi in istato d'instituire le sue osservazioni, non contò più di dugencinquantottomila uomini, calcolo ragionevole che non oltrepassa nè i fatti che si sanno, nè i limiti della probabilità[88]. Men formidabile era la forza marinaresca degli assedianti; perchè comunque trecentoventi legni si stessero nell'acque della Propontide, solamente diciotto di questi meritavano di essere nominati navi da guerra, non consistendo quasi tutto il rimanente, se non se in piccioli navigli da trasporto, che versavano nel campo ottomano e uomini, e munizioni, e vettovaglie; e Costantinopoli, in questo suo stato di massima debolezza, contenea tuttavia più di centomila abitanti, che però tra i prigionieri, non fra i combattenti, fecero numero; operaj la maggior parte, preti, donne e uomini sforniti di quel coraggio, che talvolta per la comune salvezza le medesime donne hanno saputo mostrare. Comprendo, e sarei quasi proclive a scusare la renitenza di que' sudditi, che per obbedire alle voglie di un tiranno si vedono costretti a portar le armi in lontane contrade; ma colui che non ardisce cimentare la propria vita per difendere i propri averi ed i figli, ha perduta fra gli uomini i sentimenti più operosi e caratteristici dell'umana natura. Giusta un ordine dell'Imperatore, i suoi ufiziali si trasportarono in ciascun rione per prendere un registro di que' cittadini, non esclusi i frati, che fossero abili e pronti ad armarsi in difesa del loro paese; catalogo che fu rimesso a Franza[89] il quale, preso da dolore e confusione ad un tempo, portò l'annunzio al Sovrano, che tutto il numero dei difensori della nazione si riduceva a quattromila novecentosettanta Romani; infausta verità che Costantino e il suo fedele Ministro procurarono di tenere celata, intanto che venne tratto dall'arsenale un corrispondente numero di scudi, di balestre e di archibusi. Si aggiugnea il sussidio di duemila stranieri, comandati da Giovanni Giustiniani, Nobile genovese, al quale, oltre all'essere stata pagata anticipatamente e con generosità la sua soldatesca, venne promessa l'Isola di Lesbo in premio del suo valore e de' suoi buoni successi. Venne indi tirata dinanzi all'ingresso del Porto una grossa catena, cui difendevano alcune navi da guerra e mercantili, così greche come italiane, e furono trattenute pel servigio pubblico tutte le navi della Cristianità che, a mano a mano, giugneano dal mar Nero e dall'Isola di Candia. Dopo tutti questi provvedimenti, una Capitale di tredici, o forse sedici miglia di circonferenza, non poteva opporre a tutte le forze dell'Impero ottomano che una guarnigione di sette, o ottomila soldati. Stavano aperte agli assedianti l'Asia e l'Europa, mentre le forze e i viveri de' Greci scemavano ogni giorno senza che di fuori potessero sperare verun soccorso.

A. D. 1452

I primi Romani avrebbero impugnate l'armi, deliberati di vincere o di morire. I primi Cristiani si sarebbero abbracciati fra loro, aspettando con rassegnazione e carità la corona del martirio; ma i Greci di Costantinopoli, comunque non sentissero fervore che per gli affari di religione, non ne traevano altro frutto, che di reciproche nimistà e discordie. L'Imperatore Giovanni Paleologo avea, prima di morire, abbandonato il divisamento che tant'ira destò nei suoi sudditi, il divisamento di unir le due Chiese; il fratello di lui Costantino lo ripigliò quando, le angustie in cui trovavasi, gl'imposero come una necessità di ricorrere ad un'ultima prova di dissimulazione e di adulazione[90]. Inviò ambasciatori a Roma coll'incarico di chiedere temporali soccorsi ed assicurare il Santo Padre che i Greci al suo spirituale dominio si sommetteano. Questi scusavano ad un tempo il lor Sovrano, se avea da prima trascurato un tale dovere, a motivo dei tristi casi dello Stato che aveano assorte tutte le sollecitudini del Principe, in sostanza bramosissimo di vedere un Legato pontifizio nella sua Capitale. Benchè il Vaticano sapesse per prova quanto vi fosse poco da fidarsi nelle parole dei Greci, non potea con decenza mostrarsi sordo a tali voci di pentimento; ma più presto un Legato che un esercito gli concedè; laonde sei mesi prima della presa di Costantinopoli il Cardinale Isidoro nativo di Russia, vi comparve, qual nunzio del Pontefice, seguìto da un corteggio di preti e di soldati. L'Imperatore lo accolse qual padre ed amico; ne ascoltò rispettosamente i sermoni così in pubblico come in privato, e sottoscrisse l'atto di unione, nella stessa guisa che venne accettato nel Concilio di Firenze, al qual esempio si conformarono i più docili fra i sacerdoti e laici della Chiesa greca. Nel giorno 12 dicembre, i Greci si unirono alla celebrazione del divin sagrifizio e della preghiera, nel tempio di S. Sofia, ove fu fatta commemorazione solenne de' due Pontefici, vale a dire di Nicolò V, Vicario di Gesù Cristo, e del Patriarca Gregorio, che un popolo ribelle aveva esiliato.

Ma le vesti e la lingua del Prete latino ufiziante furono argomento di scandalo ai Greci, inorriditi in veggendolo consagrar pane senza lievito, e versar acqua fredda nel calice eucaristico. Uno Storico greco confessa arrossendo che nessuno de' suoi concittadini, compresovi lo stesso Imperatore, si prestò di buona fede a tale riconciliazione[91][92]. A discolparli dalla taccia di una sommessione così inconsiderata e plenaria, dicevano essersi riservati il diritto di rivederne l'atto in appresso; ma la migliore e più trista scusa ad un tempo che avessero, stava nel confessarsi spergiuri. Oppressi dai rimproveri di quei lor fratelli che non avevano tradita la propria coscienza, rispondeano lor sotto voce: «armatevi di rassegnazione anche per poco, aspettate di veder libera la città dall'immenso drago che spalanca la bocca per divorarci; ne saprete dire in allora se siam riconciliati davvero cogli azzimiti». Ma la pazienza non è la prerogativa caratteristica dello zelo religioso, nè cortigianesca disinvoltura è bastante a frenar la violenza del popolare entusiasmo. Persone d'ogni classe e d'entrambi i sessi si trasportarono in folla dalla chiesa di S. Sofia alla celletta del frate Gennadio[93], affine di consultare nel gran frangente questo religioso che reputavasi l'oracolo della Chiesa. Ma il santo personaggio non si mostrò: assorto, a quanto parea, nelle sue profonde meditazioni, o nelle sue estasi mistiche, lasciò solamente esposta in fronte alla sua porta una tavoletta, ove le turbe lessero le seguenti parole: «Sciagurati Romani! perchè abbandonaste voi la strada della verità? Perchè invece di mettere la vostra fiducia in Dio, negli Italiani l'avete posta? Col perdere la vostra fede, perderete anche la vostra città. Signore, abbi compassione di me. Io protesto al cospetto tuo che sono innocente di questo delitto. Sciagurati Romani, pensate bene, trattenetevi e pentitevi! nell'atto stesso che abbiurerete la religione dei padri vostri; nell'atto stesso che vi collegherete coll'empietà, cadrete schiavi sotto uno straniero servaggio». Udito questo avviso di Gennadio, le vergini spose di Dio, pure come gli Angeli, e superbe come i demonj[94], sorsero contra l'atto di unione, e maledirono qualunque lega coi partigiani presenti e futuri della Chiesa latina; le imitò, le approvò la maggior parte del Clero e del popolo. Uscendo del monasterio di Gennadio, i devoti Greci si sparsero per la taverna bevendo alla confusione degli schiavi del Papa, votando tazze ad onore della immagine della Santissima Vergine, e supplicandola a difendere questa città da Maometto, come altre volte l'avea protetta contro l'armi di Cosroe e contro il Cagano. Così inebbriati dal fanatismo e dai fumi del vino, esclamarono sconsigliatamente: «Che abbiam noi bisogno di soccorso e di unione? che abbiam noi bisogno dei Latini? vada lungi da noi il culto degli azzimiti». Frenesia epidemica che tenne in trambusto la popolazione per tutto il verno antecedente alla vittoria de' Turchi; la Quaresima e la prossimità delle feste, anzichè ispirare sentimenti di pace e di carità, non fece che rincalzare l'ostinazione e la prevalenza del fanatismo. I confessori che spiavano e atterrivano le coscienze, prescrivevano penitenze rigorosissime a chiunque avesse ricevuta la comunione dalle mani d'un prete accusato di consenso, o formalmente, o tacitamente, prestato alla Lega. La Messa celebrata da un tal sacerdote, contaminava, secondo costoro, quegli stessi che le aveano assistito; se preti, perdeano la virtù del carattere sacerdotale, e nemmen nel pericolo di morte istantanea, era permesso invocare il soccorso delle loro preghiere e delle loro assoluzioni. Appena celebratosi dai Latini il servigio divino nella chiesa di S. Sofia, fu riguardata come polluta, e il Clero e il popolo ne rifuggirono come da una sinagoga, o da un tempio di Pagani; onde questa venerabile Basilica, che, fumante non ha guari d'incensi, e splendente per immensa moltitudine di fiaccole, avea sì spesso risonato di preci e di rendimenti di grazie, rimase fra lo squallore di un assoluto e tetro silenzio. Più inviperito odio portavasi ai Latini che agli stessi Eretici ed Infedeli; talchè il primo Ministro dell'Impero, il Gran Duca, si spiegò apertamente che avrebbe preferita la necessità di vedere a Costantinopoli il turbante di Maometto all'odievol presenza della tiara del Papa o di un cappello di Cardinale[95]. Tal sentimento cotanto indegno di un cristiano e di un amico della sua patria, era divenuto a tutti i Greci comune, e tornò ad essi fatale. Costantino si trovò privo dell'affetto e del soccorso de' proprj sudditi, la viltà naturale de' quali prendea un religioso pretesto dal dovere di rassegnarsi ai decreti della Providenza, o dalla chimerica speranza di una liberazione miracolosa[96].

Due lati del triangolo in cui stassi Costantinopoli, vale a dire quelli che si estendono lungo il mare, erano inaccessibili ai nemici; la Propontide da una banda formava una difesa naturale, il porto ne formava un'artificiale dall'altra. Un doppio muro, e una fossa che avea cento piedi di profondità, copriva la base del triangolo situata fra le due rive dalla banda di terra; alle quali fortificazioni il Franza che le avea vedute, attribuiva una estensione di sei miglia[97]; quivi fu il principale assalto degli Ottomani. Costantino dopo avere ripartite le fazioni e il comando de' posti più pericolosi, si accinse a difendere l'esterno muro. Ne' primi giorni d'assedio, i soldati scesero nella fossa d'onde fecero una sortita in piena campagna, ma non tardarono ad avvedersi che, avuta proporzione del numero de' combattenti d'entrambi i campi, era più funesta ai Greci la perdita d'un Cristiano, che al nemico quella di venti Turchi; laonde dopo queste prime prove di coraggio, si limitarono prudentemente a lanciare armi di gittata dall'alto de' baloardi, prudenza che in tale istante non potea essere accusata, come viltà, comunque la popolazione greca fosse in generale pusillanime e vile; l'ultimo de' Costantini si meritò il nome di Eroe; la sua nobile truppa di volontarj parea infiammata dello spirito de' primi Romani, e gli ausiliarj stranieri sosteneano l'onore della cavalleria d'Occidente. In mezzo al fumo, fra lo strepito e il fuoco de' loro archibusi e de' loro cannoni, percoteano incessantemente con grandini di dardi il nemico. Tutte le bocche delle greche spingarde mandavano cadauna nello stesso tempo sui Turchi cinque e persin dieci palle di piombo della grossezza d'una noce; e giusta la spessezza delle file, o la forza della polvere, ciascun colpo potea trapassare l'armadura e il corpo di molti guerrieri; ma i Turchi bentosto, riparando la loro via con trincee, o tenendosi dietro alle rovine, si avvicinarono maggiormente. Ogni dì più periti nella scienza militare divenivano i Cristiani, ma i lor magazzini da polvere, mal provveduti sin da principio, non doveano tardare a votarsi. La loro artiglieria scarsa e di picciol calibro, non potea produrre grandi effetti, e se aveano ancora alcuni pezzi più rilevanti non si avventuravano a collocarli sopra vecchie muraglie, che l'impeto dello scoppio avrebbe crollate e rinversate[98]. Oltrechè, il micidiale segreto essendo già noto parimente agli Ottomani, questi lo adoperavano con tutta l'efficacia che possono infondere negl'ingegni di offesa il fanatismo, le ricchezze, il dispotismo. Ragionammo dianzi del gran cannone di Maometto, arme rilevante e segnalata nella Storia dell'epoca ora descritta; enorme bocca da fuoco che fiancheggiavano altre due quasi della stessa grandezza[99]. Dopo che i Turchi ebbero appuntato una lunga serie di cannoni contro le mura, quattordici batterie fulminarono nel tempo stesso i luoghi meno fortificati; ma nel descrivere una di tali batterie, gli Autori si valgono d'espressioni sì equivoche, che non intendiamo bene, se essa contenesse centotrenta pezzi di cannone, o centotrenta palle. Del rimanente, a malgrado del potere e della solerzia di Maometto, scorgesi l'infanzia dell'arte in quel tempo. Sotto un padrone che calcolava i minuti secondi, il gran cannone non potea trarre che sette volte al giorno[100]. Il metallo riscaldato scoppiò, sicchè molti cannonieri rimasero morti, e fu ammirata l'abilità di un fonditore che immaginò, per andar contro ad una nuova disgrazia, di versare, dopo ciascuno scoppio, una certa quantità d'olio entro i cannoni.

Le prime palle dei Musulmani lanciate a caso, aveano fatto più strepito che rovina. Mercè soltanto i suggerimenti di un ingegnere cristiano, i Turchi appresero a percotere direttamente i due lati opposti degli angoli salienti d'un baloardo. Per quanto poco destri fossero questi artiglieri, la moltiplicità de' colpi supplì alla poca abilità di addirizzarli, onde gli Ottomani, pervenuti finalmente sino all'orlo della fossa, si accinsero a colmare questa enormissima apertura a fine di procurarsi per traverso alla medesima una strada all'assalto[101]. Vi gettarono entro e massi e fascinate e tronchi d'alberi, e tal fu l'impeto di quei lavoratori, che i primi trovatisi in riva alla fossa, o i più deboli, vi caddero dentro e vi trovarono sepoltura. Intantochè gli assedianti davano indefessa opera a tale lavoro, la sola speranza di salute per gli assediati stavasi nel cercare di renderli inutili, a lunghi e micidiali scontri esponendosi, e distruggendo la notte tutta l'opera che i soldati di Maometto aveano fatta nella giornata. Ricorreva all'arte delle mine il Sultano; ma oltre alla difficoltà di valersene in un terreno, che era compatta rupe, gli opponeano altrettante contromine i cristiani ingegneri; perchè niuno aveva a que' giorni pensato a colmar di polve quelle vie sotterranee, e a produr così quegli scoppj che fanno saltare in aria le torri e le intere città[102]. Una circostanza che contraddistinse dagli altri assedj quello di Costantinopoli, si fu l'uso promiscuo dell'artiglieria antica e moderna. Fra mezzo ai metalli ignivomi vedeansi macchine opportune a lanciar sassi e dardi; uno stesso muro soffriva l'urto delle palle e dell'ariete ad un tempo; nè la scoperta della polvere avea fatto dimenticare l'uso del fuoco greco. Rotandosi su i suoi cilindri, avanzava un'immensa torre di legno, mobile arsenale di munizioni da guerra, coperto d'un triplice cuoio. I guerrieri che vi stavano chiusi entro, poteano senza pericolo, per le feritoie della medesima, trarre sugli assediati; la parte anteriore di essa avea tre porte, che davano abilità di sortire e di ritirarsi ai soldati. Una scala interna li conduceva al pianerottolo superiore di essa torre, d'onde poteano col ministerio di carrucole, sollevare una scala che, attaccandosi coll'estremità al baluardo nemico, diveniva un ponte per gli assedianti. Coll'unione di tutti questi diversi modi d'assalto, alcuni de' quali tanto più funesti si fecero ai Greci, perchè non ne aveano veruna cognizione, giunsero finalmente i Turchi a rinversare la torre di S. Romano; però vennero ancora respinti dopo un ostinato combattimento, che la notte interruppe e che divisavano rincominciare all'alba del nuovo giorno con più vigore, e maggiore fiducia di buon successo. Nè questi momenti conceduti alla speranza e al riposo vennero trascurati dalla solerzia dell'Imperatore greco e del genovese Giustiniani, che rimasti tutta la notte su i baloardi, affrettarono tutti que' provvedimenti da cui poteva ancora dipendere il destino della Chiesa e di Costantinopoli. Laonde all'apparire dell'aurora novella, l'impaziente Maometto vide, con istupore ed eguale afflizione, incenerita la sua torre di legno, tornata nel primo stato la fossa, restaurata la torre di S. Romano. Deplorando il mal esito de' concetti disegni, esclamò dimentico della riverenza che al proprio culto dovea: «Trentasettemila Profeti non bastavano a farmi credere, che gl'Infedeli in sì breve tempo avessero eseguito sì immenso lavoro».

La generosità de' Principi cristiani fu languida e tardi arrivò; ma fin dal momento in cui Costantino previde l'assedio della sua Capitale, intavolò negoziati nelle isole dell'Arcipelago, nella Morea e nella Sicilia per ottenerne i soccorsi più indispensabili. Cinque grandi vascelli mercantili[103], armati da guerra avrebbero già salpato da Chio nel primo giorno di aprile, se non li avesse trattenuti un ostinato vento di tramontana[104]. Un di questi portava bandiera imperiale; gli altri quattro, appartenenti ai Genovesi, andavano carichi di frumento e d'orzo, d'olio e di vegetabili, e soprattutto di soldati e marinai pel servigio della Capitale. Finalmente dopo un penoso indugio, spiegaron le vele col favore di un leggier vento australe, che fattosi più gagliardo nel secondo giorno, li portò ben tosto all'Ellesponto e alla Propontide; ma circondata per terra e per mare trovavasi la Capitale del greco Impero; e la squadra turca, situata all'ingresso del Bosforo, terminava a guisa di mezza luna alle due estreme rive per chiudere il passaggio a questi ardimentosi ausiliari, o per lo meno a fin di respingerli. Qualunque leggitore abbia presente alla memoria il quadro geografico di Costantinopoli, comprenderà e ammirerà la magnificenza di un tale spettacolo. I cinque vascelli cristiani procedeano innanzi, in mezzo a giulive acclamazioni, e forzando il ministerio delle vele e de' remi contro una squadra nemica di trecento navigli; i baloardi, il campo, le coste dell'Europa e dell'Asia, vedeansi coperte di spettatori impazienti con inquietudine dell'effetto che questo rilevante soccorso avrebbe prodotto; effetto che a prima vista non avrebbe dovuto sembrare dubbioso. La superiorità de' Turchi era tanta, che si togliea da ogni proporzione col numero de' Cristiani; e certamente, giusta un calcolo ordinario, la moltitudine e il valore de' combattenti gli avrebbe assicurati della vittoria. Cionnullameno l'imperfezione della loro marineria mostrava come questa fosse stata creata d'improvviso dalla volontà del Sovrano, e non nata gradatamente dall'ingegno inventivo della nazione; e giunti anche all'apice della grandezza, i Turchi confessavano che, se Dio avea conceduto ad essi l'Impero della terra, quello del mare rimanea agli Infedeli[105]; modesta confessione, la cui verità è stata confermata da una sequela dì sconfitte e da un rapido scadimento. Tranne diciotto galee bastantemente forti, il rimanente della squadra era composta di battelli aperti, rozzamente costrutti, mal governati, troppo caricati di combattenti, e sprovveduti di cannone; e poichè il coraggio ne deriva in gran parte dalla conoscenza delle nostre proprie forze, non è maraviglia se i più valorosi giannizzeri tremarono in veggendosi sopra un elemento nuovo per essi. Dalla parte in vece de' Cristiani, veniano governati da piloti abilissimi cinque grandi vascelli pieni di veterani dell'Italia e della Grecia, avvezzi da lungo tempo ai disagi e ai pericoli della navigazione. Intanto che davano opera a calare a fondo, o ad infrangere i deboli legni che impacciavano ad essi il cammino, le loro macchine d'artiglieria spazzavano il mare e versavano fuoco greco su quelle barche ottomane che osavano avvicinarsi per tentar l'arrembaggio; chè i venti e i flutti si chiariscono mai sempre pe' navigatori più abili. I Genovesi salvarono il vascello imperiale contro cui, nella mischia, più numerosa oste infieriva; e gravissima fu la perdita de' Turchi, respinti in due assalti, un più lontano, l'altro ov'erano petto a petto coi Cristiani. Maometto standosi a cavallo in su la piaggia, incoraggiava i Musulmani colla sua voce, con promesse di ricompensa, col timore che egli inspirava, più poderoso sovr'essi che lo stesso timore de' nemici. Il fervore del suo animo, i moti del suo corpo[106] sembravano imitare le azioni de' combattenti, e quasi foss'egli il padrone della natura, da niuna tema frenato, facea impotenti sforzi per ispinger nel mare il proprio cavallo. La violenza dei suoi rimproveri, i clamori del campo indussero la squadra turca ad un terzo assalto che fu più funesto ancor de' due primi; al qual proposito citerò, senza poterle prestar molta fede, la testimonianza di Franza, il quale afferma che i Turchi a loro confessione medesima perdettero nella strage di questa giornata più di dodicimila uomini. In somma fuggirono disordinatamente verso le coste dell'Europa e dell'Asia, intanto che la squadra de' Cristiani, in trionfo e immune da danni, procedea lungo il Bosforo, pervenuta a lanciar l'áncora con sicurezza dalla banda interna della catena del porto. Nell'ebbrezza di questa vittoria, sosteneano i Cristiani che il loro braccio era valevole ad annichilare tutto l'esercito dei Turchi. Intanto Balta Ogli, l'ammiraglio, ossia il Capitano-Pascià, ferito in un occhio, traeva da questa circostanza un sollievo coll'accagionarla della perdita della battaglia. Era costui un rinnegato della famiglia de' Principi di Bulgaria, stimabile per meriti militari, se un'abbominevole avarizia non gli avesse contaminati; e, sia d'un solo, o popolare il dispotismo, sotto il governo del medesimo, la disgrazia si ha per prova di delitto. Il grado e i servigi di questo guerriero apparvero nulli a fronte dello scontento di Maometto; onde dopo essere stato alla presenza del Sultano steso per terra da quattro schiavi, ricevè cento battiture applicategli con un bastone d'oro[107]. Essendone indi stata decretata la morte, il vecchio Generale ammirò la clemenza del Sovrano che si contentò di torgli le sue sostanze e mandarlo in esilio. Il soccorso navale che qui abbiamo descritto, ridestò la speranza ne' Greci e divenne una rampogna all'indifferenza dimostrata dalle nazioni occidentali collegate col greco Impero; massimamente in considerando che milioni di Crociati erano venuti in altri tempi a cercare una inevitabil morte ne' deserti della Natolia e fra le rupi della Palestina; e che qui non era sì grave il pericolo, attesa la situazione di Costantinopoli, munitissima per natura contra i nemici, e ai confederati accessibile. Non facea d'uopo d'un troppo rilevante armamento delle Potenze marittime per salvare gli avanzi del nome Romano e mantenere una Fortezza cristiana nel centro del turco Impero. Cionnullostante i tentativi fatti per liberare Costantinopoli si limitarono alla spedizione di questi cinque vascelli; le nazioni lontane non mostrarono cruciarsi nè poco nè assai de' progressi de' Turchi, e l'Ambasciatore ungarese, stavasi in mezzo al campo turco, per dissipare i timori e regolare le fazioni del Sultano[108].

Era cosa difficile pe' Greci l'indovinare i segreti del Divano; cionnullameno i loro autori sono persuasi che una resistenza così ostinata e maravigliosa avesse stancata la perseveranza di Maometto. Vuolsi ch'ei meditasse una ritirata, e che ben presto avrebbe levato l'assedio, se l'ambizione e la gelosia del secondo Visir non avesse prevalso ai perfidi suggerimenti di Calil-Pascià che si mantenea sempre in segreta corrispondenza colla Corte di Bisanzo. Vedea il Sultano l'impossibilità d'impadronirsi della Capitale, a meno di poterla assalire per mare nel tempo stesso che le sue truppe la batterebbero dalla banda di terra; ma come superare il passaggio del porto? La grossa catena che lo chiudea era difesa da otto grandi navigli, da venti più piccioli e da un ragguardevole numero di galee e di battelli; i Turchi, lungi dal vedersi in istato di forzare questo propugnacolo, doveano temere una sortita del navilio greco e una seconda battaglia in aperto mare. In mezzo a tali perplessità, il genio di Maometto concepì e pose ad effetto un disegno di maraviglioso ardimento; quello di far trasportare per terra i suoi legni più leggieri e le sue munizioni dalla riva del Bosforo a quella che guardava la parte più interna del porto, distanza di circa dieci miglia sopra terreno disuguale e coperto di macchie; e poichè era d'uopo radere in passando il sobborgo di Galata, il buon successo dell'impresa, o la morte di tutti i soldati in essa adoperati dependeano dalla colonia dei Genovesi; ma questi avidi mercatanti aspirando al favore di essere soggiogati per gli ultimi, il Sultano fu tranquillo per questa parte, e fece poi che la moltitudine degli operaj supplisse alle scarse cognizioni dei suoi meccanici. Spianata la strada, venne coperta di larghi e saldissimi tavolati, che, a renderli più scorrevoli, venivano unti con grasso di pecora e di bue. Poi per ordine del Sultano, vennero, col ministero di leve e carrucole, tratte fuor dello stretto, portate sopra cilindri e spinte su questi tavolati, ottanta galee o brigantini da cinquanta e da trenta remi, divenuti oziosi come le vele; due piloti stavano al governale e alla prora di ciascun navilio, e i canti e le acclamazioni delle ciurme allietavano questo rilevante lavoro. In una sola notte la flotta de' Turchi s'inerpicò alla collina, attraversò la pianura, venne lanciata nel porto, in un sito ove non trovavasi bastante acqua pe' navigli greci che erano più pesanti. Il terrore che tale impresa portò nell'animo degli assediati e la fiducia che per essa crebbe ne' Turchi, ne fece esagerare il reale vantaggio; questo fatto notorio e indubitabile ebbe a spettatrici entrambe le nazioni, onde gli Storici dell'una e dell'altra l'hanno raccontato[109]. Gli Antichi hanno più di una volta fatto uso di un simile stratagemma[110]. Le galee ottomane, mi giova ripeterlo, non erano che grossi battelli. Se raffrontiamo la grandezza de' navigli e la distanza, gli ostacoli e gl'ingegni adoperati per superarli, sono forse state eseguite ai dì nostri[111] imprese non meno maravigliose[112]. Appena Maometto ebbe navi e truppe nella parte superiore del porto, con botti unite da travi e anelli di ferro e coperte da un saldo tavolato, costrusse, ove l'acqua era più angusta, un ponte, o piuttosto un molo largo cinquanta, e lungo cento cubiti. Posto sopra questa galleggiante batteria uno de' maggiori cannoni, le ottanta galee, le truppe e le scale, si avvicinavano a quel sito d'onde i guerrieri latini altra volta aveano presa la città d'assalto. Viene rimproverato ai Cristiani di non avere distrutti questi lavori prima che fossero terminati; ma un fuoco più rilevante rendeva inutili le loro batterie; non quindi è che non tentassero una notte di ardere le galee e il ponte del Sultano; la sola vigilanza di Maometto impedì ad essi di avvicinarsi; onde que' primi legni de' Greci che troppo innoltrati si erano, vennero presi o calati a fondo; e quaranta giovani guerrieri, i più valorosi dell'Italia e della Grecia, furono inumanamente trucidati per ordine di Maometto. L'Imperatore di Bisanzo per parte sua fe' piantare sui baloardi le teste di dugentosessanta prigionieri musulmani, giusta ma crudel rappresaglia che non mitigava l'affanno delle strettezze in cui si trovava. Dopo un assedio di quaranta giorni, nulla potea più differire la caduta di Costantinopoli; poco numerosa di per sè stessa la guarnigione, ridotta era affatto per quel duplice assalto; il cannone degli Ottomani avea distrutte per ogni banda quelle fortificazioni che resistettero per dieci secoli ad ogni impeto di nemici; già più d'una breccia era aperta, e vicino alla porta di S. Romano, quattro torri erano state atterrate dall'artiglieria dei Turchi. Per dar lo stipendio alle truppe, deboli e in procinto di ribellare, Costantino si vide costretto a spogliare i tempj, promettendo di restituire il quadruplo di quanto da essi togliea; azione che ebbesi per sacrilega, e somministrò nuovi soggetti di scontento ai nemici dell'unione delle due Chiese. A tanti mali univasi lo spirito di discordia che vie più indeboliva le forze de' Cristiani; gli ausiliari genovesi e veneziani disputavano scambievolmente per la lor preminenza, e Giustiniani e il Gran Duca, l'ambizione de' quali non aveva estinto il comune pericolo, si mandavano a vicenda le rampogne di perfidi, o di codardi.

Durante l'assedio, si parlò per più riprese di pace e di capitolazione, e molti messi erano stati spediti dal campo alla città e dalla città al campo[113]. Le sventure aveano siffattamente scoraggiato l'Imperator greco, che ad ogni condizione sarebbesi sottomesso, purchè la sua religione e il suo diadema fossero stati in salvo. Maometto per parte sua desiderava di risparmiare il sangue de' proprj soldati e più ancora di assicurarsi le ricchezze di Costantinopoli; e con queste brame conciliava i doveri di buon Musulmano offrendo ai gaburi le alternative di farsi circoncidere, o di pagare un tributo, o di rassegnarsi alla morte. Con una somma annuale di centomila ducati sarebbe stata soddisfatta la cupidigia del Sultano, ma non l'ambizione, che al possedimento della Capitale dell'Oriente aspirava. Di fatto propose a Costantino un equivalente di questa città, e la tolleranza ai Greci, o se meglio il bramassero, la facoltà di ritirarsi con sicurezza; ma dopo un'infruttuosa negoziazione, protestò che avrebbe trovato un trono, o una tomba sotto le mura di Bisanzo. Per sentimento d'onore e per tema del biasimo universale, rifuggendo Paleologo persino dall'idea di consegnare agli Ottomani la Capital dell'Impero, risolvette di cimentare gli estremi disastri della guerra. Molti giorni vennero impiegati dal Sultano negli apparecchi dell'assalto, sol differito ancora per la fiducia che egli aveva nell'astrologia, scienza sua prediletta; onde lasciò respirare i Greci sino al dì ventinove maggio, annunziato dagli astri come giorno fausto e predestinato alla presa di Costantinopoli. La sera del ventisette, dopo aver dati gli ultimi ordini, spedì i comandanti de' corpi e gli araldi per tutto il campo, a divulgare i motivi della perigliosa impresa e ad eccitare i soldati ad adempiere con valore i proprj doveri. Il timore è una delle più forti molle morali sotto i governi dispotici; le minacce di Maometto espresse nello stile degli Orientali, annunziavano che se anche i fuggiaschi e i disertori avessero l'ali[114], non fuggirebbero alla giustizia inesorabile del Sultano. La maggior parte de' giannizzeri e de' Pascià perteneano per nascita a famiglie cristiane: ma successive adozioni perpetuavano la gloria del nome turco, e a malgrado del cambiamento degl'individui, l'imitazione e la disciplina mantengono lo spirito di una legione, di un reggimento o di un'oda. Prima di portarsi alla pia impresa, i Musulmani vennero esortati a purificare il loro spirito colla preghiera, il corpo con sette abluzioni, e ad astenersi da ogni nudrimento fino alla sera della domane. Uno stuolo di dervis trascorreva le tende per inspirare ai soldati la brama del martirio, e per assicurarli di futura perpetua giovinezza da trascorrersi in riva ai fiumi, e per mezzo ai giardini del paradiso, in braccio alle belle huris dagli occhi neri. Cionnullameno, Maometto calcolava anche più sull'effetto delle ricompense temporali e visibili. Venne promesso di raddoppiare gli stipendj in premio della vittoria. «La città e gli edifizj mi appartengono, dicea Maometto; ma lascio a voi i prigionieri e il bottino, l'oro e la bellezza; siate ricchi e felici. Le province del mio Impero son numerose; l'intrepido soldato che salirà il primo le mura di Costantinopoli, otterrà in guiderdone la più bella e la più ricca di queste da governare; la mia gratitudine accumulerà sovr'esso onori e fortune, oltre quanto uom sappia immaginare». Allettamenti sì variati e poderosi infiammarono gli animi de' soldati, che disprezzando la morte, e impazienti della battaglia, fecero risonare il campo dell'acclamazione maomettana. «Dio è Dio, non v'è che un Dio, e Maometto è l'Appostolo di Dio[115]», e da Galata fino alle Sette Torri, la terra e il mare vennero rischiarati dai fuochi che gli assedianti avevano accesi durante la notte.

Ben diverso era lo stato cui ridotti si vedeano i Cristiani che con impotenti grida deploravano i lor peccati, o il gastigo, del quale erano minacciati. Fu esposta in una processione solenne la celeste immagine della Vergine; ma la Vergine non ascoltò le loro preghiere; accusavano l'ostinazione dell'Imperatore che non avea voluto cedere la piazza, quand'era tuttavia in tempo di farlo, e anticipavano gli orrori della sorte che gli aspettava, sospirando la pace e la sicurezza di cui si lusingavano godere sotto il servaggio de' Turchi. I più nobili fra i Greci e i più prodi confederati vennero nella sera dei ventotto di maggio chiamati al palagio, perchè si preparassero a sostener con coraggio l'imminente assalto generale de' Turchi. L'ultimo discorso che ad essi fece Paleologo potè dirsi l'Orazione funebre dell'Impero romano[116]. Promise, supplicò, fece inutili sforzi per riaccendere ne' cuori altrui quelle speranze che già nel suo erano spente; niuna prospettiva ei poteva offrire che di tristezza e di lutto non fosse; tanto più che il Vangelo e la Chiesa cristiana non hanno promessa alcuna sensibile ricompensa agli Eroi che cadono in servendo la loro patria. Pure l'esempio del Principe e la noia di starsi rinchiusi in una città assediata, aveano armati del coraggio della disperazione questi guerrieri. Lo storico Franza che assistè a questa lugubre assemblea, con istile patetico la dipinge. Versarono lagrime, si abbracciarono; dimenticando le lor ricchezze e le loro famiglie, alla morte si consagrarono. Trasferitosi al suo posto ciascun de' Capi, trascorse la notte col far vigile sentinella sui baloardi. L'Imperatore, seguìto da alcuni fedeli compagni, entrò nella Chiesa di S. Sofia che stava per divenire tra poco una moschea. Piansero, orarono a piè degli Altari e ricevettero la comunione. Dopo aver riposato pochi momenti nel palagio che risonava di lamentazioni e di grida, chiese perdono a tutti coloro ch'ei potesse avere offeso[117], e montò indi a cavallo per visitare i posti e scoprire le fazioni del nemico. La caduta dell'ultimo de' Costantini è più gloriosa della lunga prosperità de' Cesari di Bisanzo.

Un assalto può talvolta sortir buon successo in mezzo alle tenebre; però la sapienza militare e le nozioni astrologiche del Sultano lo indussero ad aspettare il mattino di questo memorabile ventinove maggio 1453 dell'Era Cristiana. Un solo istante di quella notte non fu perduto per Maometto; le truppe, coi cannoni e colle fascine, si erano avanzate fin sull'orlo della fossa che in molti luoghi offeriva un sentiero spianato alla breccia; le ottanta galee quasi toccavano colle prore e colle scale da scalata i muri del porto men atti ad essere difesi. Il Sultano ordinò, sotto pena di morte il silenzio; ma le leggi fisiche del moto e del suono non obbediscono alla disciplina e al timore. Ben potea ciascun individuo soffocar la voce e misurare i passi, ma le pedate e il lavoro di un esercito producevano necessariamente confusi suoni che ferirono gli orecchi delle sentinelle della torre. Al sorgere dell'aurora, i Turchi incominciarono l'assalto per mare e per terra, senza avere sparato, giusta l'uso, il cannone del mattino; la loro linea d'assalto fitta e continua è stata paragonata ad una lunga corda torta o intrecciata[118]. Le prime file vedeansi composte della ciurma di quell'esercito, di un branco di volontarj che si batteano senz'ordine nè disciplina, di vecchi o di fanciulli, di contadini e di vagabondi, e finalmente di tutti coloro che aveano raggiunto l'esercito colla cieca speranza del bottino e del martirio. Un impulso generale avendoli spinti a' piedi della muraglia, i più arditi a salire sul baloardo vennero precipitati entro la fossa, e tanta era di costoro la calca che ogni dardo, ogni palla de' Cristiani ne atterrava qualcuno. Ma non andò guari che una sì penosa difesa stremò le forze e le munizioni degli assediati: i cadaveri di Ottomani che già empievano la fossa, divennero un ponte ai lor colleghi, e la morte delle prime turbe mandate al macello fu più utile al trionfo del Sultano che nol fosse mai stata la loro vita. I soldati della Natolia e della Romania condotti dai loro Pascià e Sangiacchi, fecero impeto gli uni dopo gli altri: si combatteva da due ore con vario ed incerto successo, ed i Greci aveano tuttavia qualche vantaggio, e ne guadagnavano ancora; ma uditasi la voce del greco Imperatore che eccitava i suoi soldati a compiere con un ultimo sforzo la liberazione del loro paese, si fecero innanzi i vigorosi ed invincibili giannizzeri che non avevano ancor combattuto. Stava spettatore e giudice del lor coraggio il Sultano a cavallo, con in mano una clava; e circondato da diecimila uomini della sua truppa domestica, da lui serbata ai momenti i più decisivi, colla voce e coll'occhio regolava e spingeva quelle onde di combattenti. Dietro questa terribile linea vedeasi una numerosa truppa di giustizieri, i quali, secondo l'uopo, stimolavano, rattenevano, punivano i soldati, che avevano il pericolo in prospetto, l'infamia e una inevitabil morte alle spalle, sol che avessero pensato alla fuga. La musica guerresca de' tamburi, delle trombe e de' timballi, soffocava le grida dello spavento e del dolore; e l'esperienza ha provato che l'effetto meccanico de' suoni rendendo più vivace la circolazione del sangue e i moti degli spiriti animali, produce sulla macchina umana una impressione superiore nell'efficacia all'eloquenza della ragione e dell'onore. L'artiglieria delle linee assalitrici, dalle galee del ponte, fulminava i Greci per ogni parte; e campo e città e assedianti e assediati vedeansi involti in mezzo a un nugolo di fumo che potea solamente essere dissipato o dalla liberazione, o dalla distruzione compiuta dell'Impero romano. Le singolari tenzoni degli Eroi della Favola e della Storia feriscono la nostra immaginazione e ne allettano; le dotte fazioni militari possono giovare a schiarire la mente e a migliorare un'arte necessaria, benchè perniciosa al genere umano; ma nella pittura di un assalto generale tutto è sangue, confusione ed orrore; laonde io disgiunto, per tre secoli e per l'intervallo di un migliaio di miglia, da una scena che andò priva di spettatori e di cui gli stessi attori non poteano formarsi un'idea esatta o compiuta, non mi accignerò a disegnarla.

Se Costantinopoli non fece più lunga resistenza, vuole accagionarsene la palla, o il dardo che, per traverso alla sua manopola, trafisse la mano del Giustiniani, il quale, alla vista del proprio sangue, e tormentato dall'estremo dolore che la ferita gli producea, sentì mancare il proprio coraggio. Era il Giustiniani, e col braccio, e col consiglio, il più fermo baloardo di Costantinopoli; allorchè abbandonava il suo posto per andare in traccia di un chirurgo, l'instancabile Imperatore che di questa ritirata si accorse, il fermò: «la ferita, esclamava Paleologo, è lieve, il pericolo imminente, necessaria la vostra presenza; per quale strada contate voi ritirarvi?» — «Per quella strada che Dio ha aperta ai Turchi» il tremebondo Genovese rispose, e sì dicendo, attraversò rapidamente una breccia del muro interno; col quale atto di viltà sfregiò una vita che era stata luminosa fra l'armi. Sopravvissuto pochi giorni al suo disonore, gli ultimi istanti del vivere ch'ei trascorse a Galata, o nell'isola di Chio, furono avvelenati dai rimproveri della sua coscienza e da quelli del pubblico[119]. La maggior parte degli ausiliari avendo seguìto l'esempio del Genovese, allentò la difesa nel momento medesimo che più invigoriva l'assalto. Il numero degli Ottomani era cinquanta volte maggiore, forse centuplo di quel de' Cristiani. Le doppie mura della Capitale continuamente spezzate per ogni banda, e senza posa, dall'artiglieria, un mucchio sol di rovine offerivano. Era inevitabile che, in una circonferenza di molte miglia, non si trovassero alcuni luoghi o più accessibili, o men custoditi, e se d'uno solo di questi punti s'impadronivano gli assedianti, diveniva quello il momento estremo della Capitale. Ora il giannizzero Hassan, cui statura e forze gigantesche la natura avea compartite, meritò il primo la ricompensa che avea promessa il Sultano. Tenendo con una mano la scimitarra, e coll'altra lo scudo, scalò il muro esterno; emuli del suo valore, il seguirono trenta altri giannizzeri, diciotto de' quali perirono sotto il ferro dell'inimico; giunto Hassan alla sommità, ove con dodici de' suoi compagni si difendea, venne precipitato nella fossa; fu veduto rialzarsi sulle ginocchia, e nuovamente una grandine di dardi e di pietre lo rinversò. Nondimeno, ei fece il più col mostrare che quella sommità di baloardo poteva raggiungersi. Ben tosto uno sciame di Turchi coprì le mura e le torri, e i Greci, perduto anche il vantaggio del terreno, si trovarono oppressi dall'immenso numero de' Musulmani che da un istante all'altro crescea. In mezzo alla calca, continuò lungo tempo a vedersi l'Imperatore greco[120] che gli ufizj di generale e di soldato compiea; ma finalmente disparve. I Nobili che combatteano al suo fianco sostennero sino all'ultimo respiro gli onorevoli nomi di Paleologo e di Cantacuzeno. Gli si udirono pronunciare queste dolenti parole: «Nè vi sarà alcun fra i Cristiani che voglia per pietà tagliarmi la testa?»[121] perchè la sua ultima angoscia veniagli dal timore di cader vivo fra le mani degl'Infedeli[122]. Risoluto di morire, aveva avuta la previdenza di spogliare la porpora: in mezzo alla mischia, cadde finalmente sotto i colpi d'ignota mano e rimase, sotto un mucchio di morti, sepolto. Da quell'istante, nessuno pensò oltre a resistere e la sconfitta fu generale; datisi a fuggire i Greci dalla banda della città, e angusto essendo alla moltitudine de' fuggiaschi il passaggio della porta di S. Romano, molti in questa trista gara perirono soffocati e schiacciati. I Turchi vincitori si fecero ad inseguirli precipitosamente per le brecce del muro interno, e intanto che avanzavano per le strade si unì ad essi il corpo che avea forzata la porta del Fenar dalla banda del porto[123]. Nel primo ardore d'inseguire i Cristiani, circa duemila di questi vennero passati a filo di spada; ma ben tosto l'avarizia vinse la crudeltà, e i vincitori confessarono che la strage sarebbe anche stata minore, se la prodezza di Costantino e de' suoi scelti soldati non gli avesse tratti in paura di trovare un'eguale resistenza in tutti i rioni della Capitale. Così, dopo un assedio di cinquantatre giorni, cadde finalmente sotto l'armi di Maometto II questa Costantinopoli, che avea disfidate le forze di Cosroe, del Cagano e de' Califfi. I Latini non ne aveano abbattuto che l'Impero, ma i Musulmani ne abbattettero la religione[124].

Presto si diffonde la notizia delle sventure; ma sì estesa è Costantinopoli che i più lontani rioni rimasero ancora per alcuni momenti nella felice ignoranza del loro infausto destino[125]. Ma in mezzo alla generale costernazione, fra le mortali angosce che ciascuno provava per sè o per la patria, fra il tumulto e lo strepito dell'assalto, certamente in quella fatal notte, il sonno avrà potuto dimorar poco fra gli abitanti di Costantinopoli, e duro fatica a credere che molte donne greche sieno state destate da profondo e tranquillo riposo per l'improvviso arrivo de' giannizzeri. Appena la pubblica sciagura fu certa, abbandonati vennero in un istante le case e i conventi; i tremebondi abitanti si ammucchiavano per le strade, a guisa di branchi d'impauriti animali, come se dall'unione di lor debolezza avesse potuto scaturire la forza, o sperando fors'anche ciascuno di trovarsi, in mezzo a tanta calca, meglio nascosto e sicuro. Da tutte le bande venivano a rifuggirsi nella chiesa di S. Sofia, onde in men d'un'ora, e padri, e mariti, e mogli, e fanciulli, e preti, e monache, e frati, empievano il Santuario, il coro, la nave, le logge superiori e inferiori del tempio; ne sbarrarono le porte, cercando un asilo in quel luogo sacro che, il dì innanzi ancora, credeano profanato perchè vi aveano celebrato il divin sagrifizio i Latini. La fidanza di questi infelici fondavasi sulla predizione di un fanatico, o di un impostore[126], il quale aveva annunziato che i Turchi prenderebbero bensì Costantinopoli e inseguirebbero i Greci fino alla colonna di Costantino sulla piazza rimpetto a S. Sofia; ma esser quello il termine delle calamità di Bisanzo; che un Angelo allora scenderebbe, con una spada in mano dal cielo, e consegnando questa spada e l'Impero ad un poverello seduto ai piedi della colonna, gli direbbe: «Prendi questa spada e vendica il popolo del Signore»; che all'udir tali accenti i Turchi si darebbero a fuga, e che i Romani vincitori scaccierebbero indi il nemico dall'Occidente e da tutta la Natolia sino ai confini della Persia. A tal proposito, Duca, con egual verità ed amarezza, rimprovera ai Greci la loro ostinazione e le loro discordie; «quand'anche, egli esclama, fosse comparso l'Angelo e vi avesse promesso di sterminare i vostri nemici a patto che sottoscriveste l'unione delle due Chiese, credo che in questo fatale momento avreste rifiutata una tal via di salute, ovvero per ottenerla, ingannato il vostro Dio[127].

Mentre i Greci aspettavano quest'Angelo che mai non veniva, i Turchi a colpi di azza atterravano le porte di S. Sofia; e poichè non trovarono resistenza, non vi fu spargimento di sangue, nè ad altro pensarono che a scegliere e custodire i loro prigionieri. La giovinezza, l'avvenenza e l'apparenza della ricchezza guidavano la scelta, e l'anteriorità della presa; la forza personale e l'autorità de' colpi sul diritto di proprietà decidevano. Non era trascorsa un'ora, che i prigionieri maschi si trovavano avvinti con funi, le donne coi loro veli e colle loro cinture: i Senatori vedeansi accoppiati ai loro schiavi, i Prelati ai sagrestani, abbietti giovinastri a nobili vergini, sin allora nascoste alle luce del giorno e fino agli sguardi dei più prossimi loro parenti; cattività che confuse i gradi sociali, e infranse i vincoli della natura; nè i gemiti de' padri, nè le lagrime delle madri, nè le lamentazioni de' fanciulli valsero a movere gl'inflessibili soldati di Maometto. Le più acute grida venivano mandate dalle monache che vedendosi strappate agli Altari, col seno scoperto e colle chiome scarmigliate, stendeano al Cielo le braccia, e dobbiamo credere che poche di esse potessero preferire le grate del Serraglio a quelle del monastero. Già le strade erano piene di questi sciagurati prigionieri, quasi animali domestici, aspramente in lunghe file condotti. Il vincitore frettoloso di cercar nuove prede facea correre, a furia di minacce e di colpi, queste vittime tremebonde. Nello stesso tempo le medesime scene di rapina si replicavano in tutte le chiese, in tutti i conventi, in tutti i palagi, in tutte le abitazioni della Capitale; nè vi furono santità, o solitudine di luogo, che le persone, o la proprietà de' Greci facessero salve. Più di sessantamila di questi infelici, trascinati, o su navigli, o nel campo, vennero cambiati, o venduti giusta il capriccio, o l'interesse de' lor padroni, e dispersi per le varie province dell'Impero ottomano. Giova qui il far conoscere le avventure di alcuni più spettabili di tali prigionieri. Lo Storico Franza, primo Ciamberlano e Segretario dell'Imperatore, cadde, non meno della sua famiglia, in potere dei Turchi. Ricuperata la libertà, dopo quattro mesi di schiavitù, osò nel successivo anno trasferirsi ad Andrinopoli, ove gli riuscì riscattare la moglie che apparteneva al Mir-Basi, o mastro della cavalleria; ma erano stati riservati ad uso di Maometto i suoi due figli, allora nel fiore dell'età e della bellezza; la figlia morì nel Serraglio, forse vergine tuttavia; il figlio in età di quindici anni, preferendo la morte all'infamia, spirò sotto il pugnale del Sultano, che contra il pudore del giovinetto attentò[128]. Sarebbesi forse Maometto immaginato di espiare un atto sì atroce colla letteraria generosità dimostrata nel far libera una matrona greca e due figlie della medesima, in grazia di un'Ode latina di Filelfo che nella nobile famiglia di questa matrona aveva condotto la moglie[129]? Molto avrebbe rilevato all'orgoglio, o alla crudeltà di Maometto, il poter aver tra le mani il Legato di Roma. Ma il Cardinale Isidoro pervenne a fuggire da Galata sotto l'abito d'un uom del volgo[130]; perchè le navi italiane padroneggiavano sempre la catena e l'ingresso del porto esterno. Dopo essersi segnalati per valore que' condottieri, finchè durato era l'assedio, profittarono, per salvarsi, dell'istante in cui il saccheggio della città dava divagamento alle ciurme de' Turchi. Sull'atto di salpare, videro coperta di supplichevoli turbe la spiaggia, ma caricarsi non poteano del trasporto di tanti infelici; i Veneziani e i Genovesi tracelsero i loro compatriotti; e gli abitanti di Galata, senza fidarsi alle promesse che avea fatte ai medesimi Maometto, abbandonarono le proprie case portando seco quanto aveano di più prezioso.

Nel dipingere il saccheggio delle grandi città, lo Storico si vede condannato agli uniformi racconti di infortunj, sempre i medesimi; perchè le stesse passioni producono gli stessi effetti, e quando queste non hanno più freno, oh come poco l'uom, venuto a civiltà, differisce dall'uomo selvaggio! In mezzo alle esclamazioni vaghe della pietà religiosa e dell'odio, non troviamo che vengano accusati i Turchi di avere versato, pel solo piacer di versarlo, il sangue dei Cristiani: ma, giusta le loro massime, che furono pur quelle degli Antichi, la vita de' vinti spettava ai vincitori, che, in ricompensa delle fatiche sostenute, poteano trar profitto dai servigi, dal prezzo di vendita, o dal riscatto de' lor prigionieri d'entrambi i sessi[131]. Il Sultano avea concedute ai suoi soldati tutte le ricchezze di Costantinopoli; e un'ora di saccheggio arricchisce più che il lavoro di molti anni; ma non essendo stato distribuito in una maniera regolare il bottino, non ne furono fatte le parti dal merito, onde i servi del campo che non aveano affrontati i rischi e le fatiche della battaglia, le ricompense del valore si appropiarono. Nè dilettevole, nè istruttivo riescirebbe il racconto di tante depredazioni, che vennero valutate quattro milioni di ducati, ultimo avanzo della ricchezza del greco Impero[132]. Una picciola parte di tale somma apparteneva ai Veneziani, ai Genovesi, ai Fiorentini e ai mercatanti di Ancona, i quali stranieri aumentavano con un continuo e rapido giro le loro sostanze; ma i Greci consumavano i proprj averi nel vano lusso d'abiti e di palagi, o li sotterravano convertiti in verghe e vecchia moneta, per timore che il fisco non li domandasse per la difesa della patria. Le più gravi querele vennero eccitate dalla profanazione e dallo spoglio delle chiese e de' monasteri. Il tempio di S. Sofia, il Paradiso Terrestre, il secondo Firmamento, il veicolo de' Cherubini, il Trono della gloria di Dio[133], fu spogliato delle offerte che per un volger di secoli vi avea portata la divozion de' Cristiani: l'oro e l'argento, le perle e le gemme, i vasi e i fregi che vi si contenevano, vennero indegnamente adoperati ad uso degli uomini. Poichè i Musulmani ebbero spogliate le sante immagini di tutto ciò che ai profani sguardi potevano offerir di prezioso, la tela o il legno de' quadri o delle statue vennero lacerati, infranti, abbruciati, calpestati, o adoperati in vili ministerj nelle stalle e nelle cucine. Ma quando i Latini s'impadronirono di Costantinopoli, si erano fatti leciti i sacrilegj medesimi; onde uno zelante Musulmano potea usare, a quanto era per lui monumento d'idolatria, quel trattamento che dai colpevoli Cattolici[134] aveano sofferto Gesù Cristo, la Vergine e i Santi. Un filosofo, in vece di far eco ai pubblici clamori, potrà osservare che declinando a quei giorni le arti, il lavoro non avea forse maggior prezzo del suo soggetto, e che la soperchieria de' preti, e la credulità del popolo, non quindi si stettero dal riaprire altre fonti di miracoli e di visioni; e più gravemente si dorrà della perdita delle biblioteche di Bisanzo che in mezzo al generale soqquadro vennero distrutte, o disperse. Dicesi che, in tale occasione, ventimila manoscritti andassero smarriti[135], che con un ducato se ne compravano dieci volumi, e che questo prezzo, troppo rilevante forse per un intero scaffale di libri teologici, era il medesimo per le Opere compiute di Aristotile e di Omero, cioè delle più nobili produzioni della scienza e della letteratura degli antichi Greci. Abbiamo però un conforto in pensando che una parte inestimabile delle nostre ricchezze classiche era già stata posta in sicuro nell'Italia, e che alcuni artefici di una città dell'Alemagna aveano fatto tale scoperta, per cui le opere dell'ingegno non temono più le ingiurie del tempo, o della mano dei Barbari.

Il disordine e il saccheggio incominciati a Costantinopoli fin dalla prima ora[136] di questa memorabile giornata del ventinove maggio, si prolungarono sino all'ottava ora, in cui Maometto arrivò trionfante per la porta di S. Romano, accompagnato dai suoi Visiri, dai suoi pascià e dalle sue guardie; ciascun de' quali, dice uno Storico bisantino, fornito della forza di Ercole e dell'agilità di Apollo, equivaleva a dieci uomini ordinarj in un dì di battaglia. Il vincitore[137] si mostrò sorpreso da maraviglia all'aspetto magnifico e peregrino a' suoi sguardi di quelle cupole, di que' palagi di uno stile così diverso da quello dell'architettura orientale. Giunto all'Ippodromo, o Atmeidan, ne ferì gli sguardi la colonna de' Tre Serpenti, e per dar prova di forza atterrò colla sua azza da guerra la mascella inferiore di uno di cotesti mostri[138], che i Turchi credeano essere gl'idoli o i talismani della città. Sceso da cavallo dinanzi alla porta maggiore di S. Sofia, entrò nel tempio, monumento della sua gloria, che egli si mostrò tanto geloso di conservare, che, accortosi d'uno zelante musulmano inteso a rompere il pavimento di marmo, con un colpo di sciabola lo avvertì avere bensì conceduti ai suoi soldati il bottino e i prigionieri, ma riservati al Sovrano i pubblici e privati edifizj. La Metropoli della Chiesa d'Oriente venne tosto per ordine del Sultano convertita in Moschea. Già i ricchi oggetti di cristiano culto che erasi potuto traslocare, non vi si trovavano più; vennero rinversate le croci, lavate, purificate e spogliate d'ogni ornamento le muraglie coperte di mosaici e di pitture a fresco. In quel giorno, o nel successivo venerdì, il muezin, ossia pubblico banditore, dalla sommità della più alta torre, gridò l'ezan, ossia pubblico invito a nome di Dio e del Profeta; l'Imano predicò, e Maometto II fece la namaz di preghiere e rendimenti di grazie su quell'Altar maggiore, ove poco prima erano stati celebrati al cospetto dell'ultimo de' Cesari i misterj de' Cristiani[139]. Uscendo del tempio di S. Sofia si condusse al palagio augusto, ove cento successori di Costantino aveano avuto soggiorno, ma deserto, e in poche ore spogliato di tutta la pompa imperiale; alla qual vista non potè starsi il vincitore dal meditare sulle vicissitudini dell'umana grandezza e dal ripetere gli eleganti versi d'un Poeta persiano.

«Nelle sale dei regi ordisce intanto

«Sue tele il ragno immondo, e dalle vette

«Superbe d'Erasciab, infausto canto,

«Sbattendo le negr'ali, il corvo mette[140].

Non quindi pienamente soddisfatto, pareagli imperfetta la sua vittoria, se non sapea che fosse divenuto di Costantino, se fuggitivo, se prigioniero, o se perito nella battaglia. Due giannizzeri chiesero l'onore e il prezzo di questa morte, e venne riconosciuto sotto un mucchio di cadaveri per le aquile d'oro ricamate sui suoi calzari; nè tardarono i Greci a ravvisare piangendo il capo del loro Sovrano. Maometto, dopo aver fatto esporre ai pubblici sguardi questo sanguinoso trofeo[141], concedè al suo rivale gli onori della sepoltura. Morto l'Imperatore, Luca Notaras, Gran Duca e primo Ministro dell'Impero[142], veniva dopo, come il più rilevante fra i prigionieri. Condotto a piè del trono co' suoi tesori, «e perchè, gli disse sdegnato il Sultano, non hai tu adoperati questi tesori in difesa del tuo Principe e della tua patria?» — «Essi ti appartenevano, rispose lo schiavo, Dio te gli aveva serbati». — «Se dunque mi erano serbati, replicò il despota, perchè hai avuta l'audacia di tenerli sì lungo tempo, e perchè ti sei fatta lecita una resistenza infruttuosa e funesta?». Il Gran Duca si scolpò allegando l'ostinazione degli ausiliari e alcuni incoraggiamanti segreti venutigli dal Visir; partì finalmente da questo pericoloso abboccamento con promessa fattagli di perdono e di vita. Trasportatosi indi Maometto a visitare la moglie di Notaras, principessa avanzata in età e oppressa da malattia e da cordogli, adoperò per consolarla le più tenere espressioni d'umanità e di figliale rispetto. Si mostrò del pari clemente co' primarj ufiziali dello Stato, di molti pagando egli stesso il riscatto, e chiarendosi per alcuni giorni l'amico e il padre de' vinti; ma cambiò ben presto la scena, e pochi giorni prima che egli partisse, l'Ippodromo fu macchiato del sangue de' più nobili prigionieri. I Cristiani parlano con raccapriccio della perfida crudeltà del vincitore; ne' loro racconti abbelliscono di tutti i colori d'un eroico martirio l'esecuzione del Gran Duca e de' suoi due figli, attribuendola al generoso rifiuto del padre che non volle consegnarli a saziare le turpi brame di Maometto. Ma uno Storico greco si è lasciato per inavvertenza sfuggire alcune parole di cospirazioni, di divisamenti di restaurare l'Impero di Bisanzo, di soccorsi che si aspettavano dall'Italia; trame di tal natura possono essere gloriose, ma il ribelle, abbastanza ardito per avventurarle, non ha diritto di lagnarsi se le sconta poi colla propria vita; nè merita biasimo un vincitore, se strugge nemici ne' quali non gli è più permesso il fidarsi. Il Sultano tornò nel giorno 18 giugno ad Andrinopoli, e sorrise sulle abbiette e ingannevoli congratulazioni inviategli dai Principi cristiani, che il presagio della prossima loro caduta vedeano in quella dell'Impero dell'Oriente.

Costantinopoli era rimasta vôta e desolata, priva di Sovrano e di popolo; ma niuno potea toglierle quell'ammirabile vantaggio di sito che la indicherà in tutti i tempi, siccome la Metropoli di un grande Impero, onde il Genio del luogo trionferà mai sempre delle vicissitudini delle età e della fortuna. Bursa e Andrinopoli, altra volta Capitali dell'Impero ottomano, non furono più che due città di provincia, poichè Maometto II pose la residenza propria e dei suoi successori sull'alto colle che a tal uopo Costantino avea scelto[143]. Ebbe l'antiveggenza di distruggere le fortificazioni di Galata, ove i Latini avrebbero potuto trovare un rifugio; ma non fu tardo nel far riparare i danni prodotti dall'artiglieria dei Turchi sulla Capitale; onde prima del mese di agosto, apparecchiata videsi immensa copia di calce a fine di ristorarne le mura, e il suolo, e gli edifizj pubblici e privati, sacri e profani, che tutti appartenevano al vincitore. Assegnò al suo Serraglio, o palagio uno spazio di otto stadj al vertice del triangolo; e quivi è che in seno della mollezza il Gran Signore (pomposo nome immaginato dagl'Italiani) regna in apparenza sull'Europa e sull'Asia, mentre nè la persona di lui, nè le rive del Bosforo sono in sicuro dagl'insulti di una squadra nemica. Concedè una ragguardevole rendita alla Cattedrale di S. Sofia, omai divenuta moschea, che guernita per ordine del Sultano di torricelle (minaretti), venne circondata di boschi e fontane, utili ad un tempo alle abluzioni dei Musulmani, e a procurar loro gradevoli rezzi. Un modello eguale fu preso per la costruzione dei giami, o moschee regie, la prima delle quali lo stesso Maometto edificò sulle rovine del tempio de' SS. Appostoli, e delle tombe de' greci Imperatori. Nel terzo giorno dopo la conquista, una invasione rivelò il sepolcro di Abu-Ayub, o Giob, stato ucciso durante il primo assedio che sotto le mura di Costantinopoli posero gli Arabi, e riverito qual martire; sulla cui tomba i nuovi Sultani cinsero d'allora in poi la spada imperiale[144]. Da questo punto Costantinopoli non appartiene più alle indagini dello Storico del romano Impero, nè quindi starommi a descrivere gli edifizj civili e religiosi che i Turchi profanarono, od innalzarono. Non tardò a tornare la popolazione, nè terminava il settembre, quando cinquecento famiglie si erano conformate al comando del Principe, che prescriveva loro, sotto pena di morte, di venire ad occupare le abitazioni della Capitale. Benchè il trono di Maometto fosse abbastanza difeso dai numerosi e fedeli suoi sudditi, con antiveggente politica egli aspirava a riunire il rimanente de' Greci, i quali accorsero in folla, quando si videro certi per le loro vite, per la lor libertà e per la professione del loro culto. L'elezione e la investitura del Patriarca venne eseguita cogli stessi cerimoniali che prima alla Corte di Bisanzo serbavansi. Laonde i Greci videro, con una soddisfazione non disgiunta da ribrezzo, il Sultano in mezzo a tutti gli apparati del regio fasto, consegnare nelle mani di Gennadio il Pastorale, simbolo del ministero ecclesiastico, che da questo Prelato si riassumeva, condurlo alla porta del Serraglio, presentarlo di un cavallo riccamente bardamentato, ordinare ai suoi Visiri e Pascià che il guidassero al palagio ai Patriarchi assegnato[145]. Scompartite fra entrambi i culti le chiese di Costantinopoli, vennero riconosciuti i limiti delle due religioni, e per sessant'anni, i Greci[146] godettero di queste distribuzioni regolate dalla giustizia, e de' vantaggi e de' privilegi della Chiesa greca, sintantochè, dopo questo volger di tempo, li violò Selim, nipote di Maometto. I difensori del Cristianesimo eccitati dai Ministri del Divano, solleciti d'ingannare il fanatismo di Selim, osarono sostenere che il parteggiamento ordinato da Maometto era un atto di giustizia, non di generosità; un Trattato, non un concedimento; e che se una metà di Costantinopoli fu presa di assalto, l'altra metà avea soltanto ceduto in virtù di una capitolazione; essere per vero dire caduta preda delle fiamme la patente che questi patti autenticava, ma supplire a tale perdita la testimonianza di tre vecchi giannizzeri, testimonianza comprata, che nondimeno sull'animo di Cantemiro ha maggior peso delle affermazioni positive ed unanimi degli autori contemporanei[147].

Abbandono all'armi turche i resti della Monarchia de' Greci nell'Europa e nell'Asia; ma scrivendo una Storia del decadimento dell'Impero romano in Oriente, devo accompagnare fino all'estinzione loro le due ultime dinastie[148] che regnarono a Costantinopoli. Demetrio e Tommaso Paleologo[149], fratelli di Costantino e despoti della Morea, rimasero soprappresi da estrema desolazione in udendo la morte dell'Imperatore e la rovina della monarchia. Privi di speranza di poterla difendere, si prepararono, non men de' Nobili che della lor sorte partecipavano, a cercare l'Italia, ove credeano che l'ottomano fulmine non li potrebbe percotere. Ma le prime loro inquietudini dissipò Maometto, che contentandosi di un tributo di dodicimila ducati, e inteso a devastare il Continente, e le isole che a mano a mano invadea, concedè ai popoli della Morea un respiro di sette anni; sette anni però che furono un periodo di cordogli, discordie e calamità. Trecento arcieri italiani più non bastavano a difendere l'Essamilione, quel baloardo dell'Istmo, sì di frequente rialzato e atterrato. I Turchi, impadronitisi delle porte di Corinto, tornarono da questa correria fatta nell'estiva stagione, con molto bottino e molta mano di prigionieri; della qual cosa querelandosi i Greci, vennero ascoltati con indifferenza e disprezzo. Gli Albanesi, tribù di pastori dediti al ladroneccio, portarono devastazione e morte per la penisola. Ridotti Demetrio e Tommaso ad implorare il fatale ed umiliante soccorso di un vicino Pascià, questi dopo avere soffocata la ribellione, prescrisse ai due Principi la regola di lor condotta. Ma nè i vincoli del sangue, nè i giuramenti rinovati a piè degli Altari, e all'atto della Comunione, nè la forza anche più imperiosa della necessità, valsero a calmare, o sospendere le domestiche loro querele. Ciascun d'essi mise a ferro e fiamme il territorio dell'altro, disperdendo in sì snaturata lotta le elemosine e i soccorsi venuti ad essi dall'Occidente, e adoperando il proprio potere unicamente ad atti barbari ed arbitrarj. Mosso dall'astio e dalle strettezze in cui si trovava, il più debole di essi ricorse al comune loro padrone; e quando fu maturo l'istante del buon successo e della vendetta, Maometto, chiaritosi l'amico di Demetrio, entrò con forze formidabili nella Morea. Poi occupata Sparta ( A. D. 1460), così disse al proprio confederato: «Voi siete troppo debole per tenere in freno una provincia sì turbolenta. Riceverò nel mio letto la figlia vostra, e voi passerete il tempo che vi rimane da vivere nella tranquillità, e in mezzo agli onori». Demetrio sospirò, ma obbedì. Consegnate le Fortezze e la figlia, seguì ad Andrinopoli il suo genero e Sovrano, dal quale ottenne pel mantenimento proprio e della sua Casa una città della Tracia e le addiacenti isole d'Imbros, Lenno e Samotracia. Ivi il raggiunse nel successivo anno un suo compagno d'infortunio, Davide, ultimo Principe della stirpe de' Comneni, il quale, fin d'allora che i Latini presero Costantinopoli, avea fondata sulla costa del mar Nero una nuova dominazione[150]. Maometto che continuava le sue conquiste nella Natolia, assediò con una squadra e un esercito la Capitale di Davide, che osava intitolarsi Imperatore di Trebisonda[151]. Ogni negoziazione si ridusse ad una interrogazione unica e perentoria: «Volete voi, gli chiese il Sultano, rassegnando il Regno, conservare le vostre ricchezze e la vita? o vi piace piuttosto perdere Regno, ricchezze e vita?» Il debole Comneno atterrito da tale inchiesta, imitò l'esempio di un suo vicino musulmano, il Principe di Sinope[152], che dopo una intimazione di tale natura, avea ceduto una città fortificata, quattrocento cannoni, e dieci, o dodicimila soldati. Gli articoli della capitolazione di Trebisonda (A. D. 1451) essendo stati adempiuti con tutta esattezza, Davide e la famiglia di esso vennero condotti in un castello della Romania. Ma poco dopo, essendo stato per lievi indizj preso in sospetto di mantenere una corrispondenza col Re di Persia, il vincitore immolò il Principe di Trebisonda e la famiglia del medesimo ai timori concetti, o alla propria cupidigia. Nè andò guari che il titolo di suocero del Sultano non fu all'infelice Demetrio una salvaguardia per sottrarsi alla confiscazione e all'esilio, perchè la sua abbietta sommessione, più che la pietà, il disprezzo di Maometto eccitò. I Greci del suo seguito vennero mandati a Costantinopoli, e a lui venne fatto un assegnamento annuale di cinquantamila aspri; sintantochè finalmente l'abito monastico e la morte, che in età grandemente avanzata il raggiunse, lo sciogliessero dalla podestà di un padrone terreno. Non sarebbe una quistione tanto facile da risolversi se la servitù incontrata da Demetrio sia stata più umiliante dell'esilio cui si condannò il fratello di esso, Tommaso[153]. Appena caduta in potere de' Turchi la Morea, si riparò questi a Corfù; indi in Italia con altri compagni, spogliati di tutto al pari di lui. Il suo nome, la fama delle sofferte sciagure, e la testa dell'Appostolo S. Andrea che si portò seco, gli ottennero ospitalità alla Corte del Vaticano, e un assegnamento annuale di seimila ducati, fattogli dal Papa e dai Cardinali, assegnamento che gli giovò a prolungare il corso di una miserabile vita. Andrea e Manuele, figli di Tommaso, vennero educati in Italia; il primogenito, sprezzato dai nemici, gravoso agli amici, s'invilì colla propria condotta e col matrimonio che contrasse. Non gli rimanendo più che il suo titolo di erede dell'Impero di Costantinopoli, lo vendè successivamente ai Re di Francia e d'Aragona[154]. Carlo VIII, ne' giorni della sua passeggera prosperità, aspirando ad unire l'Impero d'Oriente al Regno di Napoli, in mezzo ad una pubblica festa s'intitolò Augusto, e vestì la porpora de' Cesari; pel qual fatto i Greci allegraronsi, e paventarono gli Ottomani, credendo ad ogni istante veder giungere cavalieri francesi alle loro rive[155]. Manuele Paleologo, secondogenito di Tommaso, bramò rivedere la patria; e il ritorno di lui potendo sotto certi aspetti far piacere alla Porta, sotto nessuno intimorirla, trovò, per la grazia del Sultano, asilo e ospitalità in Costantinopoli; e quando morì, le esequie del medesimo vennero onorate da numeroso corteggio di Greci e di Musulmani. Avvi animali di sì generosa indole, che ricusano propagare la loro razza in istato di schiavitù. Ad una specie men nobile potrebbero a buon diritto dirsi appartenenti gli ultimi Principi della schiatta greca imperiale. Manuele accettò dalla generosità del Gran Signore due belle mogli, lasciando dopo di sè un figlio confuso fra la turba degli schiavi turchi, de' quali adottò l'abito e la religione.

A. D. 1455

Divenuti i Turchi padroni di Costantinopoli, fu sentita ed esagerata in Europa l'importanza di una tal perdita; e la caduta dell'Impero d'Oriente portò una macchia al Pontificato di Nicolò V, governo sott'altri aspetti, tranquillo e felice. Il dolore, o lo spavento che i Latini provarono, ridestò o ridestar parve l'entusiasmo delle Crociate. In una delle più rimote contrade dell'Occidente, nella città di Lilla fiamminga, Filippo, Duca di Borgogna, adunò i primarj suoi Nobili, presentandoli di una festa il cui pomposo apparecchio fu regolato in modo che facesse grande impressione negli animi e ne' sensi degli spettatori[156]. In mezzo ad un convito, comparve un Saracino, di statura gigantesca, conducendo un simulacro di elefante che sosteneva un Castello; usciva fuori del Castello una Matrona vestita a gramaglia che figurava la Religione. Deplorava questa le proprie sventure, accusando l'indolenza de' suoi campioni. Intanto avanzavasi il primo araldo dell'Ordine del Toson d'Oro, tenendo sul pugno un fagiano vivo, che offerse al Duca, giusta i riti della Cavalleria. Per corrispondere a questa bizzarra intimazione, Filippo, Principe in cui vecchia età e saggezza si univano, obbligò sè medesimo e tutte le proprie forze all'uopo di una guerra santa, da imprendersi contro i Turchi. I Baroni e Cavalieri convenuti a quest'Assemblea ne imitaron l'esempio, chiamando in testimonio del loro giuramento Dio, la Madonna, le Dame, e il fagiano, aggiugnendo voti particolari, non meno stravaganti del tenor generale di quel giuramento. Ma l'adempimento di tutte sì fatte obbligazioni dependendo da alcuni avvenimenti non anco avverati, ed estranei alla meditata impresa, il Duca di Borgogna, che visse altri dodici anni, potè, fino agli estremi della sua vita, mostrarsi persuaso, ed esserlo forse, di dover partire da un giorno all'altro. Se d'un eguale entusiasmo tutti gli animi fossero stati accesi in Europa, se l'unione de' Cristiani avesse pareggiato il loro valore, se da tutte le Potenze della Cristianità, dalla Svezia[157] venendo a Napoli, si fosse somministrato in giusta proporzione il contingente, spettante a ciascuna, di cavalleria, di fanteria e di sussidi, avvi motivo per credere, che gli Europei avrebbero riconquistata Costantinopoli e rispinti i Turchi oltre l'Ellesponto e l'Eufrate. Ma il Segretario dell'Imperatore, che scrivea tutti i dispacci, e che assistette ad ognuna delle Assemblee, Enea Silvio[158], uom preclaro per intendimento in politica e per li pregi del dire, ne dimostra, fondandosi su tutto ciò che avea veduto egli stesso, quanto lo stato della Cristianità in quei tempi, e la generale disposizione degli spiriti contrastassero coll'esecuzione di simile impresa. «La Cristianità, così si esprime, è un corpo privo di capo, una repubblica che non ha nè magistrati, nè leggi. Il Papa e l'Imperatore rifulgono di quella luce che deriva dalle eminenti dignità; son fantasmi che abbarbagliano la vista; ma, incapaci di comandare, non trovano chi voglia ad essi obbedire. Ogni paese è governato da un Sovrano particolare; ciascun Sovrano da parziali interessi. Qual'eloquenza potrebbe pervenire a radunare sotto uno stendardo medesimo un sì grande numero di Potenze, discordi fra loro per propria natura, nemiche le une delle altre? Quand'anche si giungesse a raccogliere le loro truppe, chi avvi che ardisse assumerne il comando? Qual ordine potrebbe instituirsi in questo esercito? qual disciplina militare prescrivere? Chi s'incaricherebbe di nudrire una moltitudine d'uomini tanto immensa? chi d'intenderne gl'idiomi, o di conciliarne le consuetudini incompatibili fra di loro? Qual uomo riuscirebbe a mettere insieme in pace gl'Inglesi e i Francesi, Genova e l'Aragona, gli Alemanni e i popoli dell'Ungheria e della Boemia? Se imprendiamo una tal guerra con poco numero di soldati, saremo oppressi dagl'Infedeli; se con grosso esercito, il saremo dal proprio nostro peso, dal disordinamento de' nostri». Cionnullameno, questo Enea Silvio fu quel medesimo, che, divenuto Papa, col nome di Pio II, trascorse il rimanente de' proprj giorni negoziando per una guerra da moversi ai Turchi. Questi parimente nel Concilio di Mantova destò alcune scintille di un entusiasmo, o vero fosse, o simulato; ma giunto ad Ancona per imbarcarsi egli stesso in compagnia delle truppe, le promesse de' Crociati andarono a terminare in iscuse; il giorno della partenza, che prima era stato dato con asseveranza, venne protratto ad un'epoca indefinita. L'esercito pontifizio si trovò composto soltanto di alcuni pellegrini alemanni, che lo stesso Papa fu costretto a rimandare, contentandoli con indulgenze e limosine. I successori di Pio II, e gli altri Principi dell'Italia, poco curanti dell'avvenire, dominati dal momento, non pensarono ciascuno che ad ingrandirsi dilatando i proprj confini: la distanza, o la prossimità degli oggetti era per essi la norma di giudicarne l'importanza, e la grandezza apparente era pure agli occhi loro la reale. Se avessero avuto più vaste e nobili mire, pel loro interesse medesimo, sarebbersi risoluti a sostenere una guerra marittima difensiva contro il comune nemico, e, col soccorso di Scanderbeg e dei suoi prodi Albanesi, avrebbero evitata l'invasione del Regno di Napoli. L'assedio di Otranto, presa indi e smantellata dai Turchi, sparse una generale costernazione; e già il Pontefice Sisto accigneasi a fuggire di là dall'Alpi, quando il nembo fu dissipato dall'avvenimento che pose fine alle imprese e alla vita di Maometto II (A. D. 1481), pervenuto all'età di cinquant'un anni[159]. Nell'ambizioso animo suo questo conquistatore agognava alla conquista dell'Italia, ove possedea già una città fortificata ed un vasto porto, e certamente, se viveva ancora, giusta ogni apparenza, avrebbe soggiogata, come la nuova, l'antica Roma[160].