(DIALOGO)
Nicolò è un giovanotto maturo, che ha già fatto le sue campagne. Gran buon diavolo nel fondo. Siamo in campagna nella villa d'Incirano. Nicolò in cappello di paglia e in abito grigio chiaro, entra dal giardino e dice a qualcuno che non si vede: Grazie, aspetterò.—Dà un'occhiata intorno, si passa una mano nei capelli e con un breve sospiro d'affanno, dice:
Eccomi qua. Il cuore mi batte come se volesse scoppiare. Ho paura di aver già fatto un passo falso. Basta! sono ancora in tempo a pentirmi e se sarà il caso, infilerò l'uscio.
(Si abbandona, su un divano). Sicuro, Nicolò: se non concludi qualche cosa quest'oggi, tu morirai nel tuo letto in odore di verginità. No, no: è tempo che tu la pigli questa moglie benedetta! Vedi? (va a guardarsi in uno specchio). Tu sei arrivato a quell'età in cui, se il frutto non si coglie, casca in terra a marcire. Non sei un brutto mostro: che, che? (carezzandosi i baffi). Puoi passare ancora per un giovinetto in gambe, ma…. qua e là comincia a spuntare qualche capello meno nero degli altri. Certe mattine hai la ciera d'un uomo che ha dormito male (parlando alla sua immagine). Sicuro, signor Nicolò: quel vivere di qua, di là, sulle trattorie, sui caffè, sui clubs, in compagnia di scapoloni pari suoi non è più una vita fatta per lei… Lei digerisce male, lei dorme male, diventa sempre più brontolone, bisbetico, incontentabile e a lungo andare finirà col fare uno sproposito. Chi non si marita a tempo, sposa la morte prima del tempo; tranne il caso in cui si sposa la serva (torna a sedere).—Mia sorella Giacomina, che da un pezzo mi ha sul cuore, la settimana scorsa mi disse:—Nicolò, c'è una ragazza che va bene per te: anzi ce ne sono due: le sorelle Bellini, due care creaturine sui ventitrè l'una, sui ventiquattro l'altra, non troppo giovani o nemmeno troppo stagionate, un po' disgraziate nella famiglia, ma buone, belle, con qualche po' di sostanza. Tu non hai che a scegliere. Esse vivono a Incirano con una zia che fa loro da madre, perchè le poverine hanno perduto i parenti e non hanno si può dire nessuno al mondo. Sotto questo aspetto tu fai quasi un'opera di carità. Va a mio nome, cerca della zia, mettiti nelle sue mani e lascia fare alla provvidenza.
Eccomi qui. Ora le vedrò e dovrò scegliere tra le due… (vede sul tavolino alcuni ritratti in piccole cornici). Forse questo è il loro ritratto. Carina questa col suo profilo greco, con que' capelli pettinati alla Niobe. Forse questa è il ventitre.
Ma anche questo ventiquattro non c'è male. Forse questa è bionda, e questa è bruna. Chi mi consiglia? Il biondo è più romantico, più…. simbolico….. troppo Svezia e Norvegia. Il bruno è quasi sempre segno di un carattere ardente, geloso…. troppo Spagna e Portogallo. Che ti dice il cuore, Nicolò? ventitre o ventiquattro?…. (pesa nelle mani i due ritratti). Sentiremo il consiglio della zia, che nella sua esperienza saprà guidare un povero uomo sempre incerto nel cammino della vita. (indicando un altro ritratto grande) Certo questa vecchia cuffia è la zia dei buoni consigli. Lei conosce le due ragazze e saprà dirmi quale delle due ha più disposizioni al settimo sacramento. Per me capisco, che se dovessi scegliere, farei la fine dell'asino che, messo tra due fasci di fieno, si è lasciato morire di fame. Zitto, qualcun si avanza! (si alza, fa una rapida toilette allo specchio) Forse è la vecchia zia. Animo, su, coraggio. Sei stato a Custoza, corpo d'una baionetta, e devi aver paura d'una vecchia cuffia?
Teresita, una vedovella ancor giovane, simpatica vestita con finissima semplicità e con molto buon gusto. Fa un inchino a Nicolò, che resta un istante imbarazzato.
Teresita. Signore….
Nicolò. Signora….
Teresita. Lei ha bisogno di parlarmi.
Nicolò. Sissignora… cioè…. veramente mia sorella Giacomina mi ha detto di chiedere della zia delle signorine, la vecchia zia, sissignora…
Teresita. Sono io la zia delle signorine….
Nicolò. (sorpreso) Ah, lei fa da madre alle due orfanelle…. (avvicinandosi riconosce un'antica amicizia) Oh, ma scusi, noi ci conosciamo. Ah, chi l'avrebbe detto dopo tanti anni? Lei, lei è la signora Teresita…
Teresita. (fingendo di cader dalle nuvole) E lei è il signor Nicolò… Guarda che combinazione! ma si è fatto così grasso….
Nicolò (ridendo con un po' di confusione) Credevo che volesse dire: così vecchio!
Teresita. (amabile) Si è viaggiato insieme sulla strada della vita. Guarda che combinazione!
Nicolò. Guarda che combinazione! (segue un brevissimo imbarazzo d'ambo le parti) Io credevo che la zia fosse una signora in età, colla cuffia.
Teresita. La cuffia verrà… è in viaggio. Ma prego si accomodi, signor Nicolò…. (indica la sedia e siede lei per la prima).
Nicolò. (ripetendo materialmente) Guarda che combinazione… (prende la sedia, vi si appoggia, ma non si siede) Ma da quanto tempo non ci vediamo più?
Teresita. Oh è un gran pezzo! A che cosa devo attribuire l'onore della sua visita?
Nicolò. (giocando colla sedia che fa girare sotto la mano) Mia sorella Giacomina mi ha detto: Va a Incirano, cerca della zia delle sorelle Bellini ed esponi il tuo caso.
Teresita. E qual'è il suo caso?
Nicolò. Il mio è un caso, dirò così, di coscienza: ma ora non so se devo parlarne.
Teresita. Perchè non deve parlarne?
Nicolò. (facendo girare più forte la sedia sotto la mano) Perchè…. io…. (dà in una risata allegra) perchè io credevo che la zia fosse una cuffia….
Teresita. (ride anch'essa mentre si abbandona nella poltrona) Dunque è alla cuffia che lei desidera parlare.
Nicolò. No, stia buona, ora le dirò il mio caso. Ma è certo che, se avessi potuto immaginare di trovar qui lei al posto della…. cuffia… (ride) non sarei venuto.
Teresita. (un po' offesa) Non merito dunque la sua confidenza?
Nicolò. Lei merita tutto, ma il mio caso è di quelli che hanno bisogno di molta indulgenza.
Teresita. Ma sieda….
Nicolò. (mettendosi a sedere sull'angolo della sedia) Intanto mi dica: come si trova qui a far da madre a queste due bambine?
Teresita. Una serie di dolorose circostanze… Oh sapesse quante disgrazie! Morti i parenti di queste due povere figliuole ho pensato ch'io potevo essere utile in questa casa.
Nicolò. (esitando) Ma scusi. Lei non aveva sposato quel marchese?
Teresita. (molto riservata) Si.
Nicolò. (c. s.) E… suo marito?
Teresita. È morto.
Nicolò. (con una certa sorpresa) Ah! è morto anche lui….
Teresita. In duello a Parigi.
Nicolò. In duello a Parigi… Guarda, guarda.
Teresita. (dopo un breve pensiero) Ma non parliamo dei morti. Quel che è passato, è passato.
Nicolò. (astratto in una sua idea) O bello, o bello….
Teresita. Che cosa?
Nicolò. (si corregge, si fa serio, si alza) Mi rincresce di aver risvegliato delle dolorose memorie. Mi scusi…. (in atto di congedarsi) mi perdoni…
Teresita. (restando seduta) Ma che cosa fa? lei non mi ha ancora detto lo scopo della sua visita.
Nicolò. È vero, ma io non so nemmeno se la mia visita abbia uno scopo. Giacomina doveva avvertirmi di queste circostanze.
Teresita. (con tono quasi materno) Bene, si accomodi. Giacomina mi ha scritto tutto. Lei è venuto a Incirano per uno scopo molto lodevole e molto onesto. Vuol prender moglie.
Nicolò. (affettando una certa sicurezza) Sì, voglio prender moglie.
Teresita. (ridendo con gaiezza simpatica) O bello, o bello….
Nicolò. (un po' mortificato) Che cosa c'è di bello?
Teresita. Bello che il signor Nicolò voglia finalmente prender moglie (ride).
Nicolò. (serio) Non rida o mi scoraggia.
Teresita. Ci ha pensato un pezzo il signor Nicolò.
Nicolò. (in tono di rimprovero) E di chi la colpa?
Teresita. Di chi?
Nicolò. Ah Teresita! non si dovrebbero ricordare certe cose… (picchia nervosamente il bastoncino sul cappello).
Teresita. (gravemente) Proprio!
Nicolò. E tanto meno si dovrebbe ridere.
Teresita. (sospirando) Si ride quando si è finito di piangere.
Nicolò. (con una punta d'ironia) Beata lei che ha finito! Le donne son così facili a dimenticare…
Teresita. Si dimentica… per non odiare.
Nicolò. Io non ho meritato il suo odio. (con un leggiero tono di sarcasmo) A ogni modo la donna che sposava il marchese di San Luca deve aver trovato nel fasto del suo blasone qualche conforto a' suoi dolori.
Teresita. (offesa) Nicolò, non dite queste parole che offendono una donna che fu già troppo infelice nella sua vita. Voi sapete come sono andate le cose. Il mio matrimonio fu per me una di quelle necessità che solo il cuore d'una donna sa comprendere e sa compatire. Voi sapete che mio padre era un uomo rovinato, che sulla nostra casa stava il disonore e il fallimento, che soltanto un matrimonio di convenienza poteva salvare una vecchia esistenza dalla disperazione. Allora voi eravate un giovine ufficiale senza fortuna, nell'impossibilità di mettere una casa. Poi venne la guerra e voi partiste per il campo…
Nicolò. (con amarezza) E quando tornai dai pericoli della guerra, seppi che Teresita Morando era diventata la marchesa di San Luca.
Teresita. (con un moto di ribellione) Già, e non pensaste nemmeno ch'io avessi potuto fare quel passo per un sentimento di abnegazione e di dovere. Voi pensaste solamente e semplicemente che Teresita Morando, ragazza vana, leggera, smaniosa di brillare, inebriata all'idea di portare una corona sul suo biglietto di visita, avesse dimenticato volontieri il povero tenente per darsi nelle braccia di un vecchio nobile… sciupato dai piaceri. Questo solo voi avete pensato: e non sareste stato un uomo se aveste pensato altrimenti. L'egoista non è obbligato a compatire e meno a comprendere… e tanto meno a perdonare.
Nicolò. (si alza, resta un istante come combattuto, e mormora) Se sapeste invece quanto ha sofferto questo egoista!
Teresita. (alzandosi anch'essa) E quest'ambiziosa oh! non ha forse sofferto! no. Rapita dai bagliori de' suoi diamanti questa vittima incoronata non ha versata mai una lagrima… Nei tre anni del suo matrimonio con quell'infelice boulevardier essa passò di trionfo in trionfo…. invidiata da tutto le miserabili che non hanno una corona sulla carrozza,… e un supplizio nel cuore. (abbandonandosi, alla sua passione) Voi non vi siete più occupato di me; ma per qualche motivo avete stentato a riconoscermi. Voi avete trovato facilmente dei dolci compensi… (arrestata improvvisamente da una specie di rimorso, cangia tono, e con affettata naturalezza ripiglia) Ma di che cosa si parla? oh buon Dio! questo non è lo scopo della vostra visita. A che pro diseppellire cose morte e finite? Sediamo; animo, sedetevi… Veniamo all'argomento, (come smarrita) Giacomina mi ha scritto… Che cosa mi ha scritto la buona amica? che voi volete accasarvi, che è tempo anche per voi di mettere giudizio. È giusto. Sa che le povere mie nipoti son buone e brave ragazze e anch'io sarei contenta di vederle collocate. Ma sedetevi dunque, parlate.
Nicolò, (con espressione patetica) No, no, non ho più nulla a dire. Scusate, Teresita, io non son più degno di accostarmi a una donna… (si ritira qualche passo per andar via).
Teresita. Non andate in collera per quello che vi ho detto. Vi domando scusa se vi ho offeso. Sedetevi, ragioniamo. Accettate almeno un bicchierino di vermouth…. (_toglie da uno stipo una bottiglia di cristallo e offre un bicchierino a Nicolò).
Nicolò. (sforzandosi a rifiutare) No, no, lasciatemi andare. Non merito più nulla. La mia vita è finita da un pezzo.
Teresita. Devo proprio mettermi una vecchia cuffia in testa per persuadervi a ragionare? (Nicolò accetta il bicchierino) Se vi ho offeso perdonatemi. Voi avete per errore messa una punta di ferro sopra una cicatrice e io ho gridato di dolore. Ma ora è passato. Qua… (lo fa sedere e siede anche lei) Posso aiutarvi, voglio consigliarvi, perchè in fondo ho molta stima di voi.
Nicolò. Io invece non ho nessuna stima di me. Io ho sempre creduto che non valesse la pena di voler bene a una donna. Ho atrocemente sofferto, ma non per pietà della vittima inghirlandata. Ho sofferto solamente per il mio orgoglio ferito. Avete detto bene poco fa. Il mio nome è Egoista. Quando un uomo non è capace di comprendere, di compatire, di perdonare non merita più che una donna gli voglia bene… (volta via la faccia alquanto commosso, tracanna d'un fiato il bicchierino, va a collocarlo sullo stipo, e si prepara a congedarsi.)
Teresita. (si alza, un po' soprapensiero) Permetta che le presenti almeno le bambine. Per quanto senza cuffia so esercitare i doveri dell'ospitalità.
Dal giardino risona un campanello.
Ecco, son le ragazze che tornano colla governante.
Nicolò (cercando di sfuggire) No, no, non voglio veder nessuno; non voglio lasciarmi vedere.
Teresita, Mettiamoci qui, dietro a questo paravento. Da qui possiamo vederle senza essere vedute.—(conduce Nicolò per mano fin presso la porta dietro un paravento e indica le ragazze che passano in giardino). Guardi la prima, la bionda, ha ventidue anni, è un angiolino di bontà, piena di sentimento. Si chiama Eugenia. L'altra, la buona Annetta, è un carattere più serio, ha molto ingegno, conosce molto bene la musica…
Nicolò, stringendo la mano di Teresita, trascinato dalla forza dell'antica passione, posa un bacio sui capelli di lei e resta come fulminato dalla sua stessa audacia.
Teresita, sfuggendogli, dice con accento di profondo rimprovero, ma senza ira:—Che cosa fa, Nicolò…. (va a sedersi e nasconde la faccia nelle mani).
Nicolò, dopo essere rimasto un gran poco come trasognato, si accosta pianino a Teresita e con voce sommessa piena di note tenere e appassionate, dice, quasi curvo su di lei:)
Io non ho conosciuto che una donna nella mia vita e basta! la bionda, la bruna, la sentimentale e la donna assennata, tutte le bontà e tutte le bellezze di una creatura di donna son già passate nel mio cuore il giorno che vi siete passata voi, Teresita. Voi vi avete lasciato un modello così sublime, che, al confronto, tutte le altre mi sembrano immagini sbiadite. Chi ama bene una volta, ha amato per sempre. Il destino non ha voluto che voi foste mia, e amen! È bene che io non guasti il mio ideale. Se Giacomina non mi avesse cacciato qui, io non sarei venuto mai a questa ricerca di commesso viaggiatore. È peccato sciupare l'amore vivo con degli amori artificiali; non barattiamo l'oro nella carta… Addio.
Teresita. (non contenta) Che dovrò scrivere dunque a Giacomina? che abbiamo fatto fiasco?
Nicolò. Le scriverò io, se permettete. Siccome non tornerò a casa sua prima della fin del mese e forse più tardi, è bene che le mandi due righe. Se mi favorite carta e penna.
Teresita. (preparando le cose su un altro tavolino) Intendete viaggiare?
Nicolò. (siede al tavolino a prende la penna) Sì, ho bisogno di cambiar aria. Son mezzo malato, mi sento vecchio e malinconico. Andrò a Parigi anch'io in cerca di distrazione, (scrive) Cara Giacomina….
Teresita. (seduta in disparte ha preso in mano un lavoruccio) Parigi non è una città troppo indicata per della gente ammalata. Voi avete bisogno d'una buona infermiera.
Nicolò. Cara Giacomina…. Aiutatemi a scrivere questa lettera….
Teresita (con energia, dopo aver buttato via il lavoro). Sì, scrivete sotto dettatura:—Cara Giacomina, siccome io sono…. un uomo di poca fede…
Nicolò. (scrive sotto dettatura: qui s'interrompe).
Teresita. (comandando) Scrivete, animo! «Son destinato a soffrir sempre per non conchiudere mai nulla.» Avete scritto? (si alza e passeggia un po' nervosa).
Nicolò. (scrive) Mai nulla…. Ho scritto.
Teresita. Punto e a capo. «Io non credo nella virtù della donna…
Nicolò. Scusate…
Teresita. (lasciandosi sempre più trasportare dalla passione) No, no. Dovete scrivere la vostra condanna. «Non credo… che una donna… possa aver conservato puro il suo ideale… mentre… (parlando direttamente a Nicolo die lascia cadere la penna) mentre intorno a lei si commerciavano gli affetti e si commettevano le più ignobili vigliaccherie. Non credo che una donna possa sopravvivere al suo stesso dolore e alle sue umiliazioni: non credo che possa ancora conservare intatto il tesoro de' suoi affetti e possa compensare un uomo d'averla amata bene una volta…
Nicolò. (afferra lo mani di Teresita, le porta alla bocca, inginocchiato davanti a lei) Dunque tu mi ami ancora?
Teresita. (svegliandosi da una specie di sogno) Che fate? io non parlavo di me. Scrivete.
Nicolò. Donna di poca fede, perchè ingannarci ancora?
Teresita. Io parlavo di queste povere ragazze orfane.
Nicolò. Esse hanno bisogno di un padre. Scrivete voi, detterò io… (la fa sedere al suo posto).
Teresita. (resistendo) Nicolò, che cosa ho detto? io provo un rimorso… Voi non siete venuto per me.
Nicolò. Scrivete «Cara Giacomina….
Teresita (si sforza a scrivere).
Nicolò (detta) Ni… co… lò mi a… ma;—punto e virgola.—-Io a… mo Nicolo. Dunque t… o… to. E Teresita non dice di no. E la cara zietta, senza la cufietta, si lascierà finalmente baciare la bocca da un vecchio ragazzo che l'ama da dieci anni.
Teresita Odiandola…
Nicolò. Sì. L'amore perchè resista al tempo bisogna come l'oro mescolarlo in una piccola lega d'odio o di gelosia. Sì, io ti ho odiata, ti odio… perchè ti amo.
Teresita. Zitto, le ragazze…. (si alza un po' spaurita e con voce supplichevole soggiunge) E andrete proprio via?
Nicolò. Sicuro, bisogna che io corra ad avvertire Giacomina di queste novità. Ve la manderò qui.
Teresita. Qui no: ci son troppe ragazze. Andrò io da lei. Mio Dio! e che diranno queste povere figliuole? io che dovrei pensare al loro destino, e invece… Bella zia che sono! ma non sono invecchiata, Nicolò? (va a guardarsi nello specchio) Non sono magra e distrutta dal dolore? Non merito proprio una cuffia? Che cosa dirà il mondo?
Nicolò. (ridendo mentre passa il braccio nel braccio di lei) Il mondo dirà che amor vecchio non invecchia: e che il miglior modo per prender moglie è… di parlarne alla zia.
Questo dialogo fu due volte interpretato in famiglia con vera intelligenza d'artisti dalla signora Maria Nessi o dal Dott. Giuseppe De Capitani d'Arzago, ai quali m'ispirai nella correzione o nella riproduzione della scena.
AI TEMPI DEI TEDESCHI
AI TEMPI DEI TEDESCHI
—Tutte le mattine la salutavo con un bel trillo di flauto (allora il flauto era di moda): e tutte le sere, prima di levarmi le scarpe, le mandavo un altro saluto con una volatina di note, che volevan dire:—Bona note, siora, Nina!
—Lei, insomma, era innamorato della sua vicina.
—Come un angelo, ero innamorato. A vent'anni l'amore va tutto in fiore, o quando la sorte ti mette accanto a una bella donnina, il meno che si possa fare è di farle la corte col flauto.
—E il marito?
—Il marito d'una bella donnina è sempre un brutto mostro, un tiranno, uno scimmiotto, questo si sa. Nel caso mio, il sior Malgoni, imp. reg. impiegato alla contabilità, un omaccione linfatico e geloso, meritava qualche riguardo, prima perchè in fondo voleva bene a sua moglie, e poi perchè aveva delle amicizie in polizia e a quei tempi non c'era troppo a fidarsi. Parlo dei tempi dei tedeschi.
—Ho capito. Lei non andava più in là del flauto.
—Ero un matricolino sui vent'anni, un po' timido, come chi non è mai uscito dal suo guscio. Qualche volta mi arrischiavo di gridare dalla finestra:—La se pèttena, siora Nina? vol piovere? vol far belo, siora Nina?
—E la siora Nina?
—Sì, sior Angolo, vol piovere, vol far bel tempo!…
—Un'arcadia!
—E non mancavano i sonetti.
—Anche i sonetti?
—Sicuro; li stampavo sul Trovatore, un giornaletto teatrale di Padova, e glieli facevo pervenire con delle iniziali molto trasparenti. Seppi più tardi che la siora Nina non sapeva leggere più in là del suo libro da messa; ma le donne, quando amano, son come i gatti; ci vedono anche al buio. Suo marito se l'era tirata in casa ancor ragazzina, con una gonnella di cotone e un paio di zoccoli sui piedi; l'aveva mandata a scuola un po' di tempo dallo monache, e quando la servetta gli parve cresciuta abbastanza, se l'era sposata per avere una compagna fedele, il poveretto, più vecchio una ventina d'anni, pativa d'asma e di mal di cuore, ed è sempre prudenza aver qualcuno che ti assista in un bisogno e ti faccia compagnia la notte.
—Era bella?
—Bellissima no, ma un musettino gustoso di servetta friulana, con dei riccioli biondi che incorniciavano un bell'ovale colorito e sano. Gaia, spiritosa come tutte le nostre venete, la fortuna non l'aveva fatta salire in superbia. Nella sua ignoranza aveva un fascino naturale, non guasto dalle solite compassature del galateo sociale.
Gente in quella casa ce ne andava poca, tranne qualche provinciale, che capitava di tempo in tempo a trovar la Mina diventata parona.
L'unica persona di riguardo, che visitava con qualche frequenza l'imp. reg. impiegato della contabilità, era il dottor Franzon, un professore della facoltà medica, compatriota del Malgoni e suo medico curante. Franzon era già una mezza celebrità fin da quel tempo per le sue fortunate operazioni ostetriche, e la gran scienza faceva perdonare in lui il naso d'aquilotto e i modi di villan scozzonato o superbo, che gli avevano meritato il titolo di dottor Grobiàn.
L'onore e la scienza di tanto uomo si riverberavano sulla modesta casa Malgoni, specialmente dopo che Franzon era salito in auge alla Corte per una felice operazione, che aveva salvato alla monarchia uno dei trecentotrentatre arciduchini d'Austria. E poi fa sempre comodo d'aver un dottore amico, quando si soffre d'asma e di palpitazione di cuore.
La siora Nina era in una continua trepidazione davanti a un omo de tanto riguardo, molto più che Malgoni, indulgente su molte cose, diventava ancora il paron terribile, quando si trattava d'invitare a pranzo l'illustre Franzon. Guai se il manzo non era a giusta cottura! guai se il caffè non aveva quel tal profumo delicato! guai se Nina non faceva gl'inchini bene e non rispondeva a tono:—Sior sì, sor dottor; sior no, sor professor…. «Un omo che aveva delle influenze a Corte, che, con poco rispetto parlando, aveva visto un'arciduchessa in camicia, un dottor di quella forza, un professoron come Franzon, che si degna de magnar la tua minestra, non è un caso che capita a tutti; oltre all'onore, poteva sempre far del bene a un imperiale e regio impiegato, onesto, religioso e di sani principii.»
—Ho capito. La siora Nina non si divertiva troppo.
—Eh no, poverina! quando i due cravattoni cominciavano a parlar di politica, o a tirare in scena la Dieta e Metternich e a, parlare in barlich e barloch e in flit e futter, essa usciva volentieri col secchiello a prender l'acqua sul pianerottolo.
Era in quei momenti e durante quelle brevi scappate ch'io coglievo l'occasione per recitarle il mio sonettino, per dirle che le volevo bene, per baciarle la punta di un dito. Non più in là, s'intende.
Essa non era donna da dar confidenze agli studenti e io, povero matricolino, ero troppo ingenuo per far della concorrenza a Metternich.
La cosa andò avanti così un bel pezzo, tra un trillo di flauto, un sonetto e un secchiello d'acqua, quando Malgoni ammalò gravemente di quel suo battito di cuore e parve sul punto d'andarsene all'altro mondo.
Franzon si mise al letto dell'amico e gli usò una assistenza fraterna.
Quando non bastava il dì, rimaneva la notte accanto alla siora Nina che scaldava i brodi; e siccome ogni servizio merita compenso, e non c'è amicizia che in qualche modo non si faccia pagare, il bravo dottor e professor, forte dell'amicizia di Metternich e della sua prepotenza, credette d'onorare anche la moglie del suo vecchio amico.
La Nina, una povera servetta senza esperienza, còlta di sorpresa, nella sua suggestione, nella sua paura, al buio, di notte, accanto al marito quasi morente, dominata dalla forza d'una passione brutale e poi spaventata dal sofisma del fallo compiuto, dopo essere stata vittima, si credette quasi complice del tradimento. E tacque e simulò.
Franzon poteva fare del bene a Malgoni; ma poteva anche fargli del male. La povera donna sprovveduta nella sua ingenua ignoranza d'ogni energia morale, credette, simulando, di evitare a suo marito un gran dolore. C'era da farlo morire di crepacuore quel pover'uomo, se gli avesse detto di qual refe era fatta l'amicizia di Franzon. E non si accorse che intanto l'uomo scaltro ed erudito la dominava colla sua stessa paura e l'aggiogava come una schiava al carro della sua colpa.
Quando tornai a Padova, dopo le vacanze, mi parve di leggere nel volto meno chiaro della bella, Nina come una nota misteriosa di dolore o di avvilimento. Essa mi fece capire che aveva qualche ragione segreta di vivi dispiaceri. Malgoni stava abbastanza bene e aveva ripigliato il suo ufficio, ma l'amico di casa s'era impadronito così bene del cuore del suo malato, che ormai il pover'uomo non vedeva che per gli occhi del dottore, non parlava che per la sua bocca.
Non ci vuole che un marito per non vedere: ma la gente cominciò a mormorare. Le donnette volevan quasi far credere che il dottore mirasse ad avvelenare Malgoni colla digitale o a corroderne la vita coi deprimenti. Questa calunnia, messa fuori colla solita sventatezza delle teste piccine, non fu senza conseguenza per una fantasia riscaldata come la mia; la malinconia, il pallore e le lagrime della povera siora Mina non erano per sè un terribile capo d'accusa?
Da quel dì cominciai a guardare in cagnesco il piccolo dottor Grobian, dal naso d'aquilotto, dalle spalle di facchino, che andava schiacciato sotto l'enorme tuba e infagottato nell'enorme cravattone di seta. E siccome ringhio suscita ringhio, anche Franzon imparò a conoscermi e a guardarmi in cagnesco tutte le volte che m'incontrava sul pianerottolo o nell'androne della casa. Anche lui aveva le sue spie e qualcuno doveva avergli parlato dei miei sonetti e de' miei trilli di flauto.
Si arrestava con sfacciataggine a squadrarmi, colle mani dietro la schiena, colle quali dimenava una grossa canna come una coda e con quegli occhi pesti pareva dirmi:—Ocio, matricolino, che so tutto e ti posso far legare.—Il Trovatore aveva dello velleità patriottiche, io era allora un bel giovinetto, con un bel pizzo di barba: e anche quel po' di barba poteva essere interpretata come un'idea sovversiva. Parlo dei tempi dei tedeschi.
Mosso tra un marito geloso e un ringhioso amico di casa, il meno che potessi fare era di usar prudenza, di rimettere il flauto nell'astuccio, di sacrificare qualche sonetto, di compatire da lontano a una povera donna caduta come un'agnella negli unghioni d'un orso buono e stupido e di un lupo furbo ed affamato.
E le cose sarebbero andate avanti un pezzo così, e sarebbero fors'anche finite in qualche maniera colla pace o colla noia, se tutto ad un tratto l'illustre Franzon non fosse stato ufficiato ad assumere la direzione dell'Ospedale delle partorienti a Venezia, carica che portava il grado di medico di Corte e il titolo di cavalier della Corona di ferro. Bagatella!
Questa nomina che lusingava la sfrenata ambizione e l'avidità del bravo ginecologo, poteva essere per la siora Nina una vera liberazione.
Ma la poverina aveva fatto i conti senza il lupo. Franzon non era uomo da rinunciare troppo facilmente a una passione e a una comodità, neanche per l'onore della Corona di ferro. Scrisse da Venezia all'amico che c'era una bella combinazione, un posto vacante alla contabilità di quella delegazione, con qualche vantaggio di soldo, che lui poteva raccomandarlo a persone influenti: e poi tornò a scrivere che l'aria delle lagune più calma, più carica di sale, era fatta apposta per i mancamenti di respiro; non perdessero tempo, inoltrassero subito una domanda all'I. R. delegato: al resto pensava lui….
—Il lupo voleva avere la pecorella vicina…
—Precisamente così. La povera Nina che di quella maledizione ne aveva abbastanza, usò di tutta la sua influenza presso il marito perchè non si movesse; gli dimostrò che a Padova stavan bene, che vi avevano amici e parenti, una bella casa, tutte le migliori comodità, mentre un trasloco è una tempesta, un danno, un fastidio infinito. Pregò tanto, carezzò tanto la barba grigia del suo Malgoni, che costui, pigro già la sua parte e nemico dei trambusti, finì col ringraziare l'amico lontano e disse di no.
Questa risposta non fece che aguzzare la voglia dell'illustre ginecologo e colla voglia il dispetto e la rabbia. Tornò a scrivere; ma vedendo che sprecava il suo inchiostro, e che Malgoni era deciso a non muoversi, cominciò a insinuare bel bello qualche sospetto nell'animo dell'amico. Gli fece capire che la Nina aveva qualche motivo di non abbandonare Padova, città allegra, piena di studenti e di capi scarichi, che fanno all'amore coi sonettini o coi trilli di flauto….
—Birbo!
—….Tre volte birbo! Il marito, facile a insospettirsi, aprì gli occhi, osservò, dissimulò, e può essere che cogliesse qualche segno a volo. Ma non volendo far scene per paura d'uno scandalo, una sera, detto fatto, annuncia alla Nina che aveva accettato il posto: si preparasse a sbarazzare la casa e a partire per Venezia….
La povera donna, che cominciava appena a respirare e a godere la sua libertà, còlta in un momento cattivo, dichiarò a Malgoni che lei a Venezia non sarebbe andata….
«Ah! tu non vuoi venire?…—gridò con voce ironica il vecchio geloso: e siccome l'amico lontano in quei giorni aveva avuta la bontà d'inviargli tutta la raccolta de' miei sonetti innocenti, in cui il nome di Nina tornava spesso a rimare con divina, armato di quei documenti, si scagliò sulla povera donna e cominciò a batterla.
«So tutto, svergognata! so tutto, brutta traditora, senza cuore e senza carità. E tu fai all'amore, mentre hai il marito malato, quasi moribondo? e tu dimentichi così il bene che ti ho fatto, brutta servaccia?»
E siccome non cessava di picchiare con un pezzo di riga sulla spalla e sulla testa della povera donna, alle grida, ai pianti di costei, si risvegliò la casa, si aprì qualche finestra, comparvero dei lumi, e cominciarono gli uhè…. di sotto o di sopra.
La Nina che non capiva bene per colpa di chi la battesse il suo padrone, aveva cercato di scappare dall'uscio sul ballatoio; e fu allora che il vecchio esasperato, pensando forse che volesse fuggire di casa, le sbarrò il passo, l'afferrò pei capelli e la fece strillare come un'aquila.
Era troppo ormai anche per un matricolino. Corsi di sopra, piombai su quel disperato, che al mio comparire si fece livido; poi non so dire quel che sia avvenuto.
Pare che l'emozione fosse troppo forte per il vecchio malaticcio, o che una violenta stretta di cuore soffocasse insieme la bile, il sangue e la vita.
Cadde come un sacco slegato, lo circondarono, lo portarono sul letto, e nella notte stessa morì, con infinito spavento della povera Nina, che s'immaginava quasi d'averlo ammazzato.
Due giorni dopo questi fatti alcuni compagni corsero a casa mia ad avvertirmi che avevano arrestato Branchetti, il direttore del Trovatore e che la polizia era in cerca di me. Non era il caso di stare ad aspettarla.
Le guardie entrarono in casa mia o sequestrarono le carte, le robe, il flauto, Padova non era più aria buona per me: e per non aspettare di peggio, la notte stessa presi la strada del confine.
—Era anche questo un intrigo di Franzon?
—…. Còlto nel segno! Coll'ingegno che natura gli ha dato egli aveva saputo dimostrare alla polizia centrale di Venezia che a Padova si congiurava contro l'ordine costituito e che un branco di giovinastri mazziniani nelle conventicole del Trovatore inneggiavano all'Italia sotto l'allegorico nome di Nina.
—Che talento! Non poteva vendicarsi con più spirito. E come finì?
—Finì che, morto Malgoni, e venuto al mondo, sei mesi dopo il funerale, un bel maschietto, la povera Nina trovò ancora della sua convenienza di andare a Venezia e d'acconciarsi in casa del suo nuovo padrone e tiranno; il quale qualche tempo dopo trovò della sua convenienza anche lui di sposare la vedova e tirarsi in casa quel po' di ben di Dio che Malgoni le aveva lasciato sul testamento. La siora Nina dev'essere morta qualche tempo prima che entrassero gli Italiani in Venezia.
—Bella storia! e Franzon?
—Franzon sano, robusto, vispo come un pesce, di trionfo in trionfo, oggi è diventato una mezza illustrazione della scienza europea. Si dice che alla prima infornata abbiano a farlo senatore.
—…È naturale! Non son più i tempi dei tedeschi.