A UNA GIOVINE POETESSA
Quel che nel verso mio matura a stento
All'ombra dell'antico biancospino
Fiorisce In un momento
In mille rose in mezzo al tuo giardino.
Quel che nel verso mio languido pianto
Suona o singhiozza nella notte oscura
Esce limpido canto
Presso il mattin dalla tua bocca pura.
Quel che alle carte io chiedo dei poeti
E faticosamente intesso al verso,
Al ciel, ai campi lieti,
Al mar tu strappi armonioso e terso.
Tu colle mani verginelle infiori,
O della vita interprete sincera,
I giovinetti amori:
Io sol conforto la vecchiezza a sera.
Piegarsi come salice al tuo pianto
Sento il dolore di mia vita oscura,
Ma quando ride il canto
Del tuo sorriso, rìde la Natura.
—Oh, cessi alfin—a me dice la gente
Una nenia che l'anima ci schianta;
A te, musa innocente,
Gridan l'altre fanciulle: canta, canta…
LITANIE VECCHIE E LITANIE NUOVE
Nell'ore languide dei caldi estati,
Mentre ronzavano
Api e farfalle d'oro nei prati,
E nella nitida chiesetta il sole
Pingea l'altare,
Non altro udivasi che un susurrare
Di labbra e un morbido
Striscio di suole.
Poi nulla, Attonita nel paradiso,
Bianca la tonaca e bianco il viso,
La pia badessa, dicendo l'Ave,
In un soave
Sonno chiudeva le luci stanche
Entro una nuvola di cose bianche.
Il rossignolo nella foresta.
Facea la siesta.
L'aria tacea calida. Solo
All'ora inutile un oriolo
Metteva il segno
Nella sua vecchia cassa di legno.
* * *
Cangiano i tempi: crollano i santi
Dai pinti portici:
Se alcun ne resta, come si vede,
Su per i canti,
È dell'intonaco più forte il merito
Che della fede.
Stridon le macchine, stridono i garruli
Telai. La grande
Anima torna d'un mondo fossile
E pei comignoli urla e si spande.
Due mila ruote
Un soffio, un sibilo
Agita, scuote
Indemoniate da cento spiriti:
Treman le vôlte,
Balzan gli scheletri delle sepolte.
* * *
I tempi nuovi filano i vecchi,
Dai denti striduli degli apparecchi
Esce il rosario della felice
Età che dice:
"O Pane, o Pane, o bianco o giallo,
Ave boccone!
Dal primo fallo d'Adamo e d'Eva
Confitto in l'ugola l'uomo solleva.
Oggi non basta di un'età casta
La salmodia:
Sui fusi rotola la litania
E l'orazione:
Ave, boccone!
"Te a mattutino, te a mezzogiorno
E te a compieta
Chiama una gente irrequieta,
Che in mezzo ai vortici degli arcolai
Tesse la tela dei lunghi guai:
Ave, boccone, cotto nel forno!
"Sudore e lagrime inteneriscono
Un pan di cenere e di carbone
Che il dente macina della malsana,
Macchina umana.
Ave, boccone!
"O Pane, o Pane, o giallo o nero,
Tu sol sei vero,
Ave, spes unica. Se tu ne manchi,
Cedono i fianchi, cedon le braccia,
E nella macina il cor si schiaccia."
* * *
Così risonano nel rombo immenso
Del giorno e salgono, monache pie,
De' nuovi tempi le litanie
In mezzo a nugoli di nero incenso.
Ma s'io ritorno per il sentiero
Quando la bianca luna si specchia
Nei rotti muri del monastero,
Mi par d'intendere, o monacelle,
Le campanelle
Che ancor vi chiamano a salmodia:
"O rosa mistica,
O domus aurea,
Ave, Maria.."
* * *
A queste note,
Che d'una morta speranza parlano,
Del cor io sento strider le ruote
E sonar l'ora d'una passata
Notte stellata.
IL TELEGRAFO SULLA MONTAGNA
Van per la verde valle e s'inseguono,
Salgono il clivo in ordin lento
I retti tronchi, la rupe sfidano,
Sfidano il vento.
Carche di folgori dal ciel le nuvole
Scendon, ma i tronchi salgono ancora,
Traendo il gracile filo, dell'aquila
Alla dimora
Il pie' confitto nella vulcanica
Roccia, fedeli soldati all'erta,
Dell'uom la scossa alma trascinano
Per la deserta
Region dei turbini, oltre le vergini
Cime, alle soglie d'irti ghiacciai,
Ove non pose capra selvatica
Orma giammai.
Mentre più candido cade sugli omeri
Dell'alpe il verno e tutto tace,
Mentre la spuma del fiume rigida
Sepolta giace:
Mentre sopiti dormono i pascoli,
Che udir nel maggio mugghiar gli armenti,
Sull'agil trama caldo lo spirito
Va delle genti,
Vanno le alate novelle ai popoli,
Vanno gli amori. Da lande ignote
Escon le insidie e delle lagrime
L'aride note.
Spesso nell'ululo piange dei turbini
Un cuor di madre, a cui da sponde
Arse pel vuoto sen dello spazio
Piange e risponde
Del caro figlio l'estremo anelito:
L'ansie s'inseguono al filo ordite,
Urtano i baci estremi e cadono
Spesso due vite.
Cinge la sorda terra una nervea
Rete, che spasima e pianto stilla:
Palpita il mondo del nostro palpito
Alla scintilla.
Così la Mente d'un invisibile
Nume la cieca materia avviva,
E a noi da cieli inaccessibili
La voce arriva.
Tolti gli indugi, muore più rapida
L'ora felice; ai tardi mali,
Tu dei viventi forse il più misero,
Hai dato l'ali.
LA TRASMISSIONE DELLA FORZA ELETTRICA
(Paderno-Milano, 29 Settembre 1898)
L'oziosa cascata di candide piume
Vestita, delizia di oziosi poeti,
Che versa da secoli dell'acque il volume
Scherzose tra i muschi dei ruvidi greti,
Dei gelidi laghi la chioma fluente,
Dei cieli, dell'iride lo specchio lucente,
La liquida ninfa—mirabile gioco!
Sprigiona, sfavilla dall'anima il fuoco.
Quell'acqua che molle sull'alpe beveste
Nel cavo del tufo freschissima e chiara,
Che lenta trascina nel verde la veste
A greggi, a pastori sì limpida e cara,
Da viva coscienza d'un subito invasa
Scintilla sul desco dell'umile casa,
Nel grave silenzio per lungo viaggio
Sui bruni miei canti diffonde il suo raggio.
Non più di remoti destini contenta
Agli echi susurra del povero sasso,
Non più del molino si abbraccia alla lenta
Costanza e alla ruota fa muovere il passo:
Percossa da nuova superba parola
Lo spirto dell'acque precipita, vola,
Divora le tenebre, le macchine invade,
Riempie di sibili le morte contrade.
Così d'una blanda memoria lontano
Discende la forza a un giovine cuore,
Così la carcassa di morbida mano
L'incendio vivifica d'un fervido amore,
Così dalle lagrime di muta pupilla
La fede d'un nobile coraggio scintilla
E scende infocato da pure sorgenti
Benevolo e forte il Genio alle genti.
Rallégrati, Italia!—non più della lorda
Fuliggine il limpido tuo cielo si oscura,
E manda il comignolo dall'ugola ingorda
Di nordica nebbia mal compra sozzura.
Per rupi e dirupi, per morbidi clivi
Correndo, saltando, tra lauri ed ulivi
Discende al tuo popolo da vette lontano
Sul raggio del sole men sudicio il pane.
Sia caro l'augurio! Se ancora feconda
Dal sasso deriva sì limpida e piena,
Se ancor nelle sabbie de' secoli abbonda,
O madre, la pura italica vena,
Sia caro l'augurio! l'umano destino
Dai cento ruscelli che versa Appennino,
Se al ciel non contrasti la sorte nemica,
Attenda una luce che vinca l'antica.
Qui dove dischiuse del morto metallo
I sensi e ne trasse gli spiriti ardenti,
Qui dove le forze nel ferreo cavallo
Più indomite strinse al cenno frementi,
Qui dove di nuovo miracolo ardito
Disdegna gli spazi del mondo finito
E sciolto dai lacci l'ignoto rischiara,
L'italico genio i tempi prepara.