IL CANTO DELLA PIETÀ

Essa diceva il suo dolor. La voce
Scaturiva dal cor come un gorgoglio
D'acque interrotte, che fan specchio al piede
D'una pallida Niobe di marmo.
Anch'essa nata era di carne viva
La bella donna e quel suo cuor di sasso
Avea pur gorgheggiato entro la festa
Degli usignoli, quando april dischiude
L'anima ai fiori ed escono i profumi
Dalle selve com'onda pia d'incenso
Verso un gran dio.

È allor che si diffonde
La giovinezza per il mondo e voce
La natura non ha che non diventi
Armonia sulle corde d'un pensiero
Innamorato. Il cor, come rosata
Conchiglia tolta ai ceruli misteri
Dell'onda, emana un mistico frastuono,
Che vien da un'invisibile e ritorna
A una sponda invisibile, tra cui
Non anco rugge la tempesta umana.
E mi dicea come morì travolta
Dalla sterile vita in un'angoscia
D'oltraggiate speranze, invan stringendo
Nella man l'ombra dei fuggenti sogni
Fatti quasi rimorsi. E non bagnava
Il suo mesto parlar stilla di pianto,
Ch'è pur sì dolce a chi racconta i mali:
Ma gli occhi aperti e cristallini tutta
Rinfrangean la mestizia del deserto,
Ove più non ritorna ombra di bella
Cosa passata e sol vi regna il nulla
Che ripensa sè stesso.

Allor si ruppe
La pietà del mio cor: e col mio pianto
Lei piangendo e le gelide di marmo
Piccole mani accarezzando, e tutta
Spirando su di lei l'anima accesa:
—Ch'io senta, dissi, oh ch'io per te ritrovi
Il tuo dolor, oh ch'io per te la piena
Versi del pianto mio sulle tue mani
A riscaldarle: e la mia mano ardente
Ti cerchi il cor fatto di pietra e un fiato
Passi della pietà che mi distrugge
Per le rigide labbra. A desolate
Rovine è vita il pio pensier dell'uomo,
Che le penetra spesso, onde par quasi
Ch'escan le storie più lontane e torni
La voce delle cose. Io so che a qualche
Simulacro sepolto la carezza
D'un amoroso artefice ha potuto
La bellezza ridar d'una divina
Luce scomparsa e l'immortal sorriso
Che fu delizia già del mondo. O estinta
Ove scenda la mia che ti carezzi
Spiritual pietà, di fibra in fibra
Trascorrerà la vita, delle spine
Risentirai la punta e colar sangue
Vedrò dalle tue carni e gli occhi pregni
Farsi di pianto e trasalir le membra
Entro i soavi spasimi—soavi
Se ci fan questa vita anche una volta
Ritrovar sul cammin della speranza.
—Nulla può—mi rispose—a un corpo morto
Pietrificato in un dolor eterno
Dar vita e forza, non s'altri lo ponga
Nelle fiamme del sol. In me già spenta
È la memoria d'ogni antico sogno
E giace il desiderio in un oscuro
Angolo come spada irrugginita:
Lascia ch'io posi qui sul mio sepolcro
Statua dolente di me stessa morta,
In fin che il tempo colla lenta ingiuria
poco a poco il mio nome cancelli
Dalla pietra e la gialla edera stringa
Del mio destin la bruna urna caduta.

* * *

Così dicendo, aprì gli occhi solenni,
Che parver vuoti d'ogni idea e fece
Infine al fondo a me tutta palese
L'infinita tristezza. Un senso oscuro
Quasi di morte allor mi assalse e curvo
Sopra i ginocchi, al suo rigido corpo
Appoggiato, intonai l'inno del pianto,
A cui dal sen delle dolenti cose
Mille voci risposero piangendo.
Un fremito mandò scossa la selva
Pei rami infranti e dei rapiti fiori
Si querelò sul margine il cespuglio
Delle rose di maggio. In un lamento
Singhiozzando la tortora proruppe
Dall'alto nido e raccontò l'angoscia
Dei rotti amori. E fin dentro le grotte
Del cavo tufo risonò la lenta
Storia d'oscure lagrime stillanti,
Di cui le ortiche pasconsi e s'imbeve
L'orrida spina. Dai meandri, in cui
S'appiatta il verme, un susurrìo di duoli

Venne a narrar come si soffra indarno
Di vita fin nell'ultime radici
Poi che una legge di dolor governa
I sostegni del mondo e sol si pasce
Di sè stessa natura. Ecco non una
In braccio al vento trema arida foglia
Senza dolor, non sfiorasi una siepe,
Ma quando autunno misero sparpaglia
Per le fredde campagne quasi un sciame
D'anime stanche, stridono i viali
Che le vedon fuggir e lunghe stendono
A lor le braccia gli alberi morenti
Sopra i bianchi crepuscoli.

Più triste
Sarìa di quest'uman gregge la sorte
Nella valle del duol ove non fosse
Della pietà la lagrimosa fonte
A ristorar le forze inaridite.
Forse a rimedio d'immutabil sorte
E d'inconsulto error questa nel coro
Ci pose un dio di lagrime sorgente,
Che sovra i mali ampia trabocca e spegne
Di molti mali il furibondo orgoglio.
Sgorga la fonte e qual si apre al ristoro
Della rugiada un fior consunto, un fiore
Torna così di pallida speranza
Sulla tomba dell'anima e diffonde
Il non morto profumo. Essa è divina
E vien da noi questa bontà del pianto,
Che benedice alle morenti cose
E le morte consacra. Ai colpi acerbi
Della forza che strugge, una gentile
Forza che sana contrappone e tragge
Dall'ingiuria l'amor. Ove non fosse,
Nido di serpi il mondo ed esecrata
Sorte sarìa la vita e combattuta
Ragion l'amor come tra i ciechi armenti;
Ma la pietà che stilla e che ti avvolge
Di lagrime in un tiepido lavacro
Ti fa più bella pensierosa e santa,
Alta ti posa sull'altar del duolo
Quasi raggiante, e in te fissarsi è luce
Al lontan pellegrin ch'erra smarrito
Per la sassosa valle e che già teme
D'essere morto o faticosamente
Conduce il peso dell'inutil vita.

* * *

Un vermiglio color corse le guancie,
La man che ghiaccia resistea si sciolse
In un tiepor di calde rose al sole;
Si schiusero le labbra e fatto indarno
Argine all'onda che le gonfia il petto,
Proruppe il pianto vincitor dei mali.

SOLITUDINE
(Chiaravalle Milanese)

Qui si apre in mezzo ai pioppi, nel profumo
Del buon fieno, che a mucchi odora al sole,
Il mio regno, Tacete! ogni rancore
Di voce è spento e va lento per l'aria
La fatica degli uomini nel lento
Fumo dei campi. Oh quanto egli è soave
L'errar su l'orme di sè stessi, ignoti
Agli occhi dei saccenti! oh come il filo
Dolce si snoda dei pensieri all'ombra
Coperta d'una siepe! ecco ti sfugge
Di mano il libro che portasti grave
Di logorati sillogismi e stai
A leggere te stesso.

Erra a mancina
Una garrula allodola: si stende
Un vol di corvi a destra, che fan lunga
Macchia nel ciel; là svolgasi nel mezzo
Una gloria di nuvoli d'argento.
Piena di rotte immagini.

Se l'ora
Poi tramonta col sol dietro la rete
D'una boscaglia che s'incendia, o suona
Un cinguettìo di passeri raccolti,
Senti, amico, vibrar come d'un'ala
Di farfalla la morbida carezza
Sulla carne del cuor. Tu nel languente
Crepuscolo t'immergi e ti par quasi
Di spegnerti nell'ora che si spegne.

* * *

Ma se porgi l'orecchio, è nel tramonto
Di quest'ora che parlano le oscure
Cose del mondo a chi timido veglia
Al lume d'una fede. Odi, son mille
E mille voci ch'escono dal campi
Ottenebrati, come se uno spirito
Pulsasse da ciascun filo dell'erba:
E nel passare fremon non so quanti
Altri spiriti spessi entro la chioma
Delle molli robinie: e luci e stridi
Corron per l'aria nera, in cui susurrano
Ignoti stillicidî di piangenti
Anime che ti chiaman….

Son le vostre
Anime antiche già passate a stormi,
Lavoratori della terra, stanchi
Di seminare il pan duro nel duro
Seno della natura. Or che disciolta
È la prigion del corpo e giace in polve
La struttura dell'ossa entro il recinto,
Che biancheggia laggiù dietro i cipressi,
Al morire del dì tornati le voglie
Dei buoni spirti a folleggiar tra i solchi,
E guizzando ti toccano, o vibrante
Anima mia. Mi parlano e rispondo
Un pensiero che sdegna il rauco suono
Della parola e non sarà mai scritto.
Che se per vago error non sbaglia il senso
Arcano che mi fa non istraniera
Questa tristezza, anch'io fui già del volgo
Forse altra volta o cadde alcun dei miei
Ne' rotti solchi. O forse in una sola
Anima ondeggia il mar delle tristezze
E in me percote, mormorando, il flutto
D'antichissimi pianti….

* * *

Ancor non era
Nata in quei giorni, o verde Chiaravalle,
Nel dolente pensier d'un cenobita
Quest'abbazia, che in mezzo ai prati erompe
Gotica mole e par fatto di pietra
Malinconico sogno.

O Chiaravalle,
Quante migrar dalle tue chiostre al cielo
Consolate colombe e quante ancora
Vorrian fermar nelle tue nicchie brune
Una pace che fugge! A stento il nido
Nelle rovine tue nasconde il picchio,
A cui lacera il cor spesso il rimbombo
Del cacciator malvagio; e l'ombre stesse
Del padri incappucciati (s'egli è vero
Che si adunino a notte in mezzo al coro,
Quando la luna luccica inquieta
A turbare il gran sonno degli avelli)
L'ombre dei padri esterefatte balzano
Al reo fischiar della macchina nera,
Che solca l'orto del convento e versa
Bave di foco ed aliti d'inferno
Sulla mesta Certosa. O Chiaravalle,
Alle tue mura già scende l'insulto
Della vita che rugge e che trascina
Gli stridenti bisogni. Indarno all'urto
Potran dei vivi reggere le antiche
Mal sorrette dai santi absidi tue
All'incalzar del tempo. Alla cresciuta
Prole d'Adamo è scarsa aiola il mondo,
Sì che ogni valle ne trabocca e ingombra
È d'ogni solitudine l'asilo.

* * *

Questi pochi che ancor restano a noi
Viottoli deserti assai più cari
Ci sian, fratelli, e per le ombrose vôlte
Andiam recando i desideri e i sogni
Cari agli dei, che il grosso volgo ignora.