IL FABBRO
Tra i muti casolari odi frequente
il suono che rimbalza sull'incude:
è Bellincion, che colle braccia nude
batte il ferro rovente.
Ei sta fosco Vulcan da mane a sera
al mantice, al martel, alla tenaglia:
batte, inchioda, arroventa, il ferro scaglia
rosso nell'acqua nera.
Copron serrami e toppe aspre e ferraglie
l'affumicata volta della muda:
ansa la vampa sulla carne ignuda
le sue stridente scaglie.
Grida al compagno e cade in una dura
danza la solfa delle salde braccia:
tuona il martel, che rompere minaccia
le costole a natura.
Se il vino canta e scalda il sentimento,
piomban sì giusti i colpi del martello,
che la torre merlata del castello
balla sul fondamento.
Quindi egli siede ai caldi occhi del sole
sull'uscio e in così grasse risa il pane
accompagna che fuggono lontane
le donne alle sue fole.
Oppur si piglia in braccio o sui ginocchi
un suo vezzoso bambinel di latte:
e le morbide incudini gli batte,
soffiandogli negli occhi.
Dell'uom barbuto e nero il picciol fiore
mitiga i sensi e le parole audaci:
scendon spesse carezze e scendon baci
che fan rovente il cuore.