IX.

«Domani arriva il pecoraio che vuoi vendere la cavalla.» Seguivano i saluti, e la firma dell'onesto Ciulla. I due amici che aspettavano quella lettera da più di due mesi e con la più viva impazienza, furono alleggeriti da un gran peso. Se ne stettero tutta la sera in gran colloquio, riepilogando, ponderando, discutendo, aggiungendo, togliendo, e si separarono contenti come pasque, ricaduti nei soliti sogni, con un grato tintinnio d'oro degli orecchi.

—Ti raccomando di non compromettere la mia veste sacerdotale…. aveva detto il prete al solito al galantuomo, e questi aveva risposto:—Si parla una volta.

L'indomani, in groppa al morello, con le bisaccie ben gonfie, e Vespa e Monaca dietro, il guercio arrivava a Pietracaduta.

Il campiere l'aspettava: messero il cavallo in istalla, e fecero le viste d'andarsene a caccia.

—È venuto? domandò il galantuomo sottovoce, quando s'ebbero allontanato un poco dalla masseria.

—Stamattina, rispose Ciulla nell'istesso tono.

—Dov'è?

—Sulla montagna.

—Gli avete parlato.

—Gli ho parlato.

—Accetta?

—…. Ci son guai.

—Guai!

—Guai.

—Ma perchè?

—Perchè…. perchè…. Lei mi disse che a parte dell'affare ci doveva essere un suo amico.

—Pietro Serafini.

—Già.

—E?…

—Io, se si ricorda, gli domandai di dov'era.

—Ed io vi risposi, di Mezzoiuso.

—Gli dissi che non lo conoscevo.

—Ed io soggiunsi, che rispondevo di lui personalmente.

—Da parte mia non ci trovai a ridire: si figuri! ma…

—Spiegatevi.

—Pare che don Peppino non l'intenda così: egli non conosce questo Serafini….. e ciò sarebbe niente…. ma il peggio è che compare Nino D'Amico che è di Mezzoiuso e conosce tutto il paese, non sa nemmeno lui chi sia: anzi giura e spergiura che a Mezzoiuso questo casato non c'è. Allora il capitano è montato su tutte le furie; n'ha fatto una partaccia; m'ha detto che io non dovevo mettere innanzi un affare senza aver preso prima le debite informazioni sulle persone, questo è proibito dagli statuti della banda; la passavo liscia perchè egli mi conosceva da tanto tempo. Si figuri! Mi son sfegatato inutilmente a fargli comprendere che ero sicuro di lei, che ne rispondevo come di me stesso: m'ha ordinato di mettere in chiaro ogni cosa al più presto, se no guai per tutti! Lo vede in quale impiccio mi trovo per causa sua? Ora bisogna rimediare: lei lo sa meglio di me, con quei diavoli lì non si scherza…. se ci avesse a arrivare quel po' di carta scritta, saremmo in un precipizio.

—Carta scritta…. carta scritta…. disse il galantuomo un po' inquieto. Ma insomma mi spiegherete una volta cosa significano tutte queste storie?

—Non ha capito?

—Io no.

—Oh!… ma la cosa è chiara…. il capitano teme…. che lei….

Storse il muso e alzò le sopracciglia, dicendo, che non c'era bisogno d'aggiunger altro.

—Io! esclamò il galantuomo all'atto del campiere. Io!!

Questi scrollò il capo.

Allora il guercio non potè più tenersi: egli che non era arrossito di vergogna per l'infamia che meditava, arrossì all'idea che lo si credesse spia e traditore. Rizzò con una grottesca dignità la sua piccola persona.

—Io! io! E si batteva il petto. Io!… Ma io sono un galantuomo, compare Giorgi, e voi lo sapete, e lo sa tutto il paese, e la provincia e tutta la Sicilia….

—St…. piano; si calmi.

—E anche voi, compare Giorgi, riprese riabbassando la voce, anche voi, dubitate di me!

—Io! che dice mai!

—Non cercate di discolparvi. Dubitare di me! dubitare di me! Oh, quando s'arriva a questo punto, vo far vedere se sono una spia,… un traditore.

—Ma chi le ha detto….

—Andiamo dal capitano! interruppe afferrando bruscamente Giorgio per un braccio. Andiamo dal capitano!… spiegherò ogni cosa, e vedremo! Non avrei aperto bocca per tutto l'oro del mondo avevo giurato all'amico. Ma ora si tratta della mia riputazione, del mio onore, sì, del mio onore, e non transigo. Andiamo dal capitano!

Lassù nella montagna il capitano, che aveva visto venire i due amici, aveva preparato, come suol dirsi, la scena: s'era seduto sur un sasso in una piccola spianata, sotto a un enorme castagno, dalle cui gemme turgide cominciavano a spuntare le prime foglioline d'un colore verde pallido: aveva disposto gli otto compagni, armati sino a' denti, e che tenevano i cavalli per le briglie, a semicerchio, quattro a destra, quattro a sinistra, e col fucile tra le gambe, e con l'aria più mafiosesca che mai, aspettava.

Egli era alto, segaligno, dagli occhi grigi, la cui espressione cupa di smarrimento dava, a prima vista, alla sua faccia lunga, olivastra, col naso leggermente schiacciato, con le labbra sottili e pallide, quell'aria sinistra che rende paurosa la fisonomia d'un pazzo. Vestiva con una certa eleganza; il che era naturale perdio! o che doveva lasciar credere che fosse un marchese da burla! Giacchetta e panciotto di velluto nero, cravatta di seta azzurra con spillone di corallo, calzoni attillati di panno grigio sotto agli stivaloni verniciati: aveva una catenella d'oro, anella d'oro alle dita, in capo un cappello di feltro grigio a falde strette, alto di cocuzzolo, con una bella penna di falco. Ma tutto ciò strillava maledettamente sulla sua persona ordinaria; gli dava l'aria d'un contadino vestito da signore, generava un miscuglio di leggiadro e di rozzo, di grottesco e di feroce, curioso a vedersi. Presentazione del galantuomo, sguardo bieco e penetrante del bandito, cenno reale dello stesso, al quale i compagni obbedirono subito allontanandosi.

—Dunque, voi siete quello che proponeste a compare Giorgi l'affare di
S. Giovanni?

Così il capitano cominciò il suo interrogatorio, fissando don
Castrenze come se volesse leggergli nell'anima.

—A servirla.

—Assicuraste che l'affare è buono.

—A servirla.

—Gli parlaste d'un certo Pietro Serafini di Mezzoiuso, campiere a spasso.

—A servirla.

Il Marchese aggrottò le sopracciglia: quell'«a servirla» cominciava a fargli montar la senapa al naso. Tuttavia si contenne.

—Come va che nessuno sa chi sia costui! Nino D'Amico, che conosce tutto Mezzoiuso, assicura che a Mezzoiuso non ci sono nè Pietri, nè Serafini…..

E di punto in bianco, con orrende bestemmie, e un piglio feroce, aggiunse che avrebbe fatto tutti a pezzi. se non spiegavano come stesse quella faccenda.

Lungo la via il guercio aveva preparato il suo discorso: voleva intrecciar le braccia sul petto, guardar il Capitano ciondolando il capo d'alto in basso, poi dirgli il fatto suo fuor dei denti. O che modo era questo di sospettar della gente! Non ci avrebbe creduto nemmeno se gliel'avesse detto il Papa, per Gesù Cristo! conosciuto com'era da un uomo come compare Giorgi Ciulla, gli pareva che prima di darglisi la taccia di spia e di traditore, si sarebbe dovuto andare un po' più adagino…. Egli era un galantuomo, e lo sapeva il paese, la provincia, la Sicilia tutta…. e piuttosto che macchiarsi d'un infamia simile avrebbe messo il collo sotto la mannaia, etc., etc.

Ma la paura ch'ebbe del volto livido e del brutto sguardo del bandito gli ricacciò in gola quel piccolo squarcio d'eloquenza: invece svesciò subito ogni cosa, come colui che non gli paia l'ora di discolparsi. Sì, Pietro Serafini era un nome d'invenzione: egli aveva creduto regolare mantenere il segreto, per una delicatezza verso il suo amico, che indossava la veste sacerdotale: l'amico stesso gli aveva fatto giurare di non tradirlo. Però ora si trattava della sua riputazione, del suo onore, e non stava a far più tanti complimenti…. Serafini era padre don Giuseppe Rizzotto.

E a un moto di sorpresa che non poterono frenare Ciulla e il Capitano, al sentir pronunziare in una faccenda simile il nome di colui che godeva fama di santo, Don Castrenze, che capì tutt'altro, soggiunse: che se non gli credevano, farebbe abboccare con don Peppino l'amico, travestito da campiere s'intendeva. Per grazia di Dio aveva da far con gente che comprendevano il pudore del prete. Oltre di ciò, venuta l'ora, nè lui ne l'amico si sarebbero mossi dal lato del Capitano che avrebbe potuto farne il suo piacere al minimo indizio di tradimento. C'era che dire?

Non c'era che dire. Tuttavia per un resto di dubbio, o che, il bandito dichiarò che voleva parlare col prete, concedeva che venisse travestito da campiere.

—Padronissimo, rispose il galantuomo.

E il Marchese, dopo averci pensato su un pochino, riprese:

—Domenica sera dunque.

—Dove?

—Nel bosco di Melia…. tra due ore e due ore e mezzo…. e precisamente alle Tre Croci. Conoscete il luogo?

—Sissignore.

—Chi arriva il primo aspetta.

—Bene. E il segno per riconoscerci?

—….Quando due uomini a cavallo, incappottati, vi passeranno vicino, domandate loro:—Amici, è questa la via che conduce a Pietracaduta?

Gli dette commiato con queste parole:

—Badate!… prenderò delle informazioni.

—Oh, ci ho tanto piacere!

Quel giorno stesso il galantuomo, arrivato davanti alla sua casa, smontò, menò il morello nella stalla, portò di sopra le bisacce e il cappotto, e via a trovare il reverendo.

Costui tornava dal dir messa, e stava prendendo il caffè. Ne offerse all'amico, poi gli domandò:

—Che cosa hai fatto?

—Tutto.

—Parlasti con don Peppino?

—Ci parlai.

—Accetta?

—Sì: ma vuole abboccarsi con te.

—E…. ti sei ricordato di non compromettere la mia veste sacerdotale?

—Oh!

—Bene.

—Stasera, a tre ore, il Capitano ci aspetta nel bosco di Melia, alle
Tre Croci.

Allora il prete gli disse che s'era provveduto degli abiti per travestirsi, e gli raccontò come. Glieli aveva prestati Mommo il Vappo, il guardiano delle vigne della Rupe, un po' cugino del suo mezzaiuolo. Gli aveva dato a bere che gli abbisognavano per una certa sua tresca; gli raccomandava anzi il silenzio. Il bietolone s'era messo a ridere: gli era parsa assai buffa la cosa; per questo anzi aveva cercato di scavare come stesse. Ma lui s'era mostrato dispiaciuto di non poterlo contentare, in quel caso, più che in ogni altro, bisognava saper tenere il segreto, tanto più che n'andava l'onore d'una famiglia onesta, e via discorrendo.

Castrenze aveva certi abiti vecchi di suo padre: si sarebbe legato oltre un fazzoletto attraverso un occhio, a causa di quel benedetto strabismo. Ciò per la sera del tiro. Accomodato a quel modo, sfidava tutti gli occhi del mondo a riconoscerlo.

Si separarono dandosi la posta alla Rupe, in sull'avemmaria.

Erano due ore e un quarto quando i due amici, a cavallo e incapottati, entravano nel bosco di Melia, e s'indirizzavano alle Tre Croci, dove l'aspettava don Peppino.

La sera era placida. I raggi della luna, stentando a penetrare il fogliame spesso de' lecci, arabescavano qua e là il suolo erboso, mettevano sotto alla volta di quelle piante secolari un chiarore incerto, nel quale i tronchi neri si rizzavano come strani fantasmi. Nel silenzio s'udiva lo scalpitio delle cavalcature che si arrampicavano per la viottola ciottolosa, di tratto in tratto l'abbaiare sinistro d'una volpe.

Andarono su su per una diecina di minuti. Ma svoltando a sinistra, nell'internarsi in una specie di viale cupo e profondo, all'altro capo del quale si vedeva come un gran buco d'un chiarore pallido, sentirono un fischio che fece loro rizzar la testa vivamente.

—Castrenze…. mormorò il prete.

—Oh, rispose il guercio, fermando il cavallo, e voltandosi.

—L'hai sentito?

—Sì.

—Che diamine vuol essere.

—Umh…. Il Capitano è diffidente, forse avrà sparsi i suoi compagni attorno il luogo dell'appuntamento…. sarà un di essi che l'avverte del nostro arrivo.

—O se invece fossero i soldati?

—Eh, per Gesù Cristo!… i soldati non fischiano.

Ciò detto si rimise in via dando di calcagno al morello; e il prete gli andò dietro borbottando.

Poco dopo venivano in una radura, e si fermavano.

Era un luogo quasi circolare, nella cui parte superiore si vedevano tre mucchi di pietre, su ciascuno de' quali era conficcata una rozza croce di legno. Un'altra via, dirimpetto a quella che avevano percorso i due amici, s'ingolfava più cupa e più profonda.

—Non c'è nessuno, disse il prete sottovoce, dopo avere spinto lo sguardo un po' da per tutto.

—Aspettiamo.

Ma in questa sentirono un fruscio di sterpi smossi, e videro sbucare dalla via dirimpetto, due uomini a cavallo, armati e incapucciati, i quali pareva andassero per i fatti loro.

Padre don Giuseppe si strinse nel cappotto.

—Amici, è questa la via che conduce a Pietracaduta? domandò il galantuomo, quando que' due gli passarono vicino.

—Don Castrenze…. disse quello ch'era avanti.

Era don Peppino. Don Castrenze gli presentò l'amico. Allora smontarono, e stretti in un gruppo, tenendo le bestie a mano, si messero a confabular sottovoce. Don Peppino faceva delle domande al falso Serafini; voleva altri e più precisi schiarimenti sull'affare, voleva aver la certezza che il sacerdote non avesse preso un granchio a secco: si trattava di risicare la libertà, e probabilmente la pelle, intendeva far le cose a occhi aperti: del resto glielo spiattellò chiaro e tondo, non l'avrebbe passata liscia, se l'affare de' danari fosse una favola. Ma il falso Serafini protestava, portava la mano al petto in segno di giuramento; dimenticando il personaggio che rappresentava, stava per aggiungere: «sul mio ordine sacro» Fortuna che si contenne in tempo! Però al Capitano non restò più alcun dubbio, e quell'istessa sera volle visitare il paese, per fare il suo disegno d'attacco, diceva lui.

—Fece un fischio, poi ordinò si montasse a cavallo, e via pel bosco.

Giunsero a S. Giovanni quando all'orologio della parrocchia sonava mezzanotte: i rintocchi lenti e malinconici del «ntin-ntan» si perdevano per la campagna tutta verde, silenziosa nel chiarore del plenilunio. Giù, a' piedi del monte, il paesetto dormiva, costeggiato dallo stradale, dominato dalla villa, i cristalli delle cui imposte scintillavano. A destra della villa biancicava un'erta a mandorli tutti fioriti, che spandevano attorno un odore delicatissimo.

Il galantuomo e compare Nino restarono in cima alla costa a tenere i cavalli, il capobandito e il sacerdote scesero a piedi alla volta di S. Giovanni. Lo girarono, poi l'attraversarono per lungo e per largo. Don Peppino s'era levato di tasca una specie di grosso taccuino, sur un foglio del quale tracciava linee e linee con un mozzicone di lapis: egli si dava una grand'aria d'importanza dinanzi allo strano cicerone che badava a dir sottovoce, via via che ci arrivavano: questa è l'entrata di S. Saverio, la principale del paese…. questa è l'entrata di S. Brigida…. E intanto salivano e scendevano secondo gli accidenti del terreno, e passavano davanti a una sfilata di casipole a uscio e tetto o a un piano, con finestrini che parevano tanti piccoli buchi quadrati: fra quelle casipole s'aprivano vicoli e vicoletti sucidi che mandavano zaffate di puzzo appestante. Dei cagnacci si levavano di tratto in tratto di vicino agli usci, latrando; qualche asino, svegliato, ragliava dentro la stalla. E lo strano cicerone seguitava sottovoce: questa è l'entrata delle Grotte, o la via della Piazza, o la via del Monastero. E il Capitano tracciava linee e scriveva. Ora passavano davanti a case di miglior aspetto; erano a due piani, coi terrazzini; qualcuna con finestre verdi, su' cui oggetti erano allineati de' vasi di fiori.

—Questa è la caserma dei carabinieri, disse il reverendo: e si fermò all'imboccatura del vicolo, preso a un tratto dal restìo.

Il fabbricato sorgeva immediatamente fuori del paese, e stendeva la sua ombra sur una piccola spianata selciata con ciottoli: era un vecchio monastero in rovina, con le sue inferriate inginocchiate, e il portone a angolo acuto.

Il Capitano lo girò e rigirò, fermandosi di tratto in tratto a guardarlo attentamente, come se dovesse comprarlo. Era una sua bravazzata.

—Non ha che una sola uscita? domandò poi al falso Serafini.

—Due, rispose questi. C'è pure quella della chiesa, nella quale si può penetrare per il coretto.

—M'avete detto che per solito non ci sono che tre carabinieri, un vice brigadiere, e un brigadiere…

—Sì.

—Ne siete sicuro?

—Sicurissimo…. Però può darsi il caso che da una sera all'altra capiti qualche pattuglia da Cammarata, e ci resti.

—Bene starete all'erta; nel caso dei casi il vostro amico sa da chi farci avvertire. E ora andiamocene….Sarebbe inutile visitare i dintorni della villa i picciotti, quando sarà l'ora, ce li condurrete voi e il vostro amico: io avrò troppo da fare qui.

E fini con un sorriso mafiosesco.

—Resta a fissare il giorno, disse il reverendo incamminandosi.

Il bandito stette a pensarci su.

—Non può essere prima del ventinove di marzo, disse infine.

—Il ventinove di marzo! Ancora altri dieci giorni!…Badate, in simili faccende non si perde tempo.

—Lo so; ma non c'è che fare.

—Vediamo….

—È impossibile. Della gente ce ne vuole…. devo avvertire i picciotti…. far certi preparativi….

Ma l'omaccione insisteva: era impaziente: con un po' di buona volontà non c'era bisogno poi di tanto tempo per riunire gli amici, al Capitano certo non sarebbero mancati i mezzi. Le cose lunghe diventan serpi…. un caso qualunque poteva far scoprire tutto, ci pensasse. Oltre di che se si presentasse una buona occasione, il vecchio potrebbe impiegare il danaro, e lasciar tutti con un palmo di naso….

Allora l'altro l'interruppe. A lui la cosa premeva più che a ogn'altro, figurarsi! ma bisognava essere ragionevoli: non si poteva riunire i picciotti in meno d'otto giorni…. e poi, o che s'assaltava un paese al lume di luna?

Questa ragione, più d'ogni altra, calmò gli ardori troppo evangelici del reverendo: egli si persuase. Il ventinove di marzo dunque. Il capitano manderebbe un suo fidato a Pietracaduta, Ciulla penserebbe a far avvisare don Castrenze: l'importante era stabilire il luogo dove riunirsi la sera, prima di dar l'assalto. E scelsero la così detta Tribunella, una cappellina poco più su dallo stradale, a mezzo miglio del paese, che alcuni fedeli avevano eretta alla Madonna Addolorata. Intanto salivan la costa di buon passo. Don Peppino ruminava il disegno d'attacco: non poteva nascondere a sè stesso la difficoltà dell'impresa, e per il contorno irregolare del paese, e per la vicinanza di Cammarata, e per la posizione della caserma dei carabinieri: tuttavia di dar addietro non ci pensava nemmen per sogno: s'affidava alla sua vecchia esperienza, all'arditezza de' compagni, s'affidava alla fortuna che l'aveva sempre aiutato nei pericoli.

Il reverendo lo seguiva sbuffando; il colosso sudava sotto al cappotto, mentre un pensieraccio, sortogli in mente nel volger gli occhi alla villa, gli faceva scorrere dei brividi di piacere per il corpo; finalmente si sarebbe presentata quell'altra occasione che aspettava da tanto tempo…. voleva prender due piccioni a una fava: Lola, quella bella fanciulla che s'era mostrata così sdegnosa con lui, egli l'avrebbe in mano, e in quella confusione…. La vedeva nel letto verginale…. dibattersi nella sua stretta…. sentiva palpitare sotto alle sue, quelle tenere carni…. E agitato da una viva impazienza, gli sapeva mill'anni, imprecava alla luna che, giusto in que' giorni, doveva venire, con quella faccia da mascherone, a rompergli le uova nel paniere!

Un quarto d'ora dopo i due compaesani l'uno accanto all'altro, tirandosi dietro le cavalcature, il prete ragguagliando di tutto don Castrenze, s'allontanavano giù per la discesa verso la Rupe, i banditi a cavallo, e per la via dond'erano venuti.

Il capo aveva ripreso a ruminare il suo disegno di attacco, e lo veniva perfezionando: bisognava occupare tutte le cantonate delle strade principali, circondar la caserma de' carabinieri…. quel posto lo riserbava per sè e alcuni dei più arditi: bisognava atterrir gli abitanti con urli e schioppettate, alla minima voce, al minimo rumore che partisse dalla villa…. Ed enumerava gli uomini su' quali poteva contare: quei di Prizzi, que' di Mezzoiuso, que' di Lercara, que' di Burgio…. Valvo co' suoi: stabiliva la maniera come avvertir tutti il più presto possibile.

Intanto, un'altr'ordine di pensieri travagliava la mente del confidente, e gli mandava in tanto veleno il tacchino di cui quel giorno s'era inzeppato nella masseria di Melia.

—Assaltare un paese!… assaltare un paese!… ripeteva tra di sè dimenando il capo sotto al cappuccio. Assaltare un paese!…

Gli parevano tutti pazzi, non poteva darsene pace: e spinto dalla tremerella che aveva addosso al solo pensarci, diceva una fitta d'ingiurie a sè stesso. Era un porco, uno schifoso, una carogna, la cosa più bassa e vile del mondo! Gli stava bene…. gli stava bene! S'era voluto buttare alla campagna, come se la vita del bandito fosse seminata di rose!… Se si presentava dopo quel maledetto furto (che gli fossero cadute le mani!) il più che poteva incogliergli era una condanna di due o tre anni: puh! la gran cosa! meglio ora che c'era tutto il verso di morire com'un cane, con una schioppettata? Brr, gli venivano i bordoni solo a pensarci.

Prese una positura più comoda sulla sella, si strinse di più nel cappotto, e dopo un poco riprese il filo delle sue idee. Ma poi santissimo diavolo, glielo lasciassero dire, gente che si senton uomini davvero dovevano accettare una proposta simile? cose, cose da stordire! S'affrontavano i pericoli, non c'era che dire, ma gettarsi in bocca al lupo!… cercare di farsi tagliare a pezzi da una popolazione spalleggiata da carabinieri, soldati, militi e sbirri del municipio!… Oh, questa no, non poteva mandarla giù…. E poi, chi lo diceva che non ci fosse sotto un tranello?… Basta a rischio, di farsi dare del minchione, egli voleva dir la sua.

Spronò la cavalla, e andò a mettersi accanto al Capitano.

—Do do do do don Peppino.

—Che che che che vuoi, riprese il Marchese contraffacendolo.

—Pe pe per….memettete che che…. dica uuuuuna parola?

—Parla.

—I…. i…. du due san… gio….vannesi mi mi mi pa….paiono du du due i i intriganti…. io no no non…. credo che sa sa sarete…. ta ta tanto pazzo da fi fidarvi di di di di lo….ro, da da….d'accecce….ttare uuna prooo….posta da da gente che che co co….noscete poco, fa fa fatta forse pe pe per….

—I consigli tienli per te quando non ti si chiedono, imbecille!

—E una! disse tra di sè compare Nino tutto mortificato: pazienza.
Fermò la cavalla e si rimesse dietro.

—Non vogliono consigli? non gliene darò dei consigli…. se n'accorgeranno quando si troveranno nel ballo, e non ci sarà più rimedio…. allora diranno: ce l'aveva predicato D'Amico, o perchè non volemmo dargli retta? Quello è uomo che ha naso e giudizio!… Facciamo pure: per parte mia, mi tagliassero anche a pezzi, non dirò più una parola…. Ma giusto in quella, il lamento lugubre d'un gufo fece rimescolar tutto compare Nino: si segnò col pollice sulla fronte, giù pel naso sulla bocca, e sul petto: Mamma mia! quello era un canto di cattivo augurio. E in un baleno gli ritornò in mente quel che aveva inteso raccontare essere occorso al tale o al tal altro, per aver sentito quel canto; e s'esaltò e s'impaurì talmente, che, malgrado il proponimento fatto, e il timore che aveva del capo bandito, non potè più tenersi. Spronò la cavalla e tornò a mettersi accanto a lui.

—Do do don Pappino, disse con la bocca piccina.

—Che vuoi?

—A a a avete se sentito quel la la….mento?

Il Capitano trasalì: l'aveva sentito anche lui, e gli aveva fatto molto senso.

—L'ho sentito, rispose affettando quella tranquillità che non aveva.

—È è è i i il ca canto de de del gu gu gu gufo.

—E?…

—A….a….a….apporta disgrazia.

Gli occhi del bandito mandarono un lampo: si voltò; con un gesto violento allontanò da sè un lato del cappotto, e disse fra denti stretti:

—L'apporti tu la disgrazia, ceffo di sagrestano, e jettatore!… e se seguiti a rompermi i corbelli…. sangue…. il gufo avrà cantato per te. Riprovati ora!

—E due, disse tra di sè compare Nino, che, a quel rabbuffo mise davvero la coda tra le gambe, fermò la cavalla e tornò dietro. Questa volta vi restò, fattosi piccin piccino dentro il cappotto, non osando nemmen di fiatare, tanta era la paura che incuteva il capobandito a' suoi compagni, quando si degnava di montare in collera.

Ma l'effetto era fatto; una misteriosa inquietudine s'era impadronita di costui.

Il canto di quel gufo era davvero di cattivo augurio: gli avesse a incogliere qualche disgrazia? E gli si presentò dinanzi agli occhi la morte, col suo sinistro riso di scheletro; vide dietro di lei il buio dell'ignoto…. parvegli di sentir grida e gemiti, e fu preso dal terrore: sbattè le palpebre, come per far sparire quella tetra visione, mentre l'anima sua si rimpiccioliva, si rannicchiava basita nel fondo più riposto del suo corpo. C'era un Dio, l'aveva inteso dire: ogni scellerato (ed egli in quel momento riconosceva d'esserlo) doveva render conto delle proprie azioni a Lui, Giudice severo e inesorabile…. Aveva pur sentito parlare d'inferno, di pene eterne, nel fuoco eterno, tra gli eterni gemiti dei dannati…. E il bandito feroce, impasto di iena e di leone; lo strano innestatore che era venuto ad applicar le mazze del brigantaggio calabrese alla pianta incespugliata e rachitica del brigantaggio siciliano; l'uomo alla cui scuola dovevano perfezionarsi Umberto Riggio e Biagio Valvo, i quali a loro volta dovevano formare capi feroci quali De Pasquale, Leone, Rinaldi, Rocca, Capraro, Sajeva, Plaja ed Alfano, si frugò con mano febbrile nel petto, ne tirò fuori l'abitino della Madonna con un sacchetto gonfio di vari santi, e lo portò alle labbra fervorosamente. Allora tentò di scusarsi, d'attenuare la gravità de' suoi delitti, cercando nella sua vita passata, accusando il destino, mentre andava al passo irrequieto e nervoso della Bordellina che rodeva la briglia e drizzava l'orecchie a ogni ombra, a ogni leggero rumore.

A' suoi occhi si presentava un primo quadro: suo padre e sua madre, onesti contadini, nella loro casipola di Lungro di Cosenza, che dicevano il rosario, seduti attorno al focolare dove bolliva la minestra di patate: la morte l'aveva spazzati col suo soffio gelato, quasi tutt'e due a una volta, sicchè era restato orfano a dodici anni appena, sotto la tutela d'un suo zio, guardiano nella Sila dell'Acquafridda. Egli la vedeva la sua Sila, quell'immensa foresta di querci e di pini secolari, tetra, solitaria, e fredda, di cui conosceva i più cupi recessi, dove tendeva tagliole a ogni sorta di bestie selvatiche. Egli lo vedeva quel suo zio, un vecchio lupo che aveva perduto il pelo ma non il vizio, e aveva contribuito a spingerlo nella via delle scelleratezze, raccontandogli la vita dei banditi celebri, levandone le azioni alle stelle. Non lo poteva dimenticare; erano lunghe storie di sangue, di stupri, di rapine, che avevano lasciato un solco rovente nell'anima sua, l'avevano gettato in preda a fantasticherie selvagge, a cocenti brame d'emulazione. Sicchè qual meraviglia se a sedici anni servisse già di spia e da provveditore di viveri ai briganti, avesse la sguardo bieco, il lampo sinistro degli occhi d'un vero masnadiere? E il vecchio se ne compiaceva; e guardandolo, esclamava allegramente: Mannaia alla madonna, non par vero! non ne ha nulla di quell'imbecille di suo padre che, con la sua probità, non riuscì ad altro che a crepar sulla paglia: parrebbe piuttosto figlio mio, parrebbe! E nei momenti di maggior buon umore, soleva dire, con un riso sgangherato che gli faceva il volto pavonazzo, e mostrava due file di denti piccoli e aguzzi fra' peli della barbona ispida e grigia, che doveva esser certo sonnambulo, e qualche notte durante il raccolto, nell'assenza del cugino, s'era dovuto cacciare, senza volerlo, nel letto della cugina, mannaia alla madonna!

Che colpa ci aveva lui dunque, se lo si era educato a quel modo? Chi gli aveva tolto il padre e la madre? Oh, era ben disgraziato, ecco! e a volere che la legge fosse giusta, bisognerebbe che l'istesso capestro stringesse il collo del delinquente, e quello di colui che l'ha tirato su per le forche!

Ma ad interrompere quelle sue considerazioni, si presentavano altre figure: sua moglie Rachele…. la sua bimba…. Oh, la sua bimba! la sua bimba! La vedeva rosea e ricciutella, andar per la casa barcolloni, o a carezzarlo con le sue piccole manine quando la prendeva in braccio, e la mangiava dai baci; la vedeva stringere i pugnetti e i pochi dentini quando le diceva; fai le rabbie…. E aveva dovuto abbandonarla appena slattata! Maledetto il giorno che scrisse quella malaugurata lettera minatoria al barone di Firmo, si fosse aperta la terra ad inghiottirlo!

E a quel dolce ricordo delle gioie della famiglia gli batteva il cuore, lo tormentava il pensiero che non le avrebbe potuto godere mai più. Ma il quadro cambiava bruscamente: fuggiva, sapendosi cercato dai carabinieri…. entrava nella banda Bellucci…. era preso in una casipola nelle vicinanze di Scigliano…. ammanettato, sedeva sul banco dei rei, davanti alla Corte di Cosenza. Rabbrividiva: in un fondo nero apparivano tre ombre insanguinate ad accusarlo: lo guardavano bieche….. egli le riconosceva, erano il sindaco di Saracisa…. il signor De Giovanni di S. Donato…. Rafaele il povero mulattiere. Chiuse gli occhi per non vederli, e fu peggio: essi stavano lì nel fondo nero, inesorabili, scrollando i teschi d'alto in basso quasi per dire, lo vedi come ci ha ridotto?

Allora, per sottrarsi a quella terribile visione, evocò altri ricordi. Rivide l'isola di S. Stefano, le figure più spiccate de' compagni d'ergastolo, e tra quelle, in un gruppo a parte, schivi d'insozzarsi al contatto di que' miserabili con cui l'accumunava indegnamente il governo borbonico, i detenuti politici Silvio Spaventa, Luigi Settembrini, Gennarino Placo…. Era stato Gennarino Placo, che, scorgendo forse in lui un cuore non corrotto del tutto, l'aveva preso a benvolere, ne aveva voluto conoscere le vicende, gli aveva parlato di morale, d'onestà, di riabilitazione ad una vita nuova col pentimento del passato, gli aveva insinuato mille buone massime, gli aveva insegnato a leggere e scrivere. Oh, perchè gli aveva insegnato a leggere e scrivere! Anche qui egli ci vedeva la mano del Destino trasportato insieme ad altri nell'ergastolo di Palermo vuoto per la rivoluzione del sessanta, perchè sapeva leggere e scrivere messo a capo de' ranceri i quali andavano a far la spesa accompagnati da un custode, aveva avuto l'agio di poter prendere il volo, un giorno che questi, invece di tenere gli occhi addosso a' galeotti com'era suo dovere, s'era messo a guardar dietro a una bella donnetta, che, con le sottane raccolte sgambettava per la strada, e mostrava le calze.

Qui si rasserenò un poco. Aveva due vie aperte dinanzi a sè, quella del delitto, e quella del lavoro: ma quattro lunghi anni di galera gli erano stati di terribile esempio; ma le massime del maestro di S. Stefano avevano lasciato un'impronta benefica nell'anima sua: era rientrato in sè stesso. Aveva vissuto nel piccolo mondo della sua foresta, separato completamente dall'altro, ignaro delle leggi, e, in certo modo, delle consuetudini di essa, non respirando che vita brigantesca, non sentendo levare al cielo che briganti, non sentendo ricordare che fatti di sangue; s'era persuaso dunque che fosse quella la vera vita col diritto della libertà, della volontà, della forza. Ma senza nemmeno pensarci (il suo maestro glielo aveva dimostrato) egli aveva conculcato la prima pel trionfo delle altre due; aveva stuprato, aveva rubato, aveva assassinato…. egli, l'amante feroce di quella libertà, l'aveva calpestata! E non aveva il diritto, di far tutto ciò! aveva visto altri uomini ad arrestarlo, altri uomini a condannarlo, altri ad approvare quella condanna, a biasimare quel che suo zio gli aveva raccontato ammirando!… anche qualcuno dei suoi compagni di sventura aveva sentito a parlare di rassegnazione, di giustizia…. Non era forse Iddio che lo aveva fatto incontrare col maestro di S. Stefano, gli aveva dato l'agio di fuggire, perchè mutasse vita?

Allora aveva scelto la via del lavoro, e vi si era incamminato pieno di gioia e d'ardore. Aveva inventato un romanzo: s'era dato per un tal Giuseppe Del Santo da Bergamo, un garibaldino che aveva versato il sangue per la patria, dopo d'averle sacrificato un posto di segretario, che occupava in casa di un ricco signore di Padova: aveva parlato di sciagure domestiche, di persecuzioni, ed era riuscito a gettar la polvere negli occhi di tutti. Ed eccotelo cambiato in maestro, e insegnare l'abbiccì a' contadinotti delle borgate di Nicoricchia, dell'Uditore e Trabucco; e nelle ore libere, scriver lettere e far di conti. Era retribuito scarsamente, è vero; certe volte doveva contentarsi d'un piatto di maccheroni…. ma s'era attaccato con ardore all'idea di mutar vita, e avrebbe sofferto la fame e peggio. «Il pane tanto più è saporito, e onorato, quanto più è bagnato dal sudore della fronte di colui che lo mangia.» E questa sacra massima lo confortava, ricordandogli l'uomo grande che aveva fatta la luce nelle tenebre dell'anima sua.

Viveva tranquillo come se quella vita dovesse durar sempre, quando un punto nero apparve in quell'orizzonte sereno. Nel marzo del 1862, risaputo che il fittaiuolo dell'ex feudo Scale; vicino Piana dei Greci, cercava uno che sapesse far di conti, era andato alla masseria, aveva parlato con costui, avevano stabilite le condizioni. Però non era potuto star là che una quindicina di giorni, non andando d'accordo col fattore Alegna, un mafioso che lo metteva con le spalle al muro. Egli era uomo da farlo stare a dovere; ma aveva risoluto d'evitare che un qualche guaio lo ricacciasse nell'antica via. Era tornato a Nicoricchia. Ma quindici giorni di lontananza (è così fatta la natura umana) erano bastati a far sbollire l'entusiasmo destato in que' borghigiani dal garibaldino, il quale aveva versato il sangue per la patria, dopo averle sacrificato un posto di segretario, che occupava in casa d'un ricco signore di Padova, e l'istesso piatto di maccheroni non c'era tutti i giorni.

A quel ricordo, anche ora, benchè sotto l'incubo della paura della morte, e del redde razionem, il bandito sentiva accendersi il sangue, e un pensiero s'agitava in confuso nella sua mente: caso mai quel Megna gli capitasse tra le mani…. oh, gliela farebbe pagar cara!

Riprese il filo delle sue idee. Un bel giorno, durante il passo delle quaglie, era venuto a Nicoricchia il figlio del commendatore Pallanza. Egli l'aveva risaputo, s'era fatto presentare al giovine da un giardiniere suo amico, gli aveva raccontato il solito romanzo, lo aveva ammaliato come aveva ammaliato gli altri, e lo aveva pregato di fargli avere un posto, tanto da poter vivere, o a Palermo, o in qualche feudo. Il giovine aveva promesso d'aiutarlo. Difatti, un mese dopo, gli faceva arrivare una lettera per il signor Lo Cicero, fittaiuolo di Marcatobianco.

Così il destino l'aveva condotto bel bello nei luoghi (covo di ladroni) che dovevano esser teatro dei suoi nuovi e più sanguinosi delitti! A che era valso l'aver sofferto la fame pur di perseverare nella buona via? Aveva cercato d'allogarsi alle Scale, e s'era imbattuto in Megna; sarebbe potuto restare a Nicoricchia, e s'era imbattuto in Pallanza. A Marcatobianco doveva imbattersi in Micca!

Micca era bella; sì…. egli si sentiva trascinato verso di lei; sì…. s'era mostrato galante, troppo insistente; sì…. ma non era vero che avesse tentato di violarla! Un giorno di luglio essa s'era addormentata tra' covoni, in un campo mietuto: egli, che cavalcava da quelle parti, sonnecchiando al sole che cadeva cocente e terribile sulla campagna, non s'era accorto di lei se non quando il suo cavallo aveva fatto uno scarto. Essa si svegliava in sussulto, supponeva quel che non era, balzava in piedi spaventata, e correva d'un fiato alla masseria. L'indomani sconciava, e moriva. Che colpa ci aveva avuto lui?… Il marito gli era nemico; egli l'aveva soppiantato; s'era valso di quella disgrazia per perderlo nell'animo dei padroni. Era stato chiamato in Alia, e licenziato.

La luna tramontava: sotto a' suoi raggi obliqui la campagna prendeva un aspetto livido di mostro spirante.

Il bandito scrollava mestamente il capo sotto al cappuccio: si ricordava ch'era uscito dal paese assai sconfortato…. pensava, con una certa amarezza, che aveva servito il signor Lo Cicero bene, e onestamente…. Gli erano state affidate delle grosse somme, per andare a pagar la fondiaria o la ricchezza mobile; non aveva avuta mai la tentazione d'appropriarsele e non farsi più vedere: e l'avrebbe potuto far facilmente…. Basta, solo in mezzo a sterminati campi di stoppie e di favuli flagellati dal sole, senza cavallo, senza sapere dove battersi il capo, aveva veduto il precipizio all'orlo del quale si trovava, e questa volta l'aveva misurato con occhio indifferente. Passavano giusto certi mulattieri, era montato in dosso a una loro mula, deciso d'andare a Termini. Però vicino a Raciura, preso a un tratto da una di quelle strane sensazioni che certe volte soglion essere foriere dei gravi avvenimenti della vita, cambiava idea, smontava, e s'internava nel bosco.

Perchè?

Là, in un pagliaio di pecorai, doveva imbattersi in que' banditi che aveva conosciuto durante la sua dimora a Marcatobianco, per raccontar loro quel che gli era successo; cavalcare un par di mesi con essi; dar prove non dubbie del suo coraggio in uno scontro improvviso, allo svolto d'una via, con soldati e militi; cedere alle preghiere, e accettare il comando della banda….

Si rivedeva a Malfarina, sur un poggio a cavaliere di due valli, dopo aver letti gli statuti della nuova associazione, tra i compagni pieni d'entusiamo, i quali, agitando i berretti in aria con un urrà formidabile, guardavano in qua e in là dove scorgessero paesi, quasi in atto di sfida alla società che si preparavano ad attaccare.

Da quel giorno aveva affogato i rimorsi nel sangue: non del tutto però, poichè, come si vede, di tempo in tempo ritornavano a galla.

Albeggiava. A destra, da una masseria in costa, si elevava un pennacchio di fumo; abbaiavano i cani, le pecore belavano nelle mandrie; un branco di mulacchie si svegliavano stridendo nel bosco; cominciava il concerto delle calandre ne' seminati ondeggianti al soffio d'un venterello fresco…. La natura si ridestava allegra e rugiadosa in quella bella mattinata di marzo, sotto alla volta celeste d'un cielo senza una nuvola.

Il Marchese fece bocca da ridere: l'apparire del giorno, i rumori della vita, l'avevano rinfrancato, avevano scacciato le nebbie de' suoi tristi pensieri. O dove l'aveva la testa per aver ruminato tutte quelle sciocchezze! il canto d'un uccellaccio, le paure d'una carogna, l'avevano colpito al punto….

Finì il pensiero con un sogghigno. Voleva farne di più d'ora in avanti, per punirsi di quella debolezza da femminuccia…. Dio? che Dio! Inferno? che inferno! Il vero inferno era la _vicaria_¹, e sinchè aveva in mano la carabina, non ce lo caccerebbero certo! Alla masseria per Cristo! lì l'aspettavano i compagni: manderebbe Mamala ad avvertire que' di Mezzoiuso, D'Aquila que' di Prizzi, Di Marco que' di Lercara, egli e Savona andrebbero a Granza, a trovar Valvo…. L'assalto di S. Giovanni farebbe epoca. E col cuore allargato da una gioia feroce, diede un par di spronate alla Bordellina, che, a quest'attacco repentino, s'impennò, saltò un ruscello, e via per la costa come una saetta.

¹ Vicaria, carcere principale di Palermo, onde vicaria per carcere in generale.

—Ma ma….maria san….santissima! ha iiil di di diavolo iin corpo!… barbugliò compare Nino, mentre tirava a due mani le briglie della sua cavalla, che, al partire dell'altra, s'era messa a far salti. E gli andò dietro alla meglio.