V.

Giovanni si svegliò al canto del gallo: aveva dormito poco e male. Vicino alla cugina le ore erano passate così celeri, aveva provato sensazioni così dolci, che gli pareva mill'anni di rivederla, e riprovarle. E poi quella mattina si sentiva tutt'altro ardire: via la dichiarazione che ruminava da tanto tempo, e che di vacanze in vacanze aveva rimesso a più propizia occasione, l'avrebbe fatta finalmente! bisognava approfittare di quelle buone disposizioni. Era che gli aveva cagionato de' batticuori violenti davvero al povero innamorato quel momento definitivo! benchè si fosse sforzato a persuadersi che il suo amore era ben accetto, che un fiasco non l'avrebbe fatto di certo. Ma tutto stava nel cominciare: tanto è vero che il peggio passo è quello dell'uscio; dato il quale si sentiva in cuore di poter dire tanto da farne volumi addirittura, senza che quel fiume di parole venisse a decrescere, quella sorgente viva di tenerezza che lo alimenterebbe, a disseccarsi.

Guardò alle imposte: appena un barlume trapelava dalle commessure: però il letto gli pareva seminato di spine; balzò a sedere, si vestì, e s'affacciò al terrazzino.

L'oriente si tingeva dell'incarnato e dell'arancio dell'aurora: era un cantuccio di luminosa accensione nel cielo limpido, d'un azzurro argentato, sotto alla cui volta si disegnavano netti, tutti in giro, i contorni bruni dei monti. Per la campagna fresca, luccicante dalla guazza, esalante acri profumi di stoppie umide nelle quali dormivano la masse nere dei boschetti, e de' gruppi d'alberi, e le casette biancicanti tra 'l verde delle vigne come macchie di calce intrisa, una pace, una tranquillità senz'un soffio: nella valle, e sul paesetto si stendeva una nebbia bassa che aveva l'aria d'un gran lago grigio dal quale il campanile emergesse come uno scoglio solitario.

Lei era là, dietro all'imposte serrate ermeticamente di quell'ultima finestra, e dormiva nel suo letto verginale…. forse sognava di lui. Quale incanto nel rappresentarsi quella figura di vergine addormentata, quanti pensieri a quel pensiero e che dolce rimescolio!

Ma le allodole trillavano, si svegliavano le passere accovacciolate ne' tetti, fu il segnale del concerto al quale presero parte tutti i volatili. La vetta brulla di S. Caloggero si tinse di porpora, a oriente apparve l'orlo d'una palla dorata, la luce irruppe giù per le spalle dei monti, salutata dai tocchi a festa delle campana della parrocchia. Poi, scendendo sempre più, mise de' riflessi d'oro nel lago grigio delle nebbie, le quali si squarciarono, si divisero in gruppi, si sollevarono e batterono quasi in ritirata, indugiando per le gole, dinanzi alla gloria invadente di quel bel sole d'agosto.

La porta della stalla girò sui cardini, sulla soglia comparve la figura scamiciata e grottesca dello stalliere. Egli si ritirò; aprì la bocca a uno sbadiglio sghangherato, poi rientrò lentamente. Nelle stanze si sentivano rumori di passi, d'imposte che si aprivano: la casa si svegliava.

Giovanni dette un ultimo sguardo alla finestra della cugina, e rientrò. Si lavò, si lisciò con la massima cura, poi andò fuori a sedersi sotto al pergolato, dove se ne stette un'ora buona a scrivere con una bacchetta il nome della fanciulla sulla sabbia del vialetto, e a scancellarlo subito dopo averlo scritto. Ritornando la trovò nella spianata.

—Dove sei stato che non t'ho visto?

—Sotto al pergolato.

—Che bella giornata!

—È un incanto. E tu dove vai?

Accennò con gli occhi a un paniere pieno di mondiglia di grano ch'aveva infilato nel braccio, e rispose:—A dar da mangiare alle galline ed ai piccioni.

S'era alzata allora: aveva in dosso un vestito da mattina di mussolina celeste; un fazzoletto di seta dell'istesso colore, annodato sotto il mento, inquadrava graziosamente il suo visino con i capelli un po' arruffati sulla fronte e gli occhi ancora gonfi dal sonno.

Puri, puri, pì, pì, pì. E a questa specie di billi billi siciliano, calò dai tetti un nugolo di piccioni, accorse dalle stalle, dal pollaio di tra gli alberi sotto la spianata, gran quantità di pollami: galli altissimi di un bel rosso dorato, con grosse creste rosse; chiocce con pulcini nati di fresco; pulcini già grandicelli, spennacchiati, con la malagrazia di fanciulli a sette o otto anni, pollastre linde, lucide, con l'andatura spigliata di giovinette; vecchie galline, favorite dalla testa pelata, per le spesse carezze dei pennuti sultani…. tutt'attorno a Lola il suolo ne brulicava alla lettera. Lei, con un'espressione di piacere infantile nel viso, alzando in aria il paniere curvo da un lato, ne faceva cadere il grano; e movendosi lentamente, lo veniva gettando a strisce a zig zag.

Puri, puri, pì, pì, pì. Ed era un pigiarsi vorace, un rumore sordo di becchi che battevano il suolo, tramezzato da qualche schiamazzo, da salti e beccate con le penne del collo arruffate nel contrastarsi il becchime, dal pigolio dei pulcini e dal chiocciar delle chiocce, dal tubar dietro la compagna di qualche piccione, che, da vero innammorato, preferiva al cibo la galanteria.

Giovanni guardava quel quadro con un nuovo incanto: sentiva nascersi un coraggio da leone. Questa volta…. ma via, n'aveva fatti abbastanza, si sarebbe visto alla prima occasione.

—Saliamo? domandò la giovinetta. E salirono sopra.

Per le scale erano soli: Giovanni sentì battersi il cuore…. fu per parlare…. ma pensò che non era quello il momento. Per le scale!… e poi, poteva sopravvenire qualcuno…. Egli sentiva che gli avessero troncato le parole in bocca, non l'avrebbe fatta più quella benedetta dichiarazione!

Vennero nell'anticamera. Sulla lunga tavola, attorno a un piatto colmo di biscotti, eran disposte delle ciotole, e due bottiglie col latte. Lola scese in cucina, e poco dopo ritornò col caffè caldo: presero il caffè e latte. Anche questa sarebbe stata una buona occasione…. eran soli…. Ma via! non era nemmen da pensarci! Come si poteva fare una dichiarazione con una ciotola in una mano e un biscotto nell'altra? Bisognava esser pazzi, o sciocchi affatto. Dove diamine l'aveva la testa!

Qui non c'era a ridire.

Ma la fanciulla lo condusse a vedere i canarini, nella gabbia appesa a un chiodo nel muro della terrazza: disse un mondo di cose sul come l'aveva allevati, sul come li governava, sul bene che loro voleva.

—Quanto sono carini! Queste sole parole egli potè trovare restando a guardarli come il villano alla fiera il saltimbanco che dia nella gran cassa, sulla soglia della baracca.

Ma al passeggio don Alessio, per mostrare a donna Costanza il rigoglio di certi piantoni di peri che aveva fatto mettere in quella primavera, li lasciò soli. Lei andava lentamente, con lo scialle rosso piegato sul braccio, guardando il cielo acceso dagli ultimi raggi del tramonto; e dal suo bel viso traspariva la dolcezza dei pensieri che l'agitavano.

Egli cominciò a parlare dell'incanto della campagna, de' piaceri che vi si gustavano…. e quel discorso, girato e rigirato con una tenacità degna di miglior risultato, non potè riuscire dov'egli voleva tirarlo. Via, questa volta non c'era nessuna scusa; bisognava confessare che quella sua timidezza era spinta al ridicolo; era ingrullito per certo. Non seppe darsene pace, ne provò un'umiliazione profonda. Ma che farci? era quella la sua natura, certe ritrosie dell'anima non si spiegano. Pensò di scriverle.

Ma eccoti lì delle nuove esitazioni che pareva l'aspettassero al varco. Darebbe la lettera a lei? gliela metterebbe nel cestino? e se la zia Costanza andasse a frugarvi dentro, e la trovasse? Darla e lei dunque…. Ma come? con che scusa? Ah, la cosa non era così facile come aveva creduto sulle prime!

E s'era deciso a ritornare al vecchio progetto, vo' dire a quello d'una dichiarazione a voce, quand'una sera lei lo trasse in disparte in fondo alla terrazza, e, con gran mistero, gli domandò se sapesse far dolci.

Il giovane cascò dalle nuvole!

—Dolci?… no, non ne so fare, rispose.

—Non ne hai visti fare nemmeno?

—Nemmeno.

—Oh!… E la fanciulla mise un sospiro.

—Ma perchè mi fai….

—Mi pare che la nonna ne soleva fare.

—Sì.

—E non t'è venuta mai la curiosità di salire in cucina in quell'occasione…. di domandarne almeno la ricetta!

—No, non me ne sono curato. Ma….

—Hai fatto male, disse lei gravemente: un giovine deve saper fare un po' di tutto.

—Ma perchè mi fai codeste domande insomma?

—Sai, domani è il compleanno del babbo…. volevo fargli una sorpresa…. Avremmo fatto un dolce noi due in segreto, e Lisabetta l'avrebbe presentato a tavola, dopo aver finto prima di passare la frutta…. Capisci ora?

Il giovane capiva pur troppo! capiva che sarebbe stata una bell'occasione quella per far la sua dichiarazione, e gli sfuggiva per non saper far dolci! Non essergli venuta mai la voglia d'imparare a farne! Aveva ragione la cugina, un giovane deve saper fare un po' di tutto. Però non si dette per vinto così presto.

—Potremmo fare un riso col latte….

—Bravo! esclamò Lola, battendo le mani come una bambina.

Il riso l'aveva, il latte l'avrebbe fatto portar di nascosto in cucina dal zu Giorgi l'indomani prestissimo…. Ma s'arrestò a un tratto; s'appoggiò alla ringhiera avvicinandosi di più al giovine, e voltosi verso di lui, soggiunse: Ma siamo sempre da capo…. Come si fa?

Giovanni scrollò la testa. L'aveva mangiato a casa sua tante volte, era il caval di battaglia della nonna, e aveva guardato con tanto d'occhi il babbo a farne delle scorpacciate. Non sapeva altro.

—Come si fa…. come si fa…. cominciò a dire. Ci vuol lo zucchero certo.

—Oh, la bella scoverta! esclamò la giovinetta ridendo. Lo zucchero va in tutti i dolci.

—Si bolle il riso.

Qui ci fu una gran discussione. Si bolliva nell'acqua? Si bolliva nel latte? Lo zucchero si metteva prima? dopo? a bollire col riso?… Compresero che avrebbero fatto un pasticcio.

—Una crema, propose la fanciulla. Ma eran sempre daccapo. E restarono in silenzio, a pensare ciascuno dal canto suo come risolvere il difficile problema: poichè se a Giovanni rincresceva di non trovare una maniera qualunque di fare quel benedetto dolce, a Lola, forse per le stesse ragioni, dispiaceva ch'ei non la trovasse.

Ma a un tratto essa alzò la graziosa testolina, e mise il dito alla bocca.

—Aspetta…. aspetta…. E senz'altro via di corsa, lasciando il giovane in asso.

Tornò poco dopo, con in mano il calendario che don Alessio teneva appeso a un chiodo nella parete sopra il tavolino.

Un grosso cuoco in berrettino bianco, e grembiale di tela, con una casseruola in una mano e un mestolo nell'altra, col faccione rubicondo aperto in un beato sorriso, faceva bella mostra di sè sul cartoncino inverniciato, sul quale era incollato un pacchetto di foglietti che portavan scritto, la data del giorno, il santo, il mese, le fasi della luna, l'ora del mezzogiorno e della mezzanotte, un avvenimento storico; e dietro una pietanza nuova, qualche dolce e la maniera di apparecchiarli.

L'uno stretto all'altro, agitati da una dolcezza indicibile, cominciarono a sollevare a uno a uno que' foglietti, e a leggervi dietro, curandosi di non staccarli per non fare andar in collera il babbo.

Trota in gratella…. spinacci in teglia…. lesso di cavolfiore…. frittura di pesce…. ragout di filetto…. ceci e tagliatelle…. Nemmen l'ombra d'un dolce! Diavolo, cominciavano a esserne inquieti, quando la fanciulla mise un piccolo grido,… Torta di pasta dolce con crema!

Aveva trovato quel che cercava. Staccò il foglietto pian piano, e si misero a leggerlo. «Prendi cinque o sei….»

Ma si rimescolarono a un rumore di passi, e nel voltarsi vivamente, Lola vide entrar nella terrazza donna Costanza. Nascose in fretta calendario e foglietto sotto al grembiale, e fare cenno a Giovanni con rapido aprir d'occhi.

La zia s'avanzò col suo passo grave, squadrò, i due giovani, e disse:

—Cosa fate lì voialtri due?

—Noi? rispose Lola. Nulla.

—Nulla, ripetè Giovanni arrossendo un pochino.

—Che cosa hai nascosto sotto al grembiale mentre io entravo?

—Io…. sotto al grembiale! riprese la fanciulla con tutta naturalezza. E mostrò le palme delle mani. La furbetta, voltandosi un poco, era riuscita a cacciar in tasca ogni cosa.

La zia Costanza li minacciò col dito, poi si fece alla madia dove teneva a seccare la conserva di pomodoro, la rivoltò con un cucchiaio di legno, e se n'andò.

L'indomani i due giovani s'incontrarono nell'anticamera, e si fecero dei cenni. Quanta delizia già in quella piccola congiura!

A volere che la cosa andasse, bisognò mettere a parte del segreto Elisabetta. Lola riuscì a prender di soppiatto zucchero, ova, fior di farina, cioccolatta e via discorrendo: Giovanni stava alle vedette. Quando tutto fu pronto, scesero in cucina. Lessero e rilessero quel piccolo fogliettino, forse più di quel che era necessario, unicamente per il piacere di starsene così vicino l'uno all'altro che sentivano il calore delle loro guance, il tocco leggiero de' capelli, per il piacere di guardarsi negli occhi da vicino nel voltarsi per commentare quelle parole in verità punto sibilline.

Ma in questa entrò la zia…. Diavolo, non ci avevano pensato che quella benedetta donna trottolava per la casa dalla mattina alla sera! non c'era che fare, bisognava mettere anche lei a parte del segreto.

Donna Costanza sorrise di compiacenza, giurò di non fiatare; volle che le si leggesse il foglietto, dette qualche consiglio, assistette ai primi preparativi. Ma aveva ad accudire ad altre faccende e se n'andò.

—Lisabetta, non c'è acqua, disse Lola che ne cercava nelle brocche. E la serva, che aveva finito d'infornare allora allora la torta, andò a prenderne.

Restarono soli.

Via, era l'ora… una simile occasione perdio, non sarebbe capitata mai più. Ma Giovanni tremava, parevagli che una mano gli stringesse la gola…. E il tempo passava…. Oh, egli soffriva realmente! Anche lei tremava la poveretta, e si affaccendava senza scopo di qua e di là, tanto carina con le braccia a metà nude, e il grembialino bianco, e le ciglia impolverate leggermente di farina.

—Lola…. disse finalmente il giovine con voce soffocata, avvicinandosele.

E lei che si faceva al forno per vedere a che punto di cottura fosse la torta, si fermò, e si voltò col viso in fiamme e gli occhi lucenti…. Ma giusto in quel punto, risonò il passo della serva che ritornava con l'acqua. Giovanni aveva perduto troppo tempo a decidersi! Si discostarono bruscamente; e lei al colmo dell'agitazione, dimenticando di premunirsi del cencio, afferrò il manico del chiusino con la mano nuda…. Cacciò un grido e lo lasciò subito. Era arroventato. A quel grido il giovine si voltò, comprese, fece un balzo verso di lei, le prese la mano, e guardò.

—Ti sei scottata?….

—No, rispose la fanciulla vivamente e cercando di ritirare la mano, no…. davvero…. è niente…. E sorrideva mentre gli occhi le si riempivano di lacrime.

—Come! ti par niente! oh, non vedi che alzan le bolle….
Lisabetta…. presto…. acqua….

E Lisabetta, che, posata la brocca in fretta, era corsa anche lei, ne prese in un catino. Giovanni vi immerse la mano della fanciulla, tenendola sempre tra le sue, costernato e nell'istesso tempo agitato dolcemente.

—Ti senti meglio?

—Sì, rispondeva lei. E si ricambiavano mille carezze con gli occhi e col tono della voce.