VIII.
Malupirtusu è un'aspra gola che sbocca nel littorale nord della Sicilia, a un piccolissimo tratto del quale dà il nome, e divide una linea di montagna che corre lungh'esso, da un lato sino a Cefalù, dall'altro sino a S. Stefano. La via regia che ne taglia l'estremità delle falde, esce da Cefalù, rientra in un largo seno, si mostra in una sporgenza, passa tra due alte pareti di sasso tagliate a picco, costeggia la gola di cui accavalcia il torrente con un ponte, poi corre diritta salendo leggermente, sinchè si perde tra le schegge e i macigni rossastri d'un promontorio.
Il luogo, dovunque si volga lo sguardo, è d'una bellezza selvaggia: è un arruffio di borri ispidi di triboli e di spine; di coste a ginestre e a fichidindia; di vallate tutto un fitto di roselle con delle querci gigantesche, solitarie, che si rizzano a grandi distanze; di colli con un po' di falda a macchia, il resto nudo e sassoso, se togli qualche oleastro dal tronco contorto, qualche cespuglio abbarbicato nelle fessure dei precipizi; d'erte a bosco, a uliveto, dove s'inerpicano cerri secolari, o ulivi saracineschi dai tronchi neri e bitozzoluti. E qua ti dà nell'occhio un dirupo con qualche albero scortecciato dalle radici scoperte simili a giganteschi tentacoli di polipo, il quale par che pencoli, alzando al cielo i rami secchi quasi scarne braccia che chiedano aiuto; là una rupe giallognola solcata di larghe venature rossastre; o un cumulo di macigni coperti di borraccina, che ti fan pensare a mostruosi giganti che ce li avessero trasportato per l'innalzamento d'un edifizio titanico, del quale poi, Dio sa per quali circostanze, fu di mestiere abbandonare il disegno. Per tutto si svolgono allo sguardo picchi rotondi, o stranamente acuminati, tagliati in isbieco, o a pan di zucchero, gli uni boschivi, gli altri brulli e sassosi. Sotto la via si stende la spiaggia arida, sabbiosa, sparsa qua e là di scogli neri, or solitari or a gruppi, e l'immensità del mare che si confonde con l'orizzonte, in fondo al quale, fra una nebbia azzurrognola, s'intravveggono i monti dell'isole di Lipari.
La torre del Chiarchiaro (ora distrutta) sorgeva sull'estrema punta d'un piccolo promontorio, dalla parte di terra nascosta alla vista d'alti macigni e cespi di fichidindia.
—È tardi, disse mastro Vanni: dovrebbero esser già qui.
—Aspetteranno che annotti, nascosti nella macchia. Nicola è prudente, rispose Sciaverio.
Se ne stavano appoggiati agli stipiti dell'uscio, chiusi nei loro cappotti, con gli occhi fissi nella via che serpeggiando fra' macigni, sboccava nella spianata una trentina di passi distante dalla torre.
Il sole declinava dietro una massa di nuvoloni torreggianti, che si venivano facendo d'un colore di fiamma; il mare, agitato leggermente, correva alla spiaggia livido, sfumante, e con un fruscìo crescente sempre più, vi si slanciava, sollevandosi qua e là in mille sprazzi. Qualche gabbiano con l'ali tese tracciava cerchi a fior d'acqua, si posava, si lasciava cullare dalle onde, poi s'alzava a volo da capo: giù in fondo due vele fuggivano verso il Finale.
—Che fosse successo qualche diavoleria? riprese il vecchio dopo un po' di silenzio.
—Umh…. non lo credo.
Mastro Vanni borbottò qualche cosa che l'altro non intese.
Il sole declinava, declinava; il rosso delle nuvole a grado a grado cambiavasi in cenericcio, le onde quasi d'inchiostro luccicavano cupe alla morente luce del giorno.
Sta picciuttazza ch'è nfanfara,
Ch'è nfanfara, ch'è nfanfara….
si mise a canticchiar fra' denti Sciaverio, di sicuro per nascondere al compagno una certa inquietudine che cominciava a impadronirsi anche di lui. Ma s'interruppe a un tratto….
—Sst, fece, posando una mano sul braccio del vecchio gufo, e restò ad origliare.
—Che c'è? domandò questi.
—M'è parso d'aver sentito un fischio.
—Che fischio e fischio! chi sa a che ora verranno stasera…. se…. basta, Dio ce la manda buona.
Vaia ti dicu finiscila,
Finiscila, finiscila….
ripigliò Sciaverio fra' denti, sbirciandolo di traverso.
Mastro Vanni si stringe nelle spalle, aperse il suo cappottaccio, vi s'avvolse meglio dentro, e riappoggiatosi allo stipite della porta, si rimesse a borbottare.
Trascorse un quarto d'ora, durante il quale s'era fatto notte. Si sentiva sempre il fruscio monotono del mare, i tonfi cupi dell'ondate che si rompevano sugli scogli. Un baleno senza tuoni accendeva le nuvole di una luce scialba, con guizzi e serpeggiamente rapidissimi.
—Lampeggia, ricominciò il vecchio: non ci mancherebbe altro ora, la tempesta!
Sciaverio non rispose.
Ma pochi minuti dopo i due birboni trasalirono: un vero fischio questa volta echeggiava lungo e modulato.
—Sono qua…. disse mastro Vanni gongolante.
—Dubiterete ancora, uccellaccio del malaugurio! E Sciaverio messi i due indici nella bocca rispose con l'istesso fischio lungo e modulato.
Allora alla luce rapida del balenio, si vide nella spianata una fila d'ombre nere a cavallo…. Poi un gruppo confuso: uomini smontati, bestie, un uomo solo a cavallo. Ma anche questo dovette smontare, poichè poco dopo, a un altro baleno, si videro alcuni ricacciarsi fra' macigni tirandosi dietro le cavalcature, cinque venire verso la torre.
—Ehi….
—Ehi, rispose il capofila, il quale tenendo il ricattato per una mano se lo tirava dietro.
—A st'ora?
—A st'ora.
Entrarono nella torre.
Quella del pian terreno era una larga stanzaccia affumicata, col solito focolare nel mezzo qualche furrizzo, un lettaccio, una tavola, un fucile a una canna appeso a un chiodo, un vecchio armadio a muro. Tutto ciò visto al debole chiarore della fiamma azzurrognola che mandavano alcuni tizzi, era d'un effetto strano: pareva d'essere in un antro da tregenda.
Mastro Vanni chiuse l'uscio, poi andò ad accendere un lume e una lanterna.
—Perchè così tardi? domandava intanto Sciaverio sottovoce a mastro
Pasquale.
—Lasciateci stare, rispose questo nell'istesso tono: mancò poco che non c'incontrassimo con la forza!
—Per la madonna!
—Calavamo pel bosco di Lanzeria, e giù nel torrente c'erano i bersaglieri…. noi non l'avevamo veduti: fortuna che ce n'avvertì un porcaio! Tornammo subito indietro, e dovemmo fare un gran giro. Basta, grazie a Dio l'abbiam scampata bella, e siamo qua.
—Porca cagna…. cominciò compare Santo. Ma Nicola venne a interromperlo.
—Presto, di guardia dietro la porta, disse ai due cugini; non è tempo di ciarlare questo. E si riavvicinò al ricattato, che se ne stava nel mezzo della stanza, immobile, a capo basso, come persona stanca e abbattuta, illuminato pienamente dalla lanterna di mastro Vanni il quale lo covava con gli occhiacci rossi come quelli di Caronte. Don Bastiano era ancora bendato; la benda, un fazzoletto a quadrelli rossi e bianchi, spiccava nel suo viso pallido sotto al cappuccio: dei sospiri sollevavano le sue spalle di tratto in tratto.
Nicola richiamò i due cugini che stavano già per Uscire.
—Ehi, disse, che creanza è questa! baciate la mano a sua eccellenza prima d'andarvene.
—E mentre i due giovani prendevano un dopo l'altro la mano del povero Savarella che lasciava fare, e la baciavano, il bandito cacciò fuori tanto di lingua.
Dietro l'uscio Santo e Pasquale si consultarono. Li avevano fatto uscire, avevano fatto restare il palermitano…. non c'era altra via che menasse alla torre che la viottola fra' macigni, e questa era ben custodita: perchè dunque l'avevano mandati a far la guardia? Certo perchè non vedessero dove nascondevano il sequestrato…. Diffidavano di loro. Ma loro non eran uomini da lasciarsi gabbare tanto facilmente: uno farebbe la guardia, l'altro guarderebbe per il buco della chiave. E senza metter tempo in mezzo, mastro Pasquale v'applicò l'occhio.
Avevano spostato il letto. Il ricattato era sempre immobile nel mezzo della stanza; gli stavano vicino Sciaverio e Maraviglia: Nicola con la lanterna in mano faceva lume al vecchio gufo, che, inginocchioni nel posto ove prima era il capo del letto, con un pezzo di ferro aguzzo aveva sollevato i quattro mattoni dell'angolo incastrati nella ribalta. Posò il ferro, si rivolse, prese la lanterna che gli dava Nicola, appoggiò la mano libera sull'impiantito, introdusse nell'apertura prima una gamba e poi l'altra, e cominciò a scendere sotterra, a poco a poco come uno spettro.
Allora il bandito s'avvicinò al Savarella.
—Venga, eccellenza. E lo prese per una mano, lo condusse vicino l'apertura, lo fece inginocchiare, gli fece fare gli stessi movimenti che aveva fatto mastro Vanni, e quando scomparve, si calò giù anche lui.
Sciaverio e Maraviglia restarono: bisbigliando, andarono a sedersi al fuoco sul quale stesero le mani per riscaldarsele.
Una diecina di minuti dopo nell'apertura ricomparve la faccia di vampiro di mastro Vanni.
—Eccellenza, si può levare la benda, disse Nicola al ricattato.
Don Bastiano si levò il cappuccio di sul capo, e si sciolse la benda: sbattè le palpebre abbagliato dalla luce improvvisa, poi guardò intorno.
Si trovava in una specie di grotta con la volta a cupola, dalle cui pareti trasudava un umidore verdastro. In un angolo c'era per terra uno strapunto, con un guanciale e una coperta di lana piegata: dall'altro lato un furrizzo, e un deschetto: sul deschetto una lucerna di stagno a due beccucci, un paniere coperto con un tovagliolo, due bicchieri, due bottiglie, una di acqua l'altra di vino, una castellina di piatti, e delle posate d'ottone.
Sarà stanco, disse il bandito con gentil premura.
—Un poco, rispose l'infelice: e mise un sospiro.
Allora Nicola cominciò a fargli animo. Via faceva male a prendersela a quel modo; era una bazzecola che non metteva conto impensierirsene!
Tanti e tanti s'erano trovati nell'istesso caso di lui, per questo avevano creduto che fosse il finimondo? avevano pagato e tutto era finito.
Era dura la maniera di cavarsela…. ma… che farci? correvan certi tempi che si scarseggiava di tutto…. non si poteva poi campar d'aria! Chi doveva venir loro in aiuto se non i ricchi? Essi dovevano coprire i bisognosi col manto della carità…. Via scrivesse una letterina al canonico, e gli prometteva di ricondurlo a casa, senza che gli fosse stato torto un capello. Voleva vederlo allegro però, sangue…. Nel paniere (e accennava con la mano) c'era del pesce fritto, un poco di carne fredda…. non s'era potuto aver altro in quella confusione: ma l'indomani si provvederebbe meglio. Se il vino era buono poi, lo conoscerebbe assaggiandolo. Dunque voleva che mangiasse bene, bevesse meglio, senza pensare a guai.
Il furrizzo era troppo basso perchè il Savarella potesse mettersi a scrivere al deschetto: e perciò Nicola prese un piatto e glielo porse rivoltato, gli dette un foglio di carta piegato, che s'era levato di tasca in una a un calamaio di corno a vite. L'aperse, si mise coccoloni davanti a don Bastiano; e gli diede la penna. Questo s'era seduto, aveva posato il piatto sulle ginocchia; e spiegatovi sopra il foglio, prese la penna, l'intrinse nel calamaio, e domandò:
—Che devo scrivere?
—Manca talento a vostra eccellenza?
—Io non so…. dettate voi.
—Ma….
—Ve ne prego.
—Come comanda…. Scriva dunque….
E cominciò:
CARO…. FRATELLO,
Mi trovo…. nelli mano…. di pericolosi…. malfattori…. li quali….. vogliono…. la somma…. di due…. cento…. mila…. liri….
Il povero giovine trasalì; si fece bianco come un cencio, e alzò il capo.
—Duecentomila lire…. balbettò con un fil di voce. E il bandito accennò di sì tranquillamente.
—Duecento mila lire! ma…. dove volete che li prenda il povero mio fratello tutti questi danari.
—Oh! che dice mai! riprese l'altro. E scegliendo i termini, seguitò: vostra eccellenza butta giù troppo la sua casa: il canonico, se vuole, può pagar questo ed altro ancora.
—V'ingannate: vi giuro anzi….
—Non si sfiati. Mi vorrà dire che non l'ha nel cassetto…. comprendo: ma si sa come vanno queste cose; non s'ha la somma ma si può trovarla.
—E dove? tutto il nostro patrimonio riunito…. non ammonta a duecento mila lire…. Siate buono signore….
Ma Nicola tagliò corto stringendosi nelle spalle. Gli dispiaceva…. voleva poterlo contentare…. ma aveva ricevuto dai suoi compagni ordini assoluti, non poteva mancarvi…. Essi erano sicuri che la famiglia, volendo, poteva trovare quella somma….
E finì con un risolino:
—Il nibbio quando afferra la gallina, sa se è grassa o magra.
—Volete la mia morte allora.
Nicola affettò un'aria di stupore grandissimo.
—La sua morte!… o perchè dovremmo volere la sua morte! Tutt'altro. Che la famiglia paghi, e a vostra eccellenza non sarà torto manco un capello, la mia parola è una: anzi faremo voti che Dio gli accordi lunga vita e prospera salute al primo bicchiere che vuoteremo dopo che avremo ricevuti i danari.
Che rispondere?
—Dettate, disse il povero giovine con un sospiro. E l'altro rispose:
—Dunque…. li quali vogliono la somma di duecentomila liri…. La somma dovrà essere portata…. da due individui…. che l'uno…. deve cavalcare…. una mula mirrima¹…. Verranno per Cerda…. Fontana russa…. alla serra dei Gancitani…. Si avvicinerà uno…. che gli domanderà…. se…. portano olio…. a Petralia…. La somma…. la divono…. consignari a quillo…. Se non trovano…. a nissono…. dovranno…. ritornari…. per la stissa…. strata….
¹ Storna.
E Savarella aveva firmato questa strana lettera, quando il bandito, accennando col dito teso verso la carta, soggiunse:
—Omissis…. Non facciate…. passo…. al giostizia…. se no…. la mia vita…. è…. in pericolo…. E fate presto…. che lo tempo longo…. è peggio pel malato.
Cinque minuti dopo il bandito, dopo d'avere raccomandato di nuovo al povero giovine di stare allegro, e non pensare a guai, usciva e serrava l'uscio della grotta a doppia mandata.
Il ricattato restò solo, immobile sul furrizzo, a capo basso e con le mani contratte sulle ginocchia.
Che notte orribile che aveva passata, e che giorno più orribile ancora! quanti pensieri in quel povero cranio, alimentati continuamente dal pericolo presente, dal timore dell'avvenire incerto, dai ricordi della famiglia, del rammarico d'essersi avventurato così solo, in tempi non ancora quietati del tutto!… Poi spossato per tante commozioni, intirizzito dal freddo, rotto dalla fatica, era caduto in una specie d'inerzia del corpo e dell'anima: il dolore gli aveva accordato una tregua. Ora lo riassaliva con più ferocia, con più accanimento: ridestava quel timore, que' pensieri, que' ricordi in folla, ne suscitava altri propri della nuova piega che prendevano le cose.
—Duecento mila lire! mormorava dimenando il capo dolorosamente, duecento mila lire!… Poi batteva palma a palma e soggiungeva: una morte orrenda e disperata!
E riandava i tanti ricatti, pigliando materia a nuovo terrore: vedeva Porcari, Sgadari, Rose, tra le braccia della famiglia nel tripudio del ritorno, ma vedeva Saeli, Sciortino, Catalfano, bruttati di sangue, lividi, mutilati…. vedeva sè stesso con lo spavento nel volto, nelle mani dei suoi carnefici, tra un lucicchio di coltelli; sentiva il freddo doloroso del ferro in vari punti della persona, lo smarrimento della morte…. Si vedeva cadavere bruttato di sangue, livido, mutilato come quegli altri.
—Duecento mila lire! ripeteva dimenando il capo dolorosamente: duecento mila lire!
Ma un crampo allo stomaco lo fece trasalire: non aveva mangiato da trentasei ore; aveva fame: e macchinalmente portò gli occhi al paniere.
Allora un ricordo venne come un lampo a dargli una più forte puntura: due sere avanti aveva cenato allegramente in famiglia…. Parevagli di sentire le care voci dei suoi. Annuccia lo canzonava piacevolmente per un certo matrimonio che gli era stato proposto con una ricca signorina; il fratello canonico, a cui spiaceva che la cosa si mettesse in burla, cercava di interromperla con delle gravi considerazioni…. Lui, pur rimbeccando la sorella, guardava la mamma: lo sapeva quanto gli stesse a cuore quel matrimonio alla buona vecchierella! e vedendo a rannuvolarsi il suo povero volto disfatto dalla malattia, ammiccava con gli occhi per rassicurarla….
Non si potè più frenare: il suo cuore traboccò come un vaso troppo pieno: nascose la faccia tra le mani, e pianse: pianse a lungo, inconsolabilmente.
Nel silenzio s'udirono i singhiozzi del disgraziato, i colpi cupi e monotoni del mare che assaltava lo scoglio con la cocciutaggine delle potenze brute.