X.
Al canonico la somma parve ancora enorme. S'aggirava per la camera tutto costernato. Meschino me!… Meschino me!… giungeva le mani, alzava gli occhi al cielo. Don Ciccio, don Salvatore, andavan dietro al fratello, con gran sospiri, ripetendo ch'eran rovinati.
La sola Annuccia, poveretta, pareva non accorgersi di nulla: era come una Maria, al capezzale della mamma, la quale seguitava a guardar tutti con quegli occhi sbarrati nel volto pallido e affilato.
Il povero fattore si grattava la zucca: aveva fatto di tutto, ripeteva, che colpa ci aveva se non era riuscito che a metà? I padroni si calmassero però, ogni speranza non era poi perduta. I banditi gli avevano promesso formalmente che a don Bastiano non gli torcerebbero un capello; questo era l'essenziale…. Intanto bisognava vedere…. bisognava cercare….
E avvicinatosi finalmente al canonico e tiratolo in disparte, a voce bassa e con mistero, gli disse:
—Al Barone ha da ricorrere vostra eccellenza…. lui può tutto. Non metta tempo in mezzo, accetti il consiglio del suo povero servo che non si sbaglia.
La speranza entrò nel cuore del canonico.
—Buona idea, disse: ed io che non ci avevo pensato!
Don Salvatore e don Ciccio s'avvicinarono: vollero esser messi anche loro a parte della buona idea.
Approvarono.
Buona, proprio buona! non c'era altra via. La comunicarono alla povera Annuccia, i cui occhi si ravvivarono: s'alzò, si curvò sulla madre, e gli disse la cosa a voce alta, come si farebbe con un sordo.
Si mandò dunque il fattore in casa del Barone: il canonico aveva scritto a quest'ultimo una lettera tutta complimenti, pregandolo di voler favorire a casa loro. Non dimenticò d'aggiungere che sarebbe stato debito suo di recarsi al palazzo, ma lo scusavano le circostanze: gli perdonasse pertanto la libertà che si prendeva.
Il Barone arrivò poco dopo, tutto sudato. Era un ometto di media statura, secco, con un cordone di barba nera, naso e mento aguzzi.
Il canonico era andato ad incontrarlo a piè della scala, seguito da don Ciccio e don Salvatore, e si buttò tra le sue braccia piangendo. Egli, dati que' conforti che si soglion dare in simili occasioni, entrò col capello in mano asciugandosi il capo pelato con la pezzuola bianca. Aveva una paura maledetta delle correnti d'aria il povero Barone; sicchè adocchiò un angolo che a lui parve riparato, e andò a sedervisi: sedettero anche gli altri. Allora il canonico cominciò a spiegargli il perchè aveva ardito d'incomodarlo…. ma e' gli dava poco ascolto; guardava con una certa inquietudine un uscio spalancato di faccia a lui, e si dimenava sulla sedia come se avesse la voglia dell'acqua: sì che il canonico, accortosi infine di quell'armeggìo, e comprendendo alla direzione dello sguardo, disse a uno dei fratelli d'andare a chiudere.
Il Barone lo ringraziò col suo più gentile sorriso, e un inchinar di testa.
Oramai era tranquillo, e poteva ascoltare. E ascoltò tutto attentamente. Di tratto in tratto aggrottava le sopracciglia, allungava il muso, approvava con un moto della testa. Ciò dava un non so che di buffo alla sua figura: in tutt'altre occasioni uno sarebbe stato tentato di scoppiargli a ridere sul mostaccio.
Tuttavia era un ometto che la sapeva lunga, e il suo rispetto l'aveva portato. Prese a cuore l'affare; promise di tentar tutte le vie; si spinse sino ad accertare che po' poi sarebbero restati contenti, fidassero in lui. La verità era che non ci stava nella pelle che avessero ricorso a lui: il bon uomo s'inorgogliva d'esser utile a qualche cosa, di poter distrigare una matassa arruffata, cavar qualcuno fuori da un ginepraio: ciò, a buoni conti, mostrava quanto prevalesse in paese. S'alzò e accomiattandosi dai tre fratelli, stringendo la mano ad ognuno, e portandosela al cuore, con uno sguardo che suggellava le sue promesse, e uscì accompagnato sin nell'entrata dai Savarella che si sbracciavano in ringraziamenti.
La sera stessa fece venire da un suo fondo nelle vicinanze del paese, un certo tomo: un maurino alto e barbuto come un S. Cristoforo, tutto butterato dal vaiuolo. Lo condusse nello scrittoio, chiuse l'uscio con la massima cura, a causa di quelle benedette correnti d'aria, sedette, e cominciò:
—Pietro, devo parlarti.
—Comandi, eccellenza.
Come tutti i maurini, parlava con accento rapido e vibrato, appoggiando la voce sulle prime sillabe.
—L'altr'ieri al passo della Ginestra, Tagliaferro ed altri sequestrarono il povero don Bastiano Savarella.
—Lo so, rispose il camparo con un risolino scaltro.
—Avevano domandato alla famiglia due centomila lire e le volevano portate ai Gancitani….
—Lo so.
—Ci andò il su Mariano Grasso e ottenne qualche cosa…. la diminuzione di metà della somma….
—Lo so.
—Però, come vedi, la pretesa è ancora pazza.
Allora quello che sapeva tutto, per far gl'interessi degli amici, trovò la parola.
—Eccellenza, i tempi corrono difficili…. A dividersi quel danaro chi sa quanto diavolo saranno; e a ognuno non toccherà manco da comprarsi un boccon di pane…. La gente poi non può morire di fame!
—Capisco…. riprese il Barone a mo' di transazione, non volendo per i suoi fini contrariare le idee curiose che aveva il maurino su' mezzi adoperabili per procacciarsi da vivere. Ma quando uno non l'ha quella somma, ed è nell'impossibilità di trovarla!
Pietro si strinse nelle spalle.
—Tu lo sai meglio di me, i Savarella non sono poi tanto ricchi da poter pagare ottomila onze come niente: se i picciotti non possono morire di fame, un galantuomo non può ridursi sulla paglia per loro! bisogna esser ragionevoli.
Insomma…. quella mattina era stato dai Savarella… aveva promesso di mischiarsi nella cosa, si dovevano aiutare.
E qui, conoscendo l'uomo, cominciò a adularlo: fidava in lui, pienamente in lui; l'aveva scelto apposta fra tante persone di servizio che aveva, appunto perchè era persuaso che un altro Pietro non c'era in tutta la Sicilia a cercarla con il lanternino di Diogene: destro, coraggioso, scaltro, fidato, di gran conoscenze, di grande abilità, e tenace da non dare addietro nell'impresa più rischiosa. Egli solo poteva fargli fare una buona figura in quella faccenda, e va discorrendo.
Il maurino, così barbuto e grosso com'era, apparteneva alla specie di quegli uomini-pesce che mordono alla lode, quanto più sperticata: oltre di ciò il Barone l'aveva beneficato: era ammonito e non lo voleva nessuno; si sarebbe perduto se non l'avesse pigliato al suo servizio, e aveva moglie e figlioli, gli aveva fatto levare l'ammonizione, provvedimento che se non fosse arbitrario, sarebbe un buon correttivo per il siciliano, appunto perchè lo teme come la peste; quanta riconoscenza dunque non aveva egli per quell'uomo? Lo soleva chiamare il suo secondo padre, e veramente si sarebbe fatto fare a pezzi per lui. Queste due cose insieme fecero sì che trovasse al solito la parola, si sbracciasse in proteste, giurasse di mettere il mondo sossopra: fecero sì che alzasse la mano aperta a un quattro, quando il Barone ripigliò tutto contento:
—Via, dillo tu stesso quel che gli si ha a far dare ai picciotti.
Quattromila onze…. diavolo! il buon gentiluomo storse il muso: erano ancora troppo… vedesse se ci fosse verso di far risparmiare agli amici qualche altra coserella. Quattromila onze!…
Ma a tutto questo il colosso rispondeva:
—Sono sicurissimo che i picciotti non si contenteranno di meno, ed io non voglio che a una persona grande come vostra eccellenza tocchi una negativa.
L'ultimo argomento era grave e non c'era a ridire. Il Barone strinse le labbra, abbassò gli occhi e prese in mano la stecca.
—Basta, dacchè non c'è proprio rimedio, avrai le quattromila onze.
Ma…. (E fissò bene il maurino) rispondi della buona riuscita?
—Ne rispondo.
—Proprio?
—Proprio.
—Non c'è che dire.
E stava per alzarsi quando Pietro gli domandò:
—Dove bisogna portarli i danari?
—A' Gammisini; e precisamente nel poggio sopra la fattoria: bisogna che ti leghi un fazzoletto rosso attorno al capo.
Il Barone ritornò dai Savarella e senza nominar persone, disse loro che aveva accomodato ogni cosa (tanto era sicuro del suo uomo) però aveva sudato una camicia per indurre gli amici a contentarsi di quattromila onze, non un soldo di meno.
Il canonico fece una boccaccia; gli pareva ancora enorme quella somma; ma non c'era che fare, o mangiar questa minestra o saltar questa finestra! in fondo era un bon uomo, amava davvero il fratello; andò nella sua camera e benchè sentisse come uno schianto alle viscere, tirò la cassa che teneva sotto il letto, l'aperse, e, con gran sospiri ne cavò fuori cinquantun mila lire, trenta in carta, ventuno in oro.
Quando l'ebbe consegnata al Barone, si lasciò cadere su d'una sedia.
Aveva la faccia cadaverica. Oh, certo ne morrebbe!