CAPITOLO XVII. La savana sommersa.
Fu una notte di continue angoscie per tutti. L’idea che quei ferocissimi selvaggi fossero già vicini e che potessero, da un momento all’altro, sorprenderli per divorarli, impedì a tutti tre di dormire.
I loro timori però non si avverarono e la notte passò tranquilla, senza allarmi. Tuttavia salutarono con gioia lo spuntare del sole, il quale almeno permetteva loro di poter scorgere i nemici ed impedire una possibile sorpresa.
— Preferisco camminare, quantunque non mi sia riposato sufficientemente, — disse Alvaro. — Quei dannati selvaggi mi hanno messo indosso una paura indiavolata che non riesco a scacciare.
— Camminiamo, signore, — rispose il marinaio che pareva avesse perduto il suo solito buon umore. — Ci procureremo la colazione più tardi.
— C’è ancora la testuggine, — disse il mozzo.
— Che non ci servirà a nulla a menochè tu non preferisci divorarla cruda, giacchè io non permetterò di accendere il fuoco.
I selvaggi fiutano il fumo a delle distanze incredibili ed il fuoco tradirebbe la nostra presenza.
— Brutto affare, — disse Alvaro. — Dovremo noi galoppare come cavalli e ristorarci poi con delle sole frutta? Non resisteremo a lungo, mio caro marinaio.
— Chissà che non troviamo qualche cosa di meglio delle frutta, — rispose Diaz. — Le foreste brasiliane offrono delle risorse sorprendenti.
Su, gambe in ispalla e riprendiamo la corsa.
— Che ci siano già vicini quei maledetti antropofagi?
— Sulla nostra pista di certo.
— Quand’è che troveremo un altro fiume che ci permetta di fare una buona sosta?
— Lo ignoro, — rispose il marinaio. — Non conosco queste foreste.
Non sono però rari i corsi d’acqua nel Brasile, anzi può darsi che da un momento all’altro ne incontriamo qualcuno. —
Ripartirono, dapprima con passo un po’ lento, poi riscaldatesi le gambe, non tardarono ad affrettarlo quantunque molto sovente fossero costretti ad arrestarsi dinanzi a degli ammassi mostruosi di cipò chumbo, piante convolvolacee di color giallo, somiglianti alle liane, che formano delle reti assolutamente impenetrabili.
Essendo le piante altissime in quel luogo, stormi innumerevoli di uccelli fuggivano da tutte le parti all’avvicinarsi dei fuggiaschi, facendo un baccano assordante.
Dei tucani dal becco rosso e giallo e gigantesco, gli occhi azzurri e le penne scarlatte; grossi arà, piccoli maitaco dalla testa turchina, azulee azzurre e japu che facevano un baccano indiavolato e sgradevolissimo, s’alzavano fra i cespugli e le macchie empiendo la foresta di grida, di cinguettii, di schiamazzi.
Sotto le sipo invece saltellavano a miriadi le schifose barata, sorta di piattole puzzolenti, di color bruno, che sono la disperazione dei poveri indiani perchè quando riescono ad introdursi in una capanna, in una sola notte divorano provviste, veste, pelli, amache, lacci.
La foresta a poco a poco diventava umidissima. Il suolo cedeva facilmente sotto i piedi dei fuggiaschi, conservando le orme che gli Eimuri potevano seguire senza fatica e dalle piante cadevano goccioloni. La marcia, già tanto faticosa, diventava in tal modo sempre più difficile mettendo ben a dura prova Alvaro ed il mozzo i quali penavano a trascinarsi dietro al marinaio che, abituato alle lunghe e velocissime marce degl’indiani, pareva infaticabile.
Verso le dieci Diaz, accortosi dello stato compassionevole dei compagni, si decise ad accordare loro un po’ di riposo. Capiva che non si poteva chiedere di più alle loro forze già estremamente esauste e poi l’appetito cominciava a farsi sentire colla magrissima cena della sera innanzi.
— Fermiamoci qualche ora e cerchiamo qualche cosa da porre sotto i denti, — disse.
— Era tempo, — rispose Alvaro. — Se la corsa continuava ancora un po’ mi lasciavo cadere al suolo.
E poi stomaco vuoto non sta diritto. Ah! Se avessimo ancora le nostre gallette!
— Sono già state digerite dagli Eimuri; non pensateci quindi più. Vi rifarete nei villaggi dei Tupinambi, se riusciremo a raggiungerli.
— Dubitate che noi possiamo sfuggire all’inseguimento degli Eimuri? — chiese Alvaro con inquietudine.
— Sì, se non troviamo qualche rifugio inaccessibile od un altro fiume che li arresti e che permetta a noi di guadagnare via.
Ve lo dissi già, quei selvaggi corrono velocemente e voi non potete gareggiare colle loro gambe.
Tuttavia non disperiamo e poi voi avete dei fucili e le armi da fuoco producono sempre una tremenda impressione sugl’indiani.
Ah! Ma noi dimentichiamo la colazione. Eh! —
Aveva alzato il capo guardando un albero, alto trentacinque o quaranta metri, col tronco coperto da una corteccia tutta irta di bitorzoli spinosi.
Era un paiva, o albero cotonifero, di dimensioni enormi.
Non erano già le frutta fusiformi della pianta che avevano attratta la sua attenzione, frutta d’altronde non mangiabili, bensì una specie di piattaforma, lunga tre o quattro metri e larga quasi altrettanto, costruita su due solidi rami e sopra la quale svolazzavano cinguettando numerosi uccelli, grossi tutt’al più come un pivione.
— Ci sarebbe lassù da fare una superba frittata, — disse — se la paura di accendere il fuoco non ci costringesse a rinunciarvi. Bah! Ci accontenteremo di sorbire le uova se non saranno troppo passate.
— Che cos’è quella piattaforma? — chiese Alvaro.
— Un nido di tordi tessitori, — rispose il marinaio. — Sono uccelli singolari che al pari delle passere repubblicane, amano vivere in società.
Lassù potremo raccogliere parecchie centinaia di uova.
— È solido quel nido?
— Può reggere anche un uomo, tanto sono abili costruttori quegli uccelli. Eh, Garcia, saresti capace di dare la scalata a questo paiva? I bitorzoli del tronco ti serviranno benissimo di appoggio purchè tu faccia attenzione alle spine.
— Pronto, marinaio, — rispose il mozzo. — È un affare spiccio.
— Adagio, mio caro, non tanta furia anzi sii cauto quando sarai lassù.
— Che mi cavino gli occhi quegli uccelli?
— No, sono le vespe che pungeranno atrocemente. —
I tordi tessitori costruiscono i loro nidi sulle piante che servono d’asilo alle mosche cartone per non essere disturbati dai ghiottoni che mirano alle loro uova.
— E stringono alleanza? — chiese Alvaro.
— Difensiva e offensiva, — rispose il marinaio — Quando i ratti palmisti od altri minacciano di assalire il nido dei tordi per saccheggiare le uova, le vespe accorrono in difesa dei loro alleati; viceversa gli uccelli danno addosso a quei volatili che tentano di rimpinzarsi di vespe.
— È strana!
— Su Garcia, spicciati e come ti ho detto, fa attenzione alle mosche cartone. Appena ti sei riempite le tasche di uova, scendi subito. —
Il mozzo che era un abile arrampicatore, s’aggrappò ai bitorzoli del paiva ed in pochi momenti giunse sotto il nido.
I tordi, vedendo quell’intruso e sospettando forse le sue intenzioni, avevano cominciato a schiamazzare per attirare l’attenzione delle loro alleate ed a volare cercando di beccarlo.
Garcia, che non ascoltava che i brontolî dei suoi intestini quasi vuoti, con un ultimo slancio si issò sulla piattaforma che era formata da un numero infinito di buche, ognuna delle quali conteneva un uovo.
Si riempì precipitosamente le tasche, con quattro scappellotti fugò la banda ciarliera e si lasciò scivolare di ramo in ramo.
Le mosche cartone, udendo i loro alleati a schiamazzare, giungevano in gran numero, pronte a punire l’audace, ma era troppo tardi.
Il mozzo si era lasciato cadere fra le erbe, restando fortunatamente in piedi.
Aveva nelle tasche più di sei dozzine d’uova.
Il marinaio ne prese uno e lo guardò attraverso un raggio di sole.
— Sono fresche, — disse, — Garcia ha avuto buona mano nella scelta. —
S’affrettarono a vuotarle. Non era veramente una colazione capace di empirli, essendo quelle uova piccolissime, però dovettero accontentarsi.
Si dissetarono in una pozza, poi ripresero l’interminabile marcia dirigendosi costantemente verso l’ovest.
Di quando in quando facevano una brevissima fermata per raccogliere qualche frutto o per prendere un po’ di riposo, poi tornavano a galoppare spinti dalla speranza di trovare qualche altro fiume.
Tutto d’altronde indicava la vicinanza o d’un corso d’acqua o d’una savana sommersa: l’umidità crescente del suolo e la presenza di alcuni trampolieri, dei gallinago che somigliano ai nostri beccaccini, di pisoca dalle gambe lunghissime e di gallinelle acquatiche dalle penne turchine a riflessi dorati.
Anche le piante a poco a poco cambiavano. I grossi vegetali scomparivano e si succedevano invece delle cuiera, quelle enormi piante di zucca che occupano degli spazii immensi e delle iriartree panciute, piante bizzarre che sono sorrette da un gran numero di radici le quali escono dal suolo per parecchi metri.
Mancava qualche ora al tramonto del sole, quando finalmente scorsero, attraverso i tronchi degli alberi ed i cespugli, una superficie luccicante.
— Una savana sommersa! — esclamò allegramente il marinaio. — Ecco una vera fortuna! Signor Viana, noi potremo finalmente riposarci e anche cacciare. —
Affrettarono il passo e giunsero poco dopo sulle rive d’una vasta palude, dalle acque nere ed ingombre di piante palustri e di minuscoli isolotti che altro non dovevano essere se non banchi melmosi coperti di erbaccie grasse.
Ad una grande distanza si scorgeva la foresta che si stendeva sulla riva opposta.
— Che cosa contate di fare ora? — chiese Alvaro al marinaio, il quale osservava attentamente gli isolotti che emergevano in gran numero.
— Rifugiarci su una di quelle terre e attendere colà che gli Eimuri si siano allontanati, — rispose Diaz.
— E chi ci condurrà? Non vedo alcuna barca io.
— Una zattera si costruisce presto. Non è ciò che mi preoccupa. Dubito della solidità di quegli isolotti. Temo che non abbiano consistenza e vorrei accertarmene presto. Costruiamo per ora una piccola zattera, capace di sostenermi e lasciate che vada ad esplorare la palude.
Il sole sta per tramontare e gli Eimuri si saranno anche essi arrestati e prima di domani non giungeranno qui.
— Temete che non possiamo trovare un palmo di terra solida? — chiese Alvaro.
— È un po’ difficile scoprirne nelle savane sommerse. Ve ne sono molti però degli isolotti e non dispero.
Se tardassi a tornare, non inquietatevi per me. Dormite tranquilli senza preoccupazioni. Conosco le savane e i jacarè non mi fanno paura.
— Vi daremo uno dei nostri fucili e munizioni sufficienti, — disse Alvaro.
— Grazie, non rifiuto un’arma da fuoco. —
Approfittando del brevissimo crepuscolo, tagliarono un certo numero di grossi rami ed un paio di giovani alberi e servendosi delle liane costruirono alla meglio un galleggiante, sufficiente a sostenere un uomo.
Prima però d’imbarcarsi, il marinaio, che era veramente instancabile, provvide un po’ di cena ai suoi compagni, raccogliendo nella foresta parecchi grappoli di pupunha, portanti delle frutta grosse come pesche, di sapore eccellente e delle araca, somiglianti alle susine e più acidule.
— Mentre vi riposate io cercherò il rifugio, — disse, nel momento d’imbarcarsi. — L’esplorazione sarà lunga però come vi dissi, anche se non tornassi prima dell’alba, non pensate male di me. —
Prese il fucile del mozzo, balzò sulla leggera zattera e si spinse al largo, scomparendo ben presto fra le tenebre.
— Ecco un brav’uomo! — esclamò Alvaro, quando non lo vide più. — Lascia noi pigroni a riposare, mentre va a rischiare la pelle per trarci in salvo. Che resistenza ha quel diavolo di marinaio!
— Che torni presto? — chiese Garcia. — Che cosa volete? Presso quel mezzo selvaggio che sa tutto e che indovina tutto, mi sento più sicuro.
— Ed io non meno di te, ragazzo mio, — rispose Alvaro. — Speriamo che la sua esplorazione non duri molto e che possa trovare un isolotto che ci regga.
— Lo aspetteremo svegli?
— Approfittiamo per dormire invece, — rispose Alvaro. — Tu non devi essere meno stanco di me.
— Non posso tenere quasi più gli occhi aperti.
— Gli Eimuri non ci inquieteranno, almeno per questa notte. Coricati presso di me e dormi. —
Alvaro stava per imitarlo quando la sua attenzione fu attirata da alcuni grossi volatili che venivano dalla parte della savana e che svolazzavano intorno all’albero sotto il cui fogliame si era sdraiato.
Che razza di volatili sono? — si chiese. — Non ne ho mai veduti di così grossi eppure devono essere dei pipistrelli. —
Ne avevano infatti le forme, ma erano ben più grossi di quelli europei. Le loro ali, riunite, non dovevano misurare meno di ottanta centimetri ed il loro corpo per lo meno venti.
Se il portoghese avesse conosciuto un po’ meglio il Brasile, si sarebbe ben guardato dall’addormentarsi, malgrado la sua estrema stanchezza.
Non sapendo quanto erano pericolosi quei volatili, non ci fece caso e si appoggiò al tronco dell’albero socchiudendo gli occhi.
Garcia già russava beatamente, segno evidente che gli Eimuri se li era affatto dimenticati.
Per qualche po’ Alvaro lottò col sonno, poi vinto dall’eccessiva stanchezza si abbandonò.
Non erano trascorsi dieci minuti quando uno di quei grossi pipistrelli che svolazzavano intorno all’albero, sotto cui dormivano i due naufraghi, si abbassò silenziosamente volando per qualche po’ sopra la testa di Alvaro.
Non era un semplice pipistrello, bensì un vampiro morugo, dalla testa grossa e sporgente che terminava in una specie di trombetta, dal pelame fitto e morbido d’una tinta bruna.
Pareva che cercasse il punto migliore su cui posarsi.
Ad un tratto calò dolcemente su una spalla dell’addormentato, agitando lentamente le ali e applicò l’estremità del muso dietro l’orecchio destro di Alvaro.
Aspirava pian piano, senza cessare di muovere le ali per mantenere un po’ di frescura attorno al povero portoghese del cui sangue si nutriva.
Lo schifoso volatile rimase lì parecchi minuti, ingrossandosi a vista d’occhio, poi quando fu ben sazio riprese il volo senza che Alvaro si fosse svegliato.
Da un forellino appena visibile, aperto dagli acutissimi denti del morugo, usciva lentamente un filo di sangue.
Mentre il vampiro s’allontanava un altro era calato sul mozzo.
Aveva già cominciato a succhiare il sangue, quando un lieve rumore che proveniva dalla parte della foresta lo costrinse ad interrompere bruscamente il pasto.
Degli uomini s’avanzavano camminando come i lupi, scivolando dolcemente fra i rami, le radici e le liane, senza che le foglie secche scrosciassero sotto i loro piedi.
Il morugo, spaventato, erasi già alzato precipitosamente scomparendo in direzione della savana sommersa.
Il drappello che era composto di una dozzina d’uomini, nudi come vermi, e ricchi di pitture, s’avanzò verso l’albero sotto cui, ignari del grave pericolo che li minacciava, dormivano i due naufraghi.
Un urlo rauco che pareva uscisse più da gole canine che umane, scoppiò fra quei selvaggi.
Avevano finalmente raggiunta la preda che avevano inseguita con tanta ostinazione.
Nessuno però aveva alzata la mazza contro i due addormentati, anzi tutti si erano fermati guardando Alvaro ed il mozzo con un certo rispetto.
Si scambiarono rapidamente alcune parole, poi improvvisarono con dei rami due barelle e vi posero sopra i due naufraghi senza che questi, sfiniti dalle eccessive fatiche e dalla perdita del sangue, si fossero svegliati.
Raccolsero le armi ed il barilotto delle munizioni che posero su una terza barella, poi rientrarono nella foresta, correndo a precipizio.
················
Quando Alvaro si svegliò, con suo immenso stupore non si trovò più sotto l’albero che gli aveva servito d’asilo, nè sulla riva della savana sommersa.
Era coricato su un soffice e fresco strato di foglie di palma e chiuso entro una capannuccia formata di grossi tronchi d’albero e senza alcuna apertura.
La luce però entrava a sufficienza dalle fessure delle pareti sicchè poteva vedere ciò che si trovava in quella umile dimora.
D’un balzo si era rizzato in piedi, chiedendosi se era in preda ad un sogno, non potendo ammettere che il marinaio durante la notte e da solo avesse potuto costruire quel ricovero.
Un grido gli sfuggì tosto scorgendo in un angolo il mozzo, disteso su un altro strato di foglie e col viso imbrattato di sangue.
— Garcia! Garcia! — gridò, precipitandosi verso di lui. — Che cosa è avvenuto? Dove siamo noi? Perchè hai il viso insanguinato?
Il ragazzo udendo quelle grida aveva aperti gli occhi e si era alzato a sedere sbadigliando è stiracchiandosi.
— Ah! Buon giorno, signor Alvaro, — disse. — È tornato il marinaio.
— Ma che marinaio! — gridò Alvaro. — Guarda dove siamo!
— Oh! In una casa! Chi l’ha costruita e vo...... Mio Dio, signore! Avete del sangue dietro l’orecchio destro e tutta la spalla è lorda. Chi vi ha ferito?
— Anch’io sono lordo di sangue! E anche tu! —
Si portò una mano dietro l’orecchio e la ritrasse bagnata.
— Chi ci ha conciati in questo modo? — si chiese.
— Che qualche bestia vi abbia punto, signore? Quei formiconi che abbiamo mangiati fritti, per esempio.
— Io non lo so; il fatto è che mi trovo debolissimo. Quella bestia deve avermi fatto perdere molto sangue.
— Ed anch’io signore mi sento sfinito, — rispose il mozzo. — E Diaz? E chi ci ha condotti in questa capanna? Che ci abbia portati lui mentre dormivamo? —
Alvaro stava per rispondere, quando un urlìo selvaggio, spaventevole gli giunse agli orecchi.
Quell’urlìo l’aveva udito ancora, sulle rive del fiume, quando gli Eimuri erano comparsi interrompendo bruscamente il pranzo.
Impallidì e si sentì la fronte bagnarsi prima d’un sudore caldo, poi freddo.
— Ci hanno presi! — esclamò con voce soffocata, guardando Garcia con ispavento. — Ora comprendo tutto. Noi siamo prigionieri degli Eimuri!
In quel momento la porta della capanna si aperse e comparve un indiano armato d’una pesantissima clava.
CAPITOLO XVIII. I Pyaie bianchi.
Quel selvaggio era un uomo di alta statura, senza alcun pelo sul viso, anzi privo perfino delle sopracciglia, ed invece portava i capelli lunghissimi, neri, grossolani ed arruffati.
Aveva il corpo quasi nudo, dipinto in rosso con striscie nere ed azzurre alternate e sulla fronte e sulle gote portava parecchie penne di tucano appiccicate con qualche mastice o con del miele selvatico e che gli davano un aspetto stranissimo.
Sotto il mento portava il barbotto, formato d’un pezzo di diaspro verde e sul petto gli pendeva una collana formata di conchigliette bianche, distintivo dei capi tribù brasiliani.
Appena entrato si era abbassato fino a terra, sporgendo la lingua e dando segni evidenti d’un profondo rispetto, poi si era rialzato pronunciando alcune parole rauche, affatto incomprensibili, che parevano suoni gutturali usciti dalle profondità del petto piuttosto che dalla gola.
Alvaro, che non si era rimesso ancora dal suo spavento, era rimasto immobile, guardando con inquietudine la pesante mazza del selvaggio credendo di sentirsela da un momento all’altro piombare sul cranio.
L’Eimuro, che doveva aver formulata qualche domanda, vedendo che il portoghese rimaneva silenzioso, si volse verso Garcia che si era rifugiato in un angolo e pronunciò altre parole che non potevano essere comprese meglio delle prime.
Vedendo che anche il ragazzo non apriva la bocca, fece un gesto d’impazienza, poi affacciatosi alla porta mandò un grido che pareva piuttosto un urlo di belva.
Un momento dopo un ragazzo indiano, che non doveva avere maggior età del mozzo, entrava fermandosi dinanzi al capo.
Era un bel giovanotto, dall’aspetto svegliato, cogli occhi nerissimi ed intelligenti e che sembrava appartenesse ad un altra razza.
Ed infatti aveva la pelle assai più chiara di quella del capo, i lineamenti più fini, i capelli più morbidi ed i tratti del viso più regolari.
Il capo gli rivolse alcune parole aggrottando parecchie volte la fronte e facendo qualche gesto di minaccia, poi gli indicò Alvaro.
Con grande stupore, il portoghese udì il ragazzo a dire:
— Señor.....
Alvaro e Garcia si erano guardati l’un l’altro, domandandosi per la seconda volta se sognavano o se erano veramente desti.
Un selvaggio brasiliano che parlava lo spagnuolo, mentre gli spagnuoli non avevano mai messo piede su quell’immenso territorio, era una cosa strabiliante, assolutamente incredibile.
— Signore, — riprese il ragazzo. — Il capo degli Eimuri vi ha parlato e si mostra adirato perchè voi non avete risposto alle sue domande.
— Chi ti ha insegnato a parlare la lingua degli uomini bianchi? — chiese Alvaro che non si era ancora rimesso dalla sorpresa.
— Il pyaie della mia tribù.
— Diaz!
— Sì, si chiamava così il mio padrone, — rispose il ragazzo. — Mi ricordo d’averlo udito più volte a dire: Ah! Povero Diaz!
— Dunque tu sei un tupinambo.
— Sì, signore.
— Ti hanno fatto prigioniero gli Eimuri?
— E m’ingrasseranno per mangiarmi, — disse il ragazzo senza manifestare alcuna apprensione.
— E noi? Che cosa ne faranno di noi?
— Siete fortunati voi, signore. Gli Eimuri non hanno per ora alcuna intenzione di divorarvi.
— Sai perchè inseguivano il tuo padrone?
— Sì, per farne un pyaie. Quello degli Eimuri è morto e bisogna surrogarlo. —
Una tribù senza pyaie è come un uomo senza testa.
L’avete veduto il mio padrone?
— Sì e l’abbiamo lasciato ieri sera.... —
Un rauco muggito del capo lo interruppe. L’Eimuro cominciava ad impazientirsi di quel lungo colloquio di cui non riusciva a comprendere una sola parola e cominciava a guardare minacciosamente il ragazzo.
Gli rivolse alcune parole battendo furiosamente contro il suolo la sua pesantissima mazza.
— Il capo desidera sapere se siete anche voi dei pyaie nel vostro paese.
— Tutti gli uomini bianchi lo sono, — rispose Alvaro.
— Egli promette di risparmiarvi a condizione che diventate i pyaie della sua tribù. Se vi preme salvare la vita, non rifiutate.
— Noi stregoni degli Eimuri, di questi ributtanti selvaggi!. — esclamò Alvaro. — Che cosa ne dici, Garcia.
— Che è meglio diventare maghi piuttosto di finire sulla graticola, signor Alvaro, — rispose il mozzo. — Intanto guadagniamo tempo.
Se il marinaio sfugge all’inseguimento, sono certo che non ci abbandonerà.
— Hai ragione, Garcia, — disse il signor Viana dopo un momento di riflessione. — Sì, Diaz non ci lascierà nelle mani di questi mangiatori di carne umana. —
Quindi volgendosi al ragazzo, disse:
— Avverti il capo che noi accettiamo. —
Quando l’Eimuro fu informato della loro decisione una gioia pazza si dipinse nel suo viso ed i suoi occhi nerissimi, dal lampo cupo, fiammeggiarono.
Gettò lungi da sè la clava e pronunciò alcune parole volgendosi prima verso Alvaro e quindi verso il mozzo.
— Che cosa dice? — chiese il primo, al giovanetto.
— Che voi sarete il grande pyaie ed il vostro compagno il piccolo pyaie e che con stregoni così potenti la sua tribù diverrà invincibile e non mancherà più di carne umana.
— La canaglia! — esclamò Alvaro. Il capo s’abbassò ancora toccando colla punta della lingua la terra poi uscì accompagnato dal ragazzo.
— Ebbene Garcia? — chiese Alvaro, quando furono soli. — Ti senti in grado di disimpegnare le funzioni di piccolo pyaie?
— Io non so che cosa esigeranno da me questi selvaggi; penso che per ora la graticola non ci aspetta e questo è l’importante. —
Vi confesso che non sapevo rassegnarmi all’idea di dover avere per sepoltura il ventre d’un selvaggio.
— E nemmeno io, ragazzo mio.
— Ci lascieranno in questa capanna o ci offriranno qualche cosa di meglio?
— Non so nulla. Questi selvaggi sono poco noti anche a Diaz che pure conosce moltissime tribù.
— M’immagino che....
La frase gli fu interrotta dall’improvviso ritorno del ragazzo indiano. Non era però solo, l’accompagnavano quattro selvaggi d’aspetto orribile, tutti impiastricciati di colori e di penne di pappagalli e che portavano due ceste voluminose.
— Che cosa vogliono costoro? — chiese Alvaro.
— Vi portano le vesti e gli ornamenti del defunto pyaie. Era ben provvisto quello stregone e godeva anche molta fama.
Dovrete assistere ai suoi funerali onde una parte della sua anima passi nella vostra.
— Come! Se mi hai detto che è morto otto giorni fa?
— Non si poteva spolparlo prima d’avergli trovato il successore.
— Spolparlo! Che questi Eimuri spingano la loro adorazione pel morto fino a mangiarlo?
— Oh no! Non divorano che i prigionieri di guerra e solamente nelle carestie troppo lunghe mangiano i cadaveri dei parenti.
Presto signore, il capo vi attende. —
I quattro indiani avevano scoperte le ceste levando successivamente dei diademi di penne di tucano trattenute da fibre vegetali intrecciate con pezzetti d’oro, collane e braccialetti formati da denti di caimano, di giaguaro e di vertebre di serpenti, dei perizomi di pelle di tapiro frastagliata con un certo gusto e una infinità di sacchetti contenenti certo dei preziosi amuleti o delle medicine meravigliose.
Gl’indiani, ad un cenno del ragazzo misero le collane ed i braccialetti al collo ed ai polsi dei due pyaie, cinsero loro le sottanine, misero sulla loro testa un diadema di penne scelte fra le più belle, poi li invitarono ad uscire.
— Sii serio, — disse Alvaro al mozzo — Un gran sacerdote non deve ridere, ricordatelo.
— Farò il possibile, signore, — rispose il mozzo.
Una piazza vastissima, circondata da capanne che dovevano aver appartenuto a qualche tribù vinta, si estendeva dinanzi a loro.
Quattro o cinquecento selvaggi, tutti maschi, quasi nudi o nudi affatto, ma armati di archi, di gravatane, di mazze e di scuri di pietra, stavano raggruppati, senza ordine alcuno, tenendosi in piedi od accovacciati come belve in agguato.
Erano tutti bruttissimi, colle membra secche, le capigliature lunghissime e arruffate e dipinti in modo spaventevole per incutere maggior terrore al nemico.
Il capo invece si trovava in mezzo alla piazza circondato da alcuni sotto-capi i quali pareva che formassero una guardia d’onore intorno ad un pacco voluminoso e assai lungo.
Vedendo apparire i due pyaie dalla pelle bianca, un clamore spaventevole che pareva mandato da centinaia e centinaia di belve, rimbombò nella piazza ma fu subito represso da un grido del capo.
— Che bella compagnia! — esclamò il mozzo. — Che siano uomini o bestie? Io non so decidermi a crederli esseri umani. Urlano come le belve dei deserti.
— E camminano come i lupi, — disse Alvaro, vedendo tutti quelli posare le mani a terra.
— Signor Alvaro, ho il cuore che mi trema. Se quei bruti ci mettessero invece sulla graticola?
— Non temere: ormai siamo uomini sacri.
— E che cosa guardano quei selvaggi impennacchiati?
— Suppongo che in quel pacco si trovi il cadavere del defunto pyaie.
— Che ce lo facciano mangiare per far meglio entrare nei nostri corpi la sua anima!
— Non rivoltarmi lo stomaco, Garcia. —
Il capo si avanzò verso i due pyaie con dimostrazioni di rispetto profondo e con un gesto li invitò a seguirlo.
La mazza del capo gli aveva fracassato il cranio.... (Cap. XIX).
I sotto-capi si erano già messi sulle spalle quel pacco che era involto in una stoffa ruvida formata probabilmente colla corteccia fibrosa di qualche pianta e si erano messi in cammino dirigendosi verso la foresta.
Anche i guerrieri avevano strette le loro file e cominciavano a muoversi, chi camminando diritti, chi colle mani e coi piedi. Mugulavano come giaguari o lanciavano di quando in quando delle grida gutturali assolutamente incomprensibili, strappandosi poi manate di capelli e percuotendosi il corpo coi pugni.
— Che vadano a seppellire il morto? — chiese Garcia.
— Certo, — rispose Alvaro, — se hanno poi l’abitudine di seppellire i loro cadaveri! Io ne dubito. —
Sempre mugolando e urlando e picchiandosi maledettamente anche a vicenda, gli Eimuri si cacciarono sotto i boschi, marciando disordinatamente.
Un quarto d’ora dopo i sotto-capi si arrestavano sulle rive di un fiume che in quel luogo misurava almeno mezzo chilometro di larghezza e che pareva fosse profondissimo.
Il capo si diresse verso una roccia che scendeva quasi a picco sul fiume e guardò per parecchi minuti le acque.
Alvaro e Garcia, che lo avevano seguito, si provarono ad interrogarlo.
— Caribi, — rispose l’Eimuro.
— Caribi! — esclamò Alvaro. — Ah! Devono essere quei certi pesciolini che per poco non divorarono Diaz. Te ne ricordi, Garcia?
— Sì, il marinaio ci ha parlato dei caribi. Che siano venuti qui per pescarli?
— Ora vedremo, — rispose Alvaro.
Il capo in quel frattempo si era fatto portare un paniere e aveva levate..... delle membra umane che parevano fossero state recise da poco, essendo ancora sanguinanti.
Prese un braccio che aveva ancora, intorno al polso, un braccialetto di conchiglie e lo gettò nel fiume, poi una gamba e una testa che sembrava avessero appartenuto ad un ragazzo.
— Birbanti! — esclamò Alvaro, facendo un gesto di ribrezzo. — Questi selvaggi mi fanno paura!
— Andiamocene, signore, — disse Garcia. — Non posso resistere.
— Ti comprometteresti, ragazzo mio. No, dobbiamo rimanere se vogliamo salvare la pelle.
— Caribi! — disse ancora il capo, indicando ad Alvaro il fiume.
Il portoghese si curvò sull’orlo della rupe e vide sotto, guizzare fra le acque che erano limpidissime, miriadi di pesciolini lunghi quanto una mano, coi dorsi oscuri ed i ventri argentati che battagliavano furiosamente fra di loro, divorandosi a vicenda.
— È la carne umana che ha gettata il capo che li ha fatti accorrere in così gran numero, — disse Alvaro a Garcia.
— E perchè li ha fatti venire a galla? —
In quel momento un odore nauseabondo, orribile, si sparse sulla riva del fiume. —
I sotto-capi avevano tolta la ruvida tela che avvolgeva quel pacco misterioso ed avevano scoperto il cadavere d’un vecchio indiano già putrefatto.
— Ci appesta quel morto! — esclamò Garcia, turandosi il naso. All’inferno tutti gli Eimuri ed il loro stregone!
I sotto-capi passarono sotto le braccia del cadavere due lunghe liane ben secche, lo trascinarono fino sull’orlo della roccia, poi lo calarono dolcemente nel fiume, là dove i caribi continuavano a battagliare.
— Lo danno da mangiare ai pesci, — disse Alvaro.
I caribi si erano gettati furiosamente sul pyaie assalendolo da tutte le parti con un accanimento impossibile a descriversi.
I loro denti aguzzi e solidi come se fossero d’acciaio, strappavano ad un tempo lembi di pelle e di carne.
Alcuni erano già scomparsi nel ventre del morto e divoravano i polmoni, il cuore, il fegato e le budella.
La carne scompariva con rapidità prodigiosa. I muscoli se ne andavano, triturati da quelle migliaia di bocche e le ossa cominciavano a comparire.
La distruzione di quel povero corpo non fu lunga. Non erano trascorsi dieci minuti che non rimaneva nemmeno un brandello di carne su quello scheletro.
— Altro che gli anatomici! — esclamò Alvaro. — Questi pesci valgono molto di più.
Ecco un magnifico scheletro, accuratamente spogliato, che farebbe una superba figura nella vetrina d’un museo. —
1 sotto-capi ritirarono dolcemente lo scheletro del pyaie e lo avvolsero accuratamente in un’ampia stuoia che poi legarono con numerose liane e lo deposero su una specie di palanchino costruito rozzamente con rami intrecciati.
— La cerimonia è finita, — disse una voce.
Alvaro si volse e si vide accanto il ragazzo indiano.
— I pyaie dalla pelle bianca possono ora prendere possesso della capanna che apparteneva al defunto.
— E delle ossa del morto che cosa ne faranno? — chiese Alvaro.
— Si sospendono ad un albero e si lasciano là finchè cadono. —
Gli Eimuri si erano rimessi in cammino senza dare più alcun segno di dolore.
Anzi parevano lietissimi e saltellavano agitando le loro pesanti mazze fingendo di combattere contro dei nemici invisibili.
Talora si scagliavano colla furia d’un uragano come se avessero avuto dinanzi qualche tribù avversaria, mandando urla spaventevoli e vibrando all’impazzata colpi disperati, poi si arrestavano di colpo e simulavano una fulminea fuga, tornando verso i capi.
L’aspetto che assumevano allora i visi di quei selvaggi era orribile. Non avevano più sembianze umane; parevano piuttosto musi di giaguari o di coguari.
I loro occhi mandavano baleni, dimenavano le mascelle come se pregustassero la carne dei vinti e mandavano ruggiti da fiere.
Quando giunsero al villaggio, i guerrieri si dispersero per le vicine foreste non potendo le capanne bastare per tutti. Solamente poche dozzine si erano fermate intorno ad una abitazione più vasta delle altre, che sorgeva nel centro della piazza e che era adorna di pelli di serpenti appesi alle pareti e di teste di caimano collocate intorno alla punta del tetto.
— Che cosa c’è in quella capanna? — chiese Alvaro al ragazzo indiano.
— Era la dimora del defunto pyaie, — rispose. — Ora sarà la vostra finchè gli Eimuri si fermeranno qui.
Ho ricevuto l’ordine di condurvi là dentro e di mettermi a vostra disposizione finchè avrete imparata la lingua di questi uomini.
— E non si potrebbe avere qualche cosa da porre sotto i denti?
— Fra poco si sacrificherà un mio compatriota che è stato giudicato abbastanza grasso e voi avrete la parte migliore.
— Che mangerai tu, mostro! — esclamò Alvaro indignato.
Il ragazzo lo guardò con stupore, poi disse:
— Ah! Sì, gli uomini bianchi non amano che la carne bianca. Disgraziatamente qui tutti sono rossi, e non si saprebbe come fare a procurarvene.
— Noi non mangiamo che carne d’animali e frutta, mi hai capito? La carne umana ci ispira orrore.
— Avrete del tapiro della testuggine e del mandioca. Entrate e non uscite finchè non ricevete l’ordine del capo. I pyaie non devono mostrarsi troppo sovente in pubblico. —
Alvaro e Garcia, dopo una breve titubanza, varcarono la soglia, prendendo possesso della dimora del defunto pyaie.