MARIANNA BRIGHENTI E LA SUA FAMIGLIA.

Marianna Brighenti nacque l'8 ottobre 1808 a Massa Finalese, in provincia di Modena, da Maria e Pietro Brighenti; prima di lei nel 1801 era venuto al mondo il primogenito de la famiglia, Luigi; e due anni più tardi nasceva un'altra bambina, Anna. L'avvocato Pietro era tenerissimo de' suoi, e a quei bambini, come non mancarono le affettuose cure dei genitori, così arrise da prima anche la fortuna.

Il Brighenti, nato in Castelvetro nel 1775 di buona famiglia, aveva fatto i primi studi a Vignola, di dove, vestito l'abito religioso, quattordicenne, era entrato nel seminario vescovile di Modena; poi aveva compiuto a l'Università il corso di filosofia e giurisprudenza, ottenendone la laurea nel 1798, ed era stato capitano de la guardia nazionale. Poco dopo conseguita la laurea, aiutò Ugo Foscolo ne l'edizione bolognese, allora incominciata, de la Vera storia di due amanti infelici; anzi la curò da solo, quando, partito l'autore per Milano, dove sperava trovare impiego, il tipografo Marsigli volle continuare ad ogni modo la stampa del libro. A questo proposito un curioso aneddoto è narrato dal giornaletto modenese La Ghirlandina (8 e 19 febbraio 1855), aneddoto rettificato da Antonio Cappelli ne la Memoria Ugo Foscolo arrestato ed esaminato in Modena.[25] Il Brighenti, desideroso di grandezza, ardente di carattere, ambizioso, si diede a la politica, e stava per recarsi in Francia, quando preso d'amore per la bella Maria di Francesco Galvani, nobile modenese di condizione assai superiore a la sua, non seppe più allontanarsi da la patria. Dopo due anni di vani tentativi per ottenere l'assenso dei genitori de la fanciulla, fuggì con lei, che sposò, e che gli fu, com'egli stesso ebbe a dire, un angelo di bontà, di rassegnazione e di conforto nelle sue tristi fortune.

A ventitrè anni, fautore convinto de le idee liberali francesi, venne nominato ispettore, cioè commissario di polizia, nei dipartimenti de l'alto Po, del Reno e del Panaro. I rivolgimenti politici lo costrinsero poi a rifugiarsi a Bologna, dove attese a la pratica legale e di dove, cacciato, andò a Livorno e vi stette finchè ritornati i Francesi riebbe il suo ufficio; ed anzi da esso passò ad altri più importanti e che gli davan quindi maggior onore e profitto; fu segretario aggiunto al Ministero di polizia in Milano, ebbe parte nel riordinamento della polizia a Modena, a Reggio, a Bologna, a Ferrara, a Rovigo; poi fu vice prefetto a Massa e Carrara, indi a Cesena.

La famigliuola venne gettata nel lutto da la morte del bimbo Luigi, pel quale Pietro Giordani, allora quasi sconosciuto, dettava una pietosa epigrafe. Dopo questa sventura i Brighenti più che mai si strinsero a le loro due fanciullette, che crescevano d'indole dolce, fra le carezze e gli agi e il generale rispetto che gli uffici del padre procuravan loro.

A Cesena, verso i primi del 1807, l'avvocato salvava la vita al Giordani e gli dava inoltre largo aiuto ne la disperata miseria in cui, scampato a la morte, quegli cadeva; di che, divenuto celebre, il letterato gli conservò sempre una profonda gratitudine ed anche quando, non si sa certo, ma si suppone il perchè, parve ritogliergli con la stima l'amicizia sua, non cessò di adoperarsi in ogni modo per riuscirgli utile. In quello stesso anno 1807 gli dedicava con belle ed alte parole il discorso Sullo stile poetico del marchese di Montrone: gli diceva aver molto e lungamente desiderato di dargli qualche segno de l'amore e de la riverenza che gli portava per le sue tante virtù, e fra queste aver in pregio sopra tutte la fede ne l'amicizia, di che il Brighenti era «esempio a qualunque età ammirabile, alla nostra quasi incredibile.» Confessava essergli debitore di quanto non aveva voluto mai obbligarsi a nessuno; e sperava ch'egli avrebbe gradita la dedica di quel libro del marchese di Montrone, uomo da ambedue loro ugualmente onorato ed amato.[26] Nel 1809 il Giordani raccomandava Pietro Brighenti a Vincenzo Monti per l'ufficio di Direttore de la pubblica istruzione in Italia. Pare che in questi suoi tempi fortunati l'avvocato modenese avesse sensi veramente generosi; varrebbe a provarlo quest'aneddoto narrato da la figlia sua Marianna ne la biografia di lui ch'ella scrisse e che rimane tuttavia inedita, biografia da lei regalata autografa a l'avvocato Geminiano Corazziari, il quale a sua volta ne fece dono al Museo del Risorgimento Italiano in Modena (Sezione documenti): «Era il Brighenti segretario del Ministero di grazia, allorchè in Milano vennero tradotti quattro de' più nobili e cospicui Modenesi, i quali posero in mano al Brighenti una cedola di mille luigi, se procurava loro la libertà ed egli lacerò l'ordine, perchè sapeva che fra pochi giorni sarebbero stati fatti uscire, dietro le di lui premure. Sì nobil modo di agire cattivogli l'animo di que' signori, che sempre l'ebbero quale amico.»

Dopo la restaurazione il Brighenti, pel quale era già stato firmato un decreto che lo nominava prefetto a Belluno e cavaliere della Corona di ferro, povero e sospettato se ne andò nel 1815 a Bologna, dove per procurare il pane a la moglie ammalata e a le due figliuole si diede ad imprese musicali. Ne la musica era peritissimo; di argomento musicale scrisse parecchio: l'Elogio di Matteo Babini suo maestro di canto e artista illustre, elogio detto al Liceo filarmonico di Bologna ne la solenne distribuzione dei premi il 9 luglio 1819 e pubblicato più tardi dal Nobili: il discorso Su la musica rossiniana e sul suo autore, edito a Bologna nel 1830 (in-8º di pp. VI-30, Tipogr. Emidio Dall'Olmo) e ristampato poi ad Arezzo nel 1833 (Tipogr. Bellotti). Era socio ordinario ne la classe dei cantanti ed uno dei tre consultori de l'Accademia filarmonica bolognese.

Volle provarsi in speculazioni mercantili, ma vi perdette molto danaro e non avrebbe saputo come cavarsi d'impaccio, se la moglie non gli avesse generosamente permesso di valersi de la sua dote. Si volse allora a l'industria libraria, che gli diede molto profitto con l'edizione del Giordani, poco invece con quella de le opere di Vincenzo Monti, rimasta sette mesi sotto sequestro, e coi due giornali l'Abbreviatore e il Caffè di Petronio. In questo (anno 1825, ni 17, 29 e 34) si trovano alcuni articoli firmati Mario Valgano modenese; li scrisse la moglie stessa del Brighenti, la quale sotto il medesimo pseudonimo si era fatta editrice de le opere di Pietro Giordani. L'avvocato frequentava i più noti letterati: il Mezzofanti, lo Strocchi, il Marchetti, il Costa, il Borghesi, il Monti, il Perticari; e più volte rivide il Giordani, il quale, sempre premuroso di lui e de le sue ragazzine, gli prevedeva in queste, consolazione e fortuna, consigliandolo ad esser forte ne le avversità e a conservar la sua salute, chè studiando costantemente forse sarebbe riescito a divenire egli medesimo un bravo cantante; ad ogni modo avrebbe potuto «formare Mariannina e formarla non solamente abile cantatrice; chè questo è ancora il meno; ma amabile e prudente e accorta e insieme ingenua e rispettabile. Vedrete che tesoro è una tale virtuosa.»[27]

Le previsioni del Giordani dovevano avverarsi a puntino: la grazia unita al senno, l'arte e l'intelligenza accoppiate a purezza di costumi e ad ingenuità furono le più care doti di Marianna. L'altra sorella Anna mostrava meno ingegno; il padre tentò invano di far anche di lei una cantante; pareva che dovesse riuscire discretamente ne la pittura, benchè il Giordani prevedesse che con quella placida fantasia non sarebbe mai stata grande e sperasse solo di vederla divenire una buona ritrattista. A quanto afferma il conte Giorgio Ferrari Moreni, Anna «trattò con franchezza il bulino, come lo dimostrano due sue incisioni felicemente condotte.»[28] Anzi tutte e due le ragazze tentarono l'incisione, sperando di trarne un discreto guadagno, ma non poterono continuare, poichè ne soffriva la loro salute. Il letterato piacentino prendeva tanto interesse a Marianna e ad Anna che, dovendo ne la primavera del 1818 andare a Roma, si proponeva di fermarsi a Bologna soltanto per vederle. Ambedue eran cresciute belle, e ancor più graziose che belle; tali appaiono nei due ritratti che reciprocamente si fecero e che son conservati ne l'archivio Valdrighi di Modena; non erano molto istruite, ma non certo incolte; educate a quei sentimenti gentili che, se non dal mondo, il quale di rado li sa pregiare, hanno il loro premio in sè stessi, ne la loro intima dolcezza, cui nessun'altra è comparabile, le due sorelle si amavano vivamente, quantunque non poco diverse di carattere: Marianna da la fisonomia mobile ed espressiva, da la svelta persona un po' gracile, era di un'indole profonda e seria; Anna più florida d'aspetto, tutta fuoco ed allegria; avevan comune la vita intiera, gioie, dolori, studi. Quando a Bologna si trovaron gettate in una condizione meschina, vi si rassegnarono senza troppo rimpiangere gli agi perduti, paghe de le loro gioiose speranze e de l'amore che legava strettamente tutta la famigliuola e che trova espressioni ingenue e sincere nei versi da loro composti per gli onomastici del padre, de la madre, o l'una per quello de l'altra, versi poveri d'arte, ma ricchi d'affetto, di cui alcuni appartengono a la loro prima giovanezza, altri, come certe delicate letterine scritte molto più tardi, mostrano in Marianna ed Anna, già donne mature, sempre la medesima riverente tenerezza, la medesima filiale sommessione, che ha qualche cosa d'infantile e di commovente.[29] Sotto la guida del padre le due ragazze si diedero assiduamente a lo studio del canto; ne le opere e nei concerti diretti da lui il loro gusto si affinava e il loro spirito si distraeva piacevolmente; egli cantava spesso anche ne le sacre funzioni per poter con quel guadagno straordinario condurre le figliuole al teatro; inoltre era solito di presentare a la famiglia gli amici e conoscenti suoi, fra i quali v'erano alcuni de' migliori ingegni di quel tempo; e ne le gradite conversazioni le due giovani acquistavano non poca cultura e finezza. Il loro carattere era venuto intanto pienamente svolgendosi: Marianna, sotto un aspetto di gaiezza franca e modesta, nascondeva un cuore appassionato e uno spirito riflessivo; semplice ne le maniere, affabile insieme e dignitosa, era riconosciuta da tutti per una vera dama; ciò che meravigliava i volgari, i quali non pensano di poter trovare signorilità d'animo e di modi in gente povera e non nobile. La bella persona e la grazia del suo canto le guadagnavano le simpatie generali, cui ella preferiva d'assai l'affetto e l'amicizia di quelli che mostravano di comprendere il suo cuore tenerissimo, il quale s'apriva a la vita gioiosamente, ricco d'un tesoro di speranze, d'avvenire, d'amore inesaurabile. La tenerezza fu il sorriso de la sua gioventù e la consolazione di tutta la sua vita; benchè ella troppo facile ad accendersi ed a credere gli uomini migliori che non sono, restasse sempre dolorosamente ferita da la delusione. Ella guardava la vita con uno sguardo serio, e anche nei brevi momenti di felicità ch'ella ebbe, intendeva e compativa il dolore; più de la fortuna, degli onori, del lusso, apprezzava la gioia d'esser amata, gioia che cercò avidamente e instancabilmente, non potendo credere che l'anima sua pronta a concedersi tutta nella purezza di un affetto devoto, non dovesse trovar mai un'altr'anima, che la ricambiasse con ugual forza e nobiltà di sentimento.

Anna più vivace, più schiettamente allegra, civettuola senza malizia, era buona anch'essa, ma ne la vita voleva godere e ridere; le piaceva di vedersi ammirata, corteggiata; e, come non dava, non chiedeva passioni tragiche, rifuggendo per istinto da le pene di cuore; soffrire non voleva, e men che mai soffrire per amore, perciò, riserbando a le poche persone intime tutto il suo affetto, ricambiava di sorrisi, di scherzi, di arguzie i suoi ammiratori. Paolina Leopardi paragonava le due sorelle Brighenti a Minna e Brenda di Walter Scott, a Rosina ed Elena di Lafontaine.

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Nel 1818 il Giordani, che doveva recarsi a Bologna, avvertiva il Leopardi di scrivergli colà e di raccomandare la lettera a l'avvocato Brighenti; e di costui gli parlò poi come d'una carissima persona, quando fu a Recanati, mostrando questa volta, come molte altre in diverse occasioni, il gentile desiderio di veder stringersi in affettuosa relazione fra loro gli amici suoi; è probabile ch'egli esortasse il grande Recanatese a porsi in corrispondenza col Brighenti. Partito il Giordani, giunse in casa Leopardi una lettera de l'avvocato modenese per lui, e Giacomo (21 settembre 1818) colse quest'occasione per avviare la relazione epistolare che l'amico gli aveva consigliata e che non interruppe più per lunghissimo tempo. Da prima si valse del Brighenti per l'acquisto di certi libri e per la diffusione di qualche esemplare de le sue prime canzoni; nel 1820 le lettere divennero più intime e più frequenti, perchè il Leopardi volle affidar a l'avvocato l'incarico di far stampare le tre Canzoni Ad Angelo MaiPer una donna malata (intitolata anche altrimenti: Sopra malattia di una donna poi guarita) — Sullo strazio di una giovane (altrimenti intitolata: Sopra una donna morta col suo portato); cui, per consiglio del Brighenti, si sarebbero dovute aggiungere le due canzoni già pubblicate a Roma: All'Italia e Sul monumento di Dante. Il Modenese conosceva queste due ultime da un pezzo, anzi intorno ad esse egli aveva raccolto notizie e giudizi dai letterati suoi amici, prendendone appunto sopra un esemplare de l'edizione romana di Bourlié, esemplare che ancora ci rimane:[30] tali osservazioni sono in generale sarcastiche, ma il Brighenti si era ricreduto nel giudizio intorno al Leopardi poeta, e, trattandosi de l'edizione che il giovane recanatese l'aveva pregato di fargli fare, si mostrava sinceramente premuroso. Come era sua abitudine, da che l'accordo col padre era rotto, Giacomo non parlò affatto in famiglia di questa sua progettata pubblicazione, che Monaldo però venne tosto a scoprire con un'ira che gli fece immediatamente scrivere al Brighenti per impedir ogni cosa; non voleva che venissero ripubblicate le due prime canzoni, le quali erano spiaciute a lui, quanto erano riuscite care ai liberali; e nè pure voleva saperne de la canzone Sullo strazio, perchè «s'immaginò subito mille sozzure nell'esecuzione e mille sconvenienze nel soggetto»; ed anche perchè il poeta ne aveva tolto l'argomento da un fatto vero e recente. In quest'occasione l'amicizia fra Giacomo e l'avvocato divenne intimità, ed il primo aprì al secondo i dolori secreti de l'anima sua con giovanile espansione, benchè si dicesse vecchio moralmente, anzi decrepito. L'avvocato, padre tenero de le sue figliuole, desideroso «che l'animo dei genitori abbia sempre a confortarsi della felice riuscita della loro prole,» non ha coraggio di trasgredire l'ordine di Monaldo, ma cerca di serbarsi l'amicizia di ambedue i Leopardi e di metterli d'accordo, e dopo lungo scrivere e riscrivere, ottiene finalmente che venga data a la luce la sola canzone Ad Angelo Mai, inspirata da le scoperte ciceroniane del dotto monsignore. Giacomo Leopardi aveva avuto il disegno di dettare alcune lettere, che con buona quantità di osservazioni critiche dimostrassero il pregio di quella classica scoperta, ma da un lato la malferma salute non gli aveva permesse le fatiche d'un lavoro d'erudizione, da l'altra al suo entusiasmo conveniva piuttosto la poesia che la prosa. Egli accompagnò il Canto con una lettera dedicatoria al conte Leonardo Trissino, ne la quale scrive: «Ricordatevi che ai disgraziati si conviene vestire a lutto, ed è forza che le nostre Canzoni rassomiglino ai versi funebri;» e gli dice ancora: «Diamoci alle Lettere quanto portano le nostre forze e applichiamo l'ingegno a dilettare colle parole, giacchè la fortuna ci toglie il giovare co' fatti.» Questo concetto che l'opera andasse innanzi a la parola per importanza civile era ben fermo nel poeta, che nel Parini scriveva l'antichità potersi figurare come in Argo la statua di Telesilla, poetessa guerriera e salvatrice della patria: «la quale statua rappresentavala con un elmo in mano, intenta a mirarlo, con dimostrazione di compiacersene, in atto di volerlosi recare in capo; e a' piedi alcuni volumi quasi negletti da lei, come piccola parte della sua gloria.»

Più tardi il Giordani accennava al rincrescimento che per la dedica provò il pauroso conte Trissino; invero la Canzone si ricollega a le due prime leopardiane per l'amor patrio che la inspira, anzi l'infiamma tutta, ed è aperto e non dissimulato come in quelle; lo stesso Giacomo, accennando ironicamente al permesso dato dal padre, perchè questa Canzone venisse pubblicata, permesso cagionato dal nome di un monsignore ch'essa portava in fronte, aggiungeva: «Non sospetta punto che sotto quel titolo si nasconda una Canzone piena di orribile fanatismo»; il fanatismo era tale che se i censori papali lasciaron passare la Canzone, la polizia austriaca invece ne fece caso e la sequestrò[31] messa su l'avviso da un tal Luigi Brasil, che per molti anni fu secondo aggiunto presso la direzione generale di polizia austriaca in Venezia. Il Piergili con valide argomentazioni dimostrò la più che probabilità che anche il Brighenti si tenesse in relazione secreta con la polizia sotto lo pseudonimo di Luigi Morandini; ed il marchese Gualterio trovò il nome del Modenese in un elenco di confidenti de la polizia di Milano. Certo l'avvocato pel sequestro de l'opuscolo leopardiano non mostrò alcun rincrescimento. In una lettera al Leopardi scrive il Brighenti, con un manifesto senso d'amarezza e d'invidia, degli spioni in cocchio che «sono la delizia dei circoli dei nostri patrizi.» Le strette del bisogno avevan forse vinto l'onestà di lui, che per trovar il modo di assicurare la sua famiglia della necessaria sussistenza, ciò che gli lacerava il cuore, avvilito de la umile e disprezzata condizione in cui era caduto, disperato di saper trarsene altrimenti, dopo aver trovati inutili tutti i mezzi di risorsa, a cercar i quali s'era tormentato il cervello, cedette a provvedere a la sorte de le figliuole facendosi delatore. Ma de la sua colpa nulla seppero Marianna ed Anna. Egli non poteva ignorare d'averle troppo onestamente e rettamente educate, perchè esse preferissero un pane infame a la miseria: le giovani poterono venerare il padre loro e andarne altere, perchè l'inganno in cui vissero risparmiò al loro cuore uno strazio che sarebbe stato più amaro di tutte le altre sventure, di tutte le altre delusioni.

Le due ragazze lessero certamente in quel tempo la Canzone al Mai, e se Anna, che amava i teneri sospiri dei poeti arcadi, potè non farne gran caso, Marianna dovette sentirsi presa d'ammirazione per quel cuore appassionato, credente ed amante, in contrasto con lo scetticismo di quel grande spirito, e fremere dinanzi a la maestà de le figure di Dante, del Petrarca, del Colombo, del Tasso, de l'Alfieri, con tanto entusiasmo rievocate. Ella che dal padre e forse dal Giordani aveva sentito parlare de la grandezza e de l'infelicità del contino recanatese, non poteva restar indifferente al grido di dolore, che si leva da quelle pagine, a la voce di quel desolato poeta, che ne la vanità d'ogni cosa adora i sogni leggiadri, rimpiange le poetiche favole antiche e lo stupendo potere de la cara immaginazione, conforto ai nostri affanni, e anela a l'amore, ultimo inganno di nostra vita, al grande e al raro, abbia pur nome di follia.

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Quando Giacomo Leopardi, che mai ebbe un sospetto su l'avvocato modenese, andando a Milano presso l'editore Stella passò da Bologna, gli furon fatte gentili accoglienze e premure perchè rimanesse, cortesi proposte con segni di grande stima. In quei nove giorni contrasse più amicizie che a Roma in cinque mesi: vi conobbe il conte e la contessa Pepoli, il professore Paolo Costa, il conte Antonio Papadopoli e tutta la famiglia de l'avvocato Brighenti, da cui certo ricevette buona parte di quelle accoglienze allegre, senza diplomazie, di quelle gran carezze, di cui tanto si lodava e che lo rinfrancavano talmente da fargli scorgere qualche spiraglio di luce, traverso la nebbia fitta del suo scetticismo. Probabilmente da l'avvocato stesso gli vennero quelle proposte di occupazioni letterarie ch'egli sperava non richiedenti gran fatica e convenienti al suo ingegno.

Tornato Giacomo da Milano a Bologna per fermarvisi lungamente, trovò premurosissimo il Brighenti, il quale gli aperse la propria casa, lo accolse fra gl'intimi; e le conversazioni confidenti con Marianna ed Anna, giovani e graziosissime, riuscivano ben gradite a lui che fin da due anni prima scriveva a Carlo: «Il parlare a una bella ragazza vale dieci volte più che non girare attorno all'Apollo di Belvedere o alla Venere Capitolina.» (Lettera 5 aprile 1823.) Egli aveva già orribilmente sofferto, ma nulla aveva perduto ancora di quella sensitività, che fu una de le più grandi caratteristiche de l'anima sua: voleva ancora toujours sentir, toujours aimer, toujours espérer (lettera 23 giugno 1823), persuaso che quella sua sensitività fosse il più prezioso dei doni, sol che si trovasse un oggetto meritevole di essa; nell'amore giudicava il piacere dato da un solo istante di rapimento e d'emozione profonda, preferibile a tutte le gioie che provano le anime volgari. Egli timido, riservato, malinconico, preferì subito Marianna, seria anche nel sorriso, appassionata, un po' incline a la tristezza, come tutte le anime profonde, Marianna, che nel suo canto sapeva trasfondere tanta intima espressione d'affetto, ad Anna mordace, sempre allegra, leggera. Marianna era nel pieno splendore de la gioventù e de la bellezza, e il suo talento musicale e la sua voce destavan già ammirazione in quanti la conoscevano, sì che appar anche più naturale che il Leopardi, il quale adorava la bellezza e sentiva profondamente le impressioni de la musica, gradisse la compagnia di lei, specie in quei giorni non lieti, sventrati da le noiose lezioni al conte Papadopoli e al giovane Greco di cui s'ignora il nome. Il Recanatese, frequentando la casa Brighenti, dava qualche aiuto a l'avvocato per un'intrapresa edizione de le opere di Vincenzo Monti, e qualche consiglio pel periodico Il Caffè di Petronio, giornale di notizie teatrali e bibliografiche, di cui l'avvocato stesso era fondatore e compilatore; passava qualche ora in piacevole conversazione con la famiglia, spesso vi era invitato a pranzo, mandava in dono a l'amico i formaggi marchigiani mandatigli dal padre: e quella franca e cordiale ospitalità (franca e cordiale almeno per parte de le donne) gli rasserenava lo spirito: i suoi biglietti di quel tempo a l'avvocato sono con le lettere a Pier Francesco bambino le cose più sinceramente allegre e graziosamente scherzose ch'egli abbia mai scritte; e lungo tempo dopo egli ricordava ancora con vivo piacere la bella serata del Natale 1825 da lui trascorsa in casa de la famiglia di Marianna. Nè fu la sola; assai spesso, dopo desinare, il poeta amava restar a tavola con gli amici, e in quell'ora egli ordinariamente assai parco di parole, si compiaceva di ragionare a lungo, esponendo i suoi pensieri con modestia e con riserva, ma con quell'arguzia acuta e talora pungente che sarebbe stata una de le doti caratteristiche del suo spirito, se la noia e il dolore non ve l'avessero soffocata. Questo piacevole filosofare, che ricordava al Viani le Dispute conviviali di Plutarco, il Convito di Platone e il Simposio di Senofonte, era uno dei più graditi piaceri di Giacomo, tanto più che gli dava agio di mostrare la superiorità del suo spirito e di piacer forse anche a gli occhi de le donne intelligenti, malgrado la non bella persona e il vestire dimesso. Se poi entravano ne la conversazione uomini di poco senno, egli taceva tosto, non amando di contraddire, soltanto allorchè sentiva qualche troppo grosso sproposito tirava una presa di tabacco con un rumore affettato, cosa che faceva ridere chi ne intendeva il senso. Narra il Brighenti che in una di quelle conversazioni serali Giacomo componesse questa sciarada: Uccide il primiero — Uccide il secondo — Uccide l'intero. — Amore.

Marianna comprese presto d'aver destato un sentimento più fervente de l'amicizia nell'animo del poeta; e quantunque un altro uomo le occupasse tutto il pensiero,[32] quantunque ella non sentisse pel Recanatese che una pietosa tenerezza e una ammirazione reverente, seppe ne la sua bontà far sì che di quella passione non corrisposta egli potesse serbarsi in cuore un senso di dolcezza e di conforto. A lei medesima rimase per sempre una cara memoria di quell'affetto che molti anni dopo rivelò a Paolina Leopardi; e una lettera di Giacomo, certamente una lettera d'amore, si trovava ancora preziosamente conservata fra i più diletti ricordi di lei, quando la bella ed ammirata artista era divenuta una povera e disgraziata vecchia quasi ottuagenaria.

Tornato a Recanati, Giacomo nei suoi confidenti colloqui con Paolina le parlava con vivo affetto dei Brighenti, dicendo che avrebbe desiderato rivedere il Modenese, come un figlio desidera rivedere il padre, e di Marianna le narrava con tanta ammirazione, da lasciar indovinare l'amore che per lei aveva provato, mettendo in curiosità Paolina così da farle domandare la descrizione, ne' più minuti particolari, de la bella Brighenti.

Giacomo ne faceva il ritratto, compiacendosi forse di poter parlare di quella donna a lui cara con quell'altra anima femminile, che, quantunque diversamente, gli era cara altrettanto: gli parve che Marianna e Paolina fossero fatte per intendersi e per amarsi; così, quando la malferma salute gli rese grave lo scrivere, colse l'occasione opportuna per far entrare in corrispondenza fra loro le due giovani, pregando la sorella di richiedere da Marianna, a nome di lui, notizie dei Brighenti. Fors'anche ne la sua delicatezza, comprese che fra lui e la graziosa Majà (come la chiamavano sempre) non essendo possibile, dopo quanto era avvenuto, una corrispondenza, il mezzo migliore e più gentile di coltivare l'amicizia che la giovane gli aveva offerta, era quello di deporla ne le mani di Paolina, la quale aveva tanto del suo cuore. La contessina invero, che non trovava in famiglia corrispondenza a la sua innata ed espansiva tenerezza e che sentiva il bisogno di confidarsi ad un'anima capace d'intenderla, nutrì per Marianna un affetto vivissimo, le rivelò i suoi più intimi secreti e custodì quelli di lei con gelosa premura.

Le tendenze artistiche di Marianna, chiare fin dal tempo de' suoi primi studi, la bella voce di lei e le sue facoltà musicali, le promettevano una buona riuscita su la scena, tanto più che nella sua delicata sensitività essa comprendeva e sapeva rendere le passioni e, bella e graziosa della persona, appariva adatta ad incarnare i più simpatici tipi femminili, cui poesia e musica hanno dato una vita ideale. Ell'era ancora ai primi passi de la sua carriera e già tutti prevedevano in lei un'ottima cantante; Giacomo Leopardi se ne rallegrava sinceramente e ancora nel 1830 rammentava con riconoscenza la cordialità e l'affezione ch'ella gli aveva dimostrato. Mentre Giacomo era a Bologna, il Brighenti fece fare il ritratto di lui dal disegnatore Lolli per la progettata edizione delle sue opere ed alcuni anni dopo gliene dava in dono il rame inciso dal Guadagnini, dono che fu carissimo a tutta la famiglia Leopardi.

Paolina, che da le parole del fratello, tanto più disposto a sprezzare che ad ammirare gli uomini, e da le stesse ingenue e gentili lettere di Marianna, si era formato un alto concetto di quell'amica, la considerava ormai come un essere privilegiato, cui natura avesse largito in copia i doni onde con gli altri è tanto avara, e si rallegrava, come d'un'insperata fortuna, d'averne il cuore.

Nel maggio del 1829, malgrado le proteste di certi parenti, Marianna esordiva a Bologna con la Semiramide del Rossini, nel teatro privato di Emilio Loup, e Giacomo Leopardi, avuta notizia degli applausi ch'ella aveva ottenuti, compiacendosene salutava cordialissimamente lei, la madre e la sorella. In quell'autunno (novembre 1829) Marianna (e fu il primo suo teatro d'importanza e perciò detto da alcuni il suo vero esordire) cantò nel Teatro di Corte di Modena nell'opera del maestro Alessandro Gandini Zaira (poesia di F. Romani, quella stessa che era stata non felicemente musicata anche dal sommo Bellini). Per la parte di Zaira era stata scelta la Corinaldesi, cui da ultimo venne sostituita Marianna, la quale piacque e pel talento e per lo squisito sentire e per la singolare bravura, come afferma il maestro Gandini stesso;[33] il quale parlando d'un'altra artista, la Giuseppina Jabre Noel, che nel 1830 eseguì a Modena la stessa opera, dice che mancava de la finitezza tanto ammirata ne la Brighenti. De l'esito de la Zaira e dei meriti artistici di Marianna parlarono con lode il Messaggiere Modenese, il 2 gennaio 1830, nº 1, ed il Censore Universale dei Teatri di Milano redatto dal Prividali, nei suoi ni 91 e 92 (novembre, 1829).

L'anno a presso nel luglio Marianna andava a Siena nell'Imper. e Real Teatro dei Rinnovati a sostenervi le parti di Giulietta e di Egilda nelle opere Giulietta e Romeo ed Arabi; e vi otteneva un così grande trionfo che il Giornale dei Teatri di Bologna ne parlava con entusiasmo, narrando come per la sua serata era stato pubblicato a stampa il suo ritratto e le si era offerto un sonetto in cui un tal A. C. la vantava vincitrice d'Euterpe stessa. Io ebbi occasione di vedere questo ritratto e precisamente l'esemplare che la Brighenti donava a Paolina Leopardi; è lavoro anti-artistico e parrebbe quasi una caricatura, tanto la fisonomia vi è intieramente diversa da quella che vediamo negli altri ritratti che ci rimangono de la cantante; ma la fantastica Paolina si dilettava, osservandovi la superba veste di velluto azzurro a ricami bianchi, ornata di scintillanti gioielli d'oro e di perle, il velo trapunto a fiori, che da l'altissima pettinatura scende a velare le spalle nude, il diadema e la collana di perle, l'ornamento d'oro e di gemme, che scintilla su la bianca fronte.

Ancor più forte che per la gioia di questi primi trionfi il cuore di Marianna batteva per un nuovo affetto, il quale pareva prometterle sicura felicità, giacchè colui che l'aveva destato, un certo Mori, chiedeva a l'avvocato la mano de la figliuola; era un uomo colto, assai amante de le belle arti, intorno a cui pubblicò alcuni anni dopo qualche articolo su l'Antologia di Firenze. Perchè il matrimonio non avvenisse, si ignora; la buona Paolina, che fu a parte di questo secreto, giacchè Marianna piena di speranza e di gioia, benchè ancora dubitosa, gliene fece oscuramente cenno, chiamava questo il primo amore di Marianna artista. Qualche tempo a presso anche Anna scriveva a la Leopardi del Mori, di cui la sorella era stata innamoratissima. Ammirata dovunque per la sua voce, pel suo talento, per la sua bellezza, e dovunque rispettata per la sua perfetta onestà e per la signorile dignità del suo portamento, Marianna ebbe dovunque andò moltissimi corteggiatori, ma fra questi cercò vanamente un cuore degno del suo e sempre fiduciosa, sempre tenera, passò di delusione in delusione, soffrendo intime pene ogni volta che dovette persuadersi di non essere amata nè come, nè quanto credeva. Nelle sue lettere a Paolina ella si rivela aliena da ogni arte di civetteria, e i suoi sentimenti, cui la fortuna non doveva accordare quella costanza che certamente avrebbero avuto, se in degno modo ricambiati, erano di una tale purezza che la Leopardi, cui non doveva certo far meraviglia la severa virtù femminile, se ne stupiva e ne godeva tanto più, quanto più capiva che molti erano i pericoli in mezzo a cui passava l'amica e la frequenza e la difficoltà degli scogli ch'ella sapeva evitare, anche se il suo cuore era infiammato da la passione; virtuosa, non per freddezza, nè per calcolo, ma per vera dignità d'animo. Questa virtù punto arcigna, era piena di grazia e talvolta anche tutta spirito e brio; può farne fede questo sonetto, che Marianna scrisse non so precisamente in quale anno, ma certo nella sua gioventù e che si trova autografo ed inedito fra le carte lasciate dal prof. cav. Silingardi, amicissimo dei Brighenti, al Municipio di Modena:

Signor Conte..... le vuo' dire

Cosa che al certo riesciralle ingrata,

Ma non voglio che il mondo abbia a ridire

Che corrispondo a gente maritata.

La padroncina mia femmi sentire

Certo di lei sonetto, in cui spiegata

V'era la doglia che la fe' soffrire

Con parole e sospiri all'impazzata.

Dirle mi piace: sono una fanciulla

Onesta e virtuosa ed il suo affetto

Inver da me non otterrà mai nulla;

Non già ch'io non le sia riconoscente,

Che di cuor la ringrazio del sonetto,

Ma circa amor, non ne facciamo niente.

Se nei versi citati predomina la grazia onesta, ma scherzosamente birichina, un profondo sentimento inspira questi altri che pure autografi ed inediti si trovano fra le carte del Silingardi.

Il 1º luglio 1827 fu uccisa da un amante a Modena la fanciulla Maria Pedina: «la fortezza con la quale la detta giovanetta serbò intatta la sua innocenza diede argomento a la seguente Invocazione, scritta da Marianna Brighenti.»

INVOCAZIONE.

Alma gentil che colassù n'andasti

Tutta raggiante di eterno splendore,

A te sì pura e fortemente casta,

A te beata che alla gioia vivi,

A te, dimesse, vengon mie parole,

Spinte da affetto e somma riverenza.

E con queste ti prego, o virtuosa,

Ad impetrarmi vero e caldo amore

Per la virtude, che ti fu sì cara,

Che amasti di morir pria che tradire

. . . . . . . . . . . . . . . . .

Ottienmi da quel Dio, cui se' sì cara,

Di seguir tuo costume e che mia morte

Possa mertar delle belle alme il pianto.

Ne le lettere da Pisa, Marianna fa cenno d'aver sofferto assai per un'afflizione de la Caterina Ferrucci, e già prima per mezzo di Giacomo aveva fatto donare a Paolina un libro di quella scrittrice, con la quale è quindi da supporsi ella avesse pure contratta amicizia, cosa che certo le fa onore e dà indizio de la serietà del suo carattere.

Tornata a Bologna, sempre ne la fida compagnia de la sorella, Marianna fu in istretta ma onesta relazione col famoso cantante Rubini, e più tardi conobbe intimamente anche la Malibran, insieme a la quale cantò in qualche opera. Ne l'aprile del 1831 ebbe il diploma de l'Accademia filarmonica bolognese. Nel Carnevale del 1830 a Piacenza sostenne la parte di Giulia ne la Vestale; da la fine del 1830 fin verso a l'aprile del 1831 fu a Ferrara e vi destò un grande entusiasmo sostenendo la parte di Rosina nel Barbiere di Siviglia e quella di Giulietta nella Giulietta e Romeo del Vaccaj. Dopo un breve soggiorno a Bologna, nell'aprile del 1831 fu a Ravenna ad eseguirvi l'Otello di Rossini col celeberrimo tenore Bonoldi, ed anche a canto a quello straordinario Otello parve una dolce, fine Desdemona; modesta e affabilissima tuttavia, ricercò i consigli de l'illustre compagno e ne seppe profittare. A Ravenna cantò pure Anna, eseguendo la grande scena di Nerestano nella Zaira del maestro Gandini, lodata per la sua grazia, per l'intonazione e la soavità de la voce. Qui per la sua beneficiata Marianna cantò la cavatina della Niobe in cui sapeva infondere rara drammatica efficacia, la ripetè per la serata di Bonoldi, quasi a ringraziarlo degli amorevoli insegnamenti di cui le era stato largo, e piacque così che il pubblico l'obbligò a ripeter tutte le sere quel pezzo. Le si dedicava allora un sonetto:

Altre sentii gli armonici concenti

E le soavi melodiose note,

Or liete modular, ora gementi,

Onde fur l'alme in ascoltando immote;

Ma non sentii giammai que' loro accenti

Tante recarne meraviglie ignote,

Come il tuo dir, che, innamorando i venti,

D'ineffabil dolcezza i cuor percuote.

Segui, o giovane Donna; e il bel Paese

Che Appennin parte, e l'Alpe e il Mar circonda,

Quand'abbia in te tante dolcezze intese,

Varca animosamente i monti e l'onda,

E fa col canto tuo quell'alme accese,

Sì che all'onor d'Italia Eco risponda.

Ne l'agosto del 1831 Marianna era a Fermo, dove ebbe trionfi non soliti neanche per lei, sostenendo la parte d'Imogene nel Pirata del Bellini: si ammiravano ancora più che la bellezza de la sua persona e de la voce, la perfetta intelligenza d'arte, la grazia squisita, la forza di sentimento, l'azione dignitosa sempre e sempre ragionata; le cronache del tempo ci dicono che applausi frenetici scoppiavano ad ogni suo pezzo e che gli animi fremevano ne la pena e nel delirio di quella Imogene soave e appassionata. Le si dedicava allora un'epigrafe in cui era detta donzella candida del cuore, soave del costume, dell'arte del canto peritissima, da natura dotata di voce che nell'anima si sente, ad esprimere gli affetti potentissima; ed un altro ammiratore le diceva in un sonetto:

Con preghi e doni ho chiesto al Ciel sovente

Che riso segua di mia vita l'ore;

Ma or più del riso m'è grato il dolore

Che pel tuo gorgheggiar nel cor si sente.

La Brighenti passò in Ancona, dove cantò pure il Pirata nell'ottobre del 1831 e si compiacque del pregio in cui era tenuta non soltanto come artista, ma anche come donna degna di vera stima. «Tutti voialtri sapete bene quanta ammirazione cagioni il contegno vostro e della mia amica in particolare, sì raro a trovarsi tra gente della sua professione; tutti voialtri lo sapete, pure non posso fare a meno di dirvi che quasi ho sentito io medesima fare un elogio grande della eccellente educazione, della condotta irreprensibile e savissima, di tante doti di spirito e di cuore, dell'eccellente carattere della prima donna dell'opera di Ancona, senza dirvi poi nulla intorno alla sua bravura nel canto, di cui quello che parlava si mostrava contentissimo;» scriveva Paolina Leopardi ad Anna Brighenti. (Lettera 8 novembre 1831.)

Ai primi di autunno del 1831 Marianna era ad Ascoli per darvi il Pirata; là incominciò a sentire le acute spine nascoste fra le rose de la sua corona d'artista, e pare gliele facesse sentir l'impresario e sentir talmente ch'ella pensava di rompere il suo contratto con lui; s'aggiungeva a questo la poca frequenza e la freddezza di quel pubblico, poco educato a l'arte, il triste soggiorno di quella cittadina, appena rallegrato da le gentilezze di qualche ammiratore, uno dei quali, Ignazio Cantalamessa, volle fare il ritratto de le due sorelle, riuscito benissimo, si dice, specialmente quello di Marianna. Ma anche quel pubblico freddo e poco intelligente finì per animarsi al canto de la Brighenti e si accese fino ad un entusiasmo indescrivibile quand'ella cantò la famosa cavatina de la Niobe.

Marianna andò poi a Roma, trepidante per l'esito che vi avrebbe ottenuto, commossa vivamente da gli alti affetti che la città eterna ridestava in lei, pure anche là l'attendevano amarezze, torti de l'impresario, fatiche eccessive, cui la sua costituzione piuttosto gracile non potè resistere; si ammalò e invece d'andare a Corfù, come ne aveva il progetto, dovette ritornare a Bologna. Ristabilita nel settembre del 1832 cantava a Cremona I Normanni a Parigi; e, dopo un'altra dimora a Bologna, ne l'aprile del 1833 passava ad Arezzo a darvi per l'apertura del Teatro Petrarca l'Anna Bolena e la Straniera. Feste entusiastiche le furon fatte dal pubblico meravigliato e commosso: ne la sua serata, in cui cantò al solito la cavatina de la Niobe, fu accompagnata a casa in una portantina, circondata da coristi con torcie accese e preceduta da una banda, poi le acclamazioni la costrinsero ad affacciarsi a la finestra per ringraziare.[34]

Ad Arezzo un poeta chiamava la voce di lei prestigio arcano, incanto più soave dell'estasi d'amore e le diceva:

Forse fu Amor che in queste basse arene

A diradar di nostra mente il velo,

E ad invaghirci dell'eterno Bene,

Come alla mente diè il pensier veloce,

E diede il sole allo splendor del cielo,

A te diede degli angeli la voce.

La madre aveva seguito fin qui le figliuole, ma d'ora innanzi la stanchezza e la salute infermiccia la persuasero a lasciarle, tanto più ch'ella aveva veduto per prova come potesse affidarle a sè medesime, senza dir poi che il padre le accompagnava sempre. Marianna continuava a chieder notizie di Giacomo Leopardi e poteva darne talvolta anche a la sorella di lui.

Nel dicembre del 1833 la Brighenti cantò a Pisa ne la Straniera; e con la dolcezza e flessibilità de la voce, mirabilmente atta a secondare gl'impulsi del vivo sentimento e i dettami de l'acuta intelligenza, incantò l'uditorio. «Il cantare ed agire de la Brighenti non è effetto di altrui insegnamento, è creazione sua propria,» fu scritto allora. Ne la stessa città ella diede anche La gioventù di Enrico V del Pacini che piacque mediocremente.

Andata a Livorno vi cantò l'Anna Bolena, la Norma e i Capuleti; ed un poeta entusiasta scriveva per lei una Canzone con questo ritornello: poco importa più il peso de le noie e dei dispiaceri quotidiani:

Chè la sera la Brighenti

Tutto quanto fa scordar.

Andata a cantar l'Anna Bolena a l'Alfieri di Firenze nel novembre del 1833, rimase afflitta di non rivedervi il Leopardi, già partito per Napoli, chè gli applausi e gli omaggi entusiastici anche qui non le impedirono di ripensare affettuosamente a l'amico infelice.

Nel novembre del 1834 Marianna fu l'idolo dei Novaresi. Il Giordani, che sempre s'interessava de la sorte di lei e frequentemente chiedeva di sapere ogni suo successo e di onore e di lucro, le scriveva a Novara pregandola di continuargli la sua carissima benevolenza: «Sarà molto lieto a me quel giorno che vi rivedrò, e potrò ripetervi di voler esser sempre vostro amicissimo.» In quella città, Marianna cantò la Norma: «Al suo apparire, scrive il Censore universale dei Teatri (4 febbraio 1835), tutto l'affollato uditorio proruppe in una strepitosa selva d'applausi. Ma quando si ascoltò poi l'eroica declamazione di quell'imponente primo recitativo ed il soavissimo canto di quella gentil cavatina, per quanto fosse ancor viva in tutti la rimembranza dei già valutati pregi di questa virtuosa, d'ogni passata estimazione infinitamente maggiore si fece l'ammirazione presente... Chi vide all'apertura del Teatro Petrarca in Arezzo raffigurar la Brighenti il carattere de l'Anna Bolena, me l'aveva già dipinta con i più vivi e seducenti colori, gli stessi più sperimentati fra i suoi compagni ne parlavan allora con entusiasmo. Chi vede ora la stessa artista maggiormente abbellire di sè stessa il bel teatro nuovo di Novara, per rappresentarvi quello di Norma, si mostra più trasportato ancora di quegli Aretini, che in materia di musica hanno un gusto finissimo.» E nota la verità de la sua azione, la squisitezza del canto, l'ammirabile efficacia ne la espressione dei sentimenti soavi, pietosi, terribili, la forza drammatica.

A Novara un maestro di musica amò non degnamente Marianna; e quando, nel lasciarla, le chiese compatimento e stima, l'altera risposta di lei dovette fargli comprendere com'ella riserbasse questi sentimenti a chi li meritava.

Il canto non era una miniera d'oro per la Brighenti, e malgrado il fasto apparente, cui la professione la costringeva, ella non aveva potuto migliorare in modo stabile la condizione de la sua famiglia, sì che pregava Paolina Leopardi di raccomandare l'avvocato per un impiego; ma non se ne fece nulla, malgrado le premure de la buona contessa; e, certamente per ottenere più lauti guadagni, dopo esser stata a Reggio, a Ravenna (maggio e giugno 1835), a Genova (ottobre 1835), a Vicenza (gennaio 1836), Marianna si decise a partir per l'estero, accompagnata dal padre. Già nell'aprile del 1835 aveva cantato a Reggio, ne l'Uggero il Danese di Mercadante e ne la Semiramide di Rossini, e le sue note che brillavano, volavano, accentate e colorite, il buon gusto del suo fraseggiare, la precisa franchezza de l'intonazione avevano destato il solito entusiasmo: tutta una schiera di poeti, ed alcuni non volgari, si era levata ad acclamarla; fra le altre poesie noto un Sonetto di Un plaudente, un'Ode, probabilmente del Cagnoli, un altro sonetto di Luigi Ferri, un Canto, che forse è quello di Prospero Viani, cui egli accenna ne l'Appendice a l'Epistolario leopardiano:

Alta è la notte: il pallido

Raggio di Cinzia un pio

Nell'alma infonde incognito

Di meditar desio,

E versa in me dolcissimo

Di pianto voluttà.

È la fedel mia cetera

A me compagna. . . . .

. . . . . . . . . . . .

. . . . . . . . . . . .

È un canto malinconico,

La voce è di Licori,

Che della Dania vergine

Canta gl'infausti amori.

Oh come ancor mi suonano

Que' mesti accenti in cor!

A Ravenna la Brighenti cantò la Semiramide e i Normanni a Parigi, a Genova nel teatro Carlo Felice l'Elisa e Claudio di Mercadante, e la Nina pazza per amore del maestro Coppola; a Vicenza ancora la Nina, la Chiara di Rosemberg e la Norma, facendo notare come le parti ricche di sentimento e di drammaticità le convenissero fra tutte.

Nel luglio del 1836 era già a Lisbona, ove trovava morali e materiali compensi, che la confortavano de la lontananza da la patria e da la madre; la sorella e il padre erano sempre con lei. Vi diede l'Otello di Rossini, poi andò ad Oporto e, quantunque assai affaticata, dovunque fece trionfare l'arte italiana. Dal Portogallo passò in Ispagna, a Madrid, dove cantò la Straniera; quel pubblico che vi aveva udite ne la parte d'Alaide la Tosi e la Lalande e che allora era entusiasta della De Alberti rimase freddo da prima per la Brighenti, ma la freddezza cominciò a dileguarsi al duetto di lei con Pasini calorosamente applaudito, e sparì a la commovente ultima scena, eseguita con rara potenza drammatica. Tuttavia ne le prime sere non si poteva dire che ella avesse conquistato l'uditorio; piacque di rappresentazione in rappresentazione sempre più: poi ne la Donna del lago trionfò pienamente, ed applausi, fiori, versi piovvero su di lei, divenuta l'idolo del teatro.

L'artista era soddisfatta, ma la donna soffriva; il 1º luglio 1837 ella riceveva da Paolina il doloroso annunzio de la morte di Giacomo: «Oh! piangiamo insieme, amici miei, le scriveva fra l'altro la Leopardi, piangiamo insieme, chè abbiamo perduto tutti il nostro fratello, il nostro amico, nè lo rivedremo più in questo mondo, dopo tanta speranza, dopo tanto desiderio.» Marianna sofferse acerbamente a la funesta notizia e cercò di dare con le proprie lacrime un conforto a l'amica sua.

Sempre applaudita, era tuttavia vivamente desiderosa di ritornarsene, sì che, quantunque avesse formato il progetto di andare in America, nel giugno del 1838, lieta come non era stata mai fra gli applausi e gli onori, rivedeva l'Italia e riabbracciava la madre. Tornava stanchissima, sofferente ne la salute per le fatiche durate, sconsolata da nuove delusioni, che avevan ferito profondamente il suo cuore, annoiata dei viaggi e persino dei trionfi, e dopo aver cantato ancora a Pavia nel novembre del 1838 e a Vicenza, sentendo la necessità di pace e di riposo, prendeva in affitto un villino a Campiglio, poco lungi da Modena, e là, nel luogo amenissimo e tutto tranquillo, si sentiva rinascere, viveva tutta nei dolci pensieri e nei cari ricordi. La sera al chiaro di luna, assorta ne la dolcezza de' suoi sogni, se ne andava sola a diporto tra i boschetti, o lungo le sponde del Panaro, e tutta la vita passata le pareva un sogno, un sogno agitato e doloroso, di cui il ricordo le faceva, pel contrasto, parer più cara la pace di quei suoi giorni solitari e quieti. Di teatro non voleva sentir parlare, tanto più che il suo petto gracile non era in grado di venir ancora affaticato senza pericolo; più d'una volta le disgraziate condizioni de la famiglia la costrinsero a ripensarvi, ma non cantò che in un'accademia, datasi a Modena l'8 decembre 1839. Anche in quest'occasione la Brighenti ricevette non dubbie prove d'ammirazione; la sua voce, non più vigorosa, era però dolcissima e gradevole, atta ad eseguire con bravura i passi d'agilità.

Marianna, lasciato il teatro, passava parte de l'anno a Forlì col padre. Ne la primavera del 1840, quantunque infermiccia, quantunque afflitta da mille travagli, fra cui non ultimo una lite impresa da l'avvocato per rivendicare una parte del patrimonio paterno; quantunque agitata da le speranze, dai timori di una nuova passione, ella chiedeva notizie di quanto veniva scrivendosi intorno a Giacomo. L'avveduta Paolina l'avvertiva di non abbandonarsi al nuovo amore che un Forlivese aveva destato in lei, tenera e immaginosa, in lei che aveva sempre veduto negli uomini piuttosto le proprie qualità che i loro difetti. «Stai in guardia più che puoi, e Ninì ti consoli e ti consigli, essa che ha la mente fredda e il cuore pieno di amore per te. Oh! non fidarti degli uomini, Marianna mia, non è questo tempo per anime come le nostre. Divagati, fa ritratti (ma non già il suo), allontana il pensiero di lui quanto puoi, e parti presto da Forlì; io voglio saperti consolata e désillusionnée.» (Lettera.... aprile 1840.) Ed Anna, che, amata prima fra gli altri dal poeta Antonio Peretti, il quale le scriveva tenerissime lettere firmandosi Menestrello, abbandonata poi da lui, se ne consolava con un poeta migliore, il Petrarca, era la miglior confidente e la più allegra consigliera de la sorella, la quale però quei consigli ascoltava, sorridendo, senza saperli seguire. Ne la primavera del 1840 era malata a Forlì di debolezza ai bronchi e il medico le dichiarava impossibile il ritorno al teatro, risparmiandole così il tormento dei vecchi grandi artisti, che su le scene assistono a la lenta morte de la loro fama e vedono il pubblico, il quale prima li adorava, indifferente, poi schernitore. Nè la speranza di una non meschina eredità valeva a ridarle animo; nè il fidanzamento d'Anna con un tal Virgilio (1831), nè le amabilità de la principessa Aldegonda de la casa ducale di Modena, città dove i Brighenti si trovavano ne l'inverno del 1842, riuscivan a richiamare più che un malinconico sorriso su le sue labbra. Come appare da una lettera del Giordani (24 luglio 1841), Marianna aveva il progetto di dar lezione di canto, ma la sua non buona salute e i continui cambiamenti di dimora ne rendevano difficile l'esecuzione. Il suo maggior conforto consisteva ormai nel prestar teneramente le sue cure al padre, che una parte de l'anno la voleva seco a Forlì, e nel ricrearsi lo spirito in dotte e gentili compagnie, fra le quali carissima le era quella del Giordani, il quale nell'agosto del 1842 trovandosi a Forlì con un amico, le parlava lungamente di Giacomo Leopardi, de le ingiuste accuse mosse a la memoria di quel Grande e del culto sempre maggiore di cui questa memoria era oggetto pei sinceri ammiratori del genio e de la virtù.

Il 16 novembre 1843 moriva Maria, o Marina Galvani-Brighenti, l'adorata sposa de l'avvocato, l'angelo di bontà, di rassegnazione e di conforto della famiglia. Era nata in Modena il 3 gennaio 1773. «Ebbe da natura ingegno pronto e vivace con robustezza di mente e di corpo, che la resero superiore al suo sesso. Ebbe istruzione non comune, costanza nelle avversità; religione purissima, sviscerato amore de' suoi. Fu studiosa delle amene Lettere e della storia, sostenne con forte animo lunga e dolorosa infermità; incontrò l'ultimo fine con imperturbata e santa rassegnazione;»[35] così ne fu scritto da la famiglia.

Marianna, che aveva sempre teneramente amata la madre, riverendone le modeste e casalinghe virtù, ne scriveva col cuore commosso una breve biografia in una lettera a Paolina, la quale poi la ringraziava d'averle fatto così conoscere e meglio stimare quella buona. La povera Marianna era afflitta da sempre nuovi dolori, che aggravavano la tristezza derivante da la poca salute, da le cattive condizioni economiche e da la scarsissima speranza di miglioramento nell'una cosa e nell'altra. Tuttavia pensava sempre affettuosamente al grande amico de la sua giovinezza, Giacomo Leopardi, e presentava con una lettera a Paolina, facendone grandissimi elogi, Prospero Viani, diligente cultore degli studi leopardiani. Era già l'estate del 1845 e per la prima volta in una lettera a l'amica, lettera che disgraziatamente è perduta, Marianna confidava il puro e tenero amore che Giacomo aveva avuto per lei; confidenza accolta con piacere da Paolina, la quale rispondeva: «non è possibile che si accresca l'affezione mia per te; ma se lo potesse, certo accadrebbe dopo che mi hai detto che il nostro Giacomo ti prediligeva. E già io me ne avvedeva dalle sue parole e non ricordo, ma forse avrò fatta a lui anch'io la domanda sacrementelle: ne eri innamorato?» (Vedi Lettera XCII, 1º agosto 1845, nel volume citato di E. Costa.)

Pietro Brighenti, che nel 1846 era stato da Pio IX nominato giudice supplente a Forlì e aveva tenuto l'ufficio sette mesi in assenza del titolare, mentre sperava un impiego più sicuro, non accorgendosi quasi che la sua vita andava spegnendosi lentamente, spirò a Forlì, assistito da la figlia Anna, mentre Marianna era a Modena; ambedue le sorelle sentirono allora che niun più grave colpo avrebbe potuto ormai portar loro la sorte.

Nella sua biografia del padre che, come notammo, è ora conservata autografa nel Museo del Risorgimento in Modena, Marianna scrive: «Non puossi, nè debbesi tacere de l'amorosa assistenza che essa (Anna) gli fece nei tre mesi della sua malattia, non che della forza d'animo che dimostrò nel giorno 2 agosto, dodici ore avanti la di lui morte, in cui veggendolo afflitto per non ricevere lettere dalla figlia assente (erano allora pressocchè intercette le comunicazioni per la guerra tra Austriaci e Bolognesi), ritirossi un breve istante dalla camera e vi rientrò con una lettera in mano, che figurò scritta dalla sorella e con l'angoscia più disperante nell'animo, ma a ciglio asciutto e con voce ferma la lesse al letto del moribondo e con questo gli ultimi istanti ancora della vita gli consolò.» La biografia, dedicata a S. A. la Principessa Federica Hohenzollern Sigmaringen Marchesa Pepoli, è tutta inspirata da sensi di sincera venerazione e d'affetto.

Dopo un inutile tentativo, fatto non si sa bene a quale scopo presso la Corte modenese, dove ottenne buone parole, molte gentilezze e null'altro, Marianna stette qualche tempo in Bologna quale istitutrice in casa del conte Pepoli; uscitane, insieme a la sorella pensò di stabilirsi a Modena, dove ambidue dettero lezioni private e apersero un istituto femminile, che su le prime parve dare buon compenso morale e materiale a le loro non poche fatiche. Ambedue, e più Marianna, che aveva doti di mente e di cuore più adatte al grande ufficio di educatrice, si erano accinte a l'impresa con vivo amore e con sincero entusiasmo, ed alcuni saggi pubblici che fecero dare a le alunne ebbero l'approvazione di persone autorevoli; ma qui pure le aspettavano delusioni e dolori, così che nel 1865 la povera Marianna confessava a Paolina d'esser rimasta abbandonata da molte alunne, le quali non le avevano nè pure concesso il conforto de la loro riconoscenza e di quel rispetto che sarebbe stato così caro al suo cuore. In generale però i genitori e i parenti de le sue scolare si lodavano de l'opera sua, cosa che le dava una consolazione almeno, quella di provarle che la sua coscienza non l'ingannava, asserendole non aver ella mancato mai al suo dovere. Si occupava sempre con amore di studi e prediligeva la poesia: in una lettera, il cugino Francesco Galvani le parla dei romanzi di Walter Scott, di cui avevano conversato lungamente a voce; l'altro cugino G. Galvani pure in una lettera le parla di studi e le manda un Petrarca da lei richiestogli.

La pietosa venerazione inspirata da le virtù e da le sventure di Marianna Brighenti era tanta che, per non amareggiare troppo lei e sua sorella, si ricoperse di un velo indulgente quanto di men che bello si veniva scoprendo ne la vita del loro padre. Il marchese Gualterio nel suo libro su Gli ultimi rivolgimenti italiani (Firenze, Le Monnier, 1851), cercò di scusare il Brighenti che, da certi documenti venuti in luce, appariva delatore, immaginando che alcuno abusasse de la buona fede di lui, libraio ed editore, facendogli recapitare, a qualche secreto agente, come lettere, le proprie rivelazioni a la polizia austriaca.

Gli ultimi anni di Marianna passarono in una condizione meschinissima, da le angustie de la quale la sollevava talvolta il generoso soccorso de le anime buone, fra le quali va annoverata Paolina Leopardi.

Con umiltà, ma con dignità, le Brighenti invocavano aiuto: vidi una minuta di una loro supplica a una nobilissima signora, già loro amica, in cui tra il dolore de le strettezze e de l'abbandono in cui si trovavano, traspare la degna alterezza di non aver meritate le loro sventure e di sentirsi oneste.

Chi ne le due povere vecchie, miseramente vestite, dal viso pallido, ove le rughe denotavano una lunga istoria di patimenti e di dolori, avrebbe riconosciuto l'ammirata Imogene d'un tempo, splendida nel fastoso abbigliamento, ne lo scintillío dei gioielli e più di tutto ne la luce de la sua gioventù e de la sua bellezza? e la spiritosa Anna, gioia e tormento di tutti i damerini eleganti, e arcadico sospiro dei poeti? Anna morì l'11 aprile 1881 a settantacinque anni, e Marianna le sopravvisse sino al 31 gennaio 1883, tutta assorta ne le sue memorie. Quella vecchia, quasi ottuagenaria, nei suoi bei giorni aveva contato a migliaia gli ammiratori, a diecine gl'innamorati: Agostino Gagnoli e Antonio Peretti eran stati entusiasti di lei; il primo le aveva dedicato un tenero sonetto, ed in versi pure, fra i molti altri, l'aveva esaltata, come si disse, anche Prospero Viani (1835); ma nell'abbandono de la sua tarda età, ad uno ella pensava con maggior tenerezza, ad uno ch'ella non aveva amato d'amore, ma di cui un'unica lettera serbava con cura e rileggeva commossa, ella che di lettere, di versi, d'omaggi a lei rivolti aveva così gran numero; questi rimasero fra le sue carte, testimoni de l'ammirazione che ella aveva destata, ma quella lettera, invano chiesta e richiesta con istanza dal Viani, scomparve: Marianna, scendendo nella tomba, volle forse portar seco il secreto de le ardenti parole che Giacomo Leopardi aveva scritte un giorno per lei sola.

La meschina eredità di lei passò a una misera sua cugina, Luigia Montavoce di Gualtieri, che non seppe come fra quei poveri oggetti e quei cenci vi fossero carte preziose, autografi del Giordani, del Leopardi, del Pepoli, del Rosini, del Cagnoli, di Paolina Leopardi, di Carolina Ungher, del Mari, del Peretti, del Viani ec.

Stretta dal bisogno, la poveretta vendette quelle carte a un tabaccaio, che le distrusse quasi tutte; per caso furon salve, insieme ad alcune lettere del Giordani e di Monaldo Leopardi, e a tutte quelle di Paolina, le quali pubblicate da Emilio Costa valsero a sollevare il velo che nascondeva in gran parte agli occhi dei posteri le gentili figure de le Brighenti e de la Leopardi.

Povera Marianna! Ben più lacrime che sorrisi ebbe la vita per lei, a la sua corona di donna e d'artista poche rose furon intrecciate fra le spine pungenti; ma le sue sventure nobilmente sopportate accrescono la simpatia che le guadagna il suo cuore gentile, ed ella rimane una de le rare creature femminili per le quali, se pure non corrisposto, non ci appare vano l'amore di Giacomo Leopardi.