IV. L’Albero del Bene e del Male.

Il dì successivo, Aurelio, avendo concluso l’articolo, discese in giardino, e s’inoltrò nella pineta per cercare ombra e riposo.

Era un pomeriggio sereno, d’una serenità incandescente, caldo ma temperato da qualche soffio d’aria. Per tutto quel giorno egli sapeva che non avrebbe ripreso la penna, come sempre quando terminava un lavoro o una determinata parte di lavoro; e, libero e sodisfatto di sè, seguiva distrattamente i sentieri tortuosi sotto l’ampio padiglione verde, guardandosi d’intorno, aspirando la diffusa fragranza delle resine riscaldate dal sole, ascoltando rapito il fruscìo alterno del vento tra le fronde o il susurro d’un ruscello nascosto.

Nella pineta era una luce pacata e raccolta, come in un tempio. Per il denso intrico, che formavano i rami, premendosi, intrecciandosi, confondendosi nella loro antica e tenace espansione, ogni lembo di cielo veniva occultato. Una parete opaca si distendeva a similitudine d’un velario sopra la terra; e solo, a traverso gli interstizii dei tronchi, un chiarore aureo o rancio o verde, a fasci nettamente visibili, s’insinuava, quel chiarore innaturale che lascian cadere nell’ombra le finestre a vetri variopinti. Un sentimento mistico e solenne emanava dal luogo, come da un santuario a pena illuminato, saturo di vapori d’incenso.

Tra quei profumi, in quella pace, il giovine camminava a rilento, senza un pensiero, abbandonandosi al fascino che gli veniva dalle apparenze esteriori. Tutto assorto nella ottusa contemplazione, egli si perdeva ad accompagnar con lo sguardo il volo d’un insetto nell’aria o il viluppo appassionato dell’edera intorno a un fusto impassibile: s’arrestava ogni tratto attonito per ammirare qualche cespo di ciclamini o di violette sbucante come per prodigio dalle cavità del tufo. Lo spettacolo d’un ragno in atto d’avvolgere la preda nel suo sudario mortale lo tenne fermo lungo tempo, sospeso, attratto, commosso quasi fosse al cospetto d’una rappresentazione tragica. E il suo spirito si mantenne così semplice durante l’osservazione del minuscolo conflitto per la Vita, ch’egli non sentì altro impulso se non quello d’intervenire a favore del debole, predestinato al sacrificio, contro il forte che pure esercitava il suo pieno diritto all’esistenza.

D’improvviso una voce acuta risonò dietro le sue spalle.

— Buon giorno!

Egli si volse bruscamente. La bionda Luisa, che discendeva in corsa sul medesimo sentiere con un gran mazzo di fiori in pugno, lo aveva raggiunto senza ch’egli si fosse accorto della sua presenza.

— Buon giorno, signorina! — egli rispose, arrossendo un poco.

Ella s’era fermata vicino a lui, e lo fissava con quegli occhi chiarissimi e ardenti, in cui la luce pareva concentrarsi come nel fuoco d’una lente.

— Bella giornata, oggi, — ella disse sùbito, poi che Aurelio immobile d’avanti a lei non accennava a continuare.

— Bella, davvero.

— E che delizioso rifugio è questa pineta! Io ci passerei la vita.... L’estate qui dentro è dolce come un autunno.

— Se non erro, ella è stata a raccolta, signorina....?

— Sì, di fiori, — interruppe Luisa con vivacità; — di fiori selvaggi, come piacciono a me. Ma adesso bisogna che torni a casa e in fretta, perchè l’ora del pianoforte è già scoccata e la zia è severissima....

Sorrise lievemente, socchiudendo a pena le palpebre ma senza distogliere gli sguardi dagli occhi del giovine. Poi, chinando il capo in segno di saluto, con un atto assai leggiadro:

— Con permesso, — soggiunse; e riprese in corsa la sua strada.

Prima d’oltrepassare il gomito del sentiere, si volse ancora verso di lui per gridargli:

— Se s’inoltra appena un po’ nella pineta, trova Flavia.... A rivederla!

E, così dicendo, la giovinetta scomparve.

Aurelio, che non aveva avuto il tempo di rispondere, era rimasto fermo e attonito, con gli occhi inerti, alla svolta della viottola. Quell’incontro gli era stato insolitamente gradito. Sorpreso dalla comparsa subitanea della fanciulla, egli aveva prodigato a questa la stessa benevolenza curiosa e quasi tenera, che gli abondava in quel momento nello spirito e aveva espansa su le mute manifestazioni del bosco. Le poche parole scambiate non avevan potuto certo risvegliare in lui un’idea o un sentimento nuovo, diverso da quello ond’era invaso. Avevan parlato della beltà del giorno, della pineta ospitale, di fiori, delle cose miti e piacevoli, al cui incanto l’anima sua dolcemente si concedeva. E la frase, che Luisa gli aveva gittata da lontano, era giunta fino a lui senza che potesse afferrarne bene il significato. Egli a pena l’intuì, ripensandoci. Ebbe un attimo di perplessità: doveva seguitare e farsi incontro a Flavia? Doveva retrocedere ed evitarla? Inconsciamente il suo pensiero rifuggì da ogni indagine sul senso esatto della frase, si ribellò a qualunque sforzo a fin di prendere una risoluzione. Egli proseguì per inerzia la sua passeggiata contemplativa nel bosco, dove il silenzio era tornato quasi più grave e più vasto che prima non fosse.

Passò la grotta artificiale, irta di stalattiti superbe, onde alcune gocce perennemente cadevano su la terra fradicia; arrivò al crocicchio dei due sentieri che tagliavan la pineta nelle due direzioni principali; s’arrestò un poco d’avanti all’erma che dominava il luogo, un gran busto nudo di donna su cui l’assidua carezza del tempo era passata, corrodendo e levigando il sembiante, ma lasciando rigidi e intatti i seni, come gonfii d’un desiderio immortale. Procedette poi a passo più spedito verso l’altura, quasi lo chiamasse, da quell’ombra, il vivido raggio di sole che illuminava a traverso un pertugio la sommità del sentiere.

Flavia era là, sola nella luce. Saliva lentamente l’erta d’un prato contiguo alla pineta. Al di là l’orto incominciava, tutto lussureggiante di piante pallide, da cui si vedevan pendere i frutti ancora acerbi o alcuni grappoli vermigli di ciliege. Sopra l’orto, il poggio coltivato a vigneti s’elevava in una succession di scaglioni petrosi, intorno ai quali le viti avevan disegnato come un greve merletto verde.

Ella saliva quella distesa inclinata su cui l’erba cresceva foltissima e intonsa con una maravigliosa chioma di fioretti d’oro. La sua persona, un po’ curva in avanti, appariva dal ginocchio in su tra la verzura profonda, lasciando dietro di sè un mobile solco di fili prosternati. A volte rimaneva per cogliere con la mano un fiore sopreminente; a volte s’inchinava alquanto verso il suolo, e scrutava assorta i misteri di quella selva minuta. Come più s’allontanava, ella facevasi più lenta, indugiando a ogni passo sul pendìo lubrico ed erto, arrestandosi, col capo levato in alto, per fissare l’orto o il poggio solatìo, quasi fosser la mèta del suo cammino. Quando fu presso al limite estremo, improvvisamente le forze le mancarono, ed ella, mettendo un piccolo grido, si volse e s’abbandonò tutta quanta, distesa su l’erba come su un letto.

— Lei, conte?! — esclamò Flavia turbata ma sorridente, poichè vide il giovine fermo allo sbocco della viottola; e s’alzò di scatto a sedere.

Aurelio senz’aprir bocca la salutò, levandosi il cappello.

— È venuto a sorprendermi, eh?

— Confesserò — egli rispose — che senza volerlo sono stato spettatore di tutta l’ascensione.

— Male, assai male! Doveva avvertirmi della sua presenza...

— L’avrei desiderato, ma come fare? Potevo prendermi la libertà di chiamarla per nome?

Ella gridò, ridendo:

— Gran che!.... Del resto non occorreva: bastava tossire, tossire con molta violenza.... Io, che ho buon cuore, mi sarei sùbito impensierita per la sua salute e naturalmente, volgendomi, l’avrei scoperto....

— È vero! Mi scusi.. non ci ho pensato!

Risero entrambi. Ella così forte che un’eco lontana rispose; e agitò le mani, e battè l’una contro l’altra palma in un fresco trasporto di giocondità.

— Non è indiscrezione domandare dov’era mai diretta per sì mali passi la signorina? — chiese Aurelio.

— Non so precisamente. Ero stanca di star là giù seduta a lavorare: e m’è nata la cattiva ispirazione di salire verso l’orto a traverso questo prato.

— Ah, ella vien fin qui a passare le ore calde della giornata?

— Sì, noi lavoriamo quasi sempre all’aria aperta. Si vuole avere il gran cielo per testimonio che l’ozio non è tra le nostre abitudini... Come può vedere, quello è appunto il nostro laboratorio, quando almeno il tempo ce lo consente.

Il giovine si volse verso il punto che Flavia indicò. All’ombra degli ultimi abeti del bosco, in una specie di nicchia verde, era disteso su l’erba un ampio scialle a mo’ di tappeto, tutto coperto di scatole, scatolette, astucci, astuccini, cestelli, e d’una infinità di gomitoli colorati; due telaretti per ricamo e due sediuole portatili compivano quell’improvvisato luogo di lavoro.

— È un rifugio da poeti, questo! — disse Aurelio, rivolgendosi a lei.

— Dove, per buona ventura, poesie non se ne fanno, e né pure se ne leggono mai! Io odio cordialmente i versi e i verseggiatori.... Non è per caso tra questi, signor Imberido?

— No, signorina, pur troppo!

— Pur troppo?...

— Sì, perché vorrei esser poeta.

— E a che pro?

— A che pro...?! — ripeté il giovine, fissandola, un po’ impacciato.

La domanda l’obbligava a una lunga esplicazione e non agevole. Egli ammirava profondamente le opere estetiche: tra tutte le arti, la poesia e la musica eran quelle che prediligeva come le più perfette espressioni della bellezza ideale. Pensava anzi che l’arte fosse, con la filosofia, l’eccelsa fioritura della mente umana, un privilegio degli spiriti eletti, un titolo tra i più validi e più legittimi nelle nuove aristocrazie intellettuali. Per lui l’artista era un uomo nobile, e uomo nobile non poteva essere chi rimaneva estraneo e chiuso al fascino del bello, alle pure ebrezze dell’intelligenza. Queste cose egli avrebbe voluto esprimere, e le parole gli salirono spontaneamente alle labbra. Ma invece rispose:

— Per celebrar le sue lodi, signorina!

Ella lo guardò, come se dalla pausa avesse indovinato i suoi pensieri e dubitasse della sincerità di quella risposta. Quindi, per non insistere su l’argomento in cui sentiva esser tra loro una discordia d’opinioni, domandò:

— E lei, dove andava da queste parti?

— Io? Non so... Verso l’alto, come sempre... Perchè a me piace salire, continuamente salire... La montagna m’attira con una prodigiosa potenza. Quando mi metto per una via che tende in su, non posso più fermarmi, proseguo come un automa sospinto da un’energia ignota, accelero il passo man mano che l’erta si fa più scoscesa, non rimango se non ho superato un culmine. Non so perchè: questa strana sensazione d’ansia e di piacere, l’ho provata dalla prima volta che ho visto la montagna, quando ero ancor bambino.

Flavia ascoltò grave e attenta, or corrugando e ora spianando la fronte, tenendo lo sguardo fisso su di lui, ma non ne’ suoi occhi. D’un tratto si levò ritta in piedi, e disse a mezza voce, così che a pena egli la intese:

— Su via, dunque, mi dia un saggio della sua abilità d’alpinista. Mi raggiunga... Andiamo!

Le semplici parole, che parevan dette per giuoco, ebbero dall’intonazione e dal gesto un significato profondo. Egli non potè resistere all’invito; s’abbandonò a quel tenue incanto; si lasciò trascinare da quella voce di donna che lo chiamava discretamente a sè. Un desiderio oscuro l’assalì: di mostrare la sua vigoria fisica, di rivelare in uno slancio leonino la sua giovinezza agile e forte. Si sarebbe detto che l’essere originario, primordiale, selvatico, avesse avuto in lui un brusco risveglio, fosse uscito libero e fresco dalla spoglia artificiale che l’opprimeva. Egli ascese in corsa il pendìo ripido del prato, giunse in un attimo a fianco della fanciulla, si fermò sicuro d’avanti a lei, rattenendo il respiro per non tradire la commozione del cuore, per ostentarne la regolarità dei palpiti anche dopo uno sforzo supremo.

— Bene! Bravo! — ella approvò seriamente, senza sorridere, con sincerità; poi, soggiunse cambiando tono ed espressione: — Ed ora che si fa? Dove andiamo?

— Dove andiamo? Dove vuole, signorina.

— Nell’orto?

— Nell’orto.

— Forse non c’è mai stato?

— In fatti, mai.

— Io le farò da guida, — concluse la fanciulla; e s’incamminò spigliata d’avanti a lui.

Portava un abito grigio, sobrio e attillato, che avvinceva strettamente il suo torso e scendeva diritto lungo i fianchi, ritraendo a ogni movimento le forme eleganti della persona. Nessuna guarnizione su quell’abito; un sol nastro serico d’un color di lilla pallido le girava intorno alla cintola assai sottile, e ricadeva dalle reni in due lunghe bande volanti fin quasi a terra. In capo aveva un cappellaccio di paglia dalle tese larghe e convesse, su cui risaltavan due tulipani scarlatti in un ciuffo di foglie e di spighe; e in mano, a guisa di mazza, un ombrellino di raso iridescente, orlato d’una trina bianca.

Aurelio la seguiva da presso, guardandola con curiosità intenta, ma immemore e spensierato come un fanciullo. Entrarono così nell’orto, uno dietro l’altra, senza parlare, tenuti entrambi da una specie di stupefazione dolce, da una specie di torpore, sotto la sferza del sole.

Un gran viale, cosparso di ghiaia fina e quasi candida, tagliava a mezzo il pianoro dove il vecchio frutteto prosperava. Da ambe le parti, equidistanti e regolari, altri viali più angusti vi affluivano in una perfetta simmetria di linee parallele. Nei rettangoli intermedii gli alberi crescevan poderosamente sopra un suolo grasso e ubertoso, piantati in ordine sparso, bene esposti alla luce, diritti e sani, come assistiti nel loro sviluppo da una mano sollecita. Alcuni, troppo carichi, avevan sostegni obliqui sotto i rami più oppressi dal peso; alcuni, ancora esili e malfermi, si vedevan protetti da una custodia di piuoli confitti nel terreno, trattenuti da cerchii di ferro. E v’erano albicocchi, peri, pruni, mandorli, superbi d’una innumerevole prole di globuli gialli o verdi; alcuni noci giganteschi dal fogliame smorto, dal fusto smorto, dai malli smorti, come scolorati dalla soverchia illuminazione; fichi enormi e serpentini, che parevano celare a fatica il loro scheletro mostruoso nel manto delle vaste foglie triforcute; e una moltitudine di peschi fragili, seminudi, maturanti al sole i grossi frutti penduli e vellutati.

Si spandeva all’aria da quella possente coltura di piante fruttifere un odor caldo e salubre, molto simile a un alito vivo. Qua e là qualche vaso di limone o d’arancio, disposto su i margini dei viali, mesceva alla fragranza diffusa dei grandi alberi il profumo penetrante de’ suoi fiori, come un artificio d’eleganza e di seduzione in una bocca di donna. E dovunque era silenzio, silenzio profondo; nella pineta, nel prato, nell’orto, sul poggio, nel cielo.

— Com’è ben tenuto questo frutteto! — esclamò Aurelio, guardando in torno pieno di maraviglia.

— È l’unica parte del giardino che non fu trascurata dopo la morte del vecchio marchese. Il guardiano Giuseppe vive in su questa comodamente con la sua numerosa famiglia. Perciò prodiga qui tutte le sue attenzioni, impiega tutto il suo tempo; io credo che l’ami più di sua moglie, più de’ suoi stessi figliuoli.... E ne è geloso, geloso fino alla manìa, — ella soggiunse, ridendo forte. — Se il pover uomo sapesse che ora noi gli abbiamo invaso il territorio, chi sa in che pena starebbe!...

— Non sospetterà certo che noi gli si voglia rubare....

— Sospetta di tutto e di tutti....

— Ritorniamo dunque indietro, — propose Aurelio, seriamente.

— E perchè?.... Se a me piace di venir qui, soltanto perché so che Giuseppe non lo desidera....

— È una cattiveria questa, signorina!

— No, un capriccio.

— Ma se ci scopre?...

— Peggio per lui!... Non sarebbe poi la prima volta ch’egli mi trova nel suo orto, sola o accompagnata....

Aggiunse anche, facendosi grave, guardando fissa il giovine:

— D’altra parte noi pure abbiamo un certo diritto su queste frutta, perché il luogo non è suo e noi lo teniamo in affitto senza alcuna riserva della padrona.

A queste parole egli ebbe entro di sè un moto ostile contro la fanciulla, una specie di disgusto istintivo, come fosse stato colpito da un suono discorde o sgradevole. Ma Flavia non gli lasciò il tempo di ricercare le intime cause, di rendersi ragione d’un tal sentimento. Ritornata ilare e leggera, gli susurrò sotto voce all’orecchio, con un’espressione infantile di malizia e di gioja:

— Ormai le ciliege son mature!..

— Ebbene? — chiese il giovine, senza comprendere.

— Ebbene: se son mature, si possono mangiare.

— Naturalmente, — egli confermò, non potendo trattenere un sorriso.

— E perché non le mangiamo?...

Aurelio indietreggiò d’un passo.

— Come? Come?! Vorrebbe....

— Rubare, certo: rubare!

— Ah, questo poi no! Io mi ribello, o meglio mi ritiro. Non voglio esser complice d’un furto, e nè pure spettatore....

— Ella sarebbe dunque capace di farmi un affronto simile?... Vorrebbe lasciarmi qui sola in lotta con gli elementi? Abbandonare una donna in un momento difficile?... Non sarebbe soltanto scortesia, signor conte; sarebbe viltà....

Parlava forte e solenne, interrotta a ogni frase da un urto d’ilarità incontenibile. E in quell’atteggiamento emanava da tutta la persona una grazia così semplice e schietta che sedusse e maravigliò il giovine, quasi una rivelazione inaspettata.

— Vede come sono alte?... e come sono belle!

Ella gli mostrava un ciliegio venerabile dal tronco alto e robusto, su cui i grappoli vermigli rampollavano con sovrana abondanza e levava la mano verso i frutti desiderati, ridendo, comunicandogli a poco a poco la sua giocondità fanciullesca.

— Ci deve essere una scala di mia conoscenza nel frutteto, — ella disse, girando in torno lo sguardo per iscoprirla. Poi, d’un tratto, gridò trionfante: — Eccola! Eccola!

E si diresse in corsa verso un pilastrello poco discosto, a cui una lunga scala era appoggiata.

— Io spero che vorrà almeno ajutarmi a portarla fin sotto l’albero. È troppo pesante per le mie povere braccia!

— Si pretende dunque la mia complicità attiva...?

— No, s’invoca semplicemente un soccorso! Venga!

Ferma ed eretta nel sole, sul candor niveo della ghiaja, tra le masse degli alberi che s’inarcavano verso di lei carichi di frutti, ella parve al giovine supremamente bella.

Omai Aurelio seguiva, domato e attonito, ogni suo atto, ogni suo movimento, ogni sua parola, come se tutto il resto si fosse occultato a’ suoi sensi. Un potere misterioso e irresistibile lo teneva soggetto all’agile creatura che gli splendeva d’innanzi, lo piegava inconsapevole a qualunque stranezza, a qualunque follìa ch’ella gli avesse potuta comunicare. L’impeto birbesco e tumultuoso della sua compagna sembrava avere invaso, travolto, rituffato il suo spirito in un fiume d’oblio e di spensieratezza; ed egli, già ebro della magica luce in cui si scioglievan le sane fragranze terrestri, s’abbandonava alla seduzion di quel giuoco, cedeva insensibilmente al fascino di quella malizia puerile, quasi a traverso una seconda adolescenza.

Flavia ripetè il richiamo, limpida e forte, come volesse meglio affermare la sua possanza:

— Venga dunque! M’ajuti!

— Ella mi vuol proprio trarre in perdizione! — mormorò Aurelio, sorridendo, mentre s’avvicinava a lei.

E prese la lunga scala, la sollevò ritta con le mani per mostrare il vigor de’ suoi muscoli, la portò così senz’inclinarla fin sotto l’albero, mediante uno sforzo che a pena riuscì a dissimulare. Ella, tenendogli dietro seria e attenta, lo fissava con uno sguardo ambiguo tra d’ammirazione e d’ironia.

— Ed ora, bisogna salire! — disse, poi che il giovine ebbe deposta e bene assicurata la scala tra due rami del ciliegio.

— Anche salire?!

— Mi sembra. Vuol forse che salga io, per rimanersene qua giù tranquillo a contemplarmi da un nuovo punto di vista? Io non dò di questi spettacoli, signor mio, e a così buon prezzo!...

Proferì queste parole celiando, ma senza la minima reticenza, senza un’ombra nella voce o negli occhi, con una sicurezza da donna spregiudicata. Aurelio, che la guardava, abbassò sùbito gli occhi, arrossì anche un poco, offeso dal senso volgarmente procace dello scherzo; poi, per non tradire il suo disgusto, le volse con un moto subitaneo le spalle, e si mise rapidamente su per la scala.

— Le lasci pure cadere abbasso ché le raccolgo nel mio grembiule, — gli gridò dietro Flavia, raggiante, trasfigurata dalla gioja.

Il giovine, ritto su l’ultimo piuolo, col capo nascosto nel fogliame profondo, si vedeva allungar le braccia, pencolare, atteggiarsi in pòse larghe e snodate tra i viluppi dei rami, alla ricerca dei grappoli maturi. A quando a quando una fitta gragnuola di chicchi vermigli, annunziata da un richiamo, accolta da un saluto festoso, partiva dall’alto, si sparpagliava un poco nell’aria, cadeva solo in parte nel grembiule spiegato a riceverla. La giovinetta per giuoco fingeva d’irritarsi perché non poteva contendere alla terra tutti quei chicchi; protestava ridendo contro di lui; gli raccomandava d’esser più attento e preciso nel gittarli; a volte si chinava a raccattarne qualcuno più appariscente, e, con aria di dispetto, se lo mangiava.

Quando Aurelio discese dall’albero erano entrambi come ubbriachi d’ilarità. Balbettavan frasi insulse con la voce alterata; ammiccavano con gli occhi piccoli, abbacinati dal soverchio chiarore; si sfioravan con le mani, esprimendo una specie di piacere a ogni lieve contatto; e ridevano insieme con la facilità di due fanciulli. La spartizione del bottino provocò poi tra loro una questione romorosa e vivace, che finì in una corsa sfrenata a traverso il frutteto. Ella, agile e astuta, si sottraeva a lui, approfittando della sua conoscenza dei luoghi, calpestando senza scrupoli le zone coltivate, sgusciando sotto gli intrichi dei frutici con una perizia singolare. Egli, più veloce e più cauto, cercava invece di raggiungerla senza batterne le orme, prevenendola allo sbocco d’un viale, aspettandola a un varco in agguato, accelerando vertiginosamente il passo quando ella percorreva una strada dritta. Finalmente Flavia, mentre usciva d’improvviso fuor da un cespuglio, cadde, come una preda, in suo potere. Accesi, esausti, anelanti, s’avvinghiarono uno all’altra con un moto istintivo e selvaggio. Ella, stanca, s’abbandonò, arrovesciò indietro il capo, prorompendo in una risata nervosa, che squillò acutamente nel silenzio; Aurelio, stringendola forte a sè e smarrendo ogni senso nella contemplazione di quel viso illuminato da una strana fiamma, la sorresse, la tenne così per qualche attimo come sospesa tra le sue braccia.

— Mi dò per vinta! — ella mormorò d’un tratto.

E si sciolse con un moto languido da lui, invasa da una sùbita angoscia, intimorita dal suo sguardo vorace.

Non parlarono più. Susseguiva a quel tripudio folle di vita il turbamento oscuro e quasi pauroso degli eccessi. Provavano ora un malessere profondo, indefinibile. Si guardavano in faccia attoniti, arrossendo; si sentivan soli, estranei, divisi da un ostacolo immane; si sentivano oppressi da un peso morale, rimorsi da un’occulta voce. L’incanto breve era sfumato; ed essi si trovavano, come al risveglio d’un sogno voluttuoso, sfiniti, delusi, umiliati.

S’incamminarono così, in silenzio, verso il poggio, sospinti da un’idea comune: quella d’allontanarsi dal palazzo, forse per acquetarsi, per riprendere le loro espressioni abituali, sformate dalle agitazioni e dai turbamenti molteplici. Aurelio era come trasognato e stupefatto. Si movevano nel fondo della sua anima alcuni pensieri molesti, sorgevano i ben noti fantasmi a rappresentargli dentro l’eterna Comedia, il Dramma immortale, in cui egli si vedeva continuamente trascinato dalla fatalità delle cose. — Che cos’era avvenuto? Da quale possente soffio di passione o di frenesia s’era lasciato dominare per dimenticarsi a tal segno? Come aveva potuto cedere senza una resistenza a quei trasporti insensati? — Ecco: la Donna, il mostro magnifico, era là accanto a lui, e lo seguiva. Egli ne udiva il passo cricchiare su la ghiaja con una regolarità da pendolo che misura il tempo; egli, senza guardarla, la vedeva distintamente procedergli a fianco, alta e serena, terribile e inconscia come un feticcio. La loro via era comune, ed eran pari le forze: salivano una dolce erta, tra gli alberi onusti di frutti caduchi o acerbi, verso un’altura limitata, perduta tra altre innumerevoli alture. La montagna superba dalle incorrotte solitudini, dalle larghe visioni, s’ergeva lontana, molto lontana, di là da tutti quei colli, reale ma pure impervia per entrambi e irraggiungibile. Essi salivano insieme, quasi tenuti da una stessa catena, la dolce erta su cui erano impresse le orme di mille passanti; e, giunti al sommo, sarebber dovuti sostare, sconosciuti pellegrini, stretti in torno dall’umile giogaja, avendo sempre in vista — come un Ideale beffardo — la vetta alpestre baciata dal cielo....

— Oh! Guardi! — proruppe Flavia, volgendosi maravigliata verso il lago.

E parve ch’ella, divinando il pensiero di lui, volesse distogliere il suo sguardo dalla scena simbolica.

Anch’egli si volse.

Dal poggio si rivedevano alfine la superficie azzurra delle acque e la riviera opposta, dove già qualche obliqua ombra cadeva. Alcune vele, gonfie e quadrate, apparivano qua e là dirette verso settentrione, così tarde da sembrare immobili. Un piroscafo presso Intra lanciava nell’aria un’enorme colonna di fumo nero, che si torceva in grosse spire senza dissolversi. Le nevi del Sempione, in fondo alla valle nebulosa, erano pallidamente celesti e parevan fondersi nell’orizzonte.

Ella mormorò fissando il lago con gli occhi incantati:

— Che pace!

Egli aggiunse, gravemente:

— Che silenzio! Non s’ode frusciare una fronda!

Infatti il più piccolo romore non rompeva il sonno dell’universo: non un soffio di vento, non un murmure d’acque, non una voce, non un latrato, non un’eco di lavoro lontano. La calma del paesaggio pesava sopra di loro come un malefizio, infondeva nelle loro anime una malinconia suprema. Ambedue sentivano ora il tempo scorrere, disperdersi le cose nella vanità dello spazio, le illusioni e i desiderii morire. Ambedue sentivano che la vita era triste, e che oltre la vita eran tristi anche le speranze.

— Discendiamo? — propose Flavia, accasciata dal silenzio, provando uno sgomento fosco d’avanti a quella solitudine, sotto quel cielo deserto e impassibile.

— Discendiamo!

Ritornarono su i loro passi; si salutarono freddamente al limite della pineta, non avendo scambiato durante il cammino che poche frasi brevi e inconcludenti. Flavia riparò di nuovo al suo luogo di lavoro, nell’ombra degli ultimi abeti; Aurelio, solo, s’inoltrò nel bosco per discendere verso il palazzo.