X. Tra l’Amore e la Morte.
La sera del dì successivo l’ingegnere e gli ospiti partirono. Anche Luisa, richiamata dal padre, dovette lasciare la villa e far ritorno a Milano in compagnia della sorella Boris. Su la spiaggia donna Marta e il nipote discesero a salutarli.
Quando le due barche piene, dove avevan preso posto anche Flavia e sua madre, scomparvero alla vista, la vecchia, ch’era stata prodiga d’effusioni per tutti e aveva versato anche qualche lacrima abbracciando la bionda che pure piangeva, ebbe d’improvviso un colpo di tosse secca, violenta.
— Vedi? Vedi? — le disse Aurelio, impensierito, prendendola sotto il braccio per ricondurla in palazzo. — Tu oggi dovevi fermarti a letto. Dopo l’imprudenza di jeri, tu non saresti dovuta alzarti. Prendere tutta quell’acqua! Arrivare a casa inzuppata come se avessi fatto un bagno nel lago! E tutto questo, per la tua ostinazione, per non volermi ascoltare mai, mai!... Non si poteva forse restare un’altra notte a Baveno? Non si poteva, poiché il tempo minacciava, rimandare il ritorno a questa mattina? Ma tu, no, tu, come sempre, hai voluto agire di tua testa; tu hai voluto tentare la traversata, soltanto perché io ti pregava di non farlo! E, lo sai, io te ne pregava soltanto per la tua salute.... Ora, vedi? Vedi? Hai la tosse. Ora ti ammalerai...
— Crepi l’astrologo! — esclamò donna Marta, ridendo.
— Non scherzare, mamma, — proseguì serio e accalorato il giovine: — quella tosse non mi piace, e bisogna che tu la curi prima che sopravvenga una qualche complicazione. Alla tua età i mali più leggeri son sempre pericolosi. Domani in tanto rimarrai a letto. Io esigo che domani tu rimanga a letto.
— Domani farò quel che mi piacerà.
— No, domani invece farai quel che a me piace, e sarà forse la prima volta che un caso tanto straordinario accade nella nostra vita.
Donna Marta, ancora commossa dalla scena dei saluti, non era in vena di discutere e di litigare; e concluse con un sorriso di compatimento per il nipote:
— Ebbene, domani ne riparleremo.
La mattina dopo; quando Aurelio si presentò nella camera dell’avola, la ritrovò mezzo vestita d’avanti alla specchiera, in atto di pettinarsi. Egli ebbe un moto subitaneo d’irritazione che a stento potè contenere. Le domandò guardandola negli occhi:
— Come? Ti alzi?
Ella rispose:
— Sì, mi alzo.
Ma era più pallida del giorno prima. Era bianca come i suoi capelli, come la sua camicia. Egli richiese:
— Hai tossito stanotte?
Ella rispose:
— A bastanza. Non ho potuto chiuder occhio fin verso l’alba.
— E ti alzi ugualmente?
— Sì.
— Perchè, mamma? Perchè?
— Perchè lo voglio. Perchè so che, se rimango a letto un giorno, non mi rialzo più.
— Che sciocchezza!... Del resto, se farai così, quando ti deciderai infine a rimanervi, sarà troppo tardi e forzatamente il tuo triste presagio si avvererà.
Egli si avvicinò a lei, la baciò su i capelli, le disse con la voce più dolce, implorando:
— Sii buona: ritorna a letto, mamma! Ascoltami!
— Non seccarmi! — ella proruppe d’un tratto, irosa. — Non ho voglia d’esser seccata, stamane! Lo vedi, non mi sento bene! Mi sembra d’avere il cuore sospeso a un filo! È una crudeltà questa tua di farmi arrabbiare nello stato in cui sono! Vattene via! Lasciami in pace!
Aurelio comprese ch’era inutile insistere. Uscì dalla camera di donna Marta, inseguito da un presentimento sinistro. Come fu solo su la loggia, sentì gli occhi bruciare e inumidirsi; mandò un gran sospiro di rassegnazione desolata. «Mio Dio! Quanto era pallida! Quanto era breve la sua respirazione! Se mi morisse?!» egli pensò, trasalendo, affondando per un attimo paurosamente gli sguardi nell’avvenire.
Durante la colazione, donna Marta si mostrò vivace, ciarliera, oltremodo allegra, di quella sua allegria nervosa e scomposta che ricordava un poco l’eccitazione d’un ebro. Domandò con insistenza al nipote i particolari dell’ascensione, alla quale era stata afflittissima di non poter prender parte; discorse a lungo dei vicini, profondendosi in elogi e in attestazioni di simpatia per essi; lo rassicurò anche a più riprese su la sua salute, affermando che in verità ella non si sentiva nè meglio nè peggio di prima. Quanto a quel po’ di tosse, càspita, non c’era proprio di che impensierirsi: ella aveva già ordinato a Laveno certe polveri miracolose, le quali senza dubbio ne l’avrebbero liberata in due o tre giorni al più tardi.
— E se non ostante le tue polveri, la tosse continuasse? — chiese Aurelio, sempre serio, sempre più triste quanto ella si dimostrava più gaja.
— Non temere: passerà.
— E se non passasse? Due o tre giorni senza cure posson esser causa di complicazioni anche molto serie, che oggi si riuscirebbe senza difficoltà a evitare. Pensaci! Vuoi che vada io a Laveno per chiamare il medico?
— Il medico? Guàrdati bene! Io non voglio saperne di medici! Non ne ho mai voluto sapere! E poi, ora, non è il caso neppur di parlarne. Si tratta probabilmente d’un semplice raffreddore; e tu, al solito, esageri....
Finita la colazione, il giovine uscì dal palazzo, sedette al sole sul rialto, invaso da una strana malinconia, da un’ansietà inesplicabile. Erano i residui del colloquio definitivo avuto con Flavia su la montagna, che gli infondevan quella cupa tristezza? No; gli avvenimenti di due giorni innanzi gli sembravano irreali e lontanissimi. Sentiva anzi una discontinuità profonda tra lui e il suo essere anteriore, tra quel che era stato e quel che era. Le sue speranze distrutte, il suo amore respinto, la coscienza del suo avverso destino lo lasciavano freddo e impassibile, com’esse non riguardassero più la sua persona, ma bensì un’altra ch’egli aveva già amata ed ora a pena ricordava. Che gli importava di Flavia? Che parte rappresentava ella nella sua vita? Che conforto avrebbe egli potuto trarre anche dalla speranza d’essere amato da lei? Ohimè, nell’ora presente, nessun conforto, nessuno! Altre cure, e più gravi, assai più gravi, occupavano omai tutto il suo spirito: altri dubbii, altri pensieri, altri sentimenti. Quali? Egli non sapeva bene e non cercava di sapere. Egli aveva paura di inoltrarsi nel mistero del suo accasciamento; provava orrore solo a rivolgervi di sfuggita gli occhi dell’anima; evitava d’investigarsi, per la tema di precisare il fantasma, d’udire in fondo a sè l’eco d’una tremenda profezia.
Il sole, un sole autunnale senza forza e senza vita, slargava i suoi raggi pallidi e velati sul prospetto del palazzo. Qua e là nel cielo alcuni fiocchi bianchicci di vapore intorbidivano l’azzurro, oscurandosi e addensandosi verso la pianura. Un silenzio di morte teneva la spiaggia deserta, dove le barche s’allineavano in disordine, immobili e abbandonate come carcasse respinte dall’onda.
Aurelio rimase a lungo seduto là, sotto quel sole scialbo, col corpo inerte e gli occhi incantati nelle nebbie. Poi, d’un tratto, sospinto da un’idea oscura, balzò bruscamente in piedi, rientrò a passi solleciti in palazzo, si trovò senza volerlo nella camera della nonna. Era vuota, spalancata, piena di luce: nessuna novità nella disposizione d’ogni minima cosa; nessun oggetto estraneo, su i mobili; il gran letto, coperto come di solito dall’ampia coltre verde, appariva piano, intatto, senza una piega e senza una concavità. Egli, quasi incredulo, volse a più riprese, attentamente gli sguardi in torno, per ricercare un segno che rispondesse alla sua inquietudine. La camera aveva pur sempre l’aspetto tranquillo e sereno dei giorni passati; nulla indicava in essa un cambiamento, una perturbazione, una precauzione recente. Le due fiale dello strofanto e della stricnina erano sole sul comodino, chiuse come sempre nei loro astucci neri.
Aurelio, illuso dalle apparenze, pensò: «Nulla è mutato; nulla si muterà.» E gli parve di liberarsi da un peso enorme, di respirare ancora liberamente dopo una lunga soffocazione.
Egli uscì su la loggia più calmo, quasi lieto, quasi immemore de’ suoi sospetti tenebrosi. Per un’astuzia incosciente, non volle presentarsi sùbito alla nonna, non volle rivedere il suo viso smorto e sparuto, temendo di distruggere o di menomare il beneficio superstizioso avuto da quell’ispezione nella camera di lei, piena di luce e di pace. Ridiscese al basso, attraversò difilato il cortile, si diresse a caso lungo la riva verso il villaggio di Ceresolo.
A pranzo, donna Marta non si mostrò meno gaja e meno spensierata che alla mattina. Parve anche al nipote che una lieve irradiazione rosea tingesse le sue povere guance avvizzite, — che i grandi occhi neri avessero il loro lampo consueto. Pensò, guardando l’avola, che discorreva senza tregua: «Ella è forte; ha una vita misteriosamente tenace; ella guarirà; ella vivrà a lungo con me.» Ma un accesso di tosse ostinato venne a interrompere il corso delle sue considerazioni per ripiombarlo nelle tenebre dei dubbii e degli scoramenti. Il corpo debole della vecchia piegò sotto l’urto, le sue palpebre si gonfiarono di lacrime; un gorgoglio umido si udì in fine nel fondo della sua gola. Aurelio impallidì. — Quel rossor vivo su gli zigomi, quegli occhi scintillanti non eran dunque sintomi di febbre?
— Come ti senti, mamma? — egli domandò, ansiosamente.
— Meglio, — ella rispose, e scosse con un atto blando il capo. — Non bisogna impensierirsi per un po’ di tosse. Non ti sembra già diminuita da stamattina?
— No, non mi sembra, — mormorò Aurelio tra i denti.
E s’oscurò in viso, sentendo nascere un sordo rancore contro la vecchia che tentava d’ingannarlo.
Dopo una pausa di silenzio (anche donna Marta era ammutolita), egli, viepiù inquieto, prese in mano il polso di lei. Aveva il calor naturale, anzi era quasi freddo. Ma l’arteria batteva con un’irregolarità straordinaria: aveva sùbite accelerazioni, che somigliavano alla caduta d’una pietra per una balza assai ripida; aveva arresti subitanei, come se la pietra precipitando avesse toccato il fondo della balza e fosse rimasta.
— Vedi? Non stai bene; il cuore è agitatissimo! Spero che stasera non uscirai sul rialto; spero che te ne andrai a letto sùbito dopo il pranzo.
Donna Marta, per la prima volta, non si ribellò al desiderio del nipote. Gli rivolse uno sguardo attonito e sgomento, e acconsentì con la voce tremula, incerta, sommessa d’un bambino impaurito. La sua fittizia esaltazione era caduta. Ella, che non aveva voluto credere alle sue stesse sofferenze, era stata d’un tratto vinta e persuasa dall’ultima affermazione d’Aurelio. I consigli, gli ammonimenti, i rimproveri di lui le tornarono alla memoria, la turbarono. «Senza dubbio, era stata una gravissima imprudenza, quella commessa... Senza dubbio, avrebbe fatto meglio a rimanersene a letto in quei due giorni, dopo il primo accenno di tosse! Ora, che sarebbe avvenuto? Che sarebbe avvenuto di lei così debole, così affranta, così vecchia?»
— Se dovessi morire? — ella chiese, con un sorriso timido su le labbra esangui. — Ho tanta paura della morte!
— Questo non sarà, — disse Aurelio con forza, quasi per rassicurare anche sè stesso; — ma ti devi curare; ma non devi commettere altre follìe; ma bisogna che mi ascolti quando parlo per il tuo bene.
— Sì, sì, hai ragione: lo farò, — assicurò la vecchia, mentre il suo viso assumeva un’espressione indefinibile di terrore e d’ansietà, come avesse ella visto per un attimo balenare sopra il capo un’arme spaventosa.
E di nuovo ripetè, fremendo e sorridendo timidamente:
— Ho tanta paura della morte!
Si levò in piedi con uno sforzo visibile; salutò il nipote, rivolgendogli uno sguardo pieno di tenerezza (insisteva sempre su le sue labbra quel sorriso contratto, ch’era l’estrema dissimulazione pietosa del suo spirito già invaso dalla paura); e, chiamata Camilla, uscì al braccio di questa, faticosamente, dalla sala, — povero essere rattrappito, deforme, ignobile cui l’argento della chioma infondeva pure un’ultima tragica maestà.
La mattina seguente, Camilla si presentò inaspettata nella camera d’Aurelio poco dopo l’aurora.
— La signora la vuole, — disse con la voce rotta dall’affanno, precipitosamente: — venga sùbito!
Il giovine, che stava vestendosi, ebbe un sussulto violento. Non osò interrogare la giovinetta, non osò trattenerla. La seguì, passivo e taciturno, lungo il portico, con il viso alterato dall’angoscia. Entrò dietro di lei, quasi sospinto da un turbine, nella stanza dolorosa; e corse al letto, al gran letto bianco, dove la vecchia stava seduta, appoggiata con le spalle a molti guanciali sovrapposti, i capelli canuti erti su la fronte, gli sguardi stravolti e immobili come perduti in una visione terrifica.
— Che hai, mamma? — egli domandò, ponendole una mano sul capo, chinandosi fino a guardarla nelle pupille. — Che hai?
Ella mormorò, desolata:
— Ah, figliuol mio! Io muojo....
— Ma no... Perché dici questo? Che ti senti?
— Mi sento male, molto male. Ho passato una notte spaventevole. Se avessi potuto, ti avrei chiamato. Ma come fare? Ero sola!... Ho temuto di non rivederti più, di morire senza salutarti....
— Bisognerà chiamare un medico, sùbito.
— È quello che volevo dirti, — ella aggiunse, alzando le spalle con un atto rassegnato. — Telegrafa a Milano al dottor Demala.
— Sì, mamma. Intanto però faccio venire il medico di qui. Credo che tu ti spaventi a torto; credo che tu esageri: egli sarà a Cerro fra un’ora e ti potrà ridare un po’ di coraggio.
Aurelio discese da Ferdinando, lo mandò a Laveno con un telegramma urgente per il dottor Demala e l’ordine di ricondur sùbito con sè il medico del Comune. Quindi risalì sollecitamente nella camera della nonna.
Donna Marta, che pareva più tranquilla, gli disse:
— È tempo ch’io muoja, figliuolo mio! Forse la morte mi darà la pace che non ho mai goduta in vita. La morte potrà sola farmi dimenticare tutto il male, che ho visto e ho sofferto. Son vecchia, stanca, logora, travagliata da mille dolori! Credilo: è tempo ch’io muoja; è bene ch’io mi riposi alfine sotto la terra.
Il giovine cercò di disperdere il livido presagio che occupava la mente dell’avola. Sedette al capezzale, prese una mano di lei nella sua, le parlò sorridente del domani, componendole una prospettiva d’illusioni serene, un’apoteosi di calma e d’amore su le rovine del passato crudele. E non tacque, finchè non vide accendersi un fievole raggio di speranza in quegli occhi indeboliti e dilatati dal lungo pianto, dal morbo e dall’età.
La nonna in fine s’assopì. Egli fece chiudere le persiane, e rimase seduto presso di lei a vegliarla, nell’ombra. Un gran silenzio era d’intorno. Dal parco veniva il croscio sordo d’una fontana e a tratti, appena sensibile, il canto melodioso d’una capinera. Null’altro. Il respiro dell’inferma, fattosi nel sonno più aspro e più forte, pareva dominare la calma mattutina e scandire con ritmo sinistro il tempo che fluiva.
«Povera creatura!» pensava Aurelio, osservando il volto della progenitrice, irriconoscibile con gli occhi chiusi, contraffatto dalle rughe e dalle pieghe, con il mento spostato in avanti, con i capelli scomposti su la fronte in guisa di fiamme nivee. «Povera creatura! Ella è stata veramente infelice! La corona degli Imberido pesò su la tua testa più grave d’una maledizione!» E, poichè nelle ultime parole della vecchia eran passate le imagini atroci che ne avevan già insanguinata la memoria, più profonda risorse in lui la pietà per quella fragile donna a cui gli eventi avevano riserbato d’assistere alla fine di tre generazioni d’uomini amati, spenti tutti nel fior degli anni da una stessa tragica sorte.
In che dramma luttuoso doveva risolversi per lei il dolce idillio sbocciato per incanto, tra i sogni ribelli e i propositi guerreschi, nel piccolo giardino di casa Imberido, profumato dalle rose e dagli aranci! Là, ella aveva visto il padre e colui, che sarebbe poi divenuto il suo sposo, stringersi la mano in un patto di fratellanza mortale. Là, tra il susurro feroce delle cospirazioni, ella aveva sentito nascere, come un fiore dal sangue, il primo e solo amore di sua vita. Oh, con che accelerazione prodigiosa aveva dovuto battere il suo cuore d’adolescente in quel giorno illusorio, quando il giovine patrizio, circonfuso da un’aureola d’eroismo, le aveva confidato all’ombra d’un viale solitario le sue fiere speranze e il suo affetto sconfinato! Fu quello l’unico tempo felice della sua vita, e fu così breve!... Un anno dopo, il padre usciva per l’ultima volta dalla sua dimora, pallido, ammanettato, stretto in torno dai birri austriaci per salire il palco infame e penzolare nel vuoto, tra i chiarori dell’alba, d’avanti alle mura del Castello. Tre anni più tardi anche lo sposo doveva lasciarla sola per sempre, e partire verso una città remota, verso una carcere sotterranea e bieca, dove la paura degli oppressori lo aveva segregato e d’onde una morte precoce non l’avrebbe lasciato mai più ritornare! Ah, quella sera lontana d’agosto, quando le era giunto inaspettato l’annunzio funereo nella gran sala del palazzo deserto, mentre il fanciullo, inconscio e immemore, giocava e rideva a’ suoi piedi!... Ella se ne ricordava come d’una cosa avvenuta jeri; e, ogni volta che ne discorreva con lui, i suoi occhi si riempivan di lacrime, irresistibilmente. Non poteva essersi placato il destino dopo le due prove funeste? No, il destino glie ne imponeva una terza, e forse la più inumana di tutte! Di nuovo, trascorso un periodo di calma rassegnata, erano incominciate per lei le lotte, le angosce, gli spaventi, le disperazioni nel contrasto con il figlio indocile, caparbio, violento, smanioso di piaceri e di prodigalità. Ella, impotente a frenarne desiderii e ambizioni, aveva tentato in vano di salvare con un’alleanza fortunata i più sacri tesori familiari: la nuora, per colmo di sventura, era spirata mettendo alla luce un bambino, e Alessandro aveva tosto ripreso le sue abitudini grandiose, dissipando in pochi anni il resto della ricchezza paterna e la dote della povera morta. Da allora i tristi fantasmi si succedevano senza tregua nella memoria infaticata della vecchia; e il nipote, vegliando sul suo sonno inquieto, li evocava tutti in ordine come li aveva uditi raccontare da lei nelle sue ore di confidente abbandono: il mesto esodo dall’antico palazzo, consacrato da tanti ricordi e venduto all’asta dai creditori impazienti; i prodromi del male misterioso, che doveva condurre al sepolcro il figliuolo, apparsi sul finir d’una notte al suo ritorno da un’orgia; il graduale deperimento d’Alessandro, inesplicabile ai medici che lo curavano; l’indebolirsi della sua ragione; i primi vaneggiamenti, le prime stranezze, le paure infantili, gli scoppii improvvisi di pianto; poi il rapido aggravamento e gli strazii inenarrabili di lei, che non poteva più farsi riconoscere, che si sentiva una estranea, un’ignota di fronte al figlio inebetito; in fine la terribile agonia, le imprecazioni mute del morituro contro di lei, contro la madre, l’ultimo grido e l’atto di lanciarsi verso la finestra spalancata, il rantolo breve e l’immobilità della fine!
Tutti gli episodi amari di quell’esistenza tornavano nella memoria d’Aurelio, a uno a uno, osservando il volto cadaverico della nonna assopita, che agitavano a intervalli moleste visioni. Ed egli, riandandoli, pensava con maraviglia alla resistenza tenace del suo fragile organismo, alla freschezza incorrotta della sua anima, che a traverso tante e così gravi avversità non s’era sciupata, nè invecchiata, nè inacidita, nè delusa. Come, come non era ella già morta di dolore? Come aveva potuto trovare ancora un sorriso, dopo tante lacrime sparse inutilmente sopra le cose irrimediabili? Eppure ella era rimasta semplice, innocente, spensierata, amante della vita, come nei primi anni felici della sua adolescenza, come una bambina ignara d’ogni tristizia! Ella aveva piegato, a mo’ d’un giunco, sotto le raffiche veementi, e s’era sempre rilevata per ricever di nuovo, pienamente, l’impeto d’altre raffiche! «Ma ora? ora?» si chiese il giovine riguardandola, angosciato. «Ora che è tranquilla, che è libera d’ogni cruccio, d’ogni angustia, d’ogni paura, ora potrebbe dunque morire?»
Dopo due ore d’ansiosa aspettazione, il medico giunse. Era un giovine di trent’anni, pallido, bruno, con una foltissima capigliatura castagna, con un sorriso ironico continuamente fisso su le grosse labbra escoriate. Egli visitò l’inferma con cura minuziosa, si chinò a più riprese sul suo torso denudato (oh, come spiccavan le costole a traverso il debole involucro della pelle!), glie lo percosse in ogni parte, ascoltò i battiti del cuore, rivolse a lei e al nipote molte domande precise, e concluse in fine sorridendo che non c’era ancora motivo d’impensierirsi, che bisognava attendere, che si trattava per il momento d’una leggera bronchite, un poco inquietante solo per le tristi condizioni del cuore.
— Non morirò, dottore? — gli chiese donna Marta, in forma di scherzo, salutandolo.
— Signora mia, — egli rispose allegramente, — la nostra vita è in mano di Dio; ma, per quanto ne sappia, non credo ch’ella sia finora in disgrazia di Quello lassù. In tanto, pensi a scacciare le cattive idee per discendere al più presto da quel letto, dove si sta bene di notte ma non di giorno, e sopratutto in campagna. A rivederla.
E al nipote, che lo interrogava ansioso, lungo le scale, egli rispose asciutto e risoluto:
— Non ho altro da aggiungere, signor conte. Speriamo che non sopraggiunga qualche complicazione. Ora le scriverò una ricetta, e passerò stasera o domattina a rivederla.
Nel pomeriggio le signore Boris, avvertite della visita del medico, vennero premurosamente a chieder notizie di donna Marta. Parevano entrambe molto addolorate, e non entrarono nella sua camera che in sèguito alle esortazioni insistenti d’Aurelio. La vecchia, già alquanto sollevata dalle parole del dottore, ebbe dalla loro presenza quasi una conferma della poca gravità del suo male: le accolse dunque con visibili segni di gioja, le fece sedere amabilmente accanto al letto, ritrovò con esse per un’ora la sua loquacità ilare e giovenile. Anche la signora Teresa, rassicurata dall’umore eccellente dell’inferma, dimise ben presto il suo contegno grave e compunto; e la conversazione s’accese tra loro viva, leggera, volubile, come già sul rialto negli ultimi convegni.
Aurelio, seduto dall’altra banda del letto, guardava fissamente Flavia: non l’aveva mai veduta così smorta e così commossa; ella non diceva che una qualche parola di quando in quando, allorché era direttamente interrogata da sua madre o da donna Marta, e teneva gli sguardi bassi: una ruga prolissa le solcava la fronte tra ciglio e ciglio. Il giovine la guardava, cercando d’immaginare la causa di quella sua mestizia; e, inconsapevole, traeva dalla vista di lei una dolcezza serena, un senso indefinibile di pace e d’oblìo, che si stendeva come un fitto velo su le angosce profonde della sua anima.
Il giorno declinava: il sole era scomparso dal giardino; un soffio di brezza entrava dalla finestra aperta, gonfiando le tende, movendo il lembo delle coltri a pie’ del letto. D’un tratto la vecchia, che discorreva animatamente, ammutolì, s’abbandonò inerte su i guanciali. Un tremito agitò i suoi occhi, che parvero appannarsi, confondersi nel vuoto, perdere ogni luce; un fioco rantolo, come un cigolìo interno, s’udì distinto nella sua respirazione accelerata.
— Donna Marta! Donna Marta! — chiamò la signora Teresa, alzandosi di scatto in piedi, avvicinandosi a lei, sgomenta dal suo aspetto e dal suo silenzio improvviso.
L’inferma non rispose, nè si mosse. Anche Flavia e Aurelio s’eran levati e l’osservavano ansiosamente.
— Che l’abbia fatta parlar troppo?... — chiese confusa la Boris all’Imberido. — Dio mio! Se l’avessi imaginato!... Forse sarà stanca; forse avrà bisogno di riposo....
— Sì, di riposo.... — mormorò con un sospiro l’inferma, quasi si scotesse allora da un deliquio momentaneo. E tentò di sorridere, e stese con uno sforzo la mano per salutare.
Le donne, prima d’uscire, la baciarono entrambe sul viso con sincera effusione.
— Non ci tenga in pena! Si alzi presto. Noi siamo perdute senza di lei; — aggiunse Flavia con la voce tremula, mentre stava per varcare la soglia.
Aurelio, incitato dall’avola, le accompagnò lungo il portico fino alla scala.
— Se ha bisogno di noi, ci comandi, — gli disse la signora Teresa. — Io e Flavia saremo ben liete di poterle esser utili in qualche cosa. Se vuole, per esempio, che qualche notte la vegliamo noi.... Flavia è una buona infermiera; io ne conosco tutta la pazienza e tutta la sollecitudine.... Ella non cerca altro.
— Oh, sì, signor Aurelio, — esclamò impetuosamente la giovinetta; — voglio tanto, tanto bene a donna Marta!
Ella arrossì così forte che parve le si fosse raccolto tutto il sangue delle vene sul viso. E distolse sùbito con un atto timido gli occhi, che scintillavano, da quelli del giovine. — Perché Aurelio fu assalito da un brivido alle sue parole e al suo turbamento? Egli ebbe un’intuizione fulminea dei tristi pensieri che si movevano nella mente di lei; egli credette d’indovinare il perché della sua malinconia presso il letto della nonna ammalata. — Era vero! Era vero! Ella lo amava: ella temeva per lui; ella tremava per lui su la vita della sua cara! — Un trasporto di tenerezza e di gratitudine lo spinse irresistibilmente verso la fanciulla; ma non fu che un attimo. L’eccitazione sentimentale si placò; il tumulto del cuore si tacque; alla certezza della prima supposizione successe il dubbio, lo scoramento, l’indifferenza. Egli rientrò, già immemore di lei, nella camera di donna Marta, tenuto da una sola ansietà, sorretto ancora da un’unica speranza.
Quella notte Aurelio non si coricò nè potè chiudere occhio. Rimase sempre al capezzale dell’inferma, assistendo inutile e straziato alle sue inquietudini, alle sue sofferenze, a’ suoi delirii, alle sue soffocazioni. Dieci lunghe ore, interminabili, egli rimase accanto a lei, nell’ombra della vasta stanza a pena mitigata da una debole fiamma oscillante, nel lugubre silenzio della campagna rotto a tratti dai lamenti dei gufi o dallo strepito sordo del vento. Donna Marta non ebbe un attimo di requie durante l’intera notte: oppressa dall’affanno, ora accesa da un calore intollerabile, ora assiderata da un gelo mortale, s’agitò, smaniò, rigettò indietro le coltri, s’avviluppò in queste fino ai capelli, domandò di vestirsi, d’uscire; sotto un accesso più violento, supplicò perfino il nipote d’andar sùbito a prendere il prete perchè si sentiva morire, morire. Livida, stravolta, con le chiome in un disordine fantastico, con gli sguardi spenti o inferociti, ella a ogni momento lo chiamava a sè, gli afferrava con forza una mano, gli chiedeva come folle se quel martirio doveva durare eterno, se quella notte non doveva finire mai più.
In vano Aurelio cercò di rassicurarla, ricordandole le parole dette dal medico alla mattina; in vano cercò di frenarla, spiegandole il danno di quelle smanie e di quelle frenesie, supplicandola, almeno per amore di lui, d’esser più calma, di dominarsi, di non abbandonarsi in tal guisa alla disperazione. Ella non lo ascoltava più; ella non sentiva se non i bisogni momentanei del suo corpo addolorato: aveva caldo, e violentemente si scopriva; aveva freddo, e si sprofondava rabbrividendo sotto le coltri; non poteva respirare, e chiedeva l’aria libera, e voleva uscire così, sola, nelle tenebre, verso l’aperta campagna dove, tremando di desiderio, udiva il vento frusciare.
Su l’alba finalmente ella s’acquetò un poco. Esausta, ricadde su i guanciali, chiuse gli occhi e parve assopirsi. La candela, tutta consunta, agonizzava a pie’ del letto. Aurelio s’alzò con precauzione, andò in punta di piedi a spegnerla, ritornò sùbito al suo posto vicino all’inferma. Si sentiva stanco, sfibrato, aggranchito; ma non aveva sonno. Un’apatia desolata fasciava la sua anima; non un palpito di pietà, di dolore, di sgomento sollevava il suo petto; egli era vuoto, vuoto e nero come una caverna senza luce. E stette immobile, lungamente, finché apparve il sole, a contemplare quel viso cereo, ossuto, spettrale che, senza il rantolo umido gorgogliante nella gola, si sarebbe detto l’imagine d’una morta.
Il medico di Laveno entrò verso le nove nella camera di donna Marta, tranquillo, indifferente, con il suo immutabile sorriso un poco ironico su le grosse labbra escoriate. Sedette, senz’aspettare un invito, su la sedia prossima al letto; ascoltò, stupito e quasi incredulo, la descrizione della notte tormentosa che gli fece l’ammalata e il vegliante confermò. S’era appena levato in piedi per esaminarla novamente, quando Camilla venne ad annunziare l’arrivo del dottor Demala.
Questi, un uomo tarchiato e possente dalla testa enorme, dagli occhi piccoli e brillanti sotto due foltissime sopracciglia brizzolate, era un vecchio amico di famiglia: aveva prestato le sue cure amorevoli durante la lunga infermità del padre Imberido; e conosceva a fondo le tristi condizioni di salute della contessa per averla assistita più volte nelle sue frequenti indisposizioni di cuore e di bronchi. S’avvicinò sinceramente commosso a lei, le prese con affetto una mano nelle sue.
— Che mi fa, donna Marta? — disse con la sua voce cordiale. — Che brutte sorprese mi riserba, vivendo lontana da me?
— Caro dottore, — ella rispose puerilmente, rianimata dalla sua presenza. — Avevo tanto desiderio di vederla, che ho fatto il possibile per ammalarmi....
— Ho sentito! Ho sentito!... — soggiunse il dottore, avendo già interrogata Camilla su le cause del male. — Sempre imprudenze! E sì, che sarebbe ornai tempo di metter giudizio!... Vediamo dunque che c’è di nuovo.
I due medici la visitarono insieme alla presenza d’Aurelio. Poi, rassicurata l’inferma, uscirono insieme dalla stanza, seguiti da lui più pallido e più ansioso che non mai. Quando furono al basso, il dottor Demala dichiarò schiettamente trattarsi d’un’infiammazione piuttosto estesa al polmone sinistro, che lo stato del cuore rendeva oltremodo grave e pericolosa. Non potendo ritornare a Cerro il giorno successivo, raccomandò l’ammalata alle cure del collega e pregò l’Imberido di telegrafargli sùbito in caso d’urgenza: ordinò le punture di caffeina, una soluzione espettorante e le polveri di chinino se la febbre fosse ricomparsa.
Nel risalire in barca, disse al giovine che lo guardava muto, attonito, accasciato, quasi implorando una parola di conforto:
— E tu, Aurelio, non perderti d’animo. Io doveva dirti tutto; ma ora soggiungo che finora non s’annuncia alcun pericolo imminente. Si può sperare.... Si ha diritto di sperare che tutto si risolva secondo i nostri desiderii. A doman l’altro; e fate in modo ch’io la trovi meglio.
E la barca s’era allontanata, mentre i due medici discorrevano tra loro animatamente.
Il giovine rimase solo su la spiaggia, ritto, immobile, accompagnando con gli occhi il vecchio amico che forse aveva cercato d’illuderlo. «Sarebbe troppo, troppo!» ripeteva meccanicamente dentro di sè; e le ginocchia gli vacillavano, e il battito del cuore pareva soverchiare lo strepito dell’onda contro il greto. Quando la barca s’eclissò, egli si mosse: andò a gittarsi sul divano in sala da pranzo; si strinse il capo tra le mani, come volesse spremere le lacrime che non volevano sgorgare. «Sarebbe troppo, troppo!» esclamava a tratti, senza più intendere il significato delle sue parole; e aveva la sensazione d’esser seduto nella più fitta oscurità e di non potersi alzare, non sapendo dove mettere i piedi, dove dirigersi, dove trovare una via di salvezza. Come levò gli occhi trasognati, quasi uscisse da un letargo profondo, vide d’avanti a sè nel sole il tavolino da lavoro della nonna e la grande poltrona vuota. Quell’apparizione subitanea di cose memori su la soglia della sua coscienza lo riempì di terrore e di cordoglio: nulla, nulla al mondo, neppure la stessa presenza dell’avola spenta, avrebbe potuto dargli un’idea più chiara e più tremenda della sua sciagura. «Ecco,» egli si disse, «quelle cose non mutano e non muteranno; il sole scendeva a illuminarle quand’ella le occupava; il sole scende sempre a illuminarle, ed ella non vi è più!» Sentì che il pensiero di nuovo gli si confondeva; che il cuore a poco a poco rallentava il palpito; che la tension dei nervi s’ammorbidiva, sotto il peso d’un’immane e schiacciante fatalità. Un nodo di pianto gli salì alla gola. La vista gli si offuscò. Egli piegò la povera testa su le palme, e ruppe alla fine in singhiozzi, perdutamente.
Nel pomeriggio ritornarono le signore Boris a veder l’ammalata; rimasero a lungo presso di lei, quasi sempre silenziose; se ne andarono tristi e scorate quando il giorno tramontò, raccomandando ancora ad Aurelio di non dimenticarle, di ricorrere a loro senza riguardi per qualunque servizio. La sera cadde; e donna Marta, ch’era stata fino allora a bastanza tranquilla, riprese ad agitarsi, a lamentarsi, a rantolare. Nè il nipote nè la fantesca poterono abbandonarla un sol momento durante l’intera notte, che fu assai più torbida e spaventosa della precedente. Verso il tocco un temporale scoppiò sopra il golfo, riempiendo l’aria di bagliori e di boati; e l’inferma incominciò a delirare. Ella voleva alzarsi, voleva partire, voleva fuggire; e, come Aurelio la tratteneva, in un risveglio di memorie antiche chiedeva soccorso alla madre, non riconoscendo più il figlio di suo figlio, credendolo un estraneo che volesse chiuderla per violenza in quel luogo di tortura.
— Mamma, mamma, ajutami! Portami via! — ella urlava con la voce rauca, strozzata dall’affanno, mentre cercava di svincolarsi e di precipitarsi dal letto.
E nulla nella notte, tra il frastuono della bufera, era più tragico di quel grido infantile nella bocca d’una vecchia canuta e moritura!
L’alba alfine s’annunciò, una lugubre alba piovosa come d’autunno estremo. L’inferma ricadde affranta su i cuscini, invocando la madre in un ultimo fievole grido; Camilla, pallida e disfatta dalla veglia, s’assopì reclinando il capo sul piano del letto; Aurelio, in punta di piedi, uscì sotto il portico per respirare, per sottrarsi alle visioni di follìa che l’assediavano nella camera dolorosa.
Su la loggia di fronte, dalla parte abitata dai Boris, splendeva ancora nel timido crepuscolo un lucignolo d’avanti a un’icona. L’imagine, consacrata dalla fede, rispettata dal tempo e dagli uomini, era un piccolo brano del fresco, che illustrava in origine tutte le pareti del portico superiore e che più tardi era stato ricoperto da un intonico bianco per la volontà d’un marchese de Antoni, pauroso di quelle figure allegoriche e oscure tra cui a ogni tratto si vedeva la Morte spietatamente falciare. Era un gran volto di donna giovine dai lineamenti incerti e rozzi, ma d’una singolare espressione mistica nei larghi occhi smunti rivolti verso il cielo. Rappresentava forse in origine una martire nella estatica aspettazione del supplizio; ora però quel volto appariva coronato da una aureola circolare di fattura recente, e si diceva l’imagine della Madonna. I guardiani del palazzo e la gente del villaggio asserivano poi che l’icona aveva compiuto nel tempo trascorso molti miracoli, e che, velata anch’essa dall’intonico, se n’era liberata ed era riapparsa sola in una notte, maravigliosamente.
Il giovine, inconsapevole, fu attratto da quel lume, che oscillava al vento umido dell’alba. Attraversò cautamente i due lati della loggia, giunse presso al sacro emblema e si fermò, come arrestato da un ostacolo, d’innanzi ad esso. Un’immensa desolazione era in lui: la sua anima era piena d’ombra e di mistero. Grandi fantasmi vi si levavano a tratti, fluttuavano alquanto nel vuoto, svanivano verso l’alto, quasi assorbiti da una fauce immane spalancata sopra di essi. — Tutto era vano! Tutto era triste! Tutto era irreparabile! A che valevan gli strazii, i timori o le speranze? — Quel volto, ch’egli contemplava, gli diceva l’inutilità d’ogni nostro sforzo; gli diceva la fatalità degli umani eventi, i quali son come prescritti in un libro secreto e immutabile; gli insegnava che all’ora scoccata il destino si compie inesorabilmente contro ogni volontà, contro ogni opposizione, contro ogni rivolta; gli insegnava ancora che agli uomini non resta che pregare o piangere, pregare per rassegnazione, o piangere su la loro sventura e su la loro impotenza!
La vita perdeva pregio, significato, valore. Essa non era che una lotta disperata, una lunga sofferenza, un perenne sacrificio nella sola aspettazione della fine. E i piaceri, le ambizioni, le glorie di questa terra eran gli inganni d’una Natura ostinata, forse le insidie d’un Ente vendicativo per tenerci legati fino all’estremo soffio alla nostra catena. E poi? Poi veniva il nulla, l’ignoto, l’eternità. Il nulla, proprio il nulla? dopo tanto soffrire, dopo tanto sognare, dopo tanto pensare? Era dunque possibile che l’esistenza individuale, questa unica realità intelligente, non avesse uno scopo? — L’idea religiosa batteva alla sua porta: l’eredità mistica si risvegliava nel suo sangue cristiano, in quell’ora di prostrazione, d’avanti a quell’antica imagine che aveva fatto miracoli. Egli, il superbo, s’umiliava; egli, il sapiente, rinnegava d’un tratto la sua dottrina, il nobilissimo frutto di lunghi studii e di profonde meditazioni. Il mistero dell’Irreparabile, ond’era tutto circondato, compiva il prodigio della sua conversione, distruggeva la sua vanità, risuscitava dalle ceneri la sua fede sopita. Era la scintilla repentina; era la percossa improvvisa: egli provava il bisogno di credere in qualche Essere superiore, onnipotente, a cui rivolgere in quell’ora i suoi voti. Alcuni ricordi lontani ricorsero nel suo cervello; preludii d’orazione s’illuminarono; una suprema speranza gli cantò deliziosa nel cuore. Egli piegò le ginocchia fino a terra, congiunse le palme, chinò sul petto il capo orgoglioso; e in quell’atto di devozione puerile, come già negli anni ottusi dell’infanzia, recitò le preghiere obliate da tempo immemorabile, invocando dalla pietà divina la salvezza della sua cara, che disperava omai d’ottenere dalla scienza e dalla sollecitudine degli uomini.
Per alcuni dì donna Marta vacillò tra la vita e la morte. Durante il giorno pareva che si riavesse un poco, aveva ore di calma e di sonno tranquillo; appena scendeva la sera, ricadeva subitamente nello stato febbrile, era ripresa dalle soffocazioni, dalle nausee, dalle smanie, dai delirii. E allora diveniva veramente terribile: respingeva con violenza il dottore, rifiutava cibi e rimedii, vituperava il nipote e la fantesca; intollerante d’ogni freno, ribelle a qualunque consiglio. Sopra tutto contro Camilla ella nudriva un astio e un rancore, inesplicabili. Tal volta, durante una tregua, ella chiamava a sè Aurelio, e gli diceva sotto voce, con circospezione paurosa:
— Manda via costei! Te ne prego, mandala via! Non la posso vedere....
E i suoi occhi avevano lampi d’odio, come al cospetto d’un nemico temuto e minaccevole.
Fortunatamente, dopo due notti insonni, la ragazza, gracile e impressionabile, non potè più reggersi in piedi e per ordine dello stesso medico dovette ritirarsi. Flavia venne a sostituirla, e parve che portasse, con la sua grazia e la sua dolcezza, un ultimo impulso di vita a quella povera anima esausta.
La notte, donna Marta si mostrò in fatti più calma, più coraggiosa, più ragionevole. Era per simpatia? Era per deferenza? Era per soggezione o per vergogna? Bastava che Flavia si rivolgesse verso di lei, perchè d’un tratto si ricomponesse, frenasse le sue irrequietudini, dissimulasse sotto un pallido sorriso di persona stanca i suoi interni tormenti. Quando la giovinetta si inchinava sul suo viso per baciarla o le prendeva una mano per sentirne il battito del polso, i suoi lineamenti contratti si rilassavano per incanto, sembrava ch’ella provasse un gran sollievo, che le si comunicasse al solo contatto un po’ di quella forza giovenile. Quando le porgeva le medicine, ella si sollevava sùbito a sedere e le sorbiva in fretta, senza una protesta, sogguardandola anzi con occhi gonfii di riconoscenza. Tal volta, come il male le strappava un gemito incontenibile, ella si volgeva pentita alla vegliante, e, se per caso incontrava il suo sguardo, mormorava con la voce tanto mite:
— Ho parlato?... Non so.... Dormivo....
E socchiudeva tosto le palpebre, fingendo di riprendere il sonno interrotto.
Aurelio rifinito dalle fatiche e dalle angosce di quei giorni, eppure tenuto desto dall’insonnio nervoso, stava seduto in un angolo bujo, e osservava. Era vero tutto quanto gli stava d’intorno? A lui pareva di sognare: come in un sogno, in fatti, gli si presentava la camera grande, che una candela posata in terra illuminava fantasticamente dal basso in alto, rilevando le cose che di solito non eran visibili, lasciando in un’ombra densa quelle altre a lui note. Come in un sogno, la figura di Flavia si moveva continuamente tra quelle strane apparenze, e non suscitava nei passi il benché minimo strepito: il lembo delle sue vesti chiare era dorato dai riflessi della luce, ma la sua testa si perdeva nell’oscurità ed era irriconoscibile. Egli, ottuso dalla stanchezza e dall’immobilità, guardava, attonito e quasi incredulo, intorno a sè: — era proprio la camera dell’avola, quella? era Flavia, colei che gli passava d’innanzi in silenzio, più leggera d’uno spettro?
Il giovine non poteva credere alla sua ragione; non poteva credere alla stessa evidenza. A tratti le idee gli si confondevano, la realità gli sfuggiva, e la fantasia dava alle sue sensazioni aspetti falsi, difformi, inaspettati. Egli allora vedeva una donna nuova nella sua casa, sola padrona e arbitra; la vedeva in una stanza sua aggirarsi, frugare nei tiretti, cercare e trasportare le cose sue, accostarsi sicura a un gran letto bianco, che nell’ombra grave imaginava deserto. Quella era bene la sua donna; era la sua compagna, e quel gran talamo bianco era il loro. Flavia o un’altra? Era Flavia, non poteva esser che Flavia. Grandi fatti erano avvenuti, che ora non rammentava più; ed egli l’aveva sposata!... L’ipotesi non lo sgomentava, anzi gli dava un’impressione profonda di ristoro. Non era egli solo, triste, abbandonato nel mondo, senza parenti e senz’amici? Aveva una donna accanto a sè, che lo amava, che lo curava, che lo assisteva vigile e solidale nelle lotte della vita....
Ma un gemito lieve o un fruscìo di coltri smosse venivan dal letto, dove giaceva l’inferma; ed egli d’improvviso era richiamato al senso esatto della realità. Allora un’irritazione amara s’impossessava del suo spirito; una specie di rimorso gli feriva il cuore, da prima fievole e confuso, poscia lucido e tagliente come una lama affilata: — irritazione contro sè stesso, contro la sua debolezza che aveva evocato un mondo chimerico in contrasto con tutte le sue ambizioni, con tutti i suoi principii — rimorso per l’obliquo disegno riparatore, ch’egli aveva già inconsciamente abbozzato, in presenza dell’avola ancor viva. Oh, al risveglio, riflettendo, quel suo sogno di pace futura gli sembrava abbominevole! Come, come aveva osato persuadersi e compiacersi d’una simile supposizione? Non amava dunque sua madre? Non amava quella povera creatura, legata a lui dai più sacri vincoli di sangue e di consuetudine? — Sì, certo, egli l’amava, l’amava sopra ogni cosa al mondo; avrebbe dato la vita per salvarla; sinceramente, sarebbe morto felice prima di lei, pur di non vederla morire! E, non ostante il suo verace affetto, aveva potuto in sua presenza adattarsi all’ipotesi più tremenda, accettarne le conseguenze, ricercarne perfino i rimedii!...
La sua coscienza morale era profondamente rimorsa da queste idee: egli si giudicava vile, egoista e perverso; egli si sentiva macchiato da quelle speranze, ch’eran fiorite spontanee sopra le minacce d’un’immensa sciagura. «Ella non morirà,» si ripeteva, per disperdere i residui del sogno: «ella guarirà; ella deve guarire; qualche giorno ancora, e lascerà il letto.» Ma in fondo a lui un altro pensiero si moveva e s’imponeva alle vacue parole, ostinato, invadente: «Sarà così, certo sarà così! Se anche dovrà morire, io mi rassegnerò, io continuerò a vivere, io la dimenticherò.» E la previsione d’una siffatta necessità lo sprofondava in uno scoramento infinito, più lacerante di qualunque rimorso, più doloroso di qualunque cordoglio.
Ahi, miserabile carne, eternamente schiava dei proprii istinti bestiali!.. — Egli ora vedeva il destino della Vita in una vasta astrazione simbolica; vedeva il gran fiume scorrere, inarrestabile, a traverso il tempo, a traverso lo spazio. Una goccia scompariva assorbita dalle sabbie: altre gocce sopraggiungevano a colmarne la minuscola lacuna, a ingrossare il corpo delle acque, che scendeva sempre gonfio, tumultuosamente, verso la foce remota e sconosciuta. Chi s’accorgeva dell’umile goccia scomparsa? Le altre tutte, per una necessità fisica intrasgressibile, eran trascinate via dalla corrente, sospinte da quelle che seguivano, attratte da quelle che precedevano. E il letto del fiume continuava nelle profondità la sua monotona opera d’assorbimento, inavvertita e provvidenziale!... Via, via, a traverso il tempo, a traverso lo spazio! Bisognava vivere, bisognava fluire, bisognava rifondere le gocce perdute perchè il gran fiume non s’asciugasse!... Ed egli in fatti, atomo dell’universo, soggetto indistinto delle sue leggi oscure, aveva già pensato a vivere dopo, a seguitare il suo inutile cammino, a sostituire con altre le esistenze che crollavano dietro di lui. Egli, in cospetto del passato che stava per dileguare nel nulla, aveva già ideato un piano d’adattamento, un dolce nido d’amore dove festeggiare il suo attimo di luce; aveva già concepito in potenzialità i nuovi esseri che avrebbero popolato l’Avvenire!...
Questi pensieri, sotto altre forme, con diverse imagini, lo torturarono anche nei due giorni che seguirono.
Flavia era sempre là, attenta, vigile, infaticabile al capezzale di sua nonna: egli la poteva vedere a ogni ora, in ogni momento, come una familiare, come una sorella. Era sempre là vicina a lui, così vicina che molte volte le loro vesti si sfioravano, le loro mani si toccavano, i loro respiri si confondevano, chini come erano entrambi sul letto dell’inferma. E quella convivenza ininterrotta, quella comunione d’intenti, di timori e di speranze, assimilavano a poco a poco le loro due anime, accrescevano la mutua confidenza, li appartavano in una specie di solitudine mistica assai propizia agli abbandoni, alle illusioni, alle insidiose idealità. Non si scambiavano se non poche parole durante le veglie interminabili; ma i lunghi silenzii nella camera dolorosa eran più eloquenti d’un poema, scendevano su i loro cuori più incantevoli d’un filtro. In vano il giovine cercava di sottrarsi al fascino di quei silenzii; in vano si ribellava alle molli lusinghe che assediavano il suo spirito illanguidito; in vano respingeva, sdegnato, le onde ineffabili di voluttà che si riversavano a tratti su i suoi nervi scoperti dalla spossatezza e dalle angosce molteplici. Ella era là; ed egli non poteva chiudere gli occhi per non vederla! Omai, egli non poteva non vederla, anche avendo ben chiusi gli occhi! E dall’imagine di lei, sempre presente, divinizzata dall’alta poesia del suo còmpito pietoso, gli veniva incessantemente il conforto non chiesto, non voluto, il conforto umiliante e sacrilego.
La malattia di donna Marta si svolgeva frattanto con una continua vicenda di brevi fallaci miglioramenti e di ricadute viepiù gravi e inquietanti. Il medico di Laveno era venuto parecchie volte a visitarla, aveva cambiato ordinazioni per sodisfare alle richieste dell’ammalata e, persuaso della inefficacia d’ogni rimedio, se n’era andato, alzando le spalle, aspettando rassegnato la morte o un miracolo. In fatti tutte le cure erano inutili: anche le punture di caffeina, che si facevano ora due volte al giorno, ottenevano soltanto un momentaneo sollievo e la lasciavan poi più abbattuta e più affannata di prima. I germi del triste morbo avevan trovato un terreno ben preparato a riceverli e si propagavano fecondi e indistruttibili, come una mala erba in una maremma. La respirazione diveniva ogni dì più corta e frequente; i rantoli umidi, i tintinnamenti metallici risonavano in ogni parte del suo povero torace scarno; i delirii si moltiplicavano, provocati dalla debolezza sempre maggiore dell’organismo — foschi e tragici delirii in cui ella con la voce spenta parlava del futuro, non parlava che del futuro, confondendo nomi, date, luoghi, dimenticando le persone prossime a lei, risuscitando e rivedendo d’innanzi a sè quelle morte da anni, sopra tutto il figlio e la nuora!
— Quest’inverno, — ella talvolta diceva, prendendo nelle sue le mani dei due giovini, — quest’inverno andremo in Riviera, noi tre soli, soli... Son tanti anni che non vedo il mare!... Prenderemo una villetta su uno scoglio, contro cui si oda nella notte sbattere le onde, dove non ci sia il silenzio che qui ci opprime, questo silenzio che non finisce mai, mai... Vero? Vero? Ci condurrai al mare, Alessandro? Mi farai rivedere il mare, Alessandro?
Altra volta si scoteva d’improvviso, faceva l’atto di scendere dal letto.
— Andiamo! Andiamo! — diceva con grande impazienza. — Ci aspettano. Non bisogna farci aspettare. Domani saremo là: ci fermeremo un mese, un lungo mese... Là c’è aria buona, là si respira, là si può passeggiare al sole.... Andiamo! Andiamo!
E gli occhi allucinati si perdevano in una lontananza fantastica, parevan rispecchiare nelle loro pupille dilatate la felice utopia dove l’aria salubre non soffocava, dove ancor si poteva liberamente uscire per rivedere il sole.
Ma il terzo giorno sembrò in vero che la fine fosse prossima e che la vita di donna Marta non dovesse arrivare al domani. Già dal mattino ella, sentendosi mancare, aveva chiamato a sè Aurelio e gli aveva detto con accento desolato:
— Figliuol mio, è l’ultimo giorno. È inutile illudersi: io mi sento morire. E non puoi credere quanto m’affligga il pensiero di lasciar qui solo te che hai tanto bisogno d’appoggio, sognatore e inesperto come sei di tutte le cose della vita. Che farai tu, povero Aurelio? Che sarà della nostra casa?
— Mamma, — proruppe il giovine, trattenendo a pena un singhiozzo, — non parlare così! Tu non stai peggio. Un po’ di pazienza ancora. Tu devi guarire.
— Dovrei ma non posso. Oh, fosse possibile!... Per te, per te solo, credilo, ho tanto pregato Iddio di farmi guarire!... Ma era tardi; era troppo tardi. Dovevo pensarci prima. Ho commessa una grave imprudenza, ed ecco il castigo! La colpa è mia. Tutta mia... Perdonami, Aurelio...
— Oh, mamma! — egli esclamò, afferrando la mano ch’ella gli offriva.
E cadde in ginocchio presso il letto; e compresse il volto contro i guanciali per nascondere le lacrime che già gli solcavano le guance.
Il dottor Demala giunse verso mezzodì a Cerro. Udì da Camilla le cattive notizie; salì concitatamente nella camera dolorosa, e, senza salutar nessuno, con il cappello in testa, si avvicinò, visibilmente turbato, all’inferma. Le tastò il polso, l’esaminò, s’oscurò in viso.
— Presto, un po’ di bambagia, alcuni bicchieri... Presto!
— Dottore, come soffro! — mormorò donna Marta, appena Aurelio fu uscito. — Come si soffre a morire!...
— Ma chè morire! — fece il dottore bruscamente, quasi con ira, alzando le spalle.
Non disse altro per confortarla. Si volse, guardò attentamente Flavia che ancora non conosceva; poi, toltosi il cappello, sedette in aspettazione.
— Pessimo tempo! — soggiunse dopo una pausa. — E noi avremmo bisogno del sole, d’un bel sole per la nostra ammalata.
— Oh, il sole! — esclamò questa con un profondo rammarico nella voce.
Tacquero. Aurelio rientrò, seguito da Camilla, portando i bicchieri e la bambagia; e il medico s’accinse sùbito ad applicar le ventose, ajutato a stento da Flavia, che la sua nervosa impazienza confondeva, e sbigottiva la vista del fuoco su quelle misere carni.
Donna Marta non diede segno di dolore. Ma la pelle sotto le coppe ardenti si gonfiò e al distacco apparve tutta macchiata di cerchii sanguigni.
Il dottore uscì insieme con Aurelio.
— Ebbene? — chiese questi tremando d’ansia e di paura.
— L’infiammazione si estende: il catarro ha invaso già una gran parte del polmone destro. E il cuore è sempre più debole: gli sforzi di questi giorni l’hanno estenuato. C’è da temere un’asfissia....
— La morte, dunque?!...
— Eh, pur troppo.... Ma speriamo che non avvenga; speriamo d’arrivare in tempo a scongiurarla. Ora scriverò una lettera al dottor Redi.... e una ricetta. Sono pillole di muschio: glie ne darai una ogni due ore.... regolarmente. Io debbo essere stasera a Varese per un consulto.... sarò qui di nuovo domattina.... più presto che potrò. Coraggio, in tanto, coraggio, amico mio!
Aurelio rimase stordito dalla fiera minaccia, come da un colpo di maglio ricevuto nel mezzo del cranio. Non era dolore quel che provava: era un senso di vuoto, d’accasciamento, di desolazione indefinibile. Gli pareva d’esser perduto in un’immensa foresta, e di sentir la notte scendere su lui a traverso i rami degli alberi secolari: nessuna via, nessuna speranza, nessuna salvezza! Egli vedeva il destino, come vedeva il paesaggio, di là d’un velo di nebbie e di piogge: d’avanti a lui una parete fluida si drizzava fino al cielo per separarlo dalle cose esteriori. E nel suo cervello continuava a passare, lento e infinito, come una migrazione di larve pallide, tutto il corteo delle astrazioni, delle parole vaste, incerte, chimeriche....
L’intero giorno egli restò in quello stato di stordimento e quasi d’ebetudine, che non gli permetteva pur di soffrire. S’aggirò come un sonnambulo per le camere, per gli anditi, per le logge; stette lungamente, immobile e taciturno, seduto su una poltrona nella stanza di donna Marta; s’assopì anche un poco nel pomeriggio, ma il sonno fu torbido, inquieto, attraversato da baleni sinistri. Si svegliò di risalto a un gemito più forte della sofferente. «Non valgono a nulla anche le preghiere, dunque?» si domandò, rivedendo il volto cadaverico della nonna, ricordando d’un tratto la lugubre previsione del medico. — Oh, con che fervore, con che umiltà aveva egli saputo pregare quel mattino, dopo tanti anni che la sua fede era muta! Con quanta umiltà e con quanto fervore egli era ritornato di poi al luogo dei miracoli, e si era ancora genuflesso d’avanti alla sacra imagine! A nulla era valso: umiltà e fervore erano stati inutili, s’eran dispersi come un fumo nell’impassibilità dello spazio!
Si levò, uscì dalla stanza, sentendo prorompere dall’anima l’odio e la bestemmia contro le leggi tenebrose della vita, contro la sorte, contro Dio. Non vi rientrò che un’ora più tardi, accompagnando il dottor Redi.
— Aurelio! — chiamò l’inferma con un grido, come lo vide comparire su la porta. — Ah, non lasciarmi, non lasciarmi più! Sta qui vicino a me, molto vicino.... Perché sei andato via? Ho paura! Ho paura!...
Era più alterata e più deforme che non mai: parve al giovine che in quell’ora fossero piombati vent’anni di torture su quella faccia miserabile.
— Eccomi, mamma! — egli balbettò con la voce tremula, avvicinandosi al letto.
Mentre il medico l’esaminava, Flavia s’accostò pianamente a lui e gli disse sotto voce all’orecchio:
— Mio Dio, quante volte l’ha chiamata durante la sua assenza! Io ho pensato ch’ella dovesse riposare e non ho voluto disturbarla. Ho fatto male?
— Grazie! Grazie! — egli rispose, e le stese indietro la mano, involontariamente.
Sentì un contatto caldo, una stretta energica, un intrecciarsi furioso con le sue dita d’altre dita più sottili. E quelle dita tremavano, d’un tremolìo incessante, quasi la vibrazione d’una corda sfiorata. Il brivido si comunicò più forte alla sua mano, gli ascese lungo il braccio su su, come un’onda elettrica, verso il cuore, verso la gola. La sua anima si gonfiò di confuse aspirazioni.... Egli comprese: era il conforto, il conforto non chiesto, non voluto. Fece per ritrar la mano ma non gli fu possibile; e rimase così, avvinto a lei nell’ombra, in cospetto della moritura, finchè il medico, compiuta l’opera, non si mosse.
La sera calò rapida tra i nembi. Pioveva, pioveva sempre. Si udiva lo scroscio sordo dell’acqua su la campagna buja: si udiva il rombo alterno dei flutti contro la spiaggia. Di quando in quando qualche foglia divelta dal vento cadeva sul davanzale delle finestre, stridendo lieve contro i vetri. Era la triste monotonia dell’autunno in tutta la sua funebre maestà, la lenta decadenza della stagione, la malattia irreparabile di tutte le cose vive sotto l’inclemenza di un cielo plumbeo. La luce affievoliva, le piante si sfrondavano, l’erbe e i frutici infracidivano, la terra stava per chiudersi assiderata nella compostezza brulla della morte. E, nel crepuscolo, la campana della chiesa, battendo tra lo strepito della pioggia l’Ave Maria, sembrava annunziare ai fedeli che un’agonia incominciava e convocarli per una preghiera di requie eterna.
Al calar delle tenebre, ai lugubri squilli, principiò ad allentarsi il viluppo d’apatia che teneva fasciata l’anima del giovine fin dal mattino. A mano a mano egli venne riprendendo coscienza di sè stesso, ritrovando il sentimento normale della sua persona, rientrando nella realità con i sensi vigili e la mente perspicace. Allora intese tutta la gravità della sciagura che gli incombeva; allora ebbe veramente l’intera e lucida consapevolezza della sua infelicità. — Sua nonna, la sua seconda madre era là, china e sospesa su l’abisso senza confine. Tutta la sua giovinezza, tutta la sua vita anteriore, tutti i suoi sogni medesimi erano intimamente legati alle memorie di quell’essere precario, che nessuna forza umana poteva contendere alla sua sorte. Ella precipitava; e avrebbe forse trascinato con sè memorie, sogni, giovinezza. Che fare? Ogni cosa era inutile. Bisognava aspettare, assistere, rassegnarsi. E poi? Ahi, questo era il più terribile: poi bisognava vivere, vivere ancora, portando in cuore il peso di tutte le disperazioni, di tutte le maledizioni, di tanta amara esperienza; bisognava scegliere una via nuova da percorrere, sapendo già la vanità di ogni nostra impresa e la mèta fatale d’ogni nostro cammino!
Era affondando gli sguardi nel futuro che Aurelio provava lo sgomento maggiore: lo stesso spaventoso attimo del trapasso impallidiva di fronte all’idea della lunga serie di giorni grevi che lo avrebbe seguito. Egli era solo: dentro di lui non restava che il rimpianto d’un unico affetto distrutto; e d’intorno a lui, un mondo impassibile, aspro, prodigo di sarcasmi per l’anima in pena. In quel momento nessun conforto estraneo, nessuna obliqua aspettativa mitigavano la cruda evidenza della sua previsione: il cordoglio, il grande cordoglio nobile e puro, dominava, autocrata severo, tutte le sue facoltà.
Donna Marta, dopo la puntura di caffeina, aveva avuto un’ora di sollievo, aveva anche mangiato qualche cosa; poi d’improvviso era ricaduta nello stato di prostrazione mortale. Ora, riversa su i cuscini, delirava fiocamente; e Flavia, tenendole una mano, assecondava con qualche blanda parola il suo delirio.
— Andiamo! Andiamo! — diceva l’inferma, senza muoversi, senza potersi muovere.
— Ma dove, donna Marta? Dove vuole andare a quest’ora?
— Via, lontano... Qui si sta male. Andiamo?
— Eh, si sta male dovunque, cara signora. E non si può uscire. Piove, piove a dirotto.
L’inferma taceva un istante, poi ricominciava a supplicare, guardando la fanciulla con occhi stravolti, pieni d’una luce innaturale, biancastra come quella dei lampi:
— Andiamo! Andiamo!
La notte era discesa. La candela, posata in terra a piedi del letto, spandeva un chiarore dorato su le cose ignote, lasciando in un’ombra densa quelle altre di solito visibili. L’orologio a pendolo sonò le nove, nell’oscurità.
— Ho sonno, — disse l’inferma d’un tratto.
Aurelio s’avvicinò al capezzale. Le prese l’altra mano nella sua, susurrandole all’orecchio:
— Dormi, mamma. Sarai stanca. Dormi.
Ella fece cenno di sì col capo. Sorrise debolmente (oh, quel sorriso non era, non era di questa vita!). Poi, avendo chiusi gli occhi, con un atto repentino avvicinò le mani di Flavia e d’Aurelio, le riunì sopra il suo cuore, ritirò le sue con lenta precauzione, e parve assopirsi sotto il calore di quel nodo di giovinezza ch’ella medesima aveva voluto stringere in un estremo risveglio della coscienza.
I due giovini, chini su di lei, non si guardarono: stettero immobili, compresi come dalla solennità d’un rito religioso. E l’orologio sonò di nuovo il tempo fuggitivo, sorprendendoli ancora con le mani sovrapposte al cuore della morente, che si sentiva battere folle e disperato quasi lottasse contro un nemico implacabile.
— Dorme? — chiese Aurelio, con un fil di voce.
— Dorme — rispose Flavia.
Si sciolsero, s’allontanarono in punta di piedi, sedettero discosti l’uno dall’altra ai due angoli della vasta camera. Pioveva, pioveva sempre. Si udiva lo scroscio sordo dell’acqua su la campagna buja; si udiva lontano il rombo cadenzato delle onde contro il greto. Di quando in quando i vetri della finestra stridevano lievemente, percossi da uno spruzzo o da qualche foglia secca, che il vento spingeva verso il palazzo.
Un’ora passò, silenziosa.
Donna Marta dormiva supina, rialzata da tre o quattro guanciali, e l’estrema debolezza le toglieva ogni moto, ogni segno esterno di vita; l’avrebbe fatta credere esanime se non fosse stato il fioco ritmo della respirazione, così rauco e frequente come l’anelito d’un cane dopo una corsa a perdifiato. Ella giaceva inerte, con gli occhi chiusi, con la bocca spalancata; e lo stesso affanno non le sollevava il petto, non dava la più piccola scossa all’esile persona che a pena formava rilievo sotto le coltri scomposte. Aurelio, dal fondo della camera, teneva gli sguardi fissi al funereo chiarore che rompeva l’ombra al sommo del letto. Non poteva distinguer nettamente la figura dell’inferma dal bianco dei guanciali e dei lenzuoli; ma il rantolo breve e l’immobilità d’ogni cosa richiamavan la sua attenzione, accrescendo d’attimo in attimo la sua inquietudine. Più d’una volta, assalito da una paura repentina, fece l’atto di levarsi, di correre a lei per toccarla, poichè gli pareva che dovesse esser già fredda e stecchita. Ma lo trattenne la vista di Flavia, vigile come lui e ferma al suo posto. In fine, dopo un’aspettazione eterna, si risolvette: in punta di piedi attraversò la stanza, venne accanto alla fanciulla, le disse piano, senza voce:
— Bisognerà darle il muschio. Son già passate tre ore dall’ultima pillola.
— Svegliarla?
— Mi sembra.
— Credo sia meglio lasciarla quieta. Dorme. È la prima notte che può riposare un poco...
Aurelio voleva aggiungere: «Quel sonno non mi piace;» e non l’osò. Fece un gesto vago d’assentimento.... si ritirò ancora in punta di piedi nel suo angolo oscuro.... ricadde costernato su la sedia, afferrandosi il capo che bruciava tra le palme gelate. Il sospetto tremendo aumentava continuamente dentro di lui: egli s’esaltava. La camera era fosca, irriconoscibile; il volto dell’inferma assumeva nella sua fantasia l’apparenza d’una spaventosa maschera di cera sul pallor della tela; e la sua contemplazione prolungata diveniva tragica, poichè egli sentiva nell’aria, sopra quel volto, la presenza della Morte invisibile. Tutta la sua anima era sospesa al respiro di lei, che strepitava in una corsa matta, come un congegno guasto che il freno non regga più e stia scaricandosi per ristare d’improvviso e per sempre. Egli pensava con raccapriccio: «Ella non dorme. Quel letargo greve e affannoso non è sonno, è coma. L’asfissia è incominciata: ella non si sveglierà più.» Cercava di scacciare da sè il sospetto.... d’illudersi un poco ancora... di credere cecamente alle apparenze tranquille ch’erano intorno a lui, «Dorme,» si diceva; «non ha accusato alcuna sofferenza prima d’assopirsi. Io mi spavento senza ragione.» Ma le parole confortevoli risonavano senza eco nel suo cervello; e quelle paurose le soverchiavan sùbito, più forti, più convincenti, più imperative, come proferite al suo orecchio da un estraneo che non poteva ingannarsi.
Un tempo incalcolabile passò, senza che avvenisse un movimento nella camera dolorosa. Pioveva.... pioveva sempre. Si udiva il rombo cupo della pioggia su la campagna oscura.... si udiva lo strepito delle onde contro la spiaggia.... Di tratto in tratto un baleno muto rischiarava le vetrate, rivelando un paesaggio grigio, informe, spugnoso a traverso i fili lucidi dell’acqua cadente.... Nel suo angolo, Flavia a poco a poco s’era addormentata.... L’inferma rimaneva nella sua compostezza immutabile.... e il suo respiro, accompagnato da un gorgoglio liquido nella gola, continuava senza tregua, rapido e anelante, prevenendo i battiti regolari del pendolo.... La campana della chiesa sonò lungamente la mezzanotte.... l’orologio nella stanza la ripetè lungamente sùbito dopo.
Quando il giovine s’accorse che anche Flavia dormiva, si levò in piedi di nuovo, s’avvicinò con passo furtivo al letto, giunse inavvertito presso al capezzale.... Toccò la fronte dell’inferma.... era fredda e un poco madida!... Le prese il polso.... era di gelo, e l’arteria batteva a pena, ora agitata ora lentissima!... Si rialzò, inorridito.... Si passò una mano su i capelli, con un gesto di smarrimento supremo.... — Era possibile? Era possibile? — Un terrore subitaneo lo irrigidì, gli agghiacciò il sangue, gli offuscò l’intelletto. Tutto era oscurità e silenzio: egli non sentiva più, non vedeva più, non pensava più.... Parvegli veramente in quel punto che fosse la fine del mondo.... ed era la fine del mondo, ma non per lui!... Restò qualche istante immoto, attonito, ottenebrato d’avanti all’avola, che al suo contatto non aveva dato un segno di vita.... Poi la chiamò.
— Mamma!
Più forte la chiamò una seconda volta.
— Mamma!
La scosse, la chiamò una terza volta quasi con un grido.
— Mamma!
La voce nel silenzio notturno ebbe un suono così strano, ch’egli si volse spaurito a riguardare, come se qualcuno avesse gridato con lui dietro le sue spalle. La camera era quieta, e sembrava deserta.... Flavia, morta di fatica, non s’era risvegliata, e nell’ombra densa era quasi invisibile.... Egli si sentì solo, assolutamente solo di fronte al mistero: gittò un ultimo sguardo obliquo all’inferma, immobile sul letto come una statua di cera; e, pazzo di dolore e di sgomento, si precipitò in corsa fuor della stanza.
Le tenebre eran fitte sotto il portico.... si vedeva soltanto, dall’altro lato, fumigare il lucignolo votivo d’innanzi all’icona miracolosa.... Aurelio si diresse risoluto verso la porta della scala.... discese brancicando fino al cortile.... l’attraversò a passo concitato, senz’accorgersi dell’acqua che gli pioveva in testa... Anelante, con le arterie che gli battevan su le tempia quasi colpi di martello, entrò nella sala da pranzo ch’era buja, fredda, umida come una grotta. Non pensò d’accendere un lume.... si lasciò cader di peso sopra il divano.... — Tutto era finito! Le tristi previsioni del medico s’erano avverate: il cuore non aveva potuto oltre resistere agli immani sforzi di quei giorni, e l’asfissia era incominciata: sua nonna moriva! Ogni speranza omai era vana; ogni illusione, dispersa; la vita gli si stendeva, d’avanti agli occhi sbarrati nell’ombra, arida, tetra, desolata, infinitamente. Che cosa gli restava da fare? Attendere rassegnato la fine? Così solo, gli pareva impossibile: gli pareva superiore alle sue povere energie. Partire, fuggire? Ma come, a quell’ora? e chi, chi dunque avrebbe poi pensato al resto? — La sofferenza diventava orribile.... Egli non sapeva risolversi a nulla, e provava il bisogno istintivo di muoversi, d’agire, di sottrarsi a quell’inerzia fatale che gli pesava sul cuore come un rimorso. Per un attimo, un’idea gli attraversò il cervello: quella di correre alla casa parrocchiale, di svegliare il prete, di chiamarlo sùbito per l’estrema unzione della morente. Non ebbe tempo di considerarla: l’idea passò ratta come un lampo, e si confuse nel tumulto delle altre idee che sopraggiungevano. Egli la dimenticò. — E se fosse disceso da Ferdinando? Se lo avesse mandato in tutta fretta a prendere il medico? — Ohimè, era tardi, era troppo tardi; e anche prima, sarebbe stato inutile. Gli uomini non potevano opporsi alla volontà del Destino; ed era scritto, come in un libro infallibile, che sua nonna dovesse morire in quella medesima notte!
Tutto era fatale! Tutto era irreparabile! Bisognava aspettare, rassegnarsi e soffrire. Ed egli s’abbandonò intero al suo dolore, come un naufrago, allo stremo delle forze, si concede alla corrente impetuosa che lo travolge. Seduto sul divano, con la testa, che ardeva, stretta tra le palme gelide, pianse, pianse a lungo, senza più saperne il perchè; cercandolo dove non era, nei tristi ricordi, nelle delusioni patite, negli sconforti che l’avvenire gli riserbava. Poi non avendo più lacrime, si mise a singhiozzare, a ripeter forte il nome adorato, a invocare come un bambino smarrito la madre assente — quella povera creatura omai sorda e muta che rantolava lassù tra gli ultimi spasimi d’un’agonia senza coscienza.
Rimase così non seppe quanto, avvolto nell’oscurità che i baleni a intervalli debolmente rischiaravano. Un brontolìo di tuono lontano, qualche rovescio veemente di pioggia o di grandine rendevano il silenzio più sensibile e più pauroso. D’un tratto una finestra si spalancò con un fragore formidabile, e una folata di vento invase la sala, sollevando tende e tappeti, trascinando a terra alcuni giornali spiegati che parvero alla luce d’un lampo pallidi spettri fuggenti. Aurelio si alzò di sbalzo, in preda all’orrore; ricadde tosto sul divano, senza poter fare un passo, imprigionando ancora disperatamente il capo tra le palme.
Fu scosso dal romore della porta che s’apriva. Flavia apparve livida, convulsa, agitatissima, con il lume stretto in pugno.
— È mezz’ora che la cerco, — disse con la voce alterata. — Mi ha tenuto tanto in pena!...
Poiché il vento minacciava di spegnere la fiamma, ella depose il candelliere su la tavola e corse a richiudere la finestra.
Aurelio non s’era mosso, non aveva levato la testa: l’aveva riconosciuta e, supponendo ch’ella venisse a comunicargli la cosa tremenda, era rimasto con il viso nascosto, con l’anima chiusa come per difenderli da un colpo mortale.
Flavia ritornò indietro, venne presso di lui, gli si fermò d’innanzi, più calma, fissandolo con uno sguardo umido di pietà.
— Ma perché fa così, signor Aurelio? — disse dolcemente, dopo una pausa. — Perchè scoraggirsi a questo modo?
— È morta? Dica: è morta? — egli chiese d’improvviso con la voce rôca, senz’alzare il capo dalle mani.
— Ma no, Dio mio, no! Dorme, dorme sempre. È tranquilla. Ciò che più m’addolora è veder lei così debole, così afflitto, così disperato! Son giorni terribili, lo so; ma passeranno, vedrà, passeranno. Donna Marta guarirà, tornerà sana e lieta; si stenderà un velo d’oblio su queste tristezze. Ma se lei non reagisce, se s’abbandona così allo sconforto, finirà per ammalarsi a sua volta, e darà altri giorni d’ansie e d’apprensioni alla sua nonna e.... a chi le vuol bene!.... Su via, mi guardi! Mi lasci veder la sua faccia!...
Il giovine sentì le dolci parole passar su l’anima assiderata, perduta nelle nebbie alte del dolore, come un soffio tepido di primavera che disciolga i ghiacci d’una vetta. Il singhiozzo rincominciò più fitto, irresistibile. Un nodo di commozione gli strozzò la gola, ed egli ruppe di nuovo in pianto, violentemente.
— Ma no!.... Perchè piange, adesso? Ma perchè? Mio Dio! Non faccia così!... Aurelio!... La supplico.... Aurelio! Aurelio!...
Ella lo chiamava, ella lo pregava inutilmente. A ogni sua esortazione, il singulto aumentava, le spalle sussultavan più forte negli spasimi del convulso; e le lacrime in tanto continuavano a sgorgare copiose di tra i cigli, scendevano a rivi per le gote, piombavano a una a una su la terra nuda, come gocce di sangue.
— Aurelio, per pietà, m’ascolti! — ella gridò, con un brivido di tenerezza irresistibile; e non sapendo che fare, si chinò, si protese verso di lui, e gli afferrò con ambo le mani gli òmeri sussultanti.
Il singulto cessò d’improvviso. Egli scoperse la faccia tutta madida, solcata dai segni delle dita, sformata dalle sofferenze atroci, con la bocca viscida, con le palpebre gonfie e infiammate. La guardò come non la riconoscesse, attonito e smarrito come uno che abbia portato a lungo la benda su gli occhi.
Ella era china su lui, appoggiata alle sue spalle, e gli sorrideva dall’alto tenuamente, con un sorriso ambiguo di pena e di beatitudine, tra materno e inamorato, insostenibile e affascinante come un bagliore. Si fissarono così un tempo indefinito senza muoversi, senza parlare, comunicandosi con le pupille i loro pensieri ch’erano immensi e ineffabili, tendendo le loro anime su cui pesava tutta la mestizia e tutto il mistero delle umane miserie. Nello sguardo della donna era come una promessa, e nello sguardo del giovine era quasi un desiderio. E a grado a grado il dolore dell’uno divenne il dolore dell’altra; e la pietà di questa divenne la pietà di quello; e le loro due vite segrete, sempre disgiunte, aderirono, si sciolsero, si confusero in un sentimento unico d’una grandezza muta ed esclusiva. Essi rimasero soli, in una solitudine senza confini, fuori del tempo e dello spazio, fuori della realità, nel nulla.
E d’un tratto ella piegò, come vinta da un languore subitaneo, cadde con i ginocchi a terra, e s’abbandonò tutta quanta sul petto di lui, singhiozzando. Aurelio sentì il contatto molle del suo corpo, sentì il profumo sottile de’ suoi capelli, vide qualche cosa oscura passar d’avanti ai proprii occhi. E senza poter parlare, soffocato da un accesso violento di commozione, s’aggrappò a lei con le braccia disperatamente per il bisogno istintivo di vivere, di salvarsi, d’uscire alfine all’aria libera da quell’onda mortifera che lo sommergeva e l’annegava... E così stretti, mescolarono insieme le loro lacrime, piangendo in vano su la sorte di colei che si dipartiva e fors’anche su quella più triste di coloro che dovevan venire!
Egli primo si rialzò; egli primo riebbe negli occhi la luce e fece attenzione alle cose circostanti. La candela ardeva su la tavola, e la fiamma era immobile, acuta come una punta d’oro. La pioggia pareva cessata; nel silenzio imperturbato dell’alta notte il suo orecchio percepì il lamento lontano d’un gufo nella pineta. Egli contemplò per alcuni istanti la fanciulla prostrata a’ suoi piedi, che ancora qualche raro singulto scoteva; e poi d’improvviso le strinse la testa fra le mani, glie la rovesciò indietro, le soffiò in volto l’impeto folle della sua passione:
— Ma tu mi ami, dunque? Tu mi ami? — le domandò, investigandola da presso nelle pupille lacrimose.
Ella esitò un poco, con la fronte corrugata, come chi considera e risolve rapidamente. Poi agitò il capo, parve illuminarsi tutta nel supremo abbandono, e rispose forte e sicura:
— Ti amo! Ti amo! Darei la vita per vederti felice!
— Ma se tu mi ami.... — egli gridò con un accento indefinibile di strazio, di desiderio e di terrore, insortogli chi sa da quale profondo abisso dell’anima.
Non potè proseguire con le parole. Ma gli occhi espressero bene con il loro lampo bieco, selvaggio, terrifico il suo pensiero disperato di felicità e d’oblìo: «Se tu mi ami, porgimi la tua bocca, cingimi con le tue braccia, fammi dimenticare tutto in un tuo bacio! Prendimi e fammi felice, poichè il dolore è inutile, e questa vita miserabile non merita che si soffra un’ora pe’ suoi destini!»
La donna da quel lampo intese l’invito fatale, e si sgomentò.
— Andiamo, Aurelio! — disse ritraendosi dolcemente, ritornata padrona di sè stessa, già fatta cauta e previdente dal pericolo, già sorretta da un intuito chiaro della propria convenienza. — Andiamo di sopra! Se la mamma si sveglia e non ci trova... Vieni!
Si rialzò, gli offerse sorridendo la mano. Egli la prese, e si lasciò trascinare da lei passivo e taciturno, quasi caduto in uno stupore profondo. Così la Coppia novella, legata dal nodo simbolico d’Amore, s’avviò lenta nella oscurità, avvolta come da un nimbo irreale, verso la stanza funesta dove la Morte aspettandola indugiava.