II.

La signora Paola, che così si chiamava la nonna, aveva settant'anni sonati; ma era ancora assai vigorosa. Il suo passo era franco e sicuro, l'occhio vivo, il volto solcato da pochissime rughe. I suoi capelli erano quasi tutti bianchi, non radi però, chè anzi di poco ne era scemato cogli anni il volume. E docili ancora si bipartivano con bella regolarità sulle tempie dando una maestà severa alla sua fisonomia. Ella era anche buona e caritatevole, la signora Paola, nè in famiglia si mostrava punto esigente come usano talvolta le persone dell'età sua. Anzi se qualcheduno aveva davvero bisogno di lei, se v'erano malati in casa, ella diveniva un miracolo di attività e di abnegazione. Fuori che in queste occasioni si notava in tutto il suo contegno un certo riserbo, un desiderio frequente di solitudine e di silenzio. Non era espansiva nè con la nuora, nè col figlio, nè coi nipoti. Verso questi ultimi era affettuosa, ma senza gli spasimi che le nonne sogliono avere. Il solo Gino, che cacciava il naso dappertutto e non aveva soggezione d'anima viva, penetrava volentieri nel santuario della sua camera e forzava le carezze della rigida matrona. Appunto una di queste visite era finita colla catastrofe dello schiaffo. Che cosa facesse Gino lo sappiamo; non ci siamo però ancora resi ragione dell'impeto subitaneo della signora Paola.

A capacitarcene è forza conoscere qualche fatterello assai semplice.

Alla signora Paola era accaduto ciò che accade a moltissime donne. Come suo figlio aveva avuto successivamente due mogli, così ella aveva avuto due mariti. Era stata fedele all'uno ed all'altro, ma l'amor suo, l'amore della sua anima ardente ella non lo aveva dato che al primo.... O perchè adunque s'era rimaritata? chiederanno i pedanti. Bella domanda. Si fa presto a dire: la vedova che amava sul serio lo sposo non deve rimaritarsi, non deve profanare il santuario delle sue memorie, ecc. ecc. Son frasi. Figuratevi una povera giovinetta che a poco più di vent'anni resta priva del compagno ch'ella si era scelto per tutta la vita. È bella; viver sola non può senza esporsi a cento insidie, a cento pericoli; tornare nella famiglia, s'ella ha ancora famiglia, lo può certamente, ci torna anzi; ma ci starà sempre, ma la sua casa sarà quella ch'era prima? La cameretta ov'ella dormì i suoi sonni di vergine avrà mutato aspetto; nei volti dei suoi genitori non sarà certo scolpito un amore men vivo, sarà forse una tenerezza maggiore, e tuttavia anche l'espressione di quei volti sarà cambiata. Pei fratelli, pelle sorelle ella sarà sempre carissima, ma cara in un altro modo; non glielo si dirà certamente, ma si sentirà che ella porta nella sua vecchia dimora un fardello di tristi memorie.... Non è più la spensierata fanciulla di qualche anno addietro; bisogna usarle speciali riguardi; ella ha ormai un passato di cui non conviene evocare fuor di luogo le ricordanze; in faccia a lei certe allegrezze troppo rumorose non istanno bene.... E poi mettiamo che un'altra sorella abbia un giovine che la corteggi; la vedova non è più la natural confidente di questi amori come quand'era ragazza; adesso ella è una seconda edizione della mamma, severa come lei senz'averne l'autorità. E mamma e babbo e fratelli d'ambo i sessi sono d'accordo a dire ch'è stata una grande disgrazia per tutti che la povera Elisa, o Matilde, o Lucia, comunque si chiami, abbia dovuto rimanere così a quell'età!... E la povera Elisa, o Matilde, o Lucia, che indovina i loro pensieri e non può asfissiarsi col carbone, o perchè i suoi sentimenti religiosi glielo proibiscono o perchè ha paura della morte, dopo aver detto di no tre o quattro volte, si decide finalmente ad accogliere una nuova proposizione di matrimonio, e domandando perdono all'ombra del suo indimenticabile Arturo, o Luigi, o Aristodemo, passa a tentar la fortuna del secondo talamo.

La signora Paola era vissuta da due anni col suo primo marito, due anni di cielo, come si dice in linguaggio poetico. No, non è possibile esser tanto felici. Quando s'era sposata ella aveva sedici anni ed egli ne aveva ventuno, e agli occhi di lei era bello come un Adone, buono come un angelo, e pieno d'ingegno, di brio, di coraggio. Si chiamava Ettore. Non è ben certo ch'egli avesse tutte le qualità attribuitegli da sua moglie; spaventato forse dell'idea di dover col tempo scendere dal piedestallo di gloria su cui ella lo aveva collocato, egli pensò bene di pigliarsi una perniciosa e di morire. Morì lasciandole un bambino di 13 mesi di nome Paride. Benedetta guerra di Troia! Non ce la siamo ancora dimenticata.

Vedova nell'età in cui le altre donne sogliono essere ancora ragazze, la signora Paolina, immersa nella più vera e profonda desolazione, giurò di consacrarsi intera alla memoria del suo Ettore e all'educazione di quel pegno diletto che gliene era rimasto.... Era tutto lui. Negli occhi, nel naso, nei capelli ricciuti!... Guai a chi le parlasse di matrimonio, guai!...

Ma la sventurata Paolina non era per anco rinvenuta dallo sbalordimento di quel primo colpo, quando gliene toccò un altro non meno terribile. Il suo Paride, il suo bimbo, il suo tesoro, la sola sua ambizione, il solo scopo della sua vita, morì anch'egli che non aveva due anni. La morte falcia volentieri le testine bionde. È inutile descrivere lo spasimo della madre. Si temette ch'ella ne perdesse la vita o almeno la ragione. Risentitasi dopo alcuni mesi, si trovò come smarrita nel mondo. Sarebbe andata monaca se il suo Ettore non le avesse lasciato in retaggio un orrore invincibile pei chiostri. Fece adunque quello che fanno le altre donne nella sua condizione; si ridusse presso la sua famiglia, traendovi una vita vegetativa. Ma era di mezzi di fortuna molto ristretti. Il suo Ettore sarebbe diventato sicuramente un grand'uomo, ma gliene era mancato il tempo, e intanto, appunto per estendere la sua conoscenza degli uomini e delle cose, aveva assottigliato la non cospicua dote della moglie.

— Che non mi si venga a discorrere d'interesse — aveva detto la vedova — perchè non voglio saperne. Vergogna!

Così la signora Paola, senz'accorgersene, finì coll'essere a carico della famiglia. Ma queste cose non possono rimaner sempre occulte, e anche la poveretta, per quanto i suoi glielo dissimulassero, alla lunga venne a saperlo. Allora pianti, e sospiri, e disperazioni, e fra lei e suo padre uno di que' dialoghi che sogliono tenersi in simili circostanze.

— Bisogna ch'io veda di rendermi utile, che io faccia qualche cosa.

— Nemmen per sogno, io non te lo permetterò mai.

— In fin dei conti son libera.

— Finchè son vivo io, mia figlia non si abbasserà a lavorar per guadagno.

— Pregiudizii. È necessario che le donne comincino a procurarsi da sè i mezzi della loro esistenza.

— Idee nuove che io non accetto.

— Idee vecchie sono piuttosto le vostre....

— Oh bravissima. Si metta a censurar suo padre. È di moda....

— No, babbo.... io non volevo.... Ah me infelice! Il mio Ettore! Il mio Ettore!

E giù in un pianto dirotto.

Questa scena rinnovata più volte con piccole variazioni finì col produrre singolari cambiamenti nel modo di vedere della signora Paolina, e in capo a quattr'anni di vedovanza, ella, senza nemmeno saper rendersi conto del come, si trovò fidanzata una seconda volta.

Il suo nuovo marito si chiamava Mansueto e l'unico figlio ch'ella n'ebbe, si volle a tutti i costi battezzar per Pacifico. Dal nome in giù era una completa antitesi fra il suo primo e il suo secondo consorte, il suo primo e il suo secondo figliuolo. Il suo Ettore era bello, vivace, aitante della persona, il signor Mansueto era di fisonomia insulsa, piccolo, goffo. Paride prometteva di far onore al suo nome, era nelle fasce un vero angioletto; a due anni, quando soccombette a una malattia di poche ore, camminava già solo, parlava, aveva messo più denti; questo Pacifico invece non cresceva mai, non riusciva mai a reggersi sulle gambe, non imparava nemmeno a dir mamma e babbo, e benchè in complesso fosse sano, era sempre triste e piagnucoloso. Quindi la signora Paola era tratta irresistibilmente ai confronti, e quantunque facesse il possibile per amare il suo rispettabile consorte, e amasse con sincero affetto l'unico frutto di questo suo connubio, il suo pensiero correva al passato. E il passato diventava tanto più bello agli occhi di lei, quanto più larga tratta di tempo ne la divideva, e a poco a poco con le virtù della immaginazione ella se ne era fatta una specie di paradiso terrestre. Ma di questo paradiso, di questa età dell'oro della sua vita non le restavano altre reliquie che due ciocche di capelli ed un piccolo specchio. Due ciocche di capelli recise dalla testa del suo Ettore e di Paride suo nel giorno in cui erano morti, e lo specchio medesimo rotto tanti anni dopo dall'insolentissimo Gino.

La storia di quello specchio si chiude in poche parole.

Esso era una suppellettile di casa della Paolina e stava nella sua camera da letto. Se ne era fatta una festa quando glielo avevano regalato, ed era veramente, nella sua piccolezza, leggiadro e nitidissimo. Ma i pregi esteriori svaniti col tempo non eran quelli che glielo rendessero caro. Era piuttosto l'averlo avuto compagno per tanta parte della vita, l'esservisi vista riflessa in sì diverse condizioni ed età; era poi qualche episodio insignificante in sè, ma prezioso per lei. No certo, ella non dimenticherà mai quel giorno, il giorno delle prime sue nozze, in cui, seduta davanti al suo specchio favorito, ancora in vesta da mattina e mezzo discinta, coll'accappatoio sulle spalle, ella si lasciava acconciare i capelli dalla cameriera, mentre la madre e una vecchia zia la contemplavano estatiche da tutte le parti. Pallida, tremante, ma piena in cuore di una ebbrezza ineffabile e nuova, ella guardava nel suo cristallo come attraverso le lenti di un panorama. E vi vedeva prima di tutto sè stessa, in verità un bel visino, proprio una rosa bianca sbocciata appena e stillante rugiada dai petali; poi, curve sopra di lei in vari atteggiamenti e la cameriera, e la mamma, e la zia; quindi, in un piano posteriore, le suppellettili della sua camera in un certo disordine, il letto sfatto, il suo letto di fanciulla ove ella credeva di aver dormito per l'ultima volta, e le sedie, e l'armadio, e il sofà sul quale era distesa la sua candida vesta di sposa e la sua ghirlanda di fiori di cedro: finalmente, nel fondo, l'altro specchio men limpido ma assai più grande ch'era infisso alla parete e nella cui luce ella si sarebbe di lì a poco mirata tutta intera e in tutto lo splendore del suo abbigliamento nuziale. Ed ecco l'uscio dietro di lei socchiudersi pian piano, e dallo spiraglio far capolino prima un riccio di capelli, poi un naso, un occhio e la punta d'un baffo.

— Che cos'hai? — chiese la madre, la quale non aveva avvertito altro che il rossore improvviso diffusosi sul volto alla Paolina.

Ma la cameriera aveva visto ogni cosa nello specchio e sorrideva senza scomporsi.

La vecchia zia allora si voltò bruscamente e si accorse che qualcheduno aveva cacciato la testa attraverso l'uscio e che quel qualcheduno era nientemeno che il signor Ettore, il promesso sposo.

— Ah signor impertinente! — disse la venerabile matrona con una voce che somigliava al suono di una pentola fessa. — Non sa che non si può entrare?

Troppo tardi! Il nemico aveva sorpreso la posizione. Messosi al posto della cameriera, il signor Ettore s'era curvato sulla sua Paolina, e a lei che, stringendosi quanto più poteva l'accappatoio alle spalle seminude e mettendo un piccolo grido, s'era arrovesciata sulla spalliera della seggiola, aveva stampato un sonoro bacio sulla bocca.

Scossa allo spettacolo e forse rammentando chi sa che cosa, la vecchia zia aveva fiutato in gran furia due prese di tabacco, la cameriera sorrideva in un angolo, e la buona madre, mentre tentava di allontanare lo sposo e di raccomandargli la calma, non poteva trattenere le lagrime. Era un bel quadretto che lo specchio riproduceva con la sua scrupolosa fedeltà e di cui la Paolina non aveva certo agio, in quella voluttà e concitazione dell'animo, di coglier tutti i particolari, ma del quale ella aveva visto, come attraverso una nuvola d'oro, l'insieme.

E così quello specchio le divenne tanto caro che ella volle portarselo seco nella sua nuova dimora. E lo collocò come un fedele e discreto amico nel suo abbigliatoio in mezzo ad altri mobili più belli ed eleganti ma meno simpatici al suo cuore. Dinanzi ad esso ella continuò a pettinarsi, in esso vide riflessa la gioia serena de' suoi tempi felici, in esso vide la ingenua sorpresa del suo bambino quando gli si affacciava di là un'altra immagine infantile, ed egli sporgeva le labbra a baciarla. Mutati i tempi, vide nello specchio le nubi che oscurarono la sua fronte, e le lagrime che colarono dalle sue ciglia, e le rughe che solcarono le sue gote. Tutta la sua vita era passata, ombra fuggitiva, di là. Dalla casa maritale tornò alla casa paterna, da questa entrò sotto il tetto di un nuovo marito, e lo specchio la seguitò sempre come un quadro di famiglia. Ed era un quadro veramente, era tutta la sua galleria domestica, senonchè le figure v'erano evocate da uno sforzo d'immaginazione. Vive sempre nella sua fantasia, esse non pigliavano mai così esatti contorni come nella luce di quel breve e fragil cristallo.

Non maravigliamoci adunque se la signora Paola sta in atteggiamento di profondo dolore dinanzi ai frantumi di quella sua cara reliquia; pensiamo piuttosto quante volte al giorno, più colpevoli assai dell'imprudente bambino, o con una parola acerba, o con un gesto villano, o con un ghigno beffardo, noi turbiamo caste e sante memorie, noi interrompiamo l'opera laboriosa con la quale altri ritesse la tela del suo passato.

IL PARASSITA INDIPENDENTE

Avete conosciuto il conte Mario Rinalducci?

No! Peccato. Era un carattere originale.

Adesso non lo conoscerete più perchè è morto.

Il conte Mario apparteneva a una famiglia nobile decaduta. Fino a vent'anni crebbe in mezzo agli agi ed alle mollezze, cullato nella falsa opinione d'essere un gran signore, nudrito di una educazione tutta d'apparato, la quale servì piuttosto ad assopire che a svolgere le attitudini naturali del suo spirito. Infatti egli non era uno sciocco; aveva anzi quella versatilità d'ingegno, quella facilità d'imparare, che quando non sono ben dirette, corrono il pericolo di convertirsi in vere disgrazie per chi le possede. Il fanciullo vedendo di poter afferrare con poca fatica quanto gli s'insegna, non istudia; la madre grida al miracolo e porta in processione di casa in casa il suo illustre rampollo, affine di far dispetto alle altre madri sue amiche, le quali non sono beatificate di prole sì cospicua e magnanima.

Il nostro contino imparò superficialmente una gran quantità di cose; a tredici anni faceva versi, nientemeno che versi, strimpellava il pianoforte, biascicava il francese, disegnava un po' di figura, tirava di scherma, ballava, e cominciava persino a corteggiar le signore.

Sedicenne, con la prima lanugine sulle guancia, bello della persona, era il beniamino delle società eleganti; non c'era festa a cui non lo si invitasse, non allegra brigata di giovani onde egli non facesse parte.

Quanto al progresso negli studi, c'era forse un po' di sosta; a tredici anni Mario prometteva di più; nondimeno egli continuava a mandar di pari passo la poesia, la musica, il disegno e gli esercizi ginnastici. In poesia mostrava soverchia indipendenza dalle regole grammaticali, in musica dicevano che qualche volta stuonasse, in disegno offendeva frequentemente la prospettiva, nella scherma era mediocre; perfetto era soltanto nel ballo.

Del resto sua madre ripeteva sempre: — Importa molto che Mario studi! Pur che ci si metta, in un giorno egli fa più strada che gli altri non facciano in un mese.

E suo padre, buon uomo, obeso e torpido, ma non mancante di boria, soggiungeva con una logica tutta sua: — Gli studi regolari convengono a chi non può o non vuole mantenersi indipendente. Mario, grazie al cielo, non avrà mai bisogno di lavorar per guadagno.

Mario aveva vent'anni quando padre e madre gli morirono coll'intervallo di pochi mesi, e il giovinetto venne a scoprire che la sua fortuna, la quale non era stata mai colossale, era sfumata quasi per intero.

Ma non c'era punto da sgomentarsi, pur di avere un po' di criterio e un po' d'energia. Bisognava uscire da una società frivola e spensierata, mettersi a studiare sul serio una cosa o l'altra e poi cercarsi una professione. A venti anni un uomo senza obblighi di famiglia e non privo di abilità non ha bisogno di quattrini per farsi strada nel mondo.

Però il Rinalducci tenne un diverso cammino. E la colpa ne fu in parte sua, in parte degli amici. Egli aveva una ripulsione istintiva ad accettare una posizione dipendente, a seppellirsi in un ufficio pubblico o privato, a disciplinare la propria attività. A ogni modo, se avesse sentito suonarsi all'orecchio un suggerimento virile, forse si sarebbe risolto a lottare con sè stesso, e quando v'è lotta v'è almeno la speranza della vittoria.... Ma fra coloro che lo circondavano non ve n'era nessuno capace di questo suggerimento virile.

Era tutta gente imbevuta di pregiudizi e la cui affezione per esso era d'indole soltanto egoistica. Un giovine che aveva un bel nome non poteva mettersi a livello d'un impiegatuccio qualunque, figlio del primo mascalzone venuto. E poi, e poi lasciar che Mario uscisse da una società di cui egli era uno fra i principali ornamenti! Chi poteva stargli a petto nel dirigere una quadriglia? Chi sapeva come lui suonare una polka in una di quelle festine improvvisate che divertono tanto? Chi lo uguagliava nel dare le disposizioni per una cena, per una partita di piacere? No, non conveniva assolutamente perderlo. E tutti a fargli ressa d'intorno e a rispondere alle sue lamentazioni, alle sue proteste di voler mutare ambiente, mutar città forse: — Ma via, ti pare?.... Nemmen per idea... in primo luogo povero affatto non sei (gli era rimasto qualche migliaio di lire) non sei in condizioni da doverti cercare un pane da oggi a dimani.... Puoi aspettare, puoi vedere.... Aggiungi che hai anima di gentiluomo e d'artista, vorresti spendere il tuo tempo a registrare atti a protocollo o a scrivere lettere commerciali?... Con tanti amici che hai, col tuo ingegno!... Vergognati! Invece senza fretta tu farai un quadro, scriverai un opera e allora avrai le ricchezze e la gloria....

Nessun consiglio ci viene tanto accetto quanto quello che risponda alle nostre idee, e perciò il contino Rinalducci accolse le espressioni dei suoi amici con trasporti di vero entusiasmo. Egli era commosso fino alle lagrime della bontà che gli mostravano le prime famiglie del paese, della cura con cui esse volevano tutelare il suo decoro. Era impossibile ch'egli agisse contro la loro opinione, ch'egli si mostrasse meno tenero del proprio nome di quel che se ne mostrassero personaggi così illustri quali erano la marchesa C..., la contessa M..., la principessa L..., i conti R..., il contino A..., per non parlare di uno sciame di ragazze tutte deliberate a trattarlo come disertore s'egli abbandonava la buona società.

A ricambiare tanta benevolenza, egli, passati i primi tre mesi di lutto, continuò a dirigere le quadriglie, a dar le disposizioni per le gite di piacere, ad accompagnare alla passeggiata le signore di sua confidenza.... Diede fondo in brevissimo tempo al poco che gli rimaneva, senza che i suoi studi avessero fatto un passo decisivo. Egli cominciò a scoprire che aveva il genio, ma che il suo spirito si ribellava alla tecnica dell'arte, si ribellava al giogo delle regole. Se si fosse potuto fare un quadro senza disegno nè colore, egli avrebbe fatto la Trasfigurazione di Raffaello, se si fosse potuto scrivere un'opera senza le pedanterie del contrappunto, egli avrebbe scritto gli Ugonotti. Malgrado di ciò egli continuava ad esser favorito, festeggiato, carezzato. E quando fu proprio al verde di quattrini, si accorse che non era difficile il far debiti, nè impossibile il trovare nei momenti supremi chi li pagasse. Più di qualche volta l'uno o l'altro de' suoi intimi aveva consentito ad anticipargli alcune migliaia di lire, tanto ch'egli potesse mantenersi in quella posizione indipendente di cui aveva bisogno.... Se Mario non era ben vestito, non lo si poteva ricevere in società, e come fare a meno di lui in società, se nessuno possedeva le sue svariate attitudini?...

Il Rinalducci era in relazione troppo stretta con quelli che lo sovvenivano per sentirsi umiliato dalla loro condiscendenza. — Son cose che si fanno tra amici — egli diceva, e dispostissimo a fare anch'egli altrettanto, si sentiva esonerato dagli obblighi della gratitudine e da quelli del rimborso.

Certo qualche volta gl'imbarazzi eran seri, ma il contino non si perdeva d'animo. A un vilissimo padrone di casa che si era permesso di dargli lo sfratto perchè egli non aveva pagato per tutto un anno la pigione, il nostro eroe rispose per le rime meravigliandosi della sua petulanza e dichiarando ch'egli non era solito a ricevere intimazioni. L'altro non si diede per vinto e replicò con frasi di non dubbio significato. Punto nel vivo, il pigionale ricalcitrante mandò dal proprietario tiranno due giovanotti, intimi suoi, il conte C... e il barone V..., coll'incarico di ottenere una ritrattazione o di fissare le condizioni di una partita d'onore. Ma lo sfidato, quantunque fosse uomo di fresca età e di membra vigorose, ricusò di accomodar la faccenda in questa maniera e rise in faccia ai padrini, i quali, con molta solennità, stesero immediatamente un processo verbale, che diedero alla luce, lasciando giudice dell'accaduto il solito pubblico. E il pubblico, della buona società, sentenziò che il conte Rinalducci e i suoi padrini si erano condotti cavallerescamente, e che il proprietario era un bifolco senza principii di educazione. Ciò non tolse che il nostro zerbinotto dovesse cercarsi un'altro alloggio. E lo trovò per qualche tempo in due stanze d'un palazzo disabitato appartenente a un amico, al quale egli si guardò bene dal pagare alcun fitto, dolendosi soltanto della nessuna comodità del quartiere assegnatogli, quartiere, com'egli diceva, più da servitori che da gentiluomini. — Come pretendere, egli soggiungeva, che io dipinga o scriva musica se ho uno studio privo d'aria e di luce? Vergogna! Che cosa sarebbe costato all'amico X il darmi una stanza migliore?

Nondimeno il Rinalducci volle rispondere con magnanimità a tanta grettezza, e dipinse a memoria il ritratto del suo ospite, per fargliene una sorpresa nel suo dì natalizio. Il ritratto somigliava all'amico X quanto può somigliare la signora... (quasi mi scappava il nome) alla più bella delle mie lettrici, ma esso parve all'autore un'opera d'arte così perfetta da non potersi pagare nè con l'abbuono di cento pigioni, nè con l'invito a diecimila pranzi. Volle sceglierne egli medesimo la cornice e collocarlo di sua mano nel posto d'onore sulla parete del salotto dai ricevimento. Più di qualcheduno, non iniziato nei misteri del pittore, domandò chi fosse quel brutto ceffo che aveva la bocca storta e guardava losco. E allora il felice proprietario rispondeva in fretta con qualche impiccio: — Una testa di fantasia! Una testa di fantasia!

Col passar degli anni le strettezze del conte Mario aumentavano anzichè diminuire. I suoi creditori, nefanda genia, diventavano più fastidiosi e i sovventori si mostravano invece meno liberali. E poi, a poco a poco, l'ambiente in mezzo al quale egli era cresciuto, si andava spostando e trasformando. I vecchi protettori, amici del babbo e della mamma, morivano, i compagni della sua gioventù prendevano moglie, le ragazze che egli aveva trattate confidenzialmente si maritavano, e non sempre le nuove famiglie erano così benevole a suo riguardo come le antiche. Egli sorprendeva di tratto in tratto qualche gesto impaziente, egli udiva qualche parola amara. egli, il favorito di pochi anni addietro, sentiva, in più d'una occasione, d'esser di troppo. Ma egli aveva acquistato ormai una faccia tosta invidiabile. Anche non invitato si cacciava dappertutto, era riuscito a desinare alla mensa altrui cinque volte per settimana, era riuscito a passare in varie villeggiature due mesi di primavera e due mesi d'autunno. Sempre indipendente, non isdegnava di ricambiare i favori dei suoi ospiti col corteggiarne le mogli, e metteva dalla sua parte le cameriere corteggiando anche loro. Era un bell'uomo, era elegante, e le donne chiudevano volentieri un occhio alle sue debolezze. Suoi implacabili nemici erano i camerieri maschi, perchè non aveva la bassa e servile abitudine di dar mancie e aveva esigenze da principe. Narra la cronaca ch'egli fosse una volta gravemente compromesso dalle rivelazioni di uno staffiere, il quale l'aveva sorpreso nell'atto di consegnare un bigliettino alla sua padrona.

Il conte Mario fu licenziato su due piedi dalla villa ond'egli godeva le delizie, ed ebbe l'intimazione di non presentarsi mai più. Egli si fece un grande onore in questa faccenda sfidando a duello e storpiando lo screanzato ed insofferente marito, ma dovette stringere una nuova relazione per supplire al vuoto prodotto dal disgustoso incidente nel numero de' suoi inviti a pranzo e in quello dei giorni ch'egli passava in villeggiatura.

Si domanderà perchè il conte Mario non ricorresse ad un sistema molto in voga fra i pari suoi: vale a dire ad un ricco matrimonio con una ragazza avariata del suo ceto, o con qualche gobba o sbilenca della borghesia che fosse disposta a scambiare un mezzo milioncino con un po' di blasone.

Quelli che seguirono con una certa attenzione le vicende dell'esimio Rinalducci serbano memoria di quattro proposte di matrimonio che gli furono fatte, cioè:

La contessina A..., 200 mila lire di dote, trentacinque anni, aspetto mediocre. Fuggita a venti anni con un ufficiale di cavalleria, trattenutasi con lui soli otto giorni;

La marchesina B..., 150 mila lire, ventotto anni, non brutta, rea d'un unico atto di distrazione che sventuratamente produsse una piccola conseguenza;

La signorina L..., figlia di un negoziante di chiodi, 300 mila lire. Naso da pappagallo, e un'escrescenza assai pronunziata sulla schiena;

La signorina N..., figlia d'un pizzicagnolo ritirato dagli affari, 350 mila lire, ventisette anni, fianchi posticci, statura eccezionalmente bassa, un neo a forma di cespuglio sulla guancia, eruzioni cutanee assai abbondanti ogni primavera.

Come si vede, l'uno o l'altro di questi partiti avrebbe offerto al conte Mario l'occasione di rimpannucciarsi. I biografi non sono d'accordo sulle ragioni che fecero andare a vuoto i vari progetti; i più benevoli affermano che nel momento di stringere i conti egli cedesse ad una invincibile ripugnanza pell'ignobile contratto; altri citano cause diverse. In un caso, essi dicono, furono i genitori della sposa che ruppero i negoziati, appena il conte Mario domandò un acconto di 10 mila lire sulla dote; in un altro caso una vedova alla quale egli andava debitore di molto, venuta a cognizione di ciò che stava macchinandosi dal suo protetto, riuscì a comperare alcune cambiali sottoscritte dal Rinalducci, e più sollecita della vendetta che del proprio decoro, lo minacciò d'una procedura sommaria ov'egli non si sciogliesse senza indugio da qualunque impegno matrimoniale.

Il conte Mario sentì sbollirsi i suoi ardori per la sposina e tornò a sacrificare all'ara della vedova, ottenendo da lei l'annullamento delle tratte fatali.

Il conte Mario giunse adunque alla matura virilità senza prender moglie e senza diventare nè uno scrittore, nè un pittore, nè un maestro di musica. Era un dilettante mediocre, buono da far madrigali, da disegnar macchiette, da sonare un walzer o una polka in caso di bisogno. Ma tutte queste cose non fruttano quattrini, e alla lunga, seppure egli avesse voluto, gli sarebbe stato ben difficile mettersi al sodo. A quarant'anni tutti ci chiedono: — O che avete fatto fino al presente? Come avviene che vi poniate in cammino nel momento, in cui gli altri arrivano? — E poi — faceva osservare il conte Mario quando sollecitava uno dei soliti prestiti da uno dei soliti amici — e poi, capisci bene, col mio nome, nella mia posizione, non posso accettare il primo impiego che capita. Non dico, se si trattasse di esser direttore d'una banca, d'una compagnia d'assicurazioni, potrei anche pensarci, ma è tutta una camorra, è una indegnità. Gli uffici sono riserbati a Caio perchè è parente d'uno dei consiglieri, a Tizio perchè ha le raccomandazioni di un ricco azionista, del quale sposerà la sorella, a Sempronio perchè ha l'amicizia della moglie del Presidente. Camorra! Camorra! Oh un giorno o l'altro li concierò io per le feste questi aristocratici della Borsa con una satira alfieriana!

Ma la satira alfieriana rimase nella penna al nostro Mario, il quale volse le forze dell'intelletto a trovar mille ingegnose applicazioni alla sua teoria che un amico fosse una mucca da mungere a proprio piacere. Lo svolgimento pratico di questa profonda dottrina gli arrecò per altro non pochi disinganni, che lo convinsero della tristizia degli uomini. — Quale egoismo! — egli sclamava dopo aver subito un rifiuto. — Quale mancanza di cuore! Dirmi di no!...

Poichè alcune delle vecchie relazioni gli andavano via via mancando, egli cominciò ad esser meno esclusivo nella scelta de' suoi conoscenti e ad introdursi anche in alcune famiglie borghesi. Però, nemmeno le nuove conoscenze duravano tutte a lungo, ed egli se ne vendicava diventando più esigente verso quelle che gli rimanevano fedeli o per sincera affezione, o per consuetudine, o per timidezza. Giacchè col crescer degli anni gli era cresciuta in singolar guisa la maldicenza, e molti temevano d'esser fatti segno a suoi strali.

Lo stanzino del caffè ov'egli teneva cattedra aveva acquistato ormai un certo grado di celebrità, e non mancavano gli sciocchi e gli sfaccendati che dicevano — Andiamo un po' a sentire il conte Mario. Ha la lingua un po' lunga, ma le dice con garbo, e non risparmia nè grandi nè piccini. Dopo tutto egli non è uomo di partito, è un carattere indipendente.

Un carattere indipendente! Ecco quello che il conte Rinalducci voleva che gli altri lo giudicassero, ecco quello ch'egli credeva sul serio di essere. Povera indipendenza! Che ludibrio hanno fatto del tuo nome! Tu e la tua sorella libertà siete certo fra le parole più martoriate del dizionario. E tu per lo appunto, o indipendenza, quante volte non mascheri a tua insaputa l'abbietto cinismo, l'egoismo gelato e impudente! Quanti non sono che si vantano indipendenti, perchè non si lasciano vincere da nessun entusiasmo e da nessuno sdegno, perchè in mezzo al turbine delle ambizioni e degli affetti ond'è travolta l'umanità, possono non ambir nulla, e si contentano di appiattarsi in un angolo per iscagliare il dardo avvelenato dei loro sarcasmi su tutti quelli che operano, e pensano, e credono, e amano! Non curare il proprio paese? È indipendenza dalle grettezze della nazionalità. Non tenersi legati dai benefizi? È indipendenza dalla gratitudine. Non rispettare la virtù? È indipendenza dalle pedanterie della morale.

Chiedo perdono della digressione. Il conte Rinalducci, io dicevo, conservava alcuni amici, e questi dovevano supplire anche a quelli che gli erano andati mancando. Non solo egli era il loro assiduo commensale, ma voleva altresì esercitare una influenza sui loro sistemi culinari. Come avviene frequentemente degli oziosi, egli era diventato gastronomo, ed era delicatissimo nei cibi e nei vini. Rivedeva le buccie ai cuochi e ai cantinieri, e toglieva la sua stima ad un padrone di casa che lasciasse portare in tavola un manicaretto non accomodato a dovere o un vino di qualità inferiore. Chi non capiva la virtù del gorgonzola grasso era uno zotico, chi non pregiava la polenta coi beccafichi era un barbaro. Tenne il broncio per due settimane ad una famiglia, che, dopo averlo invitato una mattina a mangiare le beccacce, sciupò questa vivanda prelibata con una salsa sgradevole, salsa da Ostrogoti, com'egli diceva, salsa che era per sè stessa una rivelazione di gusti grossolani e plebei.

Se un buon pranzo era la cosa principale che il conte Mario domandava a' suoi amici, egli non intendeva con ciò esonerarli dall'obbligo di farlo partecipare anche ai loro divertimenti. E non solo egli reputava essere ormai convenuto che ove andavano i suoi conoscenti dovesse, a spese loro, andarsene anch'egli, ma suggeriva egli stesso le gite da farsi, gli spettacoli a cui assistere, e non lasciava pace agli amici finchè non li aveva indotti ad accogliere i suoi progetti.

E in questi suoi suggerimenti non era già ossequioso, mellifluo, ma usava modi conformi a quella indipendenza di carattere ch'era il maggiore suo vanto.

Egli s'era, per esempio, fitto in capo di andare a teatro col signor X. Ebbene, senza tanti preamboli, egli chiedeva: — Si è preso palco per stasera?

E se il signor X rispondeva, o che non ci aveva pensato, o che aveva voglia di restarsene a casa, egli replicava infastidito: — Come! Non si va a teatro? C'è uno spettacolo di cartello, e si ha il coraggio di non andare a teatro! Vergognatevi di farvi sentire a dire un'eresia simile....

Ma qualche volta il signor X non si vergognava e teneva fermo al suo punto; allora il conte Mario prima di seccare una terza persona scaraventava addosso all'amico ricalcitrante una serie di contumelie accusandolo di mancare di gusto e di gentilezza, e d'essere immeritevole dei favori della fortuna.

Pur non era implacabile e il di appresso si ripresentava, perdonando, alla tavola di chi aveva vituperato la sera.

Del resto, il conte Mario aveva un modo di ricambiare i favori ricevuti. Non era egli un grande artista in potenza? Ebbene egli faceva il ritratto dei figli de' suoi anfitrioni. I fanciulli erano stati sempre il suo forte in pittura, ed egli rammentava con orgoglio le lodi che avevano accolto una testa d'angelo, lavoro della sua adolescenza. Adesso i bambini evocati dal suo pennello somigliavano più ai feti conservati nell'acquavite che agli angioletti dell'Assunta; nondimeno quand'egli aveva condotto a termine una di queste tele preziose, egli si fregava le mani con compiacenza e diceva fra sè: — Adesso il creditore son io.

Se questo convincimento di non dover mai nulla a nessuno fosse sincero o affettato; se quest'aberrazione del suo spirito fosse rotta da qualche lucido intervallo in cui egli si rendesse conto esatto della sua posizione, è difficile a dirsi. Forse nella desolate solitudine della sua casa egli avrà avvertito l'abisso in cui era caduto, ma era troppo tardi. Ormai, la coscienza del vero non poteva infiammarlo a virili propositi, l'energia che gli era mancata nella giovinezza non poteva venirgli nel tramonto della vita. Nè egli si apriva con nessuno. Mormorava degli uomini e delle cose, si lagnava dell'ingiustizia del mondo, inveiva, egli rimasto fra gli ultimi, contro tutti quelli che erano arrivati a una meta, ma confidar le segrete battaglie dell'animo, ma versare i proprii dolori nel cuor d'un amico non era affar suo. Alla società nella quale egli era vissuto egli aveva chiesto il piacere, non lo scambio soave degli affetti e dei pensieri, ed essa non gli aveva dato più di quanto egli s'era atteso da lei.

Ora ella gli forniva i mezzi di sussistenza come si assegna una pensione ad un povero invalido; quanto ai conforti dello spirito, nè ella gliela offriva, nè egli sarebbe stato più capace d'intenderli.

Il tugurio che lo albergava la notte era inaccessibile a tutti fuorchè a una donnicciuola, al servizio d'altri inquilini della stessa abitazione, la quale per pochi soldi al mese consentiva a fargli la stanza. Ma quella donna doveva accudire a' suoi uffici mentre egli era in casa; per tutto l'oro del mondo egli non le avrebbe lasciato la chiave della sua camera, temendo ch'ella potesse, lui assente, condurre qualcheduno fra quelle pareti, testimonio della sua miseria.

Usciva per tempissimo, dopo essersi fatta la barba dinanzi a un frammento di specchio, dopo aver spolverato in tutti i sensi l'unico vestito decente che gli restava; usciva senza uno scopo, senza una meta fissa, cacciato più ch'altro dall'insonnia e dal bisogno di quelle illusioni che gli erano negate dal triste spettacolo del suo covile. Percorreva lento, distratto le vie della città, sostando dinanzi alle mostre delle botteghe, soffermandosi al passar delle belle donnine e seguendole con un lungo sguardo di desiderio forzatamente platonico. Com'erano lontani i tempi in cui le belle donnine, accortesi ch'egli le guardava, si voltavano furtive e sorridevano dietro il ventaglio od il velo! Le belle donnine di quei tempi erano ormai venerande matrone, avevano perduto le rose del volto e la svelta leggiadria delle membra, ma avevano una casa, una famiglia, ma nel sorriso dei loro figliuoli rivivevano ai lieti di della giovinezza; egli invece aveva finto di credere la giovinezza eterna, aveva sperato che i piaceri dei venti anni potessero scaldare un cuor di sessanta, e si trascinava solo, povero, infermiccio... Misero chi non prepara gli alloggi alla vecchiezza che giunge! Esso è simile a chi s'affida di mantener perenne l'estate non vestendo i panni invernali.

Dopo aver passato alcune ore alla bottega di caffè in mezzo agli eleganti ed ai ricchi tanto per credersi ricco ed elegante al pari di loro, il conte Mario andava a pranzo da questo o da quello, saziandosi con un pane e un pezzo di formaggio nei giorni vuoti. La sera rincasava assai tardi, ma non voleva che si discorresse mai del suo domicilio, del quale egli amava dimenticarsi sotto ogni riguardo, compreso quello della pigione.

Il conte Rinalducci, come dissi fin da principio, è morto, e l'onore di ricevere le sue ultime disposizioni toccò al signor Giovanni Battista Smerigli, ricco possidente, ex-consigliere comunale, che conosceva già da vent'anni il nostro eroe e che aveva la soddisfazione di dargli da desinare la domenica, il mercoledì e il venerdì.

Ora, un mercoledì, alle sei in punto, il signor Giovanni Battista Smerigli, trovandosi nel gabinetto da lavoro di sua moglie, guardò prima l'orologio, poi la signora Valentina (era il nome della consorte) e disse: — Per solito Rinalducci a quest'ora è venuto.

— Sicuro, — rispose la signora Valentina senz'alzar gli occhi dal suo telaio da ricamo.

— È stranissimo, — soggiunse il signor Giovanni Battista.

Indi marito e moglie tacquero e lasciarono scorrere in silenzio altri cinque minuti.

— Non capisco, — riprese la signora Valentina dopo questo intervallo.

— Se facessimo intanto portare in tavola? — insinuò timidamente il marito.

— Ti pare? — replicò madama. — Rinalducci andrebbe su tutte le furie. Egli ha dichiarato tante volte che non vuole la minestra fredda...

— E a lasciarla al fuoco la troverà lunga.

— È vero, ma egli ha pur detto che preferisce la minestra lunga alla fredda.

— Gli è che invece io preferisco la minestra fredda...

— Zitto, vergognati. Un commensale di tanti anni!

— Già... anche troppo commensale, — sospirò il signor Giovanni Battista, e avrebbe continuato se in quel momento non avesse sentito bussare all'uscio.

Entrò un servo portando un biglietto. Il signor Smerigli lo prese e disse subito: — È la scrittura del conte Mario. Ma è singolare... In lapis, e tutta di traverso... Pare che gli tremasse la mano... Ah! aspettate, soggiunse il signor Battista rivolgendosi al servo, c'è scritto anche: condannata 50 centesimi. Eccoli...

Il cameriere uscì.

Il signor Smerigli aperse con curiosità il biglietto. La signora Valentina s'era alzata ella pure dalla sedia e leggeva dietro le spalle del marito. Tutto il messaggio consisteva in due righe:

Sto male, fatevi subito accompagnare a casa mia dal latore.

Mario.

— Diavolo! diavolo! — disse il signor Smerigli. — A quest'ora! come si fa? Senza aver pranzato?...

— Non puoi ricusarti, — osservò la signora Valentina.

— È presto detto, ma io non so nemmeno l'indirizzo preciso di Mario.

— Non c'è il portatore della lettera che deve accompagnarti?

— Sì, sta a vedere se non se n'è già andato...

La signora Valentina scosse il campanello. — La persona che ha portato questa lettera? — ella chiese al servo che si presentò.

— È giù che attende.

— Vedi bene, — riprese la signora Valentina indirizzandosi al consorte.

Il signor Smerigli capì che non c'era rimedio, bevette in piedi una tazza di brodo e uscì brontolando.

Quand'egli fu introdotto nella cameruccia del suo amico, lo trovò disteso sopra un letto senza lenzuola, mezzo vestito, e aggravato per modo che non poteva ormai pronunziar più una parola. Lo assisteva pietosamente una donna attempata, quella stessa che si prendeva cura delle poche sue robe e della sua miserabile stanza.

— Questa mattina, — ella disse, — il conte si era alzato come il solito e m'aveva chiamato a fargli la camera. Poi si pentì e mi ordinò che lo lasciassi solo. A mezzogiorno, non vedendolo uscire, gli chiesi se si sentisse male e se volesse nulla. Mi rispose che stava bene, che non abbisognava di niente e che non lo seccassi... Finalmente un'ora fa, contro l'usanza, suonò il campanello. Lo trovai ansante e che stentava a parlare. Mi diede un biglietto per lei incaricandomi di farglielo aver subito. Io nello stesso tempo feci chiamare un medico che fu qui pochi minuti or sono, tentennò il capo, fece un salasso e disse che tornerà entro mezz'ora.... Santo Iddio!... Chi si sarebbe figurato una cosa simile?... Ancora un uomo fresco....

E la buona vecchia si rasciugò gli occhi col dorso della mano.

Il conte Mario, sebbene non potesse parlare, riconobbe lo Smerigli e gli fece cenno d'avvicinarsi. Indi con grande sforzo tolse di sotto il capezzale una specie di lettera suggellata e gliela consegnò.

— Devo aprire? — chiese il signor Smerigli.

Il moribondo fece un gesto con la mano, come a dire: aspettate.

Tornò il medico e dichiarò che non c'era più speranza. Infatti il pover'uomo morì di lì a poco.

Il mattino successivo, alla presenza di testimoni e nella camera stessa del defunto, il signor Smerigli aperse il piego che aveva ricevuto. In cima alla pagina era scritto in bel carattere rotondo la parola testamento.

Che razza di testamento poteva mai fare uno spiantato come il conte Rinalducci?

Il signor Smerigli lesse ad alta voce:

Lascio al mio amico Giovanni Battista Smerigli l'incarico di farmi seppellire. Desidero funerali decorosi ma senza pompa. Lo stesso amico Smerigli è pure incaricato di far mettere sulla mia tomba una lapide colla seguente semplicissima iscrizione:

Mario conte Rinalducci
d'anni..... mesi.....
Visse e morì indipendente.

— Accetta l'eredità? — chiese il giudice con una certa aria da canzonatura.

— Sì, sì, che vuol farci? — rispose il signor Smerigli, scrollando le spalle. — Ma, Dio l'abbia in gloria, un gran bel seccatore!

IL MAESTRO DI CALLIGRAFIA

In un istituto scolastico di una città del mondo gli studenti dell'ultimo corso erano occupati nella prova scritta dell'esame di letteratura. La cosidetta sorveglianza era affidata al signor Antonino Bottaro, vecchio professore di calligrafia, che stava per abbandonare la scuola ed andare in pensione. Sorveglianza alla prova scritta vuol dir questo. Un professore, che non è quello della materia su cui si fa l'esame, rimane nella stanza, ove gli esaminandi lavorano, e invigila affinchè essi non si copino i temi a vicenda, non consultino libri, non si passino carte, ecc. ecc. Naturalmente, finchè non si adotti per l'esame il sistema cellulare, tutta questa roba si fa lo stesso in barba al signor professore. Figuriamoci che cosa avviene, quando il sorvegliante è il professore Bottaro, vittima della scolaresca a due titoli; primo, perchè è il professore di calligrafia, secondo, perchè è un pan di zucchero. Nei trent'anni dacchè egli insegnava le leggi della scrittura posata, corsiva, rotonda e gotica con ispeciali applicazioni alla burocrazia ed al commercio, gliene erano toccate d'ogni maniera. Non passava giorno senza che un monello di scolare gli applicasse un codino di carta al bavero del vestito, o segnasse col gesso la sua caricatura sulla tavola nera. Una volta gli si erano messe due ova in cappello tanto da far nascere una frittata al suo coprirsi nell'uscir dalla scuola; un altro giorno si era spalmato di pece il cuscino della poltrona, ov'egli andava a sedersi per correggere gli elaborati. Non parliamo dei suoni infinitamente varii che rallegravano la sua lezione. Mentr'egli si chinava sul quaderno d'uno studente, dall'estremo opposto della panca sorgeva come un miagolio di gatta in amore; egli volgeva lo sguardo da quella parte, ed ecco venir dal fondo come un tubar di colomba o come un trillo acuto di gallo mattiniero: Chichirichì. Il professore rosso come un gambero correva allora verso la cattedra gridando: Or ora faccio una nota a tutti — ed ecco un silenzio sepolcrale seguito da un rumore che simulava il vento e che cominciava lieve, lieve per diventar poi gagliardo e impetuoso e perdersi via via in un gemito impercettibile, come la marcia turca di Beethoven.

Il signor Antonino faceva la nota a tutti, ma prima del termine della lezione la scancellava dopo essersi fatto promettere dai ragazzi che la lezione successiva sarebbero stati buoni come agnellini.

Nè da' suoi colleghi il signor Antonino riceveva segni di particolare deferenza. Sgarbi non gliene facevano sicuramente, ma in fin dei conti, al professor di calligrafia chi ci bada? Nelle conferenze, il Preside, il professore di matematica, il professore di belle lettere, il professore di fisica discorrevano tutti con grande prosopopea; anche il cancelliere voleva dire la sua opinione, ma il professore Antonino o poteva egli avere un'opinione? E quando si trattava di dar le classificazioni finali, se il signor Antonino si lagnava di qualche studente (ed era assai raro che se ne lagnasse) se diceva che il tale non aveva mai scritto una riga durante l'anno, gli altri scrollavano le spalle con impazienza, come a dire: seccatore! smetta! Terminato l'anno scolastico molti professori ricevevano visite dagli alunni, complimenti dai genitori, elogi dai preposti all'Istituto; e ora a questo, ora a quello pioveva dall'alto una croce, ma quanto a lui, al calligrafo, chi lo prendeva sul serio? Non era forse celebre la sua soprascritta a una lettera, che cominciava: All'pregiatissimo? Appena due o tre giovinetti di cuor più tenero degli altri, rammentandosi del grave travaglio che gli avevan dato durante l'anno, gli movevano incontro con viso tra compunto e faceto e dicevano: — Scusi, sa, signor professore, se non fummo sempre tranquilli come avremmo dovuto essere. Egli s'inteneriva subito e diceva: — Ohibò.... ohibò.... Loro... voialtri siete stati buoni..., lo so io quelli che erano i cattivi soggetti... basta... basta... adesso si va in vacanza... a far provvista di giudizio, non è vero... eh?

E dava loro un pizzicotto alla guancia.

L'anno nuovo poi ricominciava la medesima storia.

Eppure, il professore Antonino non sapeva viver lontano dalla sua scuola. Le vacanze erano per lui una penitenza. Tutta la sua famiglia si riduceva a una sorella nubile più vecchia di lui, sorda e bisbetica, che lo tormentava senza posa affinchè egli domandasse la sua pensione. — Ma — soggiungeva la signora Bettina, che non era un'aquila — ma devi volere la pensione intiera secondo il sistema vecchio, non la pensione di cinque sesti come danno adesso. Tu sei entrato col sistema vecchio e hai diritto di esser trattato con quello. Capisci, babbuino?

Che sua sorella gli desse del babbuino non era alla fin dei conti una cosa che facesse un gran senso al povero professore; tanto e tanto un po' babbuino egli sentiva di essere. Quello che non sapeva perdonare alla rispettabile donzella si era ch'ella tirasse giù a campane doppie contro la scolaresca. E questo livore non era nemmeno cagionato dagli sgarbi che usavano a suo fratello. No, c'era un altro motivo. Un giorno, essendo passata vicino al portone della scuola in un momento che gli studenti ne uscivano, la ragazzaglia, com'ella la chiamava, si era messa a gridare dietro a squarciagola: bella! bella! bella!

La signora Bettina non aveva mai perdonato alla scolaresca questo affronto, nè a suo fratello l'indifferenza con la quale egli ne aveva accolto l'annunzio. Ella che avrebbe voluto un'espulsione in massa! Ella che sarebbe andata in persona dal Preside, se non fosse stata la paura di scontrarsi nuovamente con quei cattivi soggetti!

— Già — brontolava la bisbetica donna — quando si ha la disgrazia di non aver uomini in casa ma pecore (ho detto pecore) non si può nemmeno arrischiarsi di uscire. C'è da far le meraviglie davvero se sono rimasta zitella? Chi viene da te? Ove mi conduci? Almeno se tu lascerai quella maledetta scuola, beninteso con la tua pensione intiera, potrai pensare un poco a tua sorella.

Il professore Antonino ci pativa a sentir questi discorsi, e l'idea di condurre a passeggio sua sorella gli metteva i brividi addosso. Egli non era elegante. Il suo cilindro con un dito di unto, il suo soprabito spelato rispondevano appieno alla sua posizione sociale di pubblico insegnante, ma in fin dei conti egli non aveva un cappello cremisi con piume verdi, nè due ricciolini neri fatti a forma di punto interrogativo ornavano le sue tempie. Dimodochè, anche nelle vacanze, egli trovava mille occupazioni immaginarie per esimersi quanto più spesso gli fosse possibile dall'ufficio di cavaliere servente di madamigella Bettina. Piuttosto, dando fondo a tutti i suoi risparmi egli si rassegnava a mandarla a sue spese dal 15 settembre al 15 ottobre d'ogni anno presso una famiglia di conoscenti che villeggiava a breve distanza dalla città. Ella ci andava un po' a malincuore, quasi facendo un atto di degnazione, perchè si trattava di gente inferiore a lei per educazione; figuratevi, eran le nipoti di un salumaio arricchito; a ogni modo ci andava in vista dell'aria che serviva a calmare i suoi nervi. Poveretta! Era stata sempre così sensitiva.

Intanto il professore passava la giornata a desiderare la riapertura della scuola. Quando aveva dato da mangiare al canarino, quando aveva temperato la penna d'oca con cui teneva dietro assiduamente a tutti i progressi della scrittura gotica e rotonda (pel corsivo aveva accettato la penna di ferro), egli non trovava miglior partito di quello d'andare all'Istituto e di spender due ore nella stanzuccia del signor Bartolomeo, il vecchio bidello. Il signor Bartolomeo era anch'egli un po' brontolone come la signora Bettina, si lagnava del Governo, del consiglio provinciale, del Municipio, del Preside, dei professori, del cancelliere, degli scolari. Ma sopratutto si lagnava della signora Elena, la moglie del Preside, ch'egli aveva visto nascere di povera gente e andar per le strade quasi quasi a raccattar carta, e che ora aveva messo boria e non si degnava nemmeno di salutarlo. Il professore Antonino non sapeva dar tutti i torti al buon Bartolomeo; anch'egli soffriva parte delle umiliazioni che toccavano al bidello, anch'egli aveva notato l'albagia della signora Elena che pareva fargli una grazia a ricambiar con un cenno del capo i suoi umilissimi inchini, ma d'altra parte si adoperava a gettar acqua nel fuoco, a raccomandare al signor Bartolomeo la calma, la pazienza; e, ripeteva l'antico adagio — Chi ha più giudizio lo adoperi... Anch'io se volessi badare a tutto... non solo qui a scuola... ma anche con quella benedetta donna di mia sorella... buonissima creatura del resto... ah insomma tutti abbiamo le nostre.

E chiudeva la sua perorazione coll'offrire al signor Bartolomeo una presa di tabacco.

Poi faceva i conti sui giorni che mancavano a riaprire la scuola. E pensava ai suoi colleghi, che non avevano mai l'abitudine di tornare dalla campagna fino a dieci o dodici giorni più tardi del necessario, e pensava a' suoi scolari, furfanti, ma buoni diavoli.

Figuriamoci se nel giorno di cui parliamo egli non abbia mille cose che lo molestino. Quella mattina stessa, cedendo alle istanze della sorella, egli aveva consegnato al Preside la sua domanda pel collocamento a riposo, pregandolo che la facesse pervenire al Governo. Nè la pensione poteva essergli negata, perchè egli aveva tutti i titoli per ottenerla, s'intende nella misura fissata dalla legge, non già in quella pretesa dalla signora Bettina; onde questo era l'ultimo anno che egli esercitava le sue funzioni di professore, e la sorveglianza della quale oggi egli veniva pregato era uno degli ultimi incarichi del suo ufficio.

Il Preside, esternando il suo rammarico per la risoluzione del professore Antonino, gli aveva detto con una gentilezza insolita: — Senza complimenti, professore, se ella non ha voglia di stare in classe tutt'oggi, incarico un altro. Lei ha lavorato pe' suoi giorni abbastanza.

— Oh, cavaliere, le pare?... Anzi... se si tratta di servirla, di essere utile alla scuola... anche dopo.... oh per me già ho sempre voluto un gran bene a quest'Istituto.

— Lo so, lo so, professore,

— Troppo buono, cavaliere... E se ho mancato... non fu per cattiva volontà.

— Mancato?... Oh mi meraviglio, professore. Così fossero tutti.

E il cavaliere Preside gli aveva stretto la mano.

Il professore di calligrafia aveva il cuore gonfio dalla commozione.

— Ho mal giudicato anche il Preside, — egli diceva fra sè, — degnissima persona... Ma! E mi tocca lasciar tutta questa gente che mi vuol bene!

Con che fatica il nostro Antonino tratteneva le lagrime!

E con queste disposizioni d'animo egli era sceso in classe, ove si raccoglievano i suoi persecutori ordinari, umili quel giorno e contriti per l'idea dell'esame; con queste disposizioni aveva inteso dal Preside dettare il tema della prova in iscritto, un tema così difficile, così difficile. Poveri ragazzi! O se avesse potuto far lui l'elaborato per tutti? Ma sì! Non ne capiva nemmeno il titolo. Gran disgrazia essere asini!

Intanto quelle fronti giovanili si corrugavano, quegli occhi per solito così gai si mettevano a guardare in alto, come chiedendo l'ispirazione alle ragnatele del soffitto, quelle labbra vermiglie ordinariamente disposte al sorriso si contraevano con uno sforzo penoso, e le mani avvezze a tante piccole furfanterie andavano ravvolgendosi nei capelli.

A poco a poco, prima l'uno e poi l'altro, i ragazzi uscirono dallo stato contemplativo, tirarono fuori i libri che non dovevano avere, consultarono i quaderni che dovevano aver lasciati a casa, e finalmente si accinsero a scrivere. Di lì a una mezz'ora si udiva il suono uniforme delle penne di ferro che correvano sulla carta.

— Sia rigraziato il cielo, — disse fra sè il buon calligrafo come sollevato da un gran peso. — Sia ringraziato il cielo! Adesso hanno preso l'aire tutti quanti. Già, bisogna confessarlo, son bravi ragazzi.

Al signor Antonino pareva che, se gli studenti cominciavano a scrivere, l'esito dell'esame fosse assicurato. Scrivessero poi bene o male, poco importava.

Sentendosi un po' le gambe intorpidite egli scese dalla cattedra e si mise a passeggiar su e giù per la classe.

Delle varie file di panche non ne erano occupate che due, cosa del resto naturalissima, inquantochè quella era l'aula destinata al secondo corso e gli esaminandi appartenevano all'ultimo, sempre meno numeroso.

Il professore Antonino dopo aver passeggiato alcun tempo a capo basso e con le mani intrecciate dietro la schiena lungo la corsia che movendo dalla cattedra percorreva longitudinalmente la classe, si fermò prima davanti a una finestra, poi stette alcun poco in contemplazione delle mosche che gironzavano intorno ai vetri, poi cominciò a gettar l'occhio sulle panche vuote e a passar, quasi senz'accorgersene, da una panca all'altra contemplandovi i rabeschi e le iscrizioni che le adornavano.

Le panche della scuola! Chi di noi non se ne rammenta? Chi su quei disadorni sedili non si è, alla fin dei conti, trovato meglio che nelle poltrone a molle ove sdraiammo più tardi la svigorita persona? Senza dubbio le nostre tribolazioni le abbiamo avute anche lì. Quando, interrogati dal professore, non abbiamo saputo rispondere verbo, ed egli, con un sorriso glaciale, ci accennò di sedere e intanto con voluttà crudele disegnò una bella croce nella colonna delle classificazioni di fronte al nostro nome e cognome; o quando, colti in fallo nel meglio di qualche furfanteria, ci sentimmo dire dallo stesso signor professore — Benissimo, scriverò alla famiglia — oh allora il nostro povero corpicino ci stette pure a disagio sulle panche della scuola! e ci siamo messi a piangere, e ci siamo augurati la morte, e abbiamo fatto ridere i nostri condiscepoli da cui non potevamo restar divisi e che pure erano tanto crudeli. Ma erano bufere d'estate. Il più delle volte dopo essere andati a scuola a malincuore, vi ci trovavamo così bene. Se avevamo un professore simpatico, che possedesse una bella voce, un accento caloroso, noi lì tutt'orecchi a sentirlo, si credeva di esser sollevati insieme alla panca chi sa a quali altezze, e i nostri cuori battevano per un palpito nuovo. Era forse sete di gloria, era bisogno indistinto d'amore, chi lo sa? E dove mettiamo gli accurati lavori col temperino che abbiam fatto sulla nostra panca? La scultura in legno deve sicuramente essere stata inventata sulle panche della scuola. Là iniziali che si confondono, geroglifici che s'intrecciano, tentativi di profili impossibili, saggi d'ornato bizzarri, studi di storia naturale audacissimi, solchi che in parte seguono le venature del legno, in parte tengono una direzione opposta e formano una linea tremula come corda di lira pizzicata, cavità profonde e paurose, come se lo studente avesse voluto fare un piccolo pozzo artesiano, un guazzabuglio insomma quale può uscire da cento testoline bizzarre e da cento mani l'una più inquieta dell'altra.

Che se poi uno abbia avuto lunga dimestichezza con la scolaresca, come gli sarà facile animare, vivificare la scena! Ivi stettero a fianco ignari dell'avvenire i più disparati ingegni e i più diversi caratteri, il futuro commesso e il futuro ministro, quegli il cui nome si perderà nella folla e quegli che raccomanderà ai secoli la sua fama. E furono, qual più qual meno, amici tutti, o alla peggio le inimicizie loro durarono poco; chi sa invece che cosa saranno nel mondo? Forse non s'incontreranno mai più, forse s'incontreranno soltanto per osteggiarsi, forse uno finirà col calcare il piede sul collo dell'altro.

Il signor Antonino non aveva mai brillato per una fantasia vivace, e anche nei più belli anni della sua giovinezza, egli poteva dire di non aver provato le schiette gioie dell'immaginazione.

Ma adesso, fissando quelle panche, al cospetto di quegli intagli bizzarri, egli vedeva una quantità di figure disegnarglisi davanti, e moversi, e prendere atteggiamenti diversi, e cento volti dimenticati ripigliar forma e colore. Era la scolaresca di trent'anni confusa insieme.

Ecco un nome. Chi era costui? Il professore Antonino chiudeva gli occhi un momento e poi lo vedeva tal quale lo aveva visto forse dieci o quindici anni prima. È un giovinetto bruno, dai capelli ricciuti, dagli occhi pieni di fuoco, alto, smilzo; sì, sì, è proprio lui. Anch'egli indisciplinato all'estremo. E ora dove è andato mai? Vicino a lui c'era.... chi c'era? Vediamo di raccapezzarci.... Ah sì!.... Da una parte un ragazzino timido che pareva un bimbetto, che non fiatava mai, altro che, pur troppo, nell'ora della calligrafia. Non c'era quanto lui per imitare il miagolio del gatto. Adesso è impiegato alle ipoteche. A sinistra poi.... no, lo scolare di sinistra il professore Antonino non poteva farselo tornare a mente. Ma di dietro invece, nella panca successiva, era tutta una fila di ragazzi che gli pareva aver davanti gli occhi. Che panca terribile era quella! Che demonî! Bisogna però eccettuarne uno il quale sedeva nell'angolo vicino alla parete. C'erano ancora le sue iniziali A. E. Sicuro, si chiamava Angelo Emanuelli, poverino! Era pallido, tossicoloso; d'inverno aveva sempre freddo, d'estate pativa il caldo in modo straordinario. I suoi condiscepoli lo chiamavano agnello e gli amministravano una dose straordinaria di scappellotti. Egli non si lagnava, non serbava rancore ad alcuno, e diligente com'era faceva le lezioni di tutti. Povero figliuolo! È morto. Il signor Antonino si ricordava che alcuni anni addietro nelle vacanze d'autunno, l'Emanuelli era venuto a fargli visita insieme con sua madre, una donna abbrunata, dalla cera pallida e dall'aria stanca come suo figlio.

Una visita in casa del signor Antonino era un avvenimento.

Il professore Antonino era solo; sua sorella, grazie a Dio, si trovava in campagna. Egli corse ad aprire la porta e disse confuso — Caro Angelo.... stimatissima signora.... prego, si accomodino.... — Poi senza nemmeno terminare la frase, volò nella sua camera da letto, e indossato un abito un po' più pulito, si ripresentò rosso come una fanciulla a cui si parli la prima volta d'amore.

— Che onori!... In che cosa posso?... Mi dispiace che trovano tutto in disordine.... Non c'è mia sorella.... (Ci mancherebbe altro che ci fosse — egli soggiunse in cuor suo).

— Per carità, professore, non si dia pena per noi, — disse la signora. — Lei è così buono, che siamo venuti a chiederle un favore.... Angelo fu malato alcuni giorni.... Ora sta meglio, ma non si è ancora liberato dalla tosse....

E Angelo, come per dar ragione a sua madre, tossì un paio di volte.

— Ecco, capisco che la scuola è fatica soverchia per lui, — continuò la signora con un tremito nella voce. — Non voglio sforzarlo.... Siamo stati tanto disgraziati. Veda, vesto ancora il bruno per una figliuola.... E prima, di lei ne ho perduti altri due..... e mio marito anche lui..... sempre dello stesso male.... Ma questo qui bisogna che mi resti — continuò la madre asciugandosi le lagrime e cingendo con un braccio il collo del suo Angelo come se volesse difenderlo.

— Si calmi, signora, si calmi — rispose il buon professore, — posso offrirle un bicchier d'acqua? Ha ragione, ha ragione, non lo mandi più a scuola. Poveri ragazzi! Li ammazzano con questi nuovi sistemi.

— Ecco ciò che volevo chiederle, — ripigliò la signora poichè si fu ricomposta alquanto, — scusi sa, perchè in mezzo a tanti dispiaceri ho quasi perduta la testa.... Il mio figliuolo potrebbe andare intanto due ore al giorno nel banco d'un amico di mio marito buon'anima.... Due ore sole per adesso.... fin che Angelo sia divenuto più forte... gli darebbero quindici lire al mese.... pochine, ma tanto per cominciare.... Senonchè, c'è un guaio; vorrebbero che il ragazzo sapesse scrivere in rotondo, e Angelo dice che non sa, che non lo ha studiato.... Pretesti, forse.

— No, no, — si affrettò a interrompere il professore Antonino, — il rotondo non l'ho insegnato nella sua classe.

— Ebbene, allora vorrei ch'Ella avesse la bontà di dargliene qualche lezione, così per metterlo sulla strada. Il resto lo farà egli da sè....

— Ma sì, ma sì, — sclamò il Bottaro beato di fare un piacere.

— Noi compenseremo secondo le nostre forze....

— Nemmeno per idea.... non voglio neanche sentirne a discorrere.... No, signora Emanuelli, se parla di compensi si rivolga ad altri.... Angelo verrà da me per una, per due settimane, anche tutte le mattine se può, e vedrà che bel rotondo egli imparerà a scrivere in cinque o sei lezioni.... Siamo intesi, non è vero?

La signora Emanuelli stette alquanto perplessa, tornò a tirar fuori la questione del compenso, ma finì col cedere all'insistenza del professore e disse commossa: — Giacchè il professore è tanto gentile non so come rispondere con un rifiuto. Angelo che dici al professore?

— Grazie, — bisbigliò il ragazzo.

— Nulla, nulla, caro, — replicò il signor Antonino. — Vuoi cominciar domattina?

Angelo guardò sua madre, poi disse: — Sì, professore.

— Allora siamo intesi.

— E il signor Antonino accompagnò fino giù delle scale il suo scolaro e la madre di lui che si profondeva in ringraziamenti.

Angelo Emanuelli prese otto lezioni, poi entrò nel nuovo ufficio, poi venne a fare una visita al professore, poi non lo si vide più.

Il presentimento della povera madre si era avverato. Il ragazzo era morto della malattia dei suoi fratelli e del suo babbo, era morto a sedici anni.

E il professore Antonino lo aveva dimenticato, quando le due iniziali scolpite sulla panca lo richiamarono alla sua memoria. Egli rivide ancora quella fisonomia languida, sparuta, egli intese ancora sonarsi all'orecchio quella tosse secca, insistente, e la voce di quella povera madre, adesso morta anche lei, che diceva: — Ma questo qui bisogna che mi resti.

················

Chi sa fino a quando il professore Antonino sarebbe rimasto immerso in siffatti pensieri se uno scolaro non gli avesse picchiato leggermente sulla spalla!

— Che c'è? — proruppe il Bottaro in tuono meno rimesso del consueto.

— Signor professore, le consegno il mio elaborato, — rispose il ragazzo guardandolo in aria di mezza canzonatura.

— Oh!... Ha ragione.... hai ragione, caro.... Dunque hai finito? — Va, va, che andrà tutto benissimo.

Al primo studente ne successe un secondo, al secondo un terzo, al terzo un quarto e così via via fino all'ultimo.

— Ma bravi, ragazzi, come avete fatto presto quest'oggi!

Il signor Antonino non s'era accorto del tempo ch'era passato mentr'egli stava fantasticando, e non aveva avvertito affatto un'altra cosa, quella cioè che i giovinetti, non disturbati punto dalla sua sorveglianza, s'erano a loro agio consultati, copiati, corretti a vicenda, onde i varii còmpiti si somigliavano fra loro come tanti gemelli.

················

Uscito l'ultimo studente, il professore Bottaro, col piego degli elaborati sotto il braccio, salì la scala che conduceva in Direzione e consegnò nelle mani del Preside il suo prezioso deposito.

— Grazie, professore, — disse questi con amabilità, — grazie. La pregherò poi d'intervenire alla conferenza per le classificazioni.... Ma che cos'ha che mi pare turbato?

— Scusi, cavaliere, — balbettò il calligrafo, — non so nemmen io che cos'abbia.... Ha già inoltrato la mia istanza?

— No, — rispose il Preside togliendo da un mucchio di carte il documento che gli era stato consegnato nella mattina dal professore. — No, è ancora qui.

— Potrebbe darmela un momento?

— Eccola.

— Se me la lasciasse fino a domani, — continuò timidamente il nostro Antonino. — Vorrei pensarci su.

— Davvero? — disse il Preside, componendo le labbra ad un sorriso un tantino ironico.

— E posto il caso ch'io sospendessi la domanda della pensione fino all'anno venturo, ne avrebbe dispiacere?

— Oh si figuri, — rispose coi denti alquanto stretti l'interrogato. — È dal suo punto di vista.... Mi pare che, poichè la legge le da il diritto al riposo.... Ah se fossi nel caso suo! — sospirò il Preside, guardando macchinalmente il calendario ch'era sul tavolino, come se potesse leggere colà gli anni che gli mancavano a terminare il suo servizio.

— Ah, per lei è un'altra cosa, — ripigliò il professore di calligrafia, che a poco a poco trovava il coraggio e quasi l'eloquenza. — Lei è una brava persona, e quando avesse il riposo, si consacrerebbe a' suoi studi, starebbe in mezzo a' suoi manoscritti, alle sue biblioteche....

Il Preside scrollò le spalle quasi a significare: — Povero grullo! come t'inganni!

— Ma io, — seguì a dire il nostro Antonino, senza badare ai gesti del suo interlocutore, — io che devo fare? Occuparmi in esercizi di calligrafia per mio conto?

— Potrebbe ad ogni modo dar qualche lezione privata....

— E allora è meglio che rimanga qui. Tanto e tanto mi tocca lavorar lo stesso, e qui almeno ho preso affezione all'ufficio.

— Perchè, — incalzò il Preside, — mi pare che questi benedetti ragazzi non si contengano con lei come dovrebbero.

— Si esagera, sa, — ripigliò un po' confuso il signor Antonino, — fanno qualche volta del chiasso, ma è piuttosto colpa mia che di loro. Del resto, vede, nella calligrafia non occorre tutto quel raccoglimento che è necessario nelle altre materie.... Ma, in ogni maniera, quest'anno non c'è stato male. E mi pare ormai che ogni anno andrebbe meglio.

Il Preside non potè a meno di sorridere. Indi soggiunse a modo di conclusione: — Che vuole che le dica? Ci pensi.


Il professore Antonino ci ha pensato. Egli deliberò di rimettere la sua dimissione all'anno successivo. Scorso il termine fu di nuovo in grandi incertezze, e poi decise di aspettare.

Così egli insegna ancora calligrafia nell'Istituto di ***. Gli studenti continuano a prendersi con lui le solite libertà; i colleghi non lo tengono in nessun conto, la signora Bettina lo strapazza senza misericordia, perchè non lascia la scuola e la scolaresca; anche il bidello, suo abituale confidente, lo consiglia a mettersi in quiete, ma il signor Antonino è ormai convinto, che il giorno in cui egli abbandonerà definitivamente il suo ufficio, si potrà preparargli la necrologia.

L'OROLOGIO FERMO

Non vedevo Federico Vivaldi da più di quindici anni.

Eravamo stati a scuola insieme; poi come il solito, ciascuno era andato per la sua strada e ci si era perduti d'occhio. Nel 1866 avevo letto il suo nome tra i feriti della fazione di Monte Suello; più tardi seppi ch'egli esercitava l'avvocatura nella sua città natale, una piccola città di provincia. Pareva che non s'ingerisse nelle lotte politiche, poichè non m'era accaduto di sentirlo mai menzionare tra i candidati al Parlamento, o tra i consiglieri provinciali, o tra i pubblicisti, o tra gli oratori dei meetings. Chi sa? Forse, non era nemmeno cavaliere. Come le apparenze ingannano! A scuola gli si sarebbe presagito un luminoso avvenire. Imparava ogni cosa prestissimo scriveva con buon gusto, parlava con facilità, e teneva, se non il primo, uno dei primi posti.

Un affare mi conduceva adesso nella città e nella casa di Federico.

Lo trovai alquanto mutato, ma non era da meravigliarsene; in quindici anni ero ben mutato anch'io. Egli aveva la cera pallida, l'aria trista e patita, la barba e i capelli brizzolati di bianco.

Il nostro incontro fu cordiale ma senza straordinaria espansione. Due uomini che si vedono dopo un lungo intervallo hanno un bel corrersi incontro con entusiasmo; essi sentono subito che le amicizie non si ripigliano dove si sono lasciate.

Federico pareva anche più riguardoso di me.

— Sei stato sempre bene? — gli chiesi.

— Sì, — replicò brevemente.

— E la tua ferita?

— Oh! Una cosa da nulla.

Dall'indole delle sue risposte, e dalla fretta con cui egli entrò a discorrere dell'affare che doveva formar soggetto del nostro colloquio, argomentai ch'egli fosse diventato uno spirito positivo, incapace di far altro da mattina a sera che compulsar codici e di trattar cause. Anzi, Dio mel perdoni, giunsi fino ad accusarlo di calcolar tempo perduto tutto quello che non si può far figurare nelle specifiche.

Egli parlò per più di un'ora esaminando da tutti i lati con molto acume e molta lucidezza la questione che mi aveva chiamato da lui.

Ci mettemmo pienamente d'accordo; dopodichè egli mi chiese licenza di rovistare alcune buste per cercarvi un documento che gli occorreva. — Or ora, se vorrai, usciremo insieme, — egli soggiunse. Lo disse in tuono così freddo che avrei avuto una gran voglia di piantarlo lì, ma in quel paese non conoscevo nessuno; che dovevo fare? Mi alzai da sedere, diedi un'occhiata a una piccola biblioteca che non conteneva nulla di peregrino; quindi mi affacciai alla finestra.

— Che bella vista! — dissi tanto per non restare in silenzio.

— È più bella dall'altra stanza, — osservò Federico che aveva trovato il documento e mi si era avvicinato. — Passa pure.

E, tenendo aperto un uscio, mi introdusse in una camera molto semplice ma molto pulita, dalle cui finestre lo sguardo abbracciava un'ampia distesa di colline e di ville.

— Tu dormi qui? — gli chiesi.

— Sì. È la mia camera da letto.

— Come dev'esser piacevole aprir gli occhi la mattina e vedersi davanti questo immenso orizzonte!

— Voi a Venezia non ci siete avvezzi. Però adesso c'è troppo sole, — egli continuò, — e bisogna abbassar le tendine.

Mentre Federico eseguiva questa operazione i miei occhi si fissarono a caso sopra un orologio a dondolo ch'era collocato su un canterale e che segnava le sei e quindici minuti.

— Oh, — diss'io, — quell'orologio è matto.

— È fermo, — egli rispose in furia come se le parole gli bruciassero la lingua.

Era un orologio di forma antica il cui disco cilindrico poggiava su due colonnine d'alabastro coi piedestalli e i capitelli di bronzo. Sulla mostra di maiolica erano incisi il nome della fabbrica e l'anno di fabbricazione — 1822.

— È un oggetto da museo, — ripresi ridendo, e mi chinai per vederne più da presso il meccanismo. Non so se facessi atto di prendere fra le dita il capo di un cordoncino che pendeva fra le colonne. So che Federico mi afferrò il braccio e mi gridò:

— Non lo toccare! — con tale un accento ch'io mi voltai in sussulto, temendo quasi di aver dato fuoco a una miccia.

— In nome del cielo, che cosa c'è? — esclamai sbigottito.

— Perdonami, — rispose il Vivaldi con voce più calma e tentando di comporre le labbra a un sorriso. — Avevo paura che tu movessi le lancette di quell'orologio.

E mentr'egli pronunziava queste parole, i suoi occhi s'inondarono di lagrime.

Lo guardai commosso ma senza osare d'interrogarlo, giacchè egli non mi sembrava disposto alle confidenze.

Ci fu un buon minuto di silenzio, e mi parve un secolo.

Alla fine Federico incrociò le braccia e si appoggiò alla spalliera di una seggiola volgendosi verso di me.

— Ti ricordi, — egli mi disse, — di venti anni fa quando passammo la domenica e il lunedì della Pentecoste in villa di Fausto Rioni, presso Sacile?

— Sicuro che me ne ricordo, — replicai non intendendo bene ove egli volesse mirare. — Fausto Rioni che adesso è deputato.... Ho perso di vista anche lui.

— E quella nostra salita sul ciliegio, te ne rammenti?

— Aspetta che mi raccapezzi.... ah sì.... sì.

— Era il dopopranzo della domenica. Noi due ci si era rampicati lì in alto e intanto una mezza dozzina di fanciulle stavano a' piedi dell'albero, e gridavano. — Coraggio dunque! Fate le cose a modo. — E noi spiccavamo le ciliegie fin dove si poteva arrivare con le mani, e poi scrollavamo i rami con quanto fiato ci restava in corpo. Era una pioggia di frutti, che le bimbe raccoglievano o nelle falde del vestito o nel grembialino spiegato.... Di quelle bimbe tre erano le sorelle di Fausto, tre erano loro amiche.... La maggiore poteva contare dieci anni.... Era una fanciulla alta, bionda, con due lunghe treccie che le cadevano giù per le spalle.... con due grandi occhi azzurri, pieni di dolcezza e d'ingenuità....

— Oh adesso che ci penso, — esclamai, — l'ho presente anch'io.... Lascia ch'io compia la tua descrizione.... Le sue treccie bionde erano annodate da due fettuccie di seta blu....

— È vero....

— Vestiva un abitino di percallo bianco con fioretti rossi....

— Sì, sì.

— La chiamavano.... Oh! qui la memoria mi tradisce....

— La chiamavano Virginia.

— Sicuro, Virginia. Ebbene?

— Ebbene, parecchi anni dopo quella fanciulla divenne mia moglie.

Mi guardai intorno. La camera da letto di Federico non era una camera nuziale. Indovinai un lutto domestico.

— È morta.... forse? — chiesi con esitazione.

Il Vivaldi chinò il capo con un cenno affermativo e si portò la mano sugli occhi.

— E da poco tempo? — continuai.

— Oh.... no, — egli rispose, — dal marzo del 1866.

— Povero amico! — diss'io commiserandolo sinceramente e rispettando un dolore che si manteneva così vivo dopo più di nove anni.

— Ma che c'entra in tutto ciò l'orologio, tu mi chiederai? — egli ripigliò dopo una brevissima pausa.

Federico aveva colto il mio pensiero. Io stavo infatti tormentandomi il cervello per iscoprire la relazione fra la morte della Virginia e l'incidente che aveva commosso in modo sì strano l'amico mio.

— Quando la Virginia infermò, — egli disse, — erano sei mesi ch'io l'avevo sposata.... sei mesi di una felicità senza nube.... Da che male ella fosse presa, non lo so; non lo seppero i medici, non lo seppe nessuno.... Ella non soffriva.... moriva a oncia a oncia. Ma non lo credevamo nè lei, nè io, e facevamo di gran disegni per l'avvenire.... Appena ella fosse guarita, avremmo piantato nuove aiuole di fiori nel nostro giardinetto, avremmo rimesso a nuovo, secondo le nostre modeste fortune, una parte della casa. — Per esempio, — ella osservò un giorno ridendo e additando quello che tu chiamavi giustamente un oggetto da museo, — per esempio sarebbe assai bene poter cambiare quell'orologio antidiluviano. — Io le promisi che avremmo fatto apposta una gita insieme a Venezia per comperare una cosa di suo gusto. Ne fu tanto contenta, la poveretta.

Eravamo noi due soli. I suoi genitori erano morti, ero orfano anch'io. Del resto, io non volevo cedere a nessuno il privilegio di vegliare mia moglie. Quante notti sedetti, senza chiuder occhio, al suo letto! Ella si assopiva, poi si destava, mi diceva una parola affettuosa e tornava a cedere al sonno. Per ore ed ore non si sentiva nella camera che suo il respiro e il tic-tac dell'orologio. Quanto a me, se non fosse assurdo, direi che non respiravo neppure, tanto la mia vita era confusa con quella dell'amata creatura che mi languiva davanti.

Una notte che la vedevo più inquieta del solito, le domandai: — Ti reca disturbo il battito dell'orologio?

— Oh no, — rispos'ella, — tutt'altro.

Era un orologio che si caricava ogni otto giorni. Finchè la Virginia era sana, ci pensava lei; durante la sua malattia ero succeduto io nell'ufficio. Ma i patimenti del corpo e le angustie dell'animo mi avevano tolto il giusto concetto del tempo e avevano scompigliato la mia memoria; una settimana caricai l'orologio per due giorni di fila, un'altra me ne scordai affatto. Il 29 marzo del 66 era il giovedì santo. Mi dimenticherò di tutto, non mi dimenticherò mai di quel giorno. Nella mattina la Virginia aveva discorso della Pasqua precedente quando noi ci preparavamo alle nozze, così lieti da non dover invidiare i più gran re della terra. — Saremo felici anche l'anno venturo, non è vero? — ella soggiunse, e per la prima volta mi parve di avvertire nella sua voce un leggero accento dubitativo che mi mise i brividi. Il medico, dopo la sua visita, tentennò il capo, ma non accennò a nessun pericolo imminente. Sulle quattro del pomeriggio la Virginia mi pregò che le sciogliessi i capelli; i legacci le davano molestia. Obbedii, e le sue belle treccie bionde le scesero giù per le spalle. — E pensare che bisognerà tagliarle se guarirò. — Ella vide l'espressione desolata del mio volto e corresse la frase — quando guarirò. — Indi mi disse: — Apri un momento la finestra. È ormai la primavera. — Io mi movevo come un automa senza profferire una parola. — Oh come è bello! — ella esclamò contemplando dal suo letto parte di quell'orizzonte che tu ammiravi poco fa. — Basta, adesso.... Puoi chiudere. — Ella abbassò le palpebre e cadde in un sopore. Le sedetti vicino prendendole una mano che penzolava fuor delle coperte. Il suo alito era lieve lieve; nel suo volto c'era una pace di paradiso. Avrei voluto chiamar qualcheduno, ma mi sentivo come inchiodato sopra la sedia. Andava facendosi buio; la luce che penetrava nella camera attraverso le stecche delle persiane diveniva sempre più debole, l'orologio misurava gli eterni minuti col suo uniforme tic-tac tic-tac.

Ad un tratto il tic-tac cessò.

— L'orologio s'è fermato, — disse la Virginia con voce quasi impercettibile.

Nello stesso tempo ella mise un sospiro, e la sua mano, prima si agitò con un tremito, poi si irrigidì nella mia....

Accorse gente, si accesero i lumi. Virginia era morta. L'orologio, fermo, segnava le 6.15.... Tu piangi, amico mio?... Oh lo so che tu avevi sempre buon cuore.

Federico mi baciò più volte singhiozzando. Quand'egli si fu alquanto calmato. — Non so come le sopravvissi, — egli soggiunse. — Per buona fortuna non tardò a scoppiare la guerra. Corsi subito ad arruolarmi con Garibaldi, invocando una palla che mi togliesse di pena. Sa Iddio se l'ho cercata, ma non trovai che una palla spuria... la quale mi ferì ad un braccio.... Quando potei lasciare l'ambulanza era già sottoscritto l'armistizio.... Tornai a casa ove secondo i miei ordini nessuno aveva toccato l'orologio.... Mi rassegnai a vivere... ma non c'è più gioia per me.... Orsù, vuoi uscire?

Mi offrì un sigaro e mi prese per il braccio.

Allorchè fui sulla soglia non potei a meno di voltarmi indietro. L'orologio, fermo, segnava le 6.15.

LA LETTERA DI MARGHERITA

È una sera di dicembre. Il signor Massimiliano Nebioli, uomo sui sessanta, che porta parrucca ed occhiali, è seduto con tanto di muso dinanzi alla tavola del salotto da pranzo, e legge la Gazzetta di Venezia, lagnandosi di tratto in tratto perchè il lume a petrolio non fa abbastanza chiaro, o fuma, o scoppietta. La signora Geltrude sua moglie è sprofondata in una poltrona vicina alla stufa e sonnecchia, o fa le viste di sonnecchiare.

Di fuori è un tempo d'inferno. Piove, nevica e soffia un vento di tramontana da intirizzire. È una di quelle notti nelle quali i felici del mondo, ravvolgendosi fra le coltri, mettono filantropiche esclamazioni: — Poveretti quelli che non hanno fuoco da scaldarsi, nè panni da coprirsi, nè un buon bicchiere di vino da rifocillarsi il sangue! Poveretti i poveretti, insomma! — Poi uno sbadiglio, una stiratina di braccia e tutto è finito.

Qualche volta il vento è così forte che ne tremano anche le doppie vetrate del salotto e le tendine di lana si agitano con una leggera ondulazione. La fiamma del lume approfitta di questi momenti critici per dare un piccolo guizzo e il signor Massimiliano brontola più forte e protesta contro la servitù che non sa chiuder bene le finestre.

— Bisogna metter dell'altra legna nella stufa, — egli dice a un certo punto rivolgendosi a sua moglie. Ella che obbedisce a suo marito come un cagnolino, si alza dalla poltrona, tira il campanello, poi torna al suo posto. Un osservatore attento noterebbe due cose: primo, che la signora Gertrude ha gli occhi rossi; secondo, che nel tragitto dalla poltrona al sofà ov'è il cordone del campanello, ella cammina in modo che il suo consorte non possa vederla in viso. Guai a lei s'egli s'accorgesse che ha pianto!

All'appello della padrona è accorsa la Marina, la vecchia cameriera di casa, col naso rosso dal freddo, con le mani conserte sotto il grembiale e con la testa sprofondata fra le spalle, come lumaca che ha ritirate le corna. La Marina non ha neppur lei un viso allegro, effetto forse della stagione.

— Fate dell'altro fuoco, — ordina la signora Gertrude.

— E chiudete meglio le imposte, — soggiunge il signor Massimiliano.

— Ma se son chiuse benissimo, — dice la cameriera.

— Niente affatto; venite qui e sentirete che arietta.

— Sfido io, col vento che c'è fuori. Vorrei che passasse un po' in sala.... Che Siberia!

— È una Siberia anche qui.... Non sapete nè accendere la stufa nè chiudere le finestre.

La Marina, che ha la lingua lunga, sta per replicare, ma è trattenuta da uno sguardo supplichevole della padrona. Così ella ringhiotte le sue osservazioni, e inginocchiata davanti la portella della stufa caccia della nuova legna tra le brage, e con le molle, col soffietto e un po' anche col fiato, raccende il fuoco, che divampa allegro e rumoroso e illumina la parete.

— Avete aperto il registro, per Dio? — grida in tuono burbero il signor Massimiliano.

— Eh mi pare che se non lo avessi aperto, a quest'ora ci sarebbe già la stanza piena di fumo.

— So che non fate mai nulla a modo, — continua il signor Nebioli per giustificare la sua diffidenza.

Questa volta la Marina non può reprimere un lunghissimo auff, che però, a uno sguardo della signora Gertrude, ella fa terminare in uno starnuto.

Appena ella è uscita, il signor Massimiliano brontola: — Petulante!

Poi torna a immergersi nella lettura della Gazzetta, commentando da sè le notizie: — Arnim fu condannato a tre mesi di carcere. Ci ho gusto. Non c'è modo di governare se non c'è rispetto per l'autorità. Ormai ciascuno vuol fare il suo talento. I popoli non vogliono obbedire ai governi come i figliuoli non vogliono obbedire ai genitori. Bel mondo!

La signora Gertrude trasse un sospiro dal petto.

— Che cosa c'è? — ripigliò il signor Massimiliano. — Hai perduto la parola? Adesso in casa non si discorre che per sospiri.

— C'è proprio da stare allegri, — insinuò timidamente la signora Gertrude.

— Cominciamo coi soliti piagnistei, — disse l'ameno signor Nebioli, sbattendo con forza la Gazzetta sulla tavola.

— Vedi se non è meglio ch'io mi taccia?

— Meglio niente affattissimo.... Si discorre tranquillamente, quietamente come fanno gli altri... come faccio io.... Ed eccoci da capo a piagnucolare.... Vorrei sapere che cosa ci sia di speciale stasera....

— Nulla, nulla....

— Nulla un cavolo.... sentiamo, via.

— C'è, c'è.... che penso alle belle feste che ci si preparano.

— Oh corpo di un cannone! E ne ho colpa io se passeremo le feste male?

— Chi dice questo?

— Sono io che ho detto alla nostra figliuola di scapparci di casa? Sono io che l'ho gettata in braccio ad uno spiantato, ad un brigante, ad un ladro?....

— Massimiliano per carità, quanto all'essere uno spiantato non c'è dubbio, ma un ladro poi, un brigante.... — osservò la signora Gertrude con un coraggio di cui ella stessa non si sarebbe creduta capace.

Infatti suo marito andò su tutte le furie: — Già lo so che tu lo difendi, già lo so che tu trovi degnissima di lode la condotta di quei due signori.....

— Ma no, Massimiliano, no....

— Ah non è un ladro, non è un brigante.... Sì che è un ladro, è un ladro di fanciulle; sì che è un brigante, perchè assassina una famiglia.... E poi ci sono questi conforti! Quando si mette in campo un tale argomento, quando si ragiona, madama prende le parti dell'avventuriere e della figlia insubordinata.... Avrei voluto vedere io se lei avrebbe consentito a farsi sposare in quella maniera, avrei voluto vedere se il suo signor padre mi avrebbe passato buono un tiro simile a quello di colui! Mi si è pesato e ripesato su non so quante bilancie, e ci mancò poco che non mi si rimandasse pei fatti miei perchè non avevo blasone. La signora era contessa, e ci teneva....

— Oh Massimiliano, come puoi dir questo?

— Ci teneva tanto che il suo più bel sogno era quello di far contessa sua figlia, di darla ad un nobile.... Va là, cara, che l'hai trovato il genero nobile.

— Senti, Massimiliano, hai ragione, sono stati crudeli, sono stati infami, se vuoi, ma quel lasciarli patire... ricchi come siamo.

Il signor Nebioli tornò a scoppiare come una bomba:

— Nemmeno un centesimo non voglio dar loro finchè vivo, no, nemmeno un centesimo.... Quando sarò morto s'ingrasseranno a loro agio.... Già lo so che molti desiderano la mia morte.... Ma io voglio farli aspettare un pezzo, perchè al mondo mi ci trovo benissimo.... Se non fossero questi piagnistei che ho in casa....

E alzatosi dalla seggiola si mise a passeggiare su e giù per la stanza.

La signora Gertrude si alzò ella pure. Ella era combattuta fra la soggezione straordinaria che le aveva sempre ispirato suo marito, e il convincimento che la severità di lui era eccessiva e ch'ella non faceva opera di buona madre obbedendogli in tutto. Le si spezzava il cuore a pensar che sua figlia, a tanti chilometri di lontananza, non aveva forse modo di render meno squallido il suo desco per le feste del Natale. Ella avrebbe potuto mandarle qualche cosa di soppiatto, ma non sapeva nasconder nulla a Massimiliano, e Massimiliano non voleva neppure ch'ella scrivesse alla ingrata, alla perfida Margherita. E sì ch'egli l'aveva amata tanto questa figliuola, l'aveva fatta regina del suo cuore e della sua casa; burbero con tutti, era stato con lei dolce, compiacente, le aveva prodigato mille doni e mille carezze! E l'amava ancora, ed era soltanto la sua indole puntigliosa e caparbia che gl'impediva di perdonarle. Ma aveva i suoi momenti di debolezza ed erano appunto quelli in cui egli prorompeva con maggiore violenza. Sentendo che il fuoco andava languendo, lo attizzava egli stesso, si scagliava senza misura contro i colpevoli e quando li aveva colmati di vituperii tornava a persuadersi che il loro delitto era stato ben grave. Una donna più avveduta della signora Gertrude, anzichè atterrirsi di queste sfuriate, avrebbe dato loro il vero significato, le avrebbe accolte come sintomi di resipiscenza, e sarebbe tornata vigorosamente alla carica. Ma ella si ritirava subito impaurita e si limitava a piangere in silenzio e di nascosto. Il suo unico conforto era quello di non opporsi a suo marito, di seguire in tutto i suoi desiderii. I deboli non si accorgono mai che anche i despoti hanno qualche volta il desiderio di esser contraddetti, e che se non lo manifestano gli è perchè temono di perdere la riputazione di fermezza a cui devono la loro forza.

A ogni modo quella sera la signora Gertrude era un po' meno timida del consueto. Ed ella si spinse fino a dire con un fil di voce:

— Non si potrebbe almeno per queste feste?...

— No, no, tre volte no, — proruppe il signor Massimiliano dando un gran pugno sopra il pianoforte. Era un pianoforte a coda, di molto prezzo, ch'era stato comperato parecchi anni addietro per la Margherita. Ma dacchè la Margherita se n'era andata, nessuno l'aveva più aperto, nessuno aveva sentito più la sua voce armoniosa. Ora soltanto, al colpo che ne scuoteva tutta la compagine, le sue corde mandarono un gemito lungo lungo, che parve come un richiamo ai tempi fuggiti ed evocò nella malinconica stanza l'immagine della gentile fanciulla.

Le ultime vibrazioni di quel suono si perdevano nell'aria quando si udì una grande scampanellata.

— Chi viene questa sera? — esclamò il signor Massimiliano, fermandosi in mezzo al salotto con l'atteggiamento d'un cane di guardia che sente il calpestio di passi sconosciuti.

Anche la signora Gertrude tese l'orecchio. — Chiudono la porta.

— Quella stupida servitù avrà certo aperto senza veder prima chi sia, — osservò il Nebioli pronto sempre ad interpretare ogni cosa nel modo meno benevolo.

Intanto dal di fuori s'intese una voce: — Non c'è bisogno che mi annunziate. Mi presento da me.

— È la voce del dottor Beverani, — disse la signora Gertrude, pallida ed inquietissima.

— Il dottor Beverani! Che cosa può volere? — masticò fra i denti il signor Massimiliano corrugando la fronte.

Si spalancò l'uscio ed entrò un uomo alto e grosso, col bavero tirato su fino agli occhi, col cappello in testa e con le mani sprofondate nelle tasche della pelliccia. E sulla pelliccia e sulle falde del cappello si andavano liquefacendo larghi fiochi di neve.

— Buona sera! Buona sera! — disse il nuovo arrivato. — Domando scusa se entro così, ma fa un tal freddo che non ebbi il coraggio di levarmi il soprabito nell'andito.

Il signor Nebioli avrebbe avuto una gran voglia di mandare a spasso l'incivile che veniva a colare come una grondaia nel suo salotto da pranzo, ma il dottor Beverani era una persona di riguardo, medico di casa da un pezzo, socio di più accademie, cavaliere di più ordini, e non conveniva usargli scortesia. Inoltre la sua visita non era certo senza grave motivo e destava una legittima curiosità anche nel signor Massimiliano.

Il dottore spiegò tranquillamente sopra una sedia la sua pelliccia, depose sopra un'altra il cappello e poi si appoggiò con la schiena alla stufa.

— Ah qui si respira un'altra aria, — egli esclamò soddisfatto. — Dunque, con più calma, buona sera, signora Gertrude, buona sera, Massimiliano.

La signora Gertrude rispose un timido — buona sera — e suo marito emise alcuni suoni inarticolati.

Però il dottor Beverani non parve curarsi di questo gelido saluto, ed egli continuò: — Beati quelli che possono far salire a forza di legna il termometro a dodici gradi! Fuori siamo a tre o quattro gradi sotto zero.... Fui or ora in una casa di poveri ove c'erano dei bambini che tremavano di freddo da far compassione. Un locale terreno, senza vetri alle finestre, un focolare spento, e lungo una parete due pagliericci senz'altre coperte che di miseri cenci. Su una sedia, ravvolta in uno scialle sdrucito, una vecchia con la febbre addosso. Ha una bronchite di cui potrebbe anche guarire se andasse all'ospedale....

— E perchè non ci va? — chiese il Nebioli infastidito.

— Perchè la mamma dei bimbi è morta l'anno passato, e durante il giorno quando il padre lavora, o chi guarderebbe quelle creaturine? Eh! A chi sta sdraiato nel suo seggiolone vicino al caminetto, la filosofia è facile e con un paio di sentenze si accomoda tutto.... Ma quando le cose si vedono dappresso, allora è un altro paio di maniche.... I comunisti hanno torto, ma nondimeno, una volta all'anno, in inverno, divento comunista anch'io....

— Tanto fa petroliere, — saltò su il signor Massimiliano, — ma, scusate, non siete venuto a farci visita che per narrar queste malinconie?

— No davvero, per quanto piacere abbia di veder voi e la signora Gertrude, non mi sarei spinto fin qui senza una ragione seria, in mezzo al vento e alla neve.

— Vergine Santa! — esclamò la signora Gertrude — ho in cuore il presentimento di una disgrazia.

— E che disgrazie volete che ci sieno? — urlò suo marito per dissimulare, secondo il solito, con le grida, l'inquietudine che si era impadronita anche di lui. E avrebbe continuato nel medesimo tuono se il dottor Beverani non avesse preso subito la parola.

— No, no, buona signora, — egli disse avvicinandosele e prendendole ambe le mani — non ci saranno disgrazie. Ho uno lettera da consegnare....

— Una lettera? Per me dunque? — interruppe il signor Massimiliano.

— Per voi e per vostra moglie.... La persona che scrive vuol essere sicura che la lettera sia giunta nelle vostre mani.... Ha scritto ancora, e....

— E non voglio veder nulla, — gridò il Nebioli voltandosi da un'altra parte. — Ho capito chi è la persona che scrive; ella è morta per me.

La signora Gertrude avrebbe dato dieci anni della sua vita per trovare un lampo di energia in quel momento, per farsi consegnar quella lettera, per aprirla, per baciarne i caratteri; ma era inutile, ella ormai non sapeva che piangere. E si nascose il volto fra le palme e soffocò i suoi singhiozzi.

Il dottore non ismarrì punto la sua calma alle brusche risposte del vecchio bisbetico, ma estrasse di tasca la lettera e ripigliò: — Voi leggerete questo foglio, Massimiliano.

— Vi dico di no, — rispose costui dando però un'occhiata di sbieco alla sopracoperta che il medico aveva avvicinato al lume.

— O lo lascierete leggere a vostra moglie.

— Nemmen per idea.

— Allora lo leggerò io.... La Margherita me ne dà facoltà.... Fatemi portare una candela perchè alla luce del petrolio io non leggo...

— Vi ripeto, — cominciava il signor Massimiliano, quando il dottore lo interruppe senza riscaldarsi, ma con una certa aria di autorità:

— Io spero che il medico di casa avrà il diritto di farsi portare una candela e di leggere una carta. Signora Gertrude, abbia la bontà di suonare il campanello.

— Non ce n'è alcun bisogno, — disse il vecchio dispettosamente. E rivoltosi a Gertrude: — Se vuole una candela, accendigliela; sulla credenza ce ne sono due.... O che fai lì come una statua? Santa pazienza!

Il dottore teneva sempre la lettera fra le dita; il signor Massimiliano gliela strappò con un impeto subitaneo.

— Sapete dove meriterebbe di andar questa lettera? Nella stufa.

Quantunque il Beverani fosse certo che una tale minaccia non avrebbe avuto effetto, egli ficcò gli occhi addosso al suo cliente, che pareva magnetizzato da quello sguardo e passava la lettera da una mano all'altra dopo averla tirata fuori dalla sopracoperta ch'egli stracciò in minutissimi pezzi.

Intanto la signora Gertrude faceva inutili sforzi per accendere il lume. Le sue mani tremavano ed ella non riusciva a tener fermi i fiammiferi vicino al lucignolo.

— Lasci fare a me, buona signora, — disse il dottore accostandosele con bontà. — Torni a sedere e si rinfranchi.

— Quella fraschetta ha tempo da perdere, — osservò il signor Massimiliano che aveva spiegato la lettera e l'aveva scorsa rapidamente con l'occhio.

— Dodici facciate fitte! E che scrittura! Figlia pessima in tutto, anche nella calligrafia!

E gettò con aria sprezzante i foglietti sopra la tavola.

— Son qua io, — prese a dire il dottore che si avvicinava tenendo in una mano la candela, e trascinando con l'altra una sedia. — Non m'ero già offerto di farvi io la lettura?

— Se volete leggere, fate il vostro comodo. Nè io, nè mia moglie non aspettiamo lettere, non vogliamo saperne.... Per me riprendo la Gazzetta, — replicò il Nebioli, quantunque con tuono alquanto più rimesso. E sedette fingendo d'immergersi nuovamente nel giornale.

— Va benissimo, — disse il dottore senza scomporsi. Spinse verso la tavola la poltrona della signora Gertrude, le accennò di prendervi posto, estrasse dal taschino del panciotto un paio di lenti, le inforcò al naso dopo averle forbite col fazzoletto e poi cominciò:

«Caro babbo, cara mamma.

«Dopo tanti mesi torno a scrivervi. So che non mi risponderete e non oso chiedervi che mi rispondiate, ma in ogni modo seppure ho rinunciato alla speranza di ricevere una vostra lettera e forse di vedervi più mai, non voglio lasciarvi credere ch'io mi sia dimenticata di voi, ch'io non vi ami più.

— Si può dare un esordio più pretenzioso? — brontolò il signor Massimiliano alzando gli occhi dalla Gazzetta. — Ancora ha ragione lei.

— Attendete alla vostra politica, — disse il medico. — No, signora Gertrude, non pianga così!

E ripigliò la lettura.

«Son così piena di brighe che Dio sa quando finirò questa lettera che comincio oggi; dunque non vi metto nemmeno la data. A ogni modo voglio ch'essa vi arrivi prima del Natale, prima di quel Natale che mi desta in cuore una folla di pensieri e di ricordanze. Come volano gli anni! Mi par ieri quand'ero bambina e la povera nonna facendo capolino col suo gran cuffione bianco dall'uscio della sua camera, mi chiamava misteriosamente con un cenno del capo e tirava fuori dal cassetto una bambola nuova. Mi par ieri quando si preparava l'albero con la mamma, e i cugini e le cugine venivano a passar la serata in casa nostra. Anche il babbo si metteva di buon umore, e io dicevo a tutti: non è vero che il babbo sia burbero; vedete? egli ride. E ho negli orecchi lo scampanìo delle chiese che mi faceva sognare un mondo nuovo e mi empiva lo spirito di visioni dolci e solenni, onde stentavo tanto a dormire, ed ero così beata della mia veglia! Ahimè! La nonna è morta, i cugini e le cugine si sono dispersi, io ho cessato da un pezzo d'essere una bimba e non sono più con voi altri.

Il signor Massimiliano si raschiò in gola e poi starnutì.

— Felicità! — disse il dottore.

«.... Non sono più con voi altri. Ebbene, babbo e mamma, se non sono più con voi altri, abbiatevi almeno i miei augurii per le feste che si avvicinano e per l'anno che sta per nascere.... Ch'esso vi porti tutte le gioie, ch'esso vi faccia dimenticare tutti i dolori....

— Parole, parole.... Roba che si trova nelle antologie, — esclamò il Nebioli.

«Di questi dolori, lo so, io ve ne ho recato uno grandissimo, ho disposto del mio cuore contro i vostri desiderii e quando vi trovai inflessibili vi ho disobbedito. Era il mio primo atto di ribellione, ma, lo confesso, era un atto ben grave. O genitori miei, se io vi dicessi che per risparmiare le vostre lagrime avrei dato il mio sangue, voi non mi credereste....

— No sicuro.

«Eppure io direi il vero. Ma ciò che non potevo darvi era la mia fede, perchè non si riprende la fede giurata, perchè io amavo Ugo con tutto il trasporto dell'anima mia, come l'amo ancora, come spero di amarlo fino all'ultimo giorno della mia vita. Iddio vorrà concedermi questa grazia, di farmi morire appena o l'amor mio si raffreddi, o si raffreddi l'amor d'Ugo per me.

— Declamazioni da romanzo! ecco che cosa si guadagna a lasciar leggere cattivi libri alle ragazze. Ma mia moglie....

Gli occhi del signor Massimiliano s'incontrarono con quelli della povera donna i quali nuotavano nelle lagrime ed esprimevano una desolazione così profonda ch'egli troncò a mezzo la frase e prese in mano la Gazzetta, sottraendo in tal guisa la faccia agli sguardi indiscreti. Solo si stentava a comprendere com'egli potesse continuare a leggere un foglio, che, tenuto a quel modo, pareva dovesse servirgli da paralume.

Il dottor Beverani fece le viste di non accorgersi di tutte queste manovre e proseguì:

«Del resto, qual sia la mia colpa, per mesi e mesi dopo fatto il gran passo, io sperai nel vostro perdono, sperai che mi avreste riaperte le braccia, attesi una parola vostra, attesi almeno nuove rampogne.... Oh! il silenzio è peggiore assai dei rimproveri.... Basta!... Io non vi accuserò di durezza...

— Già, si scambian le parti, è creditrice lei, — disse il Nebioli senza mutar posizione.

«No, voi siete sempre il mio buon babbo e la mia buona mamma, e io mi figuro di chiacchierar con voi, come facevo una volta, quando tu, babbo, mi conducevi alla domenica in piazza, e quando con te, mamma, si facevano le nostre lunghe passeggiate fino ai Giardini.... Te le ricordi? Con chi esci adesso, la mia povera mamma? Conduci teco la Marina forse?... Oh, nell'inverno, come si ritornava contente a casa! Oh i bei tramonti dietro la cupola della Salute! Qui in questo romitorio a cui non si arriva che dopo due ore di mulo, si va sui cosidetti bastioni, e non c'è altro. Due filari di platani, quattro panche di legno, e intorno montagne da tutte le parti, e giù nella valle campi poveri di vegetazione e un fiumicello che pare un fosso. Il sole ha fretta di andarsene; c'è un monte alto, sassoso, sgarbato che ci affretta la sera almeno di due ore. E quando il sole è sparito, che aria fredda, sottile! Brr!

«Però a passeggiare io ci vado poco. Ugo è così stanco quando viene a casa, e io pure, sapete, sono stanca. Lavoro dall'alba fino a sera.... C'è stata una interruzione, ma ne parleremo dopo.

«Smetto un momento, indovinate perchè? Perchè sento la pentola che bolle e voglio ritirarla dal fuoco.... Vi scrivo dalla cucina.... Altro che il mio studio con le sedie imbottite! Tutto il nostro quartiere consiste in questa cucina e in una cameruccia.

················

«Fra la riga precedente e questa c'è corso un intervallo di due giorni. Non ebbi un minuto di libertà. Ugo fu in letto con un po' di febbre. Egli sapeva ch'io avevo sul telaio una lettera per voi altri e mi sollecitava a finirla, ma io ero così apprensiva che non sapevo tener la penna in mano. Grazie a Dio, tutto è terminato.

«Ah, volevo dire alla mamma che non c'è di meglio per divenir brave massaie che il dover farsi tutto da sè.... Serva io non ne ho, potete immaginarvela; la fantesca della mia padrona di casa viene la mattina, per un paio d'ore; poi rimango io sola. Ho imparato a spazzare, a stirare, a cucinare.... In quest'ultima funzione riesco a meraviglia. Ugo mi dice sempre: se ci fosse la materia prima, che buoni piattini uscirebbero dalle tue mani! Ma quella che egli chiama la materia prima non c'è.... Qualche volta, in confidenza, sui venticinque o ventisei del mese, c'è alla mattina una preoccupazione nuova, curiosa, vale a dire se ci sarà da pranzo. Vi confesso che questo dubbio produce un effetto strano....

— Povera Margherita! — esclamò con voce flebile e con un gemito la signora Gertrude.

Il dottore, sospendendo un momento la sua lettura, rivolse gli occhi dalla parte ove si trovava il signor Massimiliano. Ma egli continuava ad essere nascosto dietro la Gazzetta.

«A ogni modo si arriva al giorno dello stipendio. Un bello stipendio in verità! Con quella gioia della trattenuta ci restano 75 lire e 45 centesimi al mese....

— Peggio per lei! — gridò il Nebioli facendo la voce grossa. — Perchè ha lasciato la sua casa? perchè ha lasciato i suoi genitori?

«E con 75 lire e 45 centesimi al mese un pover'uomo deve insegnare a sessanta bimbi, asini e cocciuti, provvisti di babbi più asini e più cocciuti di loro. Il segretario comunale ha levato il saluto a mio marito perchè non giudicò degno del premio suo figlio che in un anno non aveva ancora imparato a scrivere caro senza l'h. E il sagrestano lo guarda in cagnesco perchè egli osò mettere in burla il suo illustre rampollo, il quale un giorno in iscuola disse che il Tevere è la capitale d'Italia. C'è finalmente il barbiere, che attribuisce la caduta del suo primogenito all'esame a mene consortesche! Ho proprio paura che abbia ragione il brigadiere dei carabinieri, un lombardo, che quando mi vede mi dice sempre: Che la mi creda, signora, l'è minga un paes per lee.

«Ho dovuto, volere o non volere, far la conoscenza delle signore del luogo. Ne conosco una ventina; dieci di esse non sanno leggere affatto; dieci leggono soltanto lo stampato, quattro anche il manoscritto. Che sappiano scrivere non ce ne sono che tre. Al mio arrivo s'è fatto un gran mormorare perchè ero troppo elegante, e un giorno in chiesa, mentre il curato predicava contro il lusso, tutti gli sguardi si sono rivolti su me. Avevo ancora l'abito di piquet violetto che mi hai fatto fare nel settembre dell'anno passato.... Adesso, sta tranquilla, mamma, che non pecco per eccesso di vanità. Ho venduto a un merciaiuolo ambulante il vestito violetto, il mio spillone a mosaico, i miei coralli.... ah i miei coralli m'è costato a venderli; me li avevi regalati tu quando compivo diciott'anni; ma come si fa?... C'erano spese indispensabili, urgenti.... Insomma sono ormai come le altre, quantunque mi facciano l'onore di dirmi che ho qualchecosa che non hanno le altre. Ho il chic, sentenziò la moglie del pretore che sa due parole di francese.

«A proposito di francese, il babbo non mi rimprovererebbe più di aver sempre libri francesi per le mani. Qui non vi sono libri in nessuna lingua quando se ne levi qualche libro di devozione, e la cabala del lotto. Al caffè ci sono due giornali, ma un terzo ne riceviamo noi altri (è l'unico nostro lusso) e indovinate che giornale è? Il Rinnovamento, a cui Ugo s'è fatto associare da un suo amico di costì per compiacermi. Quando quel foglio arriva a questo romitorio dopo due giorni di viaggio, mi par che capiti un amico a darmi novelle della mia Venezia, de' miei parenti, e benedico a chi ha inventato i giornali. Guardo lo stato civile, i matrimonii, le morti, guardo i pettegolezzi, le feste da ballo, le baruffe, le serenate sul Canal Grande, e vivo ancora nella mia piazza, nelle mie calli, nei miei campi, negli sfondi misteriosi de' miei rii. E sento venirmi le lagrime agli occhi, ma le asciugo presto, perchè i poveri, e ormai sono povera anch'io, non hanno tempo da piangere, non hanno tempo da cullarsi in fantasie malinconiche. Adesso poi....

«Ah sì, avevo il capriccio di darvela soltanto per poscritto la grande novella, ma non posso indugiare di più e quasi quasi la penna scrive da sè...

Il dottore Beverani fece una piccola pausa; la signora Gertrude lo guardò con trepida ansietà e il signor Massimiliano tese gli orecchi.

«La grande novella è questa, che al 15 del passato mese di novembre, alle 9 precise di sera, ho dato alla luce un bambino....»

Il Nebioli lasciò cader di mano la Gazzetta, sua moglie si alzò in piedi e appoggiandosi alla spalliera della sedia del medico cercò di leggere nel foglietto ch'egli teneva spiegato davanti; ma i suoi occhi indeboliti e velati dal pianto non vedevano che una gran confusione nella fitta e scapigliata calligrafia della figliuola.

— Un bambino! — esclamò il signor Massimiliano, — come mai?

— Probabilmente come le altre donne, — rispose ironicamente il dottore. — Ma forse dirà ella stessa qualche cosa di più.

E riprese la frase interrotta.

«...... Un bambino il quale sebbene nato in sette mesi....»

— Quando s'è maritata la Margherita? — chiese il vecchio brontolone in tuono aspro a sua moglie.

— Non lo sai? In maggio, — disse la signora Gertrude.

— Già, il mese.... ah stavo per dirla grossa. Maggio, giugno, luglio, agosto, settembre, ottobre, novembre.... Per fare i sette mesi bisogna metterci della gran buona volontà....

— Via, mettetecela, — disse il dottore. E continuò:

«..... Il quale sebbene nato in sette mesi è vispo e robusto e a cui ho dato il nome di Massimiliano.»

Il signor Nebioli fece spalluccie in segno di indifferenza, ma nello stesso tempo si soffiò due volte il naso rumorosamente, e alzatosi dalla sedia si mise a passeggiare per la stanza.

— Massimiliano, — disse con accento commosso la signora Gertrude, — la senti? Gli ha dato il tuo nome.

— Commedie! commedie!

— Dottore, interponga lei una buona parola, — soggiunse a mezza voce la povera donna. Ma egli le accennò ch'era meglio finir la lettura.

«Voi non vi aspettavate di diventar nonni così presto, e giudicherete strano che nelle altre due lettere scrittevi io non vi annunziassi quello che si preparava. È giusto, ma non so perchè, io m'ero fitta in capo di farvi un'improvvisata a cose compiute. Speravo davvero che questa creaturina sarebbe stata un maschio (noi donne siamo tanto sfortunate) e pensavo che forse anche il babbo, se avessi potuto dirgli: ti è nato un nipotino, avrebbe spianato la sua fronte severa. Per amore di lui, babbo, se non per amor mio, perocchè egli, poveretto, colpe non ne ha. Le sue manine sono pure, i suoi occhi sono innocenti come quelli degli altri bimbi; o perchè dunque troverà egli, al suo entrare nel mondo, meno affetto, meno sorrisi, meno baci ad accoglierlo? Se il vostro cuore dev'essermi chiuso per sempre, oh non sia chiuso almeno per esso. Io gli insegnerò ad amarvi, le prime preghiere che i suoi labbri di rosa alzeranno al Signore saranno per voi; fate che io possa dirgli che voi pure gli volete bene, che voi pure qualche volta, tra le pareti della casa ov'io nacqui, pronunciate con dolcezza il suo nome e gli inviate un saluto per mezzo degli uccelli che volano, delle nubi che passano, e lo raccomandate al buon Dio che protegge i bambini.

— Oh dottore, dottore, non ne posso più, — esclamò la signora Gertrude rompendo in un pianto dirotto.

— Già le donne non sanno altro che piangere, — urlò il Nebioli che voleva mostrarsi impassibile. — Lascialo finire, per Dio.... Avanti, avanti, Beverani... La mia signora figliuola ha la penna spedita come la lingua.

E continuò a misurare in lungo ed in largo il salotto, guardando di tratto in tratto la sua ombra sulla parete e dando segni frequenti di essere molto infreddato.

Il dottore indirizzò una parola affettuosa alla signora Gertrude, indi proseguì:

«Assicurano ch'egli mi somiglia; io non lo so, so che mi par tanto bello. Potete immaginarvi che lo allatto io stessa; a trovare una balia si dovrebbe girar mezza provincia, e poi dove ci sarebbero i quattrini da pagarla? Già in questi paesi è sempre necessario applicare il proverbio: Chi si aiuta Dio l'aiuta. Se la mamma fosse qui, gliene racconterei di curiose circa al gran momento in cui il signorino è nato. Figuratevi che di levatrici non ce ne sono, ma c'è almeno una dozzina di femmine le quali in questi casi offrono i loro servigi e assordano con le loro grida e coi loro consigli. E siccome non vanno d'accordo fra loro, finiscono quasi sempre coll'attaccar briga e col tirarsi per i capelli. Ugo ha dovuto usar la violenza per cacciarle di camera; egli ha dovuto fare una carica a fondo come quand'era soldato di Savoia cavalleria. Quando fummo rimasti soli noi due, egli era pallido, aveva la febbre addosso, e mi chiese: — Margherita, come si fa? Quasi quasi richiamerei qualcheduna di quelle megere. — No, per carità, — gli risposi — spicciamoci fra noi altri. — E stringevo la sua mano nella mia mano, e lo guardavo, ed egli guardava me con occhi pieni di lagrime, e diceva con un filo di voce: — Margherita! Margherita! — Di fuori intanto origliavano all'uscio due o tre delle più ostinate comari e gridavano ad Ugo: Signore, faccia così. — No, faccia in quest'altra maniera. — Insomma, com'egli facesse lo ignoro, so che di lì a poco ho provato una calma di paradiso e ho inteso un vagito che mi disse: sei madre.

«Da quel momento (e passarono omai venticinque giorni) sono come un'altra persona e capisco che tutto quel che si dice dell'amor materno è al disotto del vero, o piuttosto non si può dirne nulla finchè non si è madri. Faccio mille castelli in aria, mi sento più ricca e non desidero ormai che due cose: di ricevere il vostro perdono e di vedere Ugo meno sfiduciato. Egli ha perduto una gran parte del buon umore che gli rendeva tollerabile la sua posizione, si affanna per l'avvenire mio, per l'avvenire del nostro Massimiliano e rimane qualche volta col bimbo in collo senza proferir parola. Ah! sento i suoi passi. Credevo di finir questa lettera oggi, ma la finirò domani.

················

«Ripiglio la penna ancora tutta sbalordita da una risoluzione che abbiamo presa con Ugo,... È una risoluzione assai grave, ma Ugo dice: a mali estremi, estremi rimedi.

«Ieri egli era più mesto del consueto. Andò alla cuna del bimbo che dormiva e si chinò a baciarlo poi mi fissò gli occhi in viso due, tre volte, come se volesse parlare e gliene mancasse il coraggio. — Ugo, gli diss'io in tuono di rimprovero, avresti segreti per me? — Ascoltami, egli rispose, e mi passò il braccio intorno al collo: qui non ci posso più vivere, mi ci logoro la salute e l'ingegno, e del resto m'è insidiato anche lo scarso pane che guadagno. Il segretario comunale e alcuni consiglieri sono miei nemici e cospirano per togliermi il posto e mettere in vece mia una loro creatura che non avrà il torto massimo di essere forestiero. La mia dignità mi costringe a dar le mie dimissioni. — E tu dàlle — io proruppi. Egli sorrise tristamente. — E poi? — E poi, replicai, si cerca un altro nido. — Senti amor mio, egli ripigliò, se per qualche mese, se per qualche tempo io dovessi girare il mondo in traccia di fortuna, credi tu che i tuoi genitori darebbero asilo a te e a nostro figlio?»

— Sì, sì, — esclamò la signora Gertrude fra i singhiozzi.

— Che ne sai tu? — interruppe suo marito con la usata ruvidezza. — Sono io che devo decidere.... Vuoi scommettere intanto che quel Lucifero della nostra figliuola non si degnerebbe d'entrare in casa senza il suo illustre consorte?.... Oh! ma del resto è successo ciò ch'io prevedeva.... è successo appuntino... doveva finire così.... Quando si sposa un disperato, un....

— Volete lasciarmi continuare? — disse il dottore. — Siamo ormai alle ultime pagine!

«Io debbo essere diventata assai pallida perchè Ugo si affrettò a farmi sedere e mi supplicò che mi calmassi. Ma io m'ero aggrappata alla sua persona e gli gridavo con voce affannosa che non avrei consentito a staccarmi da lui nè per un giorno, nè per un'ora, nè per un minuto, che dovunque egli andasse sarei andata anch'io, che il godere gli agi della casa paterna mi sarebbe parso un delitto, lui lontano, povero, ramingo, che perfino la gioia del vostro perdono mi sarebbe stata tolta non avendolo al fianco.

— Ero sicuro che avrebbe risposto così, — disse il signor Massimiliano. — È nel suo carattere.

— Un bel carattere, confessatelo, — soggiunse il dottore senza staccar gli occhi dalla lettera.

— Ma dunque, per carità, che cosa è succeduto? — chiese ansiosamente la signora Gertrude.

— Or ora vedremo, — replicò il medico.

«La sua fisonomia — così proseguiva Margherita — si fece raggiante, sparirono le nubi della sua fronte, sparirono dalle sue guance i solchi che le assidue cure vi avevano scavato, egli tornò splendido di bellezza e di gioventù come nel primo giorno in cui gli diedi il mio cuore. — Me lo aspettavo, egli disse baciandomi. Tu dunque, fuor che dell'essere divisa da me, non ti sgomenteresti di nulla? — Di nulla. — Mi seguiresti anche fuori d'Italia.? — In capo al mondo. — Hai paura del mare? — No. — Egli trasse allora di tasca una lettera scrittagli da un suo buon amico di Genova al quale egli si era raccomandato per un impiego. Vuoi andare a Buenos Ayres? gli chiedeva l'amico, c'è un posto presso una casa italiana. Diecimila franchi di stipendio e alloggio e vitto per te e per la tua famiglia. Se accetti, preparati a partire col vapore che salpa da qui, il 28 di questo mese.

— Vanno a Buenos Ayres! Vanno in America? — gridò disperatamente la signora Gertrude. — Massimiliano, ciò non è possibile.... Massimiliano, rispondi per carità.

Il signor Massimiliano aveva smesso di passeggiare e s'era avvicinato al dottore. — Taci un momento, Gertrude, — egli disse a sua moglie, — sentiamo il resto.

L'inflessione della sua voce era diversa del solito, egli che non parlava mai che per imporre, pareva quasi voler pregare, sua moglie afferrò una delle sue mani, e coprendola di baci e di lagrime tornò alla carica: — Massimiliano, per carità, dimmi che non lascierai che la tua unica figlia vada in quei paesi remoti....

Il naturale violento del Nebioli riprese il disopra. — Vuoi tacere, per Dio? Vuoi lasciar finire questa disgraziata lettera?

La signora Gertrude aveva tanto l'abitudine di obbedire che non seppe ribellarsi nemmen questa volta; ella fece silenzio, ma continuò a tener stretta nelle sue la mano di suo marito.

«Ho pensato subito a voi, — lesse il dottore con accento commosso, — e dissi ad Ugo: — E i miei genitori? — Non ti hanno essi chiusa la porta della loro casa? egli replicò. — È vero. — Non hanno lasciato senza risposta tutte le tue lettere? — È vero, pur troppo, è vero. Stetti in forse ancora un istante; poi mi decisi. — Accetto e occupiamoci dei preparativi della partenza. — Egli mi gettò le braccia al collo e....

— Ed egli è uno scellerato, — scoppiò come un fulmine il signor Massimiliano svincolandosi da sua moglie e gettando a terra con gran fracasso tutto ciò che gli capitava davanti. — Non gli basta di averci rubata la figlia, vuol portarcela anche di là dai mari, vuol farla morire di fatiche, di stenti.... Un mese dopo il parto, con un bambino da latte, le fa imprendere un viaggio a cui non reggono talvolta nemmeno i più vigorosi. E non c'è galera per questi delitti, e non c'è forca.... Ma voi, Beverani, voi lo compatirete, voi lo difenderete, non è vero? Non si può saperla la vostra opinione?

— La mia opinione, — rispose il medico, — è di leggere la mezza paginetta che manca a compiere la lettera; poi vi dirò quel che farei nel caso vostro.

— Oh ci saranno le frasi d'uso.... Quelle tenerezze ridicole a cui corrisponde sì bene l'effetto.... Morale moderna!

«Egli mi gettò le braccia al collo, — riprese il Beverani rileggendo la frase già letta, — e mi susurrò con un bacio: tu sei un angelo. — No, diss'io, sono una donna che ti ama. Una cosa però è forza che tu mi conceda. Anticipiamo di ventiquattr'ore la nostra partenza e passiamo un giorno a Venezia. Prima di abbandonar l'Europa per non tornarvi forse mai più è necessario che io tenti almeno di vedere un'ultima volta i miei genitori. Egli mi ribaciò e accondiscese al mio desiderio. Abbiamo fatto tutti i nostri conti. Oggi è il 19, sabato. Noi partiremo di qui lunedì e saremo a Venezia mercoledì alle cinque pomeridiane.

— Posdomani? — esclamarono a una voce il signor Massimiliano e la signora Gertrude.

— Mercoledì abbraccierò la mia padroncina — gridò battendo festosamente le mani, la cameriera che s'era introdotta pian piano nel salotto.

Il signor Massimiliano si voltò per sgridarla ma non seppe aprir bocca.

— Non ci sono ormai che due sole righe, — osservò il dottore. E lesse:

«Ci faremo condurre a un albergo, poi verremo da voi, e io non suppongo neppure che non vogliate riceverci, e vi mando in anticipazione mille baci. Ah! la mia lettera è un gran pasticcio, ma non ho più tempo di rifarla perchè ho da attendere ai miei bauli. Addio, addio, anche da parte di Ugo.... Il mio bimbo si sveglia e mi chiama con vagito.... Forse vuol mandarvi a salutare anche lui.

«Margherita.»

— Dunque Margherita sarà qui posdomani... farà il Natale con noi, — disse la signora Gertrude che di tutta la lettera non ricordava ormai che questa notizia e quasi non credeva a sè stessa.

— E viene anche lui? E bisognerà accogliere anche lui? — soggiunse come parlando fra sè il signor Massimiliano. — Quel cane che vuol portarla a Buenos Ayres!...

— Che Buenos Ayres? — interruppe il dottore alzandosi in piedi. — Sapete che vi ho da dire?... Che l'alloggio di vostra figlia e di vostro genero dev'essere la vostra casa e non un albergo, che quando essi sian qui non dovete più lasciarli andar via, che la parte del tiranno l'avete fatta anche troppo a lungo, e che la vostra Margherita l'avete castigata anche troppo.

— Dovevo anzi premiarla?

— La si è maritata a suo modo, e ha fatto male, non c'è dubbio, ma in fin dei conti le ragazze si sposan per loro e non per uso dei genitori e la Margherita trovò almeno un galantuomo....

— Non mi fate dire spropositi, Beverani. Un galantuomo che seduce una fanciulla....

— E la sposa.

— Sì, contando sul perdono del padre babbeo.

— Ci contava tanto poco che stava per andare in America.

— Baie! Non credo più al viaggio in America

— Non ci credete? Allora vi dirò che vostra figlia mi scrive supplicandomi di prestare a suo marito 1000 lire che gli mancano a pagare i posti sul vapore.

— E voi li presterete?

— Sicuro, a meno che voi non vi decidiate a farla finita, dando a vostra figlia la dote che le avevate destinata e lasciandola vivere agiatamente con lo sposo ch'ella si è scelto.

— O corpo.... E come avviene che tutto questo zelo vi capita da un momento all'altro?

— Mio Dio, perchè trovavo giusto in passato che la condotta di Margherita avesse la sua punizione, e trovo adesso che quella giovine ha espiato largamente i suoi falli.

— Già, voi avete la sapienza di Salomone, — brontolò il signor Massimiliano.

La signora Gertrude era esterrefatta. Ella non aveva mai inteso alcuno a parlare con tanta libertà a suo marito e non sapeva intendere com'egli, malgrado tutto il rispetto pel dottore Beverani, non prorompesse in una di quelle sfuriate che le facevano venir la pelle d'oca.

Ma la cameriera Marina la confortava dicendole, — Vedrà che cede.... Il padrone è così.... A esser conigli non ci si guadagna con lui.... E poi, la padroncina è stata sempre il suo occhio destro.

Il signor Massimiliano fece ancora quattro giri per la stanza torcendo fra le mani il fazzoletto; indi si piantò ritto ed immobile davanti a sua moglie. — Invece di mandar acqua da tutte le parti come una fontana, mi sembra che potreste almeno pensare a far allestire le camere....

— Oh Massimiliano, — esclamò la povera signora, — tu dunque acconsenti?

— Io? Io! E lei, madama? In tutto il tempo dacchè nostra figlia è partita s'è mai potuto sentir da lei un'opinione franca?... Lamenti, piagnistei, sospiri e niente più di così....

— Ma mi lasciavi forse parlare?

— Via, via, non vi bisticciate, chè s'ha da stare allegri. Beninteso che voglio guadagnarci qualche cosa anch'io. Per la vigilia di Natale verrò a pranzo con voi altri, — disse il Beverani.

— Oh dottore, sia benedetto, venga, venga. Le si deve tutto, — replicò la signora Gertrude prendendogli la mano.

— Come volontieri le darei un bacio! — soggiunse in un trasporto d'entusiasmo la cameriera che adorava la sua padroncina.

— Troppo tardi, Marina, — rispose ridendo il dottore. — Bisognava risolversi vent'anni fa quando ve l'ho domandato....

— Che cosa va a tirar fuori! — replicò la donna facendosi rossa.

— Non c'è punto da arrossire, perchè mi avete detto di no.... Ma voi Massimiliano, non mi offrite niente?

— Scusate, ma non so raccapezzarmi.... Darei la testa nei muri.... Quella lettera, quelle vostre parole... insomma penso alla bella figura che faccio io dopo tante proteste, dopo tante dichiarazioni di fermezza.... Sia pure.... ci vuol pazienza.... Marina?

— Comandi.

— Va a pigliare una bottiglia di Cipro stravecchio.

— Oh questa è una risoluzione che mi piace. Non c'è quanto un bicchierino di Cipro per far passare le ubbie. Posdomani poi a quest'ora ne beveremo un altro con la Margherita....

— Margherita, Margherita, quanto mi hai fatto soffrire e quanto bene ti voglio ancora! — disse il Nebioli. E si coprì il viso colle palme, e scoppiò in un pianto dirotto, irrefrenabile. Non vi voleva di più per far piangere nuovamente anche la signora Gertrude.

— Sta a vedere che finisco col fare il terzo — osservò il Beverani passandosi la mano sugli occhi.

Per buona ventura entrò intanto la cameriera col Cipro. Aveva ella pure una gran voglia di commuoversi, ma il Beverani la sollecitò a non far bambinate e a sturare la bottiglia senza romperla. Quando il liquore fu mesciuto, il medico vuotò il primo bicchierino gridando: — Alla salute degli sposi e del bimbo!

Il signor Massimiliano si rasciugò in fretta le lagrime e bevette. Dopo di lui la signora Gertrude e la Marina.

— Sia ringraziato il cielo! La pace è fatta! — concluse il dottore.

Era per andarsene quando sentì la mano del Nebioli nella sua.

— Sarà per la povera famiglia di cui ci avete discorso prima, — disse il ruvido vecchio lasciando scivolar fra le dita del medico un biglietto di banca di cinquanta lire. — E fate che preghino....

— Pei vostri peccati? — chiese il Beverani ch'era un po' scettico....

— No, ma perchè il Signore mi dia la forza di accogliere bene colui.... mi capite.... Vi assicuro.... non so ancora persuadermi....

— Oh si persuaderà, — ripetè il dottore scendendo le scale.

LA PAGINA ETERNA (MONOLOGO D'UN LETTERATO).

Excelsior (era questo il nome di battaglia d'un giovine letterato) aveva scritto quella sera la sospirata parola fine a' piedi dell'ultima facciata di un nuovo romanzo. E s'era messo poi a svolgere con mano convulsa i 475 foglietti del suo lavoro, ch'egli doveva trasmettere la mattina seguente ad un editore. Egli correva con l'occhio su quelle pagine che gli erano costate tanti mesi di fatiche e di veglie, s'arrestava alquanto sui punti più drammatici, ripeteva ad alta voce alcune frasi, e cercava d'indovinar l'effetto ch'esse produrrebbero nell'animo dei lettori. Intanto passavano le ore, il petrolio si abbassava nella lucerna, e quando Excelsior fu giunto al termine della sua revisione, erano già le due dopo mezzanotte. Egli alzò la testa dalle sue carte, fece puntello delle palme al mento, e rimase a lungo immobile, pensoso. A poco a poco una tristezza infinita gli si dipinse sul viso; egli balzò dalla sedia e si mise a passeggiar concitato su e giù per la stanza.

— E anche tu, — egli esclamò rivolgendo lo sguardo al manoscritto che giaceva sulla scrivania, — anche tu farai la fine dei tuoi fratelli maggiori. Uscirai nel mondo in mezzo a un mormorio lusinghiero; sarai salutato da alcuni articoli benevoli inspirati probabilmente dall'editore; mi procurerai la stretta di mano di qualche lettrice gentile;... e poi.... e poi troverai una sepoltura onorata negli scaffali delle biblioteche. Era dunque per questo ch'io ho tanto meditato, tanto studiato, nudrito con sì grande amore il fuoco sacro dell'ideale? Era per questo che ho assunto il pseudonimo di Excelsior? Meno male che la mia anima è meno orgogliosa del mio nome di guerra!

— C'è pur qualche cosa di tragico nel destino della maggior parte dei libri che passano come ombre davanti agli occhi del pubblico, e pare abbiano sul labbro il grido dei gladiatori romani: Ave, Caesar, morituri te salutant. Morituri! Sì, questa è la parola. Morituri! Ma non sono gladiatori, non lottano prima di morire. Che? Muojon di lattime.

— Ah se quei topi che si chiaman bibliotecari fosser gente di spirito, che salati epigrammi potrebbero fare di mano in mano che ricevono e registrano queste primizie! Dovrebb'esserci per esse una rubrica apposita, come c'è nello stato civile pei nati-morti. Che amara ironia per un libro trovarsi lì con la sua legatura fresca, con le sue carte ancora umide, col suo formato snello, elegante, col suo bel frontespizio che porta una data recentissima, trovarsi lì accanto ai volumi tarlati di qualche secolo addietro, e dover dire: io non ho che un anno, non ho che un mese, un giorno, forse, e son già morto e sepolto, mentre fra quei centenari ci son i giovani eterni, ci son gli immortali!

— C'è dunque fra i libri questa razza d'immortali, ci son questi privilegiati che traversano i secoli col fronte raggiante d'un'olimpica luce, questi amici, questi confortatori di tutte le generazioni?

— Oh se ci sono!

Excelsior diede un'occhiata alla sua biblioteca e non tardò a distinguere, tra la folla degli altri, i venti o trenta volumi di cui egli stesso svolgeva più frequentemente le pagine.

— E il segreto della vostra vitalità, — egli soggiunse riprendendo il suo monologo, — me lo sapreste rivelare? Fra i libri che non si leggono più da gran tempo non c'era nessuno che valesse quanto voi? Non ce ne sarà nessuno tra i libri che si scrivono oggi e non si leggeranno più di qui a un lustro? La fortuna, il caso c'entrerebbe anche nella gloria? O la celebrità è proprio figlia del merito? E s'è così, ond'è spirato il soffio che vi salva dalla putrefazione? Dalla mente o dal cuore? Dall'affanno o dalla gioia? Dall'amore o dall'odio? Dalla fede o dallo scetticismo? Dalla calma o della procella? Chi può dirlo? C'è forse una legge che governi a un sol modo tutti gli uomini, che faccia sbocciar nelle identiche condizioni il fiore del loro ingegno? L'uno trovò nell'intelletto profondo ciò che l'altro trovò nell'anima candida. Per l'uno furono fonte d'ispirazione i dolori provati, gli oltraggi sofferti, il desiderio della vendetta, lo sfregio dell'esiglio, il pungolo della fame; l'altro ha sentito spuntar l'ali alla sua fantasia in mezzo a una quiete profonda, nel santuario della casa, tra il cinguettìo allegro dei bimbi. L'uno si sentiva più grande nella preghiera, l'altro nel dubbio. L'uno aveva bisogno dell'austerità monastica e l'altro aveva bisogno della donna. Ma la donna non significava per tutti la stessa cosa. Era Beatrice, era Laura, ed era Fiammetta. Era la materia e lo spirito. Per molti la donna voleva dire le donne. Goethe e Byron non avrebbero saputo che fare dell'amore ideale che bastò alla musa del Petrarca. Attraverso le più disparate vicende, obbedendo ai più dissimili criteri d'arte, sconcertando i canoni di tutte le scuole, è nato il capolavoro, è nato il libro immortale....

Excelsior si fermò in mezzo della stanza con aria meditabonda, tacque per un momento, e poi come colto da un pensiero improvviso, soggiunse: — Il libro immortale! Non sarebbe più giusto di dire la pagina eterna? Sì, qui è la chiave di tutto. L'immortalità dei libri è spesso una pagina, una sola pagina che l'assicura. Può esser sorridente come il più bel raggio di sole, straziante come il grido d'una madre che ha perduto i suoi figli, calma come una notte serena, tempestosa come l'oceano in burrasca, soave come una musica lontana, violenta come un fiume che irrompe; può essere un inno o una bestemmia; non importa! in quella pagina l'autore ha lasciato una parte della sua anima, o meglio ancora, dell'anima dell'umanità. E quella pagina non muore e pel lungo corso dei secoli, quando un occhio intelligente la guarda, quando uno spirito capace di simpatia si ferma a meditarla, sembra che si rinnovelli il palpito che l'ha dettata, sembra che tra linea e linea ricompaja il sorriso, ricompaja la lagrima che cento e cento anni addietro un uomo ha saputo incarnare in un periodo, in una frase, in una parola! La pagina eterna! Felice chi l'ha scritta! È lei che tiene unite le altre. S'ella mancasse, esse andrebbero disperse come foglie secche, ma poich'ella c'è le altre le si stringono intorno e brillano di luce riflessa. Eppure di uguali a queste ne furono scritte molte, e un tesoro di pensieri fu profuso in cento libri obliati. Ma quei libri son morti perchè non avevano la pagina eterna.

— Ed essa non c'è, io lo sento, — proseguì il giovane con amaro sconforto, — in quei quattrocento settantacinque foglietti che consegnerò domani allo stampatore, non ci fu in quelli che scrissi in passato, non ci sarà in quelli che scriverò in avvenire.... E perchè non ci dovrà esser mai?.... Se rivedessi ancora una volta il mio lavoro... se provassi...

A questo punto il lume, che scoppiettava da un pezzo, die' un vivo barbaglio e poi si spense, mandando un grandissimo puzzo nella stanza. Richiamato al sentimento della vita reale, Excelsior cercò a tastoni i fiammiferi e accese una candela. Indi guardò l'orologio. Erano le quattro, e il nauseabondo odor del petrolio rendeva impossibile di rimaner lì a lavorare. Il giovine si decise a coricarsi, e la pagina eterna gli restò nella penna. Nè seppe scriverla il giorno appresso, nè seppe scriverla più. Ridotto in fin di vita da lì a pochi anni, chiamò al suo letto la donna casta e gentile che stava in cima de' suoi pensieri, e le disse: — Tutti i miei manoscritti, tutti i miei libri son tuoi. Io avrei voluto dedicarti pubblicamente quante son le mie opere, ma perchè legare il tuo nome a un cadavere? Aspettavo sempre la pagina degna di te, la pagina eterna, e la pagina eterna non è venuta.

FINE.

[ INDICE]

[Alla finestra]Pag. 1
[Le chiacchiere della nonna]75
[Nevica]89
[Un raggio di sole]112
[La gamba di Giovannino]165
[Il fratello del grand'uomo]196
[Il colpo di stato di Clarina]205
[Due ore in ferrovia]232
[La democrazia della signora Cherubina]244
[La confessione di Doretta]254
[Lo specchio rotto]262
[Il parassita indipendente]280
[Il maestro di calligrafia]301
[L'orologio fermo]320
[La lettera di Margherita]329
[La pagina eterna]363

DELLO STESSO AUTORE:

La Contessina, raccontoL. 3 —
Sorrisi e lagrime, nuove novelle3 50
Dal primo piano alla soffitta, romanzo3 50
Nella lotta, romanzo. Seconda edizione3 —
Lauretta, romanzo. Terza edizione3 50

SOTTO I TORCHI:

Due amici, romanzo.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.

Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.