IV. Una mattina bene occupata.

Il commendatore Gabrio Moncalvo aveva l'abitudine di alzarsi per tempo, ma quella mattina (era una grigia mattina di novembre) egli si alzò assai più presto del solito, e per la scaletta interna scese nel suo studio ch'era composto di un'anticamera e di tre stanze modestamente arredate. Nell'anticamera soleva esserci un fattorino, pronto ad ogni chiamata; la prima delle tre stanze, un po' buia, e spesso illuminata a luce elettrica anche di pieno giorno, era occupata dal segretario Fanoli; nella seconda, più allegra e spaziosa e che guardava nell'ampio cortile, stava ordinariamente il commendatore; l'ultima, un salottino piccolo e austero, si apriva soltanto per accogliere i visitatori di maggior riguardo o quelli che avevano qualche cosa di molto importante o di molto delicato da dire.

Il segretario Fanoli non veniva che verso le nove; quando il commendatore entrò nello studio non c'era che il fattorino, intento a spolverare i mobili.

— Il portone sarà ancora chiuso, — disse Moncalvo. — Va in portineria e fa aprire. Aspetto qualcheduno.

Sedette alla sua scrivania ch'era collocata presso una finestra e si accinse a correggere le bozze d'un articolo che doveva uscire nel prossimo numero d'una rivista finanziaria. La luce era scarsa, ma per fortuna gli occhi gli servivano bene ed egli non ebbe bisogno di accender la lampada.

Di lì a poco il fattorino introdusse la persona aspettata, che s'inchinò profondamente.

Il commendatore s'alzò in piedi e fece un cenno di saluto.

— Ah, lei.... Passiamo di là, se non le spiace.

Nel salottino riservato Moncalvo si sdraiò sopra una poltrona e additò una sedia al suo visitatore.

— Ebbene, ha la lettera? — gli chiese.

Quegli al quale era rivolta questa domanda (un omino di mezza età, dal vestito dimesso, dalla biancheria poco pulita) si affrettò a rispondere:

— Naturalmente.

E tirò fuori di tasca un portafogli unto e frusto, da cui estrasse una lettera ingiallita.

— Dia qui.

L'omino esitava, non vedendo comparire ancora le cinquecento lire promesse.

— Non si fida? — ripigliò in tuono sarcastico Gabrio Moncalvo. — E allora se ne vada.... se ne vada pure col suo prezioso documento.... Se crede ch'io ci tenga tanto ad averlo!...

— Oh, signor commendatore, — protestò l'altro facendosi piccino piccino, — come può immaginarsi una cosa simile?

Moncalvo prese con circospezione fra le due dita la lettera che il losco personaggio gli offriva e si accostò alla finestra per esaminarla.

Era proprio quella, era una lettera scritta sett'anni addietro ad un giornalista amico di Zanardelli per ottener l'appoggio del Governo nella lotta elettorale. Oltre a professarsi di sentimenti liberalissimi, Moncalvo s'impegnava solennemente a votar la legge sul divorzio, che, in quel tempo, il Ministero pareva deciso a far trionfare a ogni costo.

— Lei era alla Tribuna? — domandò Moncalvo.

— Sissignore.

— E non c'è più.... da un pezzo?

— Da qualche anno.

— E da qualche anno questa lettera è nelle sue mani?

— Appunto.

— Come l'ha avuta?

— Sa.... in una redazione tante carte vanno disperse....

— L'ha rubata, via....

— Oh, commendatore....

— Non importa. Ricuperandola, io non faccio che esercitare un mio diritto.

L'ex reporter della Tribuna sbarrò tanto d'occhi.

— Intendo un diritto morale, — soggiunse il commendatore con un sorrisetto ironico. — Benchè, creda pure, se anche questa lettera fosse pubblicata, io non ci perderei nulla. Chi è che non può cambiar opinione in sett'anni? A ogni modo non ritiro la mia parola. Eccole le cinquecento lire.... Apra, apra e verifichi....

E Gabrio Moncalvo consegnò al giornalista in partibus una busta contenente un biglietto della Banca d'Italia nuovo fiammante.

Con un inchino, più profondo di quello che aveva fatto entrando, l'anonimo si accomiatò.

Il banchiere si fregò le mani.

— Quell'uomo non sa il suo mestiere. Poteva ricavar molto di più. Non che una lettera di sett'anni fa significasse gran cosa, ma è sempre meglio distruggerla.... Diamine! Un impegno formale di sostener la legge sul divorzio.... Che avrebbero detto i miei amici.... d'oggi?

Mentre Moncalvo stava per uscire dal salottino con l'intenzione di rimettersi alla correzione delle sue stampe, gli si ripresentò il fattorino di studio con una carta da visita e una lettera, dategli in quel momento da un signore forestiero che insisteva per essere ricevuto.

Il commendatore, dopo aver gettato l'occhio sul biglietto ch'evidentemente portava un nome ignoto per lui, aperse la lettera e ne guardò la firma che doveva avere un'occulta virtù, perch'egli mosse incontro allo sconosciuto gridando:

— Avanti, avanti!

Colui ch'era fornito di una così ragguardevole commendatizia era un uomo di mezza età, di statura vantaggiosa, di tinta olivastra, con barba e capelli folti e nerissimi, naso adunco, occhi profondi sotto gli occhiali fissi. Vestiva una redingote di panno nero chiusa d'alto in basso, teneva nella sinistra il cappello a tuba ed i guanti.

Si fermò a pochi passi dal commendatore, e disse in tuono dubitativo, in francese:

— Il signor commendatore Gabriele Moncalvo?

— Sono io, per l'appunto.

— Il dottore Löwe, — ripigliò l'altro, presentandosi da sè.

— La prego, si accomodi, — disse il commendatore introducendo il forestiero nel salottino riservato e facendolo sedere sopra un divano. Gli sedette dirimpetto e chiese: — Lei ha visto recentemente il barone?

— Tre giorni fa, a Francoforte.

— E sta bene?

— Così così.... Ha fatto anche quest'estate la cura di Carlsbad.

— Io non lo vedo da oltre un anno.... Siamo però sempre in corrispondenza d'affari.

— Lo so. Il signor barone mi ha parlato di lei con molta deferenza, come di persona che può aiutarmi assai efficacemente nella mia propaganda in Italia.... Perchè suppongo ch'ella s'immagini lo scopo della mia visita.

— No.... se devo esser sincero, — rispose Moncalvo fingendo di cascar dalle nuvole, benchè avesse già una vaga idea di ciò che il dottore voleva e cercasse una via intermedia tra l'aperta adesione ch'egli reputava contraria a' suoi interessi e il deciso rifiuto che avrebbe potuto dispiacere al magnifico barone di Francoforte.

— A ogni modo, — riprese il dottore sbottonandosi il vestito e chiedendo licenza di depor sopra un tavolino un fascio di giornali e di opuscoli, — a ogni modo, la questione non può esserle nuova, e ciò mi permetterà di non farle perder troppo tempo.

Il banchiere s'inchinò cerimoniosamente.

— Non considero mai come tempo perduto quello che occuperò ad ascoltare una persona che gode la fiducia del signor barone.

Dopo abbozzato un gesto di ringraziamento, il dottor Löwe entrò nel cuore del soggetto.

La sua deposizione fu breve e chiara. Egli era uno dei capi del movimento sionista e girava l'Europa per far proseliti alla sua idea e assicurarne il trionfo con aiuti materiali e morali. Tedesco di nascita, egli aveva vissuto a lungo in Galizia, in Russia, in Rumenia, aveva visto coi propri occhi le persecuzioni a cui gli Ebrei sono fatti segno, e s'era dovuto persuadere delle profonde radici che ha in quei paesi l'antisemitismo, onde, quand'anche la legislazione mutasse e fossero abolite le inabilità giuridiche che pesano sulla razza giudaica e i Governi le diventassero altrettanto favorevoli quanto le sono ora contrari, le cose resterebbero su per giù quelle di prima.... Unico rimedio l'abbandono in massa delle terre inospitali e la formazione di uno Stato ebreo nei luoghi ove sono le rovine del tempio, le tradizioni bibliche, i ricordi delle glorie e dei lutti del popolo.

Il dottor Löwe parlava con accento caloroso e convinto, senza perdere il dominio di sè, senza staccar gli occhi dal suo interlocutore, ch'egli sentiva piuttosto ostile che indifferente. E qualche volta ne precorreva le obbiezioni.

— Lo so, lo so.... Loro Ebrei dell'Occidente non si rendono conto del vero stato delle cose.... Hanno conquistato tutti i diritti, possono diventare magistrati, generali, ministri.... Ma non s'illudano troppo.... L'antisemitismo, anzichè attenuarsi nei paesi che ne sono più infetti, ricompare in quelli che n'erano immuni...; ove non è palese, è latente.... In Francia fa progressi da gigante.... Anche in Italia se ne vedono i segni.

Il dottore pareva compiacersi altamente di questa constatazione e proseguiva imperterrito:

— Sarà una fortuna, perchè così la benda cadrà dagli occhi dei più restii, e tutte le nostre mirabili facoltà saranno volte al trionfo finale della razza.... Israele non ha compito la sua missione nel mondo.... Lo so, lo so, — ripetè con enfasi l'apostolo credendo di scorgere un risolino sul labbro di Gabrio Moncalvo; — loro sono scettici circa ai destini del nostro popolo.... loro guardano alle nazionalità con cui credono di potersi assimilare.... Mai, mai....

— E pure, — insinuò Moncalvo, — per mezzo dei matrimonii....

— Matrimonii misti! — esclamò il dottore. — Se una cristiana entra nella nostra casa, e pur non abiurando la sua fede lascia che la famiglia continui ad essere ebrea come prima, non c'è nulla da dire.... Ma se si tratta di fare una famiglia senza religione, o se si pattuisce di battezzare i figliuoli, non può derivarne che sventura.... Creda, signor commendatore, anche dal punto di vista dell'interesse materiale, sono tutti calcoli sbagliati.... Nè il battesimo dei figliuoli, nè il battesimo proprio basta a realizzar la fusione che loro sognano.... Attraverso tre o quattro generazioni si scoprirà il marchio della razza, e il pregiudizio trionfante punirà gli apostati e i discendenti degli apostati.

— Sta a vedere, — obbiettò il commendatore. — C'è più d'una Rothschild che ha preso l'acquasanta. Ce n'è a Parigi, nel Faubourg Saint-Germain; ce n'è a Londra: la moglie di Rosebery, per esempio....

La faccia del dottore si contrasse dolorosamente.

— Pur troppo.... È una delle grandi afflizioni del barone.... Ma pochi che disertano non rompono la compagine d'un esercito. La gran famiglia è sempre nostra.

A questo punto l'apostolo, che non era degenere dalla sua stirpe e alla fantasia del visionario associava lo spirito positivo dell'uomo pratico, pensò che doveva venire a una conclusione.

— Lasciamo le considerazioni generali, — egli disse, — e pel momento contentiamoci di quel che si può.... La risurrezione del regno d'Israello è un bel sogno che si avvererà col tempo.... Ora non si tratta che di soccorrere i fratelli perseguitati ottenendo per essi un lembo di terra ove possano vivere in pace e adorare il loro Iddio.... Se non sarà uno Stato, sarà una colonia; se non sarà in Palestina, sarà altrove.... Io non appartengo agl'intransigenti.... Studieremo le proposte che ci verranno fatte.... compresa quella dell'Uganda, che sembra ci si voglia fare dall'Inghilterra. L'essenziale è di procurare una sede stabile a quelli che non hanno patria.... ciò che noi Tedeschi diciamo eine Heimstätte für die Heimatlosen.... E badi. Usando il vocabolo Heimstätte (sede, dimora) noi mettiamo da parte il concetto politico.... In questi limiti le diffidenze non hanno più ragion d'essere, e la nostra impresa non può non apparire altamente filantropica e civile.

— Oh, senza dubbio, — principiò Moncalvo. Ma s'interruppe avendo udito nella stanza attigua la voce squillante della Mariannina che parlava col segretario, il quale doveva esser venuto da poco.

— Non è visibile?... Pazienza.... Lo avvertirà lei che....

— Mi perdoni, — disse il commendatore al dottor Löwe. — Vado a sentire che cosa vuole mia figlia.... Torno subito subito....

— Prego, non faccia cerimonie....

La Mariannina, quando vide suo padre, lo baciò con effusione.

— Fanoli, — ella disse in tono scherzevole, — era risoluto a lasciarsi uccidere piuttosto di concedermi il passaggio.

— C'è una consegna precisa, — spiegò il banchiere. — Nel salottino nessuno entra se non chiamo io.

— Che misteri poi ci sono in quel salottino.... riservato ai soli adulti.... come in certi casotti? — riprese la Mariannina, tentennando la testa. — Però, se Fanoli aveva la consegna precisa ha fatto il suo dovere, e lo propongo per una promozione....

Moncalvo guardò con orgoglio paterno la bella ragazza ch'era in cappellino, pronta ad uscire.

— Pazzerella!... Mi dirai poi che cosa volevi.... Spìcciati.... Ho qualcheduno di là....

— Volevo annunziarti, — replicò la Mariannina, — che vado in automobile con Brulati e con la zia Clara e che non farò colazione a casa.

— E dove andate?

— A Mentana, a copiare un vecchio castello Borghese che, secondo Brulati, è molto pittoresco.

— Non guidi mica tu l'automobile?

— Saprei guidare benissimo....

— Uhm!

— .... ma c'è lo chauffeur, Giovanni....

— Meno male.... È un uomo prudente.

— A proposito di automobili.... Quella nostra Panhard di otto cavalli che fa tutt'al più 30 a 35 chilometri all'ora è indegna di noi. La Mercedes di miss May ha 40 cavalli e può raggiungere una velocità di 90 chilometri.

— È proprio quello che non voglio io, — dichiarò il commendatore. — Sono pazzie.... E poi io non ho i milioni di miss May....

— Almeno una Fiat di 24 cavalli.... Non ti rovinerai per così poco.

— Basta, per adesso non compro nulla.... Ma dimmi piuttosto come sei riuscita a persuadere la zia Clara.... coi suoi reumatismi? con le sue paure?

— In quanto a paura, non ne ha che se guido io. E io le ho giurato di non metter neanche la mano sul manubrio. In quanto ai reumatismi, l'avvilupperemo negli scialli.... Ne portiamo tanti con noi.

— Perchè, bada, la giornata dev'essere freddina.

— Saremo ben coperti.... Ti ripeto che c'è un deposito di scialli in automobile.... A più tardi....

La Mariannina gettò un bacio a suo padre, fece un saluto amichevole a Fanoli, e infilò l'uscio.

— La posta la vedrò dopo, — disse Moncalvo al suo segretario. — Ora sbrigo quel signore. — E aggiunse un gesto che gli risparmiava un'esclamazione poco corretta: — Che rompiscatole!

Naturalmente, rientrando nel salottino, egli rinnovò le sue scuse al dottor Löwe.

— Ma si figuri! — biascicò questi. E riprese il discorso dove l'aveva interrotto: — Se non m'inganno, ella conveniva che, nei limiti in cui oggi restringiamo la nostra propaganda, nessuno ha motivo di adombrarsene. — Incoraggiato da un segno d'assenso, il dottore proseguì: — Io non dubito quindi ch'ella vorrà far parte del Comitato sionista di Roma.... spererei anzi ch'ella vorrà presiederlo.

Moncalvo misurò subito le conseguenze del passo a cui si cercava indurlo, e si mise sul guard'a voi.

— Ah, caro signor dottore, ella mi coglie alla sprovveduta e deve permettermi di non darle una risposta lì per lì.... Cioè sopra un punto le rispondo subito, e mi dispiace risponderle negativamente. Circa alla presidenza, non ci pensi neanche.... Fra i suoi correligionari che abitano alla capitale....

— I nostri, — sottolineò il dottor Löwe.

— Come vuole.... i nostri.... Insomma, fra gl'Israeliti di Roma ve ne sono molti assai più noti di me.... molti che hanno un nome nella politica, nella scienza, nell'arte.... ve ne sono poi moltissimi di più ortodossi, ai quali sarebbe doveroso il rivolgersi.

— L'ortodossia non è indispensabile.... Noi ci teniamo a mostrare la solidarietà della razza indipendentemente dalla questione religiosa.

— È un punto anche più delicato, — ribattè il commendatore. — Loro si ostinano su questa benedetta razza, su questa pretesa nazionalità.... Ma noi dell'Occidente la nazionalità ebraica non l'intendiamo, e la razza, creda pure, dopo tanti secoli s'è imbastardita.... Santo Iddio! Tante razze ci sono in Italia.... Longobardi, Etruschi, Latini e che so io?... Chi li distingue?... E anche le nostre donne, via....

— Non dubiti, che l'Ebreo lo si distingue sempre, — interruppe vivamente il dottore fissando gli occhi in viso a Moncalvo che aveva il tipo semitico pronunziatissimo. — A ogni modo, il signor barone mi assicurava che lei non è di quelli che si vergognano delle proprie origini.

— Non c'è nulla da vergognarsi, — replicò il commendatore un po' infastidito. — Ma altr'è questo, altr'è prendere una parte attiva nel movimento, entrare nei Comitati....

— Neppure nel Comitato non entrerebbe?.... Aveva prima parlato della presidenza.

— Per la presidenza non c'è neanche da discorrere....

— E pel Comitato?

— Adagio, adagio.... Ci penserò su.... Le darò una risposta positiva.... In tutti i casi, — soggiunse Moncalvo, al quale premeva non compromettere i suoi buoni rapporti coi Rothschild, — in tutti i casi, non creda ch'io voglia negare ogni aiuto all'impresa.... nei limiti delle mie forze che non possono paragonarsi a quelle del signor barone.... C'è una cassa sociale?

Il dottor Löwe accennò agli opuscoli che aveva portati seco.

— Le lascio queste pubblicazioni.... Vedrà che i membri dell'Associazione s'impegnano a un contributo annuo, ciò che non ha nulla a che fare con le oblazioni straordinarie.

— Sta bene, — riprese Moncalvo. — La mia oblazione la farò anch'io, non ne dubiti.

Il dottore si alzò.

— Noi accettiamo tutto con riconoscenza.... Però la sua collaborazione ci sarebbe stata più preziosa di qualunque offerta in danaro.... E prima della costituzione definitiva del Comitato tornerò da lei....

— Sarà sempre un onore.... Si trattiene qualche giorno?

— Vorrei spicciarmi entro la settimana... Ho un itinerario lungo.

— E dove alloggia?

Il commesso viaggiatore del Sionismo nominò una locanda assai modesta, nella vecchia Roma, condotta da un israelita.

— Io vorrei averla un giorno mio commensale, — disse Moncalvo, certo che l'altro non avrebbe accettato l'invito. — Domani?... Posdomani?

— Grazie.... Faccio tutti i miei pasti all'albergo, — rispose, inchinandosi, il dottore a cui la rigida ortodossia non permetteva di sedere a una tavola ove i cibi non fossero apparecchiati all'uso giudaico.

E si congedò, accompagnato dal commendatore fino al pianerottolo della scala.

Il banchiere tornò nella stanza di Fanoli per dare un'occhiata alla posta.

— Veda prima questo telegramma, — disse il segretario mostrando al principale un dispaccio arrivato da pochi minuti.

— Ah, ci offrono trecentomila lire per stornar la vendita delle mille azioni di Terni, consegna fine mese. Dia il bene stare.... per telegrafo.

— Io credo che, insistendo, darebbero diecimila lire di più, — suggerì Fanoli.

Il commendatore Moncalvo fece un segno negativo col capo.

— Non insista. Chi troppo tira la corda, la spezza.... Ho sempre seguito questa massima negli affari, e non ho avuto che da lodarmene.

Corretto, rispettoso, il segretario non aggiunse sillaba e si accinse a scrivere il telegramma di benestare. Nello stesso tempo però egli consegnò al principale una lettera riservata.

— Uhm! — fece Moncalvo storcendo il naso. — Sento odore di conte.... Quest'è Ugolini....

— A giorni scade il suo pagherò, — soggiunse Fanoli.

— Lo chiami pure un non pagherò, — ribattè il banchiere che aveva rotto la busta. — Ecco qui.... domanda la rinnovazione a sei mesi.

— Per la seconda volta.

— Eh, caro Fanoli, si aspetti la terza, la quarta e via di seguito.... Non ho mai calcolato sul rimborso di quelle quindicimila lire.... Trovo anzi che Ugolini è un uomo discreto.... Ma sì; se invece di quindici ne avesse chieste venti o venticinquemila, sarei stato imbarazzato a rispondere di no.... Quell'Ugolini è un uomo prezioso.... Accompagna le mie donne di qua e di là.... Mi libera da una quantità di seccature.... sopra tutto con mia moglie, che non rifinisce di cantarmene le lodi.... Ed è cavaliere di Malta, ciò che impone silenzio alle male lingue.

Fanoli si guardò bene dal sorridere dell'ingenuità del suo principale, e chiese arricciandosi i baffi:

— Dunque la rinnovazione è concessa?

Concessissima. Quindicimila lire da me, quindicimila dalla Banca internazionale non son nulla di eccessivo per uno che ha tante aderenze e anche alla Banca ha giovato indirettamente.

Qui notiamo fra parentesi che della Banca internazionale il commendator Gabrio Moncalvo era l'anima e che vi passava gran parte del pomeriggio, facendovi la pioggia e il bel tempo.

Data una rapida occhiata ad altre lettere e telegrammi, il nostro banchiere si riaccinse alla revisione delle sue bozze. Ma nemmen questa volta potè rimanere tranquillo; chè, annunziata da un mellifluo: — Disturbo? — gli si parò innanzi la faccia rasa e rubiconda di monsignore de Luchi.

— Oh, lei? — esclamò Gabrio Moncalvo. — Avanti, monsignore, avanti.

— Buon giorno, commendatore.... Ha fatto un oh di maraviglia quando m'ha visto.... Per l'ora insolita, forse.

— Non per l'ora. Le dirò, le dirò.... Entri anche lei nel gabinetto riservato.... Passi, s'accomodi.

E fattolo sedere al posto ov'era pur dianzi l'apostolo del Sionismo, gli spiegò in poche parole chi fosse e che volesse il suo predecessore, concludendo:

— Ecco la ragione del mio oh.... Sono contrasti che non si vedono che ai nostri giorni e non si vedono che a Roma.... Che confusione di lingue, non è vero, monsignore? Un sacerdote della Chiesa cattolica, un ebreo del vecchio stampo, e uno che non è nè carne nè pesce....

— Siamo nell'Urbs, — notò l'ecclesiastico.

— Però prima del Settanta certi contrasti non erano possibili.

— Perchè no? Perchè no? — rispose monsignore che aveva questo intercalare. — La Chiesa è inflessibile nei principii, è intransigente nelle apparenze, ma in fondo è sempre stata tollerantissima.

— Uhm, uhm!

— Parlo sul serio. E i pontefici non hanno mai escluso nessuno dalla loro presenza.

— Sarà.... Quello ch'è sicuro è che lei, monsignore, è un vero uomo di mondo, un vero uomo moderno.

— La Chiesa è sempre antica e sempre moderna, — disse il prete. — È contemporanea di tutti i secoli e intende tutte le questioni.

— Anche il Sionismo?

— Perchè no? La Chiesa sa che il tempio di Salomone non si ricostruisce. Essa non permetterà che sorga un regno d'Israele ove è la tomba di Cristo, ma non disapprova l'emigrazione degli Ebrei verso qualche regione ove possano vivere in pace.... Sarà tanto più probabile che quelli che si sono ormai assimilata la nostra civiltà abbraccino la nostra fede.

— Sicchè.... scusi, sa, se per un istante faccio finta d'esser un buon cattolico anch'io e la prendo per mio direttore spirituale.... (dicono così, non è vero?) lei non pensa che un appoggio dato all'impresa possa nuocermi presso i suoi amici?

— All'impresa sionista?

— Appunto.

— Niente affatto.... Solo bisognerebbe vedere il programma.... Ha messo la sua firma anche lei?

— No, no, — si affrettò a rispondere il commendatore che ormai era deciso a non sottoscrivere, — la firma no. Tutto si limiterà a una contribuzione pecuniaria.

— E allora.... è troppo naturale.... Una persona che ha la sua posizione finanziaria, e che appartiene sempre... almeno ufficialmente.... alla confessione israelitica, non può chiuder la sua borsa.

Moncalvo, che in fondo era soddisfatto del responso di monsignor de Luchi, tentennò la testa.

— La credono inesauribile la mia borsa.... E invece basterebbe una crisi....

— Lasciamo andare, lasciamo andare.... Chi ha i suoi capitali, la sua abilità, le sue aderenze non ha paura di crisi.... Ma veniamo a noi....

— Son qui tutt'orecchi.

— Ecco, si tratta dell'affare Oroboni.... Il Consiglio della Banca internazionale s'è riunito?

— Sì, s'è riunito, ha discusso.... Ma è un osso duro, non glielo nascondo.... L'affare non presenta quelle garanzie che sarebbero necessarie per subentrare alla Banca d'Italia in questo mutuo.... Vede che la Banca ha una gran fretta di liberarsene.

— È uno strascico della Banca Romana, e si capisce che la Banca d'Italia desideri liquidare al più presto l'eredità.... Poi la legge stessa le impone di smobilizzare.... che termini barbari!... Ma fossero tutte sicure come questa le sue investite!

— Curioso però che questa gran proprietà non dia da due anni l'occorrente per pagar gl'interessi.... E sì che gli Oroboni sono in due e non fanno lusso.

— Tutt'altro.... Ma è un'amministrazione trasandata.... Lasciamo stare il palazzo di città, ma i fondi potrebbero dare una rendita quadrupla di quella che dànno.

— Se non sanno amministrare, vendano.

— Finora la principessa non voleva, e don Cesarino è così ossequente alla madre!... Non è detto però che non possa cambiar d'opinione.... se vi fosse una proposta vantaggiosa.... Caro commendatore, — soggiunse l'ecclesiastico come se gli fosse venuta un'idea subitanea, — ha mai pensato se l'acquisto potesse convenire a lei?

— A me? — esclamò Moncalvo fingendo sorpresa. — Come vuole ch'io possa togliere un milione dalla mia azienda?... Noi banchieri abbiamo bisogno di denaro vivo.

— Eh, via! Anche con un milione di meno la sua azienda prospera lo stesso.... Gliene restano sempre a bastanza.... E nella peggiore ipotesi c'è il credito che fa miracoli. Due righe di telegramma al suo amico Rothschild, e quella cassa è a sua disposizione.

— Ha voglia di scherzare, monsignore. No, no, non sono operazioni per me.

— Sarebbe un affar d'oro. Il palazzo di Roma e la villetta di Porto d'Anzio valgono il milione da loro soli. Tutti i fondi presso Albano sono dati per soprammercato, e in mano sua frutterebbero il sei per cento e più.

— Sì, per quello che me ne intendo io d'agricoltura!

— Lei si procura un buon agente.

— Quello degli Oroboni, per esempio?

— No, quello degli Oroboni non farebbe per lei... Ma il proprietario nuovo non sarebbe legato da nessun impegno.

— Via, son discorsi inutili. Io non compero.... E pel mutuo con la Banca internazionale che vuol che le dica?... Mi dispiace, ma temo che non se ne farà nulla.... Posso ritentare....

— Bisognerebbe far presto, prima che la Banca d'Italia mandi all'asta.... Non che l'asta abbia ad esser necessariamente rovinosa.... Scommetterei che si troverebbero applicanti anche per più del milione.... Ma è l'effetto morale.... per la principessa, per don Cesarino.... È la prospettiva di dover abbandonare il loro palazzo.

— Questo accadrebbe anche in seguito a vendita privata.

Monsignor de Luchi si aggiustò il colletto.

— Secondo il compratore.... Vi potrebb'esser quello che consentisse ad affittare ai proprietari attuali.

— Bravo!... Per non riscuoter mai la pigione.... No, no, caro monsignore.... Chi comprasse il palazzo e il giardino non avrebbe che da far tabula rasa e da approfittare dell'area per rifabbricarvi.... Cinque o sei piani, stanze piccole, tutto il comfort moderno.... potrebbe col tempo essere un discreto impiego.

— Ah, commendatore mio, — esclamò il prete congiungendo le mani, — che sacrilegio!... Distruggere una delle poche oasi che ci siano rimaste!... Come se non ce l'abbiano deturpata abbastanza la nostra Roma!... E che cosa direbbero le signore che hanno un senso d'arte così squisito?... Si ricorda giorni fa, quand'ebbi l'onore di accompagnarle a visitare il palazzo e il giardino Oroboni, si ricorda la sua Mariannina, che entusiasmo!

— Verissimo. Il demolire sarebbe un peccato.... Ma il compratore non potrebbe fare altrimenti.

— Scommetto che lei non demolirebbe.

— Ho paura che perderebbe la scommessa.

— Lei non vorrebbe dar un dispiacere simile a sua moglie e alla sua figliuola.

Moncalvo tentennò la testa.

— Ma d'altra parte mia moglie e la mia figliuola non vorrebbero suggerirmi una speculazione rovinosa. Sa, anche loro l'istinto degli affari lo hanno nel sangue.

Nel dir queste parole il commendatore sorrise. Poi, mutando argomento, uscì in questa proposta:

— Lasciamo per un poco gli affari.... Faccia una bella cosa.... Resti a colazione con noi.... Siamo soli, mia moglie ed io.... La Mariannina e mia cognata sono in automobile e non torneranno che nel pomeriggio.... Via, che impegni ha?

— Ma.... veramente.... — biascicò monsignore.

— Non cerchi delle scuse, — insistè Moncalvo.

In realtà monsignore era dispostissimo ad accettare. Egli era sicuro che il restar a colazione non avrebbe già avuto per conseguenza di lasciar da parte gli affari, ma anzi di farli rimettere sul tappeto in condizioni più favorevoli, con un'alleata efficacissima al fianco, donna Rachele, che aveva una grande simpatia per gli Oroboni e conoscendo i loro impicci economici sarebbe stata lieta che suo marito li salvasse dal naufragio.

— Simpatia disinteressata? — pensava monsignore.

Egli credeva di aver letto in quell'anima di donna piena di vanità e d'ambizione. E forse non s'ingannava.... Ma neanch'egli era per lei un libro così chiuso ch'ella non vi avesse letto dentro qualche cosa.... Chi sa se non avrebbero finito per intendersi?...

— Ebbene? Che medita? — domandò il banchiere.

— Che vuol che le dica?... Alla sua cortesia non si resiste.... Per che ora sarebbe?

— Si va a tavola a mezzogiorno e un quarto.

— E io a mezzogiorno e un quarto sarò da loro. Son le dieci e mezzo.... Ho tempo d'avanzo d'andare fino alla Cancelleria e di tornare indietro.

— Diamine! Ha una bella passeggiata.... Vuol che faccia attaccare il fiacre?

— Ma si figuri! Cammino volentieri, e a ogni modo c'è il tram qui alla porta.

— Come crede.... In pochi minuti il fiacre sarebbe pronto.

— No, grazie.

— Grazie a lei di aver accettato l'invito.

E il commendatore accompagnò fino sul pianerottolo l'ecclesiastico, come aveva prima accompagnato il sionista.

Due agenti di cambio aspettavano nell'anticamera. Sulla scrivania di Fanoli erano alcuni telegrammi aperti, il cui contenuto parve recar molta soddisfazione a Gabrio Moncalvo.

— Dei quattrini ne escono, — egli disse fra sè, — ma per fortuna ne entrano molti di più.

Poi chiamò il fattorino.

— Salite in casa e fate avvertir mia moglie che monsignor de Luchi sarà a colazione con noi.

Sbrigati gli agenti di cambio, Moncalvo dettò in francese una letterina al segretario:

«Signor dottore,

«Metto a disposizione della nobile opera alla quale Ella consacra la sua attività la somma di venticinquemila franchi. Incaricherò i miei amici baroni Rothschild di Francoforte di fare per mio conto il versamento alla cassa centrale. Consento naturalmente che il mio nome figuri tra gli oblatori; mi duole invece di non poter entrare nel Comitato romano. Augurando il miglior successo all'impresa, la prego di accettare l'assicurazione della mia stima profonda.

«Suo obbl.mo

«Gabrio Moncalvo».

Dopo aver apposta la sua firma, il commendatore dettò l'indirizzo e ordinò al segretario di far recapitare la lettera al più presto.

— Anche questa faccenda è liquidata, — egli disse fregandosi le mani.