XVI. Battesimo e matrimonio.
Gli sfaccendati che la notizia d'una duplice cerimonia aveva richiamati quel sabato mattina nei pressi della Basilica di San Giovanni Laterano videro, prima delle nove, arrivar sulla piazza dieci o dodici carrozze di gala, e fermarsi una dopo l'altra a pochi passi dal portone di bronzo del Battistero, e scenderne una trentina e più di personaggi d'alto bordo, dame, cavalieri, prelati, e, con l'ajuto dei servi in livrea, aprirsi il varco in mezzo alla folla e scomparire dietro il portone, di cui due vigili municipali vietavano l'accesso ai profani.
Il pubblico, costretto a contentarsi d'una visione fuggitiva e confusa, si sfogava in commenti poco benevoli.
— Già, perchè son ricchi ci caccian fuori come i cani.
— Non è poi questa gran bellezza quella giudia....
— Per bella è bella, — disse uno che aveva spirito equanime. — Ma quante deve farne a quel suo gramo marito!
— È quel biondo, pallido, mingherlino che pare gli manchi un'ora a morire?
— Appunto. E non può aver vita lunga.... Era meglio per lui se andava prete.... Ma si voleva un erede del nome....
— Uhm! — fece uno scettico. — Non è tipo da aver eredi.
Ma un altro, più scettico ancora, rimbeccò pronto:
— Oh, ella saprà ben levarsi d'impiccio.
— È vero che porta cinque milioni di dote?
— No, no; uno solo ne porta.... Quando poi morirà il padre ce ne saranno degli altri.
— Il padre era quel signore tarchiato, rubicondo che le dava il braccio?
— Già. È straricco.
— E si battezza anche lui?
— No, non credo.
Un'automobile che sopraggiungeva con gran fracasso richiamò a sè l'attenzione.
— Largo, largo!
Dall'automobile scesero due signore elegantissime e con andatura franca e decisa si diressero al portone di bronzo, i cui battenti, come per incanto, si apersero e chiusero al loro passaggio.
— Avete visto che arie?
— Quella davanti pareva l'Imperatrice del Gran Mogol.
— È l'americana che può spendere un milione al giorno, — disse un commesso di negozio che non aveva paura di sballarle grosse.
— Uh! Che bombe! Trecentosessantacinque milioni all'anno.
— E trecentosessantasei negli anni bisestili!
— A chi vuol darla a bere?
— È proprio così, — ripeteva il commesso di negozio facendosi forte dell'autorità della sottocuoca dell'ambasciatore americano.
Mentre quelli di fuori quasi si bisticciavano per i milioni di miss May (il lettore avrà capito che si trattava di lei), nel centro del Battistero, fra le otto colonne di porfido che Sisto III innalzò, nel recinto circolare che una balaustra protegge e a cui si scende per pochi gradini di marmo, la Mariannina Moncalvo, tutta vestita di bianco, la fronte liberata dal velo, riceveva il battesimo e pronunziava l'abjura. A uno a uno, rispondendo alle domande del sacerdote, ella ripudiava i suoi errori, e il sacerdote, ch'era la nostra buona conoscenza monsignor de Luchi, dopo averle versato l'acqua lustrale sul capo e sparsole qualche granellino di sale sulla lingua e untole leggermente d'olio l'orecchio, l'accoglieva in grembo della Chiesa con la formula consacrata: «In nome di Dio ti battezzo». La madrina intanto, vecchia dama dell'aristocrazia nera, donna Cornelia Flamini, ritta presso la neofita, le teneva le mani sopra le spalle e ripeteva insieme con lei a voce bassa le parole del Credo dette a voce alta da monsignore. Altre voci sommesse facevano eco di tra la schiera dei presenti, quasi tutti inginocchiati innanzi all'altare apparecchiato per la messa.
Compiuta questa parte essenziale del rito, monsignor de Luchi, in mezzo a un gran silenzio, si rivolse alla pecorella ch'entrava nell'ovile di Cristo e le disse come senza colpa ella fosse stata avvolta fino allora in una notte profonda, e come ormai le tenebre si fossero squarciate e le sue pupille fossero messe in grado di sopportar tutta la luce della verità: «Che gioja nel cielo, — proseguì don Paolo, — per queste vittorie della fede! Per questo ritorno al Signore dei discendenti di quelli che lo hanno perseguitato, crocifisso, deriso! E come esulterà il cuore paterno di Dio quando pel ravvedimento di tutti egli potrà depor la sua collera e scancellare il marchio d'infamia dalla fronte dei rejetti e restituire una patria ai dispersi!»
Con un gemito sordo donna Rachele Moncalvo tradì la sua rabbiosa impazienza del battesimo rigeneratore, ma il commendator marito trattenne a fatica un gesto d'uomo seccato. Quel monsignor de Luchi, per solito così misurato e discreto, oggi perdeva le staffe. Che sugo avevano quelle parolone sonore davanti a lui, Gabrio Moncalvo, che non aveva dichiarato ancora in modo esplicito di voler uscire dalla schiera dei reprobi?... E non era tempo di finirla con quell'antifona dei persecutori, dei crocifissori?... O che diciannove secoli non erano bastanti per creare la prescrizione?
Ben altri pensieri agitavano la mente di don Cesarino Oroboni durante le varie fasi della cerimonia. Solo in un angolo, con le ginocchia sul nudo pavimento, egli aveva cercato d'immergersi nella preghiera, di allontanar da sè ogni pensiero profano. Ma di tratto in tratto una forza più potente della sua volontà lo spingeva a levar lo sguardo verso la donna affascinante che fra poco sarebbe sua. Ecco, non era un sogno; la barriera insuperabile che l'aveva diviso da lei era caduta; un sacerdote cattolico aveva profferito le parole liberatrici che disserrano il fonte della salute; ecco, un vescovo che aveva atteso in disparte orando in silenzio s'era avvicinato grave e solenne alla nuova recluta della fede, le aveva impartito la cresima, le aveva offerto il mistico pane.
Ed ecco che ora don Cesarino è prostrato accanto a lei dinanzi all'altare; egli in abito nero, ella avvolta in una nuvola di veli bianchi. Gli anelli benedetti si scambiano; dalle labbra esangui del patrizio romano, dalle labbra tumide della fanciulla semita esce il «sì» fatale che unisce gli sposi fino alla morte e dopo la morte; allargando le braccia don Paolo de Luchi invoca sulla giovine coppia le grazie del cielo. Indi strette di mano, e baci e augurî in quantità, e quell'inquietudine allegra e quel cinguettìo abbondante e festevole che succede ai lunghi e forzati raccoglimenti. Tutti vorrebbero avvicinarsi alla sposa; tutti vorrebbero da lei uno sguardo, una parola, un sorriso. I genitori, i parenti, le amiche l'abbracciano commossi; le semplici conoscenze aggiungono alle congratulazioni qualche complimento sulla sua bellezza, sulla sua eleganza, sulla sua aria regale. Ella mostra di gradire gli omaggi e a don Cesarino ch'è ansioso di darle il braccio fa cenno di non aver troppa fretta. Non devono star insieme tutta la vita?
Ma don Paolo de Luchi interviene.
— Sì, sì, anzi i due sposi a braccetto.... Di qui.... Oh quelli del Municipio aspetteranno.... Avanti! Vengano dietro a me.... Io faccio da battistrada.
E monsignore, uscendo per primo dal Battistero, precede la comitiva lungo i porticati interni della Basilica fino alla sacrestia, ov'è preparato un magnifico rinfresco.
— Oh monsignore, — dice in tono di mite rimprovero il commendator Gabrio Moncalvo battendogli amichevolmente sulla spalla, — con questo po' po' di trattamento lei fa guerra alla mia colazione.
— Il nostro commendatore ha voglia di scherzare, — risponde don Paolo. E ajutato da due inservienti della Basilica distribuisce fra gl'invitati il tè, la cioccolata, i liquori, le paste.
— Ah, Ugolini, — sospira donna Rachele accettando un pasticcino dal cavaliere di Malta. — Che cerimonia!... Non c'è che la Chiesa cattolica che abbia di questi riti.... Verrà, spero, quel benedetto giorno in cui sarò accolta anch'io nella comunione dei fedeli.... Vi sono già col cuore, lo giuro.
— E il cuore è il più, — risponde il conte Ugolini-Ruschi, tanto per dir qualche cosa.
Appartata quanto più sia possibile dalla folla mondana, con presso a sè donna Cornelia Flamini e altri due o tre dei purissimi, la principessa Oroboni divora in silenzio la sua umiliazione. I suoi occhi non hanno lacrime, le sue labbra non hanno lamenti, ma la sua fisonomia tradisce la lotta fra l'orgoglio indomato e la rabbia e il dolore che vorrebbe prorompere. C'è intorno a lei un'atmosfera di gelo; chi avrebbe voluto avvicinarsele si arresta in cammino, chi avrebbe voluto rivolgerle un complimento banale sente morirsi le parole in gola. Ella, di quando in quando, leva lo sguardo ostile verso la Mariannina, verso la nemica che le ha stregato il figliuolo, che ha avvinto a sè quella debole anima, che, trionfando coi sensi e con l'oro, ha trascinato nel fango il nome illustre degli Oroboni. Tutti i pregiudizi succhiati col sangue, tutto l'odio di razza tramandato di generazione in generazione, tutti i sospetti, tutte le diffidenze, tutte le gelosie delle suocere contro le nuore si adunano in quello sguardo che la Mariannina sopporta senza batter palpebra, col calmo e tranquillo sorriso di persona che non dubita della sua forza.
Dal gesto con cui la principessa ha rifiutato una tazza di cioccolata ch'egli stesso era venuto ad offrirle, don Paolo capisce che, per un certo tempo almeno, la vecchia patrizia non gli perdonerà la parte da lui avuta in quel matrimonio e ch'egli dovrà rassegnarsi a sentirsene dir di cotte e di crude, ciò che del resto non gli fa una grande impressione perchè ci è avvezzo.... Ma non est hic locus, e per evitare in momento inopportuno la minacciata scarica d'elettricità egli si ritira prudentemente, e raccogliendo intorno a sè miss May, la zia di lei ed altre signore, mostra loro il calice regalatogli in questa solenne occasione dalla famiglia della sposa.
— Una bellezza, una vera bellezza.... Puro Quattrocento....
E, assicuratosi che nessuno dei Moncalvo può udirlo, don Paolo de Luchi soggiunge piano: — Se l'è procurato il commendatore da uno dei suoi correligionari.... Ma!... Due terzi dei tesori delle nostre chiese son passati in mano di quella gente.... E chi sa a che prezzi disfatti.... Meno male che qualche oggetto ripiglia la buona via.
In quella, Brulati, ch'era uno dei testimoni al matrimonio civile, fa notare a Gabrio Moncalvo che non c'è tempo da perdere. Si sarebbe già dovuti essere al Campidoglio.
— Ma sì, ma sì, — dice il commendatore che nei giorni scorsi s'era adoperato invano per far precedere il rito civile al religioso. Gli Oroboni erano stati inflessibili, e inflessibile quanto loro era stata donna Rachele, accesa di zelo mistico e grande dispregiatrice delle formule che si pronunciano al municipio.
— Prima in chiesa, prima in chiesa.... Al municipio ci si andrà dopo, unicamente perchè lo esige la legge....
Ajutato da Brulati, il commendator Gabrio chiama a raccolta.
— Avanti, signore e signori.... Quelli che vengono al municipio abbiano la cortesia di spicciarsi.
All'appello rispondono alcuni soltanto. Altri si dileguano in silenzio, altri, vincendo la soggezione, si aggruppano intorno alla contessa Olimpia, la quale ha fatto già uno sforzo enorme a recarsi in chiesa e non vede l'ora di riseppellirsi nel vecchio palazzo, ohimè non più suo, ma che ella seguita a riguardar come suo.
Il corteo nuziale, ridotto così, attraversa a passi rapidi la Basilica, e per la maestosa gradinata scende sulla piazza immensa di Porta San Giovanni, che digrada con lento pendìo fino alla chiesa di Santa Croce in Gerusalemme, e di là dai resti dei vecchi acquedotti, di là dai tetti delle fabbriche nuove che la deturpano lascia veder le linee vaporose dei colli albani. Ivi gli equipaggi attendono; ivi attende l'automobile di miss May; ivi uno sciame di accattoni, di monelli, di venditori ambulanti, di semplici curiosi, mal rattenuto da poche guardie municipali, preme, avvolge la nobile comitiva che insofferente di contatti plebei si affretta a salir nelle carrozze e ordina ai cocchieri di sferzare i cavalli.
— Vi precedo, — grida miss May fendendo la folla con la sua superba Mercedes e sollevando dietro a sè un nembo di polvere, mentre una dozzina di ragazzi cenciosi, non contenti dell'elemosina avuta, le scaraventa dietro una filza di epiteti espressivi tolti dal vocabolario romanesco.
Altri, per la stessa ragione, inseguono per qualche tempo il landau della sposa, urlando: — La giudia! La giudia! — ciò che strappa un gemito dal petto di donna Rachele:
— Anche dopo il battesimo!... Quando la finiranno?
— Cosa vuole? — dice il conte Ugolini per consolarla. — Sono ignoranti.
Al Municipio la funzione è breve, tanto più che il sindaco e gli scrivani, infastiditi dalla lunga attesa, non vedono l'ora di andar a colazione. Anzi il sindaco ringhiotte il discorso che aveva preparato e si limita a due parole di augurio.
La signora Rachele trionfa, e non contenta di sfogarsi con Ugolini si volge in aria quasi di sfida a quello scettico impenitente del pittore Brulati:
— Che differenza dalla cerimonia in chiesa! Non vorrà mica negare?
Ma Brulati ch'è di cattivo umore risponde:
— Eh, sicuro, in chiesa c'è più pompa. Ma quello è fumo, questo è arrosto.... E per diventare principessa Oroboni bisogna passar di qui.... A proposito, — continua il pittore liberandosi da un peso che gli grava lo stomaco da molto tempo, — che notizie ha di quella povera famiglia?
La signora Rachele sulle prime non capisce.
— Quale famiglia?
— Non rammenta? Quella di via Merulana.
— Ah! — fa donna Rachele arrossendo. — Che memoria ha!
— Gli è, — seguita Brulati impassibile, — che in questa lieta occasione rinnoverei volentieri l'offerta....
— Grazie, grazie, — interrompe bruscamente la signora. — Non occorre.... Le condizioni son molto migliorate....
— Hanno vinto una lotteria?
— Si figuri....
— Che fortuna rara!
— Ha dei giorni ch'è insopportabile, — borbotta la signora Rachele. E piantando in asso il suo petulante interlocutore accetta il braccio offertole dall'alto personaggio degli esteri, quello che di sera ha l'abitudine di dormirle in salotto.
— Forse mi comprometto, — dice il diplomatico. — Ora che i Moncalvo entrano nel campo avversario.... Meno male che S. E. il Presidente del Consiglio non vuol inasprire il Vaticano....
— Ah commendatore, — esclama con enfasi la signora Rachele. — l'uomo di Stato che riconcilierà l'Italia con la Chiesa sarà più benemerito di Cavour. Sua Eccellenza dovrebbe aspirare a questa gloria.
— Sono questioni delicate, cara signora, questioni che bisogna lasciar risolvere al tempo.... Ma ecco che tutti hanno posto la loro firma e che si può avviarsi.
— Viene a colazione da noi? — chiede donna Rachele.
— Grazie. È impossibile. Sono atteso alla Consulta.
Il pubblico di piazza del Campidoglio, composto in parte dei forestieri che vanno a visitare i musei, è più garbato di quello di San Giovanni Laterano. Qui nessuno sa o nessuno si cura del recente battesimo; qui nessuno leva il grido sconveniente la giudia, ma un mormorio spontaneo di ammirazione accoglie la sposa novella che a braccio del marito esce dagli uffici di stato civile e risale in vettura.
Un francese, alle cui orecchie son giunte le parole matrimonio principesco, dice con aria convinta:
— On voit bien que c'est une princesse.
Una nube vela l'orgogliosa bellezza di Mariannina Moncalvo. Ora ch'ella ha profferito il «sì» che vale davvero in faccia alla legge, ora che un nodo indissolubile l'avvince a don Cesarino, ora per la prima volta ella domanda a se stessa s'ella non sia stata vittima d'un vano miraggio e se il dono completo di sè non sia prezzo troppo alto per la conquista d'un nome e d'un titolo. Sì, certo, ella dominerà il suo consorte, ma intanto, almeno per qualche tempo, ella non potrà rifiutare le sue carezze, non potrà sfuggire un contatto che le ripugna. E un'altra immagine ch'ella vorrebbe cacciare da sè torna insistente a perseguitarla: l'immagine del cugino di cui ella s'era divertita ad attizzare la fiamma, del cugino che era stato in procinto di morire per lei. Non lo ama ella, no; ella è troppo padrona di sè medesima, troppo corazzata contro gli assalti della passione, ma ella sente ancora sulla bocca la bruciatura del bacio ch'egli le ha reso in cambio di quello ch'ella, provocante, gli ha dato. E pensa: — Lo vedrò più?
Con la faccia ostinatamente rivolta verso il finestrino ella risponde appena alle domande dello sposo.
— Sei un po' smorta. Cos'hai? Non ti senti bene?
— Ho l'emicrania.... Troppi fiori....
La carrozza rallenta, s'arresta davanti al palazzo Gandi.
Con un salto la Mariannina balza a terra, traversa l'ingresso brulicante di gente, sale lo scalone, e, staccandosi da don Cesarino che non osa seguirla, entra per l'ultima volta nella sua camera di fanciulla. In un baleno ella si spoglia della veste nuziale, indossa l'abito da viaggio, guarda di là dalla strada il muro alto, bruno, massiccio degli Oroboni, e il cuore le si gonfia d'orgoglio all'idea di aver forzata quella rocca inviolabile ove fino a poco addietro nessuno della sua razza avrebbe ardito mettere il piede. Oggi è lei la principessa Oroboni. Che le importano i superbi disdegni della suocera riottosa? Che ombra può darle quella pallida larva destinata presto a sparire?
Via, via dall'anima le fisime sentimentali! La Mariannina Moncalvo deve portar regalmente il suo titolo.
Quand'ella scende fra gl'invitati i suoi occhi sfavillano, le sue guancie hanno ripreso l'usato colore.
— Come sei bella! Come sei bella! — esclama don Cesarino. — E la tua emicrania?
Ella si stringe nelle spalle.
— È scomparsa.... A me le indisposizioni non durano.
Don Cesarino china il capo umiliato. Egli, sofferente fin dalla nascita, troverà indulgenza presso la splendida creatura rigogliosa di salute, esuberante di vita?
Gabrio Moncalvo abbraccia entusiasta la figliuola.
— Sei più principessa di tutte le principesse.
Il commendatore che in chiesa s'era trovato a disagio, che al municipio era rimasto un po' male per la fretta e la svogliatezza del sindaco, qui, in casa sua, nel suo ambiente, ha ricuperato la sua vena e il suo brio. Si guarda dal dirlo, ma contrariamente a sua moglie, ch'è avvilita e irritata per la mancanza quasi completa dell'aristocrazia del blasone, a lui non par vero di non vedersi davanti nè l'arcigna principessa Olimpia, nè donna Cornelia Flamini, nè parecchie altre delle mummie che assistevano alla cerimonia di San Giovanni Laterano. Ora, nella folla che lo circonda e che fa onore al suo sontuoso buffet, è in prevalenza l'aristocrazia bancaria alla quale egli appartiene e ov'egli è riverito come un monarca assoluto.... Sì, sì, questo è il suo regno. Lo facciano pur conte del papa, egli rimarrà sempre banchiere, legato a doppio filo con gli uomini della finanza, senza distinzione di patria, di stirpe, di fede....; quindi anche coi suoi vecchi fratelli semiti che la fanatica signora Rachele avrebbe voluto escludere dall'odierna solennità domestica, ma ch'egli aveva invitati a malgrado di lei. «Già non verranno», — ella diceva per coonestar l'esclusione. «Ci pensin loro, — era stata la facile risposta di Gabrio Moncalvo. — Io non commetto villanie. Del resto, giurerei che verranno». Non solo eran venuti, ma alcuni di loro avevan mandato alla sposa regali splendidissimi che ora figuravano tra i più belli messi in mostra nell'apposita stanza ove i visitatori erano introdotti per turno e ove non mancava la discreta sorveglianza d'un servo fidato.... Con tanta gente.... non si può mai sapere.... Perchè, non scherziamo, c'erano oggetti di gran valore, specie un monile di perle con pendente di brillanti, dono di miss May, di cui si affermava che il giojelliere avesse, tempo addietro, rifiutato sessantamila lire.
Tre o quattro cronisti, tal quale come nel giorno del trasporto della povera signora Clara, cacciano il naso da per tutto, assediano di domande gl'intimi della famiglia, prendono note nel taccuino, interrompendo talvolta il lavoro per far qualche riflessione filosofica e profonda.
— Ma! Vicende di questo mondo. Non sono tre mesi ch'eravamo qui per un funerale.
— Les morts passents vite.
Uno, più indiscreto degli altri, urta col gomito il vicino per additargli un libro di devozione legato in cuoio con borchie d'argento dorato, offerto alla sposa da monsignor de Luchi.
— Il maestro non vuole che la scolara dimentichi le sue lezioni.
— Bah! Quella non è donna da recitar salmi.
— Eh, chi sa? Le neofite son le più ferventi.
— Se i vecchi Moncalvo si svegliassero!
— Zitto. C'è il principe.
Don Cesarino Oroboni, poichè la Mariannina è accaparrata dagli amici e dalle amiche e sopra tutto dall'invadente miss May, è come sperduto in quella società nuova per lui. Appoggiandosi al braccio del conte Ugolini-Ruschi, che almeno è della sua casta, egli gira su e giù per le sale, e da lui, ch'è cavaliere di Malta e fu in Palestina, attinge notizie sul viaggio, sui conventi di Gerusalemme, sul monte degli Olivi, sul Golgota, su Nazareth, sulle distanze da percorrere, sulle fatiche da sopportare per conoscere tutti i luoghi che udirono la parola di Gesù. E Ugolini, che si vanta di cospicue aderenze in ogni angolo della terra, oltre a fornir le informazioni richieste, promette lettere commendatizie per questo e per quello, pel balì dell'Ordine che fu suo condiscepolo, pel superiore dei Francescani ch'è suo amico, pel console austriaco ch'è figlio d'un cugino di sua madre di buona memoria, e marito della nipote d'un barone Hohenstein di Monaco, da lui conosciuto anni addietro presso i suoi parenti Wartenburg di Berlino.
Ma a poco a poco, con nuove felicitazioni ed augurî, gl'invitati si ritirano. Restano al lunch solo gl'intimi della famiglia, primi tra i quali, s'intende, miss May, il conte Ugolini, il pittore Brulati, il cavaliere Fanoli e monsignor de Luchi, capitato proprio all'ultimo momento, quando già si disperava di vederlo. Resta pure, benchè non sia degl'intimi, il barone Bernheim che s'è invitato da sè.
Monsignore, amabilissimo, scusandosi dell'involontario ritardo, offre il braccio a donna Rachele e l'accompagna a tavola. Egli prende il posto alla destra di lei; alla sinistra siede il conte Ugolini, onde ella si trova fra quello ch'è oggi il dolce peccato e quello che sarà presto la facile penitenza. Con che ansietà ella invoca il giorno in cui le sarà dato prostrarsi ai piedi del degno ecclesiastico e confessare la colpa e ottenere l'assoluzione!
Lo sciampagna trabocca, spumeggiante, dai calici; i brindisi e i viva agli sposi s'incrociano. Ma tutti fanno silenzio quando monsignor de Luchi si alza e accenna a voler parlare.
Monsignore apre un foglietto piegato a modo di telegramma e comincia con voce solenne:
— Ho una sorpresa, una cara sorpresa per la nostra coppia felice. In questo momento ho ricevuto da Sua Eminenza il cardinale segretario di Stato il seguente dispaccio:
«Sua Santità invia benedizioni ed augurî ai dilettissimi figliuoli Cesarino e Mariannina Oroboni».
— Oh, monsignore! — esclama donna Rachele. E non riesce a dir altro, e mostra una spiccata disposizione a svenire, incerta soltanto se deve cader dalla parte di don Paolo o da quella del conte Ugolini-Ruschi. Ma i due la sostengono e la rinfrancano, ond'ella riacquista il dominio di sè e calma coi cenni e coi sorrisi la trepida sollecitudine dei commensali.
— Non è nulla.... È passato, — ella assicura. — Effetto della commozione.... Un favore così segnalato.... così inatteso.... E lo dobbiamo a lei, monsignore!... Mariannina, genero mio, non avete ringraziato don Paolo?
Ed ella afferra la mano del sacerdote e la copre di baci. Gli sposi vorrebbero fare altrettanto, ma monsignore si schermisce, dichiara che il merito, se c'è, non è di lui solo.... Anche il conte Ugolini-Ruschi con la sua influenza, con le sue aderenze....
Modesto e dignitoso, il conte fa segni negativi col capo.
— Sì, sì, sento che c'è anche lei, — protesta con enfasi donna Rachele, arrossendo di non averci pensato prima. E stringe con effusione la destra al suo impareggiabile amico. E incita con lo sguardo il marito a manifestare la propria riconoscenza.
— Grazie, grazie, — borbotta il commendatore con moderato entusiasmo. Gli è che anch'egli ha in serbo una sorpresa per la figliuola e gli duole di vederne sciupato l'effetto da questo colpo di scena.
— How interesting! — esclama miss May leggendo per di sopra la spalla di monsignore il dispaccio del Vaticano, mentre i camerieri sturano altre bottiglie di sciampagna e ricolmano i calici.
Zitto! Don Paolo ha qualche cosa da soggiungere.
— Io propongo, — egli dice, — un brindisi al nostro Sommo Pontefice Pio X.
C'è un momento di esitazione, e il barone Bernheim, che aspetta una nuova commenda italiana, non può trattenere un espressivo: «Uhm, uhm!»
— Il mio brindisi è rivolto al Pastore delle anime e non al Sovrano, — spiega monsignore. E allora tutti si levano in piedi applaudendo; solo il pittore Brulati, con la scusa di raccattare il tovagliuolo scivolatogli giù dalle ginocchia, trova il modo di esimersi dalla toccante dimostrazione, e brontola corrucciato: — Dopo la commedia, la farsa.
— Io spero che l'eco di questi applausi giungerà fino a Sua Santità, — ripiglia don Paolo appena tace il tintinnio dei bicchieri.
E poichè i vapori del vino gli dànno un poco alla testa, egli si lascia scappare due o tre frasi imprudenti.
— Sì, questi applausi hanno un grande significato. Essi sono uno dei tanti sintomi di quella riconquista di Roma ch'è la vera, ch'è la più desiderabile. «Il mio regno non è di questo mondo». Regnar sulle anime, ecco ciò che interessa.... E se le anime tornano a noi, tornano alla Chiesa, non sarà una gran disgrazia aver perduto quattro palmi di terreno....
— Bravo don Paolo! — salta su, ridendo, il commendatore. — Lei rinuncia al poter temporale.... Se la sentono....
— Io non rinuncio a nulla, — ribatte monsignore accorgendosi di essere andato tropp'oltre. — La Chiesa ha i suoi diritti e protesterà sempre contro le violenze commesse a suo danno.... Ma io parlo come privato.... E per me, sì, l'essenziale è che la Chiesa riconquisti le anime.... Del resto, accetto l'avvertimento amichevole del nostro illustre commendatore.... e.... acqua in bocca.
A suggello delle sue parole monsignor de Luchi accosta il bicchiere alle labbra.... ciò che desta l'ilarità dei presenti, i quali notano che nel bicchiere c'è vino e non acqua.
— Ebbene, figliuoli, — dice il commendatore dopo aver consultato l'orologio, — se non volete arrivar troppo tardi a Napoli sarà bene che vi disponiate a partire.... l'automobile è pronta.... E non è l'automobile solita.... È una Fiat di cinquanta cavalli che metto nella corbeille della Mariannina.
— Ah, babbo! — grida la neoprincipessa gettando le braccia al collo dell'autore dei suoi giorni con uno slancio d'affetto filiale che non può capire chi non abbia un padre milionario.
Gabrio Moncalvo è contento. La sua sorpresa ha maggior successo dell'altra; l'automobile dà scacco matto alla benedizione.
Carezzevole, la Mariannina domanda:
— E quanti chilometri....?
— Calma, calma, — interrompe il banchiere. — Lo chauffeur ha l'ordine di non superar la velocità di cinquanta chilometri all'ora.... Per oggi comando io.... Spero che tuo marito non se ne offenderà....
— Si figuri!
Don Cesarino pensa con accorata tenerezza al vecchio landau di famiglia, al vecchio cocchiere, ai due vecchi cavalli bai che solevano impiegar circa venticinque minuti per portarlo da casa sua fino a San Pietro, e chiude istintivamente gli occhi, turbato dalla visione della sfrenata corsa automobilistica che lo aspetta. Ma quando li riapre scorge un risolino ironico sulle labbra della Mariannina e si vergogna di se stesso.
— Di la verità, hai paura? — chiede la giovane sposa.
Egli arrossisce e balbetta:
— Con te?... Con te farei il giro del mondo.
La frase identica, mesi addietro, ella l'aveva udita da quell'altro.... Sì, certo, tutti e due sarebbero stati pronti a fare il giro del mondo con lei; ma quell'altro non avrebbe avuto paura.