XIV.

L'estate fu più soffocante del solito, e il professore Romualdo si recò con la Gilda a passar parte delle vacanze in un albergo fra le Alpi, lasciando che i Lorati andassero in un sito di bagni, ove ci era più gente, più chique, e ove la signora Olimpia sperava di maritare almeno una delle figliuole. Il professore, senza essere alpinista, era un camminatore infaticabile; la Gilda, snella, leggera, intrepida, sarebbe stata in grado, a detta delle guide, di affrontare anche il ghiacciaio; però ella non osava di chieder tanto allo zio, e si contentava di percorrere insieme con lui la parte meno scabrosa di quei monti. Uscivano talvolta soli, talvolta accompagnati da un ragazzo che portava gli scialli e le provvigioni, giravano a caso per quattro o cinque ore, e si rifocillavano sdraiati sull'erba; mentre a pochi passi scrosciava il torrente e gli abeti mormoravano sul loro capo, e si udiva il muggito dei buoi e il tintinnìo delle capre sparse pei pascoli. La Gilda era ammirata delle Alpi. Durante le sue gite ella parlava poco, ma la commozione dell'animo le era scritta sul viso; di tratto in tratto le sfuggiva un grido dal labbro, ed ella rimaneva estatica dinanzi all'orrido pittoresco d'una gola profonda, o alle fosforescenze di un ghiacciaio, o all'ampiezza d'una valle illuminata dal sole. Talora, staccandosi d'improvviso dal fianco del suo compagno, ella saliva su qualche punto elevato da cui lo sguardo spaziava in più largo orizzonte. Il vento respingeva le falde della sua veste succinta e le ciocche de' suoi capelli ricciuti, e la sua bella persona immobile, con le braccia conserte, si disegnava come una figura fantastica sullo sfondo azzurro del cielo. Intanto il professore andava erborando per via e raccoglieva diligentemente entro una scatola le varie specie di licheni, di genziane, di felci, di dafni e d'altre piante della flora alpina, oppure frangeva qua e là con un piccolo martello la roccia, e riempiva di pietruzze una borsa ch'egli portava a tracolla. Poi la sera, in albergo, parlava di botanica e di geologia alla nipote, la quale, a forza di fargli da assistente nel suo laboratorio, aveva finito col prendere una leggera tintura scientifica, e lo ascoltava con attenzione benevola.

L'albergo ove alloggiavano i nostri amici era uno dei soliti che si trovano fra le Alpi, tozzo, massiccio, rettangolare, col tetto acuminato, sporgente per un metro e mezzo oltre la linea dei muri, con una ringhiera di legno che girava intorno al primo piano. Sul frontone della porta d'ingresso era appesa un'insegna con dipintovi a colori vivaci un quadrupede che dalla spiegazione scrittavi sotto a caratteri cubitali doveva essere un camoscio. Nell'interno le pareti foderate di legno, l'andito ingombro di scialli, di alpenstocks e di funi. In cucina un ampio focolare, protetto, covato quasi, da un'enorme cappa intorno a cui luccicavano i rami. Poco distante dal focolare una stufa monumentale, che aveva l'aspetto di un mausoleo. Nel salotto da pranzo una tavola oblunga, modestamente ma pulitamente apparecchiata, con sedie di paglia tutto all'ingiro. Anche qui la sua stufa; poi una credenza, e di fronte a questa una mensola con due o tre scaffali di libri, e specialmente di Guide delle Alpi e di romanzi inglesi dell'edizione di Tauchnitz. Appesi alle pareti un barometro, un termometro, una carta geografica della regione, alcune litografie senza valore e alcuni avvisi d'alberghi italiani, svizzeri, francesi; sopra un canterale un calamaio e l'album dei viaggiatori fitto di nomi, di osservazioni e anche di versi in più lingue.

Lo scorrere le pagine di quel libro era per la Gilda un gradevole passatempo, ed ella sorrideva una mattina leggendo le note di una signora di Londra, la quale nello stesso periodo manifestava il suo entusiasmo pel pesce del lago e il suo dolore per non avere trovato in quei siti un ministro anglicano, quando una riga più sotto ella vide un nome che le strappò un'esclamazione di stupore.

— Che c'è? — domandò il professore Romualdo, che tagliava le carte all'ultimo fascicolo d'una rivista scientifica, venuta a cercarlo lassù.

— Leggi qui — ella disse, porgendogli il libro. Egli lesse — Mario Albani, pittore.

— Mario, sai — proseguì la Gilda — il figlio del signor Gedeone, il mio antico compagno di giuochi; non può essere che lui. Quanti anni sono che non lo vedo!... Scommetto che non lo riconoscerei più...

— Probabilmente sarà già partito — interpose il professore, a cui questo nuovo personaggio destava una vaga inquietudine.

— No, no... guarda... dev'esser giunto oggi prima che noi scendessimo. C'è la data: 5 agosto.

— Ebbene, se ci sarà lo vedremo... Non è poi conveniente di affannarsi tanto per una persona che non ci riconoscerebbe nemmeno... Del resto, un ragazzo balzano che ha piantato la famiglia per fare il suo capriccio.

— Volevano che vendesse pepe e cannella, ed egli era artista nell'anima... Si capisce...

— Oh!... Artista!... Il solito passaporto dei cervelli malati... Basta — conchiuse il professore, che si accorgeva di essersi riscaldato troppo — ciò non ci riguarda.

Proprio in quel punto, un passo d'uomo si fece sentire nell'andito, e una voce maschia e melodiosa diede alcuni ordini in cucina. Indi entrò nel salotto un bel giovane alto, spigliato, con l'aquila del Club Alpino sul cappello. Aveva le chiome un po' lunghe, la barba nascente, la carnagione abbronzita. I suoi occhi espressivi s'incontrarono subito con quelli della Gilda ch'erano fissi sopra di lui. Anche il professore lo guardava con singolare attenzione.

Egli stette un momento sospeso, le sue guance si dipinsero di un vivo rossore, poi balbettò: — Ma?... Non m'inganno?... Il signor professor Grolli?... E la Gil... la signora Gilda?

— Oh signor Mario! — esclamò la giovinetta, con un sorriso che le illuminava tutta la fisonomia. — Mi ha ravvisata?

— No, veramente. Ho ravvisato il signor professore. E lei mi aveva riconosciuto?

— Nemmeno; ma sapevo ch'era qui... dal libro dei viaggiatori.

Il professor Romualdo, il quale, essendo il solo che non avesse punto cambiato aspetto da una diecina d'anni, aveva servito d'anello a questo riconoscimento, dovette far di necessità virtù, e stringere, quanto più cordialmente gli fu possibile, la mano del pittore.

I due giovani intanto non finivano di evocare i ricordi del passato.

— Si rammenta, signora Gilda, delle nostre scalate ai sacchi di caffè?

— Sì; e le sue cavalcate sui barili d'aringhe?

— E lo studio comparativo dei vari campioni?

— E quel famoso G A ch'ella dipinse sulla schiena della signora Dorotea?

— È viva la signora Dorotea?

— Oh sì... Un po' brontolona...

— Era tale anche allora... E quei suoi due gatti Mao e Meo?

— Quelli son morti.

— Ma! Chi direbbe che son corsi tanti anni da quel tempo?

— Se si potesse tornare indietro!

— No, signora Gilda, non lo pensi nemmeno.

— Oh, perchè?

— È troppo bella così.

Questo complimento a bruciapelo fece salire le fiamme al viso della giovinetta, che abbassò gli occhi e cercò di mutar discorso.

— Si trattiene qui un pezzo?

L'Albani rispose che aveva in animo di intraprendere l'ascensione d'una tra le cime meno conosciute della catena, ma che gli era forza aspettare il ritorno d'una guida impegnata per un paio di giorni con altri forastieri. Intanto si poteva fare insieme qualche gita agevole anche ai non alpinisti.

La Gilda applaudì di gran cuore alla proposta, il dottore Romualdo l'accolse invece con assai mediocre entusiasmo, ma la nipote non durò gran fatica a ribattere le sue obbiezioni. E invero, a che scopo eran venuti lì se non a quello di girare fra i monti? E che altro avevano fatto sino allora? Mario chiamò l'albergatore, e un po' consultandosi con lui, un po' esaminando la carta geografica, stabilì la via da percorrere il domani; poi, simile a un generale che determina in anticipazione il suo campo di battaglia, segnò col lapis rosso il luogo ove si sarebbe fatto sosta per desinare; infine ordinò egli stesso in cucina di approntare un buon pezzo d'arrosto da mettere nel carniere. L'oste lo ascoltava con la deferenza dovuta a un alpinista che era salito due volte sul Cervino.

Per quel giorno l'Albani non lasciò quasi mai il professore e la Gilda. Era cordiale, espansivo come chi fece un incontro inatteso e gradito, e parlava volentieri dei suoi disegni per l'avvenire, delle sue speranze, delle sue ambizioni. Si sentiva giovine, si sentiva forte, aveva l'anima piena di poesia, d'ideale, vedeva turbinarsi davanti agli occhi mille immagini che un dì o l'altro egli confidava di riprodur sulla tela. No, egli non aveva sortito l'indole dell'uomo d'affari, il suo ingegno non si era mai saputo acconciare alle discipline delle cifre; che avrebbe fatto nello scrittoio di suo padre? Da fanciullo in su aveva avuto un culto, un amore ardente, irresistibile; il culto, l'amore del bello. La bellezza gli faceva piegar le ginocchia, come cosa di cielo; e l'aveva cercata e la cercava per tutto, negli splendori dell'alba e del tramonto, nella nota d'una musica appassionata, nel fascino della poesia, nelle forme armoniose e nel sorriso della donna. La religione del bello era tutto per lui; beati i tempi in cui essa era l'ispiratrice dei popoli! Insomma egli era, egli voleva essere artista: lo lasciassero seguir la sua via; forse egli avrebbe presto o tardi toccato una meta non ingloriosa. Di quadri finora non ne aveva fatto che uno, venduto a Zurigo e accolto con benevolenza dai critici più severi. Ma si portava dietro un'infinità di studi, di schizzi, gettati giù alla buona sul primo pezzo di carta che gli cadeva sotto le mani. Erano tipi che egli aveva accarezzati nella fantasia, o che aveva incontrati realmente nel suo cammino; ricordi della vita, o ricordi del pensiero, ch'egli raccomandava alla carta, con un segno, con una data ch'era per lui un filo d'Arianna onde raccapezzarsi in quel labirinto. Nei libri che leggeva, e ne leggeva molti (poesie e romanzi per lo più), cercava soggetti di quadri; traduceva in linee i personaggi e le scene che l'autore aveva descritto a parole. In questi suoi disegni appena abbozzati era il germe delle sue opere venture; era il materiale greggio da cui egli sperava di sprigionare il metallo prezioso.

Tutte queste cose Mario Albani diceva al professore e alla Gilda, sciorinando davanti a loro quelli ch'egli chiamava i suoi scarabocchi e spiegando donde ne avesse tratto l'ispirazione. La sua parola era colorita, nervosa, e rivelava un giovane d'ingegno, un po' entusiastico forse, un po' troppo fiducioso di sè, ma nel quale c'era a ogni modo la stoffa d'un uomo non volgare.

Bisognava mettersi in moto la mattina all'alba, e quindi quella sera i nostri touristes si separarono presto, dopo aver preso un eccellente punch preparato da Mario, il quale, da buon alpinista, portava nel suo piccolo bagaglio una mezza dozzina di limoni e una bottiglia di cognac.

Quando il pittore fu nella stanza, egli si accorse ch'era muro a muro con la Gilda. Egli picchiò sulla parete e disse: — Signora Gilda, la sveglierò io domattina. — E diede altri due colpetti: — Mi sente? — Sì, sì.

La Gilda poteva soggiungere ch'ella non aveva punto sonno, e che probabilmente non avrebbe dormito in tutta la notte. E invero ella si ravvoltolava nelle coltri senza chiuder occhio, pensando a quel bizzarro incontro col suo antico compagno d'infanzia, là tra le solitudini alpine, a mille duecento metri sul livello del mare. Com'era mutato Mario! Ed era mutata anche lei, ed egli glielo aveva fatto intendere con tanta galanteria, quand'ella aveva espresso il desiderio di tornar bambina. — È troppo bella così — Queste parole le ronzavano gradevolmente all'orecchio. Ella sorrideva a fior di labbro; poi, per una rapida associazione d'idee, paragonava fra loro i tre uomini che le pareva di conoscer meglio nel mondo, lo zio Aldo, il capitano e Mario. Era possibile immaginarsi tre nature più diverse? Per l'uno la vita si chiudeva tutta nell'austerità degli studi, per l'altro essa significava il movimento, la lotta, il pericolo; pel terzo essa non aveva che uno scopo: la ricerca appassionata del bello. Chi dei tre aveva ragione? La Gilda non sapeva dirlo, ma l'istinto femminile l'avvertiva ch'ella esercitava un impero su quelle tre anime.

Nella camera attigua, ch'era quella del professore, si vedeva lume attraverso il buco della serratura.

— Sei desto ancora, zio Aldo? — chiese la Gilda.

Il chiamato balzò in sussulto. — Sì... Come lo sai?... Ho fatto romore?

— No, vedo chiaro.

— Leggevo... Ma tu perchè non dormi? Non ti senti bene forse?

C'era tanta tenerezza, c'era tanta ansietà nella voce del dottor Romualdo, che la giovinetta ne fu commossa. — Che idee! — ella rispose — sto benissimo... Oh! perchè spegni la candela?

— Perchè tu possa dormire.

— Povero zio Aldo! — pensò la Gilda — Come mi vuol bene!

Il professore aveva detto una piccola bugia. Egli non leggeva. Egli riandava nella mente le cose della giornata, e cercava d'indovinar l'avvenire. Che influenza avrebbe avuto sull'avvenire l'improvviso incontro della Gilda e di Mario? Nessun giovine aveva mai parlato alla Gilda con la confidenza di questo giovine; verso nessuno ella si era mostrata tanto espansiva. Che fosse giunto anche per lei il momento in cui l'amore anonimo prende forma e contorni? Che questo pittore entusiasta fosse l'uomo prescelto? Saprebbe egli amarla? Saprebbe renderla felice?

Mentre il professore Grolli si agitava in questi pensieri, le tempie gli martellavano e il cuore gli batteva con palpiti affrettati.