XVI.
Al professore s'era nella notte gonfiato il piede in conseguenza della storta riportata il giorno innanzi, ed egli aveva potuto a fatica trascinarsi dal letto fino ad una poltrona che si trovava accanto alla finestra. Non era nulla, ma bisognava stare almeno una settimana in riposo.
Il riposo del professore significava la prigionia della Gilda, la quale si sarebbe annoiata non poco della sua clausura, se Mario Albani non avesse voluto dare a lei e a suo zio una prova di vera amicizia col partecipare alla loro sorte. Com'era buono il signor Mario, com'era gentile!
La mattina per tempo egli veniva a chiedere le notizie del professore Romualdo, salutava attraverso la parete la Gilda che era ancora mezzo svestita nella sua camera, e poi se ne andava a girar pei monti con un libro, col suo album e la sua scatola di colori. Nell'uscir dall'albergo egli guardava la finestra della giovinetta, e i suoi occhi s'incontravano sovente in quelli di lei, ch'era presso al davanzale ravvolta nel suo accappatoio. Ella lo salutava con la mano e gli gridava: — A rivederci a mezzodì.
E a mezzodì in punto il pittore sedeva alla mensa dei due prigionieri. Sulla tavola, ch'era apparecchiata accanto alla poltrona dello scienziato, egli deponeva tutti i giorni alcuni fiori colti nella sua passeggiata mattutina, poscia, durante il pranzo, discorreva con la sua consueta vivacità d'arte, di letteratura, di viaggi, riuscendo qualche volta a richiamare un sorriso financo sulle labbra dell'austero professore.
Dopo il desinare, egli prendeva i suoi pennelli, piantava il suo cavalletto, e faceva seder la Gilda sopra una seggiola in mezzo alla camera tentando di ritrarne le sembianze sulla tela. Non aveva mai lavorato con maggior passione, con maggior impegno, con più ardente febbre d'artista. Pure i suoi entusiasmi erano interrotti da scoraggiamenti profondi, e in quegli istanti la sua pittura gli sembrava misera, fredda, e avrebbe voluto distruggerla. La Gilda gli leggeva negli occhi quei moti subitanei dell'anima e sorgeva con energia straordinaria a difendere un'opera ch'ella amava d'un amore singolare, quasi materno. Talora il professore era chiamato arbitro nella questione; egli doveva decidere se il ritratto prometteva di somigliare all'originale, o era invece uno sgorbio, una profanazione, come diceva Mario nei suoi accessi di pessimismo. E il professore, che in fatto d'arte se ne intendeva pochino, dava ragione alla nipote, ma con certi argomenti che non sarebbero stati i più acconci a persuadere l'artista, s'egli non fosse tornato da sè a più miti consigli.
Quelle sedute duravano circa tre ore. Per solito, alle quattro, Mario usciva di nuovo per tornar verso le sette. Durante la sua assenza, la Gilda adempiva coscienziosamente all'ufficio di segretario dello zio, scriveva per lui qualche lettera sotto dettatura, o gli ricopiava con la sua nitida calligrafia qualche articolo da mandare all'una o all'altra Rivista scientifica. Negli intervalli, ella trovava sempre la maniera di far cadere il discorso sull'Albani e sulla buona stella che lo aveva messo sul loro cammino. Oppure si fermava davanti al ritratto, che, nonostante le ubbie del pittore, procedeva rapidamente, e, diceva lei, avrebbe finito col dare scacco all'originale. Sì, ella voleva un gran bene a quella mezza figura di giovinetta ch'ella aveva visto emerger dal nulla, e pallida, scialba, disegnarsi appena sulla tela quasi fantasma fuggitivo sulla parete, e d'ora in ora, di minuto in minuto, acquistare il rilievo, il colore, la vita, il sorriso, come se avesse sangue, e muscoli, e nervi.
— Sono una vanerella — ella osservava talvolta. — Innamorarmi della mia immagine, come Narciso!
Ma era ella ben certa di non accusarsi a torto? Ammirando il proprio ritratto, ammirava forse sè stessa?
Tanto per spigrire le membra, ella scendeva ogni giorno a far quattro passi davanti all'albergo, non dilungandosene mai in modo che il professore non potesse dalla finestra vederla e parlarle. Fulmine, il vecchio cane di casa, che in quell'ora dormiva per solito attraverso la soglia, le si metteva a fianco con molta galanteria nelle sue passeggiate microscopiche, e sembrava disposto ad accompagnarla molto più in là, ovunque ella avesse voluto. Ordinariamente la Gilda restava fuori fino al ritorno di Mario. All'arrivo del pittore, i due giovani facevano un paio di giri insieme, poi salivano entrambi dal professor Romualdo.
L'ostessa serviva per le otto una cena frugale, il cui piatto più importante era una trota pescata in un laghetto a poche ore di cammino. Dopo cena si chiacchierava, si leggeva. Mario aveva trovato in salotto, fra gli altri libri, il primo volume delle poesie di Longfellow, e sapendo discretamente l'inglese, traduceva ad alta voce l'Evangelina; indi sbozzava col lapis alcune tra le scene di quel pietoso racconto. Qualche sera l'oste chiedeva licenza di prender parte alla conversazione, e insieme con lui veniva anche Fulmine, scodinzolando e fregandosi carezzevolmente intorno a Mario e alla Gilda. In queste solenni occasioni il signor Emanuele (che era l'oste) si permetteva di far sturare in onore dei suoi ospiti una bottiglia, di cui, pure in loro onore, egli beveva almeno i due terzi. Il vino però non lo rendeva espansivo; anzi condensava la sua eloquenza in certi ma! sonori che egli emetteva dal labbro a intervalli regolari di due o tre minuti. Poi lasciava cader la testa sul petto, chiudeva gli occhi, apriva la bocca e dormicchiava fino alle dieci, ora nella quale il professore voleva andare a letto, e Mario e la Gilda si ritiravano ciascuno nelle proprie stanze.
Questa distribuzione della giornata subiva lievi modificazioni quando il tempo, che non s'era mai rimesso al bello, era tale da non permettere a Mario d'uscire. Allora egli supplicava umilmente che gli si accordasse una più lunga ospitalità, e la Gilda, col piglio d'una castellana del medio evo, gli concedeva di rimanere. Nè certo il professore poteva mettere il suo veto alla onesta domanda.
Il ritratto volgeva al suo termine. All'ottava seduta, nell'ora in cui Mario soleva deporre i pennelli, egli disse alla Gilda: — Non vado via, sa, oggi... Ho una buona giornata e voglio finire... Rimanga al suo posto.... Pieghi un po' la testa verso sinistra... Così... sorrida...
— Dio mio!... Non faccio altro da una settimana.
— È vero, ma oggi soltanto mi par di cogliere la giusta espressione di quel suo sorriso... Ah sì, sì... ecco.
E il pittore, tiratosi due passi indietro, mirava con compiacenza l'opera sua. Il professore Romualdo, ch'era in via di guarigione e camminava senza difficoltà per la stanza, venne a collocarsi dietro a Mario e non potè a meno di esclamare: — Bravo! È parlante.
L'Albani si rimise tosto al lavoro. Il suo occhio scintillava, un fremito gli correva tutte le membra, la punta del suo piede batteva impaziente sul pavimento, mentre il suo pennello sicuro ora sfiorava, ora mordeva la tela, creando sul suo passaggio nuovi effetti d'ombra e di luce, spirando un soffio potente in quella bella testa di vergine.
Ancora un tocco, un altro, e poi Mario depose la sua tavolozza, si ravviò con la mano i capelli e disse: — Si alzi, signora Gilda; è finito.
Un grido d'ammirazione proruppe dal labbro della giovinetta quand'ella vide il ritratto compiuto. Ella ne aveva seguìto i progressi con fede incrollabile, ma la riuscita superava ogni sua aspettativa.
— Oh signor Mario, ha fatto miracoli oggi — ella soggiunse commossa. — E dire che se non ero io, avrebbe lacerato questa tela una mezza dozzina di volte...
— È stata la mia collaboratrice — egli rispose — Ha mantenuto il mio coraggio. Dovrò tutto a lei.
Ella chinò il volto confusa e sentì spuntarsi una lagrimetta sul ciglio. Scosse leggiadramente il capo, si rivolse al professore e continuò accennando al quadro: — Lo faremo mettere in una elegante cornice, in una cornice dorata, e poi lo collocheremo nella tua camera... al disopra della tua scrivania...; così lei, signor disprezzatore delle donne, non potrà alzare gli occhi dai suoi dottissimi libri senza vedere una donna, che, via, non è tanto brutta... Chi sa le belle ispirazioni che ti scenderanno da quella immagine!...
A questi discorsi il professore sentiva un peso, un'oppressione al cuore, di cui non sapeva rendersi conto. E intanto, per non rimaner muto affatto, egli rinnovava a Mario le sue congratulazioni. Erano del resto congratulazioni sincere, perchè i pregi singolari di quella mezza figura non potevano sfuggire nemmeno a lui, ed egli paragonava sospirando gli effetti rapidi, fulminei, ottenuti dall'arte, coi successi lenti, modesti, spesso ignorati, della scienza. In altri tempi questo confronto gli avrebbe fatto parer tanto più cari gli studi scientifici quanto minore è lo strepito che essi levano intorno a sè e il compenso ch'essi danno ai loro cultori. Oggi la sua fede vacillava; egli era tentato di chiedersi: — Perchè non nacqui artista anch'io?
— Ah! — riprese la giovinetta, mutando discorso con la solita infantile volubilità — Ho le membra intorpidite... Son rimasta seduta cinqu'ore.
— Dica pur sei — osservò l'Albani. — Si è cominciato al tocco, e sono quasi le sette.
— Ebbene — soggiunse la Gilda, rivoltasi allo zio — scendo a fare i miei quattro passi d'ogni giorno... Mi farà da cavaliere, non è vero, signor Mario? Le nostre colonne d'Ercole saranno quei soliti abeti laggiù... E tu, zio Aldo, potrai vigilare sopra di noi, come l'angelo custode... dall'alto.
Dopo l'uragano, era quello il primo giorno in cui il cielo si mostrava quasi interamente sereno. Spirava un'aria mite, annunziatrice di una rivincita dell'estate sull'autunno precoce; l'oste spianava la fronte corrugata e riapriva l'animo alla speranza vedendo che i due gemelli non fumavano più.
— Bel tempo! — disse il signor Emanuele a Mario e alla Gilda. — Bel tempo! — E si fregò le mani per la contentezza.
Il signor Emanuele se ne stava ritto davanti alla soglia dell'albergo. Vicino a lui c'erano due guide, un cacciatore di camosci, e una guardia daziaria. Fulmine, che scherzava un po' più lontano col cane del cacciatore, corse festosamente verso i due giovani. Il crocchio si divise per lasciarli passare.
— Sono fidanzati? — chiese la guardia daziaria.
— Ma! — rispose il laconico oste.
E una delle guide soggiunse: — Paion fatti l'uno per l'altra.
Il professore era alla finestra coi gomiti appoggiati al davanzale. La Gilda guardò in alto, sorrise allo zio, e lo salutò colla mano.
— Voglio raccontarle la storia di Van Dyck e di Miss Dolly Ruthwen — cominciò Mario.
— Oh bravo, racconti, racconti.
E la bellissima coppia si diresse verso la macchia d'abeti, ora preceduta, ora seguìta da Fulmine, che carolava sull'erba e prendeva fra i denti le pine cadute dagli alberi. Il professor Romualdo li accompagnava con lo sguardo.
Giunti al termine stabilito, Mario e la Gilda si avvicinarono di nuovo all'albergo.
— Sicuro — disse Mario, continuando la sua narrazione, — se Miss Dolly Ruthwen non avesse posato per lui, Van Dyck non avrebbe mai fatto uno dei suoi capolavori.
— E che avvenne poi? — domandò la ragazza.
— Fa bujo — gridò dalla finestra il professore.
— Un altro giro, un altro giro, e siamo con te.
Il sole era fuggito dalle cime dei monti, il breve crepuscolo cedeva il posto alla sera, e già le stelle cominciavano a tremolare nel firmamento. Il cappuccio di lana rossa della Gilda spiccò ancora per qualche istante tra il grigio uniforme di tutte le cose; poi il professor Romualdo non vide più che due ombre. E intanto Mario narrava alla Gilda come Miss Dolly Ruthwen fosse divenuta moglie dell'artista ch'ella aveva ispirato col suo bel viso. Il cane Fulmine, quasi a significare la sua approvazione al felice connubio, abbajò rumorosamente destando l'eco della valle, e i due giovani si misero anch'essi a gridare per celia: Gilda! Mario! L'eco rimandava confusi insieme i due nomi Mario! Gilda!
Lo scienziato non sapeva staccarsi dalla finestra. Egli seguiva con l'occhio il moversi di quelle ombre, egli tendeva l'orecchio a quei suoni. E indovinava l'amore. L'amore, che fino allora egli non aveva nè provato in sè, nè compreso negli altri, adesso gli passava rasente come un soffio infocato, gli turbava i sensi e lo spirito. Oh perchè aveva egli tanti anni addietro accolto il grave legato di una sorella con la quale non lo vincolava obbligo alcuno? E quando pure avesse voluto conservare ed accrescere il piccolo patrimonio della nipote; quando pure avesse voluto colmarla di benefizi, perchè tenerla sotto il suo tetto? Per sentirsi dire un giorno: — la tua parte è finita. Tutto l'affetto prodigato a questa creatura nel lungo periodo dell'infanzia e dell'adolescenza val meno del primo sorriso d'un ignoto che la rapirà alla sua casa? E a te che le hai fatto da padre, non resta altro che mettere il tuo visto sotto il passaporto che le servirà a varcar la tua soglia per non ricalcarla forse mai più? Senonchè, altri pensieri succedevano a questi nell'animo del professore. Egli non poteva a meno di confessare che se la Gilda gli aveva costato dei sacrifizi, egli ne aveva pure avuto un ricambio. Ella era stata docile, buona, le sue grazie schiette ed ingenue, la sua intelligenza vivace, il suo desiderio di apprendere avevano fruttato a lui soddisfazioni care e ineffabili. Non aveva ella aperto nuovi orizzonti alla sua mente, non aveva contribuito ad ingentilirgli il costume, a renderlo insomma migliore di quello ch'egli era una volta? E ora, di che cosa poteva incolparla? Di amare. Chi non ama nel mondo? Dacchè egli aveva spinto lo sguardo oltre le sue formule e le sue storte, di chi poteva dire: — Costui non ama, costui non ha mai amato? — Di sè... forse... No; la Gilda non aveva nulla da rimproverarsi. Egli piuttosto, egli che ne era il tutore, il secondo padre, aveva adempiuto alla parte sua? Che aveva fatto mentre il sottile veleno dell'amore s'infiltrava nelle vene della giovinetta? Egli non aveva nè provocato dal suo labbro una confidenza, nè chiesto a Mario Albani una spiegazione; aveva assistito con le braccia incrociate al crescere di una simpatia che forse non era più che un capriccio pel giovine artista, ma che certo aveva messo salde radici nell'anima della Gilda, e, delusa, le avrebbe turbata tutta la vita. Oh improvvido e inetto! Ed egli andava orgoglioso della sua scienza, egli che non aveva saputo fare ciò che sa ogni più umile persona del volgo a cui siano affidate le sorti d'una fanciulla!
Lo prese un'inquietudine affannosa, e gridò: — Gilda! Gilda! È tardi...
— Eccoci, eccoci — rispose la Gilda. E Fulmine, abbaiando, precedette all'albergo la coppia felice.
Quella sera Mario Albani si ritirò più presto del solito nella sua camera. Il professore, fattosi animo, trattenne la Gilda, e con voce che la commozione rendeva tremula: — Gilda — le disse — non mi nascondi nulla?
Ella abbassò gli occhi e arrossì.
— Ti ricordi — continuò il professore Romualdo — dei discorsi tenuti dal capitano Antonio l'ultima sera che egli passò con noi?... Guardami in viso... Quel momento che il capitano presagiva vicino, è venuto?
Ella abbandonò la sua testina sulla spalla dello zio, e bisbigliò tra un sorriso e una lagrima: — Mi pare di sì.
— La tua quiete è in pericolo, la mia fanciulla! — egli riprese, carezzandole con mano nervosa i capelli. — Oh il malaugurato accidente che c'imprigionò qui per tanti giorni!
— Sì, la cagione del nostro soggiorno fu invero molto spiacevole... Ma la prigionia non è stata una gran disgrazia.
— Gilda, Gilda, tu scherzi col fuoco... Perchè il signor Mario affine di passare il tempo ti fece il ritratto, perchè egli ti disse qualche galanteria...
— Quanto a questo — ella interruppe con vezzo infantile — prima di giudicare, aspetta un certo discorso che ti verrà fatto domattina...
— Dal signor Mario?
— Sicuro, da Mario, il quale si presenterà dal mio signor zio e tutore a chiedergli... insomma a fargli un discorso serio...
— Ma, Gilda, questo giovine si può dire che tu lo conosci appena.
— Oh zio Aldo, lo conosco fin da ragazzo.
— Sì, come un ragazzo sventato... E vorrebbe farsi una famiglia?
— Proprio vorrebbe questo....
— Senza uno stato?
— Aspetteremo che l'abbia.
— E suo padre?
— Oh! Egli non vede che per gli occhi di Mario.
— E fu ben compensato della sua cieca affezione! Poveri padri!
— No, no. Nè poveri padri, nè poveri zii — ella ripigliò con grazia... — Si vuol loro tanto bene... E poi noi conosciamo il fondo del loro pensiero meglio che non lo conoscano essi medesimi... Dio! Dio! Come leggo chiaro qui... qui, nel tuo cuore.
— Smetti, bimba — egli interruppe tra fastidito e turbato.
— Leggo in grandi caratteri — soggiunse ella senza badargli — queste parole esplicite e solenni: Desidero soltanto una cosa, che la Gilda sia felice... Non è vero, che so legger bene?
Un amaro sorriso sfiorò il labbro del professore, ma egli si ricompose subito. — Lasciami solo adesso, Gilda... te ne prego... ho bisogno di rimanere solo.
E appoggiando uno dei gomiti al bracciale della poltrona, nascose il volto nella palma della mano.
Ella accese lentamente la candela, s'avvicinò in punta di piedi allo zio e gli diede un bacio in fronte. Poi sguisciò via.
— È inutile che tu faccia il cattivo, zio Aldo.... Non ti credo.
E la giovinetta rientrò nella sua camera, e sciolse il volo alle sue gioconde fantasie d'innamorata.
Il professor Romualdo, appoggiato al suo bastone, si mise a passeggiar per la stanza. Giunto davanti al cavalletto dove era il ritratto della Gilda, egli sollevò il lino bianco che copriva quelle care sembianze, e stette a lungo immobile a contemplarle. Era quella la Gilda che sarebbe rimasta sempre con lui, che gli avrebbe sempre sorriso... L'altra... oh l'altra egli l'aveva perduta!