XXII.
Il professore Romualdo stava quella mattina rivedendo i suoi manoscritti che giacevano abbandonati da tanto tempo, e come succede a chi non è in vena di lavorare sul serio e pur vorrebbe poter dire a sè stesso che non è rimasto in ozio, collocava a posto le virgole dimenticate, arrotondava l'occhiello degli e e metteva i punti sugli i. Si può tuttavia giurare che la sua mente era assorta in altri pensieri ai quali non era certo estranea una persona la cui apparizione repentina ed inaspettata lo fece scattar dalla sedia.
— Tu, Gilda?... Alzata?... A quest'ora?... Che direbbe il medico?
— Oh! — ella rispose — bisogna ormai emanciparsi dal medico... Sto bene... Vedi come mi reggo da me...
— Stai bene e sei così pallida? — esclamò il professore con inquietudine. — Che hai?
— Nulla....
— Non dirlo... Hai gli occhi gonfi, Gilda, sei agitata... Questa tua visita mattutina non è certo senza una grave ragione.
— Voglio riprender le mie antiche abitudini — ella replicò, avvicinando una seggiola al tavolino — voglio esser la tua assistente, il tuo segretario come una volta... La pecorella smarrita ritorna all'ovile... ecco tutto.
Com'ella s'accorse che lo zio Aldo stentava a raccapezzare il senso delle sue parole, estrasse di tasca un foglio e glielo porse spiegato — Leggi.
Appuntò il gomito al ginocchio, fece con la mano sostegno al mento, e stette lì a capo chino senz'aprir bocca e senza batter palpebra. Pareva una figura scolpita nel marmo.
Il professore intanto aveva divorato l'arruffatissima lettera di Mario.
— Parte? Ti lascia? — egli gridò, appena l'ebbe finita. E balzò in piedi con impeto, schizzando fiamme dagli occhi.
Ella si scosse, sollevò la testa, e rivolgendo allo zio uno sguardo soave e amorevole: — Sono stata io — gli disse — egli non fece che ubbidirmi.
— Ubbidirti? — egli proruppe passando di sorpresa in sorpresa. — Gli hai imposto tu di partire?
Ella gli riferì il colloquio avuto con Mario il giorno innanzi. Il professore durò fatica a non interromperla cento volte.
— Non difenderlo, non iscusarlo — egli esclamò finalmente, misurando a lunghi passi la stanza. — Che amore era il suo?... Ha potuto sentirti parlare come gli parlavi, e non è caduto a' tuoi piedi, e non si pentì delle sue esitazioni e non rinnovò i suoi giuramenti? T'ha abbandonata, è fuggito perchè le tue guance sono men floride, perchè i tuoi occhi sono meno scintillanti d'un tempo? E tu gli perdoni, e gli perdoneranno tutti, e la sua vigliaccheria resterà impunita? Oh come intendo in questo momento il piacere della vendetta!... Come disprezzo questa scienza vantata che sfibra le virtù del braccio e dell'animo!... Come volentieri la darei tutta quanta per essere un forte, per colpire inesorabilmente colui che ti rende infelice!
— Mio cavaliere — rispose la giovinetta, atteggiando il labbro a un malinconico sorriso — non voglio che tu mi vendichi... Non c'è offesa da vendicare... Mario era pronto a sposarmi, fui io che gli resi la sua parola... S'egli mi avesse resistito, sarebbe stato un eroe, e non si può pretender dagli uomini che siano eroi... Forse è stato meglio così.
— Ma pur tu lo amavi?
— Oh sì... Quando credevo di poter essere una valida alleata del suo ingegno, uno strumento della sua gloria. Appena cominciai a dubitare che gli sarei stata d'impaccio, cominciai anche ad amarlo meno... Sono orgogliosa...
— Gilda!... E l'avvenire?
— Starò qui come sono stata finora; mi rimetterò a studiare... le donne brutte studiano... copierò i tuoi manoscritti, ti aiuterò nei tuoi esperimenti...
Egli le diede sulla voce. — Non parlarmi dei miei esperimenti... Il mio laboratorio io l'abborro... Voglio distruggerlo... O almeno voglio chiuderne l'uscio per sempre...
— Lo riapriremo insieme, zio Aldo — rispose la Gilda. — Rammento ancora le mattine che vi ho passate, a bocca aperta, tempestandoti d'interrogazioni, ammirando la vastità del tuo sapere, e la infinita pazienza che avevi con me... Povera cameretta! Da due anni la trascuravo e ne fui punita... Oh se si potesse tornare indietro di due anni!... Proviamo, zio Aldo.
— Se si potesse — egli ripetè, tentennando il capo con aria desolata. E soggiunse a mezza voce: — È un nodo che non si scioglie. — Indi si abbandonò sopra una sedia e si coprì il viso con le mani.
— Zio Aldo, tu mi nascondi qualche cosa — proruppe inquieta la Gilda. — I nostri guai non sono finiti?
— La fatalità ci perseguita, o fanciulla... Io vorrei pure che queste pareti ridivenissero per te il nido calmo e tranquillo della tua infanzia, vorrei poter dirti come una volta: Addormèntati fidente sulle mie ginocchia, appoggiati al mio braccio leale, lasciami esser tua guida nel campo della scienza... Ma no; un destino iniquo non lo permette; io sono un pazzo, io sono un malato.
— Se sei un malato, ti curerò — interruppe con dolcezza la giovinetta. — Non mi curasti tu per due mesi? Dovrei abbandonarti, se soffri?
— Eppure sarà necessario — egli esclamò, agitandosi sulla seggiola. E proseguì: — Non ho rimorsi... ho lottato... ho lottato tanto... Tutti gli argomenti che la ragione può suggerire io me li son detti... tutta l'energia d'un carattere avvezzo a vincer gli ostacoli, io l'ho spesa... e non è valso a nulla...
— Ma insomma, a che mirano le tue parole? Che vuoi fare di me?
— Pensiamo insieme, studiamo un modo...
— Non posso più viver sotto questo tetto come la tua pupilla, come la tua nipote, come la figlia dell'anima tua?
— Compiangimi, Gilda, non lo puoi.
— Come la tua sorella?... Vedi, i patimenti hanno in me affrettata l'età... Io posso esser la tua sorella.
— Non lo puoi, non lo puoi — replicò il professore con l'accento della disperazione.
Vi fu un istante di silenzio. Il dottor Romualdo teneva le mani intrecciate sulle ginocchia, lo sguardo immobile a terra. La Gilda, levatasi da sedere, gli si avvicinò lentamente. Un lieve rossore le tingeva le gote.
— Alza gli occhi — ella disse — fissami in viso. In questa casa dove non posso esser più nè pupilla, nè nipote, nè sorella, potrei almeno esser la compagna della tua vita, la tua sposa?
— Tu, Gilda? — esclamò lo scienziato con un grido che veniva dal cuore. — La mia sposa; L'hai detto? L'hai proprio detto, tu? L'hai detto sul serio? Non ti sei presa giuoco di me? Oh no! Il tuo volto onesto porta l'impronta della sincerità... Tu non vuoi uccidermi!
Egli le afferrò tutt'e due le mani e le tenne strette nelle sue.
— Zio Aldo — ella mormorò affettuosamente.
— Non chiamarmi più così... Chiamami Aldo... O piuttosto, no, sciocco ch'io sono... chiamami ancora zio Aldo... c'è tanta dolcezza in queste due parole pronunziate dalle tue labbra... Sentivo sempre dirmi professore, professore... e non ero che un professore arido, dotto, noioso...; tu mi dicesti zio e sono divenuto un uomo... Oh se la mia vita fosse cominciata da quando batte il mio cuore, io sarei ben giovine, o Gilda...
Egli s'interruppe un momento; poscia riprese con un sospiro: — Invece hai riflettuto che son vecchio, che ho diciannove anni più di te? Guarda la mia barba e i miei capelli segnati di bianco, guarda le rughe della mia fronte... La tua giovinezza è appassita per poco; essa risorgerà senza dubbio; ma la mia, oh la mia non torna mai più.
La Gilda scrollò il capo. — Tu mi porti un cuore che non ha amato altra donna che me...
— Nessun'altra, nessun'altra — egli esclamò con enfasi.
— Lo vedi — ella rispose. — Il tuo cuore almeno è più giovine del mio — Abbassò gli occhi e soggiunse arrossendo: — E da quando... da quanto tempo mi ami?
— Lo so io forse? Fu nel giorno in cui lessi sulla tua fronte ch'era finita per te l'infanzia gioconda; fu prima, fu dopo? Lo ignoro. Sentivo il mio affetto trasformarsi a grado a grado, ma non sarei riuscito a dire a me stesso che cosa provavo... Non avevo mai amato... Ti cercavo e ti sfuggivo... Avevo un immenso desiderio e una paura immensa delle tue carezze... Nelle mie notti insonni la tua immagine mi appariva fra le tenebre... Nel giorno il fruscìo della tua veste, il suono della tua voce turbava le mie meditazioni. Mi sembrava qualche volta che non avrei avuto pace finchè tu non avessi abbandonato la mia casa, e talora mi sembrava invece che senza di te non avrei potuto vivere... Eppure era amore?... Non lo so, non lo so... Ma quando tu amasti un altro, oh allora sì m'accorsi che veramente t'amavo...
— Poveretto! Che strazio deve essere stato il tuo! E hai sofferto in silenzio?
— E potevo parlare? Eri bella come un angiolo, tutte le grazie della gioventù ti fiorivano in viso; eri innamorata di un uomo bello e giovine anche esso... parevate nati uno per l'altro... La vostra passione era così ragionevole, la mia così strana, così assurda! Parlare?... Darti un dolore, insidiare la tua felicità, io che t'adoravo?... Un giorno solo fui per tradirmi... oh quel giorno avrei voluto morire...
— Che rivelazione fu per me quella! — esclamò la Gilda.
— Te n'eri accorta?
— Sì... Ero venuta ad annunziarti il prossimo arrivo di Mario... Si dovevano prendere i concerti per le nozze...
— Che pensasti di me, Gilda?
— Piansi tanto...; che non avrei fatto per consolarti? Tu ti sei chiuso nella tua camera, nel tuo laboratorio... La mattina dopo...
— Taci — egli interruppe — a pensarci mi corre un gelo per l'ossa... Più tardi io vegliavo al tuo letto... Avevi gli occhi bendati, eri tutta una piaga... Il tuo respiro era un rantolo, la tua voce era un gemito... I medici ti davano quasi per ispacciata; io volevo salvarti a ogni costo...
— E mi salvasti.
— Sì, ma la mia ferita si faceva più larga e profonda. Dal tuo alito infocato, dal tocco delle tue mani ardenti per la febbre, io aspiravo l'amore... E non avevo speranze, e non avevo altro desiderio che quello d'espiare un minuto d'oblìo... Non era per me ch'io ti conservavo in vita, era per l'uomo a cui tu avevi giurato la tua fede. Spesso mi pareva ch'egli non t'amasse abbastanza e me ne sdegnavo; ma pure (lo crederesti?) sentivo una specie d'orgoglio all'idea che il mio amore ignorato fosse più forte del suo... Accarezzavo col pensiero la mia infinita miseria. Quando non s'ha più che il dolore, si vuole almeno che il dolore sia grande... Intanto m'abbandonavo a occhi chiusi alla corrente, aspettando da un momento all'altro che tu mi fossi tolta per sempre... Ma no; tu non mi sei tolta, tu rimani; e io mi domando ancora se tutto ciò non è un sogno, mi domando se sono ben desto... Gilda, Gilda, sei tu sicura di non ubbidire a un impeto subitaneo, di non cedere a un movimento di pietà verso di me, di dispetto verso un altro?... Se ti pentissi domani! Se Mario tornasse!
— Uomo di poca fede!... Non è un capriccio il mio, non è un desiderio di vendetta... Quante volte, in mezzo ai patimenti di questi ultimi mesi, io confrontavo in silenzio l'amor tuo con quello dell'uomo che avrebbe dovuto sposarmi!... Quante volte, se eravate entrambi accanto al mio letto, io studiavo l'espressione diversa dei vostri volti; nel tuo una tenerezza infinita, in quello di Mario un tedio profondo! E dicevo: Mario amava la mia bellezza che è svanita; lo zio Aldo mi ama qual sono, mi ama forse di più dacchè cessai di esser bella...
— E vero, è vero...
— Dicevo: Mario non è un triste, non è un vile; egli terrà la sua parola, ma io avrò il rimorso di aver fatto una vittima... E così il mio cuore s'allontanava a mano a mano da lui e s'avvicinava a te... a te ch'eri stato la mia provvidenza, a te cui speravo di poter dar qualche gioia. Oh Mario non tornerà; egli è troppo lieto della libertà che gli è resa; egli insegue il suo ideale d'artista, va dove lo chiama la sua anima appassionata del bello... Se tornasse...
— Ebbene? Che faresti?
— Ebbene? Farei... così — ella gridò gettandoglisi fra le braccia — e ti direi: Son la tua sposa difendimi... Mi crederesti allora?
— Ti credo, ti credo — proruppe il dottor Romualdo, stringendo al seno con impeto quel capo diletto. E mentre la copriva di baci, mormorava:
— Oh Gilda!... Amor mio!
— Non ci odii dunque più, noi povere donne? — ella chiese con malizia.
— Adoro te — egli rispose — ecco quello ch'io so.