IV.
Egli riprese il suo cammino e cercò pace lontano dagli uomini. Ma anche nel suo romitaggio lo seguiva la tristezza delle cose vedute, lo tormentavano i foschi presagi dell'avvenire. Fino a quando sarebb'egli potuto rimanere lassù? Già le falde del colle erano coperte dai tuguri degli operai lavoranti in una vicina miniera; e simile a un mostro che spinge innanzi i suoi tentacoli, il villaggio saliva, saliva su per la china, abbattendo gli alberi per farne legna, usurpando il verde dei prati. Nei silenzi della notte il Poeta, tendendo l'orecchio, udiva un romore sordo e confuso, come di voci sommesse, come di passi striscianti; e, aguzzando gli occhi, mirava verso la valle una fila di piccoli punti luminosi moventisi con la gravità sinistra di un corteo funebre. Erano le squadre dei minatori che s'avviavano, con le loro lanterne accese, a dare il cambio ai compagni. Per dodici ore sarebbero scomparsi nella muta voragine; insaccati in luride vesti, si sarebbero trascinati carponi nelle gallerie basse, umide, anguste, avrebbero respirato vapori mefitici, avrebbero col martello e il piccone aperto nel seno della terra nuove insanabili ferite, ahi, ben diverse da quelle che v'apre alla superficie l'aratro, e che le rugiade aspergono e il sole rimargina.
Una infinita pietà vinceva il cuor del Poeta al pensiero dei miseri condannati a sì aspre torture; lo vinceva un vano desiderio di soccorrerli e consolarli. Ma i petti di quegli infelici erano chiusi alla simpatia; perfino i fanciulli parevano aver succhiato l'odio col latte. Chiamati non rispondevano, accarezzati fuggivano. Non c'era un lampo di tenerezza nei loro sguardi, non canti, non sorrisi sulle loro labbra.
E il Poeta rievocava i bambini de' suoi tempi, dei tempi in cui si moriva. Li rivedeva con la fantasia, vispi e giocondi tra le farfalle ed i fiori; fiori viventi anch'essi e farfalle; sentiva le loro voci argentine, le loro risate squillanti, sentiva il tepore umido dei loro baci.... Se ne ricordava anche di morti, con la bionda testina sprofondata tra i pallidi giacinti che le madri avevan reciso per loro, con le bianche manine intrecciate, con un'espressione sì calma e serena da dar l'illusione del sonno. Beati, beati quei morti in confronto dei vivi, che, lividi spettri, gli si aggiravano intorno!
Allora egli comprendeva qual dono funesto avessero i Numi fatto all'Isola sua sottraendone gli abitanti alla legge universale della morte. Allora egli meditava sull'inanità del suo genio che non l'aveva reso più veggente dei suoi compaesani, che anzi gli aveva suggerita l'amara ironia di ribattezzar l'Isola col nome di fortunata.
Come le condizioni andassero sempre aggravandosene glielo dicevano gli amici venienti di tratto in tratto a lui per consiglio. Dopo la salutare resipiscenza dovuta alla sua parola eloquente si erano inaspriti di nuovo i livori, eran tornati a galla gli efferati propositi. Ispidi tribuni correvano le piazze rinfocolando l'ire appena sopite. — Stolti — essi urlavano — che vi siete lasciati abbindolare dalle frasi altosonanti d'un retore! Non vedete un pericolo in ogni giorno, in ogni ora che passa così? Non vedete crescere a mano a mano questa schiera di gente che poco o nulla produce e si fa nutrire da noi? Non capite che, se tardate a schiacciarla, essa vi schiaccierà col solo suo peso? Rompete gl'indugi, compite l'opera risanatrice prima che sia troppo tardi, nè badate a coloro i quali, per intimidirvi, vi pronosticano che subirete domani la condanna che oggi infliggete agli altri. Sfollando l'Isola, rendendovi tollerabile la vita, voi vi assicurate molti anni di tranquillità, permettete lo studio, agevolate forse la soluzione pacifica dei problemi affannosi che ci tormentano.
Questi discorsi riferivano gli amici al Poeta, e ne pigliavano argomento per sollecitare il suo appoggio ai segreti loro disegni. Non avevano essi, per confessione degli stessi avversari, la forza del numero? Le loro file non erano ingrossate tacitamente da tutti quelli che leggi inique spogliavano degli averi, dell'autorità, degli uffici, non per provata inettitudine, ma per dare il posto agli ultimi arrivati? Fine dunque alle paure codarde; nessuna provocazione per ora, nessun dispregio superbo di quel grande alleato ch'era il tempo; ma l'atteggiamento virile, ma la preparazione tenace di chi è risoluto a difendersi. Voleva il Poeta, nel dì della lotta, essere il duce de' suoi?
— La lotta ch'io potevo combattere — egli rispose — la ho combattuta; la combatterei ancora se mi restasse la benchè minima speranza di vincere; ma non accadrà mai ch'io partecipi a una guerra civile. Come non sentite che il trionfo sarebbe assai più doloroso della disfatta? Sarà atto sacrilego lo strappare i vecchi dalla terra che li vide nascere; ma se noi riuscissimo a cacciar dall'Isola i giovani, pensate?... Un cimitero sarebbe men triste.
— Sicchè tu rifiuti?
— Rifiuto.
— E speri clemenza dagli avversari comuni?
— Nè la spero, nè l'accetterei.... Il vostro destino sarà il mio, ecco quello ch'io posso promettervi.
Pronunciate tali parole con l'accento di chi ha preso una decisione incrollabile, il Poeta licenziò i suoi belligeri amici che s'allontanarono commiserandolo. “È un ideologo impenitente. Lasciamolo sognare„.
Più solo, più abbandonato che mai egli rimase sulla sua rupe. Talvolta egli chiedeva a sè medesimo perchè si ostinasse a vivere, perchè non seguisse l'esempio di altri coetanei suoi ch'erano spariti in silenzio. O forse la sua anima vibrava sempre all'unissono con l'anima delle cose e non sapeva rinunciare alle visioni incantatrici del bello, e trovava in esse un compenso a tutti i disinganni, a tutti i dolori? O, memore dell'ultime parole scambiate con Risorta, sperava ch'ella tornasse a cercarlo?
Frattanto gli avvenimenti precipitavano, e un seguito di cattivi raccolti dava il tracollo alla bilancia. Stanchi di sofferenze che la morte non veniva a troncare, gli abitanti dell'Isola si sollevarono in preda a un cieco furore, a una cieca smania di distruzione. In ogni uomo si svegliava la belva. Nelle menti annebbiate, nei cuori induriti sornuotava un'unica idea: che si era in troppi, che, a qualunque costo, bisognava far largo intorno a sè. Era come in una folla minacciata d'asfissia quando ciascuno urta, spinge, calpesta, schiaccia, stritola senza misericordia il vicino. E come nella folla si smarrisce il lume della ragione e par si cerchi il modo di render la catastrofe più irreparabile, così succedeva a quei disgraziati isolani. Si devastavano i campi già scarsi di messi, si saccheggiavano i fondaci, si atterravano gli opifici. Non si lavorava, non si produceva. Al regime patriarcale d'un tempo era successa una selvaggia anarchia. Spezzati i vincoli della disciplina, infranti i legami del sangue, muta la voce dell'affetto, spenta la dolcezza delle memorie. Orde selvaggie si scagliavano l'une sull'altre; le più forti mettevano in catene le più deboli; le trascinavano a bordo di barche preparate a riceverle, le spedivano sotto buona custodia in qualche isola deserta, su qualche scoglio perduto nel mare. Dalla spiaggia, una turba briaca salutava con urli di gioia la partenza dei lugubri navigli; li seguiva cogli occhi nel loro cammino, li vedeva dileguarsi nell'orizzonte. Entro tre o quattro giorni i navigli tornavano sbarazzati del loro carico doloroso, riportando solo i feroci aguzzini, cinicamente narranti le proprie gesta. Più tragica di tutte, una storia correva di bocca in bocca, aveva la virtù di far fremere e rabbrividire chi l'ascoltava. In una notte buia, a poca distanza dal lido, entro la zona ove non allignava la morte, i prigionieri s'eran ribellati, avevano tentato soverchiare i guardiani. Ma, domata senza difficoltà la sommossa, i riottosi erano stati gettati spietatamente nel mare, e tratti al fondo dal peso della palla di piombo che si trascinavano dietro. Una strana agitazione del mare nel punto ov'essi erano sommersi, un continuo formarsi e sciogliersi di bolle nei momenti in cui l'acqua d'intorno era più quieta lasciava supporre che l'abisso li tenesse ancor vivi, vivi chi sa fino a quando, dannati chi sa a che atroce martirio.... Nessuna barca osava passare di là; quel punto si mostrava a dito di lontano come il punto maledetto.
Il Poeta ebbe piuttosto il presentimento che la notizia dei nuovi orrori che funestavano la sua Isola, e già lo rimordeva il pensiero di non esser co' suoi fratelli in quei supremi frangenti. Ma una notte egli vide tal cosa che troncò le sue esitazioni. Gonfia come una tumida vela, una gran nuvola rossa copriva il cielo dalla parte ove sorgeva la città, e ora prendeva una tinta più viva, più intensa, quasi vi affluisse un'ondata di sangue, ora, scolorandosi a un tratto, si costellava di faville innumerevoli che s'intrecciavano e ricadevano a guisa dei mille getti d'un'enorme fontana luminosa. Non era un'aurora boreale; non era alcun altro fenomeno della natura; era la città che bruciava, forse per mano dei propri figli. A tanto strazio il destino serbava l'Isola fortunata!
Per l'ultima volta (egli sapeva bene ch'era per l'ultima volta) il Poeta disse addio alla capanna ch'era stata la muta confidente delle sue pene, e s'avviò a bassa fronte dove lo chiamava quella luce sinistra. Ma non aveva fatto cento passi che, alla svolta d'un sentiero, gli si levò incontro un'ombra tutta bianca.
— Arresta. Ove vai?
Egli trasalì.
— Ancora tu, Risorta?
— Io stessa.... Oggi non puoi, non devi respingermi.
— Ma che cosa desideri?
— Fuggire, fuggire insieme.... La città è in fiamme.... L'Isola è tutta quanta una bolgia infernale.
— Ebbene, Risorta, salvati tu.... Nasconditi nella mia capanna fin che il turbine infuria.... Io sono un uomo.... io non ho il diritto di abbandonare oggi quelli che mi furono cari, quelli che in altri tempi credettero in me.... Lascia ch'io mi mescoli a loro, ch'io tenti ridurli a più miti consigli.
— Fanciullo!... Ma tu non sai, tu non immagini!...
E con le pupille dilatate dal terrore, Risorta narrò al suo Poeta le scene ond'era stata testimone, gli dipinse l'abbrutimento della popolazione, gli tolse ogni speranza di farsi ascoltare, di farsi intendere da quella massa confusa che non aveva nulla di umano.... Vistolo turbato dalle sue parole, ella ripetè, fissandogli in volto i grandi occhi affascinatori:
— Fuggiamo, fuggiamo!
Egli atteggiò le labbra a un amaro sorriso.
— Tu vuoi vivere, tu vuoi amare, e cerchi me per compagno!
— Voglio morire! — ella proruppe con enfasi. — E per questo ti cerco!... Sono stanca, o mio Poeta, ho vuotato sino alla feccia il calice dell'amore, e una sola dolcezza me n'è rimasta, la memoria degli anni trascorsi al tuo fianco.
Si coperse il viso con le mani e borbottò fra i denti: — Dopo non ebbi che miserie e vergogne.
Una folata d'aria calda li involse, la nuvola rossa s'allargava sul loro capo.
— Fuggiamo, fuggiamo! — insistè affannosamente Risorta. E disse com'ell'avesse tutto approntato per questa fuga, come un leggero canotto li attendesse in un'insenatura della spiaggia, come in quel canotto sarebbero montati loro due soli, e sarebbero andati lontano lontano, di là dalla linea fatale.
— Vieni dunque.... vieni!... Di là c'è la liberazione, c'è la morte.... Di qua c'è l'inferno, c'è la follìa.
Egli non si oppose più; la seguì. Lasciarono da parte il villaggio, disertato da' suoi abitanti; la miniera, muta come una tomba; scesero nella valle, salirono un altro monte che si calava quasi a piombo sul mare. Risorta disse:
— Laggiù in fondo è la nostra barca!
— E come arriveremo laggiù? — chiese il Poeta.
— Fidati di me. Ti reggerò nei passi difficili.... Avevi il piede così sicuro una volta.
— Oh, una volta! — egli sospirò.
— Triste privilegio ci han concesso gli Dei, — soggiunse Risorta. — Non la vita soltanto; la giovinezza bisognava rendere eterna.
— No, — egli rispose. — Nemmeno l'eternità della giovinezza ci avrebbe dato la forza di tollerare l'eternità della vita.
Ella tacque, studiando con l'occhio la via da tenere.
— Di qua, — ella disse finalmente. — Dammi la mano.
Senz'aprir bocca, illuminati dal bagliore purpureo del cielo, si avventurarono per la china precipitosa. Quando furono al basso spuntava già l'alba.
La barca era nascosta fra un gruppo d'arbusti che bagnavano i rami nell'acqua. Risorta vi entrò con un salto e aiutò il Poeta ad entrarvi.
— Siedi al timone. Io prenderò i remi.
Ella puntò uno dei remi sul fondo e si spinse al largo.
— Il mare si ritira. Non abbiamo che da seguir la corrente.
— Come sei agile sempre e robusta! — notò il Poeta con accento d'invidia. — Ti lagni che la giovinezza finisca; vedi che per te essa non è ancora finita.
— Oh, s'è finita! — ribattè energicamente Risorta.
Dalla spiaggia veniva un acre odore d'arsiccio, veniva, or più or meno intenso, un rumore confuso, simile al rombo di temporale lontano. Dietro il fumo che strisciava greve sull'acqua, i contorni dell'Isola si discernevano appena; nel biancheggiar dell'aurora che faceva impallidire le fiamme l'incendio aveva perduto la sua imponente grandiosità; tutto quanto assumeva il color della cenere.
— Voga, voga — supplicava il Poeta, anelante alla luce.
Seduta di fronte a lui ella vogava nè frettolosa troppo nè lenta, con vece alterna protendendo innanzi il busto e arrovesciandolo indietro nel ritmico abbassarsi ed alzarsi dei remi; libera nell'ampia, candidissima tunica, la bella persona s'atteggiava a suprema armonia; nella sana fatica i vivi occhi brinavano, le guancie si tingevano d'un roseo incarnato.
Ed ecco il sole disperder la nebbia ed il fumo; ecco apparir nitido il cielo e limpido il mare. E sul mare erravano altre barche, cariche d'altri fuggiaschi, dibattentisi, urlanti, gesticolanti a guisa di forsennati. Ma un'idea sembrava esser ben chiara, ben ferma nelle menti ottenebrate e sconvolte; quella di resistere alla corrente che li avrebbe portati più in là di dove volevano andare. Una unica barca non resisteva; svelta, rapida, diritta, essa guizzava sull'onde come uno strale che sa la sua meta.
Poichè quell'unica barca non ebbe intorno a sè e sopra di sè che il mare ed il cielo, e l'Isola non fu che una nuvola grigia sull'orizzonte, il Poeta disse:
— Fermati, Risorta. Sento che basta. Avvicinati. Ho freddo.
Ella ritirò dall'acqua i remi stillanti e si accostò a lui che l'aveva chiamata.
— Come sei gelato, come sei pallido! — ella esclamò prendendogli le mani.
— Le mie pupille si velano, il sole si offusca ai miei sguardi. Ma te vedo ancora, o Risorta.... Più presso, più presso.
Ora ella gli si era inginocchiata ai piedi, ed egli ravvolgeva le ceree dita sottili nei biondi capelli di lei.
— Sei pur bella. Risorta.
Ella scosse la testa, e i biondi capelli si sciolsero, ricaddero in massa giù per le spalle.
— Ricordi?
Tutto egli ricordava: gli anni dell'attesa, gli anni dell'amore, gli anni dell'abbandono; ricordava le grazie ineffabili della bambina, le seduzioni irresistibili della donna, le carezze inebbrianti, le parole soavi; e poi.... e poi l'addio secco e crudele.... Ma ell'era tornata, e questo pensiero toglieva ogni acerbità alla memoria dell'abbandono e del tradimento.
— Il primo giorno che ti ho vista, — sussurrò il Poeta come in un soffio, — era un giorno di gioia e ho cantato la vita; oggi vorrei cantare la morte, la morte buona e pietosa.... È dolce morire così.
Ancora una volta i suoi polmoni aspirarono l'aria salubre, ancora una volta i suoi occhi cercarono fermar le immagini fuggitive; indi la testa gli ripiombò inerte sul petto.
— Poeta mio! — gridò Risorta gettandoglisi addosso e avvincendolo delle sue braccia.
Nei movimenti incomposti il leggero canotto piegò tutto da un lato; i due corpi stretti insieme precipitarono nel mare e disparvero.