NELLE VACANZE DI SUA ECCELLENZA

Sua Eccellenza l'onorevole Tito Cervara, sfuggendo per miracolo alla vigilanza dei subalterni ossequiosi, degli amici zelanti, dei sollecitatori molesti, s'era fatto condurre in vettura chiusa di piazza al principio del viale d'ippocastani, fuori d'una delle porte della cittadina universitaria ove trent'anni addietro egli aveva compito i suoi studi e ove adesso era andato a passare i due ultimi giorni delle sue vacanze ministeriali. Vacanze così per dire, giacchè in meno di tre settimane Sua Eccellenza aveva dovuto pronunziare un paio di discorsi politici, assistere a sette banchetti e rispondere ad altrettanti brindisi, accordare ventiquattro colloqui, intervenire a sei cerimonie inaugurali, accettare dieci presidenze onorarie, promettere duecentocinquanta chilometri di ferrovia, trenta croci di cavaliere, nove ufficialati e cinque commende. Forse il pensiero di questi impegni assunti troppo leggermente gli toglieva di gustare, com'egli aveva sperato, la passeggiata solitaria lungo il bel viale pieno per lui di tanti ricordi della giovinezza.

Quante volte, nelle limpide mattine d'estate, all'avvicinarsi degli esami, egli era venuto qui insieme con uno o due condiscepoli a ripassare i suoi quaderni; quante volte c'era tornato al crepuscolo in compagnia degli amici ilari e rumorosi, cantando gaie canzoni, recitando poesie, disturbando colle grida e col chiasso i pacifici borghesi usciti a prendere il fresco a piedi o in carrozza! E anche nella quiete silenziosa delle sere senza luna egli aveva sovente percorso quel viale a fianco di qualche facile bellezza che nè chiedeva nè offriva perennità d'affetto, ma in quello sbocciar della vita lo attirava col fascino e con le insidie dell'eterno femminino.

Erano passati trent'anni da allora; gl'ippocastani erano sempre gli stessi; trent'autunni li avevano sfrondati, trenta primavere li avevano rivestiti di nuove foglie senza scemar vigore alla loro robusta vecchiezza; ma quelli che trent'anni addietro s'eran riposati alla loro ombra, avevano inciso le proprie iniziali sul loro tronco, avevano raccolto il frutto selvatico caduto dai loro rami, dov'erano adesso?.. L'antico studente diventato ministro poteva ben ripetere col personaggio della Sonnambula

Cari luoghi, io vi trovai,

Ma quei dì non trovo più.

Due carri di fieno tirati da buoi procedevano lentamente verso la città; in senso opposto venivano una timonella e due biciclette, una delle quali, non avendo altra strada libera, invase il sentiero dei pedoni e rasentò le gambe di Sua Eccellenza, che piegò istintivamente a sinistra, verso una panca di pietra ove stava seduto un uomo di età matura con un giornale in mano. L'uomo, d'aspetto civile, indossava un vestito di lana color pepe e sale, aveva un cappello a cencio sotto cui spuntavano i riccioli d'una chioma brizzolata, e teneva stretto fra le ginocchia un ombrellone blù, da parroco di campagna. Al movimento fatto da Cervara per scansarsi dalla bicicletta, egli alzò gli occhi, si turbò, e, come seccato dell'incontro, tornò a sprofondarsi nel suo giornale.

Ma anche gli occhi del Ministro s'eran fissati sul lettore solitario, ne avevano in un lampo scrutato la fisonomia e correndo a ritroso del tempo avevano rievocato l'immagine d'un giovine di ventidue o ventitrè anni, bello della persona, mediocre d'ingegno, gentile d'animo, ardito, entusiasta, un misto di poeta e di sognatore.

E dalla bocca, quasi inconsapevole, di Sua Eccellenza uscì un nome: — Varesio!

Ecco, quantunque gl'intrighi della politica, la caccia agli onori, l'abitudine del potere non avessero interamente guastato il cuore a Tito Cervara, è da scommettere che, in condizioni ordinarie, egli, pure imbattendosi in Varesio, non avrebbe fatto un passo verso il vecchio camerata, il quale mostrava in modo manifesto di voler schivarlo. Sarebbe accaduto a lui quello che, pur troppo, accade in generale a noi tutti, allorchè queste larve d'un passato remoto sorgono d'improvviso in mezzo alla nostra vita febbrile e spesso affaccendata in minuzie. Pensando alla seduta ove siamo attesi, al caffè che siamo avvezzi a sorseggiare, alla visita che ci siamo impegnati a fare in quell'ora, noi siamo lieti se ci riesce di sgattaiolar via inavvertiti, o di cavarcela con un cenno del capo o un buon dì frettoloso.

Ma Sua Eccellenza era in speciali disposizioni d'animo; il suo camerata gli appariva in un momento nel quale tutto l'esser suo era attirato da una forza irresistibile verso la giovinezza, verso gli anni di bagordi e di studi, e nella sua bella voce baritonale c'era un calore comunicativo quand'egli si fermò sui due piedi e ripetè il nome pronunziato pur dianzi: — Varesio!

Poichè ormai non c'era più scampo, costui si levò da sedere, rosso, confuso e si portò la mano al cappello.

— Bando alle cerimonie, — disse Cervara arrestandogli il braccio. — Mi riconosci?

— Sfido io a non conoscere il signor Ministro, — balbettò Varesio.

— Per amor del cielo, lascia stare il signore e il Ministro. Qui non sono che Cervara, Tito Cervara, il tuo condiscepolo d'Università.... Via, dammi un bacio.

L'altro, sebben riluttante, cedette; quindi, abbozzato un sorriso, esclamò: — Quanti anni!

— È meglio non contarli.

Però Varesio fece un calcolo mentale e soggiunse: — Sicuro, dacchè abbiamo preso la laurea insieme ne son corsi trenta.

— Ci siamo visti ancora.

— Sì, a Milano dopo la guerra.

— Indossavi la camicia rossa, avevi combattuto valorosamente, e come t'ho invidiato in quei giorni, io ch'ero dovuto rimanere a casa!... Circostanze....

— È sempre un quarto di secolo che non ci si vede, o almeno che non ci si parla, — osservò Varesio.

— Giuro ch'io non t'ho visto.

— È naturale; gli uomini illustri non vedono gli uomini oscuri, ma questi possono veder quelli.

— Smetti l'ironia. Perchè non mi hai cercato?

— Scusa, — replicò Varesio, — in ogni caso eri tu che dovevi cercar me.

Cervara fece un gesto di meraviglia. Non era abituato a sentirsi parlare con tanta libertà.

— S'intende, — continuò l'amico. — Tu fosti presto un personaggio d'alto affare; cercandoti, avrei fatto credere che volevo implorar grazie e favori.

— Sempre orgoglioso, — notò il Ministro. — Ciò non toglie che tu abbia ragione; dovevo cercarti io.... Cosa vuoi? Non è che non si ricordi; gli è che noi uomini politici siamo trascinati in una baraonda. A ogni modo, ti dò la mia parola d'onore ch'io ignoravo che tu fossi stabilito qui.... Da studente avevi la tua cameretta, come me, e nelle vacanze andavi in famiglia.

— Sì, — rispose Varesio, — andavo in campagna.... a una trentina di chilometri.... Siamo rustica progenie.... Quando son rimasto solo, ho venduto quel po' di terra che avevo e mi son fatto cittadino.

— Sei solo?

— Solo.

— Non hai preso moglie?

— Son vedovo.

— Da un pezzo?

— Da quindici anni.

— Oh poveretto!... E figliuoli?

— Ne avevo due, e son morti bambini.

Varesio scosse la testa e disse al Ministro che lo commiserava: — Vedi bene, non vivo, sopravvivo.... Basta.... E tu sei sempre scapolo?

— Sì, e me ne pento.

— Avresti tempo ancora.

— Ah nemmen per idea.... È troppo tardi.

— Non c'è dubbio, se si trattasse di sposare una giovinetta, — principiò Varesio. Ma s'interruppe per guardar in alto; stette pochi secondi col braccio teso, col dorso della mano vôlto all'insù, e soggiunse: — Piove.... Non hai ombrello?

— Io no.

— Vieni sotto il mio.... Alla barriera troverai un fiacre.

— Ma io ce l'ho il fiacre.... L'ho lasciato appunto laggiù, alla barriera.

— Hai un fiacre come un semplice borghese?

— Sì, e grazie al cielo il cocchiere non mi ha conosciuto.

— Allora t'accompagno fin là.

Varesio aperse un ombrellone grande così da poter riparare un'intera famiglia, e disse con una risata che pareva l'eco di giorni lontani:

— Questo baldacchino non s'immaginava di dover protegger dall'acqua un Ministro del Regno d'Italia.

— Ma neppur noi, — riprese Cervara, — ci immaginavamo venti minuti fa di trovarci qui, proprio qui, ove si veniva la mattina con le litografie del diritto romano e la sera con le crestaie della città.

S'avviarono a braccetto, sotto la pioggia, ravvicinati un istante da quella visione del passato che colmava l'abisso ond'erano divisi i loro destini.

Infervorato a discorrere, il Ministro non si accorgeva nè dell'avanzarsi d'una vettura sullo stradone, nè dei segni che gli faceva il cocchiere.

Se ne accorse Varesio e ne avvertì il compagno: — Bada, fa dei segni a te.

— Chi?

— Quel fiaccheraio.... È il tuo?

— È vero, è il mio. Gli avevo ordinato d'aspettarmi.

Il legno si fermò, e il cocchiere, scendendo da cassetta disse a Cervara che, vista la pioggia, aveva creduto opportuno di venirgli incontro.

— Avete fatto bene, — disse Sua Eccellenza. E rivoltosi a Varesio: — Ora t'offro io l'ospitalità nella mia vettura. Dove vai?

— Non vado. Resto.

— Con questo diluvio?

— Sotto gli alberi si è sempre riparati a bastanza.... E poi è un acquazzone che passa.... Quando sarà cessato, andrò a casa.

— Insomma, t'accompagno io a casa. Dà il tuo indirizzo.... su, su.

Ma Varesio si schermiva ancora. — Sto al capo opposto della città.

— Ragione di più, — ribattè il Ministro. E con amichevole violenza forzò Varesio a montare.

Il vetturale fece un gesto per chiedere: Dove? Sua Eccellenza accennò a Varesio.

— Domandate al signore.

L'interrogato si decise a indicare il nome di una strada, scusandosi che fosse proprio agli antipodi.

— Gran che! — esclamò il Ministro. — Non siamo nè a Londra, nè a Parigi. — Il cocchiere montò in serpe e sferzò il cavallo.

Alla barriera vi fu una sosta. Una guardia daziaria si accostò allo sportello. — Niente di da....?

Ma non finì la parola, tale fu lo sgomento che lo colse trovandosi faccia a faccia con Sua Eccellenza.

Ritto sotto la pioggia, con la mano destra al berrétto in atto di saluto militare: — Avanti, avanti, — disse al fiaccheraio. E nello stesso tempo gli slanciava un'occhiata fulminea. O non poteva avvisarlo, quell'imbecille?

— Addio incognito, — notò, scherzando, Varesio.

Indispettito, il Ministro si rincantucciò nell'angolo del fiacre.

Ma lì veniva a cercarlo, attraverso il vetro circolare del finestrino centrale, lo sguardo inquieto del cocchiere che non aveva ancora capito qual personaggio avesse in carrozza. Era, sia detto a sua scusa, un vecchio misantropo che si mescolava poco ai suoi colleghi, e non frequentava le bettole e non leggeva i giornali.

— E ora questo balordo che si volta ogni momento ci farà ribaltare, — borbottò Cervara.

— Speriamo di no.

— Speriamolo, — ripetè laconicamente il Ministro. E riprese: — Ah, se non dovessi partir domani per Roma vorrei che andassimo un giorno insieme in tutti quei posti ove andavamo da studenti, al Caffè Narciso, per esempio. C'è sempre?

— Ha cambiato nome. È Caffè Caprera.

— Ecco perchè non mi raccapezzavo. E l'osteria Al doppio litro, fuori di Porta Merlata, c'è?

— C'è.

— Continua ad attirar gli studenti?

— Meno d'una volta, ma ci vanno.

— Ti ricordi delle cene che si facevano in compagnia allegra? Ti ricordi che tavolate? Pagherei tanto a sapere come han finito quei commensali, maschi e femmine.... Tu li hai presenti tutti?

— Non tutti. Parecchi.

— Racconta, racconta.

— Alcuni son morti. Francini a Bezzecca, nel 66....

— Sì, poveretto.... Che bel giovine era!

— E buono. Anche Degalli e Rispolo e Marcucci....

— Aspetta. Degalli era un piccolo, biondo?...

— Appunto.

— Aveva il padre magistrato?

— Sì.... Era entrato nella magistratura anche lui, e morì pretore in Sardegna.... Roba vecchia ormai!

— E gli altri due che hai nominato? Rispolo e Marcucci, mi pare.... È curioso, non riesco a farmeli venire in mente.

— Come? Nemmeno Rispolo, il nostro baritono, che ci assordava con quel suo: Sì vendetta, tremenda vendetta?

— Ah, quello era?... Quello con due grandi baffi che molti di noi gl'invidiavano? L'immagine della salute e della forza?... Morto?

— Dopo aver fatto cento mestieri: il cantante, l'impiegato, l'agente teatrale, il faccendiere.... Anzi, in seguito ad affari un po' loschi, era dovuto emigrare agli Stati Uniti, ove lasciò la pelle in uno scontro ferroviario, tre o quattr'anni or sono.

— Che fine tragica!... E Marcucci, chi era Marcucci?

— Un romantico magro, allampanato, che quando aveva bevuto un bicchiere di troppo piangeva a calde lacrime, e parlava in francese, e voleva abbracciar tutti.... Non diventava una fiera che se gli toccavano la sua Luisa.... A proposito, la Luisa era una delle ragazze che qualche volta venivano a cena con noi.... Era molto bellina; alta, snella, coi riccioli bruni.... Lavorava di guanti, pel negozio Gragno, sotto i portici.

— Sì, sì.... Ne ho una reminiscenza confusa....

— Ebbene; Marcucci, non riuscendo a liberarsene, la sposò.... Poi si son divisi, si son riuniti, si son tornati a dividere, e finalmente son morti a due mesi d'intervallo.

— Dio, che cimitero! — interruppe Cervara. — Passiamo ai vivi.

— Oh, — ripigliò Varesio, — non credere che ci sia molto da dire.... Intanto, da te in fuori, nessuno è salito in auge.

— Per carità, tira via.... Son di quei gusti che si pagano salati.

Varesio continuò. — Staglieno e Vischi fanno gli avvocati a Milano, Ludovisio è sostituto procuratore generale in Romagna.

— Passerà presto in cassazione, — notò il Ministro. — Credo che il decreto sia già sottoposto alla firma di Sua Maestà.

— Ecco che sul conto di questo sei più informato di me, — osservò l'amico. — E Fedrighi che tempesta mezzo mondo con domande di sussidi, è impossibile che non t'abbia mai preso di mira.

— Figurati. Ricevevo una sua lettera ogni quindici giorni. A Roma un anno fa ho dovuto metterlo alla porta. Egli se ne vendicò con un libello inserito in una gazzettaccia di provincia.... Quel Fedrighi chi avrebbe creduto che fosse disceso così basso?... Se c'era uno a cui fosse lecito pronosticare un avvenire brillante, era lui.... Aveva una facoltà d'assimilazione maravigliosa.

— Sono i suoi vizi che l'hanno ridotto a quel punto.

Varesio menzionò altri condiscepoli che a lui pure erano sfuggiti di vista e dei quali ignorava che cosa facessero e dove fossero. Ma dietro a questi s'agitava, assai più numerosa, nella memoria sua e in quella di Cervara, una turba anonima; fantasmi vaporosi che per un istante accennavano a emerger nella luce, a pigliar forma e colore, e che ripiombavano poi nelle tenebre.

— Ah! — pensava il Ministro. — È pur triste la vita! Si è passata insieme la giovinezza ricca di entusiasmi e di fede, affratellati nella più dolce e gaja intimità, seduti sullo stesso banco alla scuola, alla stessa tavola alla trattoria; si è partecipato alle stesse solennità, battendo le palme nel medesimo applauso, alzando le voci nel medesimo grido; ed ecco che, appena il portone universitario si è chiuso l'ultima volta dietro di noi, è come se un turbine c'investa e disperda. Pochi anni bastano a renderci o nemici, o estranei, o, peggio ancora, ignoti gli uni agli altri; ignoti così che il labbro non riesce nemmeno a formare il nome di molti fra i camerati d'un tempo.... E che cosa si sa anche di quelli di cui pur si trovan le traccie?

A questo punto Sua Eccellenza dovette riconoscere ch'egli ne sapeva pochissimo di Varesio, il quale, tranne che del suo matrimonio e della sua vedovanza, non aveva finora detto nulla dei fatti suoi.

E rivolgendoglisi con sollecitudine non ostentata,

— Lasciamo in pace gli altri — disse. — Narrami di te.... Ho sentito le tue disgrazie domestiche, ma pel rimanente come va? Di che ti occupi? Eserciti l'avvocatura?

— Sono inscritto nell'album, ma non esercito. Tutt'al più dò dei consulti gratis ai poveri diavoli che non sarebbero in grado di pagar la specifica.

— Sei ricco dunque.... o almeno agiato?

— Ho una piccola rendita sufficiente ai miei bisogni.... O che c'è?

La carrozza s'era fermata per un intoppo. Varesio sporse la testa fuori del finestrino, e Cervara, istintivamente, fece lo stesso dalla sua parte.

Due o tre giovinotti che uscivano da una bottega di liquorista esclamarono: — Oh, il Ministro!

Cervara si tirò indietro rapidamente, ma già l'esclamazione era stata intesa, e molti curiosi s'avvicinavano alla vettura e s'alzavano in punta di piedi per veder dentro. Non pioveva quasi più; un raggio di sole uscente dai nuvoli metteva una nota allegra sugli ombrelli lucidi e sulle pozze d'acqua della strada.

— Il Ministro in compagnia dell'avvocato Varesio! — disse qualcheduno con accento di meraviglia.

Altri si toccarono rispettosamente il cappello. Un ministro! Non si sa mai.

Sua Eccellenza era sulle spine. — Non si potrebbe prendere una via traversa?

— Credo che qui sia difficile voltarsi — rispose Varesio. E urlò al fiaccheraio: — Si va o non si va?

— Or ora — disse questi più confuso che mai dopo che aveva saputo di portare un'Eccellenza. — Appena quel baroccio là si sarà avanzato di pochi metri passeremo anche noi.... Ecco.... finalmente....

Menò una buona frustata al cavallo e sguisciò tra il baroccio e il marciapiede. Indi, con un coraggio che gli cresceva di mano in mano che andava allontanandosi, diede dei somari e dei tangheri ai barocciai che non s'erano affrettati a lasciargli posto.

Varesio intanto seguiva il suo pensiero. — Vorrei sentire i commenti che fanno quei bellimbusti per averci visti insieme.

— Non lo si sa in paese ch'eravamo condiscepoli?

— Lo saprà forse uno su cento.

Senza voler confessarlo a sè stesso, il Ministro cominciava a trovarsi a disagio. Temeva di aver mancato della circospezione necessaria a un uomo politico, insistendo per far montare Varesio nella sua vettura. In fin dei conti, chi era adesso Varesio? Che gente frequentava? Che posizione aveva?

E cedendo alla sua curiosità inquieta, Cervara ripigliò:

— Sicchè, dopo aver preso parte alla guerra d'indipendenza, non hai più voluto ingerirti nella vita pubblica?

Varesio atteggiò il labbro a un sorrisetto enigmatico.

— Cioè.... cioè.... Sono stato persino candidato alla deputazione.

— Davvero?... Quando?

— Oh.... in illo tempore.... Ero.... sono anche adesso del resto.... Presidente della Società dei Reduci, dell'Associazione democratica Giuseppe Garibaldi, della Dante Alighieri, del Circolo Istria e Trentino (che fu poi sciolto dal Governo) e nell'elezioni del 1874 gli avanzati mi contrapposero al deputato governativo uscente.... Fu un bel fiasco.

— Non hai più ritentato la prova?

— No; alle elezioni successive anche il nostro partito si divise in due; la maggioranza appoggiò un candidato che non era nè carne nè pesce e che riuscì....

— Sei radicale, tu, sei intransigente — notò Cervara con un'ilarità forzata.

— Radicale? Intransigente?... Ho le mie idee, sbagliate forse.... le idee che avevo da giovine.... che avevamo tutti allora.... Ah, l'Italia che sognavamo era molto più bella di quella che ci avete data.

Il Ministro allargò le braccia. — I sogni, caro mio, son sempre più belli della realtà.... Guai a esigere troppo!

— Guai anche a contentarsi di troppo poco! — ribattè pronto Varesio. — Ma se ci mettessimo a discutere non la finiremmo più.... Già, secondo i vari Prefetti nella nostra Provincia, io sono una testa esaltata.

— Sei in attrito coi Prefetti? — chiese Cervara. E si agitava sul sedile come persona che ha fatto una cattiva digestione.

— Son loro che s'adombrano peggio dei cavalli — rispose Varesio. — Questo qui meno male, ma i suoi predecessori!... Ce n'era uno che mi mandava a chiamare ogni momento per avvertirmi ch'ero io responsabile dell'ordine pubblico.... Stupido!... Nel 1875, quando l'Imperatore d'Austria fu a Venezia, io ebbi il divieto d'andarvi.... Ero guardato a vista.... Una specie di domicilio coatto.... Che miserie!

Parve a Sua Eccellenza che i doveri dell'ufficio gl'imponessero di prender le difese dei funzionari malmenati così.

— Eh, non lo nego, i Prefetti peccano qualche volta per eccesso di zelo.... Ma bisogna mettersi nei loro panni.... Se succedono inconvenienti, son loro i capri espiatorii.... Con questo però sei in buoni termini, mi dicevi....

— Non sono in termini nè buoni nè cattivi.... dicevo soltanto ch'è meno noioso.... In fondo, credo che abbia sul conto mio l'opinione che avevano gli altri.... Interrogalo....

Cervara fece una spallucciata. Importava molto interrogarlo ormai!

Come se gli leggesse nell'anima, Varesio soggiunse:

— Guarda che disgrazie possono capitare a un Ministro del Regno d'Italia!... Di aver nella sua carrozza un individuo ch'è in mala vista delle autorità.... Non le consultate, al Ministero, le informazioni segrete?

— Canzonatore! — disse Cervara, tanto per dir qualche cosa.

— Il curioso si è — seguitò l'altro — che non sono in odore di santità nemmeno presso il mio partito. I giovani mi considerano un oggetto da museo, buono da portare in processione nei giorni di parata, quando si aduna un comizio, quando si appende una corona alla statua di Garibaldi, salvo a rimetterlo in vetrina a cerimonia finita.... Consolati che oggi non ti sei compromesso tu solo; mi son compromesso anch'io; i miei rivali mi accuseranno di aver patteggiato col potere e si serviranno dell'accusa per cercar di prendere il mio posto.... Si accomodino!... Il posto presto o tardi è necessario lasciarlo.... Resta sempre il fatto che sono un reduce autentico, io.... E nelle miserie e nelle bassezze presenti quest'è un gran conforto.

La voce di Varesio s'era animata; i suoi occhi lampeggiavano come se vi si riflettesse d'improvviso la luce dell'epiche pugne a cui egli aveva partecipato.

Il Ministro, nel quale non s'era interamente irrugginita la molla del patriottismo, gli strinse la mano in silenzio. Ma subito dopo, essendo la carrozza sboccata su un ponte, uscì in un oh lungo e giocondo, e disse:

— È il ponte di San Matteo questo?

— Sì.

Non largo ma gonfiato dalla pioggia, il fiume aveva in quel punto un aspetto assai pittoresco. Da una parte le vecchie case diroccate scendevano a piombo nell'acqua, proiettandovi mobili ombre che la corrente pareva voler trascinare con sè; dall'altra la sponda digradava con leggero pendìo, e sul greto ove cresceva tra i sassi qualche tisico arbusto le lavandaie tendevano le funi per asciugarvi i panni bagnati. Tendevano le funi e cantavano, e le loro voci squillanti si mescevano alla voce cupa del fiume che incalzava rapido e inquieto, biancheggiando qua e là d'una spuma sottile come una trina e perdendosi lontano tra i pioppi ed i salici. Il sole, vittorioso, rischiarava la scena.

— Qui nulla è cambiato dai nostri tempi — disse Cervara. E, di nuovo, la gaia visione del passato aveva dissipato le ombre dalla sua fronte.

L'amico sorrise. — Son cambiate le lavandaie.

— Che non ce ne sia neanche una di quelle che ci erano allora?

— Laggiù no. Non lo vedi? Son tutte giovani.

Subito dopo il ponte, Varesio si sporse dal finestrino e chiamò il fiaccheraio.

— Sarebbe la prima strada a destra, ma puoi fermarti qui. — E voltandosi verso il Ministro:

— Ora scendo. È inutile che ti faccia venir più in là.

— Non eravamo intesi che ti avrei accompagnato fino a casa?

— Se pioveva.... Non piove.... E poi se avessi una casa mia, se potessi dirti di salirvi almeno per un minuto, sarebbe un'altra faccenda.... Ma non ho casa, non ho che una camera ammobigliata.... Sono tornato scapolo.... Ferma, fiaccheraio, ferma.

— Sei irremovibile?

— Sì, abbi pazienza.

— Allora chi sa quando ci si rivede, perchè io parto domani e ho impegni per stasera e per domattina.... All'albergo non mi troveresti solo.

— E sarei un pesce fuor d'acqua.... No, no, salutiamoci adesso.

Si baciarono sulle due guancie; indi Varesio saltò giù dal fiacre, fece ancora un cenno d'addio con la mano, e s'allontanò frettoloso.

— Se vieni a Roma.... se t'occorre qualcosa — gli gridò dietro il Ministro. E pensava, egli avvezzo a vivere in mezzo ai sollecitatori: — Non m'ha chiesto nulla. E nemmen io gli ho offerto nulla. Che potevo offrirgli?

— Dove desidera Sua Eccellenza?

Era il cocchiere che, immobile e a capo scoperto davanti allo sportello, attendeva gli ordini.

Cervara si scosse. — Alla Croce di Savoia. Per la via più breve.

Quella sera a teatro il commendatore Prefetto, visitando il Ministro nel suo palco, fece una discreta allusione all'incontro di lui con Varesio.

— Siamo stati all'Università insieme — spiegò Sua Eccellenza.

— Oh un onest'uomo — soggiunse il Prefetto. — Un po' esaltato.... Alla testa di tutte le dimostrazioni....

— Proprio io non sapevo niente di tutto ciò — disse Cervara ridendo.

— Me l'immaginavo.... Del resto, lo ripeto, un onest'uomo.

Ma la sera stessa un corrispondente di giornali, compreso dell'alta dignità del suo ufficio, telegrafava a Roma e a Parigi:

Il Ministro Cervara ebbe oggi intimi colloqui con l'avvocato Varesio, presidente della Società dei reduci e del Circolo Istria e Trentino. La cosa fece molta impressione avvalorando la voce già corsa sulla evoluzione politica del Gabinetto.

Ne venne di conseguenza che, appena giunto alla capitale, Cervara ebbe un'amorevole tiratina d'orecchi dal Presidente del Consiglio.

— Sì, sì, sono bazzecole, e il corrispondente è un asino che vuol darsi importanza.... Ma noi dobbiamo andar coi piedi di piombo.... Son troppi quelli che aspirano a raccogliere la nostra successione.... E, vede, fin che si tratta di prometter ferrovie, decorazioni, sussidi, eccetera, poco male.... Son ferri del mestiere; se si può si mantiene; se no, si ha sempre la scappatoia di dire che gli eventi sono mutati.... L'essenziale è non sbilanciarsi con gli avversari....

Più rude assai fu il collega del Tesoro. — Io ho bisogno che la Rendita aumenti e lei co' suoi colloqui intimi me la fa ribassare.