IL PARASSITA INDIPENDENTE
Avete conosciuto il conte Mario Rinalducci?
No! Peccato. Era un carattere originale.
Adesso non lo conoscerete più perchè è morto.
Il conte Mario apparteneva a una famiglia nobile decaduta. Fino a vent'anni crebbe in mezzo agli agi ed alle mollezze, cullato nella falsa opinione d'essere un gran signore, nudrito di una educazione tutta d'apparato, la quale servì piuttosto ad assopire che a svolgere le attitudini naturali del suo spirito. Infatti egli non era uno sciocco; aveva anzi quella versatilità d'ingegno, quella facilità d'imparare, che quando non sono ben dirette, corrono il pericolo di convertirsi in vere disgrazie per chi le possede. Il fanciullo vedendo di poter afferrare con poca fatica quanto gli s'insegna, non istudia; la madre grida al miracolo e porta in processione di casa in casa il suo illustre rampollo, affine di far dispetto alle altre madri sue amiche, le quali non sono beatificate di prole sì cospicua e magnanima.
Il nostro contino imparò superficialmente una gran quantità di cose; a tredici anni faceva versi, nientemeno che versi, strimpellava il pianoforte, biascicava il francese, disegnava un po' di figura, tirava di scherma, ballava, e cominciava persino a corteggiar le signore.
Sedicenne, con la prima lanugine sulle guancie, bello della persona, era il beniamino delle società eleganti; non c'era festa a cui non lo si invitasse, non allegra brigata di giovani onde egli non facesse parte.
Quanto al progresso negli studi, c'era forse un po' di sosta; a tredici anni Mario prometteva di più; nondimeno egli continuava a mandar di pari passo la poesia, la musica, il disegno e gli esercizi ginnastici. In poesia mostrava soverchia indipendenza dalle regole grammaticali, in musica dicevano che qualche volta stuonasse, in disegno offendeva frequentemente la prospettiva, nella scherma era mediocre; perfetto era soltanto nel ballo.
Del resto sua madre ripeteva sempre:—Importa molto che Mario studi! Pur che ci si metta in un giorno egli fa più strada che gli altri non facciano in un mese.
E suo padre, buon uomo, obeso e torpido, ma non mancante di boria, soggiungeva con una logica tutta sua:—Gli studi regolari convengono a chi non può o non vuole mantenersi indipendente. Mario, grazie al cielo, non avrà mai bisogno di lavorar per guadagno.
Mario aveva vent'anni quando padre e madre gli morirono coll'intervallo di pochi mesi, e il giovinetto venne a scoprire che la sua fortuna, la quale non era stata mai colossale, era sfumata quasi per intero.
Ma non c'era punto da sgomentarsi, pur di avere un po' di criterio e un po' d'energia. Bisognava uscire da una società frivola e spensierata, mettersi a studiare sul serio una cosa o l'altra e poi cercarsi una professione. A venti anni un uomo senza obblighi di famiglia e non privo di abilità non ha bisogno di quattrini per farsi strada nel mondo.
Però il Rinalducci tenne un diverso cammino. E la colpa ne fu in parte sua, in parte degli amici. Egli aveva una ripulsione istintiva ad accettare una posizione dipendente, a seppellirsi in un ufficio pubblico o privato, a disciplinare la propria attività. A ogni modo, se avesse sentito suonarsi all'orecchio un suggerimento virile, forse si sarebbe risolto a lottare con sè stesso, e quando v'è lotta v'è almeno la speranza della vittoria... Ma fra coloro che lo circondavano non ve n'era nessuno capace di questo suggerimento virile.
Era tutta gente imbevuta di pregiudizi e la cui affezione per esso era d'indole soltanto egoistica. Un giovane che aveva un bel nome non poteva mettersi a livello d'un impiegatuccio qualunque, figlio del primo mascalzone venuto. E poi, e poi lasciar che Mario uscisse da una società di cui egli era uno fra i principali ornamenti! Chi poteva stargli a petto nel dirigere una quadriglia? Chi sapeva come lui suonare una polka in una di quelle festine improvvisate che divertono tanto? Chi lo uguagliava nel dar le disposizioni per una cena, per una partita di piacere? No, non conveniva assolutamente perderlo. E tutti a fargli ressa d'intorno e a rispondere alle sue lamentazioni, alle sue proteste di voler mutare ambiente, mutar città forse:—Ma via, ti pare?... Nemmen per idea... in primo luogo povero affatto non sei (gli era rimasto qualche migliaio di lire) non sei in condizioni da doverti cercare un pane da oggi a dimani... Puoi aspettare, puoi vedere... Aggiungi che hai anima di gentiluomo e d'artista; vorresti spendere il tuo tempo a registrare atti a protocollo o a scrivere lettere commerciali?... Con tanti amici che hai, col tuo ingegno!... Vergognati! Invece senza fretta tu farai un quadro, scriverai un'opera e allora avrai le ricchezze e la gloria...
Nessun consiglio ci viene tanto accetto quanto quello che risponda alle nostre idee, e perciò il contino Rinalducci accolse le espressioni dei suoi amici con trasporti di vero entusiasmo. Egli era commosso fino alle lagrime della bontà che gli mostravano le prime famiglie del paese, della cura con cui esse volevano tutelare il suo decoro. Era impossibile ch'egli agisse contro la loro opinione, ch'egli si mostrasse meno tenero del proprio nome di quel che se ne mostrassero personaggi così cospicui quali erano la marchesa C..., la contessa M..., la principessa L..., i conti R..., il contino A..., per non parlare di uno sciame di ragazze tutte deliberate a trattarlo come un disertore s'egli abbandonava la buona società.
A ricambiare tanta benevolenza, egli, passati i primi tre mesi di lutto, continuò a dirigere le quadriglie, a dar le disposizioni per le gite di piacere, ad accompagnare alla passeggiata le signore di sua confidenza... Diede fondo in brevissimo tempo al poco che gli rimaneva, senza che i suoi studi avessero fatto un passo decisivo. Egli cominciò a scoprire che aveva il genio, ma che il suo spirito si ribellava alla tecnica dell'arte, si ribellava al giogo delle regole. Se si fosse potuto fare un quadro senza disegno nè colore, egli avrebbe fatto la Trasfigurazione di Raffaello, se si fosse potuto scrivere un'opera senza le pedanterie del contrappunto, egli avrebbe scritto gli Ugonotti. Malgrado di ciò egli continuava ad esser favorito, festeggiato, carezzato. E quando fu proprio al verde di quattrini, si accorse che non era difficile il far debiti, nè impossibile il trovare nei momenti supremi chi li pagasse. Più di qualche volta l'uno o l'altro de' suoi intimi aveva consentito ad anticipargli alcune migliaia di lire, tanto ch'egli potesse mantenersi in quella posizione indipendente di cui aveva bisogno... Se Mario non era ben vestito, non lo si poteva ricevere in società, e come fare a meno di lui in società se nessuno possedeva le sue svariate attitudini?...
Il Rinalducci era in relazione troppo stretta con quelli che lo sovvenivano per sentirsi umiliato dalla loro condiscendenza.—Son cose che si fanno tra amici—egli diceva, e dispostissimo a fare anch'egli altrettanto, si sentiva esonerato dagli obblighi della gratitudine e da quelli del rimborso.
Certo qualche volta gl'imbarazzi eran seri, ma il contino non si perdeva d'animo. A un vilissimo padrone di casa che si era permesso di dargli lo sfratto, perchè egli non aveva pagato per tutto un anno la pigione, il nostro eroe rispose per le rime meravigliandosi della sua petulanza e dichiarando ch'egli non era solito a ricevere intimazioni. L'altro non si diede per vinto e replicò con frasi di non dubbio significato. Punto nel vivo, il pigionale ricalcitrante mandò dal proprietario tiranno due giovanotti, intimi suoi, il conte C... e il barone V..., coll'incarico di ottenere una ritrattazione o di fissare le condizioni di una partita d'onore. Ma lo sfidato, quantunque fosse uomo di fresca età e di membra vigorose, ricusò di accomodar la faccenda in questa maniera e rise in faccia ai padrini, i quali, con molta solennità, stesero immediatamente un processo verbale, che diedero alla luce, lasciando giudice dell'accaduto il solito pubblico. E il pubblico, della buona società, sentenziò che il conte Rinalducci e i suoi padrini si erano condotti cavallerescamente, e che il proprietario era un bifolco senza principii di educazione. Ciò non tolse che il nostro zerbinotto dovesse cercarsi un altro alloggio. E lo trovò per qualche tempo in due stanze d'un palazzo disabitato appartenente a un amico, al quale egli si guardò bene dal pagare alcun fitto, dolendosi soltanto della nessuna comodità del quartiere assegnatogli, quartiere, com'egli diceva, più da servitori che da gentiluomini.—Come pretendere, egli soggiungeva, che io dipinga o scriva musica se ho uno studio privo d'aria e di luce? Vergogna! Che cosa sarebbe costato all'amico X il darmi una stanza migliore?
Nondimeno il Rinalducci volle rispondere con magnanimità a tanta grettezza, e dipinse a memoria il ritratto del suo ospite, per fargliene una sorpresa nel suo dì natalizio. Il ritratto somigliava all'amico X quanto può somigliare la signora..... (quasi mi scappava il nome) alla più bella delle mie lettrici, ma esso parve all'autore un'opera d'arte così perfetta da non potersi pagare nè con l'abbuono di cento pigioni, nè con l'invito a diecimila pranzi. Volle sceglierne egli medesimo la cornice e collocarlo di sua mano nel posto d'onore sulla parete del salotto da ricevimento. Più di qualcheduno, non iniziato nei misteri del pittore, domandò chi fosse quel brutto ceffo che aveva la bocca storta e guardava losco. E allora il felice proprietario rispondeva in fretta con qualche imbarazzo:—Una testa di fantasia! Una testa di fantasia!
Col passar degli anni le strettezze del conte Mario aumentavano anzichè diminuire. I suoi creditori, nefanda genìa, diventavano più fastidiosi e i sovventori si mostravano invece meno liberali. E poi, a poco a poco, l'ambiente in mezzo al quale egli era cresciuto, si andava spostando e trasformando. I vecchi protettori, amici del babbo e della mamma, morivano, i compagni della sua gioventù prendevano moglie, le ragazze che egli aveva trattate confidenzialmente si maritavano, e non sempre le nuove famiglie erano così benevole a suo riguardo come le antiche. Egli sorprendeva di tratto in tratto qualche gesto impaziente, egli udiva qualche parola amara, egli, il favorito di pochi anni addietro, sentiva, in più d'una occasione, d'esser di troppo. Ma egli aveva acquistato ormai una faccia tosta invidiabile. Anche non invitato si cacciava dappertutto, era riuscito a desinare alla mensa altrui cinque volte per settimana, era riuscito a passare in varie villeggiature due mesi di primavera e due mesi d'autunno. Sempre indipendente, non isdegnava di ricambiare i favori de' suoi ospiti col corteggiarne le mogli, e metteva dalla sua parte le cameriere corteggiando anche loro. Era un bell'uomo, era elegante, e le donne chiudevano volontieri un occhio alle sue debolezze. Suoi implacabili nemici erano i camerieri maschi, perchè non aveva la bassa e servile abitudine di dar mancie e aveva esigenze da principe. Narra la cronaca ch'egli fosse una volta gravemente compromesso dalle rivelazioni di uno staffiere, il quale l'aveva sorpreso nell'atto di consegnare un bigliettino alla sua padrona.
Il conte Mario fu licenziato su due piedi dalla villa ond'egli godeva le delizie, ed ebbe l'intimazione di non presentarsi mai più. Egli si fece un grande onore in questa faccenda sfidando a duello e storpiando lo screanzato ed insofferente marito, ma dovette stringere una nuova relazione per supplire al vuoto prodotto dal disgustoso incidente nel numero de' suoi inviti a pranzo e in quello dei giorni ch'egli passava in villeggiatura.
Si domanderà perchè il conte Mario non ricorresse ad un sistema molto in voga fra i pari suoi: vale a dire ad un ricco matrimonio con una ragazza avariata del suo ceto, o con qualche gobba o sbilenca della borghesia che fosse disposta a scambiare un mezzo milioncino con un po' di blasone.
Quelli che seguirono con qualche attenzione le vicende dell'esimio Rinalducci serbano memoria di quattro proposte di matrimonio che gli furono fatte, cioè:
La contessina A....., 200 mila lire di dote, 35 anni, aspetto mediocre. Fuggita a venti anni con un ufficiale di cavalleria, trattenutasi con lui soli otto giorni;
La marchesina B....., 150 mila lire, 28 anni, non brutta, rea d'un unico atto di distrazione che sventuratamente produsse una piccola conseguenza;
La signorina L....., figlia di un negoziante di chiodi, 300 mila lire. Naso da pappagallo, e un'escrescenza assai pronunziata sulla schiena;
La signorina N....., figlia d'un pizzicagnolo ritirato dagli affari, 350 mila lire, 27 anni, fianchi posticci, statura eccezionalmente bassa, un neo a forma di cespuglio sulla guancia, eruzioni cutanee assai abbondanti ogni primavera.
Come si vede, l'uno o l'altro di questi partiti avrebbe offerto al conte Mario l'occasione di rimpannucciarsi. I biografi non sono d'accordo sulle ragioni che fecero andare a vuoto i vari progetti; i più benevoli affermano che nel momento di stringere i conti egli cedesse ad una invincibile ripugnanza pell'ignobile contratto; altri citano cause diverse. In un caso, essi dicono, furono i genitori della sposa che ruppero i negoziati, appena il conte Mario domandò un acconto di 10 mila lire sulla dote; in un altro caso una vedova alla quale egli andava debitore di molto, venuta a cognizione di ciò che stava macchinandosi dal suo protetto, riuscì a comperare alcune cambiali sottoscritte dal Rinalducci, e più sollecita della vendetta che del proprio decoro, lo minacciò d'una procedura sommaria ov'egli non si sciogliesse senza indugio da qualunque impegno matrimoniale.
Il conte Mario sentì sbollirsi i suoi ardori per la sposina e tornò a sacrificare all'ara della vedova, ottenendo da lei l'annullamento delle tratte fatali.
Il conte Mario giunse adunque alla matura virilità senza prender moglie e senza diventare nè uno scrittore, nè un pittore, nè un maestro di musica. Era un dilettante mediocre, buono da far madrigali, da disegnar macchiette, da sonare un walzer o una polka in caso di bisogno. Ma tutte queste cose non fruttano quattrini, e alla lunga, seppure egli avesse voluto, gli sarebbe stato ben difficile mettersi al sodo. A quarant'anni tutti ci chiedono:—O che avete fatto fino al presente? Come avviene che vi poniate in cammino nel momento, in cui gli altri arrivano?—E poi—faceva osservare il conte Mario quando sollecitava uno dei soliti prestiti da uno dei soliti amici—e poi, capisci bene, col mio nome, nella mia posizione, non posso accettare il primo impiego che capita. Non dico, se si trattasse di esser direttore d'una banca, d'una compagnia d'assicurazioni, potrei anche pensarci, ma è tutta una camorra, è una indegnità. Gli uffici sono riserbati a Caio perchè è parente d'uno dei consiglieri, a Tizio perchè ha le raccomandazioni di un ricco azionista, del quale sposerà la sorella, a Sempronio perchè ha l'amicizia della moglie del Presidente. Camorra! Camorra! Oh un giorno o l'altro li concierò io per le feste questi aristocratici della Borsa con una satira alfieriana!
Ma la satira alfieriana rimase nella penna al nostro Mario, il quale volse le forze dell'intelletto a trovar mille ingegnose applicazioni alla sua teoria che un amico fosse una giovenca da mungere a proprio piacere. Lo svolgimento pratico di questa profonda dottrina gli arrecò per altro non pochi disinganni, che lo convinsero della tristizia degli uomini.—Quale egoismo!—egli sclamava dopo aver subìto un rifiuto.—Quale mancanza di cuore! Dirmi di no!....
Poichè alcune delle vecchie relazioni gli andavano via via mancando, egli cominciò ad esser meno esclusivo nella scelta de' suoi conoscenti e ad introdursi anche in alcune famiglie borghesi. Però, nemmeno le nuove conoscenze duravano tutte a lungo, ed egli se ne vendicava diventando più esigente verso quelle che gli rimanevano fedeli o per sincera affezione, o per consuetudine, o per timidezza. Giacchè col crescer degli anni gli era cresciuta in singolar guisa la maldicenza, e molti temevano d'esser fatti segno a' suoi strali.
Lo stanzino del caffè ov'egli teneva cattedra aveva acquistato ormai un certo grado di celebrità, e non mancavano gli sciocchi e gli sfaccendati che dicevano—Andiamo un po' a sentire il conte Mario. Ha la lingua un po' lunga, ma le dice con garbo, e non risparmia nè grandi nè piccini. Dopo tutto egli non è uomo di partito, è un carattere indipendente.
Un carattere indipendente! Ecco quello che il conte Rinalducci voleva che gli altri lo giudicassero, ecco quello ch'egli credeva sul serio di essere. Povera indipendenza! Che ludibrio hanno fatto del tuo nome! Tu e la tua sorella libertà siete certo fra le parole più martoriate del dizionario. E tu per lo appunto, o indipendenza, quante volte non mascheri a tua insaputa l'abbietto cinismo, l'egoismo gelato e impudente! Quanti non sono che si vantano indipendenti, perchè non si lasciano vincere da nessun entusiasmo e da nessuno sdegno, perchè in mezzo al turbine delle ambizioni e degli affetti ond'è travolta l'umanità, possono non ambir nulla e non amar nulla, e si contentano di appiattarsi in un angolo per iscagliare il dardo avvelenato dei loro sarcasmi su tutti quelli che operano, e pensano, e credono, e amano! Non curare il proprio paese? È indipendenza dalle grettezze della nazionalità. Non tenersi legati dai benefizi? È indipendenza dalla gratitudine. Non rispettare la virtù? È indipendenza dalle pedanterie della morale.
Chiedo perdono della digressione. Il conte Rinalducci, io dicevo, conservava alcuni amici, e questi dovevano supplire anche a quelli che gli erano andati mancando. Non solo egli era il loro assiduo commensale, ma voleva altresì esercitare una influenza sui loro sistemi culinari. Come avviene frequentemente degli oziosi, egli era diventato gastronomo, ed era delicatissimo nei cibi e nei vini. Rivedeva le buccie ai cuochi e ai cantinieri, e toglieva la sua stima ad un padrone di casa che lasciasse portare in tavola un manicaretto non accomodato a dovere o un vino di qualità inferiore. Chi non capiva la virtù del gorgonzola grasso era uno zotico, chi non pregiava la polenta coi beccafichi era un barbaro. Tenne il broncio per due settimane ad una famiglia, che, dopo averlo invitato una mattina a mangiare le beccaccie, sciupò questa vivanda prelibata con una salsa sgradevole, salsa da Ostrogoti, com'egli diceva, salsa che era per se stessa una rivelazione di gusti grossolani e plebei.
Se un buon pranzo era la cosa principale che il conte Mario domandava a' suoi amici, egli non intendeva con ciò esonerarli dall'obbligo di farlo partecipare anche ai loro divertimenti. E non solo egli reputava essere ormai convenuto che ove andavano i suoi conoscenti dovesse, a spese loro, andarsene anch'egli, ma suggeriva egli stesso le gite da farsi, gli spettacoli a cui assistere, e non lasciava pace agli amici finchè non li aveva indotti ad accogliere i suoi progetti.
E in questi suoi suggerimenti non era già ossequioso, mellifluo, ma usava modi conformi a quella indipendenza di carattere ch'era il maggiore suo vanto.
Egli s'era, per esempio, fitto in capo di andare a teatro col signor X. Ebbene, senza tanti preamboli, egli chiedeva:—Si è preso palco per stasera?
E se il signor X rispondeva, o che non ci aveva pensato, o che aveva voglia di restarsene a casa, egli replicava infastidito:—Come! Non si va a teatro? C'è uno spettacolo di cartello, e si ha il coraggio di non andare a teatro! Vergognatevi di farvi sentire a dire un'eresia simile....
Ma qualche volta il signor X non si vergognava e teneva fermo al suo punto; allora il conte Mario prima di seccare una terza persona scaraventava addosso all'amico ricalcitrante una serie di contumelie accusandolo di mancare di gusto e di gentilezza, e d'essere immeritevole dei favori della fortuna.
Pur non era implacabile e il dì appresso si ripresentava, perdonando, alla tavola di chi aveva vituperato la sera.
Del resto, il conte Mario aveva un modo di ricambiare i favori ricevuti. Non era egli un grande artista in potenza? Ebbene egli faceva il ritratto dei figli de' suoi anfitrioni. I fanciulli erano stati sempre il suo forte in pittura, ed egli rammentava con orgoglio le lodi che avevano accolto una testa d'angelo, lavoro della sua adolescenza. Adesso i bambini evocati dal suo pennello somigliavano più ai feti conservati nell'acquavite che agli angioletti dell'Assunta; nondimeno quand'egli aveva condotto a termine una di queste tele preziose, egli si fregava le mani con compiacenza e diceva fra sè:—Adesso il creditore son io.
Se questo convincimento di non dover mai nulla a nessuno fosse sincero o affettato; se quest'aberrazione del suo spirito fosse rotta da qualche lucido intervallo in cui egli si rendesse conto esatto della sua posizione, è difficile a dirsi. Forse nella desolata solitudine della sua casa egli avrà avvertito l'abisso in cui era caduto, ma era troppo tardi. Ormai, la coscienza del vero non poteva infiammarlo a virili propositi, l'energia che gli era mancata nella giovinezza non poteva venirgli nel tramonto della vita. Nè egli si apriva con nessuno. Mormorava degli uomini e delle cose, si lagnava dell'ingiustizia del mondo, inveiva, egli rimasto fra gli ultimi, contro tutti quelli che erano arrivati a una meta, ma confidar le segrete battaglie dell'animo, ma versare i proprii dolori nel cuor d'un amico non era affar suo. Alla società nella quale egli era vissuto egli aveva chiesto il piacere, non lo scambio soave degli affetti e dei pensieri, ed essa non gli aveva dato più di quanto egli s'era atteso da lei.
Ora ella gli forniva i mezzi di sussistenza come si assegna una pensione ad un povero invalido; quanto ai conforti dello spirito, nè ella glieli offriva, nè egli sarebbe stato più capace d'intenderli.
Il tugurio che lo albergava la notte era inaccessibile a tutti, fuorchè a una donnicciuola, al servizio d'altri inquilini della stessa abitazione, la quale per pochi soldi al mese consentiva a fargli la stanza. Ma quella donna doveva accudire a' suoi uffici mentr'egli era in casa; per tutto l'oro del mondo egli non le avrebbe lasciato la chiave della sua camera, temendo ch'ella potesse, lui assente, condurre qualcheduno fra quelle pareti, testimonio della sua miseria.
Usciva per tempissimo, dopo essersi fatta la barba dinanzi a un frammento di specchio, dopo aver spazzolato in tutti i sensi l'unico vestito decente che gli restava; usciva senza uno scopo, senza una meta fissa, cacciato più ch'altro dall'insonnia e dal bisogno di quelle illusioni che gli erano negate dal triste spettacolo del suo covile. Percorreva lento, distratto le vie della città, sostando dinanzi alle mostre delle botteghe, soffermandosi al passar delle belle donnine e seguendole con un lungo sguardo di desiderio forzatamente platonico. Com'erano lontani i tempi in cui le belle donnine, accortesi ch'egli le guardava, si voltavano furtive e sorridevano dietro il ventaglio od il velo! Le belle donnine di quei tempi erano ormai venerande matrone, avevano perduto le rose del volto e la svelta leggiadria delle membra, ma avevano una casa, una famiglia, ma nel sorriso dei loro figliuoli rivivevano ai lieti dì della giovinezza; egli invece aveva finto di credere la giovinezza eterna, aveva sperato che i piaceri dei venti anni potessero scaldare un cuor di sessanta, e si trascinava solo, povero, infermiccio..... Misero chi non prepara gli alloggi alla vecchiezza che giunge! Esso è simile a chi s'affida di mantener perenne l'estate non vestendo i panni invernali.
Dopo aver passato alcune ore alla bottega di caffè in mezzo agli eleganti ed ai ricchi tanto per credersi ricco ed elegante al pari di loro, il conte Mario andava a pranzo da questo o da quello, saziandosi con un pane e un pezzo di formaggio nei giorni vuoti. La sera rincasava assai tardi, ma non voleva che si discorresse mai del suo domicilio, del quale egli amava dimenticarsi sotto ogni riguardo, compreso quello della pigione.
Il conte Rinalducci, come dissi fin dal principio, è morto, e l'onore di ricevere le sue ultime disposizioni toccò al signor Giovanni Battista Smerigli, ricco possidente, ex-consigliere comunale, che conosceva già da vent'anni il nostro eroe e che aveva la soddisfazione di dargli da desinare la domenica, il mercoledì e il venerdì.
Ora, un mercoledì, alle sei in punto, il signor Giovanni Battista Smerigli, trovandosi nel gabinetto da lavoro di sua moglie, guardò prima l'orologio, poi la signora Valentina (era il nome della consorte) e disse:—Per solito Rinalducci a quest'ora è venuto.
—Sicuro—rispose la signora Valentina senz'alzar gli occhi dal suo telaio da ricamo.
—È stranissimo—soggiunse il signor Giovanni Battista.
Indi marito e moglie si tacquero e lasciarono scorrere in silenzio altri cinque minuti.
—Non capisco—riprese la signora Valentina dopo questo intervallo.
—Se facessimo intanto portare in tavola?—insinuò timidamente il marito.
—Ti pare?—replicò madama.—Rinalducci andrebbe su tutte le furie. Egli ha dichiarato tante volte che non vuole la minestra fredda....
—E a lasciarla al fuoco la troverà lunga.
—È vero, ma egli ha pur detto che preferisce la minestra lunga alla fredda.
—Gli è che invece io preferisco la minestra fredda.....
—Zitto, vergognati. Un commensale di tanti anni!
—Già.... anche troppo commensale—sospirò il signor Giovanni Battista, e avrebbe continuato se in quel momento non avesse sentito bussare all'uscio.
Entrò un servo portando un biglietto. Il signor Smerigli lo prese e disse subito:—È la scrittura del conte Mario. Ma è singolare... In lapis, e tutta di traverso... Pare che gli tremasse la mano.... Ah! aspettate, soggiunse il signor Battista rivolgendosi al servo, c'è scritto anche: Condannata 50 centesimi. Eccoli....
Il cameriere uscì.
Il signor Smerigli aperse con curiosità il biglietto. La signora Valentina s'era alzata ella pure dalla sedia e leggeva, dietro le spalle del marito. Tutto il messaggio consisteva in due righe:
Sto male, fatevi subito accompagnare a casa mia dal latore.
Mario.
—Diavolo! diavolo!—disse il signor Smerigli.—A quest'ora! come si fa? Senza aver pranzato?.....
—Non puoi ricusarti,—osservò la signora Valentina.
—È presto detto, ma io non so nemmeno l'indirizzo preciso di Mario.
—Non c'è il portatore della lettera che deve accompagnarti?
—Sì, sta a vedere se non se n'è già andato....
La signora Valentina scosse il campanello.—La persona che ha portato questa lettera?—ella chiese al servo che si presentò.
—È giù che attende.
—Vedi bene—riprese la signora Valentina indirizzandosi al consorte.
Il signor Smerigli capì che non c'era rimedio, bevette in piedi una tazza di brodo e uscì brontolando.
Quand'egli fu introdotto nella cameruccia del suo amico, lo trovò disteso sopra un letto senza lenzuola, mezzo vestito, e aggravato per modo che non poteva ormai pronunziar più una parola. Lo assisteva pietosamente una donna attempata, quella stessa che si prendeva cura delle poche sue robe e della sua miserabile stanza.
—Questa mattina—ella disse—il conte s'era alzato come il solito e m'aveva chiamato a fargli la camera. Poi si pentì e mi ordinò che lo lasciassi solo. A mezzogiorno, non vedendolo uscire, gli chiesi se si sentisse male e se volesse nulla. Mi rispose che stava bene, che non abbisognava di niente e che non lo seccassi.... Finalmente un'ora fa, contro l'usanza, suonò il campanello. Lo trovai ansante e che stentava a parlare. Mi diede un biglietto per lei incaricandomi di farglielo aver subito. Io nello stesso tempo feci chiamare un medico che fu qui pochi minuti or sono, scrollò il capo, fece un salasso e disse che tornerà entro mezz'ora..... Santo Iddio!..... Chi si sarebbe figurata una cosa simile?..... Ancora un uomo fresco....
E la buona vecchia si rasciugò gli occhi col dorso della mano.
Il conte Mario, sebbene non potesse parlare, riconobbe lo Smerigli e gli fece cenno d'avvicinarsi. Indi con grande sforzo tolse di sotto il capezzale una specie di lettera suggellata e gliela consegnò.
—Devo aprire? chiese il signor Smerigli.
Il moribondo fece un gesto con la mano, come a dire: aspettate.
Tornò il medico e dichiarò che non c'era più speranza. Infatti il pover'uomo morì di lì a poco.
Il mattino successivo, alla presenza di testimoni e nella camera stessa del defunto, il signor Smerigli aperse il piego che aveva ricevuto. In cima alla pagina era scritta in bel carattere rotondo la parola testamento.
Che razza di testamento poteva mai fare uno spiantato come il conte Rinalducci?
Il signor Smerigli lesse ad alta voce:
Lascio al mio amico Giovanni Battista Smerigli l'incarico di farmi seppellire. Desidero funerali decorosi ma senza pompa. Lo stesso amico Smerigli è pure incaricato di far mettere sulla mia tomba una lapide colla seguente semplicissima iscrizione:
Mario conte Rinalducci
d'anni..... mesi.....
Visse e morì indipendente.
—Accetta l'eredità?—chiese il giudice con una certa aria di canzonatura.
—Sì, sì, che vuol farci?—rispose il signor Smerigli, scrollando le spalle.—Ma, Dio l'abbia in gloria, un gran bel seccatore!
Il Maestro di Calligrafia
In un istituto scolastico di una città del mondo gli studenti dell'ultimo corso erano occupati nella prova scritta dell'esame di letteratura. La cosidetta sorveglianza era affidata al signor Antonino Bottaro, vecchio professore di calligrafia, che stava per abbandonare la scuola ed andare in pensione. Sorveglianza alla prova scritta vuol dir questo. Un professore, che non è quello della materia su cui si fa l'esame, rimane nella stanza, ove gli esaminandi lavorano, e invigila affinchè essi non si copino i temi a vicenda, non consultino libri, non si passino carte, ecc. ecc. Naturalmente, finchè non si adotti per l'esame il sistema cellulare, tutta questa roba si fa lo stesso in barba al signor professore. Figuriamoci che cosa avviene, quando il sorvegliante è il professore Bottaro, vittima della scolaresca a due titoli; primo, perchè è il professore di calligrafia, secondo, perchè è un pan di zucchero. Nei trent'anni dacchè egli insegnava le leggi della scrittura posata, corsiva, rotonda e gotica con ispeciali applicazioni alla burocrazia ed al commercio, gliene erano toccate d'ogni maniera. Non passava giorno senza che un monello di scolare gli appiccicasse un codino di carta al bavero del vestito, o segnasse col gesso la sua caricatura sulla tavola nera. Una volta gli si erano messe due ova in cappello tanto da far nascere una frittata al suo coprirsi nell'uscir dalla scuola; un altro giorno si era spalmato di pece il cuscino della poltrona, ov'egli andava a sedersi per correggere gli elaborati. Non parliamo dei suoni infinitamente varii che rallegravano la sua lezione. Mentr'egli si chinava sul quaderno d'uno studente, dall'estremo opposto della panca sorgeva come un miagolio di gatta in amore; egli volgeva lo sguardo da quella parte, ed ecco venir dal fondo come un tubar di colomba o come un trillo acuto di gallo mattiniero: Chichirichì. Il professore rosso come un gambero correva allora verso la cattedra gridando: Or ora faccio una nota a tutti—ed ecco un silenzio sepolcrale seguito da un rumore che simulava il vento e che cominciava lieve lieve per diventar poi gagliardo e impetuoso e perdersi via via in un gemito impercettibile, come la marcia turca di Beethoven.
Il signor Antonino faceva la nota a tutti, ma prima del termine della lezione la scancellava dopo essersi fatto promettere dai ragazzi che la lezione successiva sarebbero stati buoni come agnellini.
Nè da' suoi colleghi il signor Antonino riceveva segni di particolare deferenza. Sgarbi non gliene facevano sicuramente, ma in fin dei conti, al professor di calligrafia chi ci bada? Nelle conferenze, il Preside, il professore di matematica, il professore di belle lettere, il professore di fisica discorrevano tutti con grande prosopopea; anche il cancelliere voleva dire la sua opinione, ma il professore Antonino o poteva egli avere un'opinione? E quando si trattava di dar le classificazioni finali, se il signor Antonino si lagnava di qualche studente (ed era assai raro che se ne lagnasse) se diceva che il tale non aveva mai scritto una riga durante l'anno, gli altri scrollavano le spalle con impazienza, come a dire: seccatore! smetta! Terminato l'anno scolastico molti professori ricevevano visite dagli alunni, complimenti dai genitori, elogi dai preposti all'Istituto; e ora a questo, ora a quello pioveva dall'alto una croce, ma quanto a lui, al calligrafo, chi lo prendeva sul serio? Non era forse celebre la sua soprascritta a una lettera, che cominciava: All' pregiatissimo? Appena due o tre giovinetti di cuor più tenero degli altri, rammentandosi del grave travaglio che gli avevan dato durante l'anno, gli movevano incontro con viso tra compunto e faceto e dicevano:—Scusi, sa, signor professore, se non fummo sempre tranquilli come avremmo dovuto essere. Egli s'inteneriva subito e diceva:—Ohibò... ohibò!... Loro... voi altri siete stati buoni..., lo so io quelli che erano i cattivi soggetti... basta... basta... adesso si va in vacanza... a far provvista di giudizio, non è vero... eh?
E dava loro un pizzicotto alla guancia.
L'anno nuovo poi ricominciava la medesima storia.
Eppure, malgrado tutto, il professore Antonino non sapeva viver lontano dalla sua scuola. Le vacanze erano per lui una penitenza. Tutta la sua famiglia si riduceva a una sorella nubile più vecchia di lui, sorda e bisbetica, che lo tormentava senza posa affinchè egli domandasse la sua pensione.—Ma—soggiungeva la signora Bettina, che non era un'aquila—ma devi volere la pensione intiera secondo il sistema vecchio, non la pensione di cinque sesti come dànno adesso. Tu sei entrato col sistema vecchio e hai diritto di esser trattato con quello. Capisci, babbuino?
Che sua sorella gli desse del babbuino non era alla fin dei conti una cosa che facesse un gran senso al povero professore; tanto e tanto un po' babbuino egli sentiva di essere. Quello che non sapeva perdonare alla rispettabile donzella si era ch'ella tirasse giù a campane doppie contro la scolaresca. E questo livore non era nemmeno cagionato dagli sgarbi che usavano a suo fratello, ma perchè un giorno, essendo passata vicino al portone della scuola in un momento che gli studenti ne uscivano, la ragazzaglia, com'ella la chiamava, s'era messa a gridare dietro a squarciagola: bella! bella! bella!
La signora Bettina non aveva mai perdonato alla scolaresca questo affronto, nè a suo fratello l'indifferenza con la quale egli ne aveva accolto l'annunzio. Ella che avrebbe voluto un'espulsione in massa! Ella che sarebbe andata in persona dal Preside, se non fosse stata la paura di scontrarsi nuovamente con quei cattivi soggetti!
—Già—brontolava la bisbetica donna—quando si ha la disgrazia di non aver uomini in casa ma pecore (ho detto pecore) non si può nemmeno arrischiarsi di uscire. C'è da far le maraviglie davvero se sono rimasta zitella? Chi viene da te? Ove mi conduci? Almeno se tu lascierai quella maledetta scuola, beninteso con la tua pensione intiera, potrai pensare un poco a tua sorella...
Il professore Antonino ci pativa a sentir questi discorsi, e l'idea di condurre a passeggio sua sorella gli metteva i brividi addosso. Egli non era elegante. Il suo cilindro con un dito di unto, il suo soprabito spelato rispondevano appieno alla sua posizione sociale di pubblico insegnante, ma in fin dei conti egli non aveva un cappello cremisi con piume verdi, nè due ricciolini neri fatti a forma di punto interrogativo ornavano le sue tempie. Dimodochè, anche nelle vacanze, egli trovava mille occupazioni immaginarie per esimersi quanto più spesso gli fosse possibile dall'ufficio di cavaliere servente di madamigella Bettina. Piuttosto, dando fondo a tutti i suoi risparmi, egli si rassegnava a mandarla a sue spese dal 15 settembre al 15 ottobre d'ogni anno presso una famiglia di conoscenti che villeggiava a breve distanza dalla città. Ella ci andava un po' a malincuore, quasi facendo un atto di degnazione, perchè si trattava di gente inferiore a lei per educazione; figuratevi, eran le nipoti di un salumaio arricchito; a ogni modo ci andava in vista dell'aria che serviva a calmare i suoi nervi. Poveretta! Era stata sempre così sensitiva.
Intanto il professore passava la giornata a desiderare la riapertura della scuola. Quando aveva dato da mangiare al canarino, quando aveva temperato la penna d'oca con cui teneva dietro assiduamente a tutti i progressi della scrittura gotica e rotonda (pel corsivo aveva accettato la penna di ferro), egli non trovava miglior partito di quello d'andare all'Istituto e di spender due ore nella stanzuccia del signor Bartolommeo, il vecchio bidello. Il signor Bartolommeo era anch'egli un po' brontolone come la signora Bettina, si lagnava del Governo, del Consiglio provinciale, del Municipio, del Preside, dei professori, del cancelliere, degli scolari. Ma sopratutto si lagnava della signora Elena, la moglie del Preside, ch'egli aveva visto nascere di povera gente e andar per le strade quasi quasi a raccattar carta, e che ora aveva messo boria e non si degnava nemmeno di salutarlo. Il professore Antonino non sapeva dar tutti i torti al buon Bartolommeo; anch'egli soffriva parte delle umiliazioni che toccavano al bidello, anch'egli aveva notato l'albagia della signora Elena che pareva fargli una grazia a ricambiar con un cenno del capo i suoi umilissimi inchini, ma d'altra parte si adoperava a gettar acqua nel fuoco, a raccomandare al signor Bartolommeo la calma, la pazienza; col ripetere l'antico adagio—Chi ha più giudizio lo adoperi... Anch'io se volessi badare a tutto... non solo qui a scuola... ma anche con quella benedetta donna di mia sorella... buonissima creatura del resto... ah insomma tutti abbiamo le nostre.
E chiudeva la sua perorazione coll'offrire al signor Bartolommeo una presa di tabacco.
Poi faceva i conti sui giorni che mancavano a riaprire la scuola. E pensava ai suoi colleghi, che non avevano mai l'abitudine di tornare dalla campagna fino a dieci o dodici giorni più tardi del necessario, e pensava a' suoi scolari, furfanti, ma buoni diavoli.
Figuriamoci se nel giorno di cui parliamo egli non abbia mille cose che lo molestino. Quella mattina stessa, cedendo alle istanze della sorella, egli aveva consegnato al Preside la sua domanda pel collocamento a riposo, pregandolo che la facesse pervenire al Governo. Nè la pensione poteva essergli negata, perchè egli aveva tutti i titoli per ottenerla, s'intende nella misura fissata dalla legge, non già in quella pretesa dalla signora Bettina; onde questo era l'ultimo anno che egli esercitava le sue funzioni di professore, e la sorveglianza della quale oggi egli veniva pregato era uno degli ultimi incarichi del suo ufficio.
Il Preside, esternando il suo rammarico per la risoluzione del professore Antonino, gli aveva detto con una gentilezza insolita:—Senza complimenti, professore, se egli non ha voglia di stare in classe tutt'oggi, incarico un altro. Lei ha lavorato pe' suoi giorni abbastanza.
—Oh, cavaliere, le pare?... Anzi... se si tratta di servirla, di essere utile alla scuola... anche dopo... oh per me già ho sempre voluto un gran bene a quest'Istituto.
—Lo so, lo so, professore.
—Troppo buono, cavaliere... E se ho mancato... non fu per cattiva volontà.
—Mancato?... Oh mi meraviglio, professore. Così fossero tutti.
E il cavaliere Preside gli aveva stretto la mano.
Il professore di calligrafia aveva il cuore gonfio dalla commozione.
—Ho mal giudicato anche il Preside—egli diceva fra sè—degnissima persona... Ma! E mi tocca lasciar tutta questa gente che mi vuol bene!
Con che fatica il nostro Antonino tratteneva le lagrime!
E con queste disposizioni d'animo egli era sceso in classe, ove si raccoglievano i suoi persecutori ordinari, umili quel giorno e contriti per l'idea dell'esame, con queste disposizioni aveva inteso dal Preside dettare il tema della prova in iscritto, un tema così difficile, così difficile. Poveri ragazzi! O se avesse potuto far lui l'elaborato per tutti? Ma sì! Non ne capiva nemmeno il titolo. Gran disgrazia essere asini!
Intanto quelle fronti giovanili si corrugavano, quegli occhi per solito così gai sì mettevano a guardare in alto, come chiedendo l'ispirazione alle ragnatele del soffitto, quelle labbra vermiglie ordinariamente disposte al sorriso si contraevano con uno sforzo penoso, e le mani avvezze a tante piccole furfanterie andavano ravvolgendosi nei capelli.
A poco a poco, prima l'uno e poi l'altro, i ragazzi uscirono dallo stato contemplativo, tirarono fuori i libri che non dovevano avere, consultarono i quaderni che dovevano aver lasciati a casa, e finalmente si accinsero a scrivere. Di lì a una mezz'ora si udiva il suono uniforme delle penne di ferro che correvano sulla carta.
—Sia ringraziato il cielo—disse fra sè il buon calligrafo come sollevato da un gran peso.—Sia ringraziato il cielo! Adesso hanno preso l'aire tutti quanti. Già, bisogna confessarlo, son bravi ragazzi.
Al signor Antonino pareva che, se gli studenti cominciavano a scrivere, l'esito dell'esame fosse assicurato. Scrivessero poi bene o male, poco importava.
Sentendosi un po' le gambe intorpidite egli scese dalla cattedra e si mise a passeggiar su e giù per la classe.
Delle varie file di panche non ne erano occupate che due, cosa del resto naturalissima, inquantochè quella era l'aula destinata al secondo corso e gli esaminandi appartenevano all'ultimo, sempre meno numeroso.
Il professore Antonino dopo aver passeggiato alcun tempo a capo basso e con le mani intrecciate dietro la schiena lungo la corsia che movendo dalla cattedra percorreva longitudinalmente la classe, si fermò prima davanti a una finestra, poi stette alcun poco in contemplazione delle mosche che gironzavano intorno ai vetri, poi cominciò a gettar l'occhio sulle panche vuote e a passar, quasi senz'accorgersene, da una panca all'altra contemplandovi i rabeschi e le iscrizioni che le adornavano.
Le panche della scuola! Chi di noi non se ne rammenta? Chi su quei disadorni sedili non si è, alla fin dei conti, trovato meglio che nelle poltrone a molle ove sdraiammo più tardi la svigorita persona? Senza dubbio le nostre tribolazioni le abbiamo avute anche lì. Quando, interrogati dal professore, non abbiamo saputo rispondere verbo, ed egli, con un sorriso glaciale, ci accennò di sedere e intanto con voluttà crudele disegnò una bella croce nella colonna delle classificazioni di fronte al nostro nome e cognome; o quando, colti in fallo nel meglio di qualche furfanteria, ci sentimmo dire dallo stesso signor professore—Benissimo, scriverò alla famiglia—oh allora il nostro povero corpicino ci stette pure a disagio sulle panche della scuola! E ci siamo messi a piangere, e ci siamo augurati la morte, e abbiamo fatto ridere i nostri condiscepoli da cui non potevamo restar divisi e che pure erano tanto crudeli. Ma erano bufere d'estate. Il più delle volte dopo essere andati a scuola a malincuore, vi ci trovavamo così bene. Se avevamo un professore simpatico, che possedesse una bella voce, un accento caloroso, noi lì tutt'orecchi a sentirlo, si credeva di esser sollevati insieme alla panca chi sa a quali altezze, e i nostri cuori battevano per un palpito nuovo. Era forse sete di gloria, era bisogno indistinto d'amore, chi lo sa? E dove mettiamo gli accurati lavori col temperino che abbiam fatto sulla nostra panca? La scultura in legno deve sicuramente essere stata inventata sulle panche della scuola. Là iniziali che si confondono, geroglifici che s'intrecciano, tentativi di profili impossibili, saggi d'ornato bizzarri, studi di storia naturale audacissimi, solchi che in parte seguono le venature del legno, in parte tengono una direzione opposta e formano una linea tremula come corda di lira pizzicata, cavità profonde e paurose, come se lo studente avesse voluto fare un piccolo pozzo artesiano, un guazzabuglio insomma quale può uscire da cento testoline bizzarre e da cento mani l'una più inquieta dell'altra.
Che se poi uno abbia avuto lunga dimestichezza con la scolaresca, come gli sarà facile animare, vivificare la scena! Ivi stettero a fianco ignari dell'avvenire i più disparati ingegni e i più diversi caratteri, il futuro commesso e il futuro ministro, quegli il cui nome si perderà nella folla e quegli che raccomanderà ai secoli la sua fama. E furono, qual più qual meno, amici tutti, alla peggio le inimicizie loro durarono poco; chi sa invece che saranno nel mondo? Forse non s'incontreranno mai più, forse s'incontreranno soltanto per osteggiarsi, forse uno finirà col calcare il piede sul collo dell'altro.
Il signor Antonino non aveva mai brillato per una fantasia vivace, e anche nei più belli anni della sua giovinezza, egli poteva dire di non aver provato le schiette gioie dell'immaginazione.
Ma adesso, fissando quelle panche, al cospetto di quegli intagli bizzarri, egli vedeva una quantità di figure disegnarglisi davanti, e moversi, e prendere atteggiamenti diversi, e cento volti dimenticati ripigliar forma e colore. Era la scolaresca di trent'anni confusa insieme.
Ecco un nome. Chi era costui? Il professore Antonino chiudeva gli occhi un momento e poi lo vedeva tal quale lo aveva visto forse dieci o quindici anni prima. È un giovinetto bruno, dai capelli ricciuti, dagli occhi pieni di fuoco, alto, smilzo; sì, sì, è proprio lui. Anch'egli indisciplinato all'estremo. E ora dove è andato mai? Vicino a lui c'era... chi c'era? Vediamo di raccapezzarci... Ah sì!... Da una parte un ragazzino timido che pareva un bimbetto, che non fiatava mai, altro che, pur troppo, nell'ora della calligrafia. Non c'era quanto lui per imitare il miagolio del gatto. Adesso è impiegato alle ipoteche. A sinistra poi,... no, lo scolare di sinistra il professore Antonino non poteva farselo tornare a mente. Ma di dietro invece, nella panca successiva, era tutta una fila di ragazzi che gli pareva aver davanti gli occhi. Che panca terribile era quella! Che demonî! Bisogna però eccettuarne uno il quale sedeva nell'angolo vicino alla parete. C'erano ancora le sue iniziali A. E. Sicuro, si chiamava Angelo Emanuelli, poverino! Era pallido, tossicoloso; d'inverno aveva sempre freddo, d'estate pativa il caldo in modo straordinario. I suoi condiscepoli lo chiamavano agnello e gli amministravano una dose straordinaria di scappellotti. Egli non si lagnava, non serbava rancore ad alcuno, e diligente com'era faceva le lezioni di tutti. Povero figliuolo! È morto. Il signor Antonino si ricordava che alcuni anni addietro, nelle vacanze d'autunno, l'Emanuelli era venuto a fargli visita insieme a sua madre, una donna abbrunata, dalla cera pallida e dall'aria stanca come suo figlio.
Una visita in casa del signor Antonino era un avvenimento.
Il professore Antonino era solo; sua sorella, grazie a Dio, si trovava in campagna. Egli corse ad aprire la porta e disse confuso—Caro Angelo... stimatissima signora... prego, si accomodino...—Poi, senza nemmeno terminare la frase, volò nella sua camera da letto, e indossato un abito un po' più pulito, si ripresentò rosso come una fanciulla a cui si parli la prima volta d'amore.
—Che onori!... In che cosa posso?... Mi dispiace che trovano tutto in disordine... Non c'è mia sorella... (Ci mancherebbe altro che ella ci fosse—egli soggiunse in cuor suo).
—Per carità, professore, non si dia pena per noi—disse la signora.—Lei è così buono, che siamo venuti a chiederle un favore... Angelo fu malato alcuni giorni... Ora sta meglio, ma non si è ancora liberato dalla tosse...
E Angelo, come per dar ragione a sua madre, tossì un paio di volte.
—Ecco, capisco che la scuola è fatica soverchia per lui—continuò la signora con un tremito nella voce.—Non voglio sforzarlo... Siamo stati tanto disgraziati. Veda, vesto ancora il bruno per una figliuola... E prima di lei ne ho perduti altri due... e mio marito anche lui... sempre dello stesso male... Ma questo qui bisogna che mi resti—continuò la madre asciugandosi le lagrime e cingendo con un braccio il collo del suo Angelo come se volesse difenderlo.
—Si calmi, signora, si calmi—rispose il buon professore—posso offrirle un bicchier d'acqua? Ha ragione, ha ragione, non lo mandi più a scuola. Poveri ragazzi! Li ammazzano con questi nuovi sistemi.
—Ecco ciò che volevo chiederle—ripigliò la signora poichè si fu ricomposta alquanto—scusi sa, perchè in mezzo a tanti dispiaceri ho quasi perduta la testa... Il mio figliuolo potrebbe andare intanto due ore al giorno nel banco d'un amico di mio marito buon'anima... Due ore sole per adesso... fin che Angelo sia divenuto più forte... gli darebbero quindici lire al mese... pochine, ma tanto per cominciare... Senonchè, c'è un guaio; vorrebbero che il ragazzo sapesse scrivere in rotondo, e Angelo dice che non sa, che non lo ha studiato... Pretesti, forse.
—No, no—si affrettò a interrompere il professore Antonino—il rotondo non l'ho insegnato nella sua classe.
—Ebbene allora vorrei ch'Ella avesse la bontà di dargliene qualche lezione, così per metterlo sulla strada. Il resto lo farà egli da sè...
—Ma sì, ma sì—sclamò il Bottaro, beato di fare un piacere.
—Noi compenseremo secondo le nostre forze...
—Nemmen per idea... non voglio neanche sentirne a discorrere... No, signora Emanuelli, se parla di compensi si rivolga ad altri... Angelo verrà da me per una, per due settimane, anche tutte le mattine se può, e vedrà che bel rotondo egli imparerà a scrivere in cinque o sei lezioni... Siamo intesi, non è vero?
La signora Emanuelli stette alquanto perplessa, tornò a tirar fuori la questione del compenso, ma finì col cedere all'insistenza del professore e disse commossa:—Giacchè il professore è tanto gentile non so come rispondere con un rifiuto. Angelo, che dici al professore?
—Grazie—bisbigliò il ragazzo.
—Nulla, nulla, caro—replicò il signor Antonino—Vuoi cominciar domattina?
Angelo guardò sua madre, poi disse:—Sì, professore.
—Allora siamo intesi.
E il signor Antonino accompagnò fino giù delle scale il suo scolaro e la madre di lui che si profondeva in ringraziamenti.
Angelo Emanuelli prese otto lezioni, poi entrò nel suo nuovo officio, poi venne a fare una visita al professore, poi non lo si vide più.
Il presentimento della povera madre si era avverato. Il ragazzo era morto della malattia dei suoi fratelli e del suo babbo, era morto a sedici anni.
E il professore Antonino lo aveva dimenticato, quando le due iniziali scolpite sulla panca lo richiamarono alla sua memoria. Egli rivide ancora quella fisonomia languida, sparuta, egli intese ancora sonarsi all'orecchio quella tosse secca, insistente, e la voce di quella povera madre, adesso morta anche lei, che diceva—Ma questo qui bisogna che mi resti.
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Chi sa fino a quando il professore Antonino sarebbe rimasto immerso in siffatti pensieri, se uno scolaro non gli avesse picchiato leggermente sulla spalla!
—Che c'è?—proruppe il Bottaro in tuono meno rimesso del consueto.
—Signor professore, le consegno il mio elaborato—rispose il ragazzo guardandolo in aria di mezza canzonatura.
—Oh!... Ha ragione... hai ragione, caro... Dunque hai finito? Va, va, che andrà tutto benissimo.
Al primo studente ne successe un secondo, al secondo un terzo, al terzo un quarto e così via via fino all'ultimo.
—Ma bravi, ragazzi, come avete fatto presto quest'oggi!
Il signor Antonino non s'era accorto del tempo ch'era passato mentr'egli stava fantasticando, e non aveva avvertito affatto un'altra cosa, quella cioè che i giovanetti, non disturbati punto dalla sua sorveglianza, s'erano a loro agio consultati, copiati, corretti a vicenda, onde i varii còmpiti si somigliavano fra loro come tanti gemelli.
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Uscito l'ultimo studente, il professore Bottaro, col piego degli elaborati sotto il braccio, salì la scala che conduceva in Direzione e consegnò nelle mani del Preside il suo prezioso deposito.
—Grazie, professore—disse questi con amabilità—grazie. La pregherò poi d'intervenire alla conferenza per le classificazioni... Ma che cos'ha che mi pare turbato?
—Scusi, cavaliere—balbettò il calligrafo—non so nemmen io che cos'abbia... Ha già inoltrato la mia istanza?
—No—rispose il Preside togliendo da un mucchio di carte il documento che gli era stato consegnato nella mattina dal professore—No, è ancora qui.
—Potrebbe darmela un momento?
—Eccola.
—Se me la lasciasse fino a domani—continuò timidamente il nostro Antonino.—Vorrei pensarci su.
—Davvero?—disse il Preside, componendo le labbra ad un sorriso un tantino ironico.
—E posto il caso ch'io sospendessi la domanda della pensione fino all'anno venturo, ne avrebbe dispiacere?
—Oh si figuri—rispose coi denti alquanto stretti l'interrogato.—È dal suo punto di vista... Mi pare che, poichè la legge le dà il diritto al riposo... Ah se fossi nel caso suo!—sospirò il Preside, guardando macchinalmente il calendario ch'era sul tavolino, come se potesse leggere colà gli anni che gli mancavano a terminare il suo servizio.
—Ah, per lei è un'altra cosa—ripigliò il professore di calligrafia, che a poco a poco trovava il coraggio e quasi l'eloquenza.—Lei è una brava persona, e quando avesse il riposo, si consacrerebbe a' suoi studi, starebbe in mezzo a' suoi manoscritti, alle sue biblioteche...
Il Preside, scrollò le spalle quasi a significare—Povero grullo! come t'inganni!
—Ma io—seguì a dire il nostro Antonino senza badare ai gesti del suo interlocutore—io che devo fare? Occuparmi in esercizi di calligrafia per mio conto?
—Potrebbe ad ogni modo dar qualche lezione privata...
—E allora è meglio che rimanga qui. Tanto e tanto mi tocca lavorar lo stesso, e qui almeno ho preso affezione all'ufficio.
—Perchè—incalzò il Preside—mi pare che questi benedetti ragazzi non si contengano con lei come dovrebbero.
—Si esagera, sa—ripigliò un po' confuso il signor Antonino—- fanno qualche volta del chiasso, ma è piuttosto colpa mia che di loro. Del resto, vede, nella calligrafia non occorre tutto quel raccoglimento che è necessario nelle altre materie... Ma, in ogni maniera, quest'anno non c'è stato male. E mi pare ormai che ogni anno andrebbe meglio.
Il Preside non potè a meno di sorridere. Indi soggiunse a modo di conclusione:—Che vuol che le dica? Ci pensi.
Il professore Antonino ci ha pensato. Egli deliberò di rimettere la sua dimissione all'anno successivo. Scorso il termine fu di nuovo in grandi incertezze, e poi decise di aspettare.
Così egli insegna ancora calligrafia nell'Istituto di ***. Gli studenti continuano a prendersi con lui le solite libertà; i colleghi non lo tengono in nessun conto; la signora Bettina lo strapazza senza misericordia, perchè non lascia la scuola e la scolaresca; anche il bidello, suo abituale confidente, lo consiglia a mettersi in quiete, ma il signor Antonino è ormai convinto, che il giorno in cui egli abbandonerà definitivamente il suo ufficio, si potrà preparargli la necrologia.