I.

Nel salottino che una lumiera a gaz rischiarava dall’alto e che una sola stanza divideva dalla camera del malato erano raccolte dieci o dodici persone, quali sedute, quali in piedi, quali appoggiate al davanzale d’una finestra aperta per respirare un po’ d’aria libera. Sulla tavola, in mezzo ad alcuni album di fotografie e strenne e gingilli, un gran vassoio con parecchi bicchieri d’acqua, un altro più piccolo con una dozzina di bicchierini da liquori e una bottiglia smerigliata di Cognac fine Champagne; infine una vaschetta piena di pezzi di ghiaccio e con un cucchiaio di cristallo.

Di tratto in tratto qualcheduno infilava in silenzio l’uscio a sinistra, stava fuori del salotto un paio di minuti e poi vi rientrava con aria contrita.

— Nulla di nuovo? — si chiedeva da più parti.

— Nulla.... sempre nel medesimo stato.... Piuttosto inquieto.

Di quelle dieci o dodici persone sei erano li da poche ore, accorse alla chiamata telegrafica. Erano i parenti più vicini, i probabili eredi del cavaliere Achille, nessuno dei quali abitava in Venezia. L’unica sorella superstite, la baronessa Rudeni, stava ordinariamente a Firenze, ma il dispaccio l’aveva raggiunta a Livorno ov’ella faceva i bagni di mare, ed ella, in compagnia del marito barone James e della cagnetta Darling, aveva preso il primo treno per l’Alta Italia; i Minucci, venivano da Torino, i Quaglia da Milano. 1 Minucci, padre e figlio, erano cognato e nipote del cavaliere; così pure i Quaglia.

Tutti, come si vede, avevano risposto all’appello con meravigliosa sollecitudine. E in vero il tenore del dispaccio spedito dal cugino Raimondi per consiglio del medico non ammetteva indugi.

Nostro Achille colpito apoplessia. Condizione allarmante. Desiderabile vostra presenza.

Era stato un fulmine a ciel sereno. Chi poteva immaginarsi che il cavaliere Achille morisse d’apoplessia a quarant’anni?

Tra il cavaliere e i parenti di lui non c’era mai stata una grande intimità. Passavano dei mesi, passava un anno intiero senza che si vedessero, perchè egli non andava a cercarli e preferiva di far i suoi viaggetti all’estero ed essi capitavano di rado a Venezia. Una volta, dopo alcune perdite fatte alla Borsa dal barone James, la baronessa moglie aveva scritto al fratello manifestandogli l’idea di tornare a stabilirsi in patria, presso di lui, che così non sarebbe rimasto tanto solo. Il cavaliere l’aveva dissuasa dal suo proposito. Se ne ricordasse; ella diceva sempre che lo scirocco di Venezia le faceva male. Di lui non si prendesse pensiero; la solitudine non lo sgomentava. Coi Minucci e coi Quaglia le relazioni erano ancora più fredde. A ogni modo i nipoti non mancavano di scrivere allo zio una toccante lettera pel capo d’anno, a cui egli, che aveva mediocri disposizioni per lo stile epistolare, rispondeva con poche righe che principiavano invariabilmente così: — Caro nipote — Gratissimo fummi tuo foglio, ecc., ecc.