I.
L’Università di X è da qualche tempo un po’ scaduta di credito; ma dieci anni or sono essa era certo tra le più riputate del Regno, e vi si contavano a dozzine i professori aventi un nome celebre nella scienza. Nella facoltà giuridica il Bertioli, il Soreni, il Mereghini, nella fisico-matematica il de Ziani e il Luserta, nella medico-chirurgica l’Astigiano e il Barelli, in quella di filosofia e lettere il Meravigli, il Dalla Volpe, il Frusti, il Teofoli, il Canavese, il Pontevecchi, ch’era anche rettore. È verissimo che molti di questi uomini insigni appartenevano alla classe dei professori che chiameremmo decorativi, perchè le loro relazioni con l’Università si limitavano a qualche lettera scritta al segretario economo per farsi mandar lo stipendio. Il Bertioli, per esempio, era senatore e i suoi doveri di cittadino lo costringevano a frequentare le sedute della Camera vitalizia; il Sereni e il Mereghini erano tutti e due deputati e avevano obblighi uguali verso la Camera elettiva; anzi il Mereghini, nel cui cranio capace alloggiavano comodamente le legislazioni di tutti i paesi del mondo, poteva considerarsi un’appendice del Ministero di grazia o giustizia, ove i successivi titolari dei portafogli si servivano di lui per l’eterno rimaneggiamento dei codici. Ciò non gl’impediva del resto di fare all’Università una lezione ogni dicembre annunziando la materia che avrebbe trattato e che naturalmente non trattava nel corso dell’anno. Il de Ziani e il Luserta, onore della facoltà matematica, ambidue senatori in pectore, erano anch’essi pieni di cariche, membri dell’Accademia dei Lincei, membri del Consiglio superiore dell’istruzione pubblica, ecc., ecc., autori di relazioni e di programmi di studi in perfetta contraddizione fra loro. Dell’Astigiano e del Barelli non si parla. Erano medici di fama europea e non potevano rifiutare l’opera loro a chi li chiamasse a consulto in Italia e fuori d’Italia. Spesso li si chiamava tutti e due in una volta, giacchè essendo l’Astigiano profondo nella diagnosi e il Barelli nella terapeutica poteva accadere che il primo, infallibile nel determinare la natura del morbo, sbagliasse nel suggerire la cura, e il secondo, senza rivali nella cura, prendesse in iscambio un male per l’altro.
Del rimanente questo stato di cose conciliava le vedute delle famiglie degli scolari con quelle degli scolari medesimi. Le famiglie si riempivano la bocca coi gran nomi dei professori dei loro figliuoli; i figliuoli esultavano delle continue assenze dei professori e mancavano regolarmente alle lezioni dei sostituti.
Il rettore Pontevecchi, celebre orientalista ma non energico uomo, si consolava pensando che nella facoltà di filosofia e lettere, ch’era proprio la sua, le cose procedevano alquanto diversamente. In tanti professori non c’era che un unico deputato, il Meravigli, e anche quello andava di rado alla Camera perchè l’aria di Roma non gli era propizia. Gli altri erano puramente uomini di studio e non volevano saperne della vita pubblica.
Primeggiava tra questi il Teofoli, professore di filosofia, spirito largo ed acuto, parlatore limpido ed efficacissimo, ammirato dalla scolaresca, stimato e rispettato da tutti i colleghi. Due di essi, il Dalla Volpe e il Frusti, lo seguivano come la sua ombra, e la gente, a forza di vedere quei tre sempre insieme, aveva preso a chiamarli per celia i tre anabattisti. Il Dalla Volpe aveva moglie, una moglie terribile fino a trentacinqu’anni per la sua galanteria, da trentacinqu’anni in poi per la sua devozione: il Frusti era vedovo e grande odiatore delle donne; il Teofoli pareva deliberato a rimaner scapolo, e sebbene non partecipasse ai pregiudizi del suo amico Frusti contro il bel sesso, preferiva tenersene alla larga e frequentava soltanto il salotto della contessa Ermansi, ch’era una signora matura.
Ben provveduto di mezzi di fortuna, il professore Clemente Teofoli aveva un bel quartierino, una magnifica biblioteca e un’ottima tavola a cui egli invitava spesso qualche collega, e, nelle grandi occasioni, anche qualche discepolo preferito. Pegli altri due anabattisti, non c’è bisogno di dirlo, c’era sempre un posto e una posata disponibile. Il Dalla Volpe in particolare si rifugiava dall’amico il venerdì e le altre vigilie, per evitare la cucina di magro che la sua degna consorte gli avrebbe inflitta inevitabilmente.
Quei pranzetti, che la signora Pasqua, governante del professore Teofoli, una virago baffuta e contro le tentazioni, sapeva ammannire con arte sopraffina, erano rallegrati da discussioni dottissime fra i tre inseparabili. Il Teofoli parlava volentieri dell’opera ch’egli stava maturando da più anni sul tema già trattato alla fine del secolo scorso dal Dupuis, L’origine delle religioni; il Frusti e il Dalla Volpe facevano il possibile per tirare il discorso l’uno sulla storia antica e l’altro sulla moderna o a meglio dire su quel periodo di storia antica e moderna ch’essi prediligevano. Poichè, a voler essere sinceri, i due amici brillavano piuttosto per la profondità che per la varietà delle ricerche. Il Frusti non si occupava volentieri, nella storia moderna, che della rivalità tra Carlo V e Francesco I, e il Dalla Volpe, nella storia antica, non aveva occhi che per le gesta della 19ª dinastia tebana le cui glorie cominciano con Setti I, soprannominato Merenaphtha o Menaphtha (caro a Phtah), le cui imprese però, come sanno anche gli studenti di ginnasio, furono confuse con quelle di Ramesse II, suo figlio. Una volta preso l’aire, il dotto uomo non si fermava più, salvo che qualcheduno non trovasse il modo di richiamarlo alla memoria delle sue tribolazioni coniugali. Allora egli dimenticava Menaphtha e Ramesse e sfoggiava una facondia mordace che agli spiriti frivoli poteva parer preferibile alla grave e ponderata eloquenza con la quale egli esponeva le vicende memorabili dell’Egitto.
— Ero un bel somaro a pigliarmi tanti fastidi in gioventù per le scappatelle della mia signora consorte, — egli diceva sovente. — Quelli eran tempi beati in confronto d’adesso. C’erano, sì, delle chiacchiere in paese; c’erano spesso tra i piedi dei seccatori; ma almeno la Luisa era d’un umore gaio, piacevole, ed era bellina, ciò che non guasta. Le vere calamità, son principiate dopo quel fatale vaiuolo che la lasciò tutta butterata. Non vedendosi più un cane intorno, le son spuntati i rimorsi, l’è venuto il bisogno imperioso di espiare le sue colpe e di rimettersi in grazia di Domeneddio. E vigilie, e digiuni, e ogni momento in chiesa, alla messa, ai vesperi, alla benedizione, al confessionale, e preti, e frati e monache in casa.... e, s’io arrischio una parola, mi sento a rispondere: — Se ho commesso dei falli non puoi dire ch’io non ne faccia penitenza. — Così ho il gusto di aver la confessione esplicita di mia moglie, e quello di far penitenza insieme con lei.... Ah le donne!
Il nostro Teofoli notava che quando si ha avuto la sfortuna d’incappar male non è lecito giudicar tutte le donne alla stregua di quelle che ci hanno fatto soffrire.
Ma questa ragionevole osservazione dava sui nervi al terzo commensale, il professore Frusti. — È falso. Anzi è precisamente l’opposto. I soli che possono esser indulgenti con le femmine sono quelli che incapparono male. A loro almeno è permesso di credere che ce ne siano d’una pasta diversa dalle poco di buono che conoscono. Chi ha conosciuto le migliori non ha più illusioni possibili. E la mia era una delle migliori. Tutti lo dicevano, tutti continuavano a dirlo.... anche quando non c’era più un dubbio al mondo ch’ella mi menasse pel naso. E io sono intimamente convinto che avessero ragione.... Ma era donna e faceva la sua parte di animale nocivo.
Dopo queste dichiarazioni ripetute ogni tanto su per giù con le stesse parole e la cui amarezza lasciava sospettare una ferita ancora sanguinante, il professor Frusti aveva l’abitudine di tracannare un bicchiere di vino. Qualche volta, se la signora Pasqua era presente (ed ella usava dar di quando in quando una capatina in salotto da pranzo per sentir lodare i suoi manicaretti), egli si appellava al giudizio di lei ch’era uno spirito assennato e non aveva mai voluto esser confusa con le persone del suo sesso.
E la signora Pasqua approvava energicamente. — Parole d’oro — ella diceva con la sua voce grossa. — Son tutte tagliate sul medesimo stampo.
Le dispute fra i tre amici si prolungavano sovente durante la passeggiata e s’inacerbivano nelle sere in cui Teofoli, invece di andare in birreria coi colleghi, si recava dalla contessa Ermansi.
Poichè Frusti e Dalla Volpe non gli potevano perdonare questa sua debolezza. Com’essi non avevano mai accettato gl’inviti di quel bas bleu ch’era la Ermansi, così avrebbero preteso che non li accettasse lui e che non si prestasse gentilmente a far la parte di bestia rara nel serraglio della contessa.