II.

— Eccomi, — disse la Bice comparendo nel salotto ove si trovava lo zio.

Egli gettò via il giornale L’Esercito che stava leggendo e si preparò a darle una risciacquata di capo pel suo lungo ritardo. Ma l’aspetto singolare in cui ella gli si presentava gli strappò invece un sorriso dal labbro. E disse soltanto: — Finalmente!... E in quale arnese!

La ragazza aveva un lungo grembiale bianco che le scendeva dalle ascelle ai piedi, le maniche del vestito rimboccate fino ai gomiti, le mani e i polsi impiastricciati di farina, e teneva appunto le mani aperte e le braccia larghe, discoste dai fianchi, per non insudiciarsi di più. Aveva un po’ di farina anche sul viso e nei capelli.

— Eh, non ho terminato che adesso — ella rispose. — Sono in tenuta di fatica.

— Vada a mutarsi dunque.... presto.

— Vado.... ma che cosa voleva, zio, che mi ha fatto chiamare?

È vero. Che cosa voleva? Non se lo rammentava neppur lui.... Ah sì, voleva rimproverarla. E riprese: — Perder la giornata per fare un dolce. Vergogna!

— Fare e rifare, caro zio.... Senza dubbio, la ricetta era sbagliata.... Si figuri che se non ci mettevo un bicchier di latte di più veniva fuori qualcosa di duro come una palla di cannone....

— E ce l’hai aggiunto di tuo capo?

— Già.... La cuoca non vuole responsabilità. È un’impertinente. Sa quel che ha detto? “Mi perdoni, ma io non intendo immischiarmi ne’ suoi pasticci.„

— Ha ragione.... Ma non forzerai neanche me a mangiarlo il tuo pasticcio.

— Oh lo assaggerà almeno.... per poter suggerirmi le correzioni da farsi domani.

— Domani?

— Ma scusi, non eravamo d’accordo? Quella d’oggi è una prova.... Domani poi che ci sono i veterani a pranzo.

La Bice chiamava così tre ufficiali in pensione, antichi commilitoni dello zio, il quale li invitava a desinare un paio di volte all’anno.

— Per i veterani — interruppe il colonnello — manderemo a prendere dall’offelliere un dolce che non sia duro come una palla di cannone.

La ragazza fece un segno di protesta.

— E a proposito — ripigliò Bedeschi — che ghiribizzo è stato quello di voler che invitassi i miei amici per domani e non per oggi?

— Volere? — disse la Bice con accento sommesso. — Ho pregato.... Mi pareva che la vigilia di Natale fosse meglio passarla in famiglia.

La fronte del colonnello si annuvolò. — Famiglia numerosa in verità — egli borbottò fra i denti.

— Ma! — sospirò la Bice.

— Vatti a vestire, va, — soggiunse lo zio.

Ella non si moveva.

— Che c’è adesso?

— Nulla.... Pensavo.

— A che cosa?

— Pensavo a tanti anni fa.... l’anno prima ch’io andassi in collegio, quando il Natale si festeggiò qui tutti uniti.... Che tavola allegra! C’erano il mio babbo e la mia mamma, c’era la zia, e Vittorio e Augusto, venuti in vacanza per una quindicina di giorni, e Federico.... Noi due eravamo i più giovani.... Egli faceva mille biricchinate e mi legò con la treccia alla spalliera della seggiola.... Oh mi par ieri.... E ora gli uni son morti, gli altri dispersi pel mondo.

Si voltò commossa, con le pupille umide.

Lo zio, infastidito, le diede sulla voce. — Per carità, non mi far piagnistei. I morti lasciamoli in pace, e quanto a quelli che sono dispersi, due calcolo che siano con noi; il terzo, il tuo carissimo Federico, è meglio dimenticarlo com’egli dimentica.

Ella fu in procinto di mettergli la mano sulla bocca per farlo tacere. Ma si ricordò ch’era tutta infarinata e si trattenne in tempo, sorridendo in mezzo alle lacrime: — Non le dica neanche per ischerzo queste cose. Se Federico non ha ancora scritto, questo non significa che abbia dimenticato.... Giurerei che la lettera è in viaggio.

Il colonnello fece una spallucciata. — Del resto, peggio per lui. A me non importa proprio niente.

Balzò in piedi e ripetè alla nipote: — Vatti a vestire. A meno che oggi non si debba rinunziare al pranzo....

La ragazza guardò l’orologio. — Pel pranzo ci vorrà un’oretta.... o un’oretta e un quarto.... secondo il punto in cui sarà il dolce.

— Insomma, Bice, — saltò su lo zio aggrottando le ciglia, — ogni bel gioco dura poco.... Vada e torni vestita entro venti minuti, e quando torna, a qualunque punto sia il dolce, disponga perchè portino subito in tavola.... Marsch.

— Oh, — esclamò il colonnello appena rimasto solo. — È indispensabile di por ordine a questa faccenda. Colei con le sue smorfiette ottiene sempre quello che vuole.

Il peggio si è ch’ella lo faceva diventar patetico, sentimentale, lui, il colonnello Bedeschi! Non aveva dovuto rasciugarsi gli occhi, quella sera stessa, nel guardare le fotografie di famiglia? Non era stato lì lì per commoversi quando la Bice aveva evocato la memoria di quel Natale lontano? Non si crucciava fuori di luogo e di modo perchè quel caposcarico del figliuolo minore tardava a mandare gli auguri per le feste? Non soffriva all’assenza di questo ragazzo più assai che non volesse ammettere di soffrire? Non vedeva con un certo sgomento avvicinarsi il tempo nel quale Federico avrebbe dovuto andare di là dall’oceano? Non c’erano dei momenti in cui gli sarebbe venuta una gran tentazione di richiamarlo?

No, così non poteva durare. Il colonnello aveva bisogno di ricuperar la stoica impassibilità d’una volta, anche a costo di allontanar da sè la nipote. Ell’aveva diciott’anni, era piacente, graziosa, possedeva un quarantamila lire di suo, altre ventimila gliene avrebbe date lui, non doveva esser difficile di trovarle un marito.... Trovarle marito, e poi rimaner solo, con Battista, l’ordinanza, e coi veterani per commensali nelle grandi solennità.... Che bella prospettiva! Tanto bella che il colonnello, nell’eccesso della gioia, diede sulla tavola un pugno così formidabile da far quasi cadere il lume. Indi se la prese col giornale L’Esercito che gli parve indegno di avere nemmeno un associato; stracciò in due pezzi il numero che aveva fra le mani e ne fece due pallottole che scagliò a due angoli della stanza. Dopo le quali gesta tirò fuori il suo cronometro per vedere se fossero trascorsi i venti minuti ch’egli aveva assegnati alla Bice per la sua toilette.

— Venti minuti giusti, nè uno di più nè uno di meno, — disse la giovinetta entrando proprio in quel punto. Ella vestiva un abito di lana celeste con guarnizioni di peluche, portava al collo un filo di corallo, e buccole pur di corallo agli orecchi. Nei folti e lucidi capelli aveva intrecciato un nastrino di velluto rosso che ne faceva meglio spiccare il colore castano scuro e dava risalto ai suoi occhi bruni e vivaci. Del resto non aveva lineamenti regolarissimi, nè poteva dirsi bella nello stretto senso della parola, ma la persona agile e svelta e l’espressione della fisonomia dolce ed arguta ad un tempo la rendevano preferibile a molte vantate bellezze.

— Sfido un’altra a far così presto, — ella continuò avanzandosi verso lo zio, che, suo malgrado, era rimasto colpito dalla geniale apparizione. Ma egli era armato contro le seduzioni e rispose in tuono burbero: — Bene, bene.... E che necessità c’era di mettersi in fronzoli?... Tutte civette, le donne....

— Oh zio, mi son messa il vestito buono e i coralli che mi ha regalato lei il mese passato.... Dovevo lasciarli sempre chiusi in cassetto?

— Non dico questo.... Se ci fosse qualcheduno a pranzo.... Domani, per esempio....

— Oh, pegli estranei.... Se però esige che vada a mutarmi di nuovo...?

— Sì, per non finirla più.... Hai dato gli ordini in cucina?

— No, veramente.... Volevo darli adesso....

Bedeschi mise un’esclamazione poco parlamentare e tirò con violenza il campanello.

Si presentò Battista.

— Il pranzo è pronto? — chiese il colonnello con voce tuonante.

Il servo guardò la signorina.

— Non guardate la signorina, guardate me, e rispondete.

— Ma, — balbettò Battista. — Dev’esser pronto tutto.... tranne il dolce.... che la cuoca dice che non sarà pronto mai....

— Gelosia di mestiere, — rimbeccò la Bice.

— Se tutto è pronto, tranne quello che non sarà pronto mai, — ripigliò il colonnello, — scodellate la minestra immediatamente.

Battista voleva soggiungere qualcosa, ma la padroncina con un gesto di rassegnazione lo pregò di tacere.

Di lì a poco, nel salotto da pranzo bene riscaldato ed illuminato, zio e nipote sedevano a tavola l’uno di fronte all’altra e parevano entrambi in poco felici disposizioni d’umore. Lo zio trovava da ridire su tutte le pietanze, la nipote, d’ordinario chiacchierina e vivace, s’era ammutolita ad un tratto, e in preda a una singolare inquietudine s’agitava sulla sedia, tendeva l’orecchio ai più lievi rumori, e alzava ogni tanto gli occhi verso la mostra d’un orologio.

La Bice arrossì come uno scolaro colto in fallo, e disse: — Osservavo ch’è molto tardi.

— Bella scoperta! Di chi la colpa?

In quel momento si sentì una scampanellata alla porta di strada; la Bice balzò fuori della stanza, e Battista, che quella sera serviva peggio del solito, rovesciò una bottiglia di vino sulla tovaglia.

— Imbecille! — urlò il padrone. E avrebbe aggiunto chi sa quali altri epiteti se non fosse stata la curiosità di saper chi era venuto.

— Andate di là, — egli ordinò al domestico che non se lo fece ripetere due volte, — e tornate subito a dirmi chi è.

Ma Battista non tornò subito. Tornò invece la Bice con una strana espressione nella fisonomia, e si fermò sulla soglia.

— Ebbene? Che cos’è successo? Siamo in un ospedale di pazzi? — chiese il colonnello.

— Oh zio, — rispose la ragazza. — Se mi fa quei visacci non ho coraggio....

— Finiamola.... Chi è venuto?

— È venuto.... un forastiero....

— Un forastiero.... Chi?....

La Bice esitava.

— Chi, in nome del cielo?

— Oh sa, faccio come nelle commedie, io.... Avanti, Federico.

E tirò a sè il battente dell’uscio, dietro a cui si trovava Federico in persona.

Si ha un bell’esser corazzati contro le debolezze umane, si ha un bel voler foggiarsi sul tipo inflessibile di Bruto primo e di Manlio, allorchè un figliuolo che si credeva di non rivedere per un gran pezzo vi compare dinanzi all’improvviso, e con uno sguardo più eloquente d’ogni parola vi chiede perdono de’ suoi trascorsi e ridomanda la sua parte di affetto e il suo posto al focolare domestico, è impossibile non cedere al bisogno di spalancargli le braccia. Il tempo delle riflessioni verrà, verrà forse il tempo di pentirsi dell’aver ceduto a questo primo movimento; intanto il cuore, sia pur di sorpresa, riporta una vittoria che non è mai senza conseguenze per l’avvenire.

Tutto ciò accadde al colonnello Bedeschi, il quale faceva inutili sforzi per nascondere la propria emozione, e girando intorno a questo figlio piovutogli dall’Inghilterra e divorandolo con gli occhi, tradiva la sua sollecitudine con una sequela di domande: — Non sei mica malato, eh? — Non hai mica patito freddo per viaggio? — Sei stanco? — Hai ancora da pranzare?

E mentre Federico ch’era un florido giovinetto sui ventitrè anni gli rispondeva che stava benissimo, che s’era rifocillato a Verona, ma che nondimeno avrebbe preso volentieri una tazza di brodo, il colonnello scoteva il braccio della Bice.... — Via, perchè non ti muovi?... E dov’è quello stupido di Battista? O non c’è del brodo caldo in cucina?

— Ce n’è, ce n’è.... Ecco Battista con la zuppiera. È provvisto alla cena, alla camera, a tutto....

— Tu sapevi dunque?

— Naturalmente.

— E anche la servitù?

Battista evitava lo sguardo del padrone. Federico non alzava il naso dal piatto. La Bice sola, imperterrita, affrontava il fuoco.

— Anche la servitù. Da questa mattina.... L’avevo detto io.

— Ma perchè tanti sotterfugi?

— Ecco.... — principiò Federico al quale sembrava poco cavalleresco il non accorrere in aiuto a sua cugina.

Ma il padre lo interruppe. — Tu bada a mangiare. La Bice ha la lingua sciolta.

— Oh, — ripigliò questa, — mi spiccio in due parole. Se Federico scriveva a lei che non ne poteva più delle nebbie di Londra, che provava un bisogno imperioso di riscaldarsi al sole d’Italia, di rivedere la casa, la famiglia, insomma se le chiedeva il permesso, lei non glielo avrebbe dato, e allora come si faceva a disubbidire?... Invece di scrivere a lei, Federico scriveva a me.... Non era un segreto la nostra corrispondenza....

— No, certo; però non mi sarei immaginato che ne usaste per cospirare. Alle corte, quel permesso che forse non avrei dato io, l’hai dato tu.

— Al momento opportuno ho incoraggiato Federico a perorar la sua causa in persona. Lo assicuravo che suo padre era un uomo severo, ma un cuore come ve ne son pochi....

— Basta, basta, — disse il colonnello. — È inutile dorare la pillola. — Indi rivolgendosi al figliuolo: — E il mio amico Giraldi, il tuo principale, è anche lui della congiura? Son sei o sette mesi che non mi manda una riga.

Federico estrasse del taccuino una lettera e la porse al padre.

— Oh! — disse questo. — Son due lettere, una dentro dell’altra.

— Leggi e vedrai.

Giraldi scriveva ad Annibale Bedeschi lodandosi della condotta e della intelligenza di Federico, ma soggiungendo che non gli pareva uomo nato pel commercio, e che, secondo lui, era molto meglio lasciargli studiar l’arte per la quale mostrava disposizioni singolari. In prova di che inchiudeva un biglietto del celebre Whitty, uno dei primi pittori di Londra, che aveva visto i disegni del giovine e ne traeva i più lieti pronostici per l’avvenire.

Il colonnello diede un’occhiata al biglietto in questione. — È in inglese! — egli esclamò. — O che che cosa devo capirci io?

Federico si offerse di tradurlo. Ma la Bice propose di rimetter le spiegazioni al domani. Erano tutti stanchi, e Federico in particolare cascava dal sonno.

— È vero, — assentì il colonnello. — Federico dovrebbe andarsene a letto.

A questo punto la Bice si picchiò la fronte con la mano. — E il mio dolce? Battista, fate il piacere di domandarne conto alla cuoca.

Il cugino mise un’esclamazione ammirativa. — Anche di pasticceria te ne intendi?

— Un poco.

— Uhm! — fece il colonnello.

Battista rientrò in salotto con aria contrita, e depose davanti al padrone un piatto che conteneva un oggetto informe.

— È questo il tuo dolce? — chiese ironicamente lo zio dopo alcuni vani tentativi di fenderne la crosta col coltello.

La Bice, mortificata, non riconosceva più l’opera sua. — Così me lo hanno ridotto?

Federico non potè trattenere una sonora risata.

— Hai torto di ridere, — disse la giovinetta. — Quella, vedi, è tutta malizia della cuoca, invidiosa de’ miei trionfi. Un’altra volta....

— Non c’è altra volta che tenga, — protestò il colonnello. — Basta una, ce n’è d’avanzo.

La Bice si strinse nelle spalle. — Il mio dolce avrà servito a ogni modo a far ritardare il pranzo. Se la corsa fosse arrivata in orario, Federico avrebbe desinato con noi, anzichè trovarci alle frutta.... E adesso....

— O che c’è ancora?... Non volevi che tuo cugino andasse a riposarsi?

— Sì, ma poichè rimane un sorso di vino nei bicchieri faccio un brindisi ai due assenti Vittorio e Augusto.

— Con tutto il cuore, — risposero a una voce padre e figliuolo.

— Agli assenti e al reduce, — ella soggiunse.

— Sia pure.... Anche al reduce, — ripetè il colonnello avvicinando il suo bicchiere a quello di Federico. — Abbiamo però sempre dei conti da regolare.

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Quando Federico si mosse per salire nella sua camera, la Bice lo accompagnò fino sul pianerottolo. Egli non aveva parole abbastanza per ringraziarla, per esaltare il suo spirito, la sua bravura.

— Non facciamoci illusioni — ella disse. — Non cantiamo vittoria troppo presto.

— Con te, mia cara, si vinceranno tutte le battaglie, — replicò il cugino. E dopo una breve pausa, abbassando la voce e avvolgendola d’uno sguardo ch’esprimeva il più sincero entusiasmo: — Sai che ho fatto un’altra grande scoperta?

La Bice abbassò involontariamente gli occhi. — Quale?

— Che sei diventata proprio bella.... ma proprio.... non è già un complimento.

— Pazzo che sei! — disse la ragazza imporporandosi in viso. — Buona notte, buona notte. — El o piantò lì col lume in mano, incantato a guardarla.

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Come si accomodassero le faccende il dì appresso, che conseguenze avesse nell’avvenire la grande scoperta di Federico, a che risultato approdasse la visibile simpatia de’ due cugini, son tutte cose che non si possono saper subito.... Al Natale prossimo.... forse.