IX.
L’andatura della contessa (poichè Teofoli non s’era ingannato) non tradiva la minima esitanza, il minimo imbarazzo; s’ella aveva il velo abbassato, s’ella studiava il passo, era pel freddo e non per la paura di esser sorpresa. Giunta all’abitazione del professore, di cui ella conosceva benissimo la facciata, ella infilò il portone che di giorno era sempre aperto, salì la prima branca della scala e si fermò sul pianerottolo. Ma non ebbe bisogno di suonare il campanello accanto al quale era inciso su una piastra d’ottone il nome Teofoli, chè l’uscio girò lentamente sui cardini e una voce soffocata disse dal di dentro: — Contessa, o contessa Giorgina.
— Buon giorno, Teofoli, — ella rispose entrando con molta calma e tranquillità.
— Com’è stata buona, com’è stata gentile! — esclamava il professore porgendole la destra mentre con l’altra mano andava quietando Darling che gli saltava alle gambe. — Non osavo sperare.
La contessa fece una risatina che mise allo scoperto una doppia fila di denti bianchissimi, e domandò: — Cerbero non c’è?
— Nè Cerbero, nè nessuno, — replicò il professore con un accento che a lei parve fin troppo tenero.
— Bah! — ella soggiunse. — In fondo sarebbe stato lo stesso.
Teofoli che precedeva di qualche passo la bella visitatrice e aveva già aperto l’uscio della sua camera da studio non ebbe tempo di rilevare il senso di questa frase poco appassionata, essendo avvenuto in quel momento un singolare incidente.
Il gatto Tocci, avvertito dal suo fine odorato o dal tintinnio dei sonagli di Darling della presenza di un quadrupede estraneo sotto il tetto domestico, si precipitò come un fulmine dal focolare della cucina ove faceva il suo chilo e piombò minaccioso sulla cagnetta, la quale, pusillanime per sua natura, evitò la pugna e inseguita dall’avversario corse a ripararsi nello studio del professore, sotto uno scaffale. Tocci, da animale che temperava l’audacia con la prudenza, non volle impegnare battaglia in condizioni sfavorevoli, ma col pelo arruffato, con la coda ingrossata si piantò dinanzi agli accampamenti dell’intruso esprimendo i suoi fieri propositi con certi rauchi e lunghi miagolii di non dubbio significato per chi conosce il linguaggio felino. Alle grida della contessa atterrita dal pericolo di Darling, Teofoli affrontò coraggiosamente il gatto belligero e dopo inutili sforzi per impadronirsene riuscì infine a cacciarlo dallo studio nell’andito e dall’andito nella camera della signora Pasqua di cui chiuse l’uscio con un colpo secco. Compiuta questa lodevole impresa, il filosofo tornò dalla Giorgina ch’egli trovò accovacciata sul tappeto e intenta a tirar fuori Darling dal suo rifugio.
— Che bestie feroci tenete presso di voi? — ella gli disse in tuono di rimprovero.
— Oh per carità, contessa, mi perdoni, — balbettò il professore tutto confuso. — Se avessi potuto credere, se avessi potuto immaginare.... Darling, povera Darling, quell’animalaccio non ti ha mica fatto nulla?
— Paura le ha fatto.... Vedetela come trema.... Pur che non si ricominci da capo al momento di uscire.
— Nemmen per idea. Ho preso le mie precauzioni.
— Dovevate prenderle prima, — rimboccò la Serlati che s’era messa a sedere con la cagnetta in grembo e l’accarezzava come un bambino.
Il professore, umile e mortificato, non tentava nemmeno di difendersi. Ahimè, l’abboccamento galante principiava male.
A poco a poco la contessa si rabbonì, depose Darling in terra, e rivolgendosi a Teofoli disse: — Capisco, non ne avete colpa. — Indi soggiunse gettando via la pelliccia e il manicotto con un movimento rapido: — Fa un bel caldo qui.
— Se volesse levarsi anche il cappello? — egli propose timidamente.
— Non è affare.... Ci vuol troppo a rimetterlo.
— I guanti almeno....
— No, no.... Riallacciar tutti questi bottoni!...
Ella balzò in piedi nella grazia incantevole della elegante persona, e disse con un sorriso: — Orsù, Teofoli, fate gli onori di casa.... È pieno di luce il vostro studio.... Dove guarda?
— Su un giardino.... Oh non ci son finestre di fronte.... Può affacciarsi liberamente.
— E perchè no?... Ah capisco, — ella ripigliò in tuono leggero; — sono una donna che si compromette.
Quindi, dando un’occhiata intorno, — Quest’è, per voi altri dotti, quello ch’è il salotto per noi donne.... Invece di ninnoli inutili, di vasi, di stoffe, di tappeti appesi ai muri o gettati alla rinfusa sui mobili, libri, libri, e poi libri.... Mi piace.... Se fossi un uomo, vorrei anch’io.... Ah mio marito, poverino, non ha di questi gusti.... E scommetto neppur Montalto.... Lo studio di Montalto deve avere un aspetto affatto diverso del vostro. Sarei curioso di vederlo.... Che viso fate, Teofoli! — ella esclamò ridendo. — Non vi spaventate. Nello studio di Montalto non andrò.... Mi comprometterei di più.
Teofoli, così eloquente dalla sua cattedra, così piacevole anche nella conversazione ordinaria, non trovava parole. Ce n’erano due che gli bruciavano le labbra e ch’egli non ardiva pronunziare, due paroline piccole piccole — Vi amo — che un pudore, un terrore invincibile non gli aveva in tanto tempo permesso di dire alla Giorgina. E sì che delle dichiarazioni gliene aveva fatte; delle dichiarazioni contorte, poetiche, arcadiche; ma quelle due paroline che hanno il merito di esser tanto chiare egli non gliele aveva dette mai. A dirgliele, chi sa, egli si sarebbe attirato da lei un rabbuffo, avrebbe per lo meno richiamato sulla sua bocca una di quelle risate rumorose che gli facevan male; non era meglio lasciar ch’ella le indovinasse da sè?... E poichè certo ella le aveva già indovinate e pur sentendo ch’egli l’amava era venuta nel suo studio, nel suo santuario, non si poteva dire che il metodo da lui seguito fino allora fosse interamente sbagliato. Adesso però, adesso in qual modo doveva regolarsi? Non era giunto l’istante di parlar chiaro?
Ebbene, non c’era caso, il coraggio gli mancava sul più bello.... Egli a cinquant’anni, ella a poco più di venti, egli uomo grave, dedito a una vita di pensiero, ella, donnina alla moda, avvenente, corteggiata, assetata di divertimenti e di svaghi!... Oh quanto meglio gli sarebbe stata la parte di padre che quella di damerino!... Ecco, pur dianzi, quando la Serlati accennava celiando allo studio di Montalto, Teofoli aveva provato una stretta al cuore, e sarebbe ingiusto il credere ch’egli non sentisse che il morso acuto della gelosia. La gelosia c’era senza dubbio, ma c’era anche un altro impulso più delicato e più casto; come una gentile pietà di quella giovinetta che nessuno guidava, che si lasciava esposta a tutte le tentazioni, che sarebbe stata capacissima di cedere, se non oggi, domani alla curiosità di visitar lo studio d’un libertino. Egli sentiva che avrebbe dovuto dirle: — Badi, Giorgina, è su una strada falsa. Lei scherza col fuoco e il fuoco la brucierà. Abbia giudizio per quelli che non ne hanno. Dia uno scopo serio alla vita. Se sarà madre, s’occupi de’ suoi figliuoli.... Le gioie della maternità la risarciranno di ciò che le è mancato come moglie.... Che se pure è destino che neanche a lei possa bastar la famiglia, aspetti almeno di ubbidire a una voce imperiosa del cuore. La passione attenua sempre e talora scusa e nobilita la colpa.... Ma sopratutto non sia una civetta volgare....
Ahi, poteva il professor Teofoli tener questo linguaggio alla contessa Serlati, egli che non badando alla differenza d’età le faceva il cascamorto, egli che s’era preparato a riceverla misteriosamente come usa un giovinotto quando ha una di quelle che si chiamano buone fortune?
Tutto ciò, si capisce, cresceva il suo impiccio che già non sarebbe stato piccolo in nessun modo. Non osava essere un amante, non sapeva essere un padre, non sapeva più nemmeno essere un amico. Le girava intorno inquieto, seguitando a ripeterle: — Cara contessa, Giorgina, s’accomodi.
E le additava un divano a molle ch’era in mezzo alla stanza.
— No, no, — replicava la contessa, — perchè volete farmi sedere? Sto benissimo così.
Pareva un uccellino che salta di frasca in frasca. Ferma un istante davanti agli scaffali, s’alzava in punta di piedi come se avesse l’intenzione di decifrare i titoli dei volumi addensati nei palchetti, ma appena il professore si accingeva a farle da cicerone, ella sguizzava da un’altra parte, ed eccola curva sul mappamondo quasi cercasse un punto importantissimo dell’orbe terracqueo.
Il professore le si accostava pieno di sollecitudine. — Che cerca?
— Niente, — rispondeva lei, alzando con un sorriso la sua bella testina.
E rivolgeva per pochi secondi la sua attenzione all’atlante che Teofoli aveva spiegato sul leggìo.
— Quest’atlante, — cominciava il professore, — è il più completo di quanti ci siano. Non si sa se più lodarne la nitidezza tipografica, oppure....
La contessa assentiva. — Bello. Sembra un messale.... Perù preferisco veder davvicino questi ritratti.... Di qualcheduno c’è il nome sotto.... Autografi preziosi.... Quello è Renan. Ne vidi la fotografia un’altra volta.... Che tipo singolare!... Come si vede ch’è stato prete.... C’è una frase latina.... semel.... semel.... ah finitela voi....
— Semel abbas, semper abbas.
— Bravo.... E questi chi sono?
Teofoli glieli nominò ad uno ad uno.
— Tutti quanti illustri, — ella disse con aria convinta. — Non sarebbe male che fossero più giovani.
— Eh, cara Giorgina, in certi studi non si arriva così presto a farsi una celebrità.
— Ma nella poesia, nella musica, sì?
— Qualche volta.
— Ho visto i ritratti di Byron, di Mozart, di Bellini.... Non li avete mica?
— No.... Ma d’un altro ritratto non mi domanda conto? — egli soggiunse a mezza voce.
— Quale ritratto?
— Il suo.
— È vero.... Quello che vi diedi in campagna.... Dov’è?
Il professore aperse misteriosamente un cassetto.
— È qui.
— Lo custodite come una reliquia?
— Per me, è una reliquia....
— Dio, come siete sentimentale! Però è bene che non mi mettiate in mostra.... Prima di tutto non converrebbe.... E poi la fotografia non mi piace.... Spero che l’ultima di cui non ho ancora visto la prova sia riuscita meglio. Faremo il cambio.
— Se mi permette le terrò tutt’e due, — disse Teofoli.
Ella si strinse nelle spalle. — Accomodatevi pure.
Indi sedette dinanzi alla tavola del professore, sulla sua poltrona, e si diede a scartabellare i suoi fogli. — È qui che scrivete la vostra grande opera sulle religioni?
— È qui che dovrei scriverla, — egli rispose. — Ma chi sa quando ne verrò a capo.
Teofoli non osava confessare che dacchè l’aveva conosciuta non aveva lavorato un giorno solo di lena.
— Male! — sentenziò con gravità la contessa. — Bisogna venirne a capo presto. Siete già un uomo celebre, ma quel libro assoderà in modo definitivo la vostra riputazione.
Il professore ch’era ritto dietro a lei si chinò adagio adagio fino quasi a sfiorarle con le labbra una ciocca di capelli che le svolazzava sulla nuca, e susurrò: — Le preme dunque la mia riputazione?
Ella si voltò bruscamente. — Mi avete fatto paura. Sì che mi preme..... Ma perchè me lo domandate con quell’aria lugubre, sepolcrale, come d’uomo che mediti un delitto?
Anche questa volta i modi della Giorgina lo sconcertarono. Era lì lì per aver coraggio e non l’ebbe.
— Ebbene, Teofoli, — ella disse alzandosi in piedi; — non vi lagnerete di me.... Ho mantenuto la mia promessa, son venuta a trovarvi a rischio di far nascere chi sa quanti pettegolezzi.... e adesso vado via.... Ma dov’è Darling?
— Va via.... così! — esclamò il povero professore.
— Come volete che vada?... Se sapeste quante cose ho da fare.... Ma dove diamine è Darling?... Darling, o Darling.
La cagnetta, che s’era rifugiata di nuovo sotto lo scaffale, cacciò fuori il muso dal suo nascondiglio e volse in giro gli occhi spauriti.
— Ha ancora la tremarella alle gambe, — notò la Giorgina. — L’eroismo non è il suo forte.... Andiamo, Darling.... Non ci son più pericoli.... Qua, qua.
Darling, a passini piccoli e cauti e quasi strisciando col ventre per terra, s’avvicinò alla padrona che le disse minacciandola dolcemente col dito: — Non conviene esser così vigliacchi. Dovevi mostrare i denti, e chi sa che quell’altra bestiaccia non avrebbe fatto rodomontate.... Orsù, Teofoli, aiutatemi a infilar la pelliccia.
— Non sia cattiva, Giorgina, non abbia questa fretta, — insisteva il professore.
— Abbiate pazienza, amico mio.... Non posso aspettare un minuto di più.... Ho lasciato detto a casa che per le due e mezzo circa sarò di ritorno, e sono già le 2,35.... Poi debbo vestirmi per uscir alle tre in carrozza... Ho da far quattro visite... pur troppo.... Oh avete ragione, è una vita impossibile.... Ma non c’è rimedio.... Sfido per esempio a non andar oggi stesso da Mistress Gilbert.... A proposito.... riceverete dai Gilbert l’invito per un ballo in costume che daranno l’ultimo sabato di carnevale.
— Quei signori americani?... Se li conosco appena?
— Non importa.... Siete un luminare della scienza, e vi vogliono.... Così va bene.... grazie.
Quantunque a malincuore, Teofoli s’era rassegnato a metter la pelliccia sulle spalle della contessa.
— Sono grato ai signori Gilbert — egli rispose. — Ma andare a un ballo, e a un ballo in costume per giunta.... si figuri....
— Gran che! Temete di compromettere la vostra dignità?
— Non dico questo.... A ogni modo non è affare per me....
— Via via, vi lascierete persuadere.... Ne riparleremo. Intanto, vi prego, datemi anche il manicotto.... È lì sul divano.... Grazie.... E addio, Teofoli.... Badate che domani e doman l’altro non sono in casa nè di giorno nè di sera. Posdomani sera ci troveremo dai Roncagli.
Prima che il professore potesse far un ultimo tentativo di trattenerla, prima ch’egli potesse almeno carpirle la promessa di ritornare, ella era già nell’andito vicino alla porta della scala. Bisognò pur che Teofoli si decidesse ad aprirle.
— Buon giorno, — ella disse scendendo rapidamente gli scalini seguita da Darling i cui sonagli mettevano un tintinnio argentino.
Teofoli tornò nel salotto da pranzo e si riaffacciò alla finestra da dove l’aveva vista venire. E dalla stessa finestra la vide allontanarsi e l’accompagnò con lo sguardo sinch’ell’ebbe svoltato il canto della via. Allora liberò il gatto Tocci che miagolava e graffiava l’uscio della sua prigione, e ricondottosi nello studio s’abbandonò sul divano, stanco, sfinito come dopo una giornata campale.