NELL’ANDARE AL BALLO.

Il servo picchiò leggermente all’uscio, e disse con qualche esitazione: — Signora....

Sola nel suo salottino, la signora Stella Marioli ripassava della musica al pianoforte. Un resto di legna si consumava, scoppiettando, nel caminetto; sopra una tavola sparsa di libri e giornali ardeva un lume a Carvel.

— Che c’è? — chiese la signora, voltandosi sulla sedia.

— C’è una visita.

— A quest’ora? Lo sapete bene che di sera non ricevo.

— Lo so.... Ma il cavalier Gualberti mi ha ordinato di annunziarlo ugualmente.

— È Gualberti? — soggiunse la signora Marioli come parlando tra sè. — E pensò che per due volte consecutive egli era venuto di giorno senza trovarla in casa. A ogni modo.... — Basta.... Che entri, — ella disse a voce alta. — E portate da fare il tè.

Spense le due candele del pianoforte e andò a sedere accanto alla tavola.

Era una donna sulla trentina, non bellissima ma piacente, vedova da più di tre anni, senza figliuoli; chè il suo primo e unico bimbo l’era morto in fasce. Viveva con la sua mamma ch’era vedova anch’essa; ma i due quartierini erano perfettamente disobbligati con porta e ingresso a parte. Madre e figliuola avevano spiriti indipendenti e gusti alquanto diversi. Era poi questo spirito indipendente che rendeva la signora Stella aliena dal rimaritarsi, quantunque, pur che avesse voluto, non le sarebbero mancate le occasioni. Ma era ben provvista di beni di fortuna, era in grado di saper difendersi dalle insidie; che furia doveva avere di rimettere il collo sotto il giogo?

— In verità, Gualberti.... — ella cominciò rivolgendosi all’inatteso visitatore con aria di mite rimprovero. Ma, al vederlo in abito nero e cravatta bianca, soggiunse scherzosamente: — Meno male che non sono che una stazione intermedia.... Via, sedete pure.... Già una rondine non fa primavera.

Da un pezzo la signora Marioli dava del voi a Gualberti.

— Oh, signora Stella, — egli disse, — non sia così cattiva. Ho commesso un’indiscretezza, lo so, ma passavo di qui e non ho potuto resistere alla tentazione. Di giorno non mi riesce mai....

— Mi dispiace che abbiate fatto due volte la strada per nulla. Ero fuori.... Di venerdì però....

— Il suo giorno di ricevimento?... Non me ne discorra neanche.... Abborro i giorni di ricevimento in generale e il suo in particolare.

— Perchè il mio più degli altri?

— Perchè un salotto pieno di visite è tanto più odioso quanto più è simpatica la padrona di casa.

— Devo ringraziarvi del madrigale?

— Non è un madrigale; è l’espressione schietta del mio pensiero. E poi, non lo nego, divento un selvaggio.

— Voi? Non si direbbe. — E la signora Stella diede un’occhiata alla toilette inappuntabile di Gualberti. Quindi esclamò picchiandosi la fronte:

— Adesso capisco.... Andate al ballo della contessa Vetturi....

— Sono uscito di casa con questa intenzione, ma....

— Non c’è ma che tenga. Se credete che la Vetturi vi passerebbe buona la vostra diserzione, v’ingannate a partito.... E fulminerebbe me se potesse supporre che ne fossi la causa.... Oh non voglio correre di questi pericoli..... Sono terribili le collere della Vetturi.

— Lei le affronta impavida.... perchè sarà invitata anche lei....

— Oh, il mio è un invito platonico.... Sanno bene che non vado a feste.... Ma voi....

— Sicchè mi licenzia.... Mi spedisce dalla Vetturi a veder accendere i lumi.

La signora Stella guardò l’orologio.

— Infatti è presto; sono le nove e tre quarti. Vi concedo di rimaner fino alle dieci e mezzo, il tempo da prendere una tazza di tè che vi preparo subito.... Da qui a casa Vetturi ci saranno quindici o venti minuti di strada; arriverete alle undici; proprio l’ora giusta.

— E dire che rinunzierei tanto volentieri ad andarvi.

— Caro amico, quando non si vuole andare a una festa, non si comincia col mettersi in frac paré.

— È inesorabile.... Bisogna perdonare alle contraddizioni umane.... Mi son vestito macchinalmente, per forza d’inerzia; adesso domando a me stesso che cosa vado a fare dalla Vetturi.

— Oh bella, quello che ci faranno gli altri. Ballerete.

— Se non ballo più.

— Vedrete a ballare.

— Non mi piacciono che i balli d’adolescenti.

— Carino, carino. Bals d’enfants addirittura.

— Anche i bals d’enfants. Ma, scherzi a parte, il ballo, se non vuol essere una cosa ridicola agli occhi di chi vi assiste, deve apparir lo sfogo ingenuo di una vitalità esuberante. E tale è appunto pei giovani che hanno un bisogno irresistibile di muoversi, di saltare, di volare, sarei per dire. Più tardi, dopo vent’anni per le femmine, dopo venticinque per i maschi, esso non è che un libertinaggio o una pagliacciata.

— Nientemeno! — proruppe la signora Marioli. — Sicchè voi, consentaneo ai vostri principî, avete cessato di ballare a venticinqu’anni?... Io ritenevo....

— Che avessi ballato anche dopo? Lo ammetto. Ma questo non prova nulla....

— Sarà. Gradirei sapere a ogni modo se ballando nella vostra età matura facevate atto di libertino, o di...

La signora Stella non finì la frase. Gualberti la finì lui.

— O di pagliaccio? Ecco, siccome l’andar in giro come una trottola mi pareva supremamente grottesco, crederei piuttosto....

E si fermò lì.

— Intendo, — disse la signora. — La vostra era una colpa di libertinaggio.... E chi sa che giudizi pronunciavate in cuor vostro sul conto di quelle povere diavole che accettavano il vostro invito per una polka o per un valzer?... Buon per me che non abbiamo mai ballato insieme.

— Io non mi ricordo di averla mai vista ballare, — replicò Gualberti.

— È vero. Anche quando viveva mio marito ballavo pochissimo.... Non in omaggio alla vostra teoria, ma perchè vado soggetta alle vertigini.... E se ci fosse una signora Gualberti, levatemi una curiosità.... è il vizio di noi donne l’esser curiose.... come vi regolereste con la signora Gualberti?

— Eh, chi può dire quel che farei? Se l’amassi, sarei debole, cederei probabilmente a’ suoi desideri. Ma non nego che dovrei mandar giù di gran bocconi amari a vederla palleggiata dalle braccia dell’uno a quelle dell’altro. Senza contare ciò che vien dopo.... Ogni imbecille che ha ballato con madama si crede in obbligo di portar la mattina seguente i suoi biglietti da visita, in duplo come le quietanze, che il marito babbeo è costretto a ricambiare, dando in questo modo la facoltà a uno stuolo di cretini di venire in casa a corteggiargli la moglie.

La signora Stella si mise a ridere.

— Che moralista diventate invecchiando, e che marito geloso sareste!

— Geloso?... Secondo.... Se amassi mia moglie.... Sia sincera, signora Stella, crede possibile amore senza gelosia?

— No, — ella rispose dopo averci pensato su un momento. — Pur di non eccedere.

— D’accordo. È come il sale nelle vivande. Non si può farne senza, ma non si deve abusarne.

— Parlate per aforismi stasera.... Ma torniamo a bomba.... Il vostro programma coniugale è tuttora oscuro.

— Ha voglia di divertirsi alle mie spalle, lei, — esclamò il cavalier Gualberti. — Che programma posso avere? È sicuro però che non adotterei il sistema di coloro i quali nel gran numero di galanti lasciati ronzare intorno alla moglie vedono una specie di salvaguardia contro maggiori pericoli.... Tanto più ch’io ho certe opinioni tutte mie.... È la sera che la faccio maravigliare coi miei paradossi.... Se gliene dicessi un altro?

Durante questo tempo la signora Stella era stata sempre in piedi affaccendata intorno alla teiera; adesso il tè era fatto ed ella ne mescè una tazza al Gualberti, dicendogli:

— Mettete voi a vostro piacere lo zucchero, la panna e il rhum, e spifferate pure il vostro ultimo paradosso.... Perchè è l’ultimo; sono già le dieci e mezzo.

— Non baderà poi al minuto. Il mio paradosso è questo. La colpa che perdono meno alla donna è la civetteria.

— Misericordia! — gridò la padrona di casa alzando le mani al cielo. — A dir queste cose v’inimicherete l’intera corporazione.... S’è già passato in giudicato che siamo civette tutte quante?

Gualberti fece un moto vivace di protesta.

— Nemmen per sogno.... Ne conosco una per esempio....

La signora Marioli gli accennò con la mano di non continuare.

— Son io quella, s’intende.... Gualberti, stasera siete in vena d’originalità; non naufragate in un bicchier d’acqua.

— Le giuro che....

— Tiriamo via.... E invece di perdervi in cerimonie, spiegatevi meglio.... Per voi dunque la civetteria è un peccato mortale.

— Sarò ingiusto, sarò eccessivo.... Ma già me ne rifaccio con un eccesso d’indulgenza per altri peccati.

— Oh!... Per esempio?

— Io compatisco la sensualità, compatisco e spesso rispetto la passione, anche illegittima.

— E non compatite la civetteria?

— No. La sensualità ha qualche cosa d’irresponsabile, è una malattia del sangue, come la passione è una malattia, una nobile malattia, del cuore. Sensualità e passione sono necessariamente sincere; la civetteria non è che un artifizio; è un pervertimento dell’ingegno rivolto a miseri fini, è un gioco crudele che alla lunga spegne nell’animo di chi lo fa ogni lampo di gentilezza.... La donna può esercitarvisi per anni senza restar presa nei lacci che tende; non importa, ella è mille volte più corrotta, mille volte più condannabile di quella che ha ceduto all’amore, qualunque sia quest’amore....

— Onde alla signora Gualberti, se ci fosse, — ripigliò in tuono scherzevole la signora Stella — voi perdonereste un amante, due amanti....

— Come corre! Veda.... Bisogna distinguere. Quando una donna maritata ha un amante, il marito è un offeso, e chi è offeso non guarda tanto pel sottile; non considera il fatto in sè stesso, ma il danno, la vergogna, il ridicolo che ne deriva a lui.... È probabile ch’io sarei come gli altri, è possibile che scaccerei dal mio fianco la donna colpevole.... a’ miei occhi indubbiamente colpevole.... ma non credo che da una catastrofe di questo genere mi sentirei umiliato come dall’aver una moglie che tenesse a bada una dozzina di bellimbusti e girasse tutta la sua vita intorno all’adulterio senza cadervi mai.

— Avete finito?

— Ho finito.

— Ebbene, quantunque siano le dieci e tre quarti, voglio dire anch’io due parole.... Figuratevi se non protesto in nome del mio sesso contro le vostre esagerazioni.... Una seconda tazza di tè?

— Sì, grazie, — rispose Gualberti, il quale non domandava di meglio che di esser trattenuto.

— Nella vostra filippica ci può anche essere un fondo di vero — soggiunse la signora Stella mentre gli porgeva la tazza colma, — ma, santo Iddio, le cose che vi dispiacciono le vedete con una lente d’ingrandimento che vi muta una zanzara in un elefante. Non amo neppur io la civetta di professione, ma un po’ di civetteria non è poi quel delitto abbominevole che voi credete. È la nostra arma, la nostra difesa, la nostra vendetta contro voi altri.

— Una vendetta?

— Appunto, e non è difficile a intenderlo. Con voi uomini una donna che non sia nè vecchia nè brutta (e già le brutte e le vecchie le lasciate in disparte) non ha che tre vie da tenere. O consente a sacrificarvi la sua riputazione, o vi mette alla porta ch’è quello che meritereste spessissimo, o si prende argutamente gioco di voi.... Ora capirete che sacrificarvi la propria riputazione è novantanove volte su cento una follìa, e che il darvi lo sfratto ci condannerebbe all’isolamento. Non resta quindi che il terzo partito. Con che fronte venite ad accusarci di finzione, d’artifizio? Siete schietti, siete sinceri voi altri? Che cosa sono le vostre frasi sdolcinate, le vostre dichiarazioni patetiche? Sono la bandiera con cui tentate far passare di contrabbando un vostro desiderio, un vostro capriccio. Voi c’insultate, noi vi canzoniamo. Ve lo ripeto, io non amo le civette in genere, però quando sento che una civetta ha corbellato un libertino biasimo forse la donna, ma in quanto all’uomo dico: Bene gli sta.

— Ah, signora Stella, — replicò Gualberti deponendo la chicchera sulla tavola. — si capisce che c’è un grande spirito di solidarietà fra le donne se le migliori prendono con tanto fuoco le parti delle peggiori!... Cercar scuse alle civette, lei che non ha ombra di civetteria?

— Ne siete sicuro? E, in ogni caso, credete di farmi un elogio? Se fosse un difetto? Se per lo meno fosse una disgrazia?

— Come mai?

Ella soggiunse con un sorriso triste:

— Eh caro Gualberti, è quello che dicevo poco fa.... Non volersi compromettere con uno, non voler prendersi gioco di molti, è il vero modo di restar sole.

Le parve di essersi lasciata sfuggire qualche parola di troppo e si alzò bruscamente dalla seggiola.

— Basta così, ormai.... Voi mi avete sciorinato le vostre massime; io ho rintuzzato la vostra baldanza maschile.... vi ritenete sempre impeccabili voi uomini.... adesso non mi resta altro che darvi la felicissima notte e augurarvi buon divertimento dalla Vetturi.

Gualberti s’era alzato anche lui, e stava forse per accommiatarsi definitivamente, quando ad un tratto abbassò gli occhi sullo sparato della camicia e mise un piccolo grido.

— Che cos’è accaduto?

— È accaduto.... — rispose alquanto confuso Gualberti — che dalla Vetturi non ci posso andar più.

— E perchè?

— Perchè m’accorgo d’essermi fatta una macchia di tè sulla camicia.

La signora Stella non potè a meno di sorridere.

— Un altro giorno vi legherete la salvietta al collo.... Per fortuna avete ancora tempo di passar a casa vostra a mutarvi.

— Questo poi no. Far toilette una volta, transeat, ma due? Non ho una vocazione così pronunciata per la società. Sia compiacente, signora Stella, e giacchè sono qui mi permetta di restarci ancora un pochino. È tanto più gustoso il discorrer con una donna d’ingegno e di cuore che l’andare a una festa a sentir le solite melensaggini.

Una nuvola si calò sulla fronte della signora Marioli; un sospetto lo balenò nell’animo. Le venne il dubbio che quella macchia non fosse accidentale, che Gualberti avesse lasciato cadere apposta una goccia di tè sulla camicia per avere un pretesto di prolungar la sua visita. E il pensiero di questo mezzuccio puerile l’offese, e l’insistenza per rimaner da lei a quell’ora inusata l’afflisse. Ecco, anche Gualberti del quale ella pregiava infinitamente lo spirito ed il carattere assumeva dei modi che a lei non potevano convenire.... Le sarebbe toccato metterlo a posto, forse non riceverlo più come non aveva ricevuto più tanti altri.... Era un gran dolore.... O forse l’aveva ella stessa trattato con soverchia familiarità?... Dio buono, che sia necessario di star sempre in sussiego, di adombrarsi d’ogni atto, d’ogni parola?... Che ogni minima deferenza debba bastare perchè un uomo manchi di rispetto?...

— Oh Gualberti — ella ripigliò; e l’intonazione della sua voce rivelava il suo animo commosso — non mi fate pentire di avervi perdonata la licenza che vi siete presa.... Perchè io non vi avevo mai, mai invitato a venire di sera.... Nè voi, nè altri, s’intende.... O scendo da mia madre, o vado da qualche amica, o rimango sola.... Non è poi la fine del mondo il rimaner sola.... Lo so — ella proseguì, quasi volendo spiegar a sè stessa la propria condotta — tanti avevano insistito perchè io ricevessi una sera per settimana.... A che pro?... Avrei forse potuto ricever soltanto quelli che desideravo?... No certo, mi sarebbe convenuto subir prima di tutti quelli che avevano fatto la proposta, i seccatori, gl’importuni, i balordi, quelli che stimerebbero fallire a un debito d’onore se non facessero la corte a una donna che non è un mostro, e che non ha nessuno che la difenda.... Ebbene, no, non era affare per me.... avete ragione, non sono abbastanza civetta.... D’altra parte, sfido io, una volta detto di non ricever la sera, come posso fare eccezioni?... Avete avuto torto di forzar la consegna.... Più torto ancora avete adesso a ricorrere a espedienti non degni di voi....

— Quali espedienti?

— Via, non fate l’ingenuo.... La vostra macchia di tè....

— Le dò la mia parola d’uomo d’onore....

— Inezie.... Non vi tengo mica il broncio.... E neppure voi lo terrete a me, non è vero?... Amici come prima... E arrivederci, Gualberti, arrivederci di giorno....

E gli tese la mano agitata da un leggero tremito.

Avvezzo a vederla così calma, così serena, così padrona di sè, Gualberti fu colpito dal turbamento che le si scorgeva nel viso e che l’insolito abbandono, l’insolita sconnessione del suo discorso tradiva.

— Oh signora Stella, signora Stella — egli esclamò con accento appassionato — torno a darle la mia parola d’onore che la fanciullaggine di cui ella m’accusa non l’ho commessa. Ma benedico l’equivoco se ci aiuta a uscire dal circolo incantato in cui ci aggiriamo da tanto tempo.

— Non vi capisco. Spiegatevi....

— Mi spiegherò.... Ma la scongiuro, mi lasci dire; non m’interrompa.... Quando avrò finito andrò via, e se vorrà andrò via per sempre.... E soprattutto non accolga nemmeno per un istante l’idea ch’io abbia avuto in animo di offenderla, di compromettere la sua riputazione.... Non mi giudichi capace di una bassezza simile.... Ho vissuto molto in società, è vero, in quella triste società che guasta e corrompe; pur credo di non essermici interamente guasto e corrotto; i suoi idoli non sono i miei idoli, i suoi trionfi non sono i trionfi a cui miro.

— Lo so, Gualberti, lo so.

— Quand’ero giovine, i miei amici.... amici di club.... avevano la bontà-di dire che possedevo delle qualità naturali per riuscir nella galanteria... il grande scopo della loro esistenza... ma che prendevo le cose troppo sul serio... che talvolta ero troppo schizzinoso nella scelta della piazza da espugnare... chiamiamola così.... talvolta ero troppo scrupoloso nei mezzi.... Fatto si è che fui sempre un povero seduttore.... anche quand’ero giovine.... Si figuri adesso....

— Ebbene, amico mio — soggiunse la signora Marioli — se qualche mia frase ha potuto farvi supporre ch’io vi mettessi a livello dei don Giovanni da dozzina, ve ne domando perdono....

— Non è questo, signora Stella; son io in ogni caso che devo implorare la sua indulgenza.... Sono stato indiscreto, goffo, petulante.... Gli è che avevo un bisogno immenso di vederla.... di vederla sola.... E proprio nell’ora che mi vestivo per quello stupido ballo, questo bisogno diventava prepotente, irresistibile.... Mi son trovato alla sua porta, sulle sue scale, qui, nel suo salotto, al cospetto di lei.... Poi un po’ le sue osservazioni, un po’ il timore di aver realmente commesso una sconvenienza mi hanno sconcertato, inasprito.... si è sempre inaspriti con gli altri quando si ha qualche cosa da rimproverare a sè stessi.... e allora ho cominciato a infilare una serie di paradossi di cui le assicuro che non sono responsabile che in piccola parte.... essi mi salivano alle labbra, e io non potevo fermarli.... Mi sembrava di rassomigliare a un pirotecnico inesperto che veda partire a caso i suoi razzi.... Non importa; mentre la bocca affastellava frasi su frasi la mia anima acquistava una lucidezza maggior dell’usato, leggevo dentro di me più chiaro ch’io non avessi mai letto, mi convincevo ch’era assurdo il voler soffocare, il voler nasconder sotto un finto nome i miei sentimenti per lei.... Oh non mi faccia segno di tacere.... Non posso e non debbo.... L’amo, signora Stella, l’amo da un pezzo. Da un pezzo, ed è la miglior prova ch’io l’amo, m’è divenuto increscioso ogni altro pensiero; ovunque io sia la mia mente corre a questa casa, a questo salottino, alla donna gentile che vi abita.... Perchè ho tardato tanto a parlare?... Temevo una sua ripulsa, non osavo giocar tutto sopra una carta.... Dacchè la conosco davvicino, e son quasi tre anni, ho visto ronzargliene intorno dei vagheggini, e li ho visti pur dileguarsi, scoraggiati da lei, e quelli la cui corte era un oltraggio e quelli che le offrivano ciò che solo è lecito offrirle.... Avrò la medesima sorte?... io chiedevo a me stesso.... E forse volevo esser ben sicuro di me, sicuro contro ogni pentimento, contro ogni rimpianto delle mie abitudini di scapolo.... Oggi, signora Stella, di questi dubbi non ne ho più. Oggi sento il pregio inestimabile d’un’affezione tranquilla, d’una vita raccolta, e l’affezione a cui aspiro è la sua, e la vita che sogno è al suo fianco.... Siamo liberi entrambi, abbiamo, più che non paia, gusti, opinioni, ideali comuni; perchè non dobbiamo restare uniti, perchè non vorrà accettare la mia mano, il mio nome?... Ella è molto più giovine di me, ma i dolori valgono gli anni e le prove attraverso le quali ella è passata attenuano la distanza che c’è fra noi.... Non mi respinga, signora Stella.... non rivolga il viso da un’altra parte.... mi assicuri che non è andata in collera....

Ella s’era rimessa a sedere col gomito appoggiato al tavolino, con la fronte appoggiata alla palma, e quella dichiarazione in cui vibrava l’accento della verità le scendeva nell’anima come una musica divina. Altre dichiarazioni l’era toccato ascoltare, o bugiarde, o interessate, o ridicole, e tutte quante le avevano dato il mezzo di sbarazzarsi con gioia di corteggiatori importuni, di riaffermare la sua libertà che le pareva un bene così prezioso; oggi per riaffermare quella libertà una volta di più le sarebbe convenuto perdere il suo migliore amico;.... oh il prezzo era troppo caro. Della sincerità di Gualberti era sicura come di esistere.... egli che non aveva mentito mai, egli che la cingeva da tanto tempo di una tenerezza rispettosa e discreta, egli ch’era così alieno da ogni artifizio da domandarle di esser sua moglie, appena mezz’ora dopo averle esposte delle massime coniugali che avrebbero sgomentato una donna volgare....

La signora Marioli levò verso di lui i suoi occhi dolci e buoni. — Non vi avrei lasciato parlare dieci minuti di fila se fossi andata in collera.... Che cosa fate adesso?... Alzatevi, Gualberti.... Non siamo due ragazzi.... Siamo due persone serie, mature.... Su, via....

E si alzò per la prima, sorridendo in mezzo al suo finto corruccio.

Egli non le dava retta e baciava i lembi del suo vestito e balbettava: — Amor mio, amor mio.

— Su, Gualberti, su.... Non ho mica detto ancora di sì.

— L’ho veduto scritto sulla sua.... sulla tua fronte quel sì.... E poi me lo dirai, non è vero?

— Ebbene.... tornate.... torna domani.

Ebbro di gioia, egli la strinse un istante fra le sue braccia, e si decise finalmente a prendere il suo cappello.

L’orologio suonò la mezzanotte.

— Che ora impossibile! — esclamò la signora mentre premeva il bottone del campanello elettrico. E soggiunse maliziosamente: — Sarà tardi pel ballo della Vetturi....

— Cattiva!... Il ballo della Vetturi....

Entrò il servo.

— Buona notte, signora Stella.

— Buona notte, Gualberti.... A domani, dunque.... A qualunque ora.... Resto tutto il giorno in casa.

— Grazie. A domani.

Gualberti fece in quattro salti le scale. E seguitava a dire al domestico che gli veniva dietro col lume: — Ci vedo, ci vedo benissimo.

Era buio pesto, ma l’amore, ch’è cieco, ci vede anche al buio.