VI.
Il professore era a casa Serlati alle otto e un quarto. Sulle scale egli trovò il conte Ercole che lo salutò cordialmente. — Bravo, professore. Lo ringrazio anch’io della sua gentilezza. Alla Giorgina non sarebbero mancati i cavalieri, ma noi abbiamo preferito lei.
— È un onore, un onore grandissimo, — biascicava Teofoli.
Il conte Ercole sorrise. — Basterà che rimanga finchè principia il turno delle visite. Non avrà tanto da aspettare. Mia moglie conosce ormai mezza città.
— Pur troppo, — avrebbe voluto rispondere il professore. Ma si contentò di protestare ch’egli era ben lieto di consacrar l’intera serata alla sua ottima amica.
Su in casa lo s’introdusse in un salottino bene riscaldato, bene illuminato, pieno di ninnoli altrettanto inutili quanto eleganti, e lo si pregò di attendere. La contessa finiva di vestirsi.
Di lì a pochi minuti ella comparve abbottonandosi i guanti e seguita dalla cameriera che teneva spiegata una mantellina di stoffa bianca con guarnizione di cigno.
— Lo sapevo bene che su voi si può fare assegnamento, — ella gli disse stendendogli la mano. — Avete anticipato.
— Oh.... di qualche minuto.
Ella si affacciò allo specchio. — Ecco, per non lasciarvi solo son venuta a compier qui la mia toilette.
Si rivolse alla cameriera. — Maria, infilami la mantellina.
La contessa Serlati quella sera era proprio un amore, con le sue belle braccia nude, con l’abito di raso nero aperto sul davanti, con un monile di perle intorno al collo di neve, e senz’altro ornamento in testa che una camelia d’un color roseo pallido che faceva spiccare il castano scuro de’ suoi capelli.
— Mi par di leggervi in cuore, — ella disse mentre dava un’ultima occhiata allo specchio. — Queste donne non finiscono mai di lisciarsi, di contemplarsi.... Tutte un impasto di vanità....
— Oh contessa....
— No, no, in fondo avete ragione.... Ma se siamo fatte così? Se la cura della nostra persona e del nostro abbigliamento è parte del nostro decoro, della nostra dignità?
— Ed è naturale, — rispose con galanteria il professore. — Quando la persona è un’opera d’arte merita bene il conto di occuparsene.
— Sempre gentile, — ella soggiunse avvicinandosi.... — Io però credo d’esser delle più spiccie a vestirmi.... Me ne appello alla Maria.
La cameriera chinò il capo assentendo.
— La carrozza? — domandò la contessa.
— È pronta.
— Andiamo allora.
Il professore Teofoli era stato più volte in carrozza con la contessa, ma solo con lei, di sera, in un legno chiuso, non c’era stato mai. Si sentiva al tempo stesso orgoglioso e turbato di quella vicinanza, di quel tepore, di quel profumo che l’avvolgeva. Dai lampioni della strada entravano ogni tanto dei fasci di luce nel landau, ed egli vedeva quella testina adorabile voltata dalla sua parte, quei grandi occhi scintillanti, quelle labbra rosee fatte per sorridere e per baciare.... Oh com’egli capiva che per un bacio di quelle labbra rosee si desse la vita!... Se avesse osato?... Ma l’età dell’audacia era passata da un pezzo.... E poi egli non era stato giovine nemmeno a trenta, nemmeno a venti anni.... come poteva esser tale a cinquanta?
— Non avete niente da raccontarmi? — disse a un certo punto la Serlati. — A che pensate stasera?
— Penso, — replicò il professore, — al dottor Fausto che dopo esser invecchiato sui libri assimilandosi quasi tutto lo scibile umano, vendette l’anima al diavolo per tornar giovine e farsi amare da Margherita.
— E che c’entrano Fausto e Margherita in questo momento?
— Oh più di quello che non creda, contessa.
— Lasciamo stare Margherita. Sareste voi Fausto?
— Sono di quella famiglia.... Meno sapiente, s’intende.
— Meno vecchio piuttosto.
— Uno è vecchio appena ha cessato d’esser giovine.
— E vendereste l’anima al diavolo?
— Forse sarebbe inutile offrirgliela. Il diavolo è diventato più positivo e s’è accorto che le anime non valgono quello che costano.
— Però voi non credete al diavolo, — soggiunse maliziosamente la contessa.
— Credevo di non credervi.
— E avete mutato opinione?
— Sono problemi gravi.
— Ah Teofoli, — disse la Serlati con uno di quei bruschi passaggi di cui le donne hanno il segreto, — che ce n’è delle nostre conferenze di filosofia, del nostro Spinoza, del nostro Darwin, del nostro Spencer?
— Cara contessa, — ribattè il professore, — sa bene che dal canto mio....
— Lo so, lo so, non è colpa vostra.... Ma vedete voi pure se ho un momento di quiete.... V’avevo anche promesso di venir a vedere le fotografie di quegli omenoni nel vostro studio.
— Magari venisse! — proruppe Teofoli. — Non ardisco sperarlo.
— Avete torto.... Forse sarei venuta se non temessi di esser morsicata dal vostro Cerbero.
— Che Cerbero?
— La vostra governante, la vostra cuoca, quello che è insomma.
— La Pasqua?
— Si chiama Pasqua? Un nome stagionato, da persona matura.... Ebbene, scommetterei che quella donna lì non mi può soffrire....
— Che idee!
— Ma sì; è naturale.... dev’essere uno spirito metodico la vostra signora Pasqua. Deve averla con me per la rivoluzione che ho portato nelle vostre abitudini.
Il professore seguitava a negare, ma in cuor suo riconosceva che la contessa Giorgina aveva colto nel segno. Che donna perspicace!
— In ogni modo, — egli insinuò timidamente, — dal tocco alle tre la Pasqua non c’è mai.
— Davvero?
— Sono le sue ore di libertà.... Non ci rinunzierebbe a nessun patto.
— Eh, allora.... chi sa che un bel giorno quando meno ve l’aspettate....
— Contessa, cara contessa, — esclamò Teofoli ingalluzzito. — Parla sul serio?
— Sicuro.
— E quando verrà?
— Oh questo poi.... Non ha da essere una sorpresa?
— No.... riflettendoci bene.... potrei aver gente.... potrei esser fuori.
— È giusto.... Allora vi avvertirò un giorno prima.... È inutile far chiacchiere intanto....
— Si figuri....
E il professore strinse con entusiasmo la mano che la Giorgina gli porse quasi a conferma della sua promessa.
La carrozza si fermò sotto la loggia coperta del teatro.
Teofoli aiutò la sua dama a scendere, e dandole il braccio attraversò pomposamente il vestibolo. Camminava con la testa alta, con passo leggero ed elastico; gli pareva di aver vent’anni.
Ma l’apparizione del giovine marchese di Montalto sul primo pianerottolo dello scalone gli fece l’effetto d’una doccia fredda. Il marchese si mise subito al fianco della contessa, ed entrò in palco con lei e col professore. Egli rivolse alla Giorgina mille complimenti sulla sua bellezza, sul buon gusto della sua toilette, e passando in rassegna col cannocchiale le varie signore che c’erano in teatro sentenziò che nessuna, proprio nessuna, poteva reggere al confronto di lei. Nella quale opinione Teofoli consentiva interamente; gli seccava però che la cosa fosse detta da Montalto, e più ancora che la Serlati mostrasse di gradirla tanto e scherzasse con quella testa di legno e gli concedesse una strana familiarità.
A poco a poco sopraggiunsero i soliti visitatori, i soliti cicisbei sguaiati, svenevoli con cui la Giorgina aveva il torto di ridere e di divertirsi.
— Ormai, — ella disse a Teofoli, — sono ben custodita, e non voglio tenervi prigioniero. Grazie della vostra cortesia.
Fatto si è che nel palco non ci si stava più e che il professore non poteva insistere per rimanere.
Al garbato congedo della contessa egli rispose:
— Scendo in platea.... Ripasserò sul tardi per sentire se le occorre nulla.
— Ma no, non vi disturbate, — ella insistè con un principio d’impazienza. — Che cosa deve occorrermi?
— Però.... se non venisse suo marito.... per riaccompagnarla in carrozza....
— Mio marito verrà certamente.
— In ogni caso ci siamo noi, — gridarono all’unissono i presenti.
— Vedete che i cavalieri non mi mancano, — soggiunse la Giorgina. — Buona notte, Teofoli, e grazie di nuovo.
E nel palco fu un coro di — Buona notte, professore, buona notte, — con certe inflessioni di voce che davano alla frase innocente il significato di: — Se ne vada, si spicci, non secchi più.
— Già, i cavalieri non le mancano, — borbottava l’ottimo professore scendendo le scale. — Voglio sperare ch’ella li stimi per quello che valgono. Con l’ingegno che ha non dovrebbe prender lucciole per lanterne.... Quel marito però è un gran minchione.
Giunto nell’atrio, Teofoli non seppe resistere alla tentazione di fermarsi alquanto in platea, ove, non avendo sedia chiusa, stette ritto in mezzo alla folla con gli occhi fissi al palco 24 di prima fila ch’era quello della Serlati.
Era un gran cicaleccio in quel palco, e di tratto in tratto dal basso salivano dei tss, tss prolungati all’indirizzo dei disturbatori. Due vicini del professore si sfogavano a sparlare di quelle dame in generale e della Serlati in particolare che soggiornava da pochissimo tempo a X e quantunque fosse sposa da soli due anni faceva già discorrer sul conto suo come le veterane. Il nostro amico sudava freddo a sentir questi orrori, e avrebbe voluto ricacciar lo parole in gola a quei bifolchi. Ma come promuovere uno scandalo alla sua età, nella sua posizione sociale?... E poi non era peggio anche per la contessa Giorgina? Non era un dare il nome di lei in pascolo al pettegolezzo cittadino? No, no, era più savio consiglio l’andarsene.
Mentre Teofoli agitava in mente questi pensieri, al parapetto del palco N. 24 di prima fila s’affacciava il conte Serlati e con la sua presenza rimoveva gli ultimi scrupoli dall’animo del professore. Ormai c’era il marito, e di lui non si aveva più bisogno.
Egli uscì dunque dal teatro. Ne uscì con la testa confusa, col cuore in tumulto, con quello strano miscuglio d’impressioni e di sensazioni contrarie ch’egli provava sempre dopo esser stato con la Giorgina. Mai, mai una volta da poter dire senz’ambagi: — Oggi sono contento. — Ma fors’è così nella vita; ove c’è intensità di gioia c’è intensità di dolore.
Però, nel rifare la strada di casa e di mano in mano che l’aria fresca metteva un po’ d’ordine nelle sue idee, Teofoli diceva a sè stesso che quella sera egli aveva un gran torto di pensare ad altro che alla promessa dolcissima fattagli ripetutamente dall’amabile contessa; quella di venirlo a visitare nel suo studio. È vero che di quest’argomento s’era già discorso in passato, ma se n’era discorso per incidenza, nè egli stesso vi si era trattenuto più che tanto, nè vi aveva attribuito un grande significato. Adesso era tutt’altro, adesso la Giorgina s’era impegnata in modo solenne, e con una cert’aria di mistero che aggiungeva importanza alla cosa. Non c’è dubbio, la Serlati non veniva da lui come ci sarebbe venuta, per esempio, la Ermansi.... Ma come, come ci veniva? Con quali idee, con quali aspettazioni? Qui la mente del povero professore si smarriva in un pelago di congetture, ed egli sentiva alternarsi nell’anima audacie di leone e pusillanimità di coniglio, e avrebbe dati volentieri dieci degli anni che gli restavano a vivere per aver chiara e limpida davanti a sè la via da seguire. Ah, in fin dei conti, un po’ di pratica non è mai una disgrazia.
Insomma non è punto da far le maraviglie se dopo una serata così ricca di commozioni, il professore Clemente Teofoli non potè chiuder occhio per tutta la notte.