VIII.
E di nuovo quella sera, come la sera addietro, l’intera famiglia era raccolta in salotto. D’estranei non c’era nessuno; oltre ai Rudeni, ai Quaglia, ai Minucci non c’era che il cugino Raimondi. Il dottor Gelsi, dopo una visita fatta alle sette, aveva promesso di tornare fra le dieci e le undici quantunque, pur troppo, l’opera sua fosse inutile; il cavaliere Achille non avrebbe passata la notte.
Un attacco di nervi avuto nella mattina aveva prostrato le forze della baronessa Eleonora. Ella aveva rinunziato alla lotta, e distesa su una poltrona e con una boccetta di sali sotto il naso, si contentava di gemere sul proprio destino e di querelarsi dell’immoralità di certe relazioni che turbano persino la santità dei lari domestici. Nondimeno, anche nella sua anima frivola ed egoista, vibrava di tratto in tratto qualche nota sincera di dolore. Pensava alla sua vecchia casa di cui fra poche ore non sarebbe sopravvissuta che lei. Morti i genitori, morte le sorelle, moribondo questo fratello nel pieno vigore degli anni. E lui, se lo ricordava fanciullo, biondo, ricciuto, accarezzato da tutti, alquanto selvatico forse ma ragionevole e buono. Perchè s’erano amati così tepidamente, perchè negli ultimi tempi s’eran visti così poco? Di chi era la colpa? Eppure, ella non poteva negarlo, in due o tre occasioni quando s’era ricorso a lui per uscir dagl’impicci nei quali il maledetto vizio del giuoco di Borsa aveva messo il barone James, egli aveva aperto il suo scrigno senza farsi troppo pregare. È vero che, dando il danaro, protestava di non voler immischiarsi in nient’altro. Non voleva ricever confidenze, non voleva che gli domandassero consigli, schivava gl’incontri e non incoraggiava le visite.... Ma già teneva l’identico sistema con tutti i parenti.... Possibile a ogni modo che avesse lasciato un testamento per spogliare la sorella, i nipoti, il suo sangue insomma?
Mentre la baronessa Eleonora piagnucolava sommessamente, gli uomini tacevano. Darling movendosi sotto la tavola faceva ogni tanto tintinnare i sonaglini del suo collare d’ottone.
L’incidente della mattina era stato, durante la giornata, esaminato sotto tutti gli aspetti. Non c’era più nulla da dire e non c’era nessuna disposizione da prendere. Quali pur fossero le due o tre parole scritte dal cavaliere e da lui consegnate a Giuseppina, era chiaro ch’esse non potevano avere un valore legale. Potevano contenere un’indicazione, un nome; chi sa? S’era cosa importante la Giuseppina avrebbe cercato di servirsene, e allora si sarebbe visto quel che si doveva fare.
Fin dalle prime ore del pomeriggio il malato aveva perduto ogni conoscenza. Non apriva gli occhi che a lunghi intervalli, e quegli occhi erano vitrei, immobili; solo la Giuseppina s’illudeva ch’egli la ravvisasse ancora. Ormai anche il braccio destro giaceva inerte, la mano umida d’un freddo sudore non rispondeva più alle strette della gentile mano di donna che tentava scaldarla.
Dinanzi a quel corpo che s’irrigidiva a poco a poco nella sinistra fissità della morte la Giuseppina sembrava una statua. Non vedeva che lui, non sentiva che lui. S’accorgeva appena delle persone che entravano ed uscivano dalla stanza; le era apparsa come in un sogno una nera tonaca di prete, come in un sogno l’era giunto all’orecchio un mormorìo di preghiere ch’ella, macchinalmente, aveva accompagnato con parole salite al labbro dal fondo della memoria. Poi l’apparizione era svanita; era venuto di nuovo il medico per andarsene via senza ordinar nulla. Adesso (da quanto tempo? la Giuseppina non lo sapeva) il silenzio della camera non era rotto che da un rantolo affannoso.... Ah, finchè quel rantolo durava, il posto della Giuseppina era lì, sempre lì.
Al tocco dopo mezzanotte il rantolo cessò. La testa del moribondo si scosse per ricader sul guanciale.
— È finito, — disse l’infermiere.
Finito?... Ma allora?... Allora era finito anche per lei.... Ella non poteva più rimanere.
Raccolse le sue forze, represse i suoi gemiti, si alzò in piedi, baciò la fronte del morto, baciò gli occhi, baciò la bocca, ahi tante volte baciata, e prima che altri la cacciasse dalla camera e dalla casa, si dileguò inavvertita per l’uscio dello spogliatoio da cui era entrata circa quarantott’ore innanzi, appena saputa la malattia improvvisa del cavaliere Achille.