XV.

Col dire che non era roba per lui, quella signora che Teofoli conosceva superficialmente aveva detto una gran verità, e il povero professore nell’ubbidire all’ordine della contessa somigliava a chi si getta a capofitto nell’acqua senza saper nuotare. Più basso di statura, meno largo di spalle, meno forte di gomiti, meno robusto di polmoni della maggior parte di quelli che s’addensavano intorno al banco, egli non riesciva nè a cacciarsi innanzi nè a far sentire il suo disperato appello. — Un consommé! Un consommé! — Nè s’avvedeva intanto che Montalto il quale s’era impuntato a servir lui la contessa, stendendo le suo lunghe braccia al disopra delle spalle d’un amico indulgente, otteneva la desiderata tazza di brodo e la portava come trofeo alla donna del suo cuore.

Sulle prime la Giorgina lo rimproverò. — Che insistenza è la vostra, Montalto? Sapete che ho dato l’incarico al professore.

Le sue compagne si misero a ridere. — Sei matta ad aver questi scrupoli?... Chi primo arriva primo alloggia.... E poi stai fresca se aspetti il tuo professore....

— Voi altre però, — riprese la contessa, — avete più pazienza coi vostri cavalieri.

— Eh.... se indugiassero troppo ricorreremmo anche noi a Montalto.... Non è vero, Montalto, che servirebbe anche noi.... s’intende dopo la contessa Serlati?

— Si figurino.... Con tutto il piacere.

Queste eccellenti ragioni vinsero la perplessità della contessa. Montalto, raggiante, le susurrò una parola di tenero ringraziamento e si slanciò di nuovo nel fitto della mischia.

Uno a uno gli eleganti giovinotti si presentavano alle loro dame chi con un piatto, chi con una bottiglia, ultimo comparve il professore con la sua tazza di consommé.

— Tardi, tardi, Teofoli — disse l’adorabile marchesa di Pompadour con accento di sincero rammarico. — Avevo proprio bisogno d’una goccia di brodo, me l’hanno offerto e l’ho preso.

— Ha fatto bene, — rispose il professore a denti stretti. — A ogni modo potrebbe prendere anche questa tazza....

— Ah no, grazie.... Mi basta.... Piuttosto cercate d’aver qualcos’altro.... della lingua, del salmone, del pasticcio di Strasburgo.... quello che vi si dà insomma.

— Sì, sì, professore, — gridò la Del Viale, una leggiadra brunetta in costume di maga che sedeva a sinistra della Serlati, — ci porti del pasticcio di Strasburgo.

— E del salmone in abbondanza, — soggiunse la Binasco, una madama Recamier che pareva in camicia.

— Badi a me sola, — ripigliò la Serlati, — se no, non ne viene più a capo.

E quando Teofoli si fu allontanato per ritentar la difficile impresa, ella si rivolse alle amiche: — Non ci mancavate che voi per fargli perdere la bussola.

— Vorresti aver tu questo privilegio? — dissero le altre. — Li accaparri tutti gli uomini, di tutte le specie, di tutte l’età.... nobili e borghesi, dotti e ignoranti, giovani e vecchi;... non ti vergogni?... Ecco, noi ti ruberemo il tuo professore.

Era chiaro che in quei cervelli leggeri era entrata l’idea di burlarsi del disgraziato Teofoli. La Serlati resisteva ancora, ma resisteva fiaccamente. Non poteva permettere che le si attribuisse una inclinazione seria pel professore. E poi il caldo ed il vino cominciavano a salirle alla testa.

Al banco crescevano la confusione e lo strepito, e i camerieri non sapevano più da che parte voltarsi, sconcertati dallo spettacolo di quelle cento braccia che s’agitavano in aria, quali per consegnare, quali per ricevere un piatto, storditi dal frastuono di quei cento ordini che si accavallavano, per così dire, l’uno sull’altro, nelle diverse lingue europee, con le diverse inflessioni di voci, imperiose, persuasive, supplichevoli.

— Del salmone....

— Prego, del pasticcio di Strasburgo.

— E questo prosciutto viene o non viene?

— Fate il piacere, del fagiano, per due signore....

— Una bottiglia di Bordeaux, presto.

I vari postulanti si guardavano in cagnesco, frenando a stento la voglia di scambiarsi dei vituperi, di cacciarsi a calci fuori della sala. Bastava sentire in che modo secco, rabbioso fossero pronunciati quei pardon, pardon, che per un resto d’educazione accompagnavano gli spintoni e le gomitate. Ma i più irritanti erano quattro o cinque signori in frac che giunti alla prima fila vi si mantenevano imperterriti riempiendosi l’epa di tutti i cibi e di tutti i vini, e opponendo una resistenza passiva alle preghiere, alle sollecitazioni, ai sarcasmi, agli urti.

Quando il professore Teofoli, dopo immani fatiche, arrivò presso al banco per riconsegnarvi la tazza di brodo che la contessa Serlati non aveva voluto, e per farsi dare del salmone, o della lingua, o del pasticcio di Strasburgo, egli trovò dinanzi a sè, ultimo ma non facilmente superabile ostacolo, uno di questi pilastri mangianti e beventi. Ed egli aveva un bel dire, nella lingua internazionale dei salotti: — Pardon, monsieurpermettez, monsieur, un petit moment. — Monsieur, che era rimasto sordo a tante esortazioni, sarebbe rimasto sordo anche a questa, se non avesse riconosciuto, a malgrado dell’idioma straniero, la voce dell’illustre Teofoli. Ciò lo indusse a fare un quarto di giro e a presentare a Teofoli il suo profilo. Era il professore Arnaldi.

— Caro collega, — esclamò costui reso tenero ed espansivo dal vino, — dica a me, io la faccio servir subito.... Ma ha una tazza di brodo ancora piena.... Perchè non la beve?... Vuol riconsegnarla?... Poteva darla a un servo qualunque o metterla su una mensola.... A ogni modo dia qui.... Ecco.... E adesso parli, che cosa desidera?... Io la consiglierei a provar di tutto.... Non c’è niente da buttar via, l’assicuro.... Cominci dalla lingua affumicata.

— Ma no, — interruppe Teofoli, — non si tratta di me.... si tratta di alcune signore....

Alcune signore?... Corbezzoli.... Si piglia di questi impicci, caro collega?... Non la invidio davvero.... Però vada pure per le signore.... Che cosa devo procurare per le signore?

La qualità dell’alleato non piaceva troppo a Teofoli, nè gli piaceva, nella sua aristocrazia di professore universitario, quel titolo di collega datogli così da un maestrucolo; tuttavia egli non si sentiva forte abbastanza da rispinger la mano pietosa che veniva in suo soccorso, e disse: — Poichè è tanto gentile, cerchi d’aver del salmone.... E del pasticcio.... in due piatti.... Già più di due piatti non si possono mica portare.

In quel momento, come per dargli una solenne smentita, il marchese Montalto gli passava accanto portando a ignota destinazione, con la disinvoltura d’un cameriere di trattoria, non due piatti ma quattro. Per fortuna Teofoli non se ne accorse.

— Del salmone! Del pasticcio! — gridava Arnaldi. E sentiva il bisogno di soggiungere a sua giustificazione: — Non per me, per delle signore.

I camerieri ubbidivano in silenzio. Solo nel guardarsi sorridevano a fior di labbro, di quel sorriso fine, diplomatico, che riavvicina un credenziere a un ministro plenipotenziario.

Fra i presenti corse un fremito d’indignazione.

— È un’enormità.

— Non s’è mai visto una cosa simile.

— Quelli non son uomini, son lupi, pesci cani....

— Questa volta agisce per procura, — bisbigliò qualcuno che aveva côlto una parte del dialogo tra i due professori.

— Sarà un pretesto, — rimbeccò uno scettico.

Ma convenne arrendersi all’evidenza. Allora un bello spirito slanciò un epigramma. — Società di mutuo soccorso fra i docenti.

Troppo occupato a tener in equilibrio i suoi due piatti, Teofoli non badò ai sarcasmi. Se arrivava sano e salvo era un miracolo.

Egli attraversò senza peripezie la barricata umana che divideva il banco dal resto della sala, navigò felicemente tra gli scogli dei tavolini, delle sedie smosse, dei lunghi strascichi di velluto e di seta, e pervenne al termine del suo viaggio, cioè al tavolino della Serlati. Ivi però lo aspettava una dolorosa sorpresa.

Intorno a quel tavolino s’addensava un nugolo di galanti. Ne avevano, com’è giusto, anche le tre compagne della Giorgina, ma i più erano per lei. E, ciò ch’è peggio, fra questi c’era Montalto che appoggiato alla spalliera della seggiola della contessa le susurrava chi sa quali freddure, mentr’ella alzando gli occhi dal piatto e volgendo alquanto la testa lo ascoltava con deferenza e gli offriva un frutto con la sua bianca manina. Insomma un idillio commovente. Il tavolino, si può immaginarsi, era pieno d’ogni ben di Dio, da sfamare non quattro delicate signore ma una dozzina d’uomini digiuni da una settimana; poichè tutti quei giovinotti, confidando di giungere al cuore delle loro belle per la via del palato e dello stomaco, erano andati a gara per recar loro le proprie offerte.

Era naturale quindi che la comparsa del professore fosse accolta con uno scoppiettìo di frizzi mordaci.

— È il soccorso di Pisa.

— La vettura del Negri.

— Il leggendario burchiello di Padova.

— Caro amico, — disse la Giorgina, — è una fatalità, ma siete sempre in ritardo.... Vedete quanta roba hanno già portato questi signori.

Teofoli, pallidissimo, si morse il labbro. — Però.... Io ho fatto quanto più presto m’era possibile.... e speravo....

— Che avessi pazienza, non è vero?... Dio buono.... non conviene poi prender le cose sulla punta della spada.... Son sere eccezionali.... Mi dispiace che abbiate avuto tante seccature per nulla.

Ritto in mezzo a quella gioventù canzonatrice co’ suoi due piatti in mano che non sapeva dove posare, il professore faceva una ben grama figura.

— Mangi lei, — gli suggerì la Binasco.

— Guardi, — soggiunse la Fiorenzi, una bionda slavata che fino allora aveva parlato pochissimo; — laggiù è rimasta libera una sedia.... La pigli e s’accomodi vicino a me.

— O come vuoi che pigli la sedia se ha tutte le due mani impegnate? — le chiese piano la Del Viale.

— Zitto, — rispose la Fiorenzi nello stesso tuono di voce. — Ho detto apposta.... per confonderlo peggio.... Non vedi com’è grottesco? Giurerei che fa qualche malanno.

La Fiorenzi aveva una reputazione bene assodata d’istinti profetici. Ella aveva appena finito di confidare le sue previsioni alla Del Viale che il professore con un movimento falso urtava una contessa Marziani la quale s’era alzata allora da una tavola vicina e stava raccogliendo la coda prolissa del suo vestito da gentildonna veneziana del secolo scorso. Nell’urto uno dei due piatti si piegò alquanto da un lato, e parte della gelatina che guarniva il pasticcio andò a cader sopra l’abito della dama. Ella ebbe un ruggito da leonessa ferita e il suo cavaliere, un alcade spagnuolo, slanciò a Teofoli insieme con uno sguardo fulmineo un monsieur che per sè non voleva dir nulla, ma che, pel modo in cui era pronunciato, appariva gravido di minaccie e poteva contenere anche un cartello di sfida. Guai se il professore avesse reagito! Egli però riconosceva il suo torto e biascicò alcune parole di scusa. Il cavaliere interrogò con gli occhi la sua dama, pronto, non se ne dubita neanche, a lavar col sangue dell’offensore la macchia fatta dalla gelatina al vestito di lei. Per fortuna la dama gli accennò di smettere e la cosa terminò lì. La gentildonna veneziana e il suo belligero campione si allontanarono maestosamente; il professore Teofoli consegnò il suo carico malaugurato al primo domestico che gli si parò innanzi, e si lasciò cader sfinito sopra una sedia.

Alla tavola della Serlati questa scenetta destò un’ilarità irrefrenabile. Era quel riso che somiglia a una convulsione, che s’alimenta da sè stesso, che fa dire a chi ne ignora la causa: — O che son diventati matti?

Ma Teofoli non ne ignorava la causa. Egli capiva perfettamente che quelle donnine frivole e quei zerbinotti melensi ridevano di lui. E degli altri non gli sarebbe importato. Era il riso della Giorgina che lo feriva al cuore, era il veder che la Giorgina si faceva mescer lo sciampagna da Montalto, e accostava il suo calice a quello dell’elegante marchese e gli permetteva di chinarsele addosso sguajatamente fino quasi a sfiorarle con la bocca le spalle nude. A un certo punto non ne potè più; ebbe uno scatto d’energia, si rizzò in piedi d’un colpo e si mosse per andarsene da un luogo ove non raccoglieva che umiliazioni.

— Professore, professore, — gridarono dal crocchio della contessa Serlati. — Ma dove va? Ma venga qui.... Vogliamo fare un brindisi alla sua salute.

— Teofoli.... via.... che furia avete? Bevete un bicchiere di sciampagna con noi.

Era la voce della Giorgina. Ma anche quella voce rimase inascoltata. Essa gli pareva rauca, aspra, stridula come se lo stromento si fosse guasto, come se qualche corda se ne fosse infranta.

Uno di quei giovani gli corse dietro. In nome della contessa Serlati e dell’altro signore, in nome di tutti lo si pregava di trattenersi ancora un pochino, di sedere alla loro tavola.

Il professore fece un segno negativo col capo e affrettò il passo. Non era più una partenza, era una fuga.